Il poeta di Tursi, Albino Pierro, L’in-fanzia è la sede della esperienza originale della lingua e della storia, a cura di Giorgio Linguaglossa,  Poesie di Sabino Caronia, Marina Petrillo,  Lucio Mayoor Tosi

Giorgio Linguaglossa Aleph, Roma, 2017 Sabino Caronia

da sx G. Linguaglossa, D. Giancaspero, F. Di Carlo, S. Caronia, Roma, 2017

Sabino Caronia

Che tempi!

A Linguagro’, ma va’ a magna’ er sapone,
lassa perde de stamme a rompe er cazzo,
è da ‘na vita che me faccio er mazzo
pe’ resta’ sempre er solito fregnone.

Passi pe quelli che nun so pippette,
pe Gino Rago, Steven ed Arfredo,
passi pe tutti, puro pe Sagredo,
ma che me vonno di’ ‘ste suffraggette?

Fossi ‘n omo, vabbe’! ma na sciacquetta
ha da venicce a move li sbadijj
a furia de libracci e paroloni!

Fili, fili, lavori la carzetta,
pensi a fasse scopa’, facci li fijj,
l’allatti e nun ce scocci li cojoni.

Risposta

A Sabbì, vattela a pija’ in saccoccia:
passi d’anna’ a Marino a fa bisboccia
e poi partì co’ Onofrio alla riscossa
ma lassa perde Giorgio Linguaglossa.

Vedi d’anna’ a trova’ quarche cojone
che ha torto puro quanno cià raggione
e nun stacce più a rompe le manije
co ste tue fottutissime quisquije.

Basta così, la cosa è corta corta.
Che ce ne po’ fregà si du’ sciacquette
scriveno come Sarvini comanna?

Nun ce lo fa’ ripete ‘n antra vorta.
Dicce piuttosto come stava a tette
la francesina ch’era tutta panna.

Lucio Mayoor Tosi

                                 Dedico a Giorgio Linguaglossa

Mon ami.

Ragazzo pulito, intelligente. Ma poeta sbilenco:
Luce gialla nella casa a stelo

con le persiane marroni su pozzi di mare blu;
barche scure in pagine termoplex;

manubri della spesa al braccio di damine
turcheseggianti. E gigolò.

Signor Kogito. Quelli del cinema, i barbari.

.

Quanto amare da qui a qui, dove scompaiono
le giarrettiere e il nonsenso canta:

“Tanto pieno gli sembrò questo Vuoto”
“Di lucette e signor Silvous Plait”.

Giunge la voce fin dove arriva l’eco – la risonanza
del tempo –. Scrivi privatamente,

come appendi le capsule al termosifone.
Chiuso nel vaso del salegrosso.

Il calore, dai capelli alla lingua.
Sereno è.

.

Ne sapevo un’altra; di Mon ami con Federico Fellini,
sull’autoscontri a guardare le ragazze.

Però Maria Rosaria Madonna non vuole.
Tante persone stanno morendo in Siria.

Quindi Lei tace alla finestra.
Scrivere, dolore in senso belluino. Vivere separati

in un chiodo. Minor prezzo hanno le doglie.
Muoiono tutti, gli adulti.

Porta dolore il ferrovecchio. Il tempo, prima di morire.
Anche gli stessi occhi.

(May ott 2019)

Marina Petrillo

Dei miei perduti passi
non trae memoria
la bambina che toccò
del primo fiore
la corolla.

Chi fui
nell’assente dormiveglia
mentre oltre il sogno
vagava la piccola anima
ridesta.

Nel giorno di scuola
agli altri affine
sconosciuta
sillabavo il nome.

Portata a braccia
nella gloria del quotidiano
svogliata
traevo a stento pena.

Poiché l’Eterno
mi pervadeva
ad eco di sé
e per errore
inciampava la pronunzia
nell’amore di mia madre
come fossi molecola di luce
mai venuta al mondo.

da materia redenta, Progetto Cultura, Roma, 2019 pp. 100 € 12

Si ritrae a stento l’ultima stella infante, nel crepuscolo delle idee. Spinge sul crinale dell’orizzonte il fuoco ameno dello Spirito. Sublima il candelabro illuminante l’eroso diaframma tra la vita e la morte. Ad indaco sommuove lo sparuto cielo, nel quadrilatero del Carro di ogni luna vagante. Sia l’involucro terrestre il diapason tra immutate note. Caduca ogni forma in me inversa.

Foto divano albero vaso cinese

Giorgio Linguaglossa

Il corvo è nero perché parla

K. ha un piede sulla luna che sta sotto alla ringhiera.
L’altro piede in una scarpa di vernice made in Italy.

Il mago Woland scodinzola per il selciato in compagnia del gattaccio Behemot
con gli occhiali di tartaruga sul naso.

