Poesie di Ágota Kristóf, Francesco Paolo Intini, Roberto Carifi, Commenti di Giorgio Linguaglossa, Livio Cinardi, Marina Petrillo, L’orrore chiama il delitto. L’orrore convoca il cesaricidio, 

Foto donna disegnata sulla sedia

Marina Petrillo: «L’orrore non descrive il suo spazio di azione; solletica il coltello…»

Quattro poesie di Ágota Kristóf

Non morire
non ancora
troppo presto il coltello
il veleno, troppo presto
Ma ancora
Amo le mie mani che fumano
che scrivono
Che tengono la sigaretta
La penna
Il bicchiere.
Amo le mie mani che tremano
che puliscono nonostante tutto
che si muovono.
Le unghie vi crescono ancora
le mie mani
rimettono a posto gli occhiali
affinché io scriva.

*

Sopra le case e la vita
nebbia grigia lieve
con le foglie a venire
degli alberi nei miei occhi
aspettavo l’estate
più di tutto
dell’estate amavo la polvere la bianca
calda polvere
insetti e rane vi morivano soffocati
se non cadeva la pioggia
per settimane
un prato e piume viola sul prato
crescono li uccelli il collo dei pozzi
il vento stende sotto una sega
chiodi
puntuti e smussati
chiudono porte montano grate
tutt’attorno sulle finestre
così si edificano gli anni così si edifica
la morte.

*

Con un abbraccio senza tempo
da quando ti ho abbracciato
non riesco ad abbassare le braccia
sono immobile statua centenaria
chiuso tra le mie braccia di pietra
so che sei ancora qui.

*

fratelli
voi non vi ha amato nessuno ma domani
metterete piede sui raggi
della luna
i vostri occhi si abbelliranno laverete via macchie di sangue
dalle vostre mani dalle vostre labbra
attorno a voi cresceranno gli alberi
si placherà anche la notte e il vento porterà
cenere tiepida sulle vostre terre sterili.

Commento di Marina Petrillo

Giunge l’esilio nell’imponderabile area del gesto. Rallentato in sublime straniamento, descrive l’inverso in alterità costante. Costrutto episodico all’involontaria serialità del piccolo passo. Struttura limitante del corpo dato in pasto ad una sottile accidia.
L’orrore non descrive il suo spazio di azione; solletica il coltello, in archetipo declina il non detto e lì dissipa l’aereo soffio. Ciò che nel tardi esprime il presto, diviene convenzione. Il tempo tradito ristabilisce il suo flusso tra punti di trinitaria inserzione. A sua immagine l’assenza tradisce il pulviscolo di eventi mai nati, generati a moto terrestre. In lei muove corso l’occasionale processo incauto ai minuti spesi alla grazia, già amore, di cura e attenzione abbigliate.
Sappiamo del dolore, calco che imprime lo stanco sguardo. Il grigio estraneo alle morte stagioni, né estate, né inverno. Permane come dubbioso incedere in scrittura mortuaria, deposta a corona marcescente. Tace livido abbraccio nell’eterna staticità del non generato spiraglio, ove la gioia distoglie lo sguardo ed ogni moto dell’animo, ristagna, biodegradabile all’umano.
Sogno di generazione nata da esperimento genetico. Idioma sconoscente alcuna lingua. Fremito di terra fredda e acida. Chiodi infissi in paradigma ateo.
Marina Petrillo

Giorgio Linguaglossa

cara Ágota Kristóf,

noto con sorpresa e stupore che in queste ultime poesie hai cambiato registro, hai adottato un punto di vista Estraneo, ti sei estraniata da te stessa. Ed hai raggiunto l’Intimità. È come se una Ágota Kristóf vissuta nell’epoca in cui sono vissuti Tallia e Germanico, rispondesse alle loro albagie avverso il Cesare di turno con una poesia dell’intimità, dell’Intimo, del fra, del framezzo (das Zwischen), mentre Tallia e Germanico sono impegnati ad abbattere il Cesare di turno. Marina Petrillo scrive che «L’orrore non descrive il suo spazio di azione; solletica il coltello». Ben detto. L’orrore chiama il delitto. L’orrore convoca il cesaricidio.
Il tempo chiama il tempo. Il presto chiama il tardi. O, il tardi chiama il presto.

In fin dei conti, siamo sullo stesso orizzonte degli eventi. L’Intimità, das Zwischen, e il Cesare da abbattere abitano il nostro stesso orizzonte degli eventi.
Marina Petrillo scrive: «Ciò che nel tardi esprime il presto, diviene convenzione». Ben detto. Anzi, ben scritto. Tallia e Germanico, «mezzi morti» o «morti» fa lo stesso, fanno appello al tempo, al tempo «esterno» degli eventi. Ma anche tu fai appello al tempo, al tempo «interno» degli eventi.

Cara Ágota, non siamo ancora nel Nulla, c’è ancora un pezzo di strada da fare. Ci troviamo esattamente a mezzo della nientificazione. Perché il niente nientifica, non può che nientificare tutto ciò che trova sulla sua strada. E la tua poesia lo sa bene. E ti tradisce su questo punto. E allora, dobbiamo percorrere questo tratto di nientificazione per giungere al niente, parente stretto del Nulla. Il quale non deve nullificare un bel nulla perché ci ha già pensato il niente a nientificare tutto quello che c’era da nientificare.

Scrivevo qualche giorno fa al filosofo Davide Inchierchia:

gentile Inchierchia,

siamo d’accordo… almeno su questo punto…
L’essenza del Niente è la nientificazione, che ci porta dinanzi alla consapevolezza che «ci perdiamo completamente nell’ente».
L’essenza della metafisica è l’andare oltre l’ente: in quanto trascendenza l’esserci si trova perciò da sempre in essa… il pensiero è metafisico in quanto proiettato nell’oltrepassamento dell’ente è tuttavia destinato a smarrirsi in esso.

Provo a dire qualcosa del nostro modo-di-vita e della nostra costituzione esistenziale con le mie parole:
L’arte, la poesia fanno parte integrale di questo oltrepassamento dell’ente rispetto a se stesso; e in questo oltrepassamento si può riconoscere come irriconoscibile, come essere spaesato (unheimlischsein), fuori luogo e fuori tempo. Nell’arte fuggiamo dall’angoscia che sempre costitutivamente ci occupa, fuggiamo dalla insignificanza. Fuggiamo in uno Zwischen, in un framezzo, né qui né là. Il nostro luogo è il non-luogo. È questa la nostra Stimmung, il nostro particolare essere nel mondo, in fin dei conti la nostra metafisica è il nostro esistenzialismo. Le tue poesie vogliono raccordare lo Zwischen alla Stimmung. Tentano l’impossibile, sondano l’irriconoscibile.

