Steven Grieco-Rathgeb, AGORAFILIA, UTAMAKURA, DISFANIE, tre parole-concetto per una nuova poesia

Onto Steven Grieco

Steven Grieco Rathgeb, nella grafica di Lucio Mayoor Tosi

Steven Grieco-Rathgeb

Questo testo ha origine da una conferenza che ho fatto a Trieste nel marzo 2019, al Festival di Poesia di Duino. La mia intenzione allora era riassumere nello spazio di un’ora una mia visione della poesia contemporanea, basandomi sulla esperienza che ho in questo campo. Avevo scelto i tre termini che in massima parte definiscono il mio specifico percorso poetico: “agorafilia”, “utamakura”, “disfanie”. La poesia oggi è bloccata nel passato, dove sembra dilaniarsi in una crisi profonda. Qui io propongo questi tre termini, così come sorgono dall’insieme dei miei dettagli biografici, esperienza personale, studio e riflessione sulle cose, come contributo a quello che alcuni di noi qui in Grecia, e in India, e anche in Italia, stiamo cercando di fare: creare una rinnovata idea di poesia nel 21° secolo.

Il testo, completo di tutte e tre le parti, è già in procinto di traduzione in lingua Hindi per la pubblicazione in “Samas”, una delle maggiori riviste letterarie indiane. In accordo con Giorgio Linguaglossa, direttore dell’Ombra delle Parole, la seconda parte e la terza –  “Utamakura” e “Disfanie” – seguiranno su questa rivista online nelle prossime settimane. Per tuttavia conservarne l’interezza per il lettore, qui sotto definisco brevemente i tre termini:

  1. Agorafilia: uso questo termine per indicare la specifica creatività immaginifica che la mente umana possiede. Aspetti di questa sono ciò che l’artista poi sviluppa e mette a frutto nelle sue opere. Si dice infatti che l’arte eserciti un effetto “illuminante” tanto sul creatore quanto sul fruitore. Ma io vedo l’arte più come mezzo per veicolare ad entrambi l’effettiva coscienza di questo processo mentale. Leggere un racconto di Chekhov significa essere in grado di immaginare ciò che l’autore ha immaginato. È una capacità che dovrà tornare ad essere riconosciuta oggi, come in passato, una delle fondamentali funzioni della poesia.
  2.  Utamakura: “guanciale della poesia”. Figura retorica usata nel waka Heian. È costituita da una parola semplice o composta che fornisce il primo impulso allo sviluppo della poesia. Il fatto che l’utamakura spesso evochi un luogo geografico, lo rende emblematico anche della mia esperienza vissuta, fatta di innumerevoli viaggi ed effimeri approdi. 
  3. Disfanie: nel contesto della società distopica in cui viviamo oggi, indica intravedere la ‘realtà’, ‘l’Oggi incandescente’, come attraverso una fessura nella monolitica facciata del nostro mondo ipermoderno; coglierne il deforme, l’obliquo, ma anche il sublime. Nella scrittura, disfanie è il वहन, il vahana o veicolo, la modalità retorica che permette all’autore di esprimere questo particolarissimo sentire. Lo scritto disfanico invita il lettore a trapassare il velo delle apparenze, per scorgere il mondo libero da filtri ideologici, idealizzazioni, travestimenti e inganni.
Steven Grieco Rathgeb profilo grigio

Steven Grieco Rathgeb

PARTE PRIMA – AGORAFILIA.

Curiosamente, ho scoperto di recente che in psicologia, l’agorafilia rientra nel complesso di illusioni e delusioni che l’adolescente affronta nel processo lento e spesso doloroso di diventare adulto. (Vedi Adolescenza. II parte – Il Giornale della Società di Psicologia Clinica Medica. http://www.psicoclinica.it/adolescenza-ii-parte.html) A proposito, agorafilia indica anche il “desiderio ossessivo di praticare sesso all’aperto” (!!), cosa che io in persona non ho mai avvertito, almeno non come ossessione…