Il lampione, la luce gialla tra i palazzi illuminati, i fili elettrici,
le antenne delle tv, il cielo violetto, la luna lillà.

Io sto di qua, Lui di là, la parola non sa dove andrà…
ma se ne va, dove, non sa.

Il corvo è nero perché parla.
Un divano rosso sulla parete verde con i braccioli rococò.

Il vaso cinese con figure azzurre e un mazzo di fiori, iris, girasoli
e margherite giganti.

Un gatto soriano sul divano e un ippocampo nel campo.
Laggiù c’è una giostra, ma non si vede, perché c’è la parete.

Oltre la parete c’è un altro divano rosso, e un corvo nero che parla
appollaiato su un trespolo bordò.

K. saltella su un piede, calza scarpe di vernice made in Italy.
Il critico Bezdomnij suona la fisarmonica negli stagni Patriarsci,

Inciampa sulla rotaia del tram… e, zac!, la testa rotola sul marciapiede
e si arresta sulle scarpe di vernice del mago Woland…

 https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/10/15/giorgio-agamben-la-patria-originaria-delluomo-la-sua-origine-trascendentale-e-una-patria-linguistica-lin-fanzia-come-esperienza-originaria-del-lingua/comment-page-1/#comment-59672 

 Giorgio Linguaglossa

 Appunti, glosse, foglietti, post-it

Un giorno, tanti anni fa, intorno al 1993, avevo appena avviato il quadrimestrale di poesia “Poiesis” che durerà fino al 2005, andai a trovare Albino Pierro (Tursi, 19 novembre 1916 – Roma, 23 marzo 1995), che abitava nel quartiere Monteverde qui a Roma. Lui mi parlò ininterrottamente per due ore di seguito della sua poesia e delle traduzioni che avevano fatto delle sue poesie in tutte le lingue del mondo, mi parlò dei nemici che avevano osteggiato con tutte le loro forze la sua candidatura al Nobel per la letteratura, mi mostrò uno scaffale che conteneva le traduzioni delle sue poesie in tutte le lingue, anche in cinese e in vietnamita etc…

Uscii da quel suo appartamento buio con la netta sensazione di aver trovato un piccolo uomo di provincia e un piccolo poeta. Non leggeva altri che se stesso, non parlava che di se stesso, non aveva altri interessi che se stesso. Da quel giorno non lo rividi più. Avevo anche scritto qualcosa di istituzionale sulla sua poesia che gettai nel cestino.

Questa è la storia dei miei rapporti con il poeta di Tursi, per dire che un piccolo poeta non può che essere un piccolo uomo. E viceversa.
La sua poesia, che aveva destato l’interesse dei filologi, a rileggerla oggi appare artificiosa, intenzionalmente anacronistica, irta dei suoni aspri e terragni di un dialetto primordiale con il quale il poeta di Tursi si cincischiava, si baloccava e si dilettava per avvolgere le sue tematiche morbose infarcite di infanzia e di morte. In realtà, i temi della morte e dell’infanzia erano trattati in modo provinciale, strumentalmente utilizzati con enfasi ed iperboli per colpire gli ingenui lettori.

Non penso che sia questa la giusta interpretazione della tesi di Agamben quando afferma l’equivalenza tra l’in-fanzia, la patria linguistica e la dif-ferenza del semainen che ha un solo riduttore: la metafora come synoxis tra le dif-ferenze. L’in-fanzia è la sede della esperienza originale della Lingua e della storia, ma il ritorno all’infanzia è attraversato dalla dif-ferenza, dalle tracce e da Holzwege, da sentieri interrotti. Il ritorno all’in-fanzia è sbarrato da frane e smottamenti.

Giorgio Agamben:

«Gli animali non entrano nella lingua: sono sempre già in essa. L’uomo, invece, in quanto ha un’infanzia, in quanto non è sempre già parlante, scinde questa lingua una e si pone come colui che, per parlare, deve costituirsi come soggetto del linguaggio, deve dire io. […] Allora la natura dell’uomo è scissa in modo originale, perché l’infanzia introduce in essa la discontinuità e la differenza fra lingua e discorso. Ed è su questa differenza, su questa discontinuità che trova il suo fondamento la storicità dell’essere umano. Solo perché c’è un’infanzia dell’uomo, solo perché il linguaggio non s’identifica con l’umano e c’è una differenza fra lingua e discorso, fra semiotico e semantico, solo per questo c’è storia, solo per questo l’uomo è un essere storico. […] È l’infanzia, è l’esperienza trascendentale della differenza fra lingua e parola, che apre per la prima volta alla storia il suo spazio. Per questo Babele, cioè l’uscita dalla pura lingua edenica e l’ingresso nel balbettio dell’infanzia […] è l’origine trascendentale della storia. Il mistero, che l’infanzia ha istituito per l’uomo, può infatti essere sciolto solo nella storia, così come l’esperienza, come infanzia e patria dell’uomo, è qualcosa da cui egli è sempre già in atto di cadere nel linguaggio e nella parola. Per questo la storia non può essere il progresso continuo dell’umanità parlante lungo il tempo lineare, ma è, nella sua stessa essenza, intervallo, discontinuità, epoché [diremmo: «dialettica in stato d’arresto», cairologia, «tempo che resta»]. Ciò che ha nell’infanzia la sua patria originaria, verso l’infanzia e attraverso l’infanzia deve mantenersi in viaggio.»