L’essenza della metafisica è possibile scoprirla soltanto se si dà l’oltrepassamento di essa… E la tua poesia fa un passo innanzi…

Ad ogni epoca della metafisica corrisponde una determinata situazione emotiva, una determinata Stimmung.
L’esserci «è la località della verità dell’essere»1. E Il tempo si rivela ora come l’orizzonte di attesa entro cui va pensata la verità dell’essere, ossia entro cui l’essere si svela e si occulta. Si occulta nel non-essere.

Scrive Livio Cinardi

«Ciò che nella domanda è in domanda è l’essere che avverto, ex-per-isco come Stimmung, come tonalità emotiva, come stato d’animo, come vibrazione. Io sono toccato da ciò che cerco, ovvero gettato nel cercare. Per questo lo cerco. La gettatezza è allo stesso tempo pro-getto. È una co-struttura. L’esserci è quell’ente che in quanto è gettato nel mondo, gettato in ciò che è, si lascia toccare da questo getto (che è dell’essere dell’esserci) e in questo getto che lo tocca e lo riguarda, progetta se stesso. Questo pro-gettare se stesso, questo gettare-innanzi se stesso, è trascendenza, è esistenza. Essere già sempre oltre. Non in senso religioso: non è verso dove, ma è oltre, in senso ontologico, costitutivo: fenomenologico. L’esserci ontologicamente non è già, lo ripetiamo, de-finito (non ha una essenza che lo determini). L’esserci è in quanto poter-essere, in quanto possibilità.»

1] M Heidegger, Introduzione a Che cos’è metafisica? cit. p. 11

LD07

LD07

Francesco Paolo Intini

Francesco Paolo Intini (1954) vive a Bari. Coltiva sin da giovane l’interesse per la letteratura accanto alla sua attività scientifica di ricerca e di docenza universitaria nelle discipline chimiche. Negli anni recenti molte sue poesie sono apparse in rete su siti del settore con pseudonimi o con nome proprio in piccole sillogi quali ad esempio Inediti (Words Social Forum, 2016) e Natomale (LetteralmenteBook, 2017). Ha pubblicato due monografie su Silvia Plath (Sylvia e le Api. Words Social Forum 2016 e Sylvia. Quei giorni di febbraio 1963. Piccolo viaggio nelle sue ultime dieci poesie. Calliope free forum zone 2016) – ed una analisi testuale di “Storia di un impiegato” di Fabrizio De Andrè (Words Social Forum, 2017). Una raccolta dei suoi scritti: NATOMALEDUE è in preparazione; un suo libro di versi Faust chiama Mefistofele per una metastasi è in corso di stampa per Progetto Cultura di Roma.

Frammenti

Il primo volto, non colpito dai Vopos,
fu un numero.

Riuscì ad attraversare un foro di proiettile
riaffiorando in una data.

Il viaggio non era stato corto né lungo.
Il pendolo del gemellaggio da regolare.

Al vuoto di passeggeri rispose una folla inferocita.
Seguì una numerazione che andò avanti a logaritmi.

Giuramento sull’Alexander Platz.

Sembrò del tutto evidente
fermarsi per un rifornimento di benzina.

Risolvere l’alternarsi delle stagioni con un terno secco.
L’attacco al dado perfettamente riuscito.

Ora bisognava scatenare il destino.
Mettere Europa alle calcagna del toro.

(…)

Fuga di Napoleone da Sant’Elena
Terminal polacco al mercato di Japigia.

Il vecchio Io e Anchise sulle spalle
Ulisse stringe patti con i Proci.

Parleremo di fichi e rose al congresso di Vienna
Come giocare con le azioni del poeta Achille.

L’angelo comunista nell’altoforno di Taranto
La lotta di classe sigillata in un otre.

Ex voto di cemento e una dose di radon
A colazione. Uguale per tutti la cena a piombo.

(…)

La maschera con l’invidia cucita
gli occhi retrocessi a clown

bisogna spingere l’indagine agli attori
l’entrata in scena di un tuono

e dentro la nuvola di biacca
un lampo partorisce la battuta

ripassare lo spartito
fare i conti col ridicolo

ci passa il muscolo scheletrico
uno stimolo ribalta Via re david

passaggio per pini abbattuti
e nulla che avvolga le robinie

(…)

Un io irraccontabile
Trasportato dalle previsioni del tempo

(…)

L’autogril è stato accogliente. Respirava
un alligatore con le squame gratta e vinci

La corsa di gnu
Teneva il passo all’angoscia

Anche la scocca riconobbe
Che bisognava trovare un guado

A marcia indietro è più facile scoprire
Il narciso nella latrina

Qualcosa per narici, un camion, un quadro d’autore
Che racconta come si adatta il verso al recettore del giorno.

In frenata forse cedendo all’attrito.
Decostruendo gli attimi a ponti Morandi.

(…)

Il rumore della vita attorciglia
moplen all’equatore

(…)

Padri che nascono dai figli.

Tra rami che indietreggiano
la sorte del seme.

Alla risalita del kalasnikov
C’è musica per grilletti.

Arriviamo al dunque
Un rantolo inghiotte la gola.

Partigiani e madri
Da un eclissi di sole.

Foto Keiichi Ichikawa

Giorgio Linguaglossa

La linea interna delle cose è ben più importante della linea esterna di esse

Quanto alla linea interna ed esterna delle cose, propongo qui una poesia da Amore d’autunno, Guanda Editore, 1998 di

Roberto Carifi

Grazie per la parola
che ancora accendi nel mio cuore,
per quel raggio che dal bene
hai ricevuto in dono
e che nel mio abbandono
lasci che nasca
come fosse grano in un deserto,
per quella tua bellezza,
per l’orma divina del tuo sguardo,
per quella tua dolcezza che vorrei baciare
come si bacia l’innocenza,
inginocchiato davanti alla tua anima
quando una lieve ombra
la lascia affiorare sulla carne,
per quello che chiami il tuo peccato,
per il tremore che turba la tua voce
quando mi dici l’indicibile
e lasci l’impronta dell’amore
in questo cuore arato.

