La Nuova Poesia di Marie Laure Colasson, Francesca Dono, Mauro Pierno, L’evento delle cose è la loro semplice presenza, la magia del loro essere qui, Il benservito alla poesia euforbica ed ergonomica, Riflessioni di Giorgio Linguaglossa, Lucio Mayoor Tosi

 

Botticelli polittico

Giorgio Linguaglossa

La lezione che ci viene da Mallarmé è che, da quando si è dichiarato che «Dio è morto», il poeta moderno è obbligato a crearsi PRIMA una propria metafisica, e soltanto DOPO può iniziare a scrivere poesia. Ecco la ragione che ci spinge da tempo a delineare il perimetro e i contenuti di una nuova metafisica. Senza metafisica si finisce per creare una poesia acefala, una poesia comunicazionale, una poesia-chiacchiera.

il linguaggio di Celan sorge quando il linguaggio di Heidegger muore,
volendo dire che il linguaggio della poesia – della ‘nuova’ poesia –
può sorgere soltanto con il morire del linguaggio tradizionale
che la filosofia ha fatto suo, o – forse – che si è impadronito della filosofia.

(Vincenzo Vitiello)

Più volte mi è stato chiesto che cosa esattamente intenda quando parlo di «patria metafisica» e di «patria linguistica» con riferimento alla poesia. La domanda è pertinente ma sarebbe sciocco pensare che io possa dare una risposta conclusiva ed esaustiva e che magari possa racchiudere la risposta in una o due paginette. A chi abbia la voglia di andare a leggersi i moltissimi interventi da me fatti su queste colonne, anche riguardanti poeti contemporanei, può trovare dispersi qua e là degli spunti, delle idee…

Qui posso dire soltanto che le parole fondamentali, le Grundwörter, che hanno segnato il cammino del pensiero occidentale, sono quelle che hanno pronunciato i grandi poeti del novecento. La verità si dà soltanto nella forma della costellazione scrisse un giorno Benjamin. Occorre andare a studiare la costellazione delle parole fondamentali di un poeta per accorgersi quanto la costellazione delle parole fondamentali di una poetessa come Maria Rosaria Madonna (1942-2002) sia distante dalle parole di Zanzotto o di un tardo Fortini… Ecco, quelle parole formano un cerchio. Sono sempre quelle parole che stanno dentro quel cerchio che producono senso, e non altre. Le parole di una patria linguistica sono segretamente imparentate tra di esse, e tutti questi legami stabiliscono una parentela e fondano una patria, una patria metafisica. Il poeta abita quella patria e non un’altra. Un poeta non può cambiare patria linguistica. Può evolvere, sviluppare certe metafore fondamentali ma sempre all’interno di una determinata patria metafisica e linguistica.

Ci sono epoche caratterizzate dall’attesa, attesa che si verifichino le condizioni affinché una patria metafisica possa sorgere. E questa attesa può anche durare decenni o, addirittura, secoli. In questi interregni temporali la poesia che si farà sarà una poesia priva di patria metafisica, e quindi destinata ad essere perenta, insignificante, ed essere dimenticata.

Ci sono poeti che con il loro lavoro preparatorio, con i loro avamposti creano le condizioni affinché una patria metafisica delle parole possa finalmente trovare luogo. Questo lavoro preparatorio dei poeti non è mai vano, prima o poi arriverà un poeta che raccoglierà i loro sforzi e troverà una patria metafisica presso la quale abitare. Ed entrerà ad abitarvi, condividendone il destino. Perché il destino di un poeta è scritto nella sua patria metafisica e linguistica. Lì, non si può mentire o barare.

Il linguaggio di Maria Rosaria Madonna potrà sorgere soltanto quando il linguaggio di Zanzotto e di Fortini sarà tramontato per sempre. Ma, allo stesso tempo, il linguaggio di Madonna apre le porte e preannuncia la poesia di Mario Gabriele e quella di Gino Rago.

Francesca Dono

da ci tocca nominare il Nulla

/…/

Dall’occhio del ciclone la margarina non mostra prove. Reale il raschiosulle case popolari. La polpa vegetale appanna i tetti e le antenne.Per l’oscurità blu sottosuolo. Tanto sudiciume sfregato contro le finestre. Mr. Crocodile scarta un bambino alla volta. Sono doni-dice-Come caramelle
comprate col bancomat. Un mercoledì ordinario.Peso del tempo.

/…/

apnea dei vestiti. Il quark ha composto rigonfiamenti e pianure. Lunghe notti di letargo.Tutto per far appassire la boa luccicante. Una cazzata cherry pop . Abbandonata a se stessa. Capite l’elemosina? Pungere le orecchie-Signorina Pearl – A misura del foro istantaneo.La luna sbadiglia con i corbezzoli della ruggine.

Dieci minuti.Venticinqueottobreduemiladiciannove. Un rantolo discute con la morte .Musica di frodo.

/…/

zigzag sulla rosa artica/Metà senza petali/L’altra parte discesa al pietrisco/Abbassare la testa e seguire il dorso tremante/ Un’ombra nel nido freddo/

[Francesca Dono nasce a Reggio Calabria. Si laurea in Scienze Sociali poi si trasferisce a Milano dove vive e lavora. Scrive già a sei anni la sua prima poesia. Comincia a dipingere e fotografare all’età di sedici anni. La sua pittura spazia dal tradizionale al digitale. Tante le opere poetiche selezionate e inserite in varie raccolte ed antologie del panorama piccolo-editoriale nazionale.]

Commento di Giorgio Linguaglossa

Eccellenti composizioni, Francesca Dono, con questi lavori sei entrata a pieno diritto nella nuova ontologia estetica. Certo, nominare il nulla non è affare di poco conto, hai dato il benservito alla poesia euforbica ed ergonomica che va di moda nella nostra epoca di autostrade digitali e di automobili digitali che ci narrano delle adiacenze dell’io postruista. Quello che mi colpisce in questi tuoi lavori è la disconnessione semantica, sintattica e ontologica del tuo procedere linguistico, il non dar conto di nulla a nulla, e lo fai con una fragranza asciutta e priva di utopia, priva di progetto. È il tuo account, sono i nuovi avatar ciò di cui tu narri… o meglio, non narri. E, così facendo e disfacendo nomini il nulla. Complimenti.

Tre poesie inedite di Marie Laure Colasson

19.

