La Nuova Poesia, La poesia come struttura dissipativa, Sulla Metafora che precede il linguaggio, Sulla tribalizzazione della verità. Commenti Vari, Una pagina di Giorgio Agamben sulla forma-di-vita, Poesie di Carlo Livia, Paola Renzetti

Gif Antonioni 1

fotogramma di un film di Michelangelo Antonioni, Gif

«Le strutture ideologiche postmoderne, sviluppate dopo la fine delle grandi narrazioni, rappresentano una privatizzazione o tribalizzazione della verità».

(Maurizio Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino, 2017, p. 113)

Strilli Král A tratti un libro ripostoGiorgio Linguaglossa

20 ottobre 2019 alle 8:54

Ecco la pagina finale di L’uso dei corpi di Giorgio Agamben, Neri Pozza, 2014, pp 350-351:

Tutti gli esseri viventi sono in una forma di vita, ma non tutti sono (o non sempre sono) una forma-di-vita. Nel punto in cui la forma-di-vita si costituisce, essa destituisce e rende inoperose tutte le singole forme di vita. È soltanto vivendo che si costituisce una forma-di-vita [corsivo mio], come l’inoperosità immanente in ogni vita. La costituzione di una forma-di-vita coincide, cioè, integralmente con la destituzione delle condizioni sociali e biologiche in cui essa si trova gettata.

La forma-di-vita è, in questo senso, la revocazione di tutte le vocazioni fattizie, che depone e mette in tensione dall’interno nel gesto stesso in cui si mantiene e dimora in esse. Non si tratta di pensare una forma di vita migliore e più autentica, un principio superiore o un altrove, che sopravviene alle forme di vita e alle vocazioni fattizie per revocarle e renderle inoperose. L’inoperosità non è un’altra opera che sopravviene alle opere per disattivarle e deporle: essa coincide integralmente e costitutivamente con la loro destituzione, col vivere una vita.

Si comprende allora la funzione essenziale che la tradizione della filosofia occidentale ha assegnato alla vita contemplativa e all’inoperosità: la forma-di-vita, la vita propriamente umana è quella che, rendendo inoperose le opere e le funzioni specifiche del vivente, le fa, per così dire, girare a vuoto e, in questo modo, le apre in possibilità.

Contemplazione e inoperosità sono, in questo senso, gli operatori metafisici dell’antropogenesi (corsivo mio), che, liberando il vivente uomo da ogni destino biologico o sociale e da ogni compito predeterminato, lo rendono disponibile per quella particolare assenza di opera che siamo abituati a chiamare “politica” e “arte”. Politica e arte non sono compiti né semplicemente “opere”: esse nominano, piuttosto, la dimensione in cui le operazioni linguistiche e corporee, materiali e immateriali, biologiche e sociali vengono disattivate e contemplate come tali per liberare l’inoperosità che è rimasta in esse imprigionata. E in questo consiste il massimo bene che, secondo il filosofo, l’uomo può sperare: “una letizia nata da ciò, che l’uomo contempla se stesso e la propria potenza di agire”».

Strilli Král Il giorno va spegnendosiPost-it di Giorgio Linguaglossa

Prendo lo spunto da questa riflessione per osservare come l’arte, la poesia dell’ipermoderno (per usare la formula di Steven) o del Dopo il Moderno (per impiegare una mia definizione) non possano derivare che da un moto di disattivazione, di deposizione, di revocazione di tutte le vocazioni, insomma, da un modo che renda inoperosa la tradizione della precedente forma-di-vita per poter liberare una nuova forma-di-vita (Cfr. la Lebensform di Walter Benjamin). In tal senso leggo la maieutica di Steven Grieco Rathgeb, come un modo per rendere inoperosa la forma-di-vita della tradizione poetica. E in questo senso leggo anche il suo disagio di fronte alle scritture ergonomiche e postruiste dell’arte di oggi che si rivolge all’uso del corpo e all’uso del quotidiano, entrambe adottate e così reificate in categorie, quando invece si tratta di esistenziali, per dirla con Heidegger, di forme-di-vita, per dirla con Agamben.

E con questo penso che abbiamo tagliato via la grandissima parte di arte degli ultimi decenni come incongrua e manifestamente erronea.

Marie Laure Colasson

20 ottobre 2019 alle 9:30

Lebensform als Lebenswelt

Sulla Metafora

«Ciò che nel linguaggio si rispecchia,il linguaggio non lo può rappresentare».1]

È questa l’aporia del linguaggio. La tautologia e la contraddizione mostrano che esse si trovano, convergono, nella metafora, la quale contiene in sé sia la tautologia (il non-identico è lo stesso che l’identico) che la contraddizione (il non-identico non è l’identico). Da ciò se ne può dedurre che nella metafora convergono tutte le aporie del linguaggio, il lato effabile e il lato ineffabile, il dicibile e l’indicibile.

Talché voler estromettere la metafora dal discorso poetico è come voler aggiustare Procuste mettendolo sul letto di Procuste.

Il discorso poetico tende «naturalmente» alla metafora.

(cit. Giorgio Linguaglossa)

 Il linguaggio dunque non precede la metafora, è la metafora che precede il linguaggio. È la metafora che fonda il linguaggio.

La poesia di Steven Grieco Rathgeb tende «naturalmente» alla metafora, al di là delle sue intenzioni e al di là del suo volere potere. Lo si può dedurre dal suo tendere verso l’alto. E questo è ciò che fonda il linguaggio poetico: la metafora è un gesto, un gesto linguistico. Infatti, nei tempi primordiali il gesto corporeo e il gesto linguistico coincidevano. Dal che ne deriva che un discorso che non tenda «naturalmente» alla metafora, non è, propriamente, un discorso poetico ma narrativo il quale, per eccellenza, si estende in direzione orizzontale.

 1.Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, Einaudi, 1979 p. 33

Mauro Pierno

La verità sta su una sedia a dondolo

Strilli Lucio Ho nel cervelloSteven Grieco Rathgeb

18 ottobre 2019 alle 19:25

Sì, Gino Rago accoglie l’invito di Giorgio Linguaglossa. E bene fa. Penso che un intreccio di simili riflessioni di diversi poeti, ciascuno dei quali cerca di trovare una propria centralità interiore per trovarla nel fuori del mondo e dell’esperienza degli altri poeti, possa davvero creare una sorta di road map. Per deviare da lo Scylla della filosofia e il Cariddi della poesia come puro gioco. In questo sono perfettamente d’accordo con Giorgio.

Ahimè, ci vuole una disciplina ferrea per penetrare la realtà, che succede sempre tutto intorno a noi e ci confonde. Che mi farebbe intanto dire che la parola “postmoderno” è disperatamente vecchia. I tempi si muovono velocissimi, non aspettano. È da tempo, eppure anche da pochissimo, che siamo entrati nella ipermodernità. (Brexit ne è un ottimo esempio – un paese di antico pedigree che in un attimo (3 anni) si avvicina pericolosamente a diventare un failed state. ) Che è un altro modo per dire che siamo entrati nel tempo “dopo il futuro”. Ma tutto questo lo dico con più dettagli nella terza parte, ‘Disfanie’. La prima parte, Agorafilia, è l’esperienza e i pensieri di un uomo giovane, e così la cosa viene da me raccontata.

Strilli GabrieleMarie Laure Colasson

ven 18 ott, 20:33

 Ritengo molto interessante questa auto riflessione di Steven Grieco Rathgeb sulla propria Stimmung – direbbe un heideggeriano – quel fenomeno psichico che l’autore chiama “agorafilia”, che altro non è che un modo di essere, una struttura fondamentale del suo essere nel mondo; ed è chiaro che questa struttura fondamentale sia di aiuto nella pratica della poesia, aiuto, ma può essere anche un ostacolo, una tremenda difficoltà, perché per fare una poesia agorafiliaca occorre una grande quantità di immaginazione, di ricordi, di sogni, di divagazioni, di dispersioni… Chiamerei questa struttura fondamentale una “struttura dissipativa” tipica della mente creatrice, di una particolarissima mente creatrice di mondi e di ipermondi.

Quello che stiamo dicendo è chiaro se leggiamo la poesia di Steven Grieco Rathgeb come una struttura dissipativa che si amplia, cresce e concresce e si smarrisce in cerchi e in plenitudini sempre più ampie, dispersive, discorsive.

Forse è questo il contributo più importante che Steven Grieco Rathgeb può portare alla nuova poesia, aggiungendo una possibilità espressiva alle tante già qui convocate insieme in un comune progetto di poesia.

 Salivamo nell’aria, allontanandoci dalle strade affollate.
Tutto diventava più piccolo. Io pensavo al cielo del lago.

 Tipico di questo modo di fare poiesis è la costante ricerca dell’alto e del moto verso l’alto e verso gli esterni, la struttura dissipativa tende qui all’entropia e alla disperdita progressiva di energie illocutive…

Strilli LeoneLetizia Leone

19 ottobre 2019 alle 10:14

 Steven Grieco agisce con la profondità che gli è consona alla ri-configurazione dell’ “essere immaginale” in poesia, e oltre, dato che l’immaginazione è a fondamento della coscienza. Una ri-categorizzazione dei Fondamentali alla luce della propria biografia intellettuale e artistica. Gino Rago a ragione parla di problematizzazione. L’inserimento nel discorso dei testi poetici amplifica l’autenticità testimoniale. Il filosofo presocratico che agisce nei versi di “Previsione del tempo” (non modernamente raziocinante e reificato) ha un sentire che risuona insieme alla grande impronta cosmica della natura… Un filosofo orfico che porta pensiero e non canto, oltre alle meravigliose reminiscenze platoniche quale monito e augurio per le nuove generazioni. Ma questo poeta-filosofo ci conduce sull’orlo di una vertigine percettiva, un cortocircuito in chi legge da questa separazione storica definitiva da certe tonalità emotive, dalla favola mitica di certe avventure empatiche e conoscitive con la natura. Testo pulsante di una grecità mitica e sacrale ma testo modernissimo che prolunga i contrasti e la separazione.