Ecco, questa è una poesia tutta pensata e vissuta lungo le linee esterne delle cose. Innanzitutto, la positura del poeta che ringrazia: «Grazie per la parola», dando per scontato ciò che scontato non è, cioè che la «parola» sia realmente avvenuta; e poi il tono da salmodia, di preghiera, con quel tanto di sottofondo di compiacimento dell’autore per essere stato visitato dalla Musa. Si tratta di una descrizione per linee esterne delle cose: la «parola» ricevuta per grazia et amore dei, il piano fonosimbolico che è quello della preghiera più vicina alla liturgia religiosa che alla forma-poesia del novecento. Infine, tutto quel parlare a vanvera tanto per colpire il lettore con parole altolocate: «bellezza», «anima», «peccato», «indicibile», «dolcezza», «innocenza», «abbandono», «baciare», «bene», «dono», «amore»… Tutto un repertorio di luoghi comuni del poeta buono che ha avuto in «dono» la «parola».
È chiaro che qui siamo davanti all’ego dell’autore che deborda dagli argini dell’io «inginocchiato davanti alla tua anima» e invade il mondo con il proprio « cuore arato»…

 

12 commenti

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12 risposte a “Poesie di Ágota Kristóf, Francesco Paolo Intini, Roberto Carifi, Commenti di Giorgio Linguaglossa, Livio Cinardi, Marina Petrillo, L’orrore chiama il delitto. L’orrore convoca il cesaricidio, 

  1. Ai modi di essere originari e fondamentali dell’esserci, ossia l’ Ex-sistenz (il modo d’essere dell’esserci) e la Zuhandenheit (l’utilizzabilità) degli oggetti, dobbiamo aggiungere la Befindlichkeit (il modo di essere tra le cose), e la Stimmung (la tonalità emotiva fondamentale). Nell’affrontare la questione dell’arte dobbiamo fare riferimento a queste categorie, che non sono soltanto meramente estetiche, perché la verità dell’estetica si situa fuori dall’estetica.

    L’esistenza dell’essere sociale in una data epoca ha una gamma di possibilità espressive limitate e delimitate dalla capacità che ha l’esserci di assorbire e tradurre la cultura della sua epoca in un linguaggio artistico. Ed è ovvio che il linguaggio artistico lo si trova soltanto se lo si cerca, non cade dall’alto come una manna dal cielo.

    • marinapetrillo

      Carissimo Giorgio,
      siamo, nel momento in cui siamo o godiamo di un vantaggio nell’essere… Non v’è gratuità nella condizione umana: la caducità quale funzione di appartenenza, determina un suffragio costante in qualità di Creature costantemente poste quali variabili di un tempo dedito al proprio naufragio. Astrazione tra raggi indicanti multiverso inclinare del silenzio verso il clamore. Muove Tempo in successione puntiforme, passato presente futuro. La scelta, in azione responsabile che nell’equilibrio trinitario ne determina lo spazio: sì che lo sguardo intercetta nell’istante il fluire di ogni tempo, vivendolo in causa-effetto. Se la visione del Tutto esonda in tempo lineare, ogni gesto rallenta a sua insaputa e il declino avvizzisce in schema. Ma, se l’orizzonte degli eventi sublima in accelerazione o decelerazione, attraverso il libero arbitrio, avremo una rosa di compimento intercettata sul livello prescelto.

      A traccia di vento espira il soffio un’ultima stazione
      come transito di nubi in meridiano estivo.

      Scuote il tremolio di un bacio mai
      dato del tutto il volgere dell’istante in ridesto mattino.

      Fummo a lungo (in) noi stessi
      a percepire dei passi il lieto inciampo se
      sospesi ad ali tremule, smarrimmo infine la via.

      Se fu sogno o altra meraviglia
      non ebbe parole scritte tracimate oltre il confine
      di un sentire così umano da poterlo toccare.

      Così sei qui. In stato di presenza
      eppure imperfetto al visibile.

      Straniamento di ogni piano orfano,
      imploso chiarore albescente a neon riflesso.

      Una lieve carezza solleva a manto il respiro
      e in lui svanisco, molecola di elio vibrante al tocco, avversa.

      da:materia redenta-Marina Petrillo-

  2. gino rago

    Vuoi per i testi poetici, vuoi per i commenti oggi postati, questa pagina de L’Ombra getta pensieri, cultura poetica e cuore ben oltre gli steccati angusti dei nipotini di Sereni e dei pronipotini di Carducci, pochi, e di Pascoli, tanti,
    per lambire gli spazi e il respiro della Letteratura d’Europa.
    La nuova categoria estetica, poi, lanciata nella ermeneutica dei nostri giorni da Giorgio Linguaglossa, linee interne ed esterne alle cose, va considerata come merita nella interpretazione della poesia contemporanea.
    Seguo in silenzio, e non di rado anche con trasporto emotivo, il percorso poetico qui, su L’Ombra, intrapreso Francesco Paolo Intini nell’adozione della forma polittico-in-distici.
    Confesso che questo che riporto è il polittico che preferisco.
    marina Petrillo sta crescendo anche sul piano della critica letteraria.
    (gino rago)

    APPUNTI SU UNA CAPINERA E SU UN MICROSCOPIO

    Bisogna togliere gli abiti da lavoro
    e quelli da sbarco in un altro continente.

    L’essenza muove i passi
    non ama l’inquadratura.

    Il geco depone gli abiti del diluvio
    lillà nelle forze di soccorso.

    Pensare domani
    un elettrone intorno ad oggi.

    L’ailanto affila le punte
    farà in tempo a frustare Gesù.

    ***

    Il nido è fermo.
    La madre ha gioia incalcolabile

    dalla materia oscura un gatto al giorno.

    Miagola la luce tra le betoniere.
    Rosso scende dagli steli.

    ***

    Una capinera eccita la Magnani
    ma senza colpi di mitraglia

    la linfa torna nel terreno
    le vene perdono mercurio

    la mano della gru saluta i caduti

    ***

    Le teorie incrociano le braccia.
    Strike alla stazione XI.

    Bisogna essere una capinera
    Alla velocità di un buco.

    I figli non amano il pensiero
    quando uomini e dei s’inchiodano a vicenda.

    Il passato anima lo specchio
    Trema il futuro al pensiero XII.

    Woodstock tra fili d’erba.
    La prassi rompe il tempio.