(Stanze, pp. 50-52)

Torniamo alla lingua originaria dell’in-fanzia di cui ci parla Agamben

Nel corso dell’inverno 1979 sino all’estate dell’anno successivo, Giorgio Agamben tenne un ciclo di conferenze che vennero pubblicate nel 1982 in un volume dal titolo Il linguaggio e la morte. Un seminario sul luogo della negatività. Per il filosofo italiano Heidegger in Essere e tempo instaura una vicinanza fra Stimmung (stato d’animo) e Stimme (la voce). Per Heidegger il Dasein viene richiamato dalla Stimme (la voce della coscienza) e dall’Angst alla Erschlossenheit (la apertura) e alla Entschlossenheit (decisione, chiusura), al suo Da.

Agamben annota che il pronome tedesco “da” è considerato nella linguistica di Emile Benveniste e di Roman Jakobson come uno shifter (“indicatore dell’enunciazione” quelle speciali unità grammaticali contenute in ogni codice che non possono essere definite al di fuori del riferimento alla proposizione che li contiene). Per esso shifter  non è possibile trovare un referente oggettivo poiché il suo significato si definisce solo in riferimento all’istanza di discorso che lo contiene. Questo indicatore, nel suo passaggio dalla indeterminatezza semantica alla significazione determinata, opera un’articolazione dal piano della langue a quello della parole. Indica innanzitutto “che il linguaggio ha luogo”. Dasein (letteralmente “essere il Da”) vorrà allora dire “essere l’aver-luogo del linguaggio”.
Tuttavia, “proprio nel punto in cui la possibilità di essere il Da, di essere a casa nel proprio luogo, è assunta attraverso l’esperienza della morte, nel modo più autentico, il Da si rivela come il luogo da cui minaccia una negatività radicale”. Agamben sostiene che per Heidegger “la negatività entra nell’uomo perché l’uomo ha da essere questo aver-luogo, vuole cogliere l’evento del linguaggio” (ivi, p. 43) Ciò dipenderebbe dal diverso rapporto che rispettivamente la Stimme e quella Stimmung suprema che è l’Angst intrattengono con il Da. Secondo Agamben la Stimme rappresenta la modalità (inautentica) mediante la quale la tradizione ha pensato il linguaggio. Ad essa si contrappone la Stimmung che può invece dispiegare una dimensione linguistica autentica.

Non è scindibile la Stimme dalla Stimmung, l’una senza l’altra sono monche, entrambe insieme e contemporaneamente si ritrovano nella poesia.

Rispondendo ad una domanda sul rapporto tra poesia e filosofia, così risponde Giorgio Agamben:

Domanda: Un antidoto allo scadere nella pratica burocratica può essere la poesia. Tu hai spesso ribadito il legame tra filosofia e poesia. Che lo stesso Heidegger pose al centro della sua riflessione. In cosa consiste questo legame?

Risposta: “Ho sempre pensato che filosofia e poesia non siano due sostanze separate, ma due intensità che tendono l’unico campo del linguaggio in due direzioni opposte: il puro senso e il puro suono. Non c’è poesia senza pensiero, così come non c’è pensiero senza un momento poetico. In questo senso, Hölderlin e Caproni sono filosofi, così come certe prose di Platone o di Benjamin sono pura poesia. Se si dividono drasticamente i due campi, io stesso non saprei da che parte mettermi”.

(Giorgio Linguaglossa)

Strilli Gabriele2Alfio Fantinel 

23 aprile 2018 alle 10:30

Scrive Giorgio Agamben in Experimentum vocis: «Come la vita naturale dell’uomo viene inclusa nella politica attraverso la sua stessa esclusione nella forma della nuda vita, così il linguaggio umano (che fonda del resto, secondo Aristotele, la comunità politica) ha luogo attraverso una esclusione-inclusione della “nuda voce” (φωνή άπλώς, nelle paole di Ammonio) nel λόγος».