A proposito dell’osservazione di Sagredo sui benefici del soggiorno nella pietra del Trullo, ricordo ciò che disse Gadamer, morto all’età di 102 anni , sul segreto della sua longevità: assorbire il magnetismo dalle rocce di qualche isola italiana…Un saluto a Steven e a tutti gli amici dell’Ombra

Strilli GriecoSteven Grieco Rathgeb

19 ottobre 2019 alle 10:40

Ringrazio Marie Laure Colasson, qui a bien compris ce que je voulais dire. Mais cette partie ci n’est que le premier tiers d’un petite oeuvre sur l’imagination qui se compose de trois parties. Sono stato mosso a scrivere questo per perché molto di quello che vedo di poesia intorno a me è epigonismo, linearità travestita da qualcos’altro. Basta leggerla ad alta voce e subito si capisce. È infatti molto difficile rompere il guscio della tradizione, per intuire le strutture più vaste dell’espressione poetica. Non ho quasi visto poesia oggi, in nessuna delle 7 lingue che parlo e capisco bene (e credetemi ho cercato tanto e ancora cerco), che non fosse vaniloquio, spesso non per mancanza di bravura ma per insipienza, per non sapere dove si deve andare. È qui che dovremmo lavorare insieme!

Quindi l’individuazione di una direzione, ma una direzione senza riferimenti, come una strada ignota che si apre con ogni nuovo passo.

Questo è stato il primo pezzo di tre. Per ragioni di spazio non si è potuto pubblicare i tre insieme. Utamakura nel Giappone di 8, 9, 10 secoli fa porta l’immaginazione ad un punto altissimo, ignoto altrove, l’immaginazione della grandi poetesse (e di qualche grande poeta) del periodo Heian – laddove la realtà del mondo si allarga a dismisura, abbraccia un cosmo ben più vasto di qualsiasi teoria filosofica, prefigura molto esattamente la virtualità di oggi… semmai più vicino all’astrofisica – oggi spesso pura filosofia, il resto è opinione soggettiva più o meno elegante e convincente.

Bisogna essere un po’ cattivi, infrangere i mostri sacri che tengono ferma la poesia oggi.
Quel mondo allargato del Giappone Heian, nella sua estrema virtualità immaginale, indica questa direzione oscura, ed infatti porta poi la disfania, il cannocchiale che trapassa la falsa realtà di oggi, il travestimento della realtà che noi viviamo per reale, e apre, come una fessura, il reale nascosto, che non è altro che il nostro distopico presente. È da tanti anni che capisco che quasi tutti i pensatori tradizionali oggi, Severino in primis, sono antiquati. Guardano una realtà costruita e non vedono che è costruita, contraffatta.

Apriamo l’idea della poesia a orizzonti più grandi. Ci conviene. E cerchiamo di trovare una συνεργασία, anche fortemente tornando alle radici del pensiero in Occidente.

Sono in autobus fra Atene e Arta, spero che questo messaggio vi sia comprensibile (lo scrivo sul cellulare)! Salute a Giorgio, a Gino, a Sagredo, a Marie Laure Colasson che ringrazio sentitamente e spero di vedere a Roma prossimamente!), a Sabino Caronia… A tutti i poeti e scrittori in viaggio verso una secolo 21° reale.

Strilli LinguaglossaGiorgio Linguaglossa

19 ottobre 2019 alle 19:17

Penso che la struttura che stiamo sperimentando qui da qualche tempo, la forma-polittico sia anch’essa una “struttura dissipativa”. Ed è una novità di non poco conto per la poesia europea.
Sarei interessato a conoscere l’opinione di tutti in proposito.

Lucio Mayoor Tosi

19 ottobre 2019 alle 20:41

Caro Steven,

felicissimo di riaverti qui.

Agorafilia: suona come avvertimento ai poeti di nonsenso, in caso ne scrivessero per eccesso di estetismo. Al che io non saprei cosa rispondere. La parola è un potente mezzo di trasformazione, da uno stato di coscienza all’altro. Ve ne sono molti altri, naturalmente, ma la parola, insieme al respiro, è certo tra i mezzi che danno di più. Sicuramente ne danno al creatore.

“Essere in grado di immaginare ciò che l’autore ha immaginato” presuppone che si impieghi un linguaggio chiaro, alla portata di chiunque? Penso di sì, malgrado non mi senta tanto artista figurativo. Più che altro sento il dovere di creare dei ponti, prendere il fruitore per la collottola, in modo che non abbia da patire mentre io, al contrario, nello scrivere sto gioendo oltre misura. Ma penso di capisca, se nell’antologia americana, Jhon Taylor mi ha messo tra i divertenti.

Utamakura: solo in poesia si avverte il peso della parola-portante, e lo confermo. In ogni altro dire conta il “quando”, sicché la prima parola è sempre di vuota attesa. Forse per questo abbiamo inventato titoli e sottotitoli?

Disfanie: suona come aggiustamento, in sostituzione del vuoto indefinito. Tu parli di “particolare sentire”, che interpreto come un esserci, ma in sospensione di sé. Non esattamente quel ritrarsi di cui parlava poc’anzi Giorgio Linguaglossa, per poter conoscere il Vuoto, ma gli somiglia. Si potrebbe allora trattare di osservanza ma, continuando nell’enigmistica, di osservanza non descrittiva. Cioè non a posteriori, se mai in ogni direzione di sguardo e di tempo. C’è vuoto nell’osservatore, egli è un paralume; alcuni dietro fessure, come bambini o come spie.

Strilli Linguaglossa Tiziano beve un'ombraGiorgio Linguaglossa

Siamo entrambi impegnati, nella folle e vana ricerca del nulla che ci accomuna nella costruzione de-costruzione della nuova poesia, ma siamo in buona compagnia, c’è Marie Laure Colasson di madre lingua francese, ci sono i nuovi arrivati nella nuova ontologia estetica: Marina Petrillo, Marie Laure Colasson e Francesco Paolo Intini ai quali diamo il benvenuto, ci sono i vecchi amici dell’Ombra con i quali abbiamo intrapreso questo viaggio forfettario: Giuseppe Talìa, Gino Rago, Lucio Mayoor Tosi, Francesca Dono, Letizia Leone, Mauro Pierno, Alfonso Cataldi, Sabino Caronia etc.

Ecco qui un mio di Giorgio Linguaglossa, inedito, approssimativo, sbucato fuori dal nulla, forse un frammento di un polittico che forse verrà, poiché tutto è aleatorio… perché nessuna opera può mai considerarsi finita… Colui che verrà noi non sappiamo e non possiamo dirlo, se non quando si presenterà in carne ed ossa qui, adesso… La nostra è una poesia forfettaria, minata dalla consapevolezza del nulla e dalla disfania…

[da La notte è la tomba di Dio]

«Come si fa a catturare il nulla?»

Fece alcuni passi avanti e indietro.
Girò in tondo, in senso contrario all’ordine del tempo,

per la stanza soffiandosi il naso e starnutendo.
Una gardenia sullo sparato bianco. Brillava.

Frugò nell’armadio, esaminò con attenzione tutti i cassetti,
gettò all’aria camicie, calzini e polsini.

Poi, afferrò una sputacchiera degli anni sessanta,
ci spense il torzolo del sigaro toscano

e mi osservò da dietro il fondo di bottiglia degli occhiali.

«Come si fa a catturare il nulla? Semplice, rinunciando a volerlo catturare, facendo un passo indietro rispetto al linguaggio, facendo un passo indietro rispetto all’io plenipotenziario… questo Volere Potere di cui è piena la pseudo poesia e la pseudo arte dei giorni nostri, questo voler mettere delle «cose» dentro la poesia lo trovo puerile oltre che supponente, la supponenza degli imbonitori e degli stupidi; questo voler fare delle installazioni del nulla lo trovo un controsenso, il nulla non si lascia mettere in una installazione, non lo si può inscatolare e mettere sotto vuoto spinto. Il nulla non si può conservare in frigorifero, non lo si può mettere in lavatrice o nella centrifuga, non lo si può nominare, non ha nome, non ha un luogo, non ha un mittente né un destinatario, non è un messaggio che si deve recapitare. Il nulla non è Dio, non c’entra niente con Dio. Il Nihil absolutum non è ed è al contempo. È ciò che assicura la sopravvivenza dell’essere fin tanto che l’essere ci sarà. Il nulla non abita lo spazio-tempo. Piuttosto è lo spazio-tempo che abita il mondo grazie alla generosità del nulla.

Una poesia che non dialoghi con il nulla, è una para-poesia o una pseudo-poesia», e questo a noi sta bene…

Strilli Carlo LiviaCarlo Livia

19 ottobre 2019 alle 12:01

Le due strategie gnoseologiche indicate da Agamben – logica, oggettivante, scientifica, oppure mistica, contemplativa, poetica, riproducono la distinzione che già Kant indicava nelle dimensioni della conoscenza tra

Naturwissenshaften, scienze della natura e Geistwissenshaften, scienze dello spirito. Entrambe sono poste di fronte ad un ostacolo strutturale, intrascendibile: l’ineludibile eteronomia fra segno e significato, fra la parola ( lo strumento della materializzazione del pensiero ) e la realtà dell’essere.

Nel pensiero scientifico la parola diventa strumento di dominio e asservimento della realtà agli scopi e alle esigenze dell’uomo. Neutralizzando il mistero e la trascendenza dell’Altro, annientandone l’intrinseca, irriducibile differenza ontologica e linguistica, l’atto della nominazione -rappresentazione, creando tassonomie e assiologie inevitabilmente proditorie e mistificanti, produce un’evoluzione delle pratiche di manipolazione e alterazione del reale, in apparenza efficaci, ma inevitabimente distruttive. Sono gli ” Holzwege ” ( Heidegger ) i sentieri che gli uomini aprono disboscando, desertificando, con un progresso di potenzialità tecniche pagato a caro prezzo: la distruzione dell’ottanta per cento della biomassa del pianeta.