    ***

    Il Dio di domani, quello di oggi
    cambierà anche il passato?

    (Francesco Paolo Intini)

    • Caro Gino Rago, oggi stesso sono passato da quel nido. Altri appunti si sono affissi allo spettatore. Anche qui Agota aspetta l’estate. Il tempo balla in un cerchio vuoto.
      Saprà ancora disegnare le bocche delle capinere? Penso di si ma l’incertezza è tutto questo inverno che scolpisce rami facendo a meno dei fiori e conserva i gechi nelle vene delle robinie.
      Tutto questo avviene in un recinto di tufo corroso e nel mezzo una villa abbandonata è già quel fondo di non essere della chiusa.
      Grate ne chiudono il respiro anche se più di un fico ha trovato come uscire dalle finestre, torcendo bigattini che scorrono lungo le pareti, al sole, quando c’è, oppure ai raggi di quella luna su cui mettono i piedi.
      Tutt’attorno scorre la città, un fiume vuoto.
      Devo molto all’Ombra e a Giorgio Linguaglossa su tutto, ma anche a te e agli altri amici\amiche, che mi avete fatto capire tra l’altro, come si possa fare buona poesia senza mettere il proprio io a dirigere l’orchestra di parole.
      Un solco invalicabile che divide la poesia NOE dalla gran parte della letteratura che ci circonda. Un anello di fuoco fatto di versi che scavano e alzano il livello della posta in gioco.
      Di mio ci metto l’ossessione di pareggiare i conti con i tempi, esserne all’altezza e non lasciarsi travolgere dallo tzunami dei poteri forti, ma anche il gusto insopprimibile della ricerca che vuol dire non porre mai fine al proprio lavoro, privilegiare l’esperimento, osservare e rifletterci sopra.

      PENSARE PLASTICO

      Succede- nella conta esatta di pillole da ingoiare
      Anche sognare rientra nell’oggettività-

      alla bottiglia di plastica – anche questa ha un nome
      e non è carino incolpare il genere-

      Verde pino. Io, satellite, ebbe un balzo improvviso.
      Il più lontano io conosciuto viene a raccontare

      il giro di LSD tra gli astri. Giove che non si smuove
      nemmeno se una cometa gli tocca la ferita.

      Le allucinazioni di Europa.
      Sono effetti di droga i tramonti d’acciaio su Marte.

      E questi venti noti al nulla, improvvisi Beethoven
      Che ballano nelle scale con fantasmi rossi.

      Ritmo furibondo e arte di maestro-La sordità non è mai stato un limite- arriva l’eco dell’ uragano nell’ Atlantico.

      E poi che c’entra con l’acqua alla gola da quest’altra parte.
      Dall’ Adriatico nasce neve fosfato.

      I cormorani sostano ad angolo retto sui pali del pontile.
      I tronchi di ulivo s’ imbarcano nei gabbiani.

      Che tutto ciò sia un sogno è ben noto
      Dondolano gli sposi, eccitano le gondole.

      Vulcano batte Schubert nelle effusioni etnee.

      Un caro saluto e grazie

      (Francesco Paolo Intini)

  3. Sabino Caronia
    i riferimenti sono al film Sogni d’oro di Nanni Moretti

    Che ve devo da di’, pe’ me Giorgione
    è un nome che fa rima co’ cojone
    e sti verzi a Germanico e Tallìa
    so robbaccia da prenne e butta’ via.

    Che cosa voi che je ne freghi un cazzo
    ar bracciante lucano che fa er mazzo
    nei campi da matina infino a sera
    od a la casalinga de Voghera?

    Ed ar pastore sardo che fatica
    tra il Nuorese, l’Ogliastra e il Campidano,
    con ogni tempo, d’inverno e d’estate,

    che je ne po frega’ de ‘ste stronzate,
    senza nissuno che je dia ‘na mano,
    senza manco er conforto de ‘na fica?

    • I riferimenti al film di Nanni Moretti, sono fuori luogo (seppur citati alla lettera nel testo) Mai presenti in “Sogni d’oro” espressioni di turpiloquio, che facciano pensare o indulgere (anche lontanamente) a derive di maschilismo sessista.

    • Tallìa

      Mi piace molto la poesia romanesca di Sabino.
      Non credo sia sessismo il suo, conoscendolo, quanto puro divertimento e savoir faire con la metrica del Belli. E non è certo facile il Belli-Moretti.

      Io non sono romano, ma amo e leggo il Belli, per cui mi scuserà Sabino se rispondo così e mi correggerà nell’uso improprio del lessico e dell’ortografia. Ho scritto di getto.

      Le due quartine sono dedicate al bullo- stalker che da anni mi perseguita.

      Sabì, e pure tu c’hai la tua ragione
      Puro io so’ mezzo avvezzo alle patacche
      E le patacche le cuocio in ner focone
      Dopo morti l’impicco li roffiani

      E nun basta no, è che risorgeno
      Entrano ed esceno dalla processione.
      Volessi perdonà… e dai, li perdono
      Ma nun morono mai sti cojonazzi?

  4. gino rago

    Dalla Collana di Poesia diretta da Giorgio Linguaglossa
    Il dado e la clessidra, Edizioni Progetto Cultura, Roma

    Due voci poetiche, Letizia Leone e Marina Petrillo, sul sentiero di Ágota Kristóf

    Letture di Gino Rago

    1-
    Letizia Leone, Viola Norimberga, Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2018, pp. 98, 12 euro, Prefazione di Giorgio Linguaglossa
    (opera vincitrice del premio L’albero di rose, Accettura, Matera, 2019)
    Entriamo in medias res leggendo insieme una poesia di Letizia Leone estratta da Viola norimberga:

    “Mi fermo.
    Aspetto il buio.
    Il sole ai piedi e le tenebrose lucertole.

    Questa Storia
    non si può scrivere a mezzogiorno.”

    Perché tanto difficile è scrivere questa storia a mezzogiorno? Perché forse l’autrice avverte la difficoltà di uscire dalla mezzanotte dell’umanità trattandosi questa storia come Letizia Leone stessa ci avverte del « “Processo dei medici” di Norimberga per Crimini contro l’Umanità si svolse dal 9 dicembre 1946 al 19 luglio 1947. Nei 18 volumi degli Atti si parla anche di esperimenti disumani come il trapianto di ossa e le iniezioni di pus».Credo che per una piena comprensione di questa opera poetica di Letizia Leone torni utile ai lettori di Viola Norimberga mettere insieme alcuni frammenti, soltanto in apparenza dispersi e quasi estranei, accogliendoli tutti come antefatti necessari al clima, all’atmosfera dei temi laceranti che questo libro affronta, visto che l’autrice si confronta con il Processo di Norimberga contro i criminali nazisti: Elie Wiesel (“Auschwitz non può essere spiegato perché l’Olocausto trascende la storia”); Agnes Heller (Inadeguatezza della scrittura di fronte ad Auschwitz).

