LORENZO CHIUCHIÙ, SINTASSI DEL DISINCANTO, SARTRE INTERPRETE DI MALLARMÉ

mallarme ritratto di Edouard Manet

Mallarmé, Ritratto di Edouard Manet

Des paroles inconnues chantèrent-elles sur vos lèvres, lambeaux maudits d’une phrase absurde? Stéphane Mallarmé

La passione dell’uomo è l’inverso di quella di Cristo, l’uomo si perde in quanto uomo perché Dio nasca. Jean-Paul Sartre Paul Celan nel Der Meridian (1960) si domanderà: “C’incombe forse il compito di portare alle estreme conseguenze il pensiero di Mallarmé?”1 . Sartre, nei saggi qui tradotti, sembra incaricarsene. Arlette Elkaïm-Sartre nell’introduzione all’edizione francese ripercorre la storia di questi studi, raccolti da Gallimard e pubblicati nel 1986 con il titolo Mallarmé. La lucidité et sa face d’ombre. I primi appunti su Mallarmé risalgono agli anni di Cahiers pour une morale 1947-1948. In questo periodo il lavoro dedicato al poeta subisce varie interruzioni e, sebbene ampliato nel 1952, resta incompiuto. Con il titolo L’engagement de Mallarmé, viene tuttavia pubblicato dalla rivista «Obliques» nel 1979. Il saggio Mallarmé (1842-1898), sempre del 1952, è stato invece edito per la prima volta da Raymond Queneau in Ecrivains célèbres nel 1953 (Éditions Mazenod) e poi ripreso come prefazione nella raccolta Poésie di Mallarmé (Gallimard, 1966). Progettati e scritti negli anni che vanno dal 1947 al 1952, anni nei quali l’esistenzialismo sartriano si apre al marxismo e polemizza con la psicanalisi classica, i saggi su Mallarmé affrontano il “dramma ontologico” mallarmeano servendosi degli strumenti dell’analitica esistenziale heideggeriana e dell’approccio genealogico e demistificatorio di Nietzsche. Nella poesia di Mallarmé, Sartre rileva sia gli aspetti eminentemente filosofici (che mette in relazione con Spinoza, Hegel, Nietzsche, Heidegger), sia quelli che promanano dalla “Sphinx obscur” e che sembrano porsi a un livello antepredicativo e prelogico, proprio di una “source innée: antérieu150 Sartre_per stampa149-212.qxd:Apoc.qxd 1-09-2010 16:10 Pagina 150 re à un concept”2 .

Roberto Calasso definisce Mallarmé ierofante e scienziato della décadence3 . In lui ambiguamente coesistono ambiti in apparenza distinti: la Wissenschaft hegeliana si sposa al sacerdote. Hieros gamos moderno grazie al quale le costellazioni semantiche si cristallizzano in idee e la logica dell’ateismo assume la forma di una elaboratissima versificazione dell’enigma. Come sotto l’apparenza di un modesto professore di inglese si nasconde il poeta che dichiara “la distruzione è stata la mia Beatrice”4 , così sotto la logica mallarmeana che Mario Luzi definisce parmenidea5 si agita la furia del polemos di un Eraclito che ha perso i suoi dei. Lucidità e ombra: si tenterà di ripercorrere entrambe le direttrici, isolando alcuni temi ritenuti decisivi. Geist e instrument spirituel.

La logica dell’opera “Mallarmè ha conosciuto Hegel attraverso Villiers de l’Isle Adam, che lo aveva studiato in profondità. Ebbi l’occasione”, afferma Camille Mauclair, “di discutere con Mallarmé di Hegel” ed era “molto ben informato”6 . Secondo Janine D. Lagan, che ricostruisce l’entourage e ripercorre la corrispondenza di Mallarmé, egli aveva una precisa conoscenza dell’Enciclopedia di Hegel7 . “Un Coup de dés non è un poema sulla Logica, è forse il poema logico”8 . Si tratta perciò non di trovare assonanze generiche, ma corrispondenze strutturali fra la metafisica di Hegel e la poetica di Mallarmé. Nella prima sezione della Dottrina dell’essere Hegel definisce l’essere puro (“Reines Sein”) come l’inizio (Anfang) della logica. L’essere puro è l’assolutamente immediato e dunque la prima definizione sarà: “L’Assoluto è l’Essere”.

Ma una simile assolutezza è “astrazione pura: questo essere è quindi quell’essere assolutamente negativo, che, preso in maniera altrettanto immediata, è il Nulla”. L’assoluto è perciò riconosciuto nulla, “das Nichts”. È, scrive Hegel, “quel nulla che dai Buddisti viene elevato a principio di ogni cosa, a fine ultimo e meta di tutte le cose”9 . (Anche Mallarmé fa lo stesso riferimento: un “Niente a cui sono pervenuto senza conoscere il Buddismo”10). Non esiste, nell’Inizio, distinzione o opposizione fra essere e nulla. E, prosegue Hegel, sembra che l’essere debba essere preservato dal nulla, fondato. A questo livello la differenza fra i due è infatti solo opinione e la massima indeterminatezza coincide con l’ineffabilità dell’essere. È proprio l’indeterminatezza a determinare l’impulso, “der Trieb”, “a trovare un significato stabile nell’Essere o anche nel Nulla”, è “la Necessità” che spinge “l’Essere e il Nulla a 151 Sartre_per stampa149-212.qxd:Apoc.qxd 1-09-2010 16:10 Pagina 151 procedere oltre”11. Ecco l’inizio del divenire per Hegel e del dramma ontologico che Sartre rileva in Mallarmé. “Immagina”, scrive Jean Hyppolite, “la Logica di Hegel diventata l’interrogazione di se stessa, inseparabile dalla propria esistenza, che tenta di confutare l’elemento ‘Caso’ e di sostituirvi un’intrinseca necessità, avrai così un’idea dell’impresa di Mallarmé”12. Il colpo di dadi è il poema logico, ha scritto Janine D. Lagan. È possibile affermare che Mallarmé legga la logica di Hegel come una sorta di mito fondativo che ripropone con estrema esattezza. La “neutralità identica dell’abisso” (“la neutralité identique du gouffre”), il “NULLA” (“RIEN”) sono l’inizio logico di Mallarmé; la preistoria dell’essere. L’impulso alla differenziazione, il Trieb hegeliano, ovvero l’inizio del divenire, sono in Mallarmé “la mémorabile crise”. Crisi ha qui due significati: quello tradizionale e soprattutto quello di krísis, da krínō, distinguo, giudico. La stessa disposizione delle frasi del poema diventa contrappuntistica (da pagina sinistra a pagina destra, minuscolo/maiuscolo, tondo/corsivo) e mostra le “suddivisioni prismatiche dell’Idea”; e ogni suddivisione opera della crisi è un versus, una “linea perfetta”13.

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Ovvero, la differenziazione, l’uscita dall’indistinto, è quella katastrophé, che, attraverso la crisi, distinguendo, si rivolge all’unità cosciente. La poesia con Mallarmé, scrive Sartre, diventa “cosciente di se stessa”. Si tratta di “reployer la division”, riunire la divisione, dopo esserne stati vittime incoscienti. Si tratta di arrivare “all’unico Numero che non può essere un altro Spirito”: non può essere altro perché il poeta deve essere insieme Numero, ovvero incosciente rapporto gerarchico (la metrica, la musica del numero, come tenterò di mostrare, ha in Mallarmé una funzione cosmogonica), e insieme Spirito (coscienza di sé come origine della propria essenza). Il lancio dei dadi è la “conjonction suprême avec la probabilité” perché quest’ultima è il punto in cui “ogni realtà si dissolve e si fonde con l’al di là”. La probabilità non è che un altro dei nomi del nulla mallarmeano: la congiunzione suprema è quella sintesi che, nientificando, compie la verità dell’al di là: il nulla. Il colpo di dadi mallarmeano è l’impulso a far coincidere l’ordine positivo (il dado tirato, il numero pitagorico, l’essere) con la pura negatività (il dado resta la ragione della serie di possibilità future, perenne indeterminazione). Ma ciò attraverso cui metaforicamente si realizza l’ordine (ovvero si struttura la compagine dell’essere) è invariabilmente affidato al caso.

“ANCHE SE FOSSE IL NUMERO, CIÒ SAREBBE IL CASO”14. E proprio l’intrascendi152 Sartre_per stampa149-212.qxd:Apoc.qxd 1-09-2010 16:10 Pagina 152, probabilità del caso ne mostra l’assolutezza e la necessità. Se per Hegel essere e nulla sono, all’inizio, indistinguibili, anche per Mallarmé nel simbolo del dado si cela l’indistinzione fra caso e necessità, la loro vertiginosa coappartenza. La dialettica mallarmeana, come quella hegeliana, non oppone dunque due realtà lamentando poi l’impossibilità di conciliarle; insomma, non da una parte l’essere e dall’altra il nulla, ma essere che è nulla e nulla che è essere: “Sein und Nichts ist dasselbe”. Nei termini di Mallarmé: nel caso il necessario, nel necessario il caso: il numero dei numeri è hasard, non la sua confutazione. Se tutto ciò, per Hegel, deve essere detto speculativamente, svincolandosi dall’unilateralità dell’intelletto incapace di dialettica, per Mallarmé deve esserlo poeticamente: la “métrique absolue” è insieme Erhebung15 – l’edificazione e l’elevazione della Logica hegeliana – e Elevation baudelairiana segnata dal negativo (per Mallarmé “l’elevazione rivela l’assenza”16).