Al contrario, l’atteggiamento mistico esalta il mistero e l’ineffabile alterità dell’essere, ma il suo linguaggio è spesso un illusorio tentativo di ridurre ad unità e concretezza semantica ciò che non può violare i confini della dimensione interiore, del sogno individuale, perchè ” tutti gli De sono sogni di poeti, creati con l’inganno dai poeti ” ( Nietzsche ).

Si tratta di riflettere sulla capacità palingenetica e soteriologica di tale atto creativo, di dargli valore integrativo fra le diverse procedure noetiche, con la creazione di nuove mitologie e rivelazioni condivise, non più conflittuali, esigenza sempre più imperativa in una cultura globalizzata e spiritualmente devitalizzata.

L’elemento decisivo, determinante nella produzione di una nuova semantica dell’emozione verbale, deriva dalla virulenza della trasgressione, della decomposizione delle strutture logiche, della dissoluzione dei paradigmi dei linguaggi formalizzati in senso tradizionale, ornamentale, senza prospettive oniriche, visionarie, decisive nella creazione d’una nuova ontologia.

DIPINTI

Sono una belva dallo sguardo spento. Una belva dipinta sopra una scatola cinese. Una scatola dentro un’altra scatola dentro un’altra… e così all’infinito. Chi può dirlo. Non ho familiari, né simili. La mia specie si è estinta da millenni. Vivo in una pausa del tempo. In fondo alla strada infelice di De Andrè. In quel nero sono stati commessi atroci delitti. Alcuni sono celebri dipinti, e riposano in cielo coi santi. Altri alloggiano nei teleschermi.

Ho un’unica figlia, inesistente. Ogni giorno alle tre viene a copulare nei miei sogni. Poi si suicida. Ma non è un incesto. E’ un groviglio di piccoli santuari in forma di veliero nella tempesta. Per raggiungere la Signora altissima, inappagabile. Nelle sue stanze risuonano peccati e misteri biondi, celesti, terrificanti. Paradisi perduti, irraggiungibili.

E’ una carezza dorata, interminabile. Annienta senza uccidere. Senza togliersi le vesti. Come la musica che saliva lenta dai tumuli, in guanti di pioggia triste. Mi prese le mani fissandomi con occhi grigio-azzurri. Io sono fatta così, l’inaudito diventa vero- disse. Niente accade per caso, invano.

 Invece giunse quell’assenza, quel dolore di ciechi in delirio che riempiva la calura d’estate. Voli murati. Giardini morti, che vagavano senza trovare l’ingresso dell’anima. E diventavano fanciulle crocifisse al sogno scomparso, implacabile. Viaggi effimeri nelle promesse del glicine. Col cielo basso in cui si scompare senza merito, senza seme.

E i padri bianchi ritornavano dal grande mistero senza parlare, coll’armatura di arpe e flauti ferita dalle domande di Kafka. Accecati dalle donne-praterie, chiedevano un altro giorno, un altro nome. L’altare intermedio, protetto dalla macchina vellutata. La siringa di Persempre.

Se è vero amore il muro del dolore si piega docilmente – dicono. Ma prima bisogna attraversare il pianto della Madrina. La pietà indurita dagli scheletri. I teleschermi vuoti.
La malattia che ci ha diviso.

Strilli RagoGino Rago

19 ottobre 2019 alle 12:17

Brevi meditazioni sul polittico in distici di tanti poeti de L’Ombra come forma-poesia avanzata e come sintetica risposta alle perplessità esposte da Steven Grieco-Rathgeb nel suo commento allorché sostiene:

“Sono stato mosso a scrivere questo perché tutto quello che vedo di poesia intorno a me è epigonismo, linearità travestita da qualcos’altro”.

Autoconfessione sulla mia poesia

 Un lungo lavoro sul Logos e sulla forma-poesia mi (ci) sta lentamente ma inesorabilmente facendo approdare verso il polittico in distici.

Fisica quantistica+Musica+Arti Figurative+Cronaca+Storia+Misticismo Barocco+Arti plastiche+Scontro di dive (Lisi-Dietrich) come urto fra Cinecittà e Hollywood e come scontro-incontro fra due differenti progetti di Cinema+Compressioni ed Espansioni dell’universo+Letteratura+Personaggi-poeti vivi e Personaggi-poeti non più vivi+tempi dilatati e tempi compressi+spazi+ luoghi e non luoghi+paesaggi +Geografie nell’indefinito e nel familiare+Fono-prosodie con al centro immagini+protoni entanglati come Parole nell’entenglement+Rottura delle associazioni sostantivi-aggettivi+Soppressione del piccolo Io narcisistico e perdente+Estetica della distrazione+ Poetica dell’archeologo+ Parola implicata+ Ricerca di una Patria linguistica post-metafisica+ Religione+ Meditazione attiva+ Frammento postmetafisico+ Filosofia+ Consapevolezza della irreversibilità della crisi dei linguaggi+ Cerchio del dire (ove le cose ci vengono incontro parlando)+Altro=Polittico, o, meglio, tentativo di polittico in distici, che per ora mi pare il max che si possa chiedere alla forma-poesia, se si vuole, per me, andare più in là e di poco più in alto di dove osano… le quaglie, per non udire più il ruggito…degli agnelli.

Strilli Kral Lungo i marciapiedi truppe d'assentiPaola Renzetti

Approdo

 Mi piacciono le case
con l’approdo sul monte.

Profumano di pietra corrosa
e l’ortica sugli scalini
tiene i villeggianti un po’ a bada.

Le piane spioventi sul tetto
in bilico non cadono mai.

Le porte consunte di antichi colori
si lasciano staccare schegge sbiadite.

L’occhio alla serratura respira
di fresca aria notturna di ragnatela.

Nella luce del mattino vaga il polline
di fiori gialli quasi invisibili.

Sullo stelo è rimasto poco colore
solo strette foglie accarezzate dal sole.

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27 risposte a “La Nuova Poesia, La poesia come struttura dissipativa, Sulla Metafora che precede il linguaggio, Sulla tribalizzazione della verità. Commenti Vari, Una pagina di Giorgio Agamben sulla forma-di-vita, Poesie di Carlo Livia, Paola Renzetti

  1. A proposito dell’interessante commento sulla metafora di Marie Laure Colasson: metafora per scegliere la direzione verticale, questo è il motivo per cui bisogna continuare a leggere Emily Dickinson, ricchezza e arditezza di metafore senza fine.

  2. letizialeone

    Due miei inediti da un libro in costruzione:

    Che cosa sono le cose? Si chiese Talete di Mileto
    e inaugurò il pensiero. Sotto un platano.
    Ma la natura non era ancora natura, era Erba.
    Verde accecante.

    La magnificenza di una rosa nella mano sinistra,
    quanta inguaribile superiorità dell’umano.

    In cucina è stata crocefissa una gallina.

    ******

    Talete. Già questo fatto del domandare
    Là sotto il platano altissimo lo riportò indietro.
    Di nuovo povero e scalzo.

    Stamattina a tre euro hai comprato una rosa.
    Una rosa filosofica.

  3. antonio sagredo

    “Il linguaggio dunque non precede la metafora, è la metafora che precede il linguaggio. È la metafora che fonda il linguaggio.
    — Bisognerebbe aggiustare il tiro. Intanto non è necessario essere così apodittici né con col linguaggio e né con la metafora, poichè tutto nasce dalla VISIONE. Il poeta che non ha visone non ha né metafora e né linguaggio appropriati: la maggior parte dei “poeti” sono in questo stato ingannevole.
    La Dickinson è di certo verticale nella visone; e nel secolo scorso la Cvetaeva. Ma Helle Busacca e la M. R. Madonna sono là ad un passo da loro perché seppero assorbire la visione della Emily.
    Quanto alla Colasson…

    “Salivamo nell’aria, allontanandoci dalle strade affollate.
    Tutto diventava più piccolo. Io pensavo al cielo del lago.”

    Di queste fughe sono colmi i miei versi, peccato che non li abbia dato uno sguardo.
    —-
    Liberati dal Tempo resteremo infine orfani felici
    in un dove che Padri e Figli non sapranno mai
    che quella riva è un altro uomo, ma una fiumana immobile
    scorre mirando del mio corpo il non agire… e poi non più.

    A. S. – 2004

  4. È la metafora che fonda il linguaggio. È la Figura che fonda la poesia. È il nome che «chiude» il linguaggio, che lo arresta, perché non si può andare oltre il nome. Il nome è la barriera contro cui si infrange la significazione.

    caro Sagredo,

    non ci sono vie di mezzo, non si può essere diplomatici su queste questioni, altrimenti si fa poesia mimetico-neorealistica, poesia memoriale-realistica o sperimentalismo post-moderno.

    E qui avrebbe ragione da vendere Steven Grieco Rathgeb quando giustamente osserva che il post-moderno è concetto superato dalla storia e che sarebbe più preciso adottare il termine ipermoderno.

  5. marinapetrillo

    “Che cosa sono le cose? Si chiese Talete di Mileto
    e inaugurò il pensiero. Sotto un platano.
    Ma la natura non era ancora natura, era Erba.
    Verde accecante.”

    La visione si sostanzia di se stessa. Non avvizzisce alcun tramite. Eredita il linguaggio dell’invisibile segno in adulterio lessicale. Vibra, caduca, il proprio inganno, poiché precede l’atto creante. A Letizia Leone.

    ——-

    Irraggiungibile approdo tra diafanie prossime alla perfezione.
    Digrada il mare all’estuario del sensibile
    tra risacche e arse memorie.