    Il genocidio degli ebrei come salto nel Male, gigantesco ma del tutto irrazionale); Jankélévitch (Silenzio su Auschwitz, perché indicibile); Levinas (“Il solo senso di Auschwitz è che non ne ha”);– L’opera di Peter Weiss, fondata sui verbali del processo di Norimberga ad aguzzini nazisti, nella quale un sopravvissuto rivela una verità che nessuno ha osato né osa respingere: «Se eravamo in tanti nel Lager / e se furono tanti/ a portarci dentro/ il fatto si dovrebbe capire/ ancora oggi[…]//quando lo sfruttatore potè / esercitare il suo potere/ fino a un grado inaudito/ e lo sfruttato/ dovette arrivare a fornire/ la cenere delle sue ossa». Si ottiene come risultato nella scrittura poetica di Letizia Leone ciò che realmente è stata la storia dell’umanità ad Auschwitz, come in altri campi di sterminio: una storia unica, indicibile, incommensurabile. Esemplari dunque appaiono anche questi altri versi «senza anestesia» come Letizia Leone stessa li definisce: ”L’archivio ardente:

    Dodicimila pagine di febbre
    I fogli s’assottigliano in fessure
    Di fatti in controluce: esperimenti
    Mentre l’inverno ci divora.
    In risalita rantoli e lamenti.
    Questa parola spacca gli schedari.
    I documenti di Norimberga sono le ali
    del più vorace voluminoso orrore.”

    Sulla qualità della stessa scrittura che Letizia Leone adotta e sul suo stile come scelte lessicali e tono linguistico-espressivo, molto ci dice la Prefazione al libro di Giorgio Linguaglossa, specialmente quando il prefatore segnala a sé stesso, segnalandolo a tutti:

    «[…] È ancora possibile scrivere poesia. Letizia Leone lo fa con un senso di orrore e di disappunto, come un senso di colpa, con un linguaggio rigido, irrigidito da quella da quella immane tragedia per l’umanesimo europeo e per la cultura…». Ma misurandosi con questa tragedia che linguaggio occorre adottare? Ecco il grande dilemma che Letizia Leone ha dovuto affrontare e sciogliere. Nella consapevolezza che la parola è importante soprattutto per chi la usa, Letizia Leone ripudia ogni inclinazione al canto, ogni tentazione elegiaco-crepuscolare e fa ‘parlare’ i frammenti di uno specchio ridotto in frantumi raccattando in ciascuno di essi le immagini. E Linguaglossa in prefazione proprio su queste cifre linguistiche di Letizia Leone in Viola norimberga giustamente rivela che saranno le immagini, le successioni dei fotogrammi, i montaggi dei frammenti dell’orrore a farsi poesia. E in ogni fotogramma è inscritta la morte. Letizia Leone fa della scrittura di Viola norimberga un continuo interrogarsi sul rapporto antropologico tra immagine fotografica e morte, del tutto simile a quello intrattenuto da Roland Barthes con la fotografia in La camera chiara.

    Oltre l’istante raggelato della foto, oltre l’attimo che nella foto congela il tempo, ma anche oltre la morte del soggetto fotografato si inscrive la morte di chi guarda, la morte di ognuno. Nel rapporto dinamico parole-immagini i versi di Viola norimberga tengono uniti i due tempi del poeta quando si confronta con il Male assoluto, un male affidato a uomini banali: il tempo della clessidra o dei calendari e il tempo interno-creativo nelle parole stesse dell’autrice di fronte alla indicibilità, alla unicità, alla incommensurabilità di questo Male. Con un solo desiderio: che affrontandolo con la forza della parola giusta di poesia il Male non si ripeta mai più.
    (Gino Rago)

    2-
    Marina Petrillo, materia redenta, Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2019, pp. 100, € 12 – Presentazione di Giorgio Linguaglossa

    Per una interpretazione della Poesia di Marina Petrillo dobbiamo pensare la poesia come Luogo d’incontro, Meditazione attiva, Parola implicata, Poetica dell’archeologo e Viaggio verso una patria linguistica dove le parole siano familiari.

    Scrive Tomas Tranströmer nel risvolto di copertina del libro di esordio 17 poesie (1954):

    «Le mie poesie sono luoghi di incontro. Vogliono stabilire un legame inatteso tra parti della realtà che le lingue e i modi di vedere convenzionali sono soliti mantenere separate. Piccoli e grandi dettagli del paesaggio si incontrano, cultura e uomini differenti confluiscono in un’opera artistica, la natura incontra l’industria e così via. Ciò che ha l’apparenza di un confronto svela un legame. Le lingue e i modi di vedere convenzionali sono necessari quando si tratta di relazionarsi col mondo, di raggiungere scopi limitati e concreti. Ma nei momenti più importanti della vita abbiamo spesso sperimentato che non funzionano. Se riescono a dominarci completamente si va verso la mancanza di contatto e la rovina. Considero la poesia, tra l’altro, come una contro tendenza nei confronti di questo processo. Le poesie sono meditazioni attive che non vogliono addormentare ma ridestare».

    Sotto questo aspetto la raccolta poetica “materia redenta” di Marina Petrillo va letta proprio come luogo di incontro di istanze morali, psico-filosofiche, esistenziali, estetiche nel punto di intersecazione tra pensiero e immagine, filosofia e misticismo, esperienza e travaglio del vivere, scandaglio religioso e urgenza laica, in una riflessione continua sul tempo e sullo spazio e all’interno di un muoversi tra luoghi e non-luoghi, in una visione quadri-dimensionale (affidato all’ingresso della memoria nel tri-dimensionale del mondo) dello stare al mondo cui non sono estranee aspirazioni al ricongiungimento con il divino in forma di ansie mistiche, sulle orme di certa poesia di Cristina Campo, di Maria Rosaria Madonna e, in parte, anche di Laura Canciani.

