La Presentazione e la Rappresentazione nella poesia della nuova ontologia estetica, Poesie e Commenti di Mario M. Gabriele, Francesco Paolo Intini, Marie Laure Colasson, Paul Muldoon, Paola Renzetti, Tiziana Antonilli, Lucio Mayoor Tosi, Adriano Ardovino, Kikuo Takano, Giorgio Linguaglossa

Mario M. Gabriele
inedito da Registro di bordo in corso di stampa per Progetto Cultura di Roma
5

Il tempo riannodò i fili della memoria.
Uscimmo per andare ai magazzini Spandau.

Negli scaffali trovammo mostrine delle Schutzstaffel
e l’ultima edizione del Die Tageszeitung.

Un giovane livoriano lasciò i Tamburi nella notte.
Non fu facile tornare a casa.

Il triciclo portava fiori a Shiva
per una grazia a Geltrude Bisleri.

oh mammy, ora puoi salire sul Machu Picchu
e parlare con le colombe.

La ragazza sul treno adescava il Quinto Evangelio.
Al Savoia tornarono i ballerini di Grease.

Si sta in attesa di Hamm e Clov.
Beltrand si agita. Chiama un rom.

Gli dice di tenere tranquilla la notte.
Un puma fuggì dalla gabbia.

– Questa volta non lo prenderemo. Ci sono alberi e querce,
lupi e trappole nel bosco -, dissero i guardiani.

La linea della vita
è rimasta nella mano come una cicatrice.

Cara Dolin, ricordarti è stato sfogliare un album
con il rottweiler a guardia dei tuoi piercing.

Francesco Paolo Intini

Il gancio di Kikuo Takano

(libera traduzione di Renato Minore)

Dentro di me si muove
un gancio di ferro
chissà da quando chissà perché
lasciato chissà da chi
appeso così è un gancio proprio pauroso.
e speravo davvero che con la ruggine
mai dovessi provarlo (…)

Io ci aggiungerei una certa difficoltà di fronte all’Impersonale. Con chi prendersela se qualcosa non funziona? La macchina della razionalità affonda i denti nell’individuo in carne e ossa per dialogare con un Io creato dalla macchina stessa e dunque con meccanismi di natura numerica. L’io reale, il gufo che attende il suo turno nell’ufficio postale, lamentando e spazientendo accusa la sua impotenza come un colpo mortale, come si trattasse di aver visto l’efficienza dei campi di sterminio o la potenza dell’atomo nientificare Hiroshima. Un sentimento strano che non si lascia imbrigliare dalla metrica, né dai ritmi o dalle assonanze con cui si fa ancora poesia, semplicemente perché chiede di non piacere ma di annullarsi nel poeta stesso. E dunque l’unico rapporto tra l’Io ed il Mondo si fonda sulla negazione reciproca. Occorrono dei buoni elettroni per fondare un legame, altrimenti dominano quelli cattivi che spingono in basso lo sguardo o contro un cellulare l’orecchio per trascendere il filo che si percorre, secondo R. Minore.

ALGORITMO: L’IO.

Touch-screen e Dio in alto.
L’Everest affacciato alla scrivania.

Inutile rimpiangere la genealogia dell’india.
Ossido di carbonio sorpreso a respirare.

Il Nepal di via Einaudi si collega con la Cina.
Ma bisogna acquisire pratica di sentieri.

Salto di crepaccio
quanto nella lingua.

Parità con la pazienza del proletariato:
In fondo a un libro, incatenato nel Tartaro.

Il numero non era giusto
bisognava ricomporlo.

Avrebbe risposto un impiegato delle poste
Alzando lo sguardo dalla pece dello schermo.

E poi con gli uncini nello stomaco
come si fa a digerire Marx-Engels?

Marie Laure Colasson

Fare una poesia significa trovare il collegamento filiforme nascosto che ci riporta al nostro modo di vita a alla vita che abbiamo vissuto. La ricerca del padre da parte di Renato Minore ne è la prova compulsiva e significativa. È una ricerca ossessiva. Noi possiamo scrivere poesia soltanto se comprendiamo che viviamo all’interno di un sortilegio, quel cerchio magico che è il nostro modo-di-vita. La nostra residenza è la forma-di-vita che condividiamo. A questa forma di vita corrisponde una determinata forma di poesia, e quella del poeta di adozione romana è la sola forma-poesia che oggi possiamo adottare: non più la forma-diario, non più la forma cronologica di elencazione, ma una forma topologica, un luogo che non è un luogo.