Seppure la consapevolezza di un’agorafilia creativo-artistica fosse in me già dall’adolescenza, il senso di essa forte e inequivocabile iniziai ad averlo quando intorno ai 25 anni insegnavo inglese agli studenti universitari italiani, e quando poco più tardi diventai traduttore “a vita”, chiuso lunghe ore dentro una stanza per guadagnare il minimo per assicurarmi una magra sopravvivenza. The mind’s eye (“l’occhio della mente”) mi portava a vedere proiettati negli spazi impalpabili davanti a me luoghi che ben conoscevo e amavo, ma che in quel momento erano lontani: Istanbul, Venezia, la Grecia, i paesaggi balcanici, gli sterminati campi di girasoli della Serbia, un racconto di Chekhov. Provavo gioia che questo succedesse a me, e un senso di meraviglia di essere pienamente vivo.

A 35-38 anni, mi era abbastanza chiaro che la funzione di compensazione psicologica di questo insondabile pozzo di potenzialità ideative era solo la sua avara e scontatissima superficie; che le immagini non erano propriamente luoghi, quanto stati d’animo – meglio ancora, stati d’essere. Allora per la prima volta usai la parola agorafilia per esprimere questa esperienza complessa: come avviene che nel dormiveglia, quando siamo concentrati su qualcosa di specifico o rivolti altrove, appaia il cosiddetto sogno a occhi aperti. Le sue immagini traspaiono impalpabili, sovrapposte sul cielo, sul muro di fronte, su un altro paesaggio. E scompaiono non appena ne prendiamo coscienza; ma anche dopo essere “tornati in noi”, di esse serbiamo l’inafferrabile scia d’immagine, immagine che possiede tutte le qualità di un organismo vivente.

Per parafrasare C.G. Jung, gli archetipi insediati nella psiche umana si manifestano a noi vestendosi nel mondo fenomenico delle forme e dei colori con cui hanno particolari affinità.

Come negare che la “immaginazione” abbracci innumerevoli aspetti contrastanti della percezione che noi abbiamo delle cose, e incida molto più fortemente sulle nostre azioni e decisioni di quanto non vorremmo ammettere? L’illogicità del tracciare linee troppo nette fra essa e quella realtà che pensiamo di controllare, diventa evidente quando un sentimento di panico fa crollare le borse del mondo, o un uomo assennato prende una decisione che un giorno rimpiangerà amaramente. L’unico modo per uscire da questo paradosso è di spostare sempre la colpa verso “qualcos’altro”. Sarà invece che la potenza immaginifica della mente è sempre presente nel nostro stato di veglia, dove influisce sulle altre attività mentali e volta dopo volta piega la nostra volontà.

Agorafilia è una esperienza che apre la vastità dello sguardo, diventa l’immagine desiderata, lo specchio chiarissimo di verità interiori, per quanto rimosse. Ecco forse perché i luoghi di Grecia o Turchia o Sicilia che avevo visto con i miei occhi, mi davano un curioso senso di impavidità. E Galata Sarayi a Istanbul esprimeva allora per me tutta la complessità dell’essere umano. I luoghi noti e ignoti, il loro aspetto duro e attraente, rispecchiavano la mia personale situazione, e allo stesso tempo ci cozzavano, invitandomi ad affinare i miei strumenti espressivi perché potessi raggiungere il massimo nella vita e nella poesia.

E mi aiutavano anche a intravedere le frontiere del desiderio, i varchi oltre i quali niente può essere. Perché l’esperienza agorafiliaca mi insegnava in quale modo l’irreale si trovi profondamente insediato nel reale. Presto la mattina una macchina vuota con i finestrini abbassati, ferma sul ciglio della strada in riva al mare, può scatenare un intero cosmo in cui l’immagine delle montagne, delle colline e dei promontori tutto intorno si mescola con i ricordi e le immagini mentali di quella stessa immagine, moltiplicata in miriadi di immagini. È questo cosmico interfacciarsi tra pensiero, memoria e ciò che vediamo nell’attimo, che noi chiamiamo “esser desti in questo mondo”.