    Si muove in orizzonte il trasverso cielo.
    Fosse acqua il delirio umano perso ad infranto scoglio…
    Sconfinato spazio l’Opera in Sé rivelata.

    Conosce traccia del giorno ogni creatura orante
    ma antepone al visibilio il profondo alito se, ingoiato ogni silenzio,
    ritrae a sdegno di infinito, il brusio della spenta agone.

    E’ nuovo inizio, ameno ritorno alla Casa della metamorfosi.
    Saprà, in taglio obliquo, se sostare assente o, ad anima convessa,
    convertire il corpo degli eventi in scie amebiche.

    Un soleggiare lieve, di cui non sempre appare l’ambito raggio.

    Marina Petrillo

    • letizialeone

      “Un soleggiare lieve, di cui non sempre appare l’ambito raggio”…come scrive Marina Petrillo (che ringrazio per la preziosa attenzione), si potrebbe ascrivere all’andamento del pensare poetico, la “logica del poetico”, stadio intermedio tra poesia e filosofia, percezione, immaginazione e riflessione…in continua tensione espressiva dato che la metafora produce pensiero.

      Seguono altri inediti:

      Irrompo sul palcoscenico.
      Quattrocento versi di Shakespeare sul velluto rosso
      e sangue che sgorga. Una metafora.

      Cupido muto, ali chiuse e frecce oblique.
      La gallina fatta a pezzi in cucina.

      Il bello è diventato inutile.

      +++

      «Allora rinunciamo alle lingue e ai saperi che sono spariti?»
      disse, anzi scrisse, ché non parlava più.

      Chi ha voglia di sfogliare incunaboli
      Libri di conoscenza lana sudicia sugli scaffali?

      E le tenebre superiori? le avete viste?
      C’è una folla sanguinolenta di maiali. Tagli e zecche.

      Certe domande bisogna farle al buio.

      ++++

      Si apre la terra e c’è la storia. Un filosofo parla dietro
      la porta. «A quest’ora quale mattanza? »
      Conoscere in fondo è questa piaga infetta, questo bruciore.
      L’ urlo metafisico nella bocca gigantesca del grugnito.

      Dal mutismo degli animali, da coloro che non si vedono
      Ci arriva il fallimento del metodo.

  6. Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

    Per struttura dissipativa (o sistema dissipativo) si intende un sistema termodinamicamente aperto che lavora in uno stato lontano dall’equilibrio termodinamico scambiando con l’ambiente energia, materia e/o entropia. I sistemi dissipativi sono caratterizzati dalla formazione spontanea di anisotropia, ossia di strutture ordinate e complesse, a volte caotiche. Questi sistemi, quando attraversati da flussi crescenti di energia, materia e informazione, possono anche evolvere e, passando attraverso fasi di instabilità, aumentare la complessità della propria struttura (ovvero l’ordine) diminuendo la propria entropia (neghentropia).

    Il termine “struttura dissipativa” fu coniato dal premio Nobel per la chimica Ilya Prigogine alla fine degli anni ’60. Il merito di Prigogine fu quello di portare l’attenzione degli scienziati verso il legame tra ordine e dissipazione di entropia, discostando lo sguardo dalle situazioni statiche e di equilibrio, generalmente studiate fino ad allora, e contribuendo in maniera fondamentale alla nascita di quella che oggi viene chiamata epistemologia della complessità. In natura i sistemi termodinamicamente chiusi sono solo un’astrazione o casi particolari, mentre la regola è quella di sistemi termodinamicamente aperti, che scambiano energia, materia e informazione con i sistemi in relazione e, grazie a questo scambio, possono trovarsi in evoluzione.

    Fra gli esempi di strutture dissipative si possono includere i cicloni, la reazione chimica di Belousov-Zhabotinskyi, i laser, e – su scala più estesa e complessa – gli ecosistemi e le forme di vita.

    Un esempio molto studiato di struttura dissipativa è costituito dalla cosiddette celle di Bénard, strutture che si formano in uno strato sottile di un liquido quando da uno stato di riposo ed equilibrio termodinamico viene riscaldato dal basso con un flusso costante di calore. Raggiunta una soglia critica di temperatura, alla conduzione del calore subentrano dei moti convettivi di molecole che si muovono coerentemente formando delle strutture a celle esagonali (ad “alveare”). Con le parole di Prigogine:[1]

    «L’instabilità detta “di Bernard” è un esempio lampante di come l’instabilità di uno stato stazionario dia luogo a un fenomeno di auto-organizzazione spontanea».

    ***

    LE STRUTTURE DISSIPATIVE

    Alla fine del XX secolo, Ilya Prigogine ricevette il premio Nobel per le sue scoperte sulle “strutture dissipative”. Le sue ricerche sulle leggi che regolano il funzionamento dei sistemi l’avevano portato ad addentrarsi nel campo della termodinamica, dove da più di un secolo gli scienziati osservavano un’apparente contraddizione tra due leggi naturali. Infatti, la seconda legge della termodinamica dichiara che il grado di disordine, di casualità o di caos, chiamato entropia, cresce costantemente nell’universo. D’altro canto si osserva però che molti aspetti della vita, inclusa la Vita stessa, crescono e diventano sempre più ordinati, meno casuali. Da un bel pezzo gli scienziati si chiedevano come potesse accadere che alcune cose si evolvessero, si strutturassero sempre di più e crescessero, mentre la tendenza generale dell’universo sembrava andare nella direzione opposta.

    Fu allora che Prigogine fu indotto a definire i cosiddetti “sistemi aperti”, cioè sistemi che hanno la capacità di scambiare energia e materia con il loro ambiente. Qualsiasi sistema “vivente” o in crescita nell’universo può essere considerato tale: un fiore che spunta, un’organizzazione che si arricchisce, una società che si struttura, un ecosistema che si sviluppa, un pianeta che si muove nello spazio, o… un essere umano che si evolve attraverso i continui scambi, a vari livelli, con il suo ambiente.

    Una caratteristica comune di questi sistemi “aperti” è che sono in grado di mantenere la loro struttura e persino di crescere e di evolversi in sistemi ancora più complessi perché sono capaci di adattare le loro strutture in base agli scambi che effettuano con l’ambiente, il quale assorbe il loro disordine. In altri termini, ciò significa che hanno la capacità di “dissipare la loro entropia” nell’ambiente. In questo modo la quantità globale di entropia effettivamente cresce, rispettando alla fine la seconda grande legge della termodinamica. In compenso, questi sistemi mantengono il loro ordine, e addirittura lo accrescono, a spese, entropicamente parlando, del loro ambiente, e perché ciò accada i sistemi aperti devono possedere qualità come la flessibilità, la fluidità e la capacità di adattarsi alle fluttuazioni dell’ambiente.

    IL PUNTO DI BIFORCAZIONE

    – Eppure, ed è qui che tocchiamo un primo punto chiave molto importante per il nostro discorso, questa capacità di adattamento ha i suoi limiti. Esiste una soglia di adattabilità oltre la quale il sistema non è più in grado di adattarsi, cioè di dissipare l’entropia per mantenere il proprio equilibrio e la propria crescita. Questo limite dipende dalla complessità del sistema, dal suo grado di evoluzione, dalla complessità e dalla flessibilità della sua organizzazione interna. Quando l’impatto esterno diventa troppo forte e viene superato questo limite di adattamento, il sistema, al suo interno, diventa instabile e caotico.

    – Ed ecco un secondo punto chiave: se l’impatto continua ad essere
    troppo forte, il sistema registra una tale instabilità che si ritrova
    per un attimo in uno stato di fluttuazione estremamente delicato.
    In quel momento la minima influenza può indurre un’infinità di
    risposte possibili, e il sistema diventa imprevedibile nelle sue reazioni. Alla fine, in queste condizioni molto particolari, il sistema,
    secondo l’espressione usata da Prigogine, giunge a un “punto di
    biforcazione”. Si presentano allora due possibilità:

    o collassa completamente e scompare, dissolvendosi nell’ambiente;

    o si riorganizza completamente, ma a un livello superiore.

    – Ed ecco un terzo punto chiave: la caratteristica sorprendente di
    questa organizzazione completamente nuova è che non ha niente
    a che vedere con l’organizzazione precedente, e non ne costituisce affatto un miglioramento o una continuazione dotata di maggior capacità di adattamento. Viene ricreata su princìpi completamente diversi, che non hanno assolutamente alcun legame con quelli precedenti, perché funzionano all’interno di un’altra realtà. E quello che viene chiamato “salto quantico”.

    Il concetto, dovuto a Prigogine, di “strutture dissipative” soggette a “biforcazioni” periodiche non lineari porta un contributo enorme alla comprensione scientifica del nostro mondo, permettendo di descrivere il processo evolutivo di qualunque sistema aperto, in qualunque punto del nostro universo. Tale processo si ripete milioni di volte ogni minuto nelle nostre cellule; presiede anche all’evoluzione dei regni della natura, dei pianeti, delle galassie, e in particolare… della nostra coscienza di esseri umani.

    http://www.mauroscardovelli.com/PNL/Consapevolezza_di_se/Strutture_dissipative.html

    L’utilità e l’importanza del concetto di entropia nei sistemi sociali, così come in quelli fisici e biologici, diventa evidente quando si fanno certe considerazioni. Nel mondo fisico la “freccia del tempo” sembra puntare verso un inevitabile aumento dell’entropia, in quanto gli atomi e le molecole di cui è costituito il mondo tendono verso la loro configurazione più probabile, e il disordine aumenta. La vita, al contrario, dalla sua prima apparizione fino allo sviluppo e all’evoluzione delle società umane complesse, rappresenta una diminuzione, invece che un aumento, di entropia, cioè partendo dal disordine tende verso un ordine sempre maggiore. La seconda legge della termodinamica sembra implicare un decadimento finale dell’universo, mentre la vita è un movimento nella direzione opposta.