L’albatros
à bras le corps suspendue elle veut
l’eau transparente les miroitement des poissons
des fonds marins

Les yeux au ciel bleu
mélodie modulée
piano et violon se répondent
fusion velours des instruments

Corps à corps des échanges des pulsions
eros chimique voluptueux

Les oranges les bruns les rouges s’entrelacent
tranchés de noir
quelques taches de blanc pour une lumière à cru

Les murs des villes
fissures et lézardes enduits couleurs-plastiques
grisailles sanglantes déchirures

*

L’albatro
sospesa stretta forte lei vuole
l’acqua trasparente lo scintillio dei pesci
dei fondali marini

Gli occhi al cielo azzurro
melodia modulata
pianoforte e violini si rispondono
fusione velluti degli strumenti

Corpo a corpo scambi pulsione
eros chimico voluttuoso

Gli aranci i bruni i rossi si intrecciano
trinciati di nero
alcune macchie di bianco per una luce a crudo

I muri della città
fessure crepe intonaci color plastica
grisaglie sanguinanti lacerazioni

20.

La lumière cristalline oeuvre sur son mental
et gaiement son corps exulte

Ler étoiles brodées de quatre lettres
des peuples entiers y participent

Malipiero magicien des sonorités
courtise assidûment Giulietta sur son piano

Une vague brune s’étend au delà des frontières
sans répit l’homme dégueule son venin

Eredia joue à la guerre
tandis que dans ses yeux le monde se renverse

Rupture d’un silence écouté
des miaulements de chats en maraude

Esther court dans l’obscurité
rencontre inattendue d’un espace clos

Una enveloppe cachetée “attenti alle truffe”
contient une escroquerie plus savante

Kantemir Balagov regard pénétrant
sans pitié fait tomber les masques

au sein de ruines de Leningrad

*

La luce cristallina lavora sul suo mentale
e gaiamente il suo corpo esulta

Le stelle ricamate di quattro lettere
di popoli interi vi partecipano

Malipiero mago delle sonorità
corteggia con assiduità Giulietta sul suo piano

Un’onda bruna si propaga al di là delle frontiere
senza sosta l’uomo vomita il suo veleno

Eredia gioca alla guerra
mentre nei suoi occhi il mondo si capovolge

Rottura di un silenzio ascoltato
di miagolii di gatti in sarabanda

Esther corre nell’oscurità
incontro inatteso d’uno spazio chiuso

Una busta sigillata “attenti alle truffe”
contiene una truffa più astuta

Kantemir Balagov sguardo penetrante
senza pietà fa cadere le maschere

nel grembo delle rovine di Leningrado

 

 

21

Le vent fait voler les feuuilles jaunies
ne laissant que l’austère squelette de l’arbre

Laure oublie son sac contenant tout sa vie
ne le retrouve en aucun lieu

Un enfant plus petit que son accordéon
appui sur les touches nacrées

Pietr sandwich eau minérale
plonge dans le vain sens des mots sur son portable

Des poètes aux barbes gourmandes aux pas perdus
sourire amusé de Dostoievski

Sergej en ventriloque déclame
Eeredia n’entrevoit qu’un coeur égratigné

La terre s’ouvre
des hommes murés dans le secret des aurores boréales

Dostoievski retrouve le sac de Laure
feuilles jaunies vains mots fausses barbes accordéon portable

Comme cendre elle reste suele en secret

*

Il vento fa volare le foglie ingiallite
non lascia che l’austero scheletro dell’albero

Laura dimentica la sua borsa che contiene tutta la sua vita
non la ritrova in alcun luogo

Un bimbo più piccolo della sua fisarmonica
preme sui tasti di madreperla

Pietr sandwich acqua minerale
si tuffa nel senso vano delle parole sul suo cellulare

Poeti dalle barbe golose dai passi perduti
sorriso divertito di Dostoevskij

Sergej ventriloquo déclama
Eredia non vede che un cuore graffiato

La terra si apre
uomini murati nel segreto di aurore boreali

Dostoevskij ritrova la borsa di Laura
foglie ingiallite vane parole false barbe fisarmonica cellulare

Come cenere rimane sola in segreto

Commento

In queste composizioni di Marie Laure Colasson ci troviamo di fronte al dimagrimento e alla essenzializzazione della struttura frastica: dimidiamento degli aggettivi, eliminazione della punteggiatura, adozione del distico, adozione dello stile nominale, precedenza assoluta al sostantivo e al nome proprio, eliminazione delle particelle connettive del discorso, adozione sistematica del salto e della disconnessione sintattica, impiego della peritropè, interruzione sistematica dell’unità frastica. Tutti elementi strutturali di un periodare che punta alla essenzializzazione del discorso poetico. Che sia una poetessa francese, ultima in ordine di tempo pronipote legittima di Mallarmé, ad operare un simile disboscamento degli elementi non essenziali del discorso poetico, non può non colpire. Ciò vuol dire che questa spinta alla essenzializzazione del discorso poetico è un comune sentire che è presente da tempo in tutta Europa, si avverte che c’è un bisogno di alleggerire il discorso poetico di tutti i tropi eliminabili e non strettamente indispensabili. Ed è quello che tenta di fare la nuova ontologia estetica.
Dostoevskij, Eredia, Sergej, Laura, Pietr, Kantemir Balagov etc sono nomi, indicano avatar, account, mittenti spogliati di significazione secondaria e primaria, sono delle icone semantiche che rimandano al nulla dietro di loro, al nulla che sta dietro e davanti al nostro mondo, si indicano azioni disperse avvenute forse per caso, stocasticamente improbabili, quantisticamente irrelate da entanglement.
Così, noi scopriamo con raccapriccio e rammarico che la poesia ha cessato di essere rappresentativa ed è divenuta presentativa. Si presentano le cose, le parole così come esse sono nel nostro mondo: mere etichette, label, notizie di se stesse che ci raccontano in modo indiretto di un mondo colpito da entanglement e da disfania, un linguaggio insieme disfanico e diafanico, disfonico e disforico, distratto, sfrattato dal reale, dematerializzato e de-semantizzato.

L’evento delle cose è la loro semplice presenza, la magia del loro essere qui, accanto a noi, in modo inspiegabile e insondabile. In tal senso, possiamo dire che l’evento giunge alla sua fine, perché finendo, finisce anche la storia dell’essere che quell’evento racchiudeva. Scrive Heidegger: «Il pensiero che si raccoglie nell’evento», «Che cosa si può dire allora? Solo questo: l’Ereignis ereignet», tutto è trasparenza totale, e proprio per questo, oscurità. L’albatro, simbolo un tempo della purezza e del sublime è diventato metro della trasparenza dell’essere e di tutte le cose, ergo, oscurità, segnale muto, segno cieco, cieca diafania:

L’albatros
à bras le corps suspendue elle veut
l’eau transparente les miroitement des poissons
des fonds marins

Se la metafisica è stata caratterizzata dall’oblio dell’essere e dalla sottrazione di ciò che dell’essere è destinale, quel che viene meno ora, quel che si sottrae è «l’eau transparente les miroitement des poissons», è l’oblio dell’oblio, l’oblio di questo ritrarsi dell’evento: il raccogliersi del pensiero nell’evento equivale purtuttavia alla fine di questa storia che abbiamo subito come sottrazione e velamento. Sottrazione e velamento che appartengono alla metafisica come loro limite, si rivelano invece essere proprietà dell’evento stesso, di cui ci appropriamo e ci dispropriamo. Ciò vuol dire che la sottrazione si mostra adesso come la dimensione del velamento stesso, il quale continua ancora a velarsi, solo che adesso il pensiero non vi presta più attenzione, perché viene colto da smemoratezza e dimenticanza. Ciò che è da-pensare, questa diafania universale, giunge alla sua fine, e il pensiero non vi presta più attenzione per quanto possa ben continuare ancora a esistere la metafisica. Perché ormai che qualcosa vi sia nell’«acqua trasparente», non significa che sia essenziale né significativo per noi giunti al termine della storia dell’essere e della sua metafisica, «les miroitement des poissons» suonano alle nostre orecchie come il suono di un oboe sommerso, come il colore delle barriere coralline in via di disfacimento.

Il pensiero post-metafisico che si annuncia in questa poesia indica allora un modo di abitare le cose in via di sbiadimento, quel modo che abdica ad una presa di possesso del mondo da parte dell’io egolalico ma di un possesso spossessante, di una dis-propriazione, di un alleggerimento di ciò che può essere scaricato, un abitare la mondità senza la presunzione di averne la chiave per il suo accesso e la sua processualità.

(Giorgio Linguaglossa)

[Marie Laure (Milaure) Colasson nasce a Parigi e vive a Roma. Pittrice, ha esposto in molte gallerie italiane e francesi, sue opere si trovano nei musei di Giappone, Parigi e Argentina, insegna danza classica è coreografa di danza contemporanea.]

Mauro Pierno

P.P. Potente e preciso.
ma qualche tentennamento rimane.
Nella citazione
la dimenticanza. Il seme attentamente
inoculato può cosi nuocere alla creazione. Deve necessariamente finire. Lode
alla poesia con la scadenza.
Ha breve termine
la sintassi. Un popolo di formiche sfaticate.
Pure colle borsette dondolanti.
In Acheronte a folle.

[Mauro Pierno, nato a Bari nel 1962, vive a Ruvo di Puglia. Autore di testi teatrali, scrive poesia da diversi anni. È presente nell’antologia –Il sole nella città-2006 La Vallisa, Besa editrice, sue poesie sono presenti in rete su Poetarum Silva LITblog, Critica Impura, π Aperiodico di conversazioni poetiche. Promuove in rete il blog “ridondanze”. Nel 2017 pubblica con Terra d’Ulivi, Ramon.]

Una citazione da Mallarmé, “La disdetta” di Marina Petrillo

 “I poeti che vivono d’ira e
beneficienza
Non conoscono il male
di questi dei oscurati,
Li dicono tediosi e senza
intelligenza”

Lucio Mayoor Tosi

Alle poesie NOE di Francesca Dono si accede per balzo, fin dalle prime parole. Nemmeno per un momento si ha l’impressione di un progressivo allontanamento dalla tradizione. Francesca è scaltra – nella negazione del significato. – In “Squarci”, per sue vie anche Edith Dzieduszycka ottiene risultati di questo tipo, di non significazione.
Comincio a familiarizzare con le poesie di Marie Laure Colasson, e mi piacciono, particolarmente se lette in lingua d’origine. Confesso però di non amare tanto il distico se disposto “ad elenco”. Intendiamoci, la mia obiezione è volta all’aspetto strutturale, qui per me a livello piuttosto basico (Le vent, Laure, Un enfant ecc.), e tuttavia nella fattispecie simile a qualcun altro della NOE.
Ringrazio Marina Petrillo per la citazione di Mallarmé. Molto pertinente ai giorni nostri.

11 commenti

Archiviato in Crisi della poesia, critica dell'estetica, Senza categoria

11 risposte a “La Nuova Poesia di Marie Laure Colasson, Francesca Dono, Mauro Pierno, L’evento delle cose è la loro semplice presenza, la magia del loro essere qui, Il benservito alla poesia euforbica ed ergonomica, Riflessioni di Giorgio Linguaglossa, Lucio Mayoor Tosi

  1. giorgio linguaglossa
    30 aprile 2019 alle 13:33

    cari amici,

    non importa se la mia [la nostra»] poesia possa sembrare ai lettori di oggi, infatuati di poesia ad economia curtense, bella o brutta, lascio la questione agli egittologi, il problema è che io, come Gino Rago e Mario Gabriele siamo arrivati a questa nuova concezione della forma-poesia dopo più di trenta anni di tentativi e di ricerche. Una fatica di Sisifo. Colpi a vuoto, pennellate fuori posto, poesie sbagliate: un lunghissimo tragitto di erranze e di errori stilistici… Ma la direzione della ricerca era quella giusta… Occorreva una enorme dose di tenacia e di cocciutaggine… Fare, costruire, plasmare un «polittico», non è cosa di poco conto, occorre un lavoro stratigrafico enorme… È una poesia dannatamente difficile. Qualcuno obietterà che facciamo poesia incomprensibile, e io obietto: in poesia non si dà democrazia, non tutte le poesie sono eguali, l’eguaglianza è bella nel sociale: siamo tutti uomini e donne, tutti cittadini e quindi tutti eguali dinanzi alla legge. Ma in poesia non è così.

    Ho scritto altrove:

    «l’ordine assertorio della composizione a «polittico» è una risposta in sede stilistica della nuova forma-poesia alla rimozione cancellazione della domanda fondamentale che sta a monte del discorso. Il discorso poetico è sempre una risposta in sede estetica di altre domande extraestetiche. Osservare con la lente di ingrandimento che tipo di risposte dà il discorso poetico può gettare un fascio di luce su alcune problematiche rimosse della nostra cultura. L’interrogatività dello spirito è la componente fondamentale della nuova poesia che chiamiamo nuova ontologia estetica.»

    Ovviamente, anche questi distici di Mauro Pierno sono una composizione a polittico, piccole tessere che abitano un mosaico molto più vasto… E Mauro Pierno procede alla sua maniera, con i suoi utensili: il cacciavite, la lesina del calzolaio, lo sturabottiglie, il cavatappi, la trivella, il tric trac…

    Ecco un pensiero di Derrida estrapolato dal contesto filosofico e psicanalitico in cui è nato ma che noi possiamo applicare tranquillamente al nostro progetto di una «poesia-polittico» nella quale non solo il «pensato» trovi posto ma anche e soprattutto il «non-pensato», il «de-negato», l’«impensato», il «non-tematizzato», il «punto di vista scentrato», l’«incorporazione».
    Il semplicismo di una forma-poesia incentrata sul discorso assolutorio dell’io quale epicentro del reale è, dal nostro punto di vista, del tutto secondario, l’io è un «limite del mondo», come afferma Wittgenstein, non il suo centro e nemmeno il suo epicentro. Nella «nuova poesia polittico», l’io è un punto di vista periferico tra innumerevoli, infiniti altri punti di vista periferici e scentrati. E nient’altro.

    «Il semplicismo del “questo è stato pensato” o “questo non è stato pensato”, il segno ne è presente o assente. S è P.. Si sarà allora tenui nel rielaborare completamente tutti i valori. essi stessi distinti (fino a un certo punto) e spesso confusi dell’impensato, del non-tematizzato, dell’implicito, dell’escluso sull’esempio della forclusione o della denegazione, dell’introiezione o dell’incorporazione, etc., silenzi che lavorano come tante tracce un corpus da cui sembrano “assenti”».1

    1 J. Derrida, La carte postale. De Socrate à Freud et au-delà, 1980 Flammarion, Paris – trad it. La carte postale Da Socrate a Freud e al di là, Milano Mimesis, 2015 pp. 508 € 28, a cura di Luana Astore, Federico Massari Luceri e Federico Viri. p. 359

    • È scomparsa la domanda fondamentale dalle pratiche artistiche. Oggi abbiamo una poesia di surrogati di quella domanda che è scomparsa, che è stata silenziata, abbiamo un’arte da risultato, un’arte di eccipienti, un’arte ricca di effetti speciali, un’arte imbonitoria. Un’arte democratica, cioè innocua.

      «Le categorie psicologiche… sono diventate categorie politiche. Le tradizionali linee di demarcazione tra psicologia da un lato e filosofia politica e sociale dall’altro, sono state rese antiquate dalla condizione dell’uomo della nostra epoca: processi psichici un tempo autonomi e identificabili vengono assorbiti dalla funzione dell’individuo nello stato – dalla sua esistenza pubblica. Problemi psicologici diventano problemi politici: il disordine individuale rispecchia più direttamente di prima il disordine dell’insieme, e la cura del disturbo personale dipende più di prima dalla cura del disturbo generale. L’epoca tende al totalitarismo anche dove non ha prodotto stati totalitari. Fu possibile elaborare e praticare una psicologia come disciplina particolare finché la psiche fu in grado di contrapporsi al potere pubblico, finché vi fu una vera vita privata, realmente desiderata e in grado di creare da sé le proprie forme».

      (Herbert Marcuse, Eros and Civilisation, 1955, trad it. Eros e Civiltà, Einaudi, 1964 p. 47)

      Ortega Y Gasset ha scritto:
      «La vita è una serie di collisioni con il futuro: non è una somma di ciò che siamo stati, ma di ciò che desideriamo essere. L’uomo è l’essere che ha assolutamente bisogno della verità e viceversa, la verità è l’unica cosa di cui l’uomo ha essenzialmente bisogno, il suo unico bisogno incondizionato».2.
      Ma potremmo anche capovolgere l’assunto del filosofo spagnolo affermando che l’uomo è l’essere che non ha assolutamente bisogno della verità, la verità è l’unica cosa di cui l’uomo non ha assolutamente bisogno.

      1 Ortega Y Gasset, Sull’amore, Sugarco, 1996 p. 76

      Ecco alcune poesie che vanno al dunque, al cuore della domanda fondamentale,
      sono di Zbigniew Herbert.

      non ho potuto scegliere
      niente nella vita
      secondo la mia volontà
      il mio sapere
      le buone intenzioni

      né una professione
      un rifugio nella storia
      un sistema che spiegasse tutto
      né tante altre cose
      perciò ho scelto i luoghi
      tanti luoghi di sosta
      – tende
      – locande sulla strada
      – asili per senzatetto
      – foresterie
      – notti sub Iove
      – celle di conviventi
      – pensioni in riva al mare

      i veicoli
      come tappeti volanti
      di una fiaba orientale
      mi trasportavano
      da un luogo all’altro
      assonnato
      estasiato
      tormentato dalla bellezza del mondo

      Poeti della malinconia (Donzelli, 2001)

      Inverno

      adesso penso
      vergognosamente di rado
      alla mia Prima Grande Abbandonata

      evito con cura
      tutto quel che può destare
      panico nei ricordi
      – i luoghi dei nostri incontri
      – gli angoli delle strade
      – i paesaggi
      – le panchine
      – la finestra dove ardeva
      la nostra luce

      dimentico lentamente
      ma inesorabilmente
      il colore dei tuoi occhi

      quello
      che è rimasto
      adesso riposa
      in una scatola di cartone
      i negativi delle fotografie
      le nostre foto senza volto
      se qualcuno passasse
      il dito indice
      sulla pellicola dal bordo tagliente
      scorrerebbe sangue
      cordiale

      un conoscente mi ha riferito
      che la Mia Prima Grande
      adesso vive sola
      se non si conta la compagnia del mare

      è cieca
      e si dedica alla tessitura

      ma cosa tesse
      sui telai carbonizzati

      per me è come
      un binario vuoto

      come l’irreversibilità
      assoluta

      come un annegato pensoso
      con un cappello
      ben calcato sulle orecchie

      che scivola via
      voltando il viso
      al mondo

      come la notte
      davanti allo specchio

  2. DONNA GUERNICA

    La prova del cuoco tra nazioni.

    Contro la geometria.
    Puntare il mitra al cuore del triangolo.

    Appaiono le singolarità. Diventa stupro il Tempo.
    Lapidare un vetro per vederlo levigato.

    Se la trasparenza sapeva di occhi
    non doveva osare. Mitragliato vede più lontano.

    Il fondo pubblicitario alla mescola del sabba.
    Come è possibile che frutti il Nero?

    Tutto perché tornava il conto:
    Serrare due labbra, forzando le altre.

    In diretta dall’utero la semina d’ istanti:
    cerimonia del thè ventre scorticato.

    Il cesario di piombo partorisce fotogrammi
    palpitanti i capelli. Tigri levatrici al dopo assaggio.

    Sangue che annaffia silice.
    Sapore di etere sulle divise, armi alla mano.

    Fiamme corrono senza frusta.
    Toro nel deserto. Madre e urla di cavallo.

    Pablo c’è.

    [JAPIGIA]

    Sparano ai balconi
    Kobane sul canale d’Otranto.

    Onde ferme di fronte.
    Amore saturnino.

    Non ci sono parole che vetrificano meglio.
    Scricchiola l’ordine allo zero kelvin.

    [LA MISURA DEI CINGOLI]

    Tra gli improvvisi ci furono i cingoli
    Buttati come odalische davanti a Polifemo.

    Danzare in un senso, seguire Salomè in un altro.
    Nasce Venere senza accenti sui fianchi.

    Al porto arriva Ulisse. Un maestrale tra le gambe
    La tazzina ha un occhio su ed un altro in giù.

    L’ultimo a orbitare versa tritolo
    In una rosa. Il furbo dice: per Elena.

    Un ciglio fuori metrica
    Una manciata di senecio sul margine del dipinto.

    Si è viaggiato a rovescio fino a Troia.
    Oltre gli eterni, la luna.

    Ripassare la lingua dove il male convince.
    Le porte Scee in un canino.

    Ettore sguaina il vento.

    Achille, nel postfatto è l’immortale
    Ma di lui si sa ben poco.

    Bastava rinnegarlo per venire a capo.
    Un’ipotesi per le mine.

    Erano nel nulla ma poi si accesero.
    Un sorriso di dea, fra i denti.

    Qui invece si misurano le spade
    il loro accento nelle ferite mortali.

    C’è Elena tra i curdi. Tutta per lei la metrica turca
    Perfetta per ritmare russo americano.

    Cucina italiana
    Mestolo di Apollo.

    [PIGAFETTA]

    Pezzi di vetro, scarti di ossa. Il cinghiale ci è passato
    scuffiando, senza fretta.

    L’emersione avviene perché non si sopporta
    la pressione sui timpani.

    Tutto un vuoto riempito dalle Marianne.
    E poi non si è U-Boot abbastanza.

    Un camuffamento in cui sguazzano delfini
    Orche giocano con foche assassine.

    Ritorna Magellano con la corona delle Filippine.
    Pigafetta è morto in un’imboscata.

    Miracolo che qualcuno ricomponga il puzzle.
    Passa Laio, puntuale come alla festa dei diciotto.

    Il numero di Edipo mai estratto.

    Tra gli effetti benefici dello scotch
    La voglia di unire con radici invisibili e poi staccarsi.

    Lembi si sopportano guardandosi
    Incuranti del fumo nel crepaccio di piacere.

    [UNA COPIA DI IO]

    Un’aria gialla, respiro su rami di bella,
    si versò sulla strada.

    Colpiva la sua ingordigia.
    Novembre malato di luglio. Caravaggio.

    Raccontava di cassonetti prestati al gioco dei dadi
    Ma era finito.

    Si tornava al calore delle case,
    le madri dell’infanzia erano nei 2000.

    Persino il cadavere di un uomo veniva mostrato
    per porre fine alla questione del nulla.

    Se davvero fosse stato privo di peso
    non avrebbe confessato e chiesto piombo.

    Torquemada svelò una colpa mai commessa.
    Io preso a caso.

    Come poi si trovasse traccia in un hotel di Trondheim
    Non era dato sapere,

    né la signora occhi fuoco meravigliava.
    Il fiordo raccoglieva i suoi anfratti e poi spariva.

    Doveva essere il giallo a mescolare le onde
    Sovrapporre tempi il suo tiro mancino.

    [I RAGAZZI VOLANO]

    Nelle Borse che contano
    scambiano turchese con pece.

    I ragazzi che volano comprano cielo
    e soli scivolosi.

    Intrigo di liane a cui affidarsi.
    Non volere.

    In fondo i capelli li salveranno
    Rimarrà una ciocca nei crateri.

    Anche se le auto assorbono i rumori
    Ce n’è sempre uno che sfugge.

    Si fa topo nei ragazzi che decidono le ali.
    Perché scompare il terrore dai mercati?

    Ricompare invece nei letti
    Scure onde in cui si annoda il Tempo.

    [APARTHEID]

    Colombi sul prato.
    Ogni becco uno strazio. Api infine

    Il dolce che sanno. Il campo dà
    e riceve. Inesausta creatura.

    Le talpe, i topi e le leggi che fanno
    datura il giglio.

    Vola alto, il poeta.
    Mai nato.

    (Francesco Paolo Intini)

  3. Carlo Livia

    Francesca Dono è uno dei pochi poeti che riesce quasi sempre a incantarmi e ispirarmi: la virulenza istintiva, ferina, delle sue trasgressioni, decomposizioni, incongruenze, slittamenti e fusioni metaforiche è straordinaria. Solo così, rendendo vive e tangibili le immagini dell’inconscio, è possibile dissolvere ” l’illusione della realtà come rappresentazione ” (Montale) e condurre ad una nuova relazione con l’essere, autentica, essenziale, che non si limiti a riprodurre degrado, mistificazioni e violenze del pensiero-linguaggio tradizionale, di cui e schiavo l’uomo monodimensionale, produttore-consumatore ( Marcuse), che sta ottusamente e felicemente distruggendo il pianeta e i suoi abitanti, materialmente e spiritualmente.
    Poeti della sua razza, usando la musica per diffondere le loro visioni, hanno mutato norme estetiche e morali di un’intera generazione di giovani ( Bob Dylan, Lou Reed, Jim Morrison; Patty Smith ). Purtroppo la Dono non scrive musica e non canta, ma non è detto che per vie indirette, lentamente…
    Finchè esistono persone così libere e creative c’è speranza di salvezza, vorrei dirle, ma so che probabilmente non ama questo tipo di apologia, lei che liquida sempre i commenti in poche parole…ma è quello che penso.

    Una domanda per Giorgio: perchè ammira la Dono e non Giulia Perroni? A me sembrano sorelle, cresciute in famiglie diverse.

    METAMORFOSI

    C’era un gran vento, e il suo corpo si decomponeva, sfaldandosi in strisce di materia rosa-trasparente che si staccavano e si perdevano nell’aria. Invano cercavo di afferrarle.

    Le gridai di ripararsi, ma era già diventata una canna. Da lei stessa, dai suoi pensieri, si levava quel vento terribile che la trascinava, aumentando di intensità, finchè la spezzò.

    Stai tranquillo, ora non penso più – mi disse, e rise: era in mano a una bambina che la usava per scavare nella sabbia. Ne estrasse un’anima: il suo nome era “tempesta d’amore”. Mi straziò e mi sparse al vento.

    Le belve caste mi attorniavano, ululavano eterne, plastificate, senza vita.
    La mia disperazione saliva e si ramificava. Alimentava lunghe macchine scure, folli e mansuete, fatte di desideri femminili.

    O Tu, perché mi hai dimenticato? – gemevo nel giardino di marmo. Non potevo vivere, ma suonavo una ragnatela di teste di donna.

    Nessuna sapeva morire, ma una passò il confine, deponendomi in fasce nel saliceto. Colore di vipera e d’attesa.

    E’ lo stesso peccato che si ripete dall’inizio – disse il vestito morto.
    E’ solo un difetto della vista – disse la bella prospettiva dei viali, offuscata dalla tempesta ormonale.

    Io attraversavo corpi d’ambasciata, nascosto in un’antica canzone.

    Guarivo lentamente il delirio delle sagrestie.
    Affondavo nell’amplesso immobile, con le creature d’ostia, deliziose, impossibili, inevitabili.

  4. Carissimo Carlo,
    diciamo che sono l’ultima persona in grado di poter scrivere un commento decente. Non ho il tempo necessario essendo una donna lavoratrice e non solo. Sinceramente non amo molto parlare di me. Non ho nulla da dire in merito tranne accettare il fatto che sono un essere primitivo e hic et nunc. Grazie per la stima, Carlo. Cantare? A volte sotto la doccia. La musica è quella che accompagna la strada. Complimenti a lei, invece! Davvero un bel testo!!

    P.S.
    Recentemente sono stata (cosa più unica che rara) ad un evento di poesia. Il presidente chiedeva ad ognuno cos’è la poesia? Oddio! Beh….è toccato anche a me. Allora l’ho anticipato e ho detto: se mi chiede cos’è la poesia ,mi mette con le spalle al muro. Per me la poesia è un mezzo per conoscere e per conoscere occorre scandagliare la vita della lingua….

    Grazie Ombra! Pierno docet…..

  5. di notte i porci guardano le ghiande cadere

    di notte i porci guardano le ghiande cadere. Un turbine di vischio.
    Rinsecchito e incurabile. Si fa vecchio il muso. Green sociality.

    Fango magnifico dell’alba.La donna alla finestra vuole diventare
    di alabastro. Algoritmo delle trincee nei corpi.

    Chi avrà vinto? Una creatura vale l’altra. Due anni in incubazione.
    Sotto il copricapo aderito al nero. Da qualche parte il Carrefour ha
    separato gli ortaggi dalla carne.

    A sorsi barcollanti. Domani sarà lo stesso. Territorio di talenti elementari.
    Stupide nuvole d’acqua. Con calma diamo da mangiare agli animali.

    Pangea! Il sole è fuggito.

  6. In particolare mi sono piaciute le liriche di M. L. Colasson: una vena romantica ma non corriva.

  7. Due polittici in distici di Giorgio Linguaglossa
    Commenti di Gino Rago

    1-
    Giocatori di golf impugnano il bastone da golf

    Un prato verde. Persone in tweed fumo di Londra
    camminano in fila,

    si tengono stretti alle spalle di chi precede.
    « …….»
    Avenarius suona il campanello di casa Cogito,
    ha litigato con il Signor Retro.

    Il Signor Google fuma un sigaro di Sesto Empirico
    e il filosofo va su tutte le furie.

    Persone in casacca gialla e pantaloni bleu giocano a golf,
    giocano a golf.

    Una pallina bianca rotola di qua e di là.
    Un valletto percuote il gong.

    Una folla tra la ghiaia, il prato verde e lo specchio.
    Un pappagallo verde. Un orologio giallo.

    Hockey in casacche striate, pantaloni bleu.
    Palline bianche che rotolano sul tappeto verde

    di qua e di là.
    Giocatori di golf impugnano il bastone da golf.

    Commento di Gino Rago

    Mi soffermo emotivamente, prima, analiticamente, dopo, su questi cinque distici di Giorgio Linguaglossa tratti da Giocatori di golf impugnano il bastone da golf
    “[…]
    Persone in casacca gialla e pantaloni
    giocano a golf.

    Una pallina bianca rotola di qua e di là.
    Un valletto percuote il gong.

    Una folla tra la ghiaia, il prato verde e lo specchio.
    Un pappagallo verde. Un orologio giallo.

    Hockey in casacche striate, pantaloni bleu.
    Palline bianche che rotolano sul tappeto verde

    di qua e di là.
    Giocatori di golf impugnano il bastone da golf.”

    Posso fare mie queste parole di Michelangelo Antonioni: «Per maestri ho avuto i miei occhi». Perché?
    Per il motivo semplice che in questi dieci versi, distribuiti in cinque distici, il poeta indossa i vestiti del fotografo e in pochi scatti cristallizza nel tempo e nello spazio frammenti di storia e di geografia antropologicamente definiti da consegnare alla eternità.
    Mai come in questi cinque distici il poeta assume i connotati del fotografo, ma non fa fotografie in bianco e nero, fa fotografie a colori e lo fa per de-drammatizzare l’intero scenario in cui il fotografo-poeta si colloca e agisce per compiere il suo gesto estetico.
    Si avvale di una tavolozza essenziale di appena quattro colori: il giallo di una casacca e di un orologio; il bianco della pallina da golf; il verde di un prato-tappeto e di un pappagallo; il bleu dei pantaloni…

    Con questi quattro colori il poeta-fotografo riconduce l’arte della fotografia al suo etimo originario: foto-grafia, vale a dire «scrivere con la luce».
    E quale è il luogo autentico di questi cinque distici se non la luce, anche se il poeta non la nomina?
    Ma la fotografia è un’arte? Forse addirittura è più che un’arte, se qualcuno ha detto che la fotografia è quel fenomeno solare in cui il poeta-fotografo collabora strettamente con il sole…
    Ma perché ho interpretato questi dieci versi spalmati in cinque distici paragonando il poeta al fotografo?
    Perché in questi versi Giorgio Linguaglossa si concentra sulla preminenza delle immagini, che qui si fanno più vere della stessa vita reale, immagini da sottrarre alla tirannia del tempo, il tempo delle luci e delle emozioni, delle riverberazioni e delle suggestioni, degli uomini e delle cose, il tempo che scivola via tra le dita anche del fotografo-poeta.

    Linguaglossa di questi cinque distici compie quel gesto che, per dirla con Walter Benjamin messo di fronte a una stampa fotografica, esprime «la capacità di estrarre e strappare a forza dal suo contesto storico ciò che interessa per restituirgli vita e farlo agire nel presente».
    Lo fa in quello che Giorgio Agamben in Autoritratto nello studio indica nel suo rapporto con la fotografia come «spazio interiore», l’unico nel quale è possibile «Dentrificare il Fuori».
    Dentrificare il Fuori. È il miracolo dell’attimo, ed è quell’attimo che forse può salvarci …

    2-
    Il bacio è la tomba di Dio

    La torre del faro nella pianura di neve.
    «Il bacio è la tomba di Dio».

    C’erano scritte queste insensate parole
    sopra l’ingresso della torre…

    Ma forse non era quella la torre ma un’altra
    che si trova in Siberia, nei pressi del polo artico

    dove sorge un’isba; nell’isba c’è Evgenia Arbugaeva
    sulla sedia a dondolo, osserva la distesa di neve.

    Un pianoforte a coda nella neve suona Lux Aeterna di Ligeti.
    C’è scritto: «Hic incipit tragoedia» e, nello spartito,

    le parole di Ubaldo de Robertis sull’universo ad anelli.
    [Nell’universo c’è un punto. Uno solo, così trascurabile…]

    La musica incontraddittoria si solleva dalla neve eterna.
    Diventa luce.
    […]
    La gondola è vestita a lutto. Carica di morti. Affonda.
    Nella picea onda del Canal Grande.

    Ponte degli Scalzi.
    L’appartamento di Anonymous sul Canal Regio.

    Uno spartito aperto sul leggio: La lontananza nostalgica.
    Il vento sfoglia le pagine dello spartito.
    […]
    Tre finestre. Lesene bianche. Canal Regio.
    Due leoni all’ingresso divaricano le mandibole.

    [Se ti sporgi dalla finestra puoi quasi toccare
    il filo dell’acqua verdastra. Laguna di vetro.]
    […]
    Madame Hanska si spoglia lentamente nel boudoir.
    Ufficiali austriaci giocano a whist mentre il Signor K. asserisce:

    «il tavolo cammina e non cammina perché la contraddittorietà
    non può violare il principio di non contraddizione.

    Il PNC è auto contraddittorio, non potrebbe essere altrimenti;
    mi creda, Herr Cogito, anche i suoi pensieri,

    picchi di luce eterna, sono auto contraddittori, collidono,
    a sua insaputa, con altri suoi pensieri antecedenti…».
    […]
    «L’universo è il cadavere di Dio e noi i suoi vermi.
    Anche le parole che ora diciamo, il vento nella sua rovina
    le porta via».
    […]
    Sulla parete a sinistra del soggiorno e in alto sul soffitto
    è ritratta la Peste.

    La Signora Morte impugna una pertica
    che termina con una falce.

    Ammassa i morti e taglia loro la testa.
    E ride.
    Ritto sulla prua il gondoliere afferra il remo.
    E canta.
    […]
    Lassù, in alto, strillano gli uccelli e brindano le stelle.
    Wagner e List giocano a dadi

    in un bar nel sotoportego del Canal Grande.
    Tiziano beve un’ombra con la modella
    dell’«Amor sacro e l’Amor profano».
    […]
    Madame Hanska al Torcello riceve gli ospiti
    nel salotto color fucsia.

    I clienti della locanda del buio brindano alla felicità
    i calici di Murano scintillano.
    […]
    Dio bussa alla porta d’ingresso; dice:
    «posso aggiustare il rubinetto,

    sistemare la lavastoviglie, riparare il frigorifero,
    darle l’indirizzo di una casa di appuntamenti,

    ho anche dei numeri per il Lotto…».
    Incredibile, disse proprio così.
    […]
    Ed entrammo in una stanza bianca, un pianoforte nero al centro.
    Un bambino vestito di bianco suonava qualcosa

    che i miei cinque sensi non percepivano.
    Una voce dal parlatorio diceva:

    «Il re morto è un dio vivente, il dio morto è un re che vive,
    la tomba del re è la casa del dio

    che si è dimenticato di essere un dio…».
    Fu a quel punto che quelle parole inaccessibili risuonarono in me

    mentre calpestavo il pavimento di linoleum bianco…
    […]
    Una grande vetrata si affaccia sul mare veneziano.
    “Non c’è anima più viva”, pensai, ma scacciai subito

    quel pensiero molesto.
    Una sirena cantava dalla spiaggia dei morti:

    «Non c’è più lutto tra i morti».
    «Non c’è più lutto tra i morti».

    (da La morte è la tomba di Dio, in preparazione per Progetto Cultura, Roma, 2020)

    *[postilla dell’autore]

    Paul Valéry scrive : «le gout est fait de mille dégoûts».
    Definizione provocazione choc che ci introduce all’interno del concetto di «gusto», concetto che racchiude in sé la massima incontraddittorietà del contraddittorio, ovvero, il «gusto» è un atto incontraddittorio (Kant parlava del “giudizio estetico a priori”) proprio perché contiene in sé tutte le contraddittorietà possibili e pensabili. Io la metterei così: tutte le contraddittorietà possibili e pensabili formano la incontraddittorietà del giudizio di gusto, il quale è in sé una aporia, ma non per un errore del nostro intelletto quanto perché il suo interno è un «luogo» incontraddittorio che chiama la massima contraddittorietà.
    In questa accezione, in questa mia poesia ho tentato la confluenza e convergenza della massima possibile estensione del contraddittorio che dà luogo alla incontraddittorietà complessiva. Non so se ci sono, almeno in parte, riuscito, ma il tentativo andava fatto e l’ho fatto nell’orizzonte di una «nuova poesia», la quale non può essere interpretata con le categorie con cui si è soliti interpretare la poesia del novecento italiano, essendo essa estranea a quelle categorie ermeneutiche.
    La conclusione mi sembra chiara a questo punto: una poesia se è nuova richiede sempre la costruzione di nuove categorie ermeneutiche, altrimenti diventa incomprensibile. Anzi, la poesia tende a sottrarsi a qualsiasi atto di intellezione che pretenda di inoltrarsi al suo interno. In questo senso, ogni poesia, se è nuova, si presenta con le vesti dell’Enigma, non essendo essa pensabile con le categorie della vecchia metafisica.
    Si tratta di un «polittico», parola che ritengo idonea; la poesia si compone di più poesie tenute insieme da un misterioso filo conduttore presente nella mia mente.

    Ed ora un aneddoto:
    cinque anni fa fui trasferito in un ufficio nel circondario del carcere di Rebibbia di Roma. L’ufficio era situato molto lontano, all’interno del circondario del carcere e dovevo ogni giorno fare a piedi un lunghissimo percorso all’interno del comprensorio del carcere, tra il muro di cinta e l’inferriata che dà sulla strada pubblica. E così, ogni giorno camminavo avendo alla mia sinistra il lugubre muro di cinta grigio di calcestruzzo con le torrette di avvistamento, e a destra il prato che confinava con la lunghissima inferriata che perimetra il complesso carcere, il più grande complesso carcerario d’Italia perché comprende ben 4 carceri con 4 direzioni distinte. Camminare accanto a quel muro lunghissimo è stata una esperienza fondamentale, con il sole e con la pioggia, sentivo il freddo del grigio del muro di calcestruzzo, di là i dannati, i detenuti, di qua gli uomini liberi…
    All’improvviso, un giorno mi viene in mente il verso di inizio della poesia «Il bacio è la tomba di Dio», che non capii da dove fosse uscito, ma lo capii in seguito: il verso era la risposta che la mia mente dava per documentare la condizione spirituale del lunghissimo muro di calcestruzzo alla mia sinistra. La risposta mi era stata data con il verso di inizio; poi tutto il seguito della poesia non è altro che una serie di cripto citazioni e di rimandi a versi di altri poeti che nei successivi cinque anni mi venivano in mente, in modo da costituire un vero e proprio polittico, con salti spazio temporali, interventi di personaggi veri e di fantasia. La poesia – posso dirlo – si è venuta costruendo da sola, senza l’intervento del mio «io», o meglio, io mi sono occupato soltanto della regia esterna, tutto ciò che c’è dentro alla composizione si è formato da solo. Penso che ad un certo punto la poesia abbia iniziato ad esercitare una forza di attrazione verso tutto ciò che essa riteneva di dover attrarre ed ingurgitare, e così spezzoni di citazioni, frasi e icone immaginarie sono state attratte dalla frase di inizio: «il bacio è la tomba di Dio» che, in sé non significa un bel nulla perché vuole significare qualcosa che sta oltre le possibilità espressive del linguaggio ma che è contenuto nel linguaggio.
    In un certo senso, la poesia non sarebbe venuta fuori se non avessi accettato di far fare al mio «io» un passo indietro e di porre come orizzonte della significazione e del senso l’indicibile come compito precipuo della poesia.
    Soltanto qualche giorno fa il mio ultimo tocco è stato di suddividere la poesia in distici. E il lavoro lo considero ormai ultimato. Dunque, cinque anni di lavoro.

    Commento di Gino Rago
    Come ha lavorato Giorgio Linguaglossa nell’architettura di questo polittico che non esito a definire di frontiera e a frammenti? Di frontiera poiché ricorda in parte l’acqua dolce quando sta per entrare nel mare e non è più dolce ma non è ancora salata, di frontiera perché i versi giocano tra un «non più» e un «non ancora’»:

    “[…]Una grande vetrata si affaccia sul mare veneziano.
    Non c’è anima più viva[…]”

    A frammenti poiché ormai è stato acquisito lo stato di consapevolezza che il mondo contemporaneo è fatto di frammenti, come di frammenti si compongono le storie di frontiera. E anche i nostri sguardi si compongono di frammenti.
    E che dire dei nostri incontri, incontri umani, se non che quasi sempre sono una successione di frammenti.
    Ma poi nel corso del polittico nel frammentismo serpeggia l’atto estetico** del poeta e ricostruisce l’unità del tessuto poetico, ma non facendolo calare dall’alto come una entità astratta:
    sono le parole stesse dell’autore che si organizzano a struttura unita, è l’idea di poeta-artifex.
    Ne derivano andamenti plurali, ibridi, stratificati, tenuti coesi attraverso il parlato, attraverso i colloqui o i dialoghi diffusi nei versi.
    Trovo efficace questo modo linguaglossiano di procedere, anzi mi spingerei a dire che forse questa è l’unica maniera di procedere per fronteggiare il vivere nel mondo e il suo giocare con gli specchi.
    Il gesto estetico** del poeta determina l’architettura unitaria della poesia raccattando i materiali sparpagliati nella mente del poeta, materiali di luoghi, di tempi, di storie, di avvenimenti, di eventi stampati come percezione del passato in un presente che Giorgio Linguaglossa assume come Memoria e così la poesia si fa ‘mito’ e vince l’oblio della memoria. Ma introducendo il fattore M (memoria) alla tridimensionalità del mondo, il poeta si avvia verso approdi estetici quadridimensionali, incarnando la prospettiva quadridimensionalistica dell’osservatore proustiano della Ricerca del tempo perduto, collocandosi al di fuori del flusso tridimensionale Spazio-Tempo-Percezione, aggiungendo alla semplice percezione proprio il potere della Memoria.
    Ma bisogna per me introdurre anche una terza chiave di lettura per una interpretazione organica di
    Il bacio di Dio: il panorama della postmodernità, rivisitato nel campo espressivo integrale:

    “[…] Lassù, in alto, strillano gli uccelli e brindano le stelle.
    Wagner e List giocano a dadi

    in un bar nel sotoportego del Canal Grande.
    Tiziano beve un’ombra con la modella

    dell’«Amor sacro e l’Amor profano»
    […. ]”
    In tale panorama, il postmoderno, la dimensione culturale che continua a caratterizzare la nostra stagione di vita, si delineano scenari in grado di rompere con i tradizionali modelli ai quali la modernità ci aveva abituati, di riscrivere le coordinate spazio-temporali, di imporre pensieri liquidi e combinazioni tra mondi reali e mondi fittizi, moltiplicando le identità in nuove forme di conversazioni, anche attraverso la pervasività del digitale, etc.
    Da qui le ri-scritture adottate da Giorgio Linguaglossa nel suo polittico per collage, ibridazioni, citazioni, mescolamenti di spazi e di tempi, riferimenti a personaggi veri e finti, nominazione di luoghi reali, luoghi antropologici e non-luoghi, fusione di storia dell’arte e storia della musica, e altro, in una estraneazione totale da sé stesso e da ogni forma di «egotismo estetizzante» che senza deragliamenti conduce agli approdi della «poesia espansa».
    (Gino Rago)

  8. Talìa

    app(y) aulin

    Vediamo un po’ chi la capisce.

  9. “nel salotto color fucsia”.
    Ecco, dove al posto di un lirismo o di una metafora, Giorgio Linguaglossa arrota le sue lame contro l’istituzione letteraria. Ma nel polittico Giocatori di golf – leggendolo, anche il mio pensiero è corso al Blow-Up di Antonioni – il dato della provocazione è reso ancora più evidente.
    La puntigliosa descrizione delle figure basta e avanza, se in avvertita presenza di un tempo più metafisico che surreale.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.