Dunque molta arte e molto pensiero poetico nascono da simili processi immaginifici. La scrittura poetica ha sempre significato prendere le parole di uso quotidiano e trasporle su un piano più concentrato, di maggiore densità, dove il loro senso è libero di vibrare quasi interamente su registri in genere (ma non sempre!) ignoti a forme di scrittura quali la commerciale o la scientifica.

Una mia poesia inglese del 2005 (da Entrò in una perla, Mimesis, Collana Hebenon, 2016):

Nel silenzio la poesia parlò,
le sue parole liane
di un rampicante
che sale
ogni nodo più alto
verso un aprirsi
una trama sorpresa
in altro esistere,
un altro punto del mondo
che ruota
pronto ad offrire i suoi significati,
un’altra faccia gelosa sul prisma
scintillante.

E cosa cercavi di afferrare
che risuonava là dentro
ma non era al suo interno

era solo il fervere d’immagini,
i suoi riflessi incancellabili

Anche la scienza si trova a dover usare usare immagini per veicolare le sue scoperte, non soltanto al pubblico inesperto, ma agli scienziati stessi, pena la incomunicazione e la non-inclusione in un discorrere più vasto sulle cose. Cito una frase da un testo sulla materia scura, e la dinamica delle collisioni galattiche: “le stelle sono meno interessate dal trascinamento dei gas, poiché occupano molto meno spazio, dunque passano vicine le une alle altre, scivolando come navi nella notte.” (http://chandra.harvard.edu)

Quando ero adolescente suonavo il Flamenco sulla chitarra. Le scale, i ritmi e lo specifico modo di impostare le diverse modalità di questa musica sono rigorosamente dettate dalla tradizione, che nel contempo lascia molto spazio alla improvvisazione. Quando io allungavo o accorciavo le note pur sempre rispettando il tempo, intuivo come ciascuna nota contenesse una capacità illimitata di contrazione o estensione temporale – in tutte le direzioni, su giù, lateralmente. Lo smisurato e davvero un po’ misterioso potenziale di questo mondo matematico di suono, ordinato-inordinato, lo potevi toccare con mano. Me ne stupii: ecco, dunque come l’immaginazione e la realtà esterna continuamente s’intessono. Anni dopo scoprii Giacinto Scelsi, che in molte sue opere esplora l’universo sonoro dentro la nota singola.

Steven Grieco Rathgeb profilo color

Steven Grieco Rathgeb

Possiamo infatti chiederci se tutte le attività umane non siano in effetti forme diverse del nostro “pensare il mondo”. Il modo specifico in cui il musicista elabora la nota all’interno del suo preciso spazio temporale, sarebbe allora dare “senso”, “significato”.

Tutto ciò che vivevo da uomo molto giovane, mi mormorava questo; e come la visione deterministica delle cose ne uscisse con le ossa rotte. Eppure da ogni lato mi si diceva il mondo ideale ma non idealizzato essere l’esatto opposto della realtà. (Ahimè, conoscevo Bergson solo di nome.) Poteva la mia consapevolezza aiutarmi a vincere questa assurdità, mi chiedevo? No, a giudicare da una poesia italiana che scrissi nel 1974:

ON HIS 25th BIRTHDAY

Andandomene così,
nell’improvviso riquadro di fari accesi
balza un’ombra al muro notturno
urta nella luce
cercando di ricordare

di notte un cane travolto sull’autostrada
come attraversare, le auto che corrono,
come riprendere il corpo
portarlo in salvo fra i fasci luminosi

(un cespuglio emetteva brani di musica
l’uccello trasognato s’involò,
da tempo la tristezza pungente
era scesa sulla lastra del ricordo)

come attraversare le grandi corsie
le auto che passano volando
il cane scomparso nel buio balzando su
più morto nelle ruote di luce

Salgono schegge, frantumi di poesia
un’immagine si apre franando
inghiottita dalla lente che concentra –

Raccolti in un punto gli anni spersi,
funi sgomitolate, ruotanti al cielo stellato

Torno brevemente alla trasmutazione di realtà vissuta in espressione poetica, per dare un’idea della estrema precisione che questo processo richiede al poeta, citando un brano da “Il viaggio”, Parte Prima, sempre del 1975:

L’erba ondeggia nello stagno
il faro preme al mare annuvolato
un radar scruta il cielo:
vuoti i segni, il peso scompare,
su per gli occhi inerti sale il pensiero
fra i violenti rami intrecciati,
volando verso il grande respiro.