    Talvolta la vita viene considerata semplicemente una manifestazione locale di diminuzione dell’entropia, senza implicazioni per l’intero universo, cioè soltanto come una via più tortuosa verso la fine inevitabile. Tuttavia alcuni scienziati contestano questa ipotesi. A esempio il chimico belga Ilya Prigogine ha dedicato i suoi studi ad allargare il campo della termodinamica in modo da includere gli organismi viventi e i sistemi sociali. Prigogine, che ha vinto il premio Nobel per la chimica nel 1977, ha sviluppato modelli matematici di quelle che lui chiama strutture dissipative, cioè sistemi in cui l’entropia decresce spontaneamente. Tali sistemi sono stati osservati in certe reazioni chimiche e trasformazioni fisiche, così come nel fenomeno della vita. Il termine dissipativo si riferisce alla loro capacità di dissipare entropia nell’ambiente circostante, aumentando perciò il loro ordine interno. Le idee matematiche di Prigogine, e le conseguenze riguardanti l’interazione creativa fra energia e materia, hanno attirato l’attenzione dei sociologi e degli economisti, così come dei fisici e dei biologi. *

    * da https://statidicoscienza.wordpress.com › 1967/04/18 › strutture-dissipative

    • Ciao, a mio parere una metafora non è altro che un cristallo dotato di simmetria per cui due concetti come due parti di un oggetto si corrispondono. Ed è davvero incredibile come il linguaggio poetico possa intrecciarli! Un esempio di quello che penso:

      (…) Io ho sponde basse
      Se la morte sale di due centimetri vengo sommerso

      (…) (Carillon, T. Tranströmer)

      La prima corrispondenza è tra soggetto e barca con le sponde basse.
      La seconda è tra l’acqua di un fiume o del mare e la morte.
      La terza tra la possibilità di turbolenza o marea e l’ineluttabilità della morte
      La quarta tra la fragilità della condizione umana e il viaggiare in barca.

      Un cristallo per stare a Prigogine, tra le forme organizzate è l’oggetto che forse più di tutti, dissipa entropia.
      Infatti, il terzo principio della termodinamica, non meno importante dei primi due, recita che allo zero assoluto il valore della sua entropia è zero.
      Non è difficile osservare la deposizione di cristalli. Il ghiaccio ne è un esempio. Nella sua formazione c’è una parte di calore che si disperde e fa aumentare l’entropia dell’ambiente. Nel bilancio finale tra diminuzione nel cristallo e aumento nell’ambiente c’è sempre un segno positivo che spinge spontaneamente il processo portando ad un aumento complessivo del disordine nell’universo.
      Lo stesso calore lo si riconosce nella costruzione del verso di sopra come qualcosa che scioglie l’attenzione e coinvolge i sensi fino a presentarsi alla vita del lettore, scompaginando le sue strutture portanti.
      Sottopongo a tale proposito una mia vecchia poesia, pubblicata su web nel 2017 e dunque in epoca non NOE. Un caro saluto

      POETI, STRANE CREATURE (2017)

      Poi ci sono i poeti, tra le stranezze e le fonti di calore.
      Recitano, scrivono, imbrattano muri come colombi felici
      e incendiano le notti nelle periferie.
      Non c’è pace tra loro ed il patrimonio.
      Faranno le loro cose sempre nell’erba,
      porgeranno la mano tra le auto e allatteranno i bimbi al seno.
      Incuranti dei gas ai semafori,
      si faranno attraversare dalla follia dell’estraneità verso qualunque società.

      Non c’è più grande storpiatura di una cravatta al collo di un colombo di città.

      Gendarmi vengono per mettere ordine.
      Sono numeri. Non c’è pace tra numeri e poeti.
      Non è il timore delle persone,
      ma la paura che l’errore venga preso per modello.
      Il calore-non tutto-è soltanto scarto,
      irrecuperabile degrado di una forza che spinge in un seme di margherita.
      I numeri hanno il manganello, il fascismo scritto nelle menti,
      il potere di scrivere punto nella natura delle cose.
      L’esattezza ed il rigore del calcolo costituiscono il “fatto”, non il verso.

      La guerra ha visto perdite incolmabili!
      Nei fumi delle ciminiere sono passati Rimbaud, Baudelaire, Campana, Majakovskij e gli altri scheletri
      Perché fanno conferenze su questi signori?
      Perché hanno rifiutato il potere, si sono messi di traverso?
      Che soffi un sottile caldo spirito nella serpe del mondo?

      Niente è eccezionale, niente sfugge alla potenza delle cifre.
      Fa così piacere spargere lacrime dunque,
      che vien voglia di conservarle, pesarle e venderle.
      L’organizzazione è perfetta.
      Il logo dice: sterminateli tutti e vendetene gli occhiali, le protesi d’oro…
      C’ è più mein kampf in un’equazione di primo grado che nel Novecento.
      Ma la matematica è molto di più di una proporzione a portata di bambino

      Ed i poeti?
      Sono in questo tentativo di dare addosso alla forza che scrive morte, dissolvimento.
      Rispondendo:-Bellezza!
      e recuperandola dal secchio dell’inservibile.

      Ecco, tutto qui: potere contro potere,
      lotta tra chi ha più diritto sulle leve del comando.
      E la bellezza è il potere supremo,
      la moneta con cui il poeta diventa padrone del disordine universale

      Sottrarla alla spontaneità del dissolvimento è la posta in gioco.

  7. Talìa

    A proposito della questione metafora, se essa sia precedente al linguaggio, dentro il linguaggio stesso, oppure collocata in una zona fluida quindi in sé e al contempo fuori di sé, mi pare che l’affermazione di Linguaglossa, “è la metafora che fonda il linguaggio”, sia pertinente. Se la metafora precede il linguaggio, allora essa lo fonda, senza di essa non ci sarebbe linguaggio (realtà,come la traduci? Il pensiero, come lo comunichi? attraverso il linguaggio impregnato di metafora). Di conseguenza, fondandolo il linguaggio lo permea e quindi la metafora è dentro il linguaggio stesso. Ma la metafora è anche fluida, essendo fondazione e permeazione, nel senso di penetrazione e moltiplicazione, essa è dentro e fuori al contempo.

    Leggendo un saggio di Raffaella Scarpa, Secondo Novecento: lingua stile metrica, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2011, riguardo alle tecniche reticenti, essendo la “reticenza” affidata alla capacità interpretativa, «se si considera l’ampiezza della mossa cooperativa prevista da alcune figure quali l’ellissi, la litote, la preterizione, la perifrasi, l’eufemismo si vede come nella reticenza tale ampiezza sia massima» (C. Caffi, Reticenza, in Dizionario di linguistica e di filologia, metrica e retorica, a cura di G.L. Beccaria, Torino, Einaudi, 1994)

    Ecco che la reticenza diventa la figura del “silenzio” per eccellenza. La pausa tra un frammento (rumoroso) e l’altro, come può essere la pausa tra un distico di pensiero concluso e l’altro successivo legati non solo dal silenzio reticente come anche da un successivo fragore pensiero che del primo ne riprende o ne lascia totalmente soggetto e oggetto.

    Questa è una parola che si aggirava accanto alle parole,
    una parola sul modello del silenzio (P. Célan)

    E mi rivolgo ancora a Sagredo che non risponde ad alcune mie sollecitazioni.

  8. antonio sagredo

    C aro Giorgio,
    forse hai ragione, ma io non so cosa significa post-moderno, e tanto meno iper-moderno, I prefissi di solito mortificano la Poesia, come gli -ismi. Comunque il Tuo ultimo intervento è ben scritto e il contenuto mi è/era abbastanza chiaro e hai fatto bene a ri-scriverlo. Nulla da oboettare.
    Quanto al buon Talìa… sulla metafora, che non è la mia bestia nera, anzi il contrario poiché ci facciamo compagnia da 65 aani… e stiamo tuttora bene insieme. Ciò che per alcuni poeti è faticoso, èer me è stato un “fatto” naturale.
    In uno dei miei, primi, poemi “idioti” scrivevo:

    Come un tappo che schizza
    la metafora abbozza
    disegni infantili
    come un pazzo inciso
    disegna
    cristalli precisi
    e lo spirito aguzza
    attento il segnale
    acuto d’accento
    uscito affogato
    come a rotta di collo.

    Il genio s’infischia
    lo volete capire!
    coma una metafora dipinge
    sui tetti
    il silenzio
    in fretta
    in fretta…

    Senza senso
    la metafora
    accorcia
    e allunga
    paragoni
    d’ogni sorta indovinati
    come metafore impazzite
    rifiutano il già detto.

    La metafora è un’arma a doppio taglio
    sintesi a priori
    di un certo bagaglio
    ha due significati
    puzza come l’aglio
    o può servire
    da comodo bagaglio.

    1968-1970
    ————————————————–
    Nel muto corallo della tua bocca mi spinge
    la perdita o la giostra di un rinascimento,
    lo specchio messo in fuga da uno spettro.
    La tua carne io pago con menzogna di moneta.

    Con dita inossidabili accetto le tue labbra,
    tu cerchi invano le mie ossa ballerine.
    La cresta del gallo gareggia col belletto,
    il tuo grido è materia scolorata.

    Esplode come nera vela la tua ira,
    tingi di ramarro il controllo che più non hai.
    Il pennello è dentro il tuo colore rosa,
    sulla tela un dio non ha i colori della fede.

    Stringeva nelle mani i caldi fiocchi,
    geometrie liquide s’intrecciavano ai capelli.
    Che mostrino i sogni gli aghi della mia ragione
    e i miei quadranti non temeranno il sonno e le chimere!

    Il principio del tuo fonema è tutto nel trastullo
    che governa il tradimento e il fondo del tuo grido.
    Quando la Morte giunge nasce la metafora:
    è il mio rinascimento in barba a tutti i veri morti!

    Roma, 27 luglio 1989
    —————————————–
    grazie dell’attenzione
    A. S.