Il paradosso di queste esclusioni-inclusioni (come della “nuda vita”, così della “nuda voce”, ossia non articolata e grammatizzata) è proprio ciò che deve dar da pensare alla filosofia. Che, perciò, incessantemente interroga la profondità e la complessità dell’esistenza, mantenendo la consapevolezza che proprio nell’interrogarla (tentando così di includerla in un ‘logos’) la perde o la esclude, appunto, come “pura esistenza” (o, nella fattispecie, come “pura voce”).

Non credo, però, che una tale consapevolezza filosofica debba implicare la rinuncia a pensare (al ‘logos’) in nome dell’improbabile ipostatizzazione di una fantomatica “pura esistenza”, semmai evidenzia la profondità e comporta l’apertura di un pensare (‘logos’) che, come ben conclude il suo ‘experimentum vocis’ lo stesso Agamben, «deve accettare il rischio di trovarsi ogni volta senza lingua di fronte alla voce e senza voce di fronte alla lingua».

Provando a intendere o, piuttosto, a fra-intendere Agamben in una possibile concezione metafisica:

L’interpretazione (LINGUA), che è anche una prassi (VOCE), presuppone la realtà (ESSERE/VITA) da cui si origina, muove e a cui si intenziona, con maggiore o minore successo. Ogni interpretazione (LINGUA) cerca di rappresentare/esprimere quanto più veracemente, esaustivamente possibile la realtà (ESSERE/VITA) che, peraltro, è sempre ulteriore, non solo perché più vasta e profonda, ma anche perché dinamica (aperta ad ulteriori possibilità), che si amplia e approfondisce per l’apporto dello stesso gioco delle interpretazioni (LINGUE) e delle prassi (VOCI) con cui si arricchisce: è una realtà (ESSERE/VITA) che cresce insieme.
La distinzione tra interpretazione e contemplazione – forse ‘si tratta proprio del filosofo-poeta, o del poeta-filosofo, che contempla il suo abitare il linguaggio’ – potrebbero ben corrispondere a due distinti modi di approssimarci alla realtà (ESSERE/VITA).

Quello dell’interpretazione/prassi (LINGUA/VOCE), volto alla estensione, all’orizzontalità, a quella infinita vastità che è anche, appunto, un con-crescere.

Quello della contemplazione (FILOSOFIA/POESIA) volto invece all’intensità (verticalità), a quella infinita profondità (energia/potenza) di fronte a cui il nostro approssimarci deve invece porsi più come un lasciar-essere (fare il vuoto dentro di sé) che tradursi in un con-crescere (ma non è poi questo proprio anche un con-crescere, e ancor più sublime?!).
Ogni “cosa”, dal filo d’erba alla più lontana galassia, non tralasciando neanche quella complessa “cosa” che corrisponde al nostro cervello-mente, può venir approssimata con due diverse modalità: un’approssimazione conoscitiva/interpretativa, che non può fare a meno di essere oggettivante – e qui la ricerca nei diversi campi scientifici ha il suo bel daffare – ; un’approssimazione mistico-contemplativa, proprio perché la “cosa”, ogni cosa, non si esaurisce o risolve tutta in una sua qualche parziale e astratta oggettivazione.

10 commenti

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10 risposte a “Il poeta di Tursi, Albino Pierro, L’in-fanzia è la sede della esperienza originale della lingua e della storia, a cura di Giorgio Linguaglossa,  Poesie di Sabino Caronia, Marina Petrillo,  Lucio Mayoor Tosi

  1. griecorathgeb

    Ringrazio Marie Laure Colasson, qui a bien compris ce que je voulais dire. Mais cette partie ci n’est que le premier tiers d’un petite oeuvre sur l’imagination qui se compose de trois parties. Sonostato mosso a scrivere questo per hé tutto quello che vedo di poesia intorno a me è epigonismo, linearità travestita da qualcos’altro. Basta leggerla ad alta voce e subito si capisce. È infatti molto difficile rompere il guscio della traduzione, per intuire le strutture più vasta dell’espressione poetica. Non ho quasi visto poesia oggi, in nessuna delle 7 lingue che parlo e capisco bene e credetemi ho cercato tanto e ancora cerco) , che non fosse vaniloquio, spesso non per mancanza di bravura ma per insipienza, per non sapere dove si deve andare. È qui che dovremmo lavorare insieme!
    Quindi l’individuazione di una direzione, ma una direzione senza riferimenti, come una strada ignota che si apre con ogni nuovo passo.
    Questo è stato il primo pezzo di tre. Per ragioni di spazio non si è potuto pubblicare i tre insieme. Utamakura nel Giappone di 8, 9, 10 secoli fa porta l’immaginazione ad un punto altissimo, ignoto altrove, l’immaginazione della grandi poetesse (e di qualche grande poeta) del periodo Heian – laddove la realtà del mondo si allarga a dismisura, abbraccia un cosmo ben più vasto di qualsiasi teoria filosofica, prefigura molto esattamente la virtualità di oggi… semmai più vicino all’astrofisica – oggi spesso pura filosofia, tutto il resto è opinione soggettiva più o meno elegante e convincente.
    Bisogna essere un po’ cattivi, infrangere i mostri sacri che tengono ferma la poesia oggi.
    Quel mondo allargato del Giappone Heian, nella sua estrema virtualità immaginale, indica questa direzione oscura, ed infatti porta poi la disfania, il cannocchiale che trapassa la falsa realtà di oggi, il travestimento della realtà che noi viviamo per reale, e apre, come una fessura, il reale nascosto, che non è altro che il nostro distopico presente. È da tanti anni che capisco che quasi tutti i pensatori tradizionali oggi, Severino, Ferraris, Vattimo, sono antiquati. Guardano una realtà costruita e non vedono che è costruita, contraffatta.
    Apriamo l’idea della poesia a orizzonti più grandi. Ci conviene. E cerchiamo di trovare una συνεργασία, anche fortemente tornando alle radici del pensiero in Occidente.
    Sono in autobus fra Atene e Arta, spero che questo messaggio vi sia comprensibile (lo scrivo sul cellulare)!
    Salute a Giorgio, a Gino, a Sagredo, a Marie Laure che ringrazio sentitamente e spero di vedere a Roma prossimamente!), a Sabino… A tutti i poeti e scrittori in viaggio verso una reale secolo 202o.