Il linguaggio che impiega Minore, a ben guardare, è un linguaggio rifritto, di seconda cottura. Tutta la poesia di oggi è di seconda cottura, ripassata in padella. Così come anche la pittura: i vari strati di pittura, gli strati di colore sovrapposti intendo sui quali il pittore stende la pittura, ehm, definitiva. Volevo dire: ultima, giacché di definitivo nell’arte di oggi non è rimasto un bel niente. La poesia di Renato Minore mi dà la sensazione di una scrittura un po’ improvvisata, come se fosse una scrittura ancora da ultimare. Ma è che non è più possibile pensare di scrivere una scrittura definitiva e definita, oggi non è più pensabile pensare di licenziare una scrittura poetica ultimata. Oggi è forse possibile soltanto una scrittura che porti con sé un quantum di improvvisazione, di oscillazione… Che poi è, mi sembra di capire, quella cosa che sta a cuore alla nuova ontologia estetica. La nuova poesia ha in sé il marchio di fabbrica della propria vulnerabilità e della tendenza alla disparizione oltre che all’ammutinamento. Non saprei come altro dire quello che volevo dire…

Giorgio Linguaglossa

Concetto presentativo dell’arte di contro al concetto corrente di rappresentazione

Pensare l’essere direttamente, in termini assoluti – al modo di Hegel – è un modo analogo di pensare il nulla. Per il nostro concetto rappresentazionale, l’essere può essere pensato come un termine della differenza ontologica, può essere cioè distinto (unterschieden) e indirettamente identificato, con l’altro termine della stessa distinzione (Unterschiedenheit). Ma questa distinzione, in quanto differenza si manifesta nello scarto discorsivo in cui viene registrata la sua aporeticità. La conclusione di questo pensiero di Heidegger è nell’indicare l’essere come il ‘non’ dell’ente, come il ‘niente’ dell’ente. È questa la ragione che ha spinto  Heidegger, nella conferenza sul Principio d’identità, ad ammettere che il nostro linguaggio non possa  procedere in altro modo che nell’ambito del discorso, distinguendo i diversi snodi della articolazione logica, per infine formulare la tesi aporetica che «molto prima che si pervenga ad un principio (Satz) di identità, parla l’identità stessa».

Un’arte che appartiene tutta intera al pensiero rappresentativo è quella che si è praticata a lungo nel corso del novecento e in questi decenni ultimi. Quello che Marie Laure Colasson dice, che la nuova poesia è attenta ad un concetto di presentazione piuttosto che a quello tradizionale di rappresentazione, lo trovo altamente proficuo di sviluppi.

Leggiamo una poesia di Paul Muldoon

(premio Pulitzer nordirlandese) pubblicata da “tuttolibri” de “La Stampa” del 22 giugno 2019:

Rovescio

Tamburellare di pioggia
sul tettuccio della mia auto
come acquasanta
sul coperchio di una bara,
acquasanta e fango
che s’abbatte come un tonfo
benché mentre ne ascoltavo
il frastuono
quello s’affievolì nel silenzio
più spietato… L’ammucchiarono
per tutto il giorno
fin quando non m’abbandonai
a una contentezza
non avvertita da anni,
non da quell’inverno
in cui avevo indossato il mondo
sulla pelle nuda,
indossato la pelliccia verso l’interno

(trad di Luca Guerneri)

È ovvio che qui siamo davanti ad un tipo di poesia generata dal pensiero rappresentativo, si vuole rappresentare uno stato d’animo che scaturisce dalla esperienza della pioggia che cade «sul tettuccio della mia auto».
La seconda parte della composizione descrive la «contentezza» dell’io derivante da quella esperienza.

Si tratta di un modo di fare poesia che la nuova ontologia estetica ha abbandonato. Noi partiamo da un concetto presentativo della esperienza, e non più rappresentazionale. La presentazione degli eventi avviene sempre in modo diretto, non in modo indiretto come accade in questo tipo di poesia secondo cui la pioggia è importante per le ripercussioni psicologiche (la «contentezza») che può avere sull’io. La poesia che adotta il concetto presentativo dell’esperienza intende l’esperienza di un evento del mondo non solo per l’importanza che può avere sull’io ma perché l’evento è importante in sé e per sé, non soltanto per i riflessi psicologici che può avere su un «io» posizionato nel mondo che viene a coincidere con l’io dell’autore.

La NOE si limita a prendere atto che certi eventi (ad esempio, la pioggia) accadono e che sono importanti non perché suscitano la «contentezza» di un «io» (che è un modo riduttivo di fare esperienza degli eventi), ma perché sono importanti anche per tutti gli altri «io» che ci sono intorno, e sono importanti in sé e per sé, perché un evento è un evento per tutti. Ne deriva che la sintassi del modo presentazionale degli eventi muta di colpo, totalmente, muta la sintassi, che non sarà più narrazionale ma presentazionale.
Penso sia chiaro ai lettori che un tale approccio alla «narrazione» di un evento sia diametralmente lontano da quello rappresentativo vigente nella ontologia estetica del novecento che pensa l’arte in un modo che si limita a ripercorrere l’impiego delle categorie estetiche della tradizione senza innovarla, e senza neanche pensare di volerla innovare.
Per usare una formula di Giorgio Agamben che la impiega riguardo alla fotografia, penso che sia possibile utilizzarla anche per quanto riguarda la poesia della nuova ontologia estetica, la quale vuole «Dentrificare il Fuori» e, al contempo, direi: Fuorificare il Dentro.

Tiziana Antonilli

Vorrei spezzare una lancia in favore del diventare estranei a se stessi. Si tratta di un ‘esercizio’ che, se messo in pratica con moderazione, può avere risvolti positivi. Diventare ogni tanto estranei a se stessi vuol dire spezzare la nostra coazione a ripetere, le nostre tendenze ormai fossilizzate e ritrovarsi vergini, freschi per un nuovo inizio. Se ogni tanto non moriamo a noi stessi non diamo luce agli altri noi stessi in attesa.