  9. letizialeone

    Per ciò che riguarda la metafora (“una picciola favoletta”) sarebbe utile anche ricordare il pensatore della “Scienza nuova” che sta all’origine dell’estetica moderna, Giambattista Vico, il quale delega alla metafora una funzione generativa del linguaggio ( !) oltre che conoscitiva: “Poiché i primi motivi che fecero parlare l’uomo furono passioni, le sue prime espressioni furono tropi. Il linguaggio figurato fu il primo a nascere, il senso proprio fu trovato per ultimo”.
    Tanto che Cassirer considerò il Vico il fondatore della moderna filosofia del linguaggio.
    L’uomo primitivo “poeticamente abita” il mondo, lo stare tra le cose del mondo si configura come atto poetico originario, prodotto dalla percezione e dall’immaginazione, da “vivido senso” e “corpolentissima fantasia” per dirla con Vico. Questo atteggiamento mitopoietico, spiegherà la logica poetica del pensiero, la poesia come modo fondamentale del conoscere, una modalità della coscienza…
    Qui solo qualche accenno da approfondire data la vastità della questione

  10. La struttura dissipativa e il polittico quali corrispondenti della nostra odierna forma-di-vita
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/10/21/la-nuova-poesia-la-poesia-come-struttura-dissipativa-sulla-metafora-che-precede-il-linguaggio-sulla-tribalizzazione-della-verita-commenti-vari-una-pagina-di-giorgio-agamben-sulla-forma-di-vita-p/comment-page-1/#comment-59848
    Ho tra le mani il foglio di un giornale francese che pubblica annunci di persone che cercano di incontrare un compagno di vita. La rubrica si chiama, curiosamente, «modi di vita» e contiene, accanto a una fotografia, un breve messaggio che cerca di descrivere attraverso pochi, laconici tratti qualcosa come la forma o, appunto, il modo di vita dell’autore dell’inserzione (e, a volte, anche del suo destinatario ideale).

    Sotto la fotografia di una donna seduta al tavolo di un caffè, col volto serio – anzi decisamente malinconico – poggiato sulla mano sinistra, si può leggere: «Parigina, alta, magra, bionda e distinta, sulla cinquantina, vivace, di buona famiglia, sportiva: caccia, pesca, golf, equitazione, sci, amerebbe incontrare uomo serio, spiritoso, sessantina, dello stesso profilo, per vivere insieme giorni felici, Parigi o provincia».

    Il ritratto di una giovane bruna che fissa una palla sospesa in aria è accompagnato da questa didascalia:

    «Giovane giocoliera, carina, femminile, spirituale, cerca giovane donna 20/30 anni, profilo simile, per fondersi nel punto G!!!». A volte la fotografia vuole dar conto anche dell’occupazione di chi scrive, come quella che mostra una donna che strizza in un secchio uno straccio per pulire i pavimenti: «50 anni, bionda, occhi verdi, 1m60, portiera, divorziata (3 figli, 23, 25 e 29 anni, indipendenti). Fisicamente e moralmente giovane, fascino, voglia di condividere le semplici gioie della vita con compagno amabile 45/55 anni». Altre volte l’elemento decisivo per caratterizzare la forma di vita è la presenza di un animale, che appare in primo piano nella fotografia accanto alla sua padrona:

    «Labrador gentile cerca la sua padroncina (36 anni) un padrone dolce appassionato di natura e di animali, per nuotare nella felicità in campagna». Infine il primo piano di un volto su cui una lacrima lascia una traccia di rimmel recita: «Giovane donna, 25 anni, di una sensibilità a fior di pelle, cerca un giovane uomo tenero e spirituale, con cui vivere un romanzo-fiume».

    L’elenco potrebbe continuare, ma ciò che ogni volta insieme irrita e commuove è il tentativo – perfettamente riuscito e, nello stesso tempo, irreparabilmente fallito – di comunicare una forma di vita. In che modo, infatti, quel certo volto, quella certa vita potranno coincidere con quel corsivo elenco di hobbies e tratti caratteriali? È come se qualcosa di decisivo – e, per così dire, inequivocabilmente pubblico e politico – fosse sprofondato a tal punto nell’idiozia del privato (corsivo mio), da risultarne per sempre irriconoscibile.

    Nel tentativo di definirsi attraverso i propri hobbies emerge alla luce in tutta la sua problematicità la relazione fra la singolarità, i suoi gusti e le sue inclinazioni. L’aspetto più idiosincratico di ciascuno, i suoi gusti, il fatto che gli piaccia così tanto la granita di caffè, il mare d’estate, quella certa forma delle labbra, quel certo odore, ma anche la pittura di Tiziano vecchio – tutto ciò sembra custodire il suo segreto nel modo più impenetrabile e irrisorio.

    Occorre sottrarre decisamente i gusti alla dimensione estetica e riscoprire il loro carattere ontologico (corsivo mio), per ritrovare in essi qualcosa come una nuova terra etica. Non si tratta di attributi o proprietà di un soggetto che giudica, ma del modo in cui ciascuno, perdendosi come soggetto, si costituisce come forma-di-vita. Il segreto del gusto è ciò che la forma-di-vita deve sciogliere, ha sempre già sciolto e esibito – come i gesti tradiscono e, insieme, assolvono il carattere.1]

    1] G. Agamben, L’uso dei corpi, Neri Pozza, Vicenza, 2014, pp. 293-294

    Mi chiedo, e lo chiedo ai lettori: c’è un nesso e qual è se c’è quello che lega la nostra odierna forma-di-vita alla struttura dissipativa e al polittico tipici della nuova ontologia estetica?

  11. Poeti, strane creature
    Poi ci sono i poeti, tra le stranezze e le fonti di calore…
    Sono in questo tentativo di dare addosso alla forza che scrive morte, dissolvimento.

    Grazie di cuore. Leggerò tutto con calma appena possibile.

  12. Il poeta si trova a suo agio tra le stranezze. Da sempre è un “trovatore” casuale ed estraneo ai più (perchè così è fatto-costituito) di cose che differiscono tra loro e dall’insieme dato, convenzionale, delle forme di vita unanimemente condivise.

    E’ anche un dissipatore di energia, fino allo stremo. Un creatore o ricreatore?! Come sono tutti gli umani (poveri tutti) e in particolare gli artisti. L’artista è uno degli esseri più fragili, più “esposto” che esista. Per questo a volte non gli rimane che il silenzio o il nascondimento, o la comunicazione fra “pari”.

    Penso al polittico, come composizione in parti, un discorso, una “storia”, materia, colore, scansione, ordine, proposta, celebrazione, polifonia, pretesa di durata oltre i tarli del tempo. Forse lo era anche La tempesta di Giorgione.

    Tipico della pittura o della poesia (Poliziano? Stanze – qualcosa che delimita e insieme apre), non può prescindere dall’immagine, dalla visione, dalla metafora – linguaggio-gesto-fantasia come fecero i nostri antenati nelle grotte. Siamo quelli là, ancora, in un certo senso. Da là veniamo. Dissipazione e sempre nuova creazione.

    grazie e un saluto

  13. Quando Heidegger afferma che

    «metalinguistica suona come metafisica, non soltanto suona,ma è»

    intende qualcosa di molto profondo, intende e sottintende che la linguistica di Saussure è, interamente, metafisica. La riflessione di Saussure prende le mosse proprio dalla esigenza di fondare una metateoria linguistica che permetta di definire in modo rigoroso l’oggetto lingua, l’esigenza di gettare le basi per una geometria della lingua che annetta a tutti gli effetti la linguistica all’interno del campo delle scienze.

    Il pensiero di Saussure rappresenta meglio di ogni altro una concezione del linguaggio che è l’obbiettivo critico della ricerca heideggeriana, e insieme rappresenta meglio di ogni altro il punto di riferimento di una tradizione contemporanea che ha prodotto riflessioni fondamentali sul linguaggio. Non solo la linguistica è debitrice a Saussure, ma alcune tesi fondamentali della sua teoria della langue, come la definizione differenziale delle unità linguistiche a cui è strettamente connessa la formulazione del principio di arbitrarietà del segno, sono entrate a far parte della riflessione filosofica contemporanea.

    Per Heidegger l’uomo abita il linguaggio, evento inscindibile dalla originaria esperienza del valore manifestativo della parola. Parola e cosa sono co-originarie, ma questa co-determinazione deve essere pensata in un legame inscindibile con il carattere evenemenziale del linguaggio.

    Che cosa intende Heidegger quando parla di «suono della quiete», di «parola della Differenza», di «appello degli dèi» che ri-chiama a sé il pensiero, il dire dei mortali? È questa la Domanda fondamentale che pone il filosofo tedesco alla poesia.

    «Lo stesso termine Logos, in quanto termine per indicare il dire, è però al tempo stesso il termine per indicare l’essere, cioè l’essere pre-sente di quanto è presente. Dire originario ed essere, parola e cosa,s’appartengono vicendevolmente in virtù di un legame occulto, il cui pensamento è appena all’inizio ed è destinato a non esaurirsi mai.»1

    Logos è la parola che ha guidato il percorso secolare del pensiero occidentale, ma ciò che risuonava in essa è rimasto inascoltato dalla tradizione metafisica. Ricostruire il tracciato di questa Grundwort diventa uno dei compiti centrale di tutto il pensiero di Heidegger.