  2. Due esempi di pop-poesia.
    Una poesia di Mario M. Gabriele e di Giorgio Linguaglossa

    Un inedito di Mario M. Gabriele
    da Registro di bordo in corso di stampa per Progetto Cultura, Roma.

    Fuori il buio. La luce che torna. Che abbaglia.
    Qualcosa rimane. Sabbia nella sabbia.

    Ricordi su display.
    Trauma per un vestito in disuso. .

    Fuori e ovunque il buio. La luce che torna.
    Oh Shery, ricordi Parigi?

    Et c’est la Nuit, Madame, la Nuit!
    Je le jure, sans ironie! :

    Una tavolozza con l’arcobaleno.
    La piastra sul fuoco. Go, go!

    Fast Food e Hamburger
    ai tavolini della Conad.

    Aria grigia, pesante. Smoke in the eyes.
    Ma dove è finito Chagall? *

    Un passo all’indietro. Reperti fossili.
    Fonemi e poliscritture.

    Sogno di una notte di mezza estate
    con Sara Kestelman e David Waller.

    Le calze di Nancy sul sofà.
    La vita: una garrota!

    Piccole voci a chiusura del coro.
    Uno zufolo nel bosco.

    Ketty Borromeo con gli occhi di lince.
    Gli anni nel libro del vento.

    Scatti di Nikon ad Auschwitz
    e sulle scarpe di Ninì il Rosso.

    Stilmann che dice?
    Aspetta il Washington Post.

    Candelabri su Hebron,
    come i ceri di una volta a Detroit.

    Shalom!

    tu scrivi, caro Mario, «fonemi, reperti fossili e poliscritture», ed hai già dato la chiave per l’ermeneutica del tuo pezzo pop jazz. La tua è poesia pop-corn, pop-jazz, pop-soft, pop-poesia, poesia da tavolino da bar, nuovissima, da gustare con un Campari soda e una quisquilia del TG in mezzo ai rumori di fondo: intermezzi, nanalismi, banalismi, truismi, incipit, explicit, inserti pubblicitari. Sei il Warhol della pop-poesia italiana. Il che non è poco. La pop-poesia che si gusta con le patatine fritte del Mc Donald’s.
    A tuo modo anche tu vai con l’acchiappafarfalle per i prati nella vana speranza di catturare il Nulla…

    Siamo entrambi impegnati, nella folle e vana ricerca del nulla che ci accomuna nella costruzione de-costruzione della nuova poesia, ma siamo in buona compagnia, c’è Marie Laure Colasson di madre lingua francese, ci sono i nuovi arrivati nella nuova ontologia estetica: Marina Petrillo, Marie Laure Colasson e Francesco Paolo Intini ai quali diamo il benvenuto, ci sono i vecchi amici dell’Ombra con i quali abbiamo intrapreso questo viaggio forfettario: Giuseppe Talìa, Gino Rago, Lucio Mayoor Tosi, Francesca Dono, Letizia Leone, Mauro Pierno, Alfonso Cataldi, Sabino Caronia etc.

    Ecco qui un mio di Giorgio Linguaglossa, inedito, approssimativo, sbucato fuori dal nulla, forse un frammento di un polittico che forse verrà, poiché tutto è aleatorio… perché nessuna opera può mai considerarsi finita… Colui che verrà noi non sappiamo e non possiamo dirlo, se non quando si presenterà in carne ed ossa qui, adesso… La nostra è una poesia forfettaria, minata dalla consapevolezza del nulla e dalla disfania…

    [da La notte è la tomba di Dio]

    «Come si fa a catturare il nulla?»