    Leggiamo questa poesia di Tomas Tranströmer: Aprile e silenzio:
    «La primavera giace deserta.
    Il fossato di velluto scuro
    serpeggia al mio fianco
    senza riflessi.
    L’unica cosa che splende
    sono fiori gialli.
    Son trasportato dentro la mia ombra
    come un violino/nella sua custodia nera.
    L’unica cosa che voglio dire
    scintilla irraggiungibile
    come l’argento».

    [da La lugubre gondola, Rizzoli, 2011; traduzione di Gianna Chiesa Isnardi].

    Analizzando questo concentrato, denso testo di Tranströmer, è facile notare che l’autore de La lugubre gondola si affida a una parola poetica essenziale, concentrata, evocativa, metafisica e con questa parola, non con altre parole, tenta l’immersione nella contemplazione del paesaggio naturale che nel poeta si fa specchio di quello dell’anima, [ecco lo specchio che in altra forma fa ritorno… ], percependo fra sé e il paesaggio un nuovo ordine. Dice la Chiesa Isnardi “[…] Nella poesia di Tomas Tranströmer niente è fuori posto o in più, ogni parola ha un peso simbolico all’interno di testi che si avvicinano alla perfezione…”. E poi continuando nel suo saggio, la Chiesa Isnardi usa la parola-chiave, quella che in me ha fatto scattare la scintilla dell’accostamento di questo nuovo corso della esperienza poetica della Petrillo proprio all’opera di Tomas Tranströmer:

    ”[…] La poesia così diventa meditazione attiva in grado di destare impulsi, offrire una visione diversa, barlumi di verità. Una poesia dinamica e aperta, dove è centrale l’elemento sensoriale; una poesia in cui la lingua è spinta al limite estremo, alla ricerca della parola perfetta nel silenzio gonfio di messaggi a cui il chiacchiericcio del mondo ci ha disabituato; una poesia che non si dà mai una volta per tutte, ma continua a suscitare dubbi e incertezze, come una finestra costantemente aperta sull’ignoto […]”.

    Efficacemente proposto in forma di distici, esemplare appare il componimento della Petrillo proprio come testimonianza di poesia della meditazione attiva, secondo l’idea tranströmeriana di poesia che scocca dal silenzio:
    “All’ombra di un filo d’erba sei cresciuta
    come fiocco di neve caduto./
    Il cuore è il tuo cielo e nel sempre ad esso ritorni./
    Hai trascorso in parole il tempo
    ed ora, umile, ad esso rivolgi il canto[…].

    Marina Petrillo in materia redenta si mette in viaggio verso una sua «patria linguistica» di parole da abitare nel «cerchio del dire». Scrive Andrea Sangiacomo a proposito della Civiltà della solitudine:

    «All’uomo non è indifferente il luogo dove spende la propria esistenza, abitare è per lui il verbo dal significato più affine a quell’altro verbo, così austero e misterioso, Essere. L’uomo abita, è un abitatore di spazi. Ogni spazio è una campata di cielo e una fuga di sguardi, un’apertura inventata dall’orizzonte suo custode, una volta per tutte o forse ogni volta diversa. Abitare un luogo è imparare a pensare e a pensarsi in rapporto alla geografia del dove, all’ordine dello spazio che lì si dispiega, in relazione alla luce che in quella contrada il giorno conosce. Esser nati tra colli tranquilli, o tra valichi montani, o sulle spiagge del mare senza fine, sono diverse domande a cui ciascuno dovrà rispondere esistendo. Ma l’uomo non abita solo gli spazi e i luoghi che la natura disegna, anzi, egli, forse, abita soprattutto quegli spazi ideali che sono le parole […]».

    Marina Petrillo si mette in viaggio alla ricerca di una “sua” patria, di una sua “patria-linguistica”, l’unica patria dove il poeta, per dirla con Brodskij, non avverte lo strazio della condizione dell’esilio. Per la Petrillo l’unica patria è la poesia, l’unico spazio di vita è il linguaggio della poesia che per l’autrice di materia redenta diventa il suo «cerchio del dire», la porzione di spazio in cui le “cose” sono in grado di prendere la parola e vanno incontro all’uomo-poeta per raccontarsi, per farsi comprendere. «Quando si pone la propria esistenza nel luogo del dire, nello spazio della parola, si incontrano le cose in modo diverso, non più come mute e indeterminate cose in sé, chiuse nel mistero del loro silenzio inviolato, ma come cose-per-me, voci che prendono ad abitare con me la mia esistenza.» La poesia della Petrillo va interpretata come “poetica delle parole abitate” perché «Il poeta è colui che abita le parole e che si inoltra nella contrada del dire, che esplora gli Holzwege e gli Irrwege […]» per dirla con un pensiero di Giorgio Linguaglossa.

    La poesia della Petrillo è un interrogarsi continuo, è un porsi (e porre) domande in un flusso inesausto che mai però spaventa il lettore il quale proprio in quel flusso senza interruzioni di associazioni liberamente divaganti si ritrova, proprio in quei distici interroganti non di rado sente rispecchiarsi la sua realtà, la realtà che giace al fondo del suo essere e che lo stesso lettore sente di avere dentro di sé ma a cui non riesce a dare voce. Da Sulla ricchezza dei mondi abitati a tutta la sterminata opera in prosa, per definire la sua tecnica di scrittura Lars Gustafsson ha usato l’espressione «estetica della distrazione». Anche nella poesia pensante di Marina Petrillo, ad elevata affinità con quella di Gustafsson, parlerei di estetica della distrazione se non altro per quell’intrecciarsi continuo di riflessioni, meditazioni attive, speculazioni filosofiche, memoria che si coglie in ogni suo pensiero poetante, peraltro ad alta resa estetica per l’ekphrasis che si respira in ogni distico della sua raccolta poetica congedata come materia redenta. Scrive Marina Petrillo in un altro ben riuscito componimento in distici:

    ”In sguardo complice tace l’azzurrità
    l’Essere nuovo, di evoluta specie…
    preludio simbolico impresso a pietra lavica.
    Livido si staglia il ricordo[…]