    Scrive Heidegger:

    «Il Logos posa dinnanzi nella presenza e de-pone il presente nella presenza, cioè ve lo ripone. Esser-presente (An-wesen) significa tuttavia: durare essendo apparso nella disvelatezza . […] Ma il disvelare è Aletheia: questa e il Logos sono la stessa cosa. […] Ogni disvelare trae fuori la cosa presente dal nascondimento. Il disvelare ha bisogno del nascondimento. L’A-Letheia riposa nella Lethe, attinge ad essa, posa dinnanzi ciò che da questa è tenuta in serbo. Il Logos è in se stesso a un tempo un disvelare e un nascondere. Esso è l’Aletheia.»2

    1 M. Heidegger, Das Wort, 1958, in Unterwegs zur Sprache; trad. it. La parola, in In cammino verso il linguaggio, a cura di A. Caracciolo, Mursia, Milano, 1990 [1973], pp. 186-7.
    2 M. Heidegger, Logos, 1951, in Vorträge und Aufsätze; trad. it. Logos(Eraclito, Frammento 50), in Saggi e Discorsi, a cura di G. Vattimo, Mur-sia, Milano, 1991 [1976], pp. 150-1.

  14. Claudio Borghi

    Una struttura dissipativa è una sistema fisico-chimico che presenta una sorprendente forma di autoorganizzazione spontanea quando si trova lontano dell’equilibrio termico. Laddove ci si voglia servire del concetto come metafora della creatività poetica, si tratta di un esempio interessante di come la natura produca movimenti in senso contrario alla tendenza al disordine e alla morte, a cui fa pensare l’estetica radicalmente nichilistica a cui è improntata la poetica di diversi autori che si riconoscono sotto l’egida della NOE. Linguaglossa probabilmente non si rende conto, nell’affannosa ricerca di un’identità poetico-filosofica, che sta lanciando messaggi palesemente contraddittori. Lui può dire che nella contraddizione sta la vitalità del pensiero, ma è più probabile che le contraddizioni che pesca nella mare del pensiero altrui, scientifico e filosofico, con sorprendente disinvoltura, siano piuttosto il segno di un pensiero autonomo che ahimè latita e si trova continuamente costretto a citare e prendere a prestito senza un’idea chiara della direzione che sta percorrendo. Se posso permettermi di porre una domanda senza essere tacciato di usare toni diffamatori, posso chiedere un chiarimento circa questa continua giravolta di idee in cui non riesco a cogliere uno sviluppo coerente?
    Grazie.

    • gentile Claudio Borghi,

      è evidente che lei ha un occhio poliziesco che vede «contraddizioni» ovunque, in ogni angolo e recesso della nostra ricerca… Lei parla di noi come sostenitori di una «estetica radicalmente nichilistica», e ha ragione, non solo l’estetica, ma anche l’etica e la politica dei nostri tempi, e la nostra metafisica è radicalmente nichilistica. La differenza tra noi e lei è che lei è un nichilista inconsapevole mentre noi abbiamo netta contezza che ci muoviamo in un orizzonte nichilistico.

      La sollecito a riflettere sulla «struttura dissipativa» di alcune espressioni artistiche, le più significative, dell’arte di oggi e a togliersi gli occhiali del commissario sospettoso che scorge ovunque indizi di «contraddizioni» insormontabili.

      Ma, pur accettando il rilievo (ammesso e non concesso) da lei posto, Le chiedo: Perché non dovremmo, noi, compiuti nichilisti, adottare il concetto di «struttura dissipativa» e accoglierlo nella nostra ricerca? Perché dovremmo rinunciare alla ricerca intellettuale? Mi dica.

      • Claudio Borghi

        Io non ho nessun intento poliziesco, ho ben altro da fare, ho solo bisogno di chiarezza. Se non c’è chiarezza e limpida volontà di procedere in una ricerca con degli obiettivi specifici, pretendendo fra l’altro di scrivere tutti i giorni, anche quando non si ha niente di nuovo da dire, il rischio è di continuare a ripetersi, o citare a man bassa idee altrui senza apportare nulla di originale nel dibattito culturale. Non è un problema di rinunciare o meno alla ricerca, ma di essere a corto di idee e di proclamarsi rivoluzionari, laddove temo abbiate punti di vista in buona parte inconciliabili, circa i quali è pressoché impossibile fare sintesi. Ci sono tra di voi dei nichilisti irriducibili e degli entusiasti umanisti, come Grieco, che cavalca un eclettismo multietnico e multiculturale interessante quanto sfuggente, di certo animato da scarsa umiltà visto che liquida la ricerca di Severino come poco attuale. Ma cosa conosce Grieco di Severino per liquidarlo in modo tanto sommario? Cosa conoscete a fondo di quello che criticate e su cui vi ergete a giudici e innovatori al punto di autoproclamarvi il nuovo in poesia? Non credete che un periodo di sano silenzio riflessivo sarebbe molto più produttivo? In ogni caso, confrontatevi tra di voi, va bene, sono curioso di vedere cosa salta fuori. Meglio un sano confronto rispetto a una fastidiosa, continua autocelebrazione.

        • Veda, caro Claudio Borghi,

          lei come tanti altri letterati italiani è talmente disabituato alla ricerca intellettuale che è pieno di pregiudizi e di contrarietà verso chi è impegnato ad indicare una direzione di ricerca. Veda, il parere di Steven Grieco Rathgeb nei confronti di Severino è il suo parere personale e non coinvolge in alcun modo la rivista, qui ciascuno è libero di esternare i propri ragionamenti… non abbiamo, nessuno di noi ha, il bandolo della matassa, ma lo cerchiamo, lo stiamo cercando! Beato lei che invece ha delle certezze, evidentemente ha risolto tutti i problemi filosofici e poetologici, e infatti la sua poesia rivela queste sue certezze. Che vuole che le dica? La ammiro e la invidio per le sue certezze, anche per quelle «certezze di contrasto» verso le quali nutre assoluta e limpida adesione.

          Lei ci vuole imporre «un periodo di sano silenzio riflessivo»? Ma non si accorge, caro Borghi, di agitare il fazzoletto nero della censura verso le idee? Sa, di fazzoletto in fazzoletto si rischia di passare alla camicia nera o a quella verde di salviniana bandiera… Lei poi ci rimprovera il fatto «di scrivere tutti i giorni»! Ma davvero, signor Borghi, le diamo così fastidio? E questo suo livore da dove fuoriesce? Questa sua inimicizia per le idee da dove sgorga? – Lei scrive di noi che ci dilettiamo a «proclamarsi rivoluzionari», ma non si accorge che agita maldestramente il bastone della intimidazione verso chi ha un pensiero diverso dal suo? Le dà così fastidio «il nuovo in poesia»?

          Cosa vuole che le dica, la lascio alle sue certezze e al suo bastone con il manico di avorio visto che non ha argomenti per entrare da interlocutore nei ragionamenti che facciamo. E con questo la saluto.

          • Claudio Borghi

            Quanto alla ricerca intellettuale, Linguaglossa, vai a leggerti i miei articoli scientifici e i miei saggi, prima di scrivere sciocchezze, visto che non sai nemmeno lontanamente cosa significa confrontarsi. Tu sai solo aggredire e non sai rispettare. Se c’è uno che è stato aggredito senza ragione questo sono io, negli anni scorsi, non sei tu che non vieni rispettato, mentre ti permetti di sparare idiozie etico-politico-estetiche, come quelle che hai scritto in questa assurda e vergognosa replica. Va bene, non intervengo più. Dialoga con la decina di persone che ti danno ragione, pubblica antologie in cui magnifichi te stesso come grande poeta e qualcun altro che ti ritiene tale oltre che grande critico. Tu non sei il nuovo, tu sei il prototipo dell’epigono che si crede rivoluzionario, vede limitazioni culturali negli altri e non conosce il significato dei termini che usa, visto che ne improvvisa l’interpretazione senza rendersi conto che sta generando imbarazzanti contraddizioni con gli assunti di poetica su cui pretende di aver fondato una nuova estetica. Avanti così, Giorgio, finché puoi autocelebrarti va bene, chiaramente non pretendere di trovare, fuori dal piccolo spazio in cui in dieci ti stanno esaltando, delle persone colte e consapevoli che ti possano appoggiare e valorizzare, e questo, bada bene, non perché tu sei più avanti degli altri, ma perché fondi sulla presunzione il tuo ritenerti oltre, mentre sei immerso nella viscosità di un’ignoranza filosofica e scientifica profonda e, cosa, ancor più grave, non te ne rendi conto. Saluti, buon viaggio.

            • gentile Claudio Borghi,

              innanzitutto mi dia del lei e mi dica perché è pieno di bile e di rivalsa contro la rivista e scaglia insulti a valanga. Forse perché nel passato ho scritto che la sua poesia è quella di un esangue epigono? – Questa sua replica stizzita e maleducata è la riprova del suo livello umano e intellettuale.

              • Claudio Borghi

                Gentile Linguaglossa, io sono stato (molto) originale fino a quando ha pensato che potessi essere dalla sua parte, poi sono diventato un esangue epigono. Ma chissenefrega del suo giudizio. Saluti.

                • gentile Borghi,

                  sulla poesia mi sono pronunciato a più riprese, il tutto è rinvenibile e riscontrabile nelle pagine dell’Ombra, chi vuole potrà leggere le mie parole che sono lì, ferme nel tempo e nello spazio.

      • L’energia nella dissipazione si disperde ma si conserva un Gas è contenuto in una bombola ok noi apriamo la valvola fuoriesce il gas si che disperde nell’ambiente… cè sempre ma è impossibile che ritorni dentro la bombola e la poesia dissipata? il polittico poetico?cosa sono? dall’articolo di Mauro Pierno che però lei riporta si legge “la Metafora precede il linguaggio” certo ma è la metafora ad essersi dissipata dispersa?

  15. antonio sagredo

    Cara Letizia, il Vico ha ragione, e hai fatto bene a ricordarlo e citarlo.
    Linguaglossa scrive:
    Non solo la linguistica è debitrice a Saussure, ma alcune tesi fondamentali della sua teoria della langue, come la definizione differenziale delle unità linguistiche a cui è strettamente connessa la formulazione del principio di arbitrarietà del segno, sono entrate a far parte della riflessione filosofica contemporanea.”