    Fece alcuni passi avanti e indietro.
    Girò in tondo, in senso contrario all’ordine del tempo,

    per la stanza soffiandosi il naso e starnutendo.
    Una gardenia sullo sparato bianco. Brillava.

    Frugò nell’armadio, esaminò con attenzione tutti i cassetti,
    gettò all’aria camicie, calzini e polsini.

    Poi, afferrò una sputacchiera degli anni sessanta,
    ci spense il torzolo del sigaro toscano

    e mi osservò da dietro il fondo di bottiglia degli occhiali.

    «Come si fa a catturare il nulla? Semplice, rinunciando a volerlo catturare, facendo un passo indietro rispetto al linguaggio, facendo un passo indietro rispetto all’io plenipotenziario… questo Volere Potere di cui è piena la pseudo poesia e la pseudo arte dei giorni nostri, questo voler mettere delle «cose» dentro la poesia lo trovo puerile oltre che supponente, la supponenza degli imbonitori e degli stupidi; questo voler fare delle installazioni del nulla lo trovo un controsenso, il nulla non si lascia mettere in una installazione, non lo si può inscatolare e mettere sotto vuoto spinto. Il nulla non si può conservare in frigorifero, non lo si può mettere in lavatrice o nella centrifuga, non lo si può nominare, non ha nome, non ha un luogo, non ha un mittente né un destinatario, non è un messaggio che si deve recapitare. Il nulla non è Dio, non c’entra niente con Dio. Il Nihil absolutum non è ed è al contempo. È ciò che assicura la sopravvivenza dell’essere fin tanto che l’essere ci sarà. Il nulla non abita lo spazio-tempo. Piuttosto è lo spazio-tempo che abita il mondo grazie alla generosità del nulla.
    Una poesia che non dialoghi con il nulla, è una para-poesia o una pseudo-poesia», e questo a noi sta bene…

  3. Carlo Livia

    Le due strategie gnoseologiche indicate da Agamben – logica, oggettivante, scientifica, oppure mistica, contemplativa, poetica, riproducono la distinzione che già Kant indicava nelle dimensioni della conoscenza tra
    ” Naturwissenshaften ” scienze della natura e ” Geistwissenshaften ” scienze dello spirito. Entrambe sono poste di fronte ad un ostacolo strutturale, intrascendibile: l’ineludibile eteronomia fra segno e significato, fra la parola ( lo strumento della materializzazione del pensiero ) e la realtà dell’essere.
    Nel pensiero scientifico la parola diventa strumento di dominio e asservimento della realtà agli scopi e alle esigenze dell’uomo. Neutralizzando il mistero e la trascendenza dell’Altro, annientandone l’intrinseca, irriducibile differenza ontologica e linguistica, l’atto della nominazione -rappresentazione, creando tassonomie e assiologie inevitabilmente proditorie e mistificanti, produce un’evoluzione delle pratiche di manipolazione e alterazione del reale, in apparenza efficaci, ma inevitabimente distruttive. Sono gli ” Holzwege ” ( Heidegger ) i sentieri che gli uomini aprono disboscando, desertificando, con un progresso di potenzialità tecniche pagato a caro prezzo: la distruzione dell’ottanta per cento della biomassa del pianeta.
    Al contrario, l’atteggiamento mistico esalta il mistero e l’ineffabile alterità dell’essere, ma il suo linguaggio è spesso un illusorio tentativo di ridurre ad unità e concretezza semantica ciò che non può violare i confini della dimensione interiore, del sogno individuale, perchè ” tutti gli De sono sogni di poeti, creati con l’inganno dai poeti ” ( Nietzsche ).
    Si tratta di riflettere sulla capacità palingenetica e soteriologica di tale atto creativo, di dargli valore integrativo fra le diverse procedure noetiche, con la creazione di nuove mitologie e rivelazioni condivise, non più conflittuali, esigenza sempre più imperativa in una cultura globalizzata e spiritualmente devitalizzata.
    L’elemento decisivo, determinante nella produzione di una nuova semantica dell’emozione verbale, deriva dalla virulenza della trasgressione, della decomposizione delle strutture logiche, della dissoluzione dei paradigmi dei linguaggi formalizzati in senso tradizionale, ornamentale, senza prospettive oniriche, visionarie, decisive nella creazione d’una nuova ontologia.

    DIPINTI

    Sono una belva dallo sguardo spento. Una belva dipinta sopra una scatola cinese. Una scatola dentro un’altra scatola dentro un’altra…e così all’infinito. Chi può dirlo. Non ho familiari, né simili. La mia specie si è estinta da millenni. Vivo in una pausa del tempo. In fondo alla strada infelice di De Andrè. In quel nero sono stati commessi atroci delitti. Alcuni sono celebri dipinti, e riposano in cielo coi santi. Altri alloggiano nei teleschermi.