Le mani guida a tastoni il cieco senso
le mani cercando. Un qualcosa di duro.
Tastano, palpano. Schiocco. Rugosa superficie, angoli, lati:
profonda volando. Non angoli, rotondità,
il profondo torna di scatto.
Poi afferrano, il senso cresce si forma
particelle di luce si muovono, viaggiano verso la mente
– fotogrammi, nero, grigio, più chiaro –
generando la pura immagine,
memoria di forma ondeggia frondosa nel vento.

Dice infatti Bergson:

“Quel est l’objet de l’art ? Si la réalité venait frapper directement nos sens et notre conscience, si nous pouvions entrer en communication immédiate avec les choses et avec nous-mêmes, je crois bien que l’art serait inutile, ou plutôt que nous serions tous artistes, car notre âme vibrerait alors continuellement à l’unisson de la nature. Nos yeux, aidés de notre mémoire, découperaient dans l’espace et fixeraient dans le temps des tableaux inimitables.”

Ecco come iniziai – da qualcosa di simile alla réalité di Bergson circa le cose e noi stessi; che l’arte, dice lui, esprime meglio di altre forme di comunicazione umana. Ero convinto che una rinnovata, forte visione poetica potesse suggerire aspetti fondamentali delle cose all’uomo, soprattutto a coloro che credono ciecamente, come dice Edgar Morin, nello “slancio della scienza su basi empirico-razionali”, quella scienza partita da “Galileo, Descartes e Bacone,” la quale “permette di conoscere, ma separando gli oggetti di conoscenza gli uni dagli altri e separandoli dal soggetto conoscente, insomma dissolvendone la complessità” (“Au delà des Lumières”, in Vers l’abîme, Editions de l’Herne, 2007). Con quella cieca fede scientifica si sono costruite le visioni del mondo fasulle di cui sono disseminati i secoli più recenti.

Io sognavo una visione più completa. Molto più tardi, nel 2008-10 scrissi Agorafilia, un lungo racconto anche autobiografico sui miei rapporti con l’immaginazione e la poesia. Quel racconto inizia così:

“Firenze, Via dei Canacci, 1992. Dal quarto e più alto piano del palazzo, lo sentivo giorno dopo giorno: un sommesso, indifferente gorgoglio, come un ricciolo sonoro che sale la tromba delle scale fin quassù. Stavo seduto, concentrato sul mio lavoro, e il suono iniziava sempre un attimo prima che io ne prendessi coscienza.

In passato mi ero chiesto più volte cosa potesse essere. Erano i tempi in cui ancora studiavo i fenomeni, cercavo di sviscerarli. Non riuscii a trovare una spiegazione. Poi venne il giorno in cui iniziai ad ascoltare. Seguivo quel gorgoglio giù per le scale, arrivando a distinguere in esso i rumori che dalla via risalivano fino a me: scalpiccio, frasi interrotte di passanti, motori, stormire di alberi: il tutto punteggiato dal portone d’ingresso che sbatte alle spalle di chi entra o esce, implosione sorda nel cuore. Ma il mio udito andava più lontano delle scale, più lontano del portone: usciva inseguendo la via che retrocede velocemente e si allontana, risucchiata dalla persuasione invincibile di altre decine e centinaia e migliaia di vie; e ben oltre questo punto ancora vicino, ancora pregno di una sua individualità, io sentivo quella ragnatela che fuggiva a ritroso e si espandeva in tutte le direzioni, fino a raggiungere il più remoto e anonimo biforcarsi-incrociarsi, l’instancabile unirsi e scindersi di quello che noi a volte chiamiamo il destino del mondo.”