“Il poema”, scrive Sartre, “si dispone in una pluralità di sensi di cui l’inferiore introduce allusivamente il superiore. Siccome ciascuno di essi, nella misura in cui si eleva, guadagna generalità sul precedente, si è potuto parlare di un logicismo di Mallarmé”. Ecco perché per Mallarmé la metrica, prima di essere mousikè tékhne, è essenzialmente logikè téchne17. “Riverisco l’opinione di Poe”, scrive Mallarmé, “nessuna vestigia d’una filosofia, l’etica o la metafisica non trasparirà; aggiungo che inclusa e latente è necessaria”. L’“architettura”, sebbene “spontanea e magica, non implica l’assenza di un potere sottile e calcolante”, che si manifesta solo misteriosamente. “L’armatura intellettuale del poema si dissimula e sostiene – ha luogo – lo spazio che isola le strofe”18. Se Sartre rileva esplicitamente il nesso fra Mallarmé e Hegel nel confronto con stoicismo e scetticismo, il parallelismo può essere esteso. L’architettura, l’Erhebung, per non essere un’“impalcatura” dilettantesca, deve avere caratteri negativi. È il non essere proprio di ciò che è “anteriore al concetto”19. Il silenzio, “la page blanche”, sono le metafore del nulla inteso come “source innée”, come origine prima della coscienza. Ecco allora che si delinea il parallelismo fra lo Spirito di Hegel e l’Œuvre, il libro come “strumento spirituale” di Mallarmé. “La divina trasposizione, per il cui componimento esiste l’uomo, va dal fatto all’ideale”20. Il compimento dell’opera poetica equivale alla composizione del libro diventato strumento spirituale. “La divine transposition” ha i caratteri del Geist hegeliano. E poiché 153 Sartre_per stampa149-212.qxd:Apoc.qxd 1-09-2010 16:10 Pagina 153 “lo Spirito è essenzialmente coscienza”21, l’uomo esiste autenticamente – esiste come spirito – solo come coscienza che tende al superamento delle finitezze. Quello che per Hegel è lo Spirito, per Mallarmé è “le gouffre central” è l’abisso centrale che nientifica la realtà. Ma sebbene l’abisso, come il Geist hegeliano, esista solo attraverso la coscienza dell’uomo, tuttavia va rilevata una differenza essenziale. Perché in Mallarmé non è tanto in questione l’Aufheben22 hegeliano, ma semmai un annichilimento, ed è in questo senso che Sartre sottolinea il nichilismo di Mallarmé.

Il nuovo organon, l’Œuvre, non serba il fatto come sussunto nell’ideale. Il mallarmeano andare dal fatto all’ideale è propriamente una distruzione, è un atto di signoria che l’abisso, attraverso il medio della coscienza dell’uomo, esercita sul finito. Così Sartre spiega questo movimento: “Ha posto l’Assoluto nel suo poema e l’Assoluto è niente”. Niente che tuttavia non è più il vuoto dell’indifferente complanarità essere/nulla della logica hegeliana, ma avrà caratteri peculiari. Il passaggio dal fatto all’ideale è un annientamento: è l’heideggeriana Nichtung dimentica della Lichtung, la “negazione frenetica” di cui parla Sartre23. Della Logica hegeliana, Mallarmé conserva insomma solo l’inizio (l’indistinzione fra essere e nulla24, “le gouffre central”) e l’apoteosi (spirito assoluto, l’Œuvre). Tuttavia alla dialettica hegeliana Mallarmé sostituisce una logica oppositiva che non procede seguendo uno sviluppo interno al concetto, ma avanza per analogie e urti: “Le heurt successif”25 del Coup de dés, “le double heurt”26 di Igitur che procede in forza de “le démon de l’analogie”27. In sintesi: sia per Hegel che per Mallarmé l’uomo è coscienza: dello Spirito per Hegel, dell’abisso per Mallarmé. Per entrambi la realtà dell’uomo è già da sempre trascesa e l’unico compito è una specie di apocatastasi: ritorno in Dio per Hegel, ritorno nell’Œuvre che sia compimento del caso nel necessario e del necessario nel caso. Per entrambi si tratta di un processo che definisce l’essenza dell’uomo ed entrambi ritengono che debba porre capo a una totalità: così come esiste lo Spirito, esiste una “théologie des Lettres”28, e che sia una teologia ateistica29 è formalmente indifferente. Ma non sostanzialmente indifferente: allo Spirito Assoluto subentra l’oscuro appetito di un principio che si serve degli uomini per giungere alla coscienza di sé. Sebbene la dinamica sia formalmente hegeliana, Mallarmé perviene a un monstrum. 154 Sartre_per stampa149-212.qxd:Apoc.qxd 1-09-2010 16:10 Pagina 154 b.

Gnosienne “Il mio pensiero si è pensato, ed è arrivato a una Concezione Pura”30, scrive nel 1867 a Cazalis. “Conception Pure” ha sostituito “conception Divine” della prima stesura. La purezza è “das Absolute” hegeliano sia come inizio logico, sia come risultato (per Hegel l’assoluto “solo alla fine è ciò che è in verità”31). Come raggiunge la purezza Mallarmé? “Il mio essere ha sofferto” qualcosa di “inenarrabile”, è stata una “lunga agonia” al termine della quale so di essere “perfettamente morto”32. L’hegeliano “calvario dello spirito assoluto”33 assume in Mallarmé accenti ancora più sinistri. Come per Hegel, anche per Mallarmé la purezza è una conquista, tuttavia non è raggiunta attraverso il “lavoro del concetto”34, ma attraverso un’angoscia e una lotta mortali. “Lutte terrible” con Dio, “con quel vecchio e malvagio piumaggio, abbattuto, felicemente, Dio”. Lotta contro “la sua ala ossuta che, in un’agonia più vigorosa di quanto avessi sospettato in lui, mi aveva trascinato nelle Tenebre”35.

È significativa la descrizione anatomica: Dio ha ali ossute e il suo piumaggio è vecchio. Somiglia più a una figura angelica che alle tradizionali rappresentazioni di Dio. E c’è un altro aspetto singolare: difficile immaginare il Dio biblico come un essere che trascina nelle tenebre. Il Dio di Mallarmé ricorda un angelo con tratti gnostici36. Sartre rileva che nei poeti contemporanei di Mallarmé “la morte di Dio suscita un manicheismo ateo in cui la distinzione gnostica fra Luce e le Tenebre viene rimpiazzata dall’opposizione fra Nulla e Essere”. Si rileva dunque uno sfondo religioso alla base di un ateismo che, sebbene si serva dei termini della metafisica classica, tuttavia conserva, magari inconsciamente, i motivi e i drammi della gnosi. Tutto ciò in Mallarmé è tutt’altro che inconscio. L’inizio logico di Hegel – dialettica fra essere e nulla, assoluto, indeterminazione come genesi del divenire – diventa in Mallarmé lotta e “chute interrompue”37. “L’irrecusabile intervento del soprannaturale, e l’inizio dell’angoscia sotto cui agonizza il mio spirito”38 testimonia che l’intervento del soprannaturale non ha i caratteri del Geist hegeliano: l’angoscia vede nel nulla l’essenza della realtà e riconosce il nulla come spirito: “Il Nulla è la verità”39. La poesia moderna è una forma di “idealismo che rifiuta i materiali naturali”40, scrive Mallarmé. Ovvero è una forma di idealismo 155 Sartre_per stampa149-212.qxd:Apoc.qxd 1-09-2010 16:10 Pagina 155 che rifiuta il demiurgo: il demiourgós del Timeo e poi quello gnostico è propriamente colui che ordina la natura – in vista del bene supremo, come per Platone, o come conseguenza nefanda di un dramma metafisico per la Gnosi. Mallarmé, scrive Sartre, vede “nel tramonto del sole, nell’agonia dell’estate un simbolo della tragedia umana che è la caduta”.

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Il poeta ha insomma coscienza di essere, insieme alla natura, egli stesso generato dal caso, di essere una materia della caduta. La domanda che segue è infatti retorica: “Devo io ancora temere il caso, questo nemico antico, che mi divise in tenebre e in tempi creati, pacificati là in uno stesso sonno?”41. La metafora è gnostica42: il caso è qui propriamente il Demiurgo; le tenebre coartano la stilla pneumatica che si dibatte per ascendere alla luce; il tempo è creato, e dunque non è l’eterno del vero Dio che mai avrebbe creato il tempo, consapevole che così avrebbe creato anche la morte; il corpo è il sonno che il Demiurgo impone allo spirito. Lotta contro Dio, o meglio, contro il demiurgo per accedere allo spirito: solo dopo aver abbattuto “il vecchio piumaggio” si perviene alla “Conception Pure”, al pensiero che pensa se stesso, libero. La lotta termina con la vittoria del poeta. “Caddi, vittorioso, perdutamente, infinitamente – finché mi sono risvegliato davanti al mio specchio di Venezia”. Dalla caduta al risveglio passano “alcuni mesi”43: “i tempi creati” mostrano la loro illusorietà. Nella lotta il poeta accede a un tempo asincrono rispetto al tempo cronometrico.

Dalla descrizione si può presumere che la lotta sia stata breve, eppure nel tempo mondano sono passati mesi. È il tempo indifferente della morte. “Sono perfettamente morto. La regione più impura dove il mio Spirito possa arrivare è l’Eternità”, qui non si è più offesi dal “riflesso del Tempo”. Ecco l’esito della lotta, il risultato della “synthèse suprême”: “Sono ora impersonale, e non più lo Stéphane che tu hai conosciuto, – ma un atteggiamento proprio dell’Universo a vedersi e a svilupparsi, attraverso ciò che io fui”. Il poeta è diventato lo Spirito, ne è addirittura l’origine. Lo specchio veneziano al quale Mallarmé siede – oggetto talismanico, secondo Roberto Calasso44 – è il corrispettivo mondano dello Spirito che vede se stesso; la morte di Stéphane come essere individuato, che ha una storia, è diventata un sacrificio tributato allo Spirito, perché quest’ultimo abbia piena coscienza di sé e dell’uomo resti solo un destino. E tutto ciò per Mallarmé deve accadere poeticamente: “Fragile come è la mia apparizione terrestre, non posso che subire gli sviluppi assolutamente necessari perché l’Universo ritrovi, in me, la sua identità. 156 Sartre_per stampa149-212.qxd:Apoc.qxd 1-09-2010 16:10 Pagina 156 Così, nell’ora della Sintesi, ho delimitato l’Opera che sarà l’immagine di questo sviluppo”. Come il tempo per Platone, “immagine mobile dell’eternità” (Timeo, 37 e), così l’opera di Mallarmé vuole essere l’immagine del ritorno del tutto alla sua origine e alla sua destinazione: l’Œuvre è Spirito assolto dalla materia e dall’ordine mortifero del demiurgo.

Ma non si tratta più dello Spirito Assoluto, ma della “conception spirituelle du Néant” raggiunta tramite l’angoscia: “Tutto ciò non è stato trovato attraverso il normale sviluppo delle mie facoltà. Ma percorrendo la via peccatrice e precoce, satanica e facile della Distruzione di me, che ha prodotto non la forza, ma una sensibilità, che fatalmente, là mi ha condotto”45. Si tratta ora di “entrare nella Sparizione suprema”: ecco la verità della “synthèse suprême”. Ecco il vero compito del poeta. Ma nella “Sparizione suprema” (attraverso “ciò che io fui”) davvero l’uomo mallarmeano trionfa sul Dio “vecchio e malvagio”? Che l’uomo lo creda, non potrebbe essere l’estrema astuzia del Dio? Astuzia non più hegelianamente della ragione, ma del nulla? Di quel Néant che è l’origine della negazione? È questo il dubbio di Mallarmé. Nell’“infinità informe”, scrive Sartre, “ci sarà una specie di oscuro appetito nel rivenire su se stessa per conoscersi: per rischiarare la sua oscura infinità produrrà brandelli di pensieri che chiamiamo uomini, queste fiamme straziate”. “Le gouffre central” non ha memoria delle finitezze, non le conserva in sé come momenti necessari del dispiegarsi dell’assoluto. Gli uomini sono strumenti: “Una razza, la nostra, a cui è toccato in sorte l’onore di prestare viscere alla paura che la metafisica e claustrale eternità ha di se stessa, in modo diverso che come coscienza umana”46. Ora l’angoscia è dello spirito, che si riconosce solo alienandosi, consegnandosi all’“ammasso di carne”, ónkos sarkôn (Leges, 959 c), alle viscere (entrailles) dell’uomo. La disseminazione dell’idea, gli uomini fiamme straziate, sono l’esito di quell’evento che distrugge il cosmo prelapsariano della gnosi: “Stranamente e singolarmente”, scrive Mallarmé, “ho amato tutto ciò che si riassumeva in questa parola: caduta”47.

La caduta è amata perché riconosciuta come l’origine dell’uomo: l’uomo è l’incarnazione di uno spirito disperso e precipitato nel tempo e nello spazio e che soggiace alle leggi della caducità. Di nuovo Hegel: il libro come strumento spirituale, termine dell’elevazione mallarmeana e realizzazione dello Spirito vittorioso contro il demiurgo (métrique absolue che ricrea il mondo), si scopre in rapporto dialettico con l’alienazione dello Spirito nell’uomo, con la 157 Sartre_per stampa149-212.qxd:Apoc.qxd 1-09-2010 16:10 Pagina 157 sua dispersione nella materia. Due volti di un’identica realtà che Mallarmé chiama Œuvre. Ecco l’origine della lucidità nell’ombra. Di qui il prometeismo e la perfetta consapevolezza dello scacco: “Io solo – io solo – sto per conoscere il niente. Voi, voi ritornate al vostro amalgama”48. “Vuol far saltare il mondo” perché viva solo l’Œuvre, scrive Sartre, e nello stesso tempo “è un fallito, uno ‘sbaglio’ in mezzo a ‘sbagli’. La sua grandezza nel vivere è un difetto di fabbricazione”.

strilli Lucio Mayoor Chi

poesia di Lucio Mayoor Tosi

Spiegazione orfica della terra Sartre riporta una delle definizioni mallermeane più ardue e più nette: “L’unico dovere del poeta è la spiegazione orfica della terra”, scrive Mallarmé nella sua Autobiographie inviata a Verlaine nel 1885. Qual è l’orfismo cui Mallarmé fa riferimento? “Chi sa se il vivere sia morire / e il morire invece vivere?” (Euripide, fr. 638)49. Secondo Giorgio Colli il passo euripideo è da mettere in relazione, come espressione di una medesima dottrina iniziatica, con il seguente brano platonico: “Difatti alcuni dicono che il corpo è tomba [sêma] dell’anima, quasi che essa vi sia presentemente sepolta: e poiché d’altro canto con esso l’anima esprime [semaínei] tutto ciò che esprime, anche per questo è stato chiamato giustamente ‘segno’ [sêma]. Tuttavia mi sembra che siano stati soprattutto i seguaci di Orfeo ad aver stabilito questo nome, quasi che l’anima espii le colpe che appunto deve espiare, e abbia intorno a sé, per essere custodita [sózetai], questo recinto, sembianza di una prigione.

Tale carcere dunque, come dice il suo nome è ‘custodia’ dell’anima, sinché essa non abbia finito di pagare i suoi debiti, e non c’è nulla da cambiare neppure una sola lettera” (Cratilo, 400 c)50. L’indistinzione fra vita e morte nasce dal potere della parola: il corpo è tomba e insieme segno; il vivere è semaínein che certo significa esprimere, ma che è legato al sêma inteso come tomba (sêma significa “segno”, “segno da cui si riconosce una tomba” ed infine, per sineddoche, “tomba”). E la tomba dell’anima, prosegue Platone, è anche custodia dell’anima. Le lettere debbono restare immutate, perché, cambiandone anche una sola, si muterebbe il destino dell’anima. “Il fine supremo / non fosse stato altro / che staccarsi puro dalla vita / tu l’hai raggiunto precocemente soffrendo abbastanza. / Questo ti sia tenuto in conto / per la tua vita perduta”51. Il frammento, tratto da Per una tomba di Anatole, è dedicato al figlio di Mallarmé morto nel 1879 a otto anni. Anche da bambini la morte non è accidentale, 158 Sartre_per stampa149-212.qxd:Apoc.qxd 1-09-2010 16:10 Pagina 158 è iscritta nel computo, nella teleologia, della sofferenza.

La morte è infatti per Mallarmé “but suprême”, è quello che Heidegger in Sein und Zeit chiamerà la “possibilità più propria”. La vita è iscritta nella morte, ovvero l’essenza dell’uomo non è aristotelicamente quella di animal rationale; l’uomo è ilmortale perché, per Mallarmé come poi per gli esistenzialisti, è l’unico vivente capace di osservarsi dal lato della morte. Egli, rileva Sartre, assume “il punto di vista della Morte. Per la Morte, tutto è sempre consumato, dall’eternità”; per essere autenticamente se stesso il mortale deve diventare la sua propria morte e osservare la verità: “Il Nulla è la verità”52. La prima acquisizione circa la morte mallarmeana sembra perciò essere la seguente: la morte è l’essenza dell’uomo, e lo sguardo dell’uomo sulla propria morte è il suo fine ultimo. “Muoio e torno a nascere”53, scrive Mallarmé. Se solo a partire da questa nuova nascita si scopre il nulla come verità, la morte mallarmeana non è morte fisica, ma morte iniziatica. Il nesso fra morte e fine supremo in Mallarmé è comprensibile attraverso un passo di Plutarco: “Giunta alla morte, l’anima prova un’emozione come quelle degli iniziati ai grandi misteri (teletaîs megálais). Perciò, riguardo al morire (teleutân) e all’essere iniziato (telésthai), la parola assomiglia alla parola e la cosa alla cosa” (fr. 178). Teleutân e telésthai dalla radice di tel- di télos: il “but suprême” mallarmeano è insieme fine, morte e, come possibilità di suicidio, è revelatio mortis, morte iniziatica. “Il poeta è uno sciamano”54, scrive Sartre, perché si tratta di conquistare una morte che sia una “futura nascita”. Si tratta di attraversare la “porte sépulcrale”55: bisogna cioè pervenire a una morte che non sia naturale, che non sia tomba, ma che sia orficamente segno.

La poesia mallarmeana è all’insegna di un prometeismo negativo: lungi dal ricreare la vita, alleviarne le sofferenze o salvare, la parola deve invece ricreare la morte, trasformarla in un segno manipolabile, scomponibile, dominabile dal puro spirito. Il poeta è l’iniziato che riconosce nel respiro e nel fiato della metrica lo spirito della morte, “le vide sépulcral”56: “l’ombre ici insinuée dans mon esprit”57 è pneuma. Se per Agostino Dio è intimior intimo meo (Confessioni, III, 6, 11), per Mallarmé questo vale per la morte. Sembra infatti agire nel poeta l’idea della morte continua agostiniana. “Se ciascuno comincia a morire, cioè ad essere nella morte, dal momento in cui comincia ad agire in lui la morte, cioè la sottrazione della vita (quando infatti la sottrazione sarà compiuta ci si troverà ‘dopo la morte’ non ‘nella morte’), è chiaro che è nella morte da quando 159 Sartre_per stampa149-212.qxd:Apoc.qxd 1-09-2010 16:10 Pagina 159 comincia a esistere in questo corpo. Null’altro infatti avviene ogni giorno, ogni ora, ogni momento, fino a quando la morte che continuava ad agire, si completa, e comincia ormai il tempo ‘dopo la morte’, mentre durante la sottrazione della vita era ‘nella morte’”58 (Ago stino, De civitate Dei, XIII, 10). L’esistenza mallarmeana si radica in questa rivelazione della morte continua: il poeta dice di morire e di rinascere perché ogni istante ha coscienza di essere folgorato dalla morte che accade attraverso il suo corpo; la temporalità subisce una crisi fondamentale: propriamente non è il tempo a passare, non è un certo istante della vita ad allontanarsi, ma è il futuro della morte ad avvicinarsi.

Strilli Madonna Non adularmi

Il paradosso e l’ambiguità della morte come compimento – l’impleatur di Agostino – il but suprême di Mallarmé – consiste nel precipitare la morte nella vita, implicitamente definendo quest’ultima come un continuo processo di annientamento: non si vive accumulando passato, si vive sottraendo futuro. L’hegeliana “potenza del negativo” non è altro che lo stillicidio che annichilisce la vita. La mallarmeana vita dal punto di vista della morte è questo sguardo che non conserva nulla. Come scriverà René Char: “Il poeta non trattiene ciò che scopre. Non appena lo trascrive, subito lo perde. In ciò risiede la sua novità, il suo infinito e il suo pericolo”59. “Ogni nascita è una distruzione, ogni vita un istante, l’agonia nella quale resuscitiamo ciò che abbiamo perduto, per vederlo. Prima lo ignoravamo”60. Ecco il cuore della “spiegazione orfica della terra”. E come la sapienza orfica ha in sé un elemento titanico (l’uomo nasce dalle ceneri dei Titani, folgorati da Zeus per la hýbris di aver smembrato – lo sparagmós – Dioniso, e per essersene poi cibati61), anche in Mallarmé affiora un titanismo sui generis. Se il titanismo romantico aveva sognato di ricreare la vita, la poesia di Mallarmé lavora per ricreare la morte, per rendere la casualità della morte “but suprême”. “Non giurerei che Mallarmé non avesse concepito”, scrive Sartre, “la sua morte come qualcosa che dovesse eternare il rapporto all’orfismo come la più alta ambizione del poeta e il suo scacco come la tragica impossibilità dell’uomo”.

La spiegazione orfica della terra è la revelatio mortis che sempre si ripete e che sempre la vita dissolve. Il compito del poeta è eternare questa rivelazione, immobilizzarla nel verso. La vera morte è insomma per Mallarmé una costruzione della libertà poetica, una conquista dello spirito. La parola-verso, la “frai160 Sartre_per stampa149-212.qxd:Apoc.qxd 1-09-2010 16:10 Pagina 160 se arachnéenne” (la rete aracnea), è la parola nuova; similmente l’uomo muore alla materia e rinasce come puro spirito (che mallarmeanamente vede l’organismo dal punto di vista dell’inorganico, l’“uomo del museo di Londra”, come diremo). Secondo Thibaudet “l’opera di Mallarmé rappresenta il culmine della logica, quando si intenda per logica non una qualità formale, ma una qualità disperata di sintesi”62. E la logica disperata procede per analogie violente: si afferma l’identità fra parola e uomo, “la Parola ovvero l’Uomo: è un tutt’uno”; se parola e uomo sono tutt’uno, allora la morte non è solo quella del corpo, ma anche la morte della parola, morte che appartiene allo spirito. È questa la morte iniziatica, “but suprême” del poeta. A questo punto “le parole, in se stesse si esaltano […] e valgono per lo spirito, centro di sospensione vibratoria”63. Il “muoio e torno a nascere” è insomma télos, rivelazione, nascita ad altro stato. Il morire e il tornare a nascere rimanda alla sapienza oracolare di Eraclito: “Immortali mortali, mortali immortali, viventi nella morte di quelli, ma nella vita di quelli, morti” (Colli 14 [a43]).

Questa dialettica fra morte materiale e morte iniziatica, e fra parola e vita, è l’essenza dell’orfismo di Mallarmé; ecco in che senso, scrive Sartre, egli “sogna di entrare nella poesia come in qualche confraternita segreta i cui riti iniziatici implicano una messa a morte seguita da una resurrezione”. Mallarmé si fa insomma carico della funzione soteriologia della parola orfica. Ma è una soteriologia moderna, infondata, che ironicamente inventa il rito e i suoi sacerdoti, e la trasforma, come tenterò di mostrare, in una metafisica atea della parola. Come Orfeo, il poeta ha “compiuto una lunga discesa nel Niente”64. Ma l’Orfeo di Mallarmé non è solo quello che scende nel Tartaro (Metamorfosi XI, vv. 1-85), ma quello che, smembrato, soccombe nello scontro fra Dioniso e Apollo. Di lui resta solo la testa65: è forse questo il simbolo della mallarmeana spiegazione orfica della terra. Come la testa di Orfeo continua, di là della morte, a parlare, la “fraise arachnéenne” parla di là della “scomparsa elocutoria”66 del poeta: rimane “la [sua] testa emersa/ solitaria vedetta/ nel trionfale volo/ di questa falce”67. “Con la testa urtando l’al di là”68, il San Giovanni di Mallarmé, decollato dalla falce del sole, altri non è che Orfeo ucciso da Apollo.

Strilli La notte è la tomba di Dio

Lorenzo Chiuchiù è nato a Perugia, dove risiede, nel 1973. Ha pubblicato studi su Hoffmann, Hölderlin, Baudelaire e Char in «Estetica» (Il Melangolo) e «Davar» (Diabasis), e un saggio in Sergio Quinzio, il messia povero (Diabasis, 2004). Ha curato Metafisica cristiana e neoplatonismo e La devozione alla croce (Diabasis, 2004 e 2005) di Albert Camus e Mallarmé, la lucidità e il suo volto d’ombra (Diabasis, 2010) di Jean-Paul Sartre. È redattore di «Davar». Nella collana Niebo ha pubblicato Iride incendio (La Vita Felice, 2005). Sorteggio (Marietti, 2012) è il suo secondo libro di poesie.

Note

161 Sartre_per stampa149-212.qxd:Apoc.qxd 1-09-2010 16:10 Pagina 161 Note 1. P. Celan, La verità della poesia, a cura di G. Bevilacqua, Einaudi, Torino, 1999, p. 10. Celan risponderà di no, contrapponendo all’incondizionato della poesia mallarmeana il dato creaturale. Ma, al di là della posizione di Celan, così come lascia intendere Sartre, il pensare fino in fondo Mallarmé significa compiere la metafisica. Per Celan poeta della Kreatürlichkeit cfr. G. Baffo, “Canti al di là degli uomini”: la poesia come testimonianza in Paul Celan, Benucci, Perugia, 1990. 2.“Sur Poe”, in Proses diverses, in St. Mallarmé, Œuvres complètes, introduction, bibliographie, iconographie et notes par H. Mondor, Gallimard, Paris 1945, cit., p. 872. 3. Cfr. R. Calasso, La letteratura e gli dei, Adelphi, Milano 2001, p. 97 s. 4. Lettera a Lefébure del primo maggio 1867 in Correspondance, I, a cura di H. Mondor, Gallimard, Paris 1959, p. 245. 5. Cfr. M. Luzi, Mallarmé, Marco, Cosenza 2002, p. 144 s. 6. C. Mauclair, Mallarmé chez lui, Grasset, Paris 1935, p. 69. 7. Cfr. J. D. Lagan, Hegel and Mallarmé, University press of America, Lanham-New York-London 1986, p. 3 s. L’11 settembre 1866 Villiers gli scrive: “Quanto a Hegel, sono felice che abbia accordato qualche attenzione a questo genio miracoloso” (citata inMallarmé. Correspondance. Lettres sur la poésie, préface d’Yves Bonnefoy, édition de B. Marchal, Gallimard, Paris 1999, p. 342 n. 8. J.D. Lagan, Hegel and Mallarmé, cit., p. 13. 9. G.W.F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, a cura di V. Cicero, Rusconi, Milano 1996, p. 235. 10. Lettera a H. Cazalis del 28 aprile 1866, in Mallarmé. Correspondance. Lettres sur la poésie, cit., p.297. 11. G.W.F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, cit., p. 235. 12. J. Hyppolite, “Le coup de Dés de S. Mallarmé”, in Études Philo so – phiques, vol. 13, n. 4, 1958, p. 463. 13. Prefazione a Un colpo di dadi, in St. Mallarmé, Poesie e prose, introduzione di V. Ramacciotti, tr. it. di A. Guerrini e V. Ramacciotti, Garzanti, Milano 1992, p. 401. 14. Un colpo di dadi, in St. Mallarmé, Poesie e prose, cit., p. 419. La citazione è stata composta accorpando i testi in maiuscolo. 15. “Il sapere relativo a Dio, come pure ogni entità soprasensible, implica infatti essenzialmente un’elevazione al di sopra della sensazione o dell’intuizione sensibile”, (G.W.F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, cit., p. 115). 200 Sartre_per stampa149-212.qxd:Apoc.qxd 1-09-2010 16:10 Pagina 200 16. Un colpo di dadi, in St. Mallarmé, Poesie e prose, cit., p. 421. 17. E, come rileva Mario Luzi, “tecnica e Metafisica vanno in Mallarmé strettamente congiunte”, (M. Luzi, Mallarmé, cit., p. 144). 18. “Sur Poe”, in Proses diverses, in St. Mallarmé, Œuvres complètes, cit., p. 872. 19. Ibidem. 20. “Théodore de Banville”, in Divagazioni, in St. Mallarmé, Poesie e prose, cit., p. 281. 21. G.W.F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, cit., p. 59. 22. “La parola ‘aufheben’ ha nella lingua il doppio significato di ‘conservare’ e nello stesso momento di ‘mettere fine’. Il conservare stesso racchiude già in sé il negativo… così il tolto è insieme un conservato, il quale ha perduto la sua immediatezza, ma non perciò è annullato” (G.W.F. Hegel, La scienza della logica, tr. it. A. Moni, Bari, Laterza 1924-25, pp. 105-106). 23. Cfr. S. Givone, Storia del nulla, Laterza, Roma-Bari 1996, p. 170 s. 24. “Nel plesso hegeliano”, scrive Anna Giannatiempo Quinzio, “del leeres Sein (istanza del ‘cominciamento’) e del Sein des Seienden (istanza del ‘fondamento’) l’istanza teoretica moderna raggiunge il suo vertice e – anche se viene subito travolta dalla sua intrinseca ambiguità – resta tuttavia valida, all’interno della riflessione metafisica, come esigenza di un cominciamento assoluto e richiamo al fondamento ultimo del pensiero e della libertà” (Il “cominciamento” in Hegel, prefazione di A. Negri, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1983, p. 26). L’esigenza hegeliana trova in Mallarmé la più esplicita e consapevole traduzione poetologica. Va solo rilevato, a differenza di Hegel, che Mallarmé non ha alcun interesse per l’inizio fenomenologico; essenziale è solo l’inizio logico che prescinde dalle figurazioni dell’apparire. 25. Un Colpo di dadi, in St. Mallarmé, Poesie e prose, cit., p. 397. 26. St. Mallarmé, Igitur, a cura di G. Quiriconi, Vallecchi, Firenze 1978, p. 93. 27. “Le démon de l’analogie”, in Divagazioni, in St. Mallarmé, Poesie e prose, cit., p. 204. 28. “Méthode”, in St. Mallarmé, Œuvres complètes, cit., p. 856. 29. Forma che avrà come massimo interprete novecentesco Rosenzweig. Anche nel caso di Rosenzweig è essenziale il nesso metafisico fra la parola che eccede i limiti del convenzionalismo della linguistica e l’essere. Cfr. G. Baffo, “La Teologia ateistica di Franz Rosenzweig”, in: AA. VV., Ateismo e società, a cura di M. Micheletti e A. Savignano, Benucci, Perugia 1993, pp. 45-62. 30. Lettera a H. Cazalis del 14 maggio 1867, in Mallarmé. Correspondance. Lettres sur la poésie, cit., p. 342. 31. G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello spirito, a cura di V. Cicero, Rusconi, Milano 1995, p. 69. 32. Lettera a H. Cazalis del 14 maggio 1867, in Mallarmé. Correspondance. Lettres sur la poésie, cit., p. 342. 33. “Die Schädelstätte des absoluten Geistes”, Cfr. G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello spirito, cit., p. 1065 s. 34. “Solo nel lavoro del concetto è possibile guadagnare pensieri veri e comprensione scientifica. Soltanto il lavoro del Concetto può produrre l’uni201 Sartre_per stampa149-212.qxd:Apoc.qxd 1-09-2010 16:10 Pagina 201 versalità del sapere” (G.W. F. Hegel, Fenomenologia dello spirito, cit., p. 139). 35. Lettera a H. Cazalis del 14 maggio 1867, in Mallarmé. Correspondance. Lettres sur la poésie, cit., p. 342. 36. Anche Augusto del Noce rileva l’“accento gnostico” di Mallarmé. Cfr. Introduzione a Simone Weil, L’amore di Dio, Borla, Torino 1968. 37. St. Mallarmé, Igitur, cit., p. 92. 38. “Il demone dell’analogia”, in Divagazioni, in St. Mallarmé, Poesie e prose, cit., p. 209. 39. Lettera a Cazalis del 28 aprile 1866, in Mallarmé. Correspondance. Lettres sur la poésie, cit., p. 298. 40. “Crise de vers”, in Variations sur un sujet, in St. Mallarmé, Œuvres complètes, cit., p. 365. 41. St. Mallarmé, Igitur, cit., p. 99. 42. Cfr. H. Jonas, Lo gnosticismo, a cura di R. Farina, tr. it. di M. Riccati di Ceva, SEI, Torino 1991, p. 86 s. 43. Lettera a H. Cazalis del 14 maggio 1867, in Mallarmé. Correspondance. Lettres sur la poésie, cit., p. 342. 44. Cfr. R. Calasso, La letteratura e gli dei, cit., p. 99. 45. Mallarmé. Correspondance. Lettres sur la poésie, préface d’Yves Bon – nefoy, édition de Bertrand Marchal, Gallimard, Paris 1999, p. 351 n. 46. “Catholicisme”, in Variations sur un sujet, in St. Mallarmé, Œuvres complètes, cit., p. 391. 47. St. Mallarmé, lettera a E. Lefébure del 17 maggio 1867, in Corre – spondance 1862-1871, a cura di H. Mondor, Gallimard, Paris 1959, p. 249. 48. St. Mallarmé, Igitur, cit., p. 128. 49. “Orphica”, in G. Colli, La sapienza greca, Adelphi, Milano, 1977, p. 139. 50. Ivi, p. 147. 51. Per una tomba di Anatole, a cura di J.-P. Richard, tr. it. di C. Ortesta, SE, Milano 1992, p. 25. 52. Lettera a Cazalis del 28 aprile 1866, in Mallarmé. Correspondance. Lettres sur la poésie, cit., p. 298. 53. Les Fenêtres, in Poésies, in St. Mallarmé, Œuvres complètes, cit., p. 33. 54. Il nesso fra orfismo e sciamanesimo è stato sottolineato da Dodds. Orfeo, “come gli sciamani, visita l’oltretomba” (I Greci e l’irrazionale, a cura di R. Di Donato, Sansoni, Milano 1995, p. 186). Per la relazione fra orfismo e filosofia antica cfr. G. Reale, Storia della filosofia greca e romana. Orfismo e presocratici naturalisti, Bompiani, Milano 2004. 55. St. Mallarmé, Igitur, cit., p. 94. 56. Ivi, p. 92. 57. “La Gloire”, in Poèmes en prose, in St. Mallarmé, Œuvres complètes, cit., p. 289. 58. Da questa stessa fonte attinge il fondatore della lirica europea: “Tra l’intingere più e più volte la penna vassene il tempo, ed io frattanto corro, m’affretto, precipito e vado morendo. […] Continuamente si muore. Io mentre scrivo, tu mentre leggi, gli altri mentre ascoltano o non ascoltano, tutti e sempre moriamo” (F. Petrarca, Familiarum rerum, Le Monnier, Firenze 1867, p. 130). 202 Sartre_per stampa149-212.qxd:Apoc.qxd 1-09-2010 16:10 Pagina 202 59. R. Char, La bibliothèque est en feu, in St. Mallarmé, Œuvres complètes, introduction de J. Roudaut, Gallimard, Paris 1983, p. 379. 60. Lettera del 27 maggio 1867 a Lefébure, in Correspondance. Lettres sur la poésie, cit., p. 353. 61. “Non ci dobbiamo suicidare in quanto il nostro corpo è dionisiaco: noi siamo parte di lui, se siamo davvero formati dal denso fumo dei Titani che ne gustarono le carni” (Olympiodori in Platonis Phaedonem Commentaria, Ed. W. Norvin, Lipsia 1913, I, 3, 3-14). 62. M. Luzi, Mallarmé, cit., p. 58. 63. “Il mistero nelle lettere”, in Divagazioni, in St. Mallarmé, Poesie e prose, cit., p. 343. 64. Lettera del 14 maggio 1867 a Henri Cazalis, in Mallarmé. Corre spon – dance. Lettres sur la poésie, cit., p. 344. 65. Dioniso, offeso per gli eccessivi onori tributati ad Apollo da parte di Orfeo, incaricò le Menadi di ucciderlo. Orfeo fu smembrato e la sua testa fu portata nella grotta di Antissa, sacra a Dioniso. Qui per lungo tempo profetizzò dando lustro al culto di Dioniso, finché, questa volta da Apollo, Orfeo fu costretto al silenzio. Cfr. R. Graves, I miti greci, tr. it. di E. Morpurgo, presentazione di U. Albini, Longanesi, Milano 1963, p. 99. 66. “Crisi di verso”, in Divagazioni, in St. Mallarmé, Poesie e prose, cit., p. 299. 67. “Il cantico di S. Giovanni”, in St. Mallarmé, Poesie, cit. p. 67. 68. Dai frammenti manoscritti di Hérodiade, in St. Mallarmé, Poesie, cit., p. 201. 69. G. Benn, Pietra, verso, flauto, a cura di J. P. Wallmann, tr. it. di G. Forti, Adelphi, Milano 1990, p. 13. 70. Cfr. Mario Micheletti, Le nozioni di “realtà divina” e “trascendenza” nella filosofia contemporanea, in «Religioni e Società», Vol. 19, n. 49 (2004). 71. J.-P. Sartre, L’essere e il nulla, tr. it. di G. del Bo, Il Saggiatore, Milano 1965, p. 27. 72. Ivi, p. 118. 73. “Catholicisme”, in Variations sur un sujet, in St. Mallarmé, Œuvres complètes, cit., p. 391. 74. J.-P. Sartre, L’essere e il nulla, cit., p. 121. 75. Ivi, p. 123. 76. Ivi, p. 117. 77. Ivi, p. 741 78. Ivi, p. 122. 79. Ivi, p. 123. 80. Ivi, p. 738. 81. Ibidem. 82. Ibidem. 83. Lettera a Lefébure, 17 maggio 1867, in Eugène Lefébure, citata da Mondor in Vie de Mallarmé. Mallarmé scrive esattamente: “Ogni nascita è una distruzione, e ogni vita l’agonia di un istante nel quale resuscitiamo, per vederlo, quanto abbiamo perduto, quanto prima ignoravamo”. 84. Lettera del 19 febbraio 1869 a Henri Cazalis, in Mallarmé. Correspon –

13 commenti

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13 risposte a “LORENZO CHIUCHIÙ, SINTASSI DEL DISINCANTO, SARTRE INTERPRETE DI MALLARMÉ

  1. Giorgio Agamben ha talvolta dedicato dei saggi ai simbolisti francesi dell’Ottocento, benché mai, specificamente, a Mallarmé. Questo non significa che il filosofo attribuisca al poeta una minore importanza, anzi i frequenti e significativi rimandi agli scritti mallarmeani che si incontrano nei suoi libri dimostrano l’esatto contrario. Tuttavia, dato che si tratta di passaggi brevi e allusivi, per poterli comprendere in maniera adeguata occorrerà cercare di contestualizzarli meglio e, per così dire, sciogliere le abbreviazioni. Già in uno dei primi volumi di Agamben, Stanze, emerge il ruolo determinante che egli assegna a Mallarmé nello sviluppo della poesia moderna. Quest’ultima viene posta a confronto non con la produzione degli antichi, ma con la lirica medioevale. A giudizio del filosofo, nella poesia amorosa in lingua d’oc e d’oïl, così come nei testi dei siciliani e degli stilnovisti, si realizza qualcosa di raro e ammirevole:

    «Il vincolo pneumatico, che unisce il fantasma, la parola e il desiderio, apre infatti uno spazio in cui il segno poetico appare come l’unico asilo offerto al compimento dell’amore e il desiderio amoroso come il fondamento e il senso della poesia». In tale perfetta circolarità, la lirica amorosa del Medioevo «celebra, forse per l’ultima volta nella storia della poesia occidentale, il suo gioioso e inesausto “unimento spirituale” col proprio oggetto d’amore».

    Io penso che la lezione che ci viene da Mallarmé, detto così in due parole, è che, da quando si è dichiarato che «Dio è morto», il poeta moderno è obbligato a crearsi PRIMA una propria metafisica, e soltanto DOPO può iniziare a scrivere poesia. Ecco la ragione che ci spinge da tempo a delineare il perimetro e i contenuti di una nuova metafisica. Senza metafisica si finisce per creare una poesia acefala, una poesia comunicazionale, una poesia-chiacchiera.

  2. il linguaggio di Celan sorge quando il linguaggio di Heidegger muore,
    volendo dire che il linguaggio della poesia – della ‘nuova’ poesia –
    può sorgere soltanto con il morire del linguaggio tradizionale
    che la filosofia ha fatto suo, o – forse – che si è impadronito della filosofia.

    (Vincenzo Vitiello)

    Più volte mi è stato chiesto che cosa esattamente intenda quando parlo di «patria metafisica» e di «patria linguistica» con riferimento alla poesia. La domanda è pertinente ma sarebbe sciocco pensare che io possa dare una risposta conclusiva ed esaustiva e che magari possa racchiudere la risposta in una o due paginette. A chi abbia la voglia di andare a leggersi i moltissimi interventi da me fatti su queste colonne, anche riguardanti poeti contemporanei, può trovare dispersi qua e là degli spunti, delle idee…

    Qui posso dire soltanto che le parole fondamentali, le Grundwörter, che hanno segnato il cammino del pensiero occidentale, sono quelle che hanno pronunciato i grandi poeti del novecento. La verità si dà soltanto nella forma della costellazione scrisse un giorno Benjamin. Occorre andare a studiare la costellazione delle parole fondamentali di un poeta per accorgersi quanto la costellazione delle parole fondamentali di una poetessa come Maria Rosaria Madonna (1942-2002) sia distante dalle parole di Zanzotto o di un tardo Fortini… Ecco, quelle parole formano un cerchio. Sono sempre quelle parole che stanno dentro quel cerchio che producono senso, e non altre. Le parole di una patria linguistica sono segretamente imparentate tra di esse, e tutti questi legami stabiliscono una parentela e fondano una patria, una patria metafisica. Il poeta abita quella patria e non un’altra. Un poeta non può cambiare patria linguistica. Può evolvere, sviluppare certe metafore fondamentali ma sempre all’interno di una determinata patria metafisica e linguistica.

    Ci sono epoche caratterizzate dall’attesa, attesa che si verifichino le condizioni affinché una patria metafisica possa sorgere. E questa attesa può anche durare decenni o, addirittura, secoli. In questi interregni temporali la poesia che si farà sarà una poesia priva di patria metafisica, e quindi destinata ad essere perenta, insignificante, ed essere dimenticata.

    Ci sono poeti che con il loro lavoro preparatorio, con i loro avamposti creano le condizioni affinché una patria metafisica delle parole possa finalmente trovare luogo. Questo lavoro preparatorio dei poeti non è mai vano, prima o poi arriverà un poeta che raccoglierà i loro sforzi e troverà una patria metafisica presso la quale abitare. Ed entrerà ad abitarvi, condividendone il destino. Perché il destino di un poeta è scritto nella sua patria metafisica e linguistica. Lì, non si può mentire o barare.

    Il linguaggio di Maria Rosaria Madonna potrà sorgere soltanto quando il linguaggio di Zanzotto e di Fortini sarà tramontato per sempre. Ma, allo stesso tempo, il linguaggio di Madonna apre le porte e preannuncia la poesia di Mario Gabriele e quella di Gino Rago.

    • P.P. Potente e preciso.
      ma qualche tentennamento rimane.
      Nella citazione
      la dimenticanza. Il seme attentamente
      inoculato può cosi nuocere alla creazione. Deve necessariamente finire. Lode
      alla poesia con la scadenza.
      Ha breve termine
      la sintassi. Un popolo di formiche sfaticate.
      Pure colle borsette dondolanti.
      In Acheronte a folle.

      Buongiorno, OMBRA.

  3. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/10/28/lorenzo-chiuchiu-sintassi-del-disincanto-sartre-interprete-di-mallarme/comment-page-1/#comment-59951
    Posto qui di seguito questi assemblaggi frastici di Francesca Dono che ho trovato stamane su FB (La scialuppa di Pegaso)

    Francesca Dono
    23 h
    TRATTO DA: ci tocca nominare il Nulla

    /…/

    Dall’occhio del ciclone la margarina non mostra prove. Reale il raschiosulle case popolari. La polpa vegetale appanna i tetti e le antenne.Per l’oscurità blu sottosuolo. Tanto sudiciume sfregato contro le finestre. Mr. Crocodile scarta un bambino alla volta. Sono doni-dice-Come caramelle
    comprate col bancomat. Un mercoledì ordinario.Peso del tempo.

    /…/

    apnea dei vestiti. Il quark ha composto rigonfiamenti e pianure. Lunghe notti di letargo.Tutto per far appassire la boa luccicante. Una cazzata cherry pop . Abbandonata a se stessa. Capite l’elemosina? Pungere le orecchie-Signorina Pearl – A misura del foro istantaneo.La luna sbadiglia con i corbezzoli della ruggine.

    Dieci minuti.Venticinqueottobreduemiladiciannove. Un rantolo discute con la morte .Musica di frodo.

    /…/

    zigzag sulla rosa artica/Metà senza petali/L’altra parte discesa al pietrisco/Abbassare la testa e seguire il dorso tremante/ Un’ombra nel nido freddo/

    Commento di Giorgio Linguaglossa

    Eccellenti composizioni, Francesca Dono, con questi lavori sei entrata a pieno diritto nella nuova ontologia estetica. Certo, nominare il nulla non è affare di poco conto, hai dato il benservito alla poesia euforbica ed ergonomica che va di moda nella nostra epoca di autostrade digitali e di automobili digitali che ci narrano delle adiacenze dell’io postruista. Quello che mi colpisce in questi tuoi lavori è la disconnessione semantica, sintattica e ontologica del tuo procedere linguistico, il non dar conto di nulla a nulla, e lo fai con una fragranza asciutta e priva di utopia, priva di progetto. È il tuo account, sono i nuovi avatar ciò di cui tu narri… o meglio, non narri. E, così facendo e disfacendo nomini il nulla. Complimenti.

  4. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/10/28/lorenzo-chiuchiu-sintassi-del-disincanto-sartre-interprete-di-mallarme/comment-page-1/#comment-59986
    Tre poesie inedite di Marie Laure Colasson

    19.

    L’albatros
    à bras le corps suspendue elle veut
    l’eau transparente les miroitement des poissons
    des fonds marins

    Les yeux au ciel bleu
    mélodie modulée
    piano et violon se répondent
    fusion velours des instruments

    Corps à corps des échanges des pulsions
    eros chimique voluptueux

    Les oranges les bruns les rouges s’entrelacent
    tranchés de noir
    quelques taches de blanc pour une lumière à cru

    Les murs des villes
    fissures et lézardes enduits couleurs-plastiques
    grisailles sanglantes déchirures


    *

    L’albatro
    sospesa stretta forte lei vuole
    l’acqua trasparente lo scintillio dei pesci
    dei fondali marini

    Gli occhi al cielo azzurro
    melodia modulata
    pianoforte e violini si rispondono
    fusione velluti degli strumenti

    Corpo a corpo scambi pulsione
    eros chimico voluttuoso

    Gli aranci i bruni i rossi si intrecciano
    trinciati di nero
    alcune macchie di bianco per una luce a crudo

    I muri della città
    fessure crepe intonaci color plastica
    grisaglie sanguinanti lacerazioni

    20.

    La lumière cristalline oeuvre sur son mental
    et gaiement son corps exulte

    Ler étoiles brodées de quatre lettres
    des peuples entiers y participent

    Malipiero magicien des sonorités
    courtise assidûment Giulietta sur son piano

    Une vague brune s’étend au delà des frontières
    sans répit l’homme dégueule son venin

    Eredia joue à la guerre
    tandis que dans ses yeux le monde se renverse

    Rupture d’un silence écouté
    des miaulements de chats en maraude

    Esther court dans l’obscurité
    rencontre inattendue d’un espace clos

    Una enveloppe cachetée “attenti alle truffe”
    contient une escroquerie plus savante

    Kantemir Balagov regard pénétrant
    sans pitié fait tomber les masques

    au sein de ruines de Leningrad

    *

    La luce cristallina lavora sul suo mentale
    e gaiamente il suo corpo esulta

    Le stelle ricamate di quattro lettere
    di popoli interi vi partecipano

    Malipiero mago delle sonorità
    corteggia con assiduità Giulietta sul suo piano

    Un’onda bruna si propaga al di là delle frontiere
    senza sosta l’uomo vomita il suo veleno

    Eredia gioca alla guerra
    mentre nei suoi occhi il mondo si capovolge

    Rottura di un silenzio ascoltato
    di miagolii di gatti in sarabanda

    Esther corre nell’oscurità
    incontro inatteso d’uno spazio chiuso

    Una busta sigillata “attenti alle truffe”
    contiene una truffa più astuta

    Kantemir Balagov sguardo penetrante
    senza pietà fa cadere le maschere

    nel grembo delle rovine di Leningrado

    21

    Le vent fait voler les feuuilles jaunies
    ne laissant que l’austère squelette de l’arbre

    Laure oublie son sac contenant tout sa vie
    ne le retrouve en aucun lieu

    Un enfant plus petit que son accordéon
    appui sur les touches nacrées

    Pietr sandwich eau minérale
    plonge dans le vain sens des mots sur son portable

    Des poètes aux barbes gourmandes aux pas perdus
    sourire amusé de Dostoievski

    Sergej en ventriloque déclame
    Eeredia n’entrevoit qu’un coeur égratigné

    La terre s’ouvre
    des hommes murés dans le secret des aurores boréales

    Dostoievski retrouve le sac de Laure
    feuilles jaunies vains mots fausses barbes accordéon portable

    Comme cendre elle reste suele en secret

    *

    Il vento fa volare le foglie ingiallite
    non lascia che l’austero scheletro dell’albero

    Laura dimentica la sua borsa che contiene tutta la sua vita
    non la ritrova in alcun luogo

    Un bimbo più piccolo della sua fisarmonica
    preme sui tasti di madreperla

    Pietr sandwich acqua minerale
    si tuffa nel senso vano delle parole sul suo cellulare

    Poeti dalle barbe golose dai passi perduti
    sorriso divertito di Dostoevskij

    Sergej ventriloquo déclama
    Eredia non vede che un cuore graffiato

    La terra si apre
    uomini murati nel segreto di aurore boreali

    Dostoevskij ritrova la borsa di Laura
    foglie ingiallite vane parole false barbe fisarmonica cellulare

    Come cenere rimane sola in segreto

    Commento

    In queste composizioni di Marie Laure Colasson ci troviamo di fronte al dimagrimento e alla essenzializzazione della struttura frastica: dimidiamento degli aggettivi, eliminazione della punteggiatura, adozione del distico, adozione dello stile nominale, precedenza assoluta al sostantivo e al nome proprio, eliminazione delle particelle connettive del discorso, adozione sistematica del salto e della disconnessione sintattica, impiego della peritropè, interruzione sistematica dell’unità frastica. Tutti elementi strutturali di un periodare che punta alla essenzializzazione del discorso poetico. Che sia una poetessa francese, ultima in ordine di tempo pronipote legittima di Mallarmé, ad operare un simile disboscamento degli elementi non essenziali del discorso poetico, non può non colpire. Ciò vuol dire che questa spinta alla essenzializzazione del discorso poetico è un comune sentire che è presente da tempo in tutta Europa, si avverte che c’è un bisogno di alleggerire il discorso poetico di tutti i tropi eliminabili e non strettamente indispensabili. Ed è quello che tenta di fare la nuova ontologia estetica.
    Dostoevskij, Eredia, Sergej, Laura, Pietr, Kantemir Balagov etc sono nomi, indicano avatar, account, mittenti spogliati di significazione secondaria e primaria, sono delle icone semantiche che rimandano al nulla dietro di loro, al nulla che sta dietro e davanti al nostro mondo, si indicano azioni disperse avvenute forse per caso, stocasticamente improbabili, quantisticamente irrelate da entanglement.
    Così, noi scopriamo con raccapriccio e rammarico che la poesia ha cessato di essere rappresentativa ed è divenuta presentativa. Si presentano le cose, le parole così come esse sono nel nostro mondo: mere etichette, label, notizie di se stesse che ci raccontano in modo indiretto di un mondo colpito da entanglement e da disfania, un linguaggio insieme disfanico e diafanico, disfonico e disforico, distratto, sfrattato dal reale, dematerializzato e de-semantizzato.

    L’evento delle cose è la loro semplice presenza, la magia del loro essere qui, accanto a noi, in modo inspiegabile e insondabile. In tal senso, possiamo dire che l’evento giunge alla sua fine, perché finendo, finisce anche la storia dell’essere che quell’evento racchiudeva. Scrive Heidegger: «Il pensiero che si raccoglie nell’evento», «Che cosa si può dire allora? Solo questo: l’Ereignis ereignet», tutto è trasparenza totale, e proprio per questo, oscurità. L’albatro, simbolo un tempo della purezza e del sublime è diventato metro della trasparenza dell’essere e di tutte le cose, ergo, oscurità, segnale muto, segno cieco, cieca diafania:

    L’albatros
    à bras le corps suspendue elle veut
    l’eau transparente les miroitement des poissons
    des fonds marins

    Se la metafisica è stata caratterizzata dall’oblio dell’essere e dalla sottrazione di ciò che dell’essere è destinale, quel che viene meno ora, quel che si sottrae è «l’eau transparente les miroitement des poissons», è l’oblio dell’oblio, l’oblio di questo ritrarsi dell’evento: il raccogliersi del pensiero nell’evento equivale purtuttavia alla fine di questa storia che abbiamo subito come sottrazione e velamento. Sottrazione e velamento che appartengono alla metafisica come loro limite, si rivelano invece essere proprietà dell’evento stesso, di cui ci appropriamo e ci dispropriamo. Ciò vuol dire che la sottrazione si mostra adesso come la dimensione del velamento stesso, il quale continua ancora a velarsi, solo che adesso il pensiero non vi presta più attenzione, perché viene colto da smemoratezza e dimenticanza. Ciò che è da-pensare, questa diafania universale, giunge alla sua fine, e il pensiero non vi presta più attenzione per quanto possa ben continuare ancora a esistere la metafisica. Perché ormai che qualcosa vi sia nell’«acqua trasparente», non significa che sia essenziale né significativo per noi giunti al termine della storia dell’essere e della sua metafisica, «les miroitement des poissons» suonano alle nostre orecchie come il suono di un oboe sommerso, come il colore delle barriere coralline in via di disfacimento.