 

Paola Renzetti

Modo presentazionale degli eventi. Questo è il concetto, e questo vediamo accadere in poesie presentate come esempi di questo modo di procedere. che non hanno più l’aspirazione a definirsi tali. Un procedere verso l’annientamento. Se passa che l’unico rapporto tra l’Io e il mondo, avviene attraverso la reciproca negazione, che tipo di arte è possibile? Il superamento della mimesi nell’arte è un fatto assodato (abbiamo capito cos’è), mettiamoci anche quello dell’espressionismo, del lirismo, del simbolismo (tutto superato?!). Rimane la presenza degli eventi, il loro darsi a noi. A noi molteplici, franti, alienati e spaesati. Il poeta è quello che fotografa il nulla che gli sta intorno. Cosa emerge oltre al dolore, al delirio della paura? Lui stesso è un atomo (scisso-mai stato integro) di questo nulla. Che tipo di poesia è possibile? E soprattutto ci piace?

Un brano di Tomas Tranströmer 

da Poesia dal silenzio (Crocetti, 2011).

Da “Epilogo”

“Alle 18 arriva il vento
irrompe con fragore nella via del villaggio
al buio, come una schiera a cavallo. Quanto
gioca e perde l’angoscia nera!” […]

Ho scelto dei versi quasi a caso, tra i molti. Non sembra assente la forma poetica ( quella intesa come “allestimento”, convenzione… sì). C’è invece il respiro dell’autenticità (per noi facile a dirsi – è premio Nobel), il senso dell’andata e ritorno da un’immersione nella solitudine del paesaggio (esterno-interno) che lo fa riemergere con uno sguardo più terso e “spoglio”, che però non è mai estraneo o indifferente (si potrebbe azzardare solidale-empatico)

Qui sotto, la situazione è diversa, come si può intuire. Si passa dalle immagini di una esperienza (motel sulla E3) alla camera-corsia di un ospedale (è ragionevole leggerlo come tale)

Nella stanza un tanfo già sentito
tra le collezioni asiatiche di un museo:

maschere tibetane e giapponesi contro una parete chiara.
Ora però non sono maschere, ma volti[…]

Qui c’è un dolore che non chiama sé dolore.

Benvenuto nelle gallerie autentiche!
Benvenuto nelle galere autentiche!
Le autentiche grate! […]

I nostri occhi sotto la benda stanno spalancati…

Poiché i margini alla fine si alzano
oltre le sponde e inondano il testo […]

Qui c’è un’altra specie di viaggio nel paesaggio, che riguarda stazioni-esperienze dolorose della vita – malattie – relazione con gli altri e con sé stessi.
Alla fine appare un uomo (chi sia è da leggersi e scoprire – lui, noi? – diverse possono essere le allusioni o interpretazioni), l’immagine di una montagna e di una chiocciola (l’uomo stesso è quella chiocciola – casa piccola “indistinta”, ma “vincente”, con “molte stanze” (le parole virgolettate sono le sue).
Chiocciola e montagna sembrano confluire l’una nell’altra.
“Egli cresce da essa ed essa da lui.
E’ la sua vita, è il suo labirinto.

C’è uno spegnersi della voce interna,una specie di raffreddamento, ma non è mai assente il sentimento, il legame con il mondo naturale, il desiderio di comunicare, la luce misteriosa di una sua speciale “costellazione”.
Luce è un termine abusato, ma efficacissimo. E’ quella che cerchiamo al mattino appena svegli, e di notte nell’oscurità.

Giorgio Linguaglossa

cara Paola Renzetti,

mi fa piacere la tua citazione dei versi di Tranströmer, che convalidano la nostra direzione di ricerca, infatti il poeta svedese ha utilizzato per primo in Europa lo stile nominale e una pratica del discorso poetico che privilegia la presentazione diretta degli eventi. Tutta la nostra impresa denominata nuova ontologia estetica poggia sulle ricerche filosofiche dei pensatori post-heideggeriani, ricerche che ci forniscono una sponda filosofica indispensabile per costituzionalizzare la nostra direzione di ricerca. La regola aurea infatti è questa: il discorso diretto promana direttamente dagli oggetti ed è indipendente dalla presenza o meno del soggetto. Ed è ovvio che il discorso diretto privilegi la presentazione degli oggetti colti nella loro temporalità, nella loro propria attimità e non quella del soggetto. Il soggetto deve essere lasciato fuori-campo o fuori-cornice. Il soggetto [del novecento] è stato de-fondamentalizzato. È questa la chiave di volta della pratica artistica denominata nuova ontologia estetica.