    E qui parlerei di «poetica dell’archeologo» se non altro perché quando una poesia come in questo caso “riesce”, si verifica che una scheggia di verità viene condotta alla luce. Sostiene Lars Gustafsson:«La riuscita di una poesia è una verità portata alla luce, come fa un archeologo…». Nello scontro dialettico fra il Sovrumano, il Verbo abitato dall’Angelo e l’inconoscibile di questa poesia breve la Petrillo compie il gesto estetico dell’archeologo: passa la sua spazzola sulla sabbia strato dopo strato. La sabbia con mano delicata viene rimossa e all’improvviso si rivelano i contorni di un oggetto: un frammento di verità, che il poeta-archeologo porta alla luce. In una intensità di osmosi senza precedenti fra parola e immagine, almeno secondo il pensiero di Iosif Brodskij (« Nel rapporto immagine-parola le immagini rappresentano il contro movimento delle parole. C’è un rapporto debitorio tra le immagini e le parole, o un rapporto creditorio, uno squilibrio della contabilità, della partita doppia»),

    Marina Petrillo compie un serio lavoro sul Logos come strumento per leggere il mondo. Per un poeta porsi la questione del Logos (quale lessico, quale stile, quale retorica) è, penso, cruciale, altrimenti si rischia seriamente di scrivere baggianate. E allora, in quale modo occorre pensare il Logos? Rispondo prendendo a prestito il filosofo Michel Meyer:«La questione del logos è posta come domanda fondamentale del pensiero. Fondamentale, perché non poggia su nessuna risposta preliminare e, per questo, su nessuna domanda più prima ancora, e fondamentale, altresì, perché essa si vuole fonte della risposta prima. Fondamentale, dunque filosofica, cioè esente da presupposti e da asserzioni esterne che non discendano dall’interrogazione sul logos». Una parola implicata, questa della Petrillo, una «parola implicata» come nelle poesie tranströmeriane. La parola di Tranströmer è «parola implicata» nel senso che ogni componimento poetico diventa una trama fitta di implicazioni esistenziali e di esperienze sensibili. Una intelaiatura intorno a un unico fotogramma che vive con la vita e nella vita stessa del poeta, ma che ogni volta diviene un corpo “altro” in grado di porsi al di fuori del poeta, come succede per esempio nella chiusura di una sua poesia dove Tranströmer rivela e registra la nascita “materiale” di un componimento poetico :
    «[…]/ Non ci sono qui spazi vuoti.
    Stupendo sentire come la mia poesia cresce
    mentre io mi ritiro.
    Cresce, prende il mio posto.
    Si fa largo a spinte.
    Mi toglie di mezzo.
    La poesia è pronta».

    Anche in materia redenta la poesia si avvale delle esperienze, delle meditazioni, della memoria del poeta. Ma la Petrillo le intreccia e le ricompone creando esperienze “altre” che diventano più massicce delle esperienze stesse vissute dal poeta. Ecco allora che la poesia-esperienza pretende il proprio spazio, si fa troppo pesante perché possa esser trattenuta in sé. E viene data al mondo.Scrive Giorgio Linguaglossa: «La poesia della Petrillo alza gli scudi quando la tendenza ad ammutolire diventa insormontabile e soverchiante». L’alzata di scudi Marina Petrillo la affida a un lavoro incessante sul Logos volto a restituire all’uomo la dignità perduta attraverso il recupero della dignità della parola poetica sempre all’interno del «cerchio del dire», l’unica patria del poeta in cui le cose parlanti ci vengono incontro, tra immagini e parole, senso e suono, metafore cinetiche e quadri densionalismo come artigiano della misericordia, restauratrice dell’umana dignità perduta.
    (Gino Rago)

  5. La «rappresentazione dell’irrealtà» (dizione di Giorgio Agamben) resta pur sempre l’opzione imprescindibile per l’arte di oggi

    Scrive Carlo Sini:

    «Ogni figura è un precipitato di mondo. Ogni figura è l’evento del mondo nei segni di un corpo. Ogni figura è un corpo “segnato”.
    Ogni figura reca traccia degli eventi che l’hanno preparata, segnata e disegnata. Transito di innumerevoli vicende e di molteplici supporti, il suo evocarli ne configura l’aura.
    Figura è dunque ogni punto o tratto inciso su un supporto, che è qualsivoglia materia “segnata”. In questo senso figura è ogni cosa. Non solo, come si suole ritenere, un’immagine o un disegno, ma anche un semplice gesto, un grido, una parola, una frase pronunciata o scritta, un giudizio, una macchia di colore, un segno d’alfabeto, un pittogramma, un inciso musicale, un passo di danza, una fotografia, una moneta, un documento, un numero, un simbolo algebrico, insomma: qualsiasi resto o testimonianza del passaggio del mondo, che vi ha impresso nei segni la sua aura.
    L’aura contorna e sorregge la figura, è il suo s-fondo e il suo s-profondo. L’aura è una soglia che ha in sé la provenienza e il destino della figura, i supporti che l’hanno accompagnata e che ancora la sorreggono. Il nulla incarnato della soglia ne nasconde i segreti».1

    Dunque, la «figura» viene prima del linguaggio, e accompagna il linguaggio che la esprime. La «figura» regge l’aura, al massimo l’aura può evocare la «figura», come fondo tinta, o sfondo. La «figura» non può che inabissarsi nello sfondo, e scomparire, per ricomparire in altre «figure» che transitano nell’orizzonte del linguaggio. Il linguaggio è il quadro che contiene le «figure», con la cornice che delimita il transitare di queste ultime. La nuova poesia di Carlo Livia, Marina Petrillo, Mario Gabriele, Francesco Paolo Intini etc.e, in genere, quella della nuova ontologia estetica, la si deve leggere come un concerto di «figure» che transitano nel nulla e che sono state catturate dal linguaggio, dove il linguaggio è al servizio delle «figure», e non viceversa. Per questa ragione vengono prima le «figure», in un secondo momento, prima o poi, arriverà anche il linguaggio. La vera ricerca della poesia verte dunque sulla individuazione delle «figure».

    1 C. Sini Il sapere dei segni, Jaca Book, 2012, p. 12

    La «rappresentazione dell’irrealtà» (dizione di Giorgio Agamben) resta pur sempre l’opzione imprescindibile per l’arte di oggi.

    La «nuova poesia» pone la questione della «rappresentazione dell’irrealtà» su un piano altamente problematico. La problematizzazione dell’arte significa che essa si pone in modo non convenzionale, implica un intus-ire (un andare dentro) le cose ma non per possederle e penetrarle quanto per respirarne l’essenza.

    Il concetto di «pubblico» sorge soltanto con l’affermarsi e la stabilizzazione della società borghese strettamente connessa con l’industria e l’affermazione della stampa e del giornale. L’industria dell’informazione, del divertimento e dell’intrattenimento di massa sorge all’inizio del novecento con la riduzione del tempo libero dal lavoro a tempo per le attività insulse e cinetiche.