    Questo ci è già noto da moltissimo tempo e forse tra i primissimi che lo presero sul serio furono i geniali linguisti russi, sia i grandi critici letterari,
    in primis i formalisti e poi gli strutturalisti, seguirono la “Scuola di Ginevra” e il Circolo linguistico di Praga” e per ultimi i critici del “New Criticism” americano, La figura del Saussure fu fondamentale all’inizio e ripreso tante volte da tante scuole europee, e non solo; soltanto che alcuni filosofi europei di tradizione ottocentesca anche se operanti nel novecento, e non linguisti, lo ripresero imitandolo.
    Ma questo mi porta troppo lontano.
    *

    Poesia, per Te, sono asservito!

    È uscito di soppiatto, sbiancato, come un toro ucciso!
    Per questo io conduco, mano nella mano, il mio Tempo
    alla ribellione…
    e come vi sostengo, acrobata disossata,
    coi portali della Conoscenza!

    Amarti, non è solo tollerare nei destini i trascorsi giorni,
    è emancipare l’eternità dal suo futuro.

    La Tua professione non fu: POETA!

    Sul certificato – di morte? –
    è scritto:
    EVACUATA!

    Vermicino, 18 dicembre 2003

  16. Una riflessione su certe “dissipazioni” di valori etico-estetici verso l’entropia nella storia recente dell’umanità in questa nota
    su
    Roberto Piperno, Sull’antisemitismo, con un’antologia di testi antiebraici, Editrice La Giuntina, Firenze, 2008, pagg. 288, 16 euro

    Segnalo come fonte dalla quale attingere preziosi e laceranti elementi di meditazioni problematiche su quell’antisemitismo che, nel Secolo appena trascorso, il ‘900, si è spinto fino all’atrocità dei campi di sterminio nazisti, vergogna incancellabile sull’intera storia della nostra civiltà il saggio di
    Roberto Piperno, Sull’antisemitismo, con un’antologia di testi antiebraici, Editrice La Giuntina, Firenze, 2008.

    Questo libro si avvale di un ampio e rigoroso saggio storico introduttivo che l’autore affianca efficacemente ad una ricca, precisa, ben articolata antologia di scritti antiebraici, (a partire dalla seconda metà dell’ 800 fino ai giorni nostri), come base sulla quale edificare la convinzione che una più sicura e più diffusa conoscenza delle motivazioni sulle quali si fonda l’antisemitismo possa contribuire alla necessità, sempre più stringente, di porre fine a queste secolari persecuzioni allo scopo di favorire l’avanzamento generale della società contemporanea. Perché, come giustamente sostiene Roberto Piperno, il problema ebraico non è soltanto «ebraico» ma è, al contrario, un problema di piena, completa realizzazione delle democrazie. E questo saggio lucido, rigorosamente sviluppato, è perfino necessario nel raggiungimento del severo e luminoso traguardo della maturità democratica, della «democrazia compiuta», in grado di resistere a ogni tentativo negazionistico.

    Punto di forza di questo libro è lo stile adottato dall’autore, ove per “stile” sono da intendere l’armamentario linguistico, la nitidezza di scrittura, le scelte tono-lessicali, la chiarezza espositiva.

    In ” Memoria del male,Tentazione del bene” Tzvetan Todorov scrive:«Ho scelto di mescolare a questa riflessione sul bene e sul male politici del secolo un richiamo di alcuni destini individuali fortemente segnati dal totalitarismo, che tuttavia hanno saputo resistergli. Gli uomini e le donne di cui parlerò non sono del tutto diversi dagli altri. Non sono né eroi né santi, e neppure dei «giusti»; sono individui fallibili, come voi e me. Tuttavia hanno seguito tutti un itinerario drammatico; hanno tutti sofferto nella loro carne, e al tempo stesso hanno cercato di far passare il frutto della loro esperienza nei loro scritti. Costretti a vedere da vicino il male totalitario, si sono mostrati più lucidi della media e, grazie al loro talento come alla loro eloquenza, hanno saputo trasmetterci ciò che avevano imparato, senza tuttavia mai diventare dei perentori distributori di lezioni[…]»

    Ho pensato di parlare di questo autore e del suo saggio sull’antisemitismo perché sulla scia todoroviana in questo libro, e nei suoi antefatti, in Roberto Piperno ho colto proprio la vitalità dell’«umanesimo critico», quella vitalità di resilienza, di talento, di eloquenza, di ekphrasis, per cui lo spavento subìto non è stato in grado di trasformarsi né in paralisi del pensiero né in frattura dell’azione quotidiana. Lo spavento subìto non si è trasformato neppure nella paralisi del suo gesto etico-estetico perché Roberto Piperno ha continuato a credere nell’uomo.

    Riferendosi al ‘900, scrive ancora T. Todorov:«Come ci si ricorderà un giorno di questo secolo? Sarà chiamato il secolo di Stalin e di Hitler? Sarebbe accordare ai tiranni un onore che non meritano: è inutile glorificare i malfattori. Gli si darà il nome degli scrittori e dei pensatori che erano, da vivi, i più influenti, che suscitavano più entusiasmo e controversia, quando a cose fatte invece ci si accorge che si sono quasi sempre ingannati nelle loro scelte e che hanno indotto in errore i milioni di lettori che li ammiravano?[…]».

    Sarebbe un imperdonabile, tragico atto riprodurre nel nostro presente gli stessi errori del ‘900. Conclude Tzvetan Todorov:«Per parte mia preferirei che si ricordassero, di questo cupo secolo [il Novecento], le figure luminose di alcuni individui dal destino drammatico, dalla lucidità impietosa, che hanno continuato malgrado tutto a credere che l’uomo merita di rimanere lo scopo dell’uomo».

    Le testimonianze di «umanesimo critico» di Primo Levi, di Edith de Hody Dzieduszycka, che nei versi strazianti di “Nella notte un treno” ricorda Camille, suo padre, morto a Mauthausen, e ora di Roberto Piperno sono davanti a noi per aiutarci a non disperare.

    (gino rago)

    Una poesia di Roberto Piperno

    Clandestino
    (Alle Suore Betlemite*)

    Sì torniamo spesso a quella stanza
    con la finestra stretta dalle inferriate
    clandestini nascosti
    approdati da notti insonni
    in fuga e affogati dalla fame e dal deserto
    attenti a non farsi riconoscere
    mai

    – c’è sempre chi ti può denunciare
    magari solo per poter raccontare
    di avere fatto il proprio dovere
    o per pochi soldi da sfamare

    sì torniamo spesso a quelle inferriate
    giornate lunghe senza fine
    spudoratamente attenti a non orinare
    per paura di essere scoperti
    magari puzzzzzolenti
    senza mai dare fastidio
     neanche il più piccolo rumore
    per chi ti ha nascosto
    clandestino che non deve comunicare

    sì andiamo tu ed io a ricordare
    quando la luce si spegne con il buio
    per non denunciare la presenza
    nel nascondiglio non si può parlare
    al massimo ricordare quel nome
    un nome nuovo da non dimenticare
    su quella carta fasulla
    l’identità sdoppiata che ti accompagna
    senza mai sostare

    sì il clandestino non sa se ha paura
    d’essere scoperto o d’essere quel nome
    che non potrà mai negare,
    il clandestino aspetta tutta la vita
    di svegliarsi e,
    non sapendo più quale nome chiamare,
    affogare.

    (da Sala d’attesa, Edizioni Campanotto)

    *All’età di cinque anni, dall’inizio di gennaio al 4 giugno del 1944, per sfuggire ai nazisti rimasi nascosto e quasi segregato in un seminterrato – con mia madre, mia sorella e le mie due nonne, tutti forniti di nuove carte d’identità, con nome, provenienza e religione diversa – presso il Monastero delle Suore Betlemite di Roma, alle quali va la mia permanente riconoscenza.
    (Roberto Piperno)

    Notizie bio-bibliografiche
    Roberto Piperno, è’ nato a Roma nel 1938 ed è un “perseguitato razziale”, scampato ai nazisti. Nel 1964 ha pubblicato “Sull’antisemitismo” (Ed Cappelli),  ampliato e riedito nel 2008 da Ed.Giuntina. Si è laureato a Roma in Diritto d’autore e diplomato in Letteratura Inglese all’Università di Londra.Negli anni ’80 è diventato dirigente del Dipartimento Cultura della Provincia di Roma.  Da gli anni ’80 ha promosso progetti di poesia con il Prof. Filippo Bettini: la trasmissione radiofonica “Poesia per la pace”, la raccolta poetica ” Poesie oltre i confini”, il volume” Roma, patria comune”, il Thesaurus “Sotto il cielo di Roma” e la raccolta “Il Tevere nella poesia del mondo”. Ha collaborato a rassegne internazionali di poesia come “Il  Festival delle poesia mediterranea” , “Roma poesia” e alla redazione della rivista “Poesia. I fiori del male”. Da molti anni cura “Bibliopoesie” alla Biblioteca Mandela ed ha fondato “L’Isola dei poeti” ancora in corso d’estate sull’Isola Tiberina.
    Come autore di poesie ha ricevuto premi e menzioni e ha partecipato a Festival di poesia all’estero: a Gerusalemme, a Belgrado, a Trivandrum in India. Ha pubblicato sei volumi di poesia: “Frattali” (Ed Manni, 2000); “Al tempo stesso”( Ed Fermenti, 2004); “Sala d’attesa” (Ed Campanotto, 2006); “Esseri” (Ed. Istituto di Cultura di Napoli, 2010); “Andare per giorni” (Ed. Tracce, 2014); “Monitoraggio vitale” (Ed Progetto cultura, 2016).  

    (gino rago)

  17. Pingback: Chiedo ai lettori: c’è un nesso e qual è se c’è, che lega la nostra odierna forma-di-vita alla struttura dissipativa e al polittico tipici della nuova ontologia estetica? Poesie e Commenti di Giorgio Agamben, Letizia Leone, Marina Petrillo, F

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