Adriano Ardovino

da I sentieri della differenza. Per un’introduzione a Heidegger – A. Ardovino (cur.), NEU, Roma, pp. 137-149 [ISBN: 978-88-95155-32-6]

[…] i fenomeni durativo-acustici [si] sottraggono rispetto a quelli visivo-spaziali, all’oggettivazione. Di seguito, trovandosi ad oltrepassare il linguaggio formale in termini ipotecati da metafore, Heidegger parla di «un salto» oltre la rappresentatività, e lo raffigura come «distacco» (Sichabsetzen [da cui Ab-satz]) dal «fondamento» in direzione di un «Abgrund». Ed infine, chiedendosi verso dove ci si lasci andare con un salto spiccato da nessuna sponda, ritorna sull’equivoco temporale interno al suo pensiero di fondo e conclude: «ci lasciamo andare […] verso il luogo in cui ci è già concesso di stare (eingelassen sind): verso l’appartenenza (Gehören) all’essere», che, infatti, anch’esso appartiene a noi, solo a noi potendosi presentare (an-wesen) ed essendo,come noi, nell’evento della differenza «offerto-assegnato» (übereignet).

A tal punto non è dato registrare una scansione tra il senso, l’appello dell’identità, e il significato della formula che lo esprime, che il tempo della raccolta originaria è per Heidegger non un momento, bensì un luogo
prima dello spazio, un tempo – luogo precedente (Vorort), dove già sempre si è, da dove quindi mai veramente ci si è mossi e dove non si perverrà storicamente, visto che ci si circola internamente ed in modo costante.E non è forse un caso che, volendo rintracciare le origini della parola Ereignis, del nome che indica questo inafferrabile e perciò stesso innominabile evento dico appartenenza e di traspropriazione, Heidegger ripassi, proprio in questo testo, dal registro acustico a quello visivo, individuando nel verbo «er-äugnen», «adocchiare», il senso più autentico dell’evento. La cui intraducibile parola, inoltre, per sottrarla alle consuetudini linguistiche, va intesa come singulare tantum, liberandosi così,dalle sue latenti armonie, un senso di «subitaneità» che non risponde alla logica del numero e delle distinzioni, delle diversificanti articolazioni temporali.

Subito dopo però, per alludere all’eventualità del transito attimale ed epocale che conduce al «risanarsi» della «imposizione», cioè alla
Verwindung del Ge-stell tecnico, Heidegger, che non distingue tra stagioni del pensiero ma solo accenna alla non storicizzabile differenza tra loro, allarga lo spettro di quello cosmico e spaziale al registro acustico-musicale, e parla del «Ge-stell come costellazione di essere e uomo», vale a dire un «preludio di ciò che Er-eignis significa (heißt)». La costellazione del Ge-stell, il nome non parafrasabile che condensa il destino della tecnica, è un preludio interno a quel più ampio gioco dell’eventualità,«fluttuante costruzione», «dotato di oscillazioni sue proprie», che è il linguaggio, in cui solo può essere deferito, senza mai dirimersi ed essere risolto, l’intreccio di essere ed ente.

E tutto ciò proprio affinché nella stessa impositività del Ge-stell si riesca a sprigionare l’eventualità di un vincolo liberante, come dirà altrove (lo analizzeremo più avanti) Heidegger. A ben vedere non sono necessarie azioni affinché l’autentica provenienza dell’essere si manifesti all’uomo. Lo dimostrano già alcuni passi del seminario dedicato alla Costituzione onto-teo-logica della metafisica. «La differenza si mostra propriamente allo sguardo (Blick)», ciò indicando che alcun decorso o intervallo temporale è dato scorgere nell’istantaneità di questo colpo d’occhio.Semmai è proprio il nostro tentativo di rappresentare la relazione a subire le ipoteche della discorsività, e a ridurre la «differenza» a mera «distinzione (Distinktion), ad artificio del nostro intelletto». Tra i due stadi, nei quali prende corpo l’inevitabile e strutturale oblio della differenza nella distinzione, il suo velamento destinale, non è però possibile articolare e concettualizzare alcun legittimo passaggio.

Tale passaggio, se fosse anche solo scandito, ripresenterebbe al suo interno l’aporetica inversione di rango, per la quale il decorso naturale del tempo finisce per rivelarsi la condizione dello stesso individuarsi, in esso («molto prima»), di un momento, un luogo o una provenienza originaria dell’evento e della differenza. In questo modo la distinzione si rivelerebbe anteriore al suo stesso sfondo di provenienza, vale a dire alla differenza. L’astratta distinzione sarebbe, in grazia di un indedotto rovesciamento (Umkehrung), il criterio di esplicazione della stessa differenza, dell’evento che cioè fa essere la distinzione nel momento in cui sisottrae alla sua presa identificante. Per Heidegger, invece, originaria è la differenza e cooriginario le è per noi, coappartenenti all’essere, l’oblio, il cui accadimento non è temporalizzabile, o è poeticamente distinguibile solo nei termini di una detonazione (Sprengung),metafora stessa dell’evento. Il transito dall’essere all’ente, e dalla differenza alla distinzione, non è un moto reale o storico, essendosi nell’originaria differenza già da sempre compiuto. Heidegger lo denomina una Überkommnis, un «approdo» nel quale l’essere trova «rifugio» (sich birgt) e si «nasconde» o meglio si «vela» (verbirgt) in ciò che ha «svelato» (entborgen).L’«approdo» senza transito della Überkommnis, altrettanto che lo sguardo di poco prima, presenta il tratto essenziale di una continuità non temporalizzabile. Essa può, in senso storico e fenomenologico, tanto essere esteso al lungo corso della tradizione, quanto essere contratto nella cesura infinitesimale dell’istante.

L’istante è imminente e sovrastante, in-stante, «sopravviene» (überkommt), tanto imprevisto quanto lui solo adocchiante e appropriante i termini della relazione. Si tratta di un legame asimmetrico, non di una concreta relazione, transitiva e bilaterale. In essa la Ankunft, l’approdo nella disvelatezza dell’ente, appartiene alla Überkommnis, svelante e celante, ancor prima che questo si riversi e transiti in quella. Nel testo sulla Costituzione onto-teologica della metafisica è proprio in questo punto concernente lo stringente e attimale passaggio dell’essere nell’ente,decifrato in termini di inarticolabile movimento di «approdo» ed «arrivo» (nel quale, paradossalmente, l’arrivo si dà ancor prima dell’approdo), è proprio in questo punto che Heidegger, come già visto, aveva scritto che «essere» ed «ente» si«dispiegano» (wesen) come «differenziati a partire dallo Stesso, dalla di-stinzione (Unter-schied)». E tale «di-stinzione», nella sua equilibrante divaricazione «è lo svelante-velante deferimento di entrambi».

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7 risposte a “La Presentazione e la Rappresentazione nella poesia della nuova ontologia estetica, Poesie e Commenti di Mario M. Gabriele, Francesco Paolo Intini, Marie Laure Colasson, Paul Muldoon, Paola Renzetti, Tiziana Antonilli, Lucio Mayoor Tosi, Adriano Ardovino, Kikuo Takano, Giorgio Linguaglossa

  1. Alcuni miei testi da La filosofia del tè. (Istruzioni per l’uso dell’autenticità), Ensemble, Roma, 2013

    La parola di ferro

    L’ultima volta che vidi il maestro Yze
    stava chino sulla riva dell’oceano davanti ad una fornace,

    metteva torba nella fornace
    da dove usciva un magma di ferro incandescente

    che lui colava in appositi stampi quadrati,
    poi saldava i singoli blocchi

    uno sull’altro, nell’altezza e nella larghezza,
    per costruire un muro di ferro

    che divenne ben presto alto e massiccio
    come le mura di Ninive o di Babilonia…

    Così, davanti al mare salato
    crebbe l’invalicabile muro ferrigno

    fin quasi a toccare il cielo.
    Un giorno, l’ultimo degli allievi, timido e sgomento, gli chiese:

    «Maestro perché questa barriera di fronte al mare?
    non esiste muro invalicabile

    che alla fine non ceda alla corrosione, alla ruggine del mare…
    E alla fine anch’esso si sgretolerà e finirà nel nulla…».

    Ma il maestro Yze non lo degnò di alcuna risposta.
    Continuò ad erigere il muro fino alla fine dei suoi giorni.

    Forse, questa è stata l’ultima parola del maestro Yze:
    costruire una parola di ferro,

    salda come il ferro, pesante come il ferro,
    che fungesse da argine al mare spumoso…

    La poetica del maestro Lu Shun

    Il maestro costruì con le proprie mani una porta di legno
    impiantò lo stipite nel fondo melmoso del lago

    e posò la porta pesante sui cardini mutevoli.
    Trascorsero dieci anni durante i quali il maestro

    si immerse in un sonno profondissimo e al risveglio
    prese a tagliare gli alberi del bosco per farne tavole.

    E costruì una porta sottile come una foglia
    e la fissò sul ramo più alto d’un albero

    così che il vento al suo passaggio l’apriva e la chiudeva.
    Trascorsero altri dieci anni durante i quali il maestro

    si immerse in un sonno profondissimo e al risveglio
    prese a tagliare gli alberi del bosco per farne tavole.

    Costruì una porta pesante e la posò sui cardini mutevoli
    e la immerse nel fuoco in modo che esso

    potesse ardere dall’interno la porta in un solo falò.
    Perché l’acqua riposa nel vento

    e il vento riposa sul fuoco
    che alimenta il Tutto e lo distrugge.

    La poetica del maestro Lin Pin

    Ho cercato tra un milione di parole quella giusta per indicare l’Anima, ma non l’ho trovata.

    Al suo posto però ho trovato un buco.
    Un tunnel così tortuoso e profondo… senza fine.

    Ho sortito tutti i tentativi ma non sono mai riuscito ad avvistarne il fondo.
    E allora… ho preso a riempire quel buco di parole. Tante parole, così alla rinfusa… E poi in modo sempre più frenetico, convulso.

    È questa credo la mia poesia e la mia poetica: con disperazione tento di riempire quel buco pur sapendo che mai ci riuscirò.

    Il maestro-calzolaio

    Fu lì che il maestro Osho prese a battere la tomaia sull’incudine, a incollare la suola alla tomaia, e poi tanti piccoli chiodi… li batteva ad uno ad uno per fissare la suola alla tomaia…

    Fu allora che il maestro lasciò il peripato e divenne calzolaio. Sì, faceva scarpe. Solide, utili per andare nel deserto o coltivare pomodori.

    Dalla mattina al tramonto batteva chiodi sulla suola e, col mastice, l’attaccava alla tomaia…

    A quel tempo – non avevo ancora l’automobile – io giravo ancora attorno al maestro ma quello, imperturbabile, fabbricava scarpe, ineleganti ma solide.

    «Maestro – gli dissi un giorno – le tue scarpe sono brutte, ineleganti… non riuscirai mai a venderle!».

    Poi smisi di interrogarmi, e andai per il mondo, mi mescolai alla folla. Un giorno presi moglie ed ebbi anche dei figli. E ciascuno andò per la propria strada.

    Chi diventò assassino, chi si dedicò al commercio di maiali, chi divenne cambiavalute lucrando sulla differenza e le oscillazioni delle monete…

    Commento di Amedeo Furfaro

    Linguaglossa afferma che la felicità forse esiste ma in questo mondo i problemi rimangono tali perché il cristianesimo sposta la felicità nell’altro mondo. “Io mi sono occupato, riprendendo Heidegger, di autenticità, in tedesco Eigentlichkeit, la facoltà di essere una singolarità che ognuno interpreta in modo personale. Il tema dell’autenticità viene svolto mediante esempi concreti, apologhi, parabole, dialoghi tra maestri e allievi che illuminano quano sia difficile mantenersi se stessi anche nella nostra vita quotidiana. Si può dire che in ogni istante del nostro quotidiano siamo immersi nel problema della autenticità.

    Seneca è l’ultimo filosofo che ha osato misurarsi con il problema della «felicità», con le sue parole, il «summum bonum». Seneca dichiara: «non rinuncio ai mie beni perché i miei beni mi consentono di aspirare alla felicità». I problemi Principali della nostra epoca sono la mancanza di libertà, la fede, i fondamentalismi religiosi, le dittature che non consentono alla autenticità di venire alla luce quale uno dei problemi principali della nostra civiltà. Allora, dichiara Linguaglossa, «mi sono inventato una distanza di 2500 anni dalle Torri Gemelle di New York» per osservare il nostro Presente. Un futuro-passato in cui un gruppo di filosofi cinesi tratta di questo problema raccontando delle parabole. Linguaglossa afferma poi che la parabola è un genere letterario antichissimo che consente di dire cose in modo semplice ma anche con dei sottintesi, dei significati profondi, che consente di parlare a una vasta schiera di lettori, anche i meno acculturati. Linguaglossa poi ricorda che Emanuele Kant scrisse la trilogia della Critica della ragion pura, della ragion pratica e del giudizio perché si era risvegliato da un lunghissimo sonno durato vari decenni. Noi nel sonno pensiamo, afferma Linguaglossa, le decisioni fondamentali della nostra vita le maturiamo durante il sonno. Poi durante il giorno operiamo. Il libro intende appunto indagare sul grande ruolo che ha il sonno nella nostra vita biologica e sociale, non è tempo gettato via. I maestri cinesi quando devono affrontare problemi complessi posti dalle domande degli allievi, si rifugiano nel sonno. Le emozioni sfuggono, l’autenticità resta. L’emoziona per eccellenza, l’amore, è anti-Tanatos, osserva uno dei presenti, ed altri intervengono, fra brainstorming, e il dibattito si allarga e coinvolge tutti i presenti. Si osserva che il periodo di Confucio e Pitagora è stato positivo, ha permesso il successivo periodo di esplosione della filosofia. Altri osservano che l’aramaico, linguaggio dell’impero persiano, era la lingua di Gesù che usava appunto le parabole (il sanscrito era dei nobili, dei sacerdoti) per comunicare alla folla pensieri complessi.
    Il dibattito si accende, si sposta su temi universali, il cosmo, l’antimateria, l’energia oscura che attira negli spazi sempre più periferici sia la materia che l’antimateria del nostro universo condannandolo ad un progressivo raffreddamento e disfacimento.

    Eigentlichkeit, uneigentlichkeit sono le due possibilità fondamentali dell’esistenza, nel loro significato etimologico: ciò che è proprio (eigen) e ciò che non è proprio di un’esperienza sempre mia. La morte, che è la possibilità più propria di ognuno, fonda l’esistenza in quanto essere-per-la-morte. L’Esserci inautentico è il Si.
    Il problema dell’autenticità, afferma Linguaglossa, è il vero problema di oggi, è il problema che ci consegna la storia, sia quella individuale esistenziale che la macrostoria.
    Interviene il critico cinematografico Ugo G. Caruso, ospite della serata, a sottolineare la differenza odierna fra Occidente e Oriente. «I giapponesi si muovono tutti di concerto, lavorano come una falange macedone ed essi non hanno tempo per l’ozio, e quindi per l’autenticità». In Cina lo sfruttamento dell’uomo, comunista e capitalista, lo ha annullato come individuo, rendendolo schiavo del denaro. Il pericolo è ora la orientalizzazione del mondo occidentale. Il loisir, anche in Occidente, tende a scomparire mentre la tecnologia rischia di consegnarci un uomo alienato. Il soddisfacimento dei crescenti bisogni alienati in Occidente spinge gli uomini verso una alienazione sempre maggiore, il che rende sempre più problematico raggiungere l’autenticità.

    Linguaglossa chiude la serata esponendo la tesi del famoso fisico Michio Taku secondo il quale dio è una entità che parla matematica e che abita l’Iper-spazio a 10 dimensioni più il tempo; il problema dell’autenticità nella nostra epoca si pone come l’orizzonte decisivo delle filosofie del nuovo esistenzialismo, proprio perché dio sembra aver abbandonato il nostro piccolo universo e si è ritirato a villeggiare nella sua dimora presso l’iper-spazio. Sta a noi e solo a noi, dunque, trovare le chiavi di una esistenza giusta e dignitosa. Così oggi si torna a parlare di Autenticità come si parla di Iperspazio.

    Attraverso l’iperpropulsione, sfruttando l’energie degli elettroni, una immaginaria astronave balza praticamente di colpo a una velocità migliaia di miliardi di volte superiore a quella della luce per penetrare nell’iperspazio, sfruttando questa spinta inimmaginabile per forare l’iperspazio e praticamente per entrare all’interno di esso. Durante l’ipersalto, la velocità aumenta ancora e la costante della luce cresce milioni di volte (300 x 109 km/sec.), anzi migliaia di miliardi di volte (300 x 1015 km/sec).

  2. Simpatici questi maestri, che parlano a discepoli di dura cervice, forse perché troppo giovani, ribelli, o beatamente incoscienti, per capire il mistero e la fatica di certe azioni! Parole/gesto, parole creatrici e ricreatrici, di mondi piccoli e grandi. Un modo efficace di insegnare. Interessanti, fantasiosi e più che piacevoli, questi scritti. Sarebbero piaciuti anche ai miei alunni, che tanto amavano ascoltare e scrivere storie. E quei figli che vanno… ciascuno per la sua strada, sono straordinari.

    Ho segnalato via mail un errore nel post, ma non è ancora stato corretto. Il testo sulla poesia di Tomas T. è da attribuire a me e non a Lucio Mayor. Grazie Giorgio, e complimenti.

  3. La poesia di Mario Gabriele. Perché un poeta è sempre a contatto con l’immondizia
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/11/03/la-presentazione-e-la-rappresentazione-nella-poesia-della-nuova-ontologia-estetica-poesie-e-commenti-di-mario-m-gabriele-francesco-paolo-intini-marie-laure-colasson-paul-muldoon-paola-renzetti/comment-page-1/#comment-60054
    Forse la poesia ha questo di buono, che di fronte allo stile delle notizie del TG con cui vengono scritti i libri di poesia oggidì, un distico di Mario Gabriele lo individueresti in mezzo a un milione di parole delle poesie che si scrivono oggi. Certo, penso che scrivere un distico come quello sotto riportato implica aver fatto un lungo viaggio dentro se stessi, essersi allontanato dall’io, anzi, averlo fatto sloggiare dal Sé, averlo sfrattato. Tutto quello che rimane dopo questo lunghissimo lavoro di sfratto, è la poesia. Ciò che resta è poesia. Ciò che resta è l’immondizia della nostra civiltà.

    Perché un poeta è sempre a contatto con l’immondizia, con i rifiuti, con le discariche delle parole abbandonate come lattine di birra vuote. Un poeta, lo ripeto, può fabbricare le sue costruzioni soltanto con i materiali di risulta, con la spazzatura. Pensate un po’ quanta crudezza e oggettività si cela e si svela in questo distico, che è espresso nella forma di ammonimento ad una persona X, certa Dolin: che ricordarsi di te «è stato sfogliare un album/ con il rottweiler a guardia dei tuoi piercing». Forse si tratta di un distico d’amore, come si può amare oggidì nel nostro mondo, dove prima di amare si fa il calcolo del dare e dell’avere, di prendere e lasciare prima che arrivi il controllore o il cameriere con il conto da pagare dopo aver sbafato. Penso che Mario Gabriele non abbia mai scritto una poesia d’amore. Penso che non ne sia capace, l’amore esula dalle sue possibilità espressive, e anche dalla sua volontà.

    Penso che mettere a confronto una poesia di Mario Gabriele con una di Paul Muldoon sia un esercizio utile. Quella di Muldoon è una poesia della vecchia ontologia estetica che commisura il conto da pagare con la quantità di cibo ingurgitato, quella di Mario Gabriele non fa calcoli di convenienza o di proporzionalità, lui scrive i suoi distici come si inanellano pensieri scurrili e cordiali ad un tempo, sordidi e derisori e nostalgici, ma di una nostalgia che giunge dopo un diluvio che non lascia nulla a cui aggrapparsi, ma solo rottami, spezzoni di una vita che fu.

    Cara Dolin, ricordarti è stato sfogliare un album
    con il rottweiler a guardia dei tuoi piercing.

    • Mario M. Gabriele

      Condivido ciò che esprimi, caro Giorgio, anche perché i miei distici sono per lo più epigrafi provenienti dall’accumulo di storie catalogate nel Tempo, e le loro immissioni, come struttura portante: sono rinvenibili anche nel polittico, nelle diafanie e disfanie, come tratti specifici della mia esperienza quotidiana.Per questo mi riesce facile concepire una simile struttura sollecitata da te a suo tempo, rispetto alle mie narrazioni.

      Sono schegge di storia umana e psichica, dove il tema dell’Amore è quasi inesistente, e laddove è presente con la citazione, è come sfogliare un album, rivitalizzando figure, oggetti, immagini luminose, ologrammi offuscati e ricomposti in carne e ossa,inclusi in un cerchio ridotto.

      Ciò non vuol dire che io faccia poesia acrilica, anzi riporto lo spazialismo estetico e umano con un’ottica perforante dove trasferire il vero, senza tradirlo. Grazie del tuo intervento che assemblerò nel tuo Kit critico sulla mia poesia.

  4. INEDITO di Mario M. Gabriele
    POSTED ON NOVEMBRE 3, 2019 BY MARIOMGABRIELE da altervista.org

    La nebbia aprì squarci.
    Il dubbio era se il mese più corto dell’anno
    avesse altre vendette.

    Una solitaria tristezza prese la strada più lunga,
    senza pigolii d’uccelli allo sbaraglio.

    Fu un’antologia di chimismi lirici a portarci in ecstasy.
    In nessun porto approdò l’hovercraft.

    Ci fu al Berlitz World un memorial day
    con uno spartito di Liszt dell’Accademia di Santa Cecilia.

    Ogni argine è un approdo di pensieri.
    Il jet lag finì con la melatonina.

    Un barcaiolo aprì un varco
    alle colombe in lutto.

    A volte ci si incontra con i vecchi amici.
    Qualcuno prepara piani di lettura.

    -Per favore, sediamoci
    ad ascoltare il Prefatore di questa sera!.-

    -Cari signori,
    vi parlo di un prologo e di un frammento,
    senza leggere i capitoli su Diana Ross.-

    Potrebbe essere, il doberman, questa volta,
    a trovare il Santo Graal.

    Ma non è stato Pietro da Sant’Albano
    a citare:’Historia fratris Dulcini Heresiarche”?

    Wall Street mi attrae più di New York
    e della tomba di Marilyn.

    Che ne dici di rifare le scorsaline
    per la prossima estate?

    Le orchidee sono sempre tristi
    come le musiche di Regondi e Pujol.

    Abbiamo dovuto bere il latte
    per tornare all’infanzia.

    Oggi le Gamma GT- (S/U)
    sono andate al di là di ogni Off Limits.

    L’uragano ha lasciato le strade deserte
    e i marciapiedi divelti.

    Dalla finestra all’ultimo piano fino all’Eurospin
    c’è una distanza dove Jenny naviga a vista.

    Commento

    Provate a leggere questa poesia-polittico con la radio o il televisore accesi. Provate a leggerla in mezzo ai rumori del traffico qui di Roma, quando siete sull’autobus o nel taxi, o in mezzo ai rumori dei talk show della schermaglia politica. Allora capirete perfettamente cosa vuol dirci questa poesia, che è tutto rumore, rumore di sillabe e fonemi, di significati e significanti andati in disuso; le parole di Zanzotto mischiate a quelle di Salvini, le parole di Maria Rosaria Madonna mescolate con quelle di Di Maio o dell’ultima soubrette. Leggete bene. E penserete bene.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/11/17/mario-gabriele-poesie-scelte-da-in-viaggio-con-godot-progetto-cultura-2017-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa/

  5. marinapetrillo

    Dal “Vuoto” nasce la costola dell'”Assoluto Presente”. Apnea dello spirito in sommersa ampolla. Un alieno continente vive, non contemplato, nello stupendo inedito di Mario M. Gabriele. Un senso tardivo agli altri sensi, lento
    dipanare del cui filo il tutto regna a squarcio.
    Morti vivi tragedie menzogne nascite , punti di connessione ed improvvise visioni.Amate Presenze e idiozia del pensiero. Essere nell’apocrifo giorno del non-giudizio dato dalla quotidianità. Non sapere nulla oltre oltre il dolore giunto in diagonale. Nell’istante di rottura, fuoriuscire in altra forma e lì, inventare la parola. Verbo. Logos. Cercarla tra le lacrime e il loro vanto, mentre si vaga tra universi paralleli e forze potenti spingono verso la materia. Soli accecanti e luminescenze remote. Tardivi ricordi. Non essere più ciò che si è stati. Un buco nero feroce possiede, in apnea del sentire. Digiuno. Grazia. Il raggio evocato giunge ad impartire il suo giudizio:dal fasto, in necrologio della forma prossima al silenzio.

    Si traccia a sua somiglianza
    il pallido sorgere del sole.

    Tace della natura il lascito
    lunare e inciampa raggi annichiliti
    da brividi albescenti.

    Incerto sullo splendore, annida l’ombra
    in emanante abbraccio e lì si abbandona.

    Eterno è il suo momento
    mai avvizzito dal ciclo delle divine stagioni.

    Marina Petrillo

    • Mario M. Gabriele

      gentile Marina Petrillo, Lei ha avuto una percezione globale di questa mia poesia attraverso diverse chiavi di lettura, come punto di contatto fra il linguaggio letterario e il linguaggio dell’inconscio. rendendoli trasparenti. Grazie e un cordiale saluto.

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