In “Scolpire il tempo” Andreij Tarkovsky si chiede perché il cinema nacque in Occidente poco tempo dopo l’inizio della rivoluzione industriale, quando uomini in gran numero lasciavano le campagne per le città, dove venivano chiusi in asfittici spazi per lunghe ore a produrre oggetti. La capacità umana di immaginare il mondo in tali condizioni veniva messa a dura prova, ed ecco che ciò può aver favorito la nascita dell’immagine fotografica, e poco dopo di quella cinematografica.

Steven Grieco

Steven Grieco Rathgeb

E qui finisce la prima parte del mio intervento. Propongo di seguito una mia poesia del 1980, quando avevo appena raggiunto i 30 anni. Era il tempo in cui il senso dell’agorafilia in me iniziava poco a poco a vincere sul falso positivismo che allora imperava ovunque. (Oggi la crisi climatica, e tutto quello che le ruota intorno, incrina sempre di più la nostra semplicistica fede nella infallibilità del pensiero moderno.) Nel 1979 ero stato per la prima volta in India. Subito dopo lessi i presocratici. Dovevo capire qualcosa riguardo al dilemma principale, quello che esiste fra “pensiero asiatico” e “pensiero occidentale”. Dopo quella lettura – folgorante – mi espressi così nel mio diario inglese:

“Poggiolo, 21 agosto 1980. Tengo in mano un piccolo uccello incerto, la cui coda ancora non esiste. E’ la consapevolezza di avere io ho intravisto il cuore di una questione fondamentale, la questione del pensiero occidentale. Tutto inizia, curiosamente, con il concetto di ‘divenire’ dei filosofi pre-socratici: come l’evento (e quindi anche il ‘senso’ di quello che viviamo, il ‘significato’ nelle nostre vite) nasce dal nulla e ritorna al nulla.”

Questa è infatti la differenza di fondo fra le due filosofie: mentre l’una conosce “il battito di una mano sola”, l’altra è storicamente dominata dalla simmetria e dal nichilismo: quest’ultimo principio divoratore delle cose, distruttore, ma anche profondamente costruttivo; capace di vette visionarie, sublimi, ma anche caratterizzato dalla profonda ignoranza dell’interezza delle cose.

In effetti, allora non sapevo ancora quanto l’esegesi occidentale degli antichi filosofi greci fosse stata ideologizzata prima dal Cristianesimo, in seguito dai rinascimentali e illuministi, poi dai positivisti. Erroneamente pensai che fossero loro, i presocratici, ad avere già iniziato a sovvertire il senso dell’unità fondamentale del mondo, quando invece buona parte di tale sovvertimento è opera del nostro Occidente: civiltà molto giovane, molto potente, molto inesperta, ancora oggi ferocemente monoteistica.

Devo aggiungere che allora io mi trovavo nel pieno delle mie attività agricole: olio, vino, ma anche erbe aromatiche. Soprattutto però era il mio studio attentissimo della nascita e crescita delle piante che mi insegnava radicalmente l’Essere: e come quegli antichi pensatori greci fossero molto vicini alla terra, al ruotare delle galassie sopra di noi; non ancora impigliati nei mille nodi concettuali, nelle acribie che hanno poi così spesso portato la filosofia in Occidente ad essere un arido dimostrare le cose con le sole parole.

In questa poesia io opero ancora una possibilità di riconciliazione fra pensiero umano e natura. Con quello che stiamo vivendo attualmente, non so se farei lo stesso oggi.


Steven Grieco Rathgeb
LA PREVISIONE DEL TEMPO

Pensiero del presocratico

                                                      „Türme Himmelsstrebsam”

                                                                      Günter Kunert

Sulla geografia del mondo è incontato azzurro,
profondo, chiaro, illusorio. E cirri sterminati
irraggiungono il sole. Fenomeni di tempo, zone di
silenzio, immagini, suoni giganti o difformi, salgono
in riflessioni, luminosità, libere traiettorie, libere
interazioni. Nel più alto, il cosmo è ancora greco.

Sotto ferve, è tutto biofilo, intrecci, acqua, parassiti,
autