Renato Minore, O caro pensiero, nino aragno editore, 2019 pp. 100 € 15, Nota di lettura di Giorgio Linguaglossa, Si vive nella «dimensione del filo». La fenomenologia degli oggetti si dà in forma di filamento, di spigolo, La visione di scorcio, con conseguente duplicazione e dis-locazione del l’io percipiente,

pittura René Magritte La memoire

Mnemosyne

Renato Minore è nato a Chieti nel 1944 e risiede a Roma. Le sue raccolte di poesia: I nuovi giorni (Rebellato, 1965), Il convento francescano, in “Quinta Generazione” (Forum, 1970), Non ne so più di prima (Edizioni del Leone, 1994), La piuma e la biglia, in “Almanacco dello specchio” (Mondadori, 1989), Le bugie dei poeti (Scheiwiller, 1993), Nella notte impenetrabile (Passigli, 2002), I profitti del cuore (Scheiwiller 2006), Stare a vedere quel che accade, in “Almanacco dello specchio” (Mondadori, 2012), O caro pensiero (Aragno, 2019, prefazione di Raffele Manica). Ha anche pubblicato i romanzi: Leopardi, l’infanzia, la città, gli amori (Bompiani, 1987, 1999), Rimbaud (Mondadori, 1991), Il dominio del cuore (Mondadori 1996); e i racconti e le fiabe: I ritorni (Guida, 1991), Lo specchio degli inganni (Lisciani Giunti, 1992) , Tontolo (Salani, 2011). Tra i suoi libri di saggistica: Giovanni Boine (La nova Italia, 1975), Intellettuali, mass media e società (Bulzoni, 1976), Il gioco delle ombre (Sugarco, 1986), Dopo Montale (Zerinthia, 1992), Amarcord Fellini (Cosmopoli, 1993), I moralisti del 900 (Poligrafico dello Stato, 1997), L’italiano degli altri (Newton Compton, 2011), La promessa della notte (Donzelli, 2012), O caro pensiero (nino aragno, 2019). 

nota di lettura di Giorgio Linguaglossa

So per certo che la mia lettura di questo libro è anti fenomenologica, ma vorrei andare oltre una semplice lettura analitica del testo che, penso, altri sarà in grado di fare egregiamente. Dirò che l’atto poetico da cui prende le mosse questo libro di Renato Minore vuole disegnare i confini entro i quali dovrà accadere la narratizzazione della vicenda del personaggio «io» alle prese con l’esperienza delle alterità. Quella narrativa che ha luogo nella nostra mente è inderogabilmente intessuta con l’Altro, con il Tu, è la relazione tra il soggetto e tutto ciò che non è soggetto, perché il soggetto è il prodotto di tutto ciò che non è il soggetto. Il volume vuole anche essere una riflessione sulla problematica complessità dei rapporti interpersonali e psicologici che si instaurano nella nostra psiche quando siamo alle prese con la costituzionalità del destino, e allora occorre sottrarre gli aspetti psicologici dalla dimensione estetica per riscoprire il loro carattere ontologico, per rintracciare, a ritroso, i sentieri e i percorsi che abbiamo attraversato. È questo il momento significativo del libro. È questo il compito della poesia. È questa la nostra storia. È questa la storia che ci narra Renato Minore in questo libro. Apprezzo in particolare questo ritorno all’aspetto ontologico del fare poesia, che non può essere ridotto ad una semplice decrittazione dall’esterno dell’esistenza ma è presentazione dell’esistenza, presentazione degli oggetti. Ontologia e Mnemosyne sono legati a doppio filo. Di fronte a un pensiero metafisico che ha dimenticato il senso dell’essere, la soluzione prospettata da Heidegger è il pensiero emblematizzato nella figura di Mnemosyne, quindi un “pensiero rammemorante” (Andenken) o “poetante”, profondo e originario, che consiste nell’averne memoria. Il declino dell’Essere ridotto a subire il dominio dell’ente che, secondo Heidegger, in Occidente è cresciuto esponenzialmente. È necessario perciò riflettere su quella differenza tra essere e ente che sembra risuonare nel detto di Anassimandro la cui versione abituale riportata nel saggio di Heidegger del 1946 recita: «Là da dove le cose hanno il loro nascimento, debbono anche andare a finire, secondo la necessità. Esse debbono infatti fare ammenda ed esser giudicate per la loro ingiustizia, secondo l’ordine del tempo».1

1 M. Heidegger, La questione della tecnica, in Saggi e discorsi. Trad. G. Vattimo. Milano: Mursia, 2015 p. 229

renato minore O pensiero 1.jpg

Antonioni 2

fotogramma da un film di M. Antonioni

dalla sezione “Trittico paterno”, O pensiero

di Renato Minore

1)

Ricordo il tuo sferragliare
di sillabe
per coprire la parola
che si decomponeva
in sciancati fonemi
nel nome deturpato
come lo scarabocchio della voce

Ricordo che infierii
su quel tuo imbarazzo
mi sembrava di crescere
sulla defaillance

E fatico a dirmi che non ci sei
con quel balbo crepitare
della glottide come la tua
per l’improvviso rifiuto
della sbarra al galoppo
al galoppo.

3)

Tu sei solo quel pensiero che è anche
la sola immagine del sogno, giravi intorno
a una piazza sotto la torre dell’orologio.
Ed io che non vedevo bene i numeri
da miope avrei visto sempre meno.

In quel niente continuavi a esserci
Quando s’è aperta la cassetta
ho visto di polvere la stoffa del rigato
bello che avevi quando giurasti
sessanta anni dopo
l’amore che ancora premevi con la mano

Tu sei solo quello che riesco a pensarti
se credo ancora all’imbarazzo
d’essere capitato non so
se per sbaglio nel camerino
della soubrette con le stelline
e tanto sciame dorato nella vanità
della trasgressione che ti fu perdonata.

*

1)

Il cervello (dicevi)
è un organo
ontologico.

Se pensa è il nostro,
se sta sotto il microscopio
è quello di un altro.
Dopo tutto noi siamo
il nostro cervello

3)

Diventa triste
un pesce solo
nella vaschetta
ma basta mettergli
davanti uno specchio
per farlo contento.

[Renato Minore]

Renato Minore 1Renato Minore

Il libro narra questo modo di procedere del «pensiero» colto nel fotogramma della nostra mente la quale ha solo il compito di coprire una «distanza», quella che separa l’io percipiente (l’io esterno) dall’«io analogale» (lo spazio mentale interno). La coscienza dell’io poetico, se così possiamo dire, non è un deposito, un magazzino, una cosa o una funzione di qualcosa d’altro, ma è uno «spazio» interno, uno spazio analogale interno alla mente in collegamento con lo spazio esterno, una sorta di superficie speculare e continua analoga allo specchio che riflette il reale, che soltanto mediante l’atto di narrativizzazione del pensiero dell’io poetico può prendere forma e presenza. Tutto ciò che c’è nello specchio è un nulla, lo specchio riflette il nulla.
Questa problematica muove la poesia di Renato Minore, ne costituisce la fibra interna. Poesia che fa qualcosa di diverso dal realismo memoriale che continua anche oggi ad imperversare dalla fine del novecento, una sorta di renovatio del neo-realismo adattato ai giorni nostri. Questa problematica porta con sé quella del presente e del passato e della memoria. Il poeta romano intende Mnemosyne come il tracciato del pensiero che rimemora nel presente:

Il presente si vede solo di profilo
è il passato che abbiamo di fronte

*

Le cose che io so le cose che tu sai
Le cose che facciamo finta di sapere
Le cose che fanno il mondo grasso e tondo
Le cose che hanno angoscia e fondo
Le cose appena sussurrate
Intuite eppure dimenticate
Svanite appena la luce s’avvicina.

Dormi dormi che ti passa il magone

Non hai che pelle erosa
guaina che inghiotte e differenza
dolcissima idea del movimento
appena smorzato dal pensiero della sua fine
nella stringa nella stringa nella stringa.
Amore e pena dominio e specchio
tutto nella stringa notevolmente

Dormi dormi che la gioia s’avvicina

Occhi di faina

1)

Ha fulminato la retina
quel taglio di luce.
Ora illumina tra i metalli
dei divano letto
le planimetrie dei corpi
sciolti nella sabbietta
soffice tenaglia sussultoria
per celare e seppellire

da tritare
tritare
tritare

Ecco che nello «speculare» si situa un «disturbo», qualcosa accade ma come per analogia a qualcos’altro che sta in un altro luogo, in un’altra dimensione; la dizione poetica opera attraverso la ri-costruzione di uno spazio analogale, speculare, cioè capovolto, nel quale opera e agisce un «io» duplicato che è in grado di osservare se stesso e lo spazio e il tempo, analogamente a quanto accade all’io che si muove nelle quattro dimensioni, ciò che consente all’io speculare di prendere le misure dell’io reale e di muoversi in contiguità con esso.
Ovviamente, si tratta del funzionamento di un meccanismo mentale che opera per via analogale. Nella poesia più evoluta che si fa in occidente, c’è un io analogale che agisce in luogo dell’io posizionato nel mondo, quest’io opera mediante la narrativizzazione, cioè un raccontare che riproduce le azioni dell’io nel mondo reale. L’io vede se stesso nel mentre che opera nel mondo. La poesia costituisce l’interno di una cornice analogale dove viene agita la narrativizzazione. Possiamo dire che la poesia e il romanzo sono le forme d’arte che più hanno contribuito a questa opera di narrativizzazione degli ultimi due secoli, sono il luogo in cui si riproduce e si rinnova continuamente il racconto dell’io.
Il racconto dell’io analogale «speculare» che riacciuffa frammenti e spezzoni della memoria e li rimette in circolo; il viaggio dell’io in un mondo che riproduce il mondo reale come il computer riproduce il mondo tridimensionale sul monitor bidimensionale.

È come se ora
io e te fossimo costretti a muoverci
sulla superficie di un filo elettrico
mi accorgerei
ti accorgeresti
della dimensione
del filo
non di quella attorno
al filo.

Il custode della tua anima
ora ti chiede
se è possibile
avere un’anima
senza custodia.

È qui descritto in modo mirabile la fenomenologia dell’«io» costretto a «muoverci sulla superficie di un filo elettrico»; si vive nella «dimensione del filo». La fenomenologia degli oggetti si dà in forma di filamento, di spigolo, con preferenza per la visione di scorcio, di profilo, con conseguente duplicazione e dis-locazione dell’io percipiente. In fin dei conti l’io percipiente è un io recipiente, un recipiente che perde gli oggetti della nostra esistenza. Noi abitiamo il mondo attraverso una dimensione filiforme, in essa c’è non solo un «tempo interno», ma un «mondo interno» che noi non conosciamo, che non riconosciamo più, perché siamo diventati estranei a noi stessi. È questo processo di progressiva estraneazione che è tipica del nostro tempo che ritroviamo nella poesia di Renato Minore. Il verso è breve e molto breve, ad armamento leggero, capace di rapidi scarti e repentini movimenti. La poesia di Minore è ricca di annotazioni riflessive sulle problematiche dei rapporti interpersonali, dell’incomunicabilità degli io in via di indebolimento, dell’io ridotto a questione privatistica, a monade incomunicabile. alla irriconoscibilità dei piccoli atti quotidiani: ad esempio il movimento delle mani, il saluto dei bambini.
Ecco tre poesie, libere traduzioni da L’infiammata assenza di Kikuo Takano:

Il treno

Mi capita talora di prendere un treno
per andare volentieri verso un luogo
del tutto sconosciuto e i bambini
in fila sull’argine ignoto sventolano
le mani senza che nessuno risponda
al saluto subito dimenticato.

Ed io penso: “Ma le mani non dimenticano”.
Non dimenticano quelle mani d’essere mani
e dunque parto ancora una volta
voglio ancora incontrarle
le guancie vermiglie per la mia età.

Ma cosa è questa mano?
Compro il biglietto con la mano misteriosa.
E cosa è quella mano?
Corro a scovare quelle mani misteriose
per aver certezza di incontrare ogni altra mano
e vergognarmi di queste mie mani.

Un disco

Come fossi un disco
vorrei un solco che precipita
vertiginoso verso il centro.

La sua punta potrebbe seguire
al centro la vertigine canora.
potrebbe rivolgere
il suono verso quel foro
come un piccolo tunnel.

Ma la punta mi spinge verso al centro
con la sua voce canora e mi lascia
vuoto nella vertigine
non ancora pronto
a essere redento e neppure capace
di capire il mio turbamento.

Il gancio

Dentro di me si muove
un gancio di ferro
chissà da quando chissà perché
lasciato chissà da chi
appeso così è un gancio proprio pauroso.
e speravo davvero che con la ruggine
mai dovessi provarlo.

Ma ora desidero
vedere me appeso
a quel gancio dove non c’è
proprio nulla da fissare.

foto Renato Mambor

foto Renato Mambor

Scrive Roland Barthes:

«Che cos’è la Storia? Non è forse semplicemente quel tempo in cui non eravamo ancora nati? Io la leggevo la mia inesistenza negli abiti che mia madre aveva indossato prima che potessi ricordarmi di lei… Ecco qui (intorno al 1913) mia madre in gran toilette, con cappellino, piuma, guanti, biancheria fine che spunta fuori dai polsini e dalla scollatura… È l’unica volta che io la vedo così, colta nella Storia (dei gusti, delle mode, dei tessuti): la mia attenzione viene allora distolta e passa da lei all’accessorio che è perito; il vestito è infatti perituro, esso prepara all’essere amato una seconda tomba. Per “ritrovare” mia madre… bisogna che, molto più tardi, io ritrovi su qualche foto gli oggetti che ella aveva sul comò: per esempio un portacipria d’avorio (amavo il rumore del coperchio), una boccetta di cristallo intagliato… oppure quelle pezze di rafia che essa fissava sempre sul sofà, le grandi borse che prediligeva […] La Storia è isterica essa prende forma solo se la si guarda – e per guardarla bisogna esserne esclusi. Come essere vivente, io sono esattamente il contrario della Storia, io sono ciò che la smentisce, che la distrugge a tutto vantaggio della mia storia… Il tempo in cui mia madre ha vissuto prima di me: ecco cos’è, per me, la Storia.
E qui incominciava a profilarsi la questione essenziale: la riconoscevo io veramente? (…) Io la riconoscevo sempre e solo a pezzi, vale a dire che il suo essere mi sfuggiva e che, quindi, lei mi sfuggiva interamente. Non era lei, e tuttavia non era nessun altro. L’avrei riconosciuta fra migliaia di altre donne, e tuttavia non la “ritrovavo”… la fotografia mi costringeva a un lavoro doloroso; proteso verso l’essenza della sua identità, mi dibattevo fra immagini parzialmente vere, e perciò totalmente false… Il quasi: atroce regime dell’amore, ma anche condizione deludente del sogno… nel sogno essa ha talvolta qualcosa d’un po’ fuori posto, di eccessivo… E davanti alla foto, come nel sogno, è il medesimo sforzo, la stessa fatica di Sisifo: risalire proteso, verso l’essenza, ridiscendere senza averla contemplata, e ricominciare daccapo».1

1 R. Barthes in La camera chiara (Nota sulla fotografia), Einaudi, 1980 p. 66 e segg.

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23 risposte a “Renato Minore, O caro pensiero, nino aragno editore, 2019 pp. 100 € 15, Nota di lettura di Giorgio Linguaglossa, Si vive nella «dimensione del filo». La fenomenologia degli oggetti si dà in forma di filamento, di spigolo, La visione di scorcio, con conseguente duplicazione e dis-locazione del l’io percipiente,

  1. Il tono leggero nel dire a se stesso, Renato MInore. E l’unico modo in cui Zen può darsi alla filosofia: con poesia. Grande, Kikuo Takano.
    L’uno accanto all’altro, ben disposti nell’ikebana ( a forma di interrogativo) da Giorgio Linguaglossa.
    Memoria, specchio di passi all’indietro. Via occidentale. Memoria, specchio di passi dentro, dove di specchi non ce ne possono essere (stanno tutti irrimediabilmente al di fuori). Via orientale.
    Kikuo Takano. Memoria, cose che si accomodano – un treno, quanti treni! Un chiodo, quanti chiodi! – Icone, il tempo in una mano.
    Non di meno Renato MInore, in dialogo con il presente, rallegra la casa.

    • Guido Galdini

      Estrema leggerezza o estremo piombo.
      Purtroppo sono dedito al secondo.
      Mi pare che comunque vada escluso il galleggiamento.

  2. m.bettarini.broca@gmail.com

    Molti complimenti e auguri a Renato Minore per questo suo nuovo libro, e grazie a Giorgio Linguaglossa per la sua ottima nota di lettura.

    Un saluto caro ad entrambi da

    Mariella Bettarini

  3. Un serio lavoro sul Logos ha condotto questa recente poesia di Renato Minore a misurarsi con quel senso di “vuotezza” d’una camera da tè o di tantissima architettura giapponese, appare come in questi versi

    “[…]Diventa triste
    un pesce solo
    nella vaschetta
    ma basta mettergli
    davanti uno specchio
    per farlo contento”,

    quel «vuoto» del foglio bianco dei disegni e delle pitture di artisti giapponesi che contrasta con il «pieno» di quasi tutta l’arte occidentale, quasi a voler vincere, come affermò a suo tempo Gillo Dorfles in “Ultime tendenze dell’arte d’oggi”, l’«horror vacui» che la pervade.
    Come intensa si avverte in questo Renato Minore la forza attribuita all’immagine, anzi, (ricordando il titolo del libro di Filomena Rago, quasi tranströmeriano), alla “immagine di una immagine”che il poeta affida a uno specchio.
    Giorgio Linguaglossa dunque fa bene nella sua nota critica a sottolineare l’ontologia della immagine affidata ad Andrea Emo:«Ogni immagine è immagine del nulla e in questo senso l’immagine è ontologica».
    Un altro aspetto emerge da questi versi odierni di Renato Minore: il rapporto stretto che si avverte fra fotografia e poesia, ma questo ci porterebbe lontano. Sotto tale preciso aspetto quanto mai opportuno è il brano scelto e proposto dal Linguaglossa nella sua nota che riguarda il Roland Barthes de “La camera chiara”.
    Originali e vere infine le parole di Lucio Mayoor Tosi nel suo commento.
    (gino rago)

  4. Posto qui un Commento di Marie Laure Colasson che è impossibilitata a postarlo

    Fare una poesia significa trovare il collegamento filiforme nascosto che ci riporta al nostro modo di vita a alla vita che abbiamo vissuto. La ricerca del padre da parte di Renato Minore ne è la prova compulsiva e significativa. È una ricerca ossessiva. Noi possiamo scrivere poesia soltanto se comprendiamo che viviamo all’interno di un sortilegio, quel cerchio magico che è il nostro modo-di-vita. La nostra residenza è la forma-di-vita che condividiamo. A questa forma di vita corrisponde una determinata forma di poesia, e quella del poeta di adozione romana è la sola forma-poesia che oggi possiamo adottare: non più la forma-diario, non più la forma cronologica di elencazione, ma una forma topologica, un luogo che non è un luogo.

    Il linguaggio che impiega Minore, a ben guardare, è un linguaggio rifritto, di seconda cottura. Tutta la poesia di oggi è di seconda cottura, ripassata in padella. Così come anche la pittura: i vari strati di pittura, gli strati di colore sovrapposti intendo sui quali il pittore stende la pittura, ehm, definitiva. Volevo dire: ultima, giacché di definitivo nell’arte di oggi non è rimasto un bel niente. La poesia di Renato Minore mi dà la sensazione di una scrittura un po’ improvvisata, come se fosse una scrittura ancora da ultimare. Ma è che non è più possibile pensare di scrivere una scrittura definitiva e definita, oggi non è più pensabile pensare di licenziare una scrittura poetica ultimata. Oggi è forse possibile soltanto una scrittura che porti con sé un quantum di improvvisazione, di oscillazione… Che poi è, mi sembra di capire, quella cosa che sta a cuore alla nuova ontologia estetica. La nuova poesia ha in sé il marchio di fabbrica della propria vulnerabilità e della tendenza alla disparizione oltre che all’ammutinamento. Non saprei come altro dire quello che volevo dire…

  5. Non sono molto d’accordo con Marie Colasson e con Francesca Dono. Se alla “forma di vita” corrisponde una poesia (ogni poeta ha una sua “costellazione di parole” – Benjamin) e un luogo, un “Esserci” – nel mondo (non solo individuale, ma anche nella relazione, nel magma tumultuoso e complesso della vita del mondo), non è possibile teorizzare una sola forma poetica (quella romana!?). Mi pare di essere in presenza di una grande contraddizione. Forse semplicemente, uno scivolone. Se si vuol rinnovare veramente non è opportuno restringere lo sguardo su un solo oggetto, addirittura geografico. Buona giornata a tutte e a tutti.

    • Gentile signora Renzetti,
      nessuno ha firmato un mutuo ipotecario…..Si esprimono punti di vista che hanno mille sfaccettature per dire poco e niente di esaustivo (fortunatamente). Strada facendo e se vivi…. E meno male che non si è d’accordo su tutto; significa: varietà umana

  6. Il gancio (K. Takano)

    Dentro di me si muove
    un gancio di ferro
    chissà da quando chissà perché
    lasciato chissà da chi
    appeso così è un gancio proprio pauroso.
    e speravo davvero che con la ruggine
    mai dovessi provarlo (…)

    Io ci aggiungerei una certa difficoltà di fronte all’Impersonale. Con chi prendersela se qualcosa non funziona? La macchina della razionalità affonda i denti nell’individuo in carne e ossa per dialogare con un Io creato dalla macchina stessa e dunque con meccanismi di natura numerica. L’io reale, il gufo che attende il suo turno nell’ufficio postale, lamentando e spazientendo accusa la sua impotenza come un colpo mortale, come si trattasse di aver visto l’efficienza dei campi di sterminio o la potenza dell’atomo nientificare Hiroshima. Un sentimento strano che non si lascia imbrigliare dalla metrica, né dai ritmi o dalle assonanze con cui si fa ancora poesia, semplicemente perché chiede di non piacere ma di annullarsi nel poeta stesso. E dunque l’unico rapporto tra l’Io ed il Mondo si fonda sulla negazione reciproca. Occorrono dei buoni elettroni per fondare un legame, altrimenti dominano quelli cattivi che spingono in basso lo sguardo o contro un cellulare l’orecchio per trascendere il filo che si percorre, secondo R. Minore.

    ALGORITMO: L’IO.

    Touch-screen e Dio in alto.
    L’Everest affacciato alla scrivania.

    Inutile rimpiangere la genealogia dell’india.
    Ossido di carbonio sorpreso a respirare.

    Il Nepal di via Einaudi si collega con la Cina.
    Ma bisogna acquisire pratica di sentieri.

    Salto di crepaccio
    quanto nella lingua.

    Parità con la pazienza del proletariato:
    In fondo a un libro, incatenato nel Tartaro.

    Il numero non era giusto
    bisognava ricomporlo.

    Avrebbe risposto un impiegato delle poste
    Alzando lo sguardo dalla pece dello schermo.

    E poi con gli uncini nello stomaco
    come si fa a digerire Marx-Engels?

    (francesco Paolo Intini)

  7. Concetto presentativo dell’arte di contro al concetto corrente di rappresentazione
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/11/01/renato-minore-o-caro-pensiero-nino-aragno-editore-2019-pp-100-e-15-nota-di-lettura-di-giorgio-linguaglossa-si-vive-nella-dimensione-del-filo-la-fenomenologia-degli-oggetti-si-da-in/comment-page-1/#comment-60024
    Pensare l’essere direttamente, in termini assoluti – sarebbe questa, secondo Heidegger, la maniera di Hegel – è altrettanto problematico che pensare il nulla. In termini rappresentativi e oggettivanti, l’essere può essere pensato come un termine della differenza ontologica, può essere cioè distinto (unterschieden) e con ciò,indirettamente, identificato, nel rango, con l’altro termine della stessa distinzione (Unterschiedenheit), la quale in questo modo, come differenza viene meno, tende a Sentieri della differenza. Per una introduzione a Heidegger scomparire nello scarto discorsivo in cui viene registrata la relativa sua aporeticità. La conclusione di questo giro argomentativo consiste nell’indicare formalmente l’essere come il ‘non’ dell’ente, come quindi il ‘niente’. È tale complessa serie di ragioni che deve aver spinto Heidegger, quasi inapertura della conferenza sul Principio d’identità, consapevole che il nostro linguaggio non possa che procedere in maniera discorsiva e quindi distinguendo i diversi momenti della propria articolazione logica, a formulare la tesi aporetica che «molto prima che si pervenga ad un principio (Satz) di identità, parla l’identità stessa».

    Un’arte che appartiene tutta intera al pensiero rappresentativo è quella che si è praticata a lungo nel corso del novecento e in questi decenni ultimi. Quello che Marie Laure Colasson dice, che la nuova poesia è attenta ad un concetto di presentazione piuttosto che a quello tradizionale di rappresentazione, lo trovo altamente proficuo di sviluppi.

    Leggiamo una poesia di Paul Muldoon pubblicata da “tuttolibri” del 22 giugno 2019 (premio Pulitzer nordirlandese):

    Rovescio

    Tamburellare di pioggia
    sul tettuccio della mia auto
    come acquasanta
    sul coperchio di una bara,
    acquasanta e fango
    che s’abbatte come un tonfo
    benché mentre ne ascoltavo
    il frastuono
    quello s’affievolì nel silenzio
    più spietato… L’ammucchiarono
    per tutto il giorno
    fin quando non m’abbandonai
    a una contentezza
    non avvertita da anni,
    non da quell’inverno
    in cui avevo indossato il mondo
    sulla pelle nuda,
    indossato la pelliccia verso l’interno

    (trad di Luca Guerneri)

    È ovvio che qui siamo davanti ad un tipo di poesia generata dal pensiero rappresentativo, si vuole rappresentare uno stato d’animo che scaturisce dalla esperienza della pioggia che cade «sul tettuccio della mia auto».
    La seconda parte della composizione descrive la «contentezza» dell’io derivante da quella esperienza.

    Si tratta di un modo di fare poesia che la nuova ontologia estetica ha abbandonato, noi partiamo da un concetto presentativo della esperienza, e non più rappresentazionale. La presentazione degli eventi avviene sempre in modo diretto, non in modo indiretto come accade in questo tipo di poesia secondo cui la pioggia è importante per le ripercussioni psicologiche (la «contentezza») che può avere sull’io. La poesia che adotta il concetto presentativo dell’esperienza intende l’esperienza di un evento del mondo non solo per l’importanza che può avere sull’io ma perché l’evento è importante in sé e per sé, non soltanto per i riflessi psicologici che può avere per un «io» posizionato nel mondo che viene a coincidere con l’io dell’autore.

    La NOE si limita a prendere atto che certi eventi (ad esempio, la pioggia) accadono e che sono importanti non perché suscitano la «contentezza» di un «io» (che è un modo riduttivo di fare esperienza degli eventi), ma perché sono importanti anche per tutti gli altri «io» che ci sono intorno, e sono importanti in sé e per sé, perché un evento è un evento per tutti. Ne deriva che la sintassi del modo presentazionale degli eventi muta di colpo, totalmente, muta la sintassi, che non sarà più narrazionale ma presentazionale.
    Penso sia chiaro ai lettori che un tale approccio alla «narrazione» di un evento sia diametralmente lontano da quello rappresentativo vigente nella ontologia estetica del novecento che pensa l’arte in un modo che si limita a ripercorrere l’impiego delle categorie estetiche della tradizione senza innovarla, e senza neanche pensare di volerla innovare.
    Per usare una formula di Giorgio Agamben che la impiega riguardo alla fotografia, penso che sia possibile utilizzarla anche per quanto riguarda la poesia della nuova ontologia estetica, la quale vuole «Dentrificare il Fuori» e, al contempo, Fuorificare il Dentro.

  8. tiziana antonilli

    Vorrei spezzare una lancia in favore del diventare estranei a se stessi. Si tratta di un ‘esercizio’ che, se messo in pratica con moderazione, può avere risvolti positivi. Diventare ogni tanto estranei a se stessi vuol dire spezzare la nostra coazione a ripetere, le nostre tendenze ormai fossilizzate e ritrovarsi vergini, freschi per un nuovo inizio. Se ogni tanto non moriamo a noi stessi non diamo luce agli altri noi stessi in attesa.

  9. Modo presentazionale degli eventi. Questo è il concetto, e questo vediamo accadere in poesie presentate come esempi di questo modo di procedere. che non hanno più l’aspirazione a definirsi tali. Un procedere verso l’annientamento. Se passa che l’unico rapporto tra l’Io e il mondo, avviene attraverso la reciproca negazione, che tipo di arte è possibile? Il superamento della mimesi nell’arte è un fatto assodato (abbiamo capito cos’è), mettiamoci anche quello dell’espressionismo, del lirismo, del simbolismo (tutto superato?!). Rimane la presenza degli eventi, il loro darsi a noi. A noi molteplici, franti, alienati e spaesati. Il poeta è quello che fotografa il nulla che gli sta intorno. Cosa emerge oltre al dolore, al delirio della paura? Lui stesso è un atomo (scisso-mai stato integro) di questo nulla. Che tipo di poesia è possibile? E soprattutto ci piace?

  10. Si può dire dell’astrattismo nelle arti visive che esso sia, per molto semplificare, un linguaggio non condiviso. Colori, forme, luci, materiali e, quando c’è, anche del movimento, non sembrano appartenere al mondo.
    Mi sono chiesto: ma un astrattista che voglia scrivere poesia astratta, come potrebbe fare? Le parole sono suoni che hanno significato, e il discorso regge se consequenziale e logico… che per un astrattista equivarrebbe a disegnare con realismo qualcosa che non si può vedere.
    Bel dilemma! Finché mi sono reso conto che del discorso possiamo benissimo conservare l’impostazione, a patto che lo si svuoti nella sintassi. Per preservarne il suono. Così che ogni discorso sembri tale. Anche se tale non è. Del resto questo è ampiamente dimostrato da Tomas Tranströmer, il quale per allestire versi rinunciò a servirsi di ogni qualsivoglia forma di poetico. E ci riuscì.

  11. Ho qui il testo di Tomas T. “Poesia dal silenzio”. (probabilmente solo una tappa – grande – del suo percorso).

    Da “Epilogo”
    “Alle 18 arriva il vento
    irrompe con fragore nella via del villaggio
    al buio, come una schiera a cavallo. Quanto
    gioca e perde l’angoscia nera!” […]

    Ho scelto dei versi quasi a caso, tra i molti. Non sembra assente la forma poetica ( quella intesa come “allestimento”, convenzione… sì). C’è invece il respiro dell’autenticità (per noi facile a dirsi – è premio Nobel), il senso dell’andata e ritorno da un’immersione nella solitudine del paesaggio (esterno-interno) che lo fa riemergere con uno sguardo più terso e “spoglio”, che però non è mai estraneo o indifferente (si potrebbe azzardare solidale-empatico)

    Qui sotto, la situazione è diversa, come si può intuire. Si passa dalle immagini di una esperienza (motel sulla E3) alla camera-corsia di un ospedale (è ragionevole leggerlo come tale)

    Nella stanza un tanfo già sentito
    tra le collezioni asiatiche di un museo:

    maschere tibetane e giapponesi contro una parete chiara.
    Ora però non sono maschere, ma volti[…]

    Qui c’è un dolore che non chiama sé dolore.

    Benvenuto nelle gallerie autentiche!
    Benvenuto nelle galere autentiche!
    Le autentiche grate! […]

    I nostri occhi sotto la benda stanno spalancati…

    Poiché i margini alla fine si alzano
    oltre le sponde e inondano il testo […]

    Qui c’è un’altra specie di viaggio nel paesaggio, che riguarda stazioni-esperienze dolorose della vita – malattie – relazione con gli altri e con sé stessi.
    Alla fine appare un uomo (chi sia è da leggersi e scoprire – lui, noi? – diverse possono essere le allusioni o interpretazioni), l’immagine di una montagna e di una chiocciola (l’uomo stesso è quella chiocciola – casa piccola “indistinta”, ma “vincente”, con “molte stanze” ( le parole virgolettate sono le sue).
    Chiocciola e montagna sembrano confluire l’una nell’altra.
    “Egli cresce da essa ed essa da lui.
    E’ la sua vita, è il suo labirinto.

    C’è uno spegnersi della voce interna,una specie di raffreddamento, ma non è mai assente il sentimento, il legame con il mondo naturale, il desiderio di comunicare, la luce misteriosa di una sua speciale “costellazione”.
    Luce è un termine abusato, ma efficacissimo. E’ quella che cerchiamo al mattino appena svegli, e di notte nell’oscurità.

  12. cara Paola Renzetti,

    mi fa piacere la tua citazione dei versi di Tranströmer, che convalidano la nostra direzione di ricerca, infatti il poeta svedese ha utilizzato per primo in Europa lo stile nominale e una pratica del discorso poetico che privilegia la presentazione diretta degli eventi. Tutta la nostra impresa denominata nuova ontologia estetica poggia sulle ricerche filosofiche dei pensatori post-heideggeriani, ricerche che ci forniscono una sponda filosofica indispensabile per costituzionalizzare la nostra direzione di ricerca. La regola aurea infatti è questa: il discorso diretto promana direttamente dagli oggetti ed è indipendente dalla presenza o meno del soggetto. Ed è ovvio che il discorso diretto privilegi la presentazione degli oggetti colti nella loro temporalità, nella loro propria attimità e non di quella del soggetto. Il soggetto deve essere lasciato fuori-campo o fuori-cornice. Il soggetto [del novecento] è stato de-fondamentalizzato. È questa la chiave di volta della pratica artistica denominata nuova ontologia estetica.

    Ecco cosa scrive Adriano Ardovino nel saggio I sentieri della differenza. Per un’introduzione a Heidegger – A. Ardovino (cur.), Sentieri della differenza. Per un’introduzione a Heidegger, NEU, Roma, pp. 137-149 [ISBN: 978-88-95155-32-6] :

    […] i fenomeni durativo-acustici [si] sottraggono rispetto a quelli visivo-spaziali, all’oggettivazione. Di seguito, trovandosi ad oltrepassare il linguaggio formale in termini ipotecati da metafore, Heidegger parla di «un salto» oltre la rappresentatività, e lo raffigura come «distacco» (Sichabsetzen [da cui Ab-satz]) dal «fondamento» in direzione di un «Abgrund». Ed infine, chiedendosi verso dove ci si lasci andare con un salto spiccato da nessuna sponda, ritorna sull’equivoco temporale interno al suo pensiero di fondo e conclude: «ci lasciamo andare […] verso il luogo in cui ci è già concesso di stare (eingelassen sind): verso l’appartenenza (Gehören) all’essere», che, infatti, anch’esso appartiene a noi, solo a noi potendosi presentare (an-wesen) ed essendo,come noi, nell’evento della differenza «offerto-assegnato» (übereignet).

    A tal punto non è dato registrare una scansione tra il senso, l’appello dell’identità, e il significato della formula che lo esprime, che il tempo della raccolta originaria è per Heidegger non un momento, bensì un luogo
    prima dello spazio, un tempo – luogo precedente (Vorort), dove già sempre si è, da dove quindi mai veramente ci si è mossi e dove non si perverrà storicamente, visto che ci si circola internamente ed in modo costante.E non è forse un caso che, volendo rintracciare le origini della parola Ereignis, del nome che indica questo inafferrabile e perciò stesso innominabile evento dico appartenenza e di traspropriazione, Heidegger ripassi, proprio in questo testo, dal registro acustico a quello visivo, individuando nel verbo «er-äugnen», «adocchiare», il senso più autentico dell’evento. La cui intraducibile parola, inoltre, per sottrarla alle consuetudini linguistiche, va intesa come singulare tantum, liberandosi così,dalle sue latenti armonie, un senso di «subitaneità» che non risponde alla logica del numero e delle distinzioni, delle diversificanti articolazioni temporali.

    Subito dopo però, per alludere all’eventualità del transito attimale ed epocale che conduce al «risanarsi» della «imposizione», cioè alla
    Verwindung del Ge-stell tecnico, Heidegger, che non distingue tra stagioni del pensiero ma solo accenna alla non storicizzabile differenza tra loro, allarga lo spettro di quello cosmico e spaziale al registro acustico-musicale, e parla del «Ge-stell come costellazione di essere e uomo», vale a dire un «preludio di ciò che Er-eignis significa (heißt)». La costellazione del Ge-stell, il nome non parafrasabile che condensa il destino della tecnica, è un preludio interno a quel più ampio gioco dell’eventualità,«fluttuante costruzione», «dotato di oscillazioni sue proprie», che è il linguaggio, in cui solo può essere deferito, senza mai dirimersi ed essere risolto, l’intreccio di essere ed ente.

    E tutto ciò proprio affinché nella stessa impositività del Ge-stell si riesca a sprigionare l’eventualità di un vincolo liberante, come dirà altrove (lo analizzeremo più avanti) Heidegger. A ben vedere non sono necessarie azioni affinché l’autentica provenienza dell’essere si manifesti all’uomo. Lo dimostrano già alcuni passi del seminario dedicato alla Costituzione onto-teo-logica della metafisica. «La differenza si mostra propriamente allo sguardo (Blick)», ciò indicando che alcun decorso o intervallo temporale è dato scorgere nell’istantaneità di questo colpo d’occhio.Semmai è proprio il nostro tentativo di rappresentare la relazione a subire le ipoteche della discorsività, e a ridurre la «differenza» a mera «distinzione (Distinktion), ad artificio del nostro intelletto». Tra i due stadi, nei quali prende corpo l’inevitabile e strutturale oblio della differenza nella distinzione, il suo velamento destinale, non è però possibile articolare e concettualizzare alcun legittimo passaggio.

    Tale passaggio, se fosse anche solo scandito, ripresenterebbe al suo interno l’aporetica inversione di rango, per la quale il decorso naturale del tempo finisce per rivelarsi la condizione dello stesso individuarsi, in esso («molto prima»), di un momento, un luogo o una provenienza originaria dell’evento e della differenza. In questo modo la distinzione si rivelerebbe anteriore al suo stesso sfondo di provenienza, vale a dire alla differenza. L’astratta distinzione sarebbe, in grazia di un indedotto rovesciamento (Umkehrung), il criterio di esplicazione della stessa differenza, dell’evento che cioè fa essere la distinzione nel momento in cui sisottrae alla sua presa identificante. Per Heidegger, invece, originaria è la differenza e cooriginario le è per noi, coappartenenti all’essere, l’oblio, il cui accadimento non è temporalizzabile, o è poeticamente distinguibile solo nei termini di una detonazione (Sprengung),metafora stessa dell’evento. Il transito dall’essere all’ente, e dalla differenza alla distinzione, non è un moto reale o storico, essendosi nell’originaria differenza già da sempre compiuto. Heidegger lo denomina una Überkommnis, un «approdo» nel quale l’essere trova «rifugio» (sich birgt) e si «nasconde» o meglio si «vela» (verbirgt) in ciò che ha «svelato» (entborgen).L’«approdo» senza transito della Überkommnis, altrettanto che lo sguardo di poco prima, presenta il tratto essenziale di una continuità non temporalizzabile. Essa può, in senso storico e fenomenologico, tanto essere esteso al lungo corso della tradizione, quanto essere contratto nella cesura infinitesimale dell’istante.

    L’istante è imminente e sovrastante, in-stante, «sopravviene» (überkommt), tanto imprevisto quanto lui solo adocchiante e appropriante i termini della relazione. Si tratta di un legame asimmetrico, non di una concreta relazione, transitiva e bilaterale. In essa la Ankunft, l’approdo nella disvelatezza dell’ente, appartiene alla Überkommnis, svelante e celante, ancor prima che questo si riversi e transiti in quella. Nel testo sulla Costituzione onto-teologica della metafisica è proprio in questo punto concernente lo stringente e attimale passaggio dell’essere nell’ente,decifrato in termini di inarticolabile movimento di «approdo» ed «arrivo» (nel quale, paradossalmente, l’arrivo si dà ancor prima dell’approdo), è proprio in questo punto che Heidegger, come già visto, aveva scritto che «essere» ed «ente» si«dispiegano» (wesen) come «differenziati a partire dallo Stesso, dalla di-stinzione (Unter-schied)». E tale «di-stinzione», nella sua equilibrante divaricazione «è lo svelante-velante deferimento di entrambi».

  13. Caro Giorgio, in realtà vedo la vostra proposta come un cammino di ricerca, che attrae per i contenuti offerti, la possibilità di dialogo (con non poche spine – qui però sta anche l’attrattiva – se le cose sono troppo facili o acquiescienti, che ricerca è?!). Non posso dare nessuna convalida – ci sono cose che mi lasciano perplessa. Vedo delle interpretazioni, secondo me, troppo univoche, anche nella lettura di fenomeni artistici. Non mi convincono la presa di distanza totale, rispetto alle poetiche novecentesche e l’insistenza sulla estraneazione, sulla completa uscita di scena del soggetto (non la credo possibile) in poesia, in nessun campo della vita e dell’arte, e non la considero neanche auspicabile. Siamo così ingombranti per poter lasciare completamente la scena! Non è nella nostra natura!? Questo non vuol dire propugnare ritorni che portano a regressione, ripetizione. Purtroppo il linguaggio, quando tenta di definire, è di per sé parziale, ma per un minimo di chiarezza, il rischio va corso. Sembra di stare in una foresta fitta, fra rami e liane che “velano” , fanno da schermo. Basta scansare, qualcosa si vede, tanto da passare oltre. Si intravede un chiaro di cielo e poi nuove velature. Questo pare il destino attuale. Grazie e buona giornata a te e a tutti.

  14. Care amiche, cari amici, su invito di Giorgio Linguaglossa (che qui ringrazio) mi permetto di proporre una mia recente poesia/riflessione sul mondo contemporaneo.

    LA FENICE DIGITALE

    I fili si aggrovigliano

    nelle mutazioni del senso,

    catene montuose confluiscono

    nel vagabondaggio degli oggetti,

    segmenti della transizione

    dispongono le sentinelle

    lungo le linee della mano,

    dispiegano le sembianze

    disputando al caso

    la direzione del vento.

    Il castello si spoglia delle mura,

    diventa ballerina

    che volteggia tra sciami

    di polvere d’oro,

    pioggia che cade

    scivolando da bottiglie siderali.

    Il sipario è specchio del visibile

    e la speranza,

    latitante e luminosa,

    cammina e sospira

    attraverso teoremi che fluttuano

    in attesa di dimostrazioni,

    verso un gregge di ormeggi

    che brilla in fondo al deserto.

    Vagoni di ombre

    delirando per lunatici binari

    precipitano in bocca a un cane

    che corre contro il tempo.

    Con il passaporto bruciato.

    Il convoglio si ferma

    alle soglie del segno.

    Trama e ordito si stringono

    Intorno a un nodo d’inchiostro,

    tutti gli angoli convergono

    nel cuore della notte:

    capitelli spettinati

    circondano fragili congetture,

    luminosi merletti

    tratti da sacre scritture,

    i pilastri della nostalgia

    si riflettono nel lago del sogno.

    L’esercito di terracotta

    è schierato a difesa

    dell’ombra dell’imperatore

    e nel ventre della balena

    il profeta ha consumato

    tutte le parole.

    Dalle ceneri risorge

    La fenice digitale

    Ideogrammi al neon

    si accendono e si spengono:

    (DIS)ORDINE

    (IN)GIUSTIZIA

    (DIS)INFORMAZIONE

    Il profilo della nuova cattedrale

    Brilla nella memoria artificiale,

    ma senza linee né contorno,

    lo schermo bianco è altare

    la preghiera un’onda di icone.

    Un cielo di gesso si stende

    sull’epidermide della sfinge.

  15. caro Lorenzo Pompeo,

    dirò che il si impersonale con il quale inizia la tua poesia (e poi prosegue) indebolisca piuttosto che rafforzare il discorso poetico, il quale procede come per suo conto di astrazione in astrazione… come dire che la poesia è priva di punti di appoggio, e i punti di appoggio sono i correlativi oggettivi, il perimetro degli oggetti, in altre parole: le cose… nella tua poesia quello che manca, a mio avviso, sono proprio le cose, gli oggetti… Capisco il tuo cercare di oltrepassare il Cogito, la prima persona singolare, ma così facendo precipiti nel si impersonale e nelle astrazioni, con conseguente abbondanza di aggettivazione. Il problema è proprio lì, penso, nel «vagabondaggio degli oggetti». Il fatto è che noi, una volta privi di oggetti, ci accorgiamo che restiamo privi anche della nostra soggettività.
    E poi un ultimo appunto, se me lo consenti: lo spazio tra un verso e l’altro mi sembra che interrompa la lettura, la renda più difficoltosa…

  16. […]
    «già l’arte è inutile per gli usi dell’autoconservazione- e la società borghese non glielo perdonerà mai del tutto – e allora deve rendersi utile mediante una specie di valore d’uso, modellato sul piacere dei sensi. Così si falsifica, allo stesso modo di come si falsifica l’arte (…) il piacere sensoriale conserva qualcosa di infantile quando si presenta nell’arte in maniera letterale, intatta. Solo nel ricordo e nella nostalgia, non come copiato e come effetto immediato, esso viene assorbito dall’arte (…)»1]
    […]
    «All’ontologia della falsa coscienza appartengono anche quegli aspetti nei quali la borghesia, che tanto liberò lo spirito quanto lo prese alla cavezza, accetta e gode, dello spirito, proprio ciò in cui non riesce completamente a credere – maligna anche contro se stessa. Nei termini in cui corrisponde ad un bisogno socialmente presente, l’arte è divenuta in amplissima misura un’impresa guidata dal profitto: un’impresa che prosegue finché rende e con la sua perfezione aiuta a superare l’inconveniente di essere già morta».1]

    «L’oscuramento del mondo rende razionale l’irrazionalità dell’arte: essa è la radicalmente oscurata»1].

    «Nel mondo disincantato il fatto arte è… uno scandalo, riflesso dell’incanto che il mondo non tollera. Ma se l’arte accetta tutto ciò senza lasciarsi scuotere, se si pone ciecamente come incanto, allora, contro la propria pretesa di verità, si abbassa ad atto di illusione e allora veramente si scava la fossa. In mezzo al mondo disincantato anche la più remota parola di arte, spogliata di ogni edificante conforto, suona romantica».1]

    1] T.W. Adorno Ästhetische Theorie, Suhrkamp Verlag, Frankfurt, trad. it di Enrico De Angelis, Teoria estetica, Einaudi, 1975 pp. 21 e segg.

  17. L’arte è inutile per gli usi dell’autoconservazione e la società borghese non glielo perdonerà mai del tutto e allora deve rendersi utile mediante una specie di valore d’uso, modellato sul piacere dei sensi […]

    Nei termini in cui corrisponde ad un bisogno socialmente presente, l’arte è divenuta in amplissima misura un’impresa guidata dal profitto: un’impresa che prosegue finché rende e con la sua perfezione aiuta a superare l’inconveniente di essere già morta […]

    L’oscuramento del mondo rende razionale l’irrazionalità dell’arte: essa è radicalmente oscurata. […]

    In mezzo al mondo disincantato anche la più remota parola di arte, spogliata di ogni edificante conforto, suona romantica.

    Queste parole di Adorno, nella sua Teoria Estetica, sembrano scritte per noi. Un’ analisi lucida (viene forse da un altro mondo?) realistica, che non dovrebbe far dormire sonni tranquilli agli artisti. Niente conforti edificanti, niente illusioni. Non si rende un buon servizio, nell’adattarsi al valore d’uso dell’oggetto artistico, anche poetico. Un avvertimento opportuno a non cullarsi su piaceri estetici, ma a stare invece con occhi aperti e non rinunciare a una lettura critica dei fenomeni sociali e culturali. Chissà che l’arte (data per morta) non possa (dopo spogliazione) ritrovare una nuova rinascenza.

    L’oscuramento del mondo rende razionale l’irrazionalità dell’arte ( razionale lo leggo come un addomesticamento, un asservimento più o meno consapevole ai poteri di oggi). Per l’arte non ci può essere destino peggiore, che non quello di una razionalità “orientata”, in un mondo oscurato.

  18. Posto qui una lettera inviatami da Renato Minore.

    Caro Giorgio,

    scopro solo ora (sono in un periodo di distrazione virtuale) la tua nota. Come diceva Eliot: Oggi ho scritto una poesia debbo capire cosa vuol dire…Quello che scrivi mi fa capire molte cose, sei entrato nei versi giungendo da una direzione che ti ha permesso di trovare l’entrata giusta, quella del rapporto tra l’io e gli altri, l’io e il mondo e poi quel giustissimo discorso su come vivere, gestire la memoria…hai anche inserito dentro una logica il mio orizzonte giapponese con poesie che (ora me ne accorgo) con la loro traduzione/ reinvenzione davano polpa senso anche direzione a ciò che andavo scrivendo. Indipendentemente dal punto di vista che può non coincidere, la lettura critica della poesia deve essere (per non ridursi al minimale all’impressionistico) un corpo a corpo di idee e di pensieri che la mettono in gioco. Tra le altre tue virtù hai anche questa, di dimostrarlo assai bene.
    Grazie ancora.
    r.

  19. Renato Minore, O caro pensiero, nino aragno, 2019, pp.100

    Una poesia di Renato Minore con una mia breve nota di lettura

    Un serio lavoro sul Logos ha condotto questa recente poesia di Renato Minore a misurarsi con quel senso di “vuotezza” d’una camera da tè o di tantissima architettura giapponese, come esemplarmente appare in questi versi:

    “[…]Diventa triste
    un pesce solo
    nella vaschetta
    ma basta mettergli
    davanti uno specchio
    per farlo contento”,

    quel «vuoto» del foglio bianco dei disegni e delle pitture di artisti giapponesi che contrasta con il «pieno» di quasi tutta l’arte occidentale, quasi a voler vincere, come affermò a suo tempo Gillo Dorfles in “Ultime tendenze dell’arte d’oggi”, tutto l’«horror vacui» che la pervade.

    Come intensa si avverte in questo Renato Minore la forza attribuita all’immagine, anzi, (ricordando il titolo del libro di Filomena Rago, quasi tranströmeriano), alla “immagine di una immagine”che il poeta affida a uno specchio.

    Giorgio Linguaglossa dunque fa bene nella sua nota critica a sottolineare l’ontologia della immagine affidata ad Andrea Emo:«Ogni immagine è immagine del nulla e in questo senso l’immagine è ontologica».

    Un altro aspetto emerge da questi versi odierni di Renato Minore: il rapporto stretto che si avverte fra fotografia e poesia, fra parola e immagine sottratta al flusso della storia e cristallizata nel tempo in una estetica dell’istante infinito (il pesce solo nella vaschetta) grazie alla quale, per dirla con Roland Barthes de La camera chiara:”l’età della fotografia corrisponde precisamente alla irruzione del privato nel pubblico…”; ma questo ci porterebbe lontano. Pesce-vaschetta-solitudine-specchio forse per il poeta sono i correlativi oggettivi eliotiani della condizione dell’uomo nel mondo, forse sono perfino le parole-chiave sulle quali Renato Minore incardina la sua Weltanshauung.

    (gino rago)

  20. Pubblico la e-mail di Renato Minore da poco ricevuta e lo ringrazio per avere apprezzato le mie riflessioni sui suoi versi
    (gino rago)

    Caro Rago,

    ora vedo la sua nota anche on line.
    Le parole di chi ci legge (e legge) sono sempre un di più di conoscenza e di trasparenza rispetto a ciò, a quel poco che si sa, quando si scrive.
    Le sue parole sono preziose e quel nesso finale pesce-vaschetta-solitudine-specchio le trovo particolarmente illuminanti su ciò che provo a mettere in versi.
    Grazie davvero,
    rm

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