    Il pensiero post-metafisico che si annuncia in questa poesia indica allora un modo di abitare le cose in via di sbiadimento, quel modo che abdica ad una presa di possesso del mondo da parte dell’io egolalico ma di un possesso spossessante, di una dis-propriazione, di un alleggerimento di ciò che può essere scaricato, un abitare la mondità senza la presunzione di averne la chiave per il suo accesso e la sua processualità.

    (Giorgio Linguaglossa)

    [Marie Laure (Milaure) Colasson nasce a Parigi e vive a Roma. Pittrice, ha esposto in molte gallerie italiane e francesi, sue opere si trovano nei musei di Giappone, Parigi e Argentina, insegna danza classica è coreografa di danza contemporanea]

  5. marinapetrillo

    “I poeti che vivono d’ira e
    beneficienza
    Non conoscono il male
    di questi dei oscurati,
    Li dicono tediosi e senza
    intelligenza”
    (

  6. marinapetrillo

    Non so se sia gioia o esilio. L’ultimo approdo di un tempo diafano, perso in labirinti screziati del nulla maturato in riflessioni. Vertigini matematiche, di cui immemori, analizziamo il vuoto calco.
    In petrose diatribe, muove il senso come non vi fosse più alcuno a determinarlo. Appare in sparizione e di sua impressione non diluisce l’elicoidale aspetto.
    Genetica del sentire tra” liber novus” intraducibili se non mediante uno speculum inverso. Immagini quadruplici infisse nell’indeterminato. Spoglie varianti convertite in sistema ternario. Cellule in apiformi diagrammi ronzanti sparuti linguaggi.
    Logos, multifiamma dell’umano disagio.
    Distopia in “versatilismo” oppiaceo. Risveglio da paradigmi egoici sussurrati in paradossi filosofici.
    La Natura vibra tra brume eterne. Erge il capo in onirica diaspora, se essere o partecipare al rito prima della caduta. La Caballah ha il suo Albero; Sephirot gemellate al linguaggio indecifrabile di arcaiche lettere di luce. Ombroso riverbero in Malkuth di cui, poderosa radice è il silenzio.
    Siamo, esistiamo, di morte in morte.Non di vita precoce ma ri-animata tra le intercapedini di un sistema complesso che aspira all’Uno, come particelle acquee verso l’Oceano degli eventi.Sanno di noi, umana specie, evitando il paradosso dell’esistere. Se in esse sussiste la chiave dell’Essere, è solo per subitanea intenzione: linearmente spenge ogni fuoco la sublime acqua esperienziale , liquido amniotico di esistenze plurime, covate in linfa semiotica vibrante linguaggi.
    Fu Babele antidiluviana, sorpresa accecante in mattino livido la cui impronunziabile parola fu D_o- Sottaciuto alla Sua stessa creazione, distribuì l’uomo a evento occasionale. Liana o piccolo fiore, rovo, roccia o cavo albero a cui confidare il proprio intento.
    Percorrono gli istanti in fotoni e il pregresso appare sottaciuto, non superato. Estinto.
    Marina Petrillo

  7. Alle poesie NOE di Francesca Dono si accede per balzo, fin dalle prime parole. Nemmeno per un momento si ha l’impressione di un progressivo allontanamento dalla tradizione. Francesca è scaltra – nella negazione del significato. – In “Squarci”, per sue vie anche Edith Dzieduszycka ottiene risultati di questo tipo, di non significazione.
    Comincio a familiarizzare con le poesie di Marie Laure Colasson, e mi piacciono, particolarmente se lette in lingua d’origine. Confesso però di non amare tanto il distico se disposto “ad elenco”. Intendiamoci, la mia obiezione è volta all’aspetto strutturale, qui per me a livello piuttosto basico (Le vent, Laure, Un enfant ecc.), e tuttavia nella fattispecie simile a qualcun altro della NOE.
    Ringrazio Marina Petrillo per la citazione di Mallarmé. Molto pertinente ai giorni nostri.

  8. Iosif Brodskij (1940-1996)
    da: Dall’esilio, traduzione di Gilberto Forti e G. Buttafava, Milano, Adelphi 1988

    “Un’opera d’arte, in special modo un’opera letteraria e una poesia in particolare, si rivolge all’uomo tête-à–tête, stabilendo con lui rapporti diretti, senza intermediari di sorta. Nella storia della nostra specie, nella storia dell’ homo sapiens, il libro è un fenomeno antropologico analogo in sostanza alla invenzione della ruota.”

    “Ciò che si suole chiamare volgarmente voce della Musa è in realtà il dettato della lingua; che non è la lingua a essere un suo strumento, ma lui stesso è il mezzo di cui la lingua si serve per continuare a esistere. E la lingua… non è capace di una scelta etica. La dipendenza [del poeta dalla lingua] è assoluta, dispotica; ma è anche liberatoria. Infatti, pur essendo sempre più vecchia dello scrittore, la lingua possiede ancora la smisurata energia centrifuga che le è conferita dal suo potenziale temporale, cioè da tutto il tempo che ha davanti a sé. E questo potenziale è determinato non tanto dall’importanza quantitativa della nazione che parla (benché sia determinato anche da questa) quanto dalla qualità della poesia scritta in questa lingua. Basterà ricordare gli antichi autori greci o latini; basterà ricordare Dante. E quello che oggi si va scrivendo in russo o in inglese, per esempio, garantisce l’esistenza di queste lingua anche nel corso del prossimo millennio. Il poeta, ripeto, è il mezzo di cui la lingua si serve per esistere.”

    “Chi scrive una poesia, però, non la scrive per l’ambizione di essere ricordato dai posteri, anche se spesso coltiva la speranza che una poesia gli sopravviva, sia pure per poco. Chi scrive poesia la scrive perché la lingua gli suggerisce o semplicemente gli detta la riga seguente. Quando comincia a scrivere una poesia, di regola il poeta non sa come andrà a finire… Ed è il momento in cui il futuro della lingua interviene nel proprio presente e lo invade.”

    “Esistono, come si sa, tre modi di cognizione: quello analitico, quello intuitivo e il modo noto ai profeti biblici, la rivelazione. Ciò che distingue la poesia dalle altre forme letterarie è che usa insieme tutti e tre questi modi (orientandosi prevalentemente verso il secondo e il terzo).

    Tutti e tre sono infatti presenti nella lingua… Chi scrive una poesia la scrive soprattutto perché l’esercizio poetico è uno straordinario acceleratore della coscienza, del pensiero, della comprensione dell’universo. Quando si è provata una volta questa accelerazione non si è più capaci di rinunciare all’avventura di ripetere questa esperienza.”

  9. Simone Carunchio

    Naturalmente l’articolo è piuttosto interessante. Mi pare che confermi la teoria delle sostituzioni: se sostituisci spirito con abisso, essere con caso e nulla con necessità, il sistema che ottieni è sempre lo stesso. Il gioco delle sostituzioni potrebbe continuare all’infinito: se a nulla sostituisci il Dio di Maestro Eckhart, il sistema di nuovo non cambia, e così via. Come dimostrò il Derrida si tratta di una legge della logica del linguaggio te(le)ologico. Coma anche quella di vantare un carattere giuridico e metaforico.
    Una nota personale: mi ha stupito ritrovare (non so se consapevolmente o meno da parte dell’autrice) una comunanza tra la Colasson e Enomis. Nel primo libro che curai di quest’ultimo autore (“incarminandosi follemente”), infatti, vi è una poesia che si intitola “attenti alle truffe”, che fa così:

    – ATTENTI ALLE TRUFFE –
    Descrivere la mia epoca è semplice:
    sulle buste postali delle bollette
    della eterna luce,
    giusto pizzo da pagare
    per giusto servizio da consumare,
    vi è scritto a lettere cubitali
    e buffe:
    – ATTENTI ALLE TRUFFE –

  10. Guido Galdini

    – NONCURANTI DEI DONI –
    Tralasciare l’eternità è complicato:
    sotto le cartoline postali dei bonifici
    della mutevole ombra,
    iniquo premio da ricevere
    per iniquo disguido da tralasciare,
    è cancellato a minuscoli numeri
    e austeri:
    – NONCURANTI DEI DONI –

    E’ solo un tentativo, si può di sicuro fare di meglio.

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