    Nelle società a capitalismo dispiegato il concetto di arte ripudia il pubblico ammaestrato dal tempo libero, pena l’ammutolimento e la sterilità, pena la sua riduzione ad attività culturale dedicata all’intrattenimento.

    SOCRATE: Dicono che [Theuth] per primo […] abbia scoperto i numeri, il calcolo, la geometria […] e, infine, anche la scrittura. In quel tempo, re di tutto l’Egitto era Thamus […]. E Theuth andò da Thamus, gli mostrò queste arti e gli disse che bisognava insegnarle a tutti gli Egizi. […] Quando si giunse alla scrittura, Theuth disse: «Questa conoscenza, o re, renderà gli Egiziani più sapienti e più capaci di ricordare, perché con essa si è trovato il farmaco della memoria e della sapienza». E il re rispose: «O ingegnosissimo Theuth, […] essendo padre della scrittura, per affetto tu hai detto proprio il contrario di quello che essa vale. La scoperta della scrittura, infatti, avrà per effetto di produrre la dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno, perché, fidandosi della scrittura, si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da sé medesimi. [1]

    1 (Platone, Fedro)

  6. Ho scritto a una persona autore di vari libri di poesia, così:

    «la tua poesia è un inappuntabile fritto misto di calamari, gamberi e significanti»

  7. gino rago

    Dalla Collana di Poesia diretta da Giorgio Linguaglossa
    Il dado e la clessidra, Edizioni Progetto Cultura, Roma

    Una terza voce poetica, Filomena Rago, come Letizia Leone e Marina Petrillo, sul sentiero di Ágota Kristóf

    Lettura di Gino Rago

    3-
    Filomena Rago, Immagine di una immagine, Ed. Progetto Cultura, 2019, pag. 96, 12 euro. Prefazione Francesco Savino, Postfazione di Giorgio Linguaglossa

    Questa seconda raccolta poetica di Filomena Rago è disseminata di espedienti ardimentosi. Spetta al lettore scovarli, riconoscerli. L’autrice carica di responsabilità il lettore perché gli conferisce un ruolo attivo, di concorsualità. La scrittura privilegia senso e suono, prende all’amo il lettore, lo trascina verso la “directness” degli imagisti di Ezra Pound. Il titolo del libro Immagine di una immagine racchiude la Weltanshauung di Filomena Rago; il linguaggio poetico è inteso come una «intelaiatura di immagini», un discorso comune, quotidiano. L’autrice adotta il verso libero perché sa che esso è un principio di libertà che pienamente può esprimere l’individualità del poeta, che in poesia significa una nuova cadenza, un nuovo stato d’animo, un nuovo ritmo, una nuova idea. Esaminando i primi due distici della composizione che dà il titolo al libro, “Immagine di una immagine”, troviamo le quattro parole-chiave della nuova poetica di Filomena Rago: «assenza-buio-oscurità-silenzio». Le parole diventano immagini, traslati, metafore cinetiche, come in questi versi:

    “Buio e assenza.
    L’oscurità batte sul tamburo del silenzio,

    L’ombra si allunga.
    I colpi si affievoliscono,

    Il tamburo tace,
    Riemerge dal nulla uno specchio.

    Soltanto adesso Jenny
    Vede l’immagine di una immagine.

    Due ali d’angelo alle sue spalle,
    La città tintinna alla finestra

    come un serpente a sonagli.”

    Ed è centrale il tema dello specchio che spunta dal nulla e ritorna nel nulla, del travaglio interiore, dove la Rago dimostra di aver tesaurizzato le esperienze estetiche della nuova poesia tese alla ricerca di un nuovo paradigma che faccia a meno di quell’io ingombrante e posticcio di cui è piena la lirica degli ultimi lustri. E’ chiaro che il tema dello specchio subito inevitabilmente richiama quello problematico e attraente della “immagine”, (l’autentica, vera idea-protagonista del libro poetico di Filomena Rago), secondo il pensiero di Andrea Emo per il quale:«In principio era l’immagine, e per mezzo di essa tutte le cose sono state fatte…». Ciò perché, per la Rago l’immagine senza pensiero è vuota e il pensiero senza immagine è muto. «Ogni immagine è immagine del nulla e in questo senso l’immagine è ontologica». Anche per Filomena Rago la poesia è un’eco, quella eco che si ascolta quando la vita è muta nell’assenza definitiva del compagno amato, quando l’unica presenza è la «presenza dell’assenza».

    Gino Rago

  8. Per noi donne scrittrici e non…(molto attuale)

    Vi ho già detto che Shakespeare aveva una sorella; ma non la dovete cercare nelle biografie del poeta. Ella morì giovane; ahimè non scrisse mai una parola. Giace seppellita là dove si trova oggi la fermata degli autobus, presso Elephant and Caste. Ora io credo che questa poetessa, che non scrisse ma una parola e venne sepolta presso un incrocio, viva ancora.

    Vive in voi e vive in me, e in molte altre donne che non si trovano qui questa sera, perché stanno a casa a lavare i piatti e a far dormire i bambini. Tuttavia essa vive; perché i grandi poeti non muoiono; sono presenze perenni; hanno bisogno soltanto di un’opportunità per tornare fra noi, in carne ed ossa. Ora questa opportunità, mi sembra, siete finalmente in grado di offrigliela voi […]

    …e riusciamo ad avere cinquecento sterline l’anno, ognuna di noi, e una stanza propria; se abbiamo l’abitudine della libertà e il coraggio di scrivere esattamente ciò che pensiamo […] se usciamo un attimo dalla stanza comune di soggiorno e vediamo gli esseri umani non sempre in relazione l’uno con l’altro bensì in relazione con la realtà […] se guardiamo in faccia il fatto, poiché si tratta di un fatto, che non c’è un solo essere umano a cui appoggiarsi, ma che dobbiamo fare la nostra strada da sole e che dobbiamo essere in relazione con il mondo della realtà e non soltanto con gli uomini e con le donne, allora si presenterà finalmente l’opportunità, e quella poetessa morta, che era sorella di Shakespeare, ritornerà al corpo del quale tante volte ha dovuto spogliarsi.

    da “Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf
    saggio su due conferenze tenute a Cambridge, per le studentesse, nel 1928

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