    Ho un’unica figlia, inesistente. Ogni giorno alle tre viene a copulare nei miei sogni. Poi si suicida. Ma non è un incesto. E’ un groviglio di piccoli santuari in forma di veliero nella tempesta. Per raggiungere la Signora altissima, inappagabile. Nelle sue stanze risuonano peccati e misteri biondi, celesti, terrificanti. Paradisi perduti, irraggiungibili.

    E’ una carezza dorata, interminabile. Annienta senza uccidere. Senza togliersi le vesti. Come la musica che saliva lenta dai tumuli, in guanti di pioggia triste. Mi prese le mani fissandomi con occhi grigio-azzurri. Io sono fatta così, l’inaudito diventa vero- disse. Niente accade per caso, invano.

    Invece giunse quell’assenza, quel dolore di ciechi in delirio che riempiva la calura d’estate. Voli murati. Giardini morti, che vagavano senza trovare l’ingresso dell’anima. E diventavano fanciulle crocifisse al sogno scomparso, implacabile. Viaggi effimeri nelle promesse del glicine. Col cielo basso in cui si scompare senza merito, senza seme.

    E i padri bianchi ritornavano dal grande mistero senza parlare, coll’armatura di arpe e flauti ferita dalle domande di Kafka. Accecati dalle donne-praterie, chiedevano un altro giorno, un altro nome. L’altare intermedio, protetto dalla macchina vellutata. La siringa di Persempre.

    Se è vero amore il muro del dolore si piega docilmente – dicono. Ma prima bisogna attraversare il pianto della Madrina. La pietà indurita dagli scheletri. I teleschermi vuoti.
    La malattia che ci ha diviso.

  4. Brevi meditazioni sul polittico in distici di tanti poeti de L’Ombra come forma-poesia avanzata e come sintetica risposta alle perplessità esposte da Steven Grieco-Rathgeb nel suo commento allorché sostiene:
    “Sono stato mosso a scrivere questo per hé tutto quello che vedo di poesia intorno a me è epigonismo, linearità travestita da qualcos’altro”.

    Autoconfessione

    Un lungo lavoro sul Logos e sulla forma-poesia mi (ci) sta lentamente ma inesorabilmente facendo approdare verso il polittico in distici.
    Fisica quantistica+Musica+Arti Figurative+Cronaca+Storia+Misticismo Barocco+Arti plastiche+Scontro di dive (Lisi-Dietrich) come urto fra Cinecittà e Hollywood e come scontro-incontro fra due differenti progetti di Cinema+Compressioni ed Espansioni dell’universo+Letteratura+Personaggi-poeti vivi e Personaggi-poeti non più vivi+tempi dilatati e tempi compressi+spazi+ luoghi e non luoghi+paesaggi +Geografie nell’indefinito e nel familiare+Fono-prosodie con al centro immagini+protoni entanglati come Parole nell’entenglement+Rottura delle associazioni sostantivi-aggettivi+Soppressione del piccolo Io narcisistico e perdente+Estetica della distrazione+ Poetica dell’archeologo+ Parola implicata+ Ricerca di una Patria linguistica post-metafisica+ Religione+ Meditazione attiva+ Frammento postmetafisico+ Filosofia+ Consapevolezza della irreversibilità della crisi dei linguaggi+ Cerchio del dire (ove le cose ci vengono incontro parlando)+Altro=Polittico, o, meglio, tentativo di polittico in distici, che per ora mi pare il max che si possa chiedere alla forma-poesia, se si vuole, per me, andare più in là e di poco più in alto di dove osano… le quaglie, per non udire più il ruggito…degli agnelli.

    Gino Rago

  5. Buon giorno a tutti. Non so se sono della partita, e forse non lo sarò mai, ma non importa e leggo l’Ombra. Ho anche altro da fare. Provo a dire qualcosa del mio percorso poetico, umano. Non ho mai avuto buoni voti in filosofia, ma mi piace sentire chi la insegna dal vivo, come cosa viva. Cerco di studiare ancora. Scrivo, tra le mille cure del giorno, come tutti. Non mi piace quando i poeti snobbano qualche altro poeta. E’ una cosa triste. Non si deve temere la concorrenza, soprattutto di chi si considera più debole o non si leggerà affatto. Credo che i luoghi (tutti) vadano abitati in lungo in largo, quindi anche le parole. Parole, sono le adatte ad esprimere la ricerca quotidiana, ad individuarne il senso. Questo è il poeta, e anche questo io sono. Il senso non viene quindi abbandonato, è una ricerca universale, sennò non saremmo qui, nessuno di noi a scrivere, a lavorare. Io parto dal mio incontro con le cose, i fatti, i volti sempre inediti, se qualcosa si salva dalla colpevole e inevitabile noncuranza. Credo di scegliere. Attingo ai preziosi residui del sogno, attingo alle immagini e ci lavoro.

  6. Sulla forma: a me piace considerare tutto, anche la frase più convenzionale. Poi prendo o tolgo, come mi pare più opportuno. Lavoro col verso e seguo l’istinto. Uso i tasselli, le parti, lo sconnesso e metto insieme. Lascio dei vuoti. Non so quello che verrà fuori, infine e oltre. Ho le scarpe sporche di terra, mi arrampico sui vetri. Non ambisco. Scrivo solo. Mi piace la poesia che respira. Mi sa che qualcuno l’ha già detto. Bene.

    • Approdo

      Mi piacciono le case
      con l’approdo sul monte.

      Profumano di pietra corrosa
      e l’ortica sugli scalini

      tiene i villeggianti un po’ a bada.

      Le piane spioventi sul tetto
      in bilico non cadono mai.

      Le porte consunte di antichi colori
      si lasciano staccare schegge sbiadite.

      L’occhio alla serratura respira
      di fresca aria notturna di ragnatela.

      Nella luce del mattino vaga il polline
      di fiori gialli quasi invisibili.

      Sullo stelo è rimasto poco colore
      solo strette foglie accarezzate dal sole.

      (Oggi mi sento Linguaglossa e pongo una poesia della Renzetti.

      Grazie Renzetti.GRAZIE OMBRA.

  7. Luce del mattino. Grazie Mauro.

  8. Riprendo questa parte dal commento precedente, a proposito del polittico in distici
    […]
    Autoconfessione

    Un lungo lavoro sul Logos e sulla forma-poesia mi (ci) sta lentamente ma inesorabilmente facendo approdare verso il polittico in distici.
    Fisica quantistica+Musica+Arti Figurative+Cronaca+Storia+Misticismo Barocco+Arti plastiche+Scontro di dive (Lisi-Dietrich) come urto fra Cinecittà e Hollywood e come scontro-incontro fra due differenti progetti di Cinema+Compressioni ed Espansioni dell’universo+Letteratura+Personaggi-poeti vivi e Personaggi-poeti non più vivi+tempi dilatati e tempi compressi+spazi+ luoghi e non luoghi+paesaggi +Geografie nell’indefinito e nel familiare+Fono-prosodie con al centro immagini+protoni entanglati come Parole nell’entenglement+Rottura delle associazioni sostantivi-aggettivi+Soppressione del piccolo Io narcisistico e perdente+Estetica della distrazione+ Poetica dell’archeologo+ Parola implicata+ Ricerca di una Patria linguistica post-metafisica+ Religione+ Meditazione attiva+ Frammento postmetafisico+ Filosofia+ Consapevolezza della irreversibilità della crisi dei linguaggi+ Cerchio del dire (ove le cose ci vengono incontro parlando)+Altro*=Polittico, o, meglio, tentativo di polittico in distici[…]

    Altro*= Problemi dell’aggettivo e del sostantivo + Importanza della punteggiatura+ Esaltazione del punto+ Consapevolezza del non superamento e della persistenza nella nostra poesia dello scontro fra
    “nominalisti” (res sunt consequentia nominum) e “realisti” (nomina sunt consequentia rerum) che continua a incidere sulla questione del significato.

    (gino rago)

    P. S.
    Nel componimento postato da Mauro Pierno, “Approdo”, l’autore, o l’autrice, in appena 15 versi e 7 distici impiega 10 aggettivi (corrosa, spioventi, consunte, sbiadite, fresca, notturna, gialli, invisibili, poco, strette)…

    Invito, nella chiave specifica del rapporto sostantivi-aggettivi, a esaminare le poesie di Giorgio Linguaglossa (Come si fa a catturare il nulla) e di Mario Gabriele (l’inedito da Registro di bordo): non è per niente difficile notare che in entrambe le poesie di Linguaglossa e di Gabriele il baricentro fono-prosodico-lessicale è tutto spostato a favore dei sostantivi.
    L’utentica NOE è anche questo.

    (gino rago)

  9. Sono autrice. Mi chiamo Paola e sono una femmina, come si intuisce dal nome, che porto. Quella sopra, è una poesia scritta molti anni fa, che per me significa molto (una di quelle che preferisco) abbastanza diversa però da quelle che scrivo oggi. Ho limitato col passare del tempo gli aggettivi, ad un uso più essenziale e necessario. L’aggettivo può dare notizie importanti sul mondo interno dell’autore, ma se abusato rischia di appesantire, di fissare un approccio solo emozionale. Quello è il rischio da evitare, per il resto non vedo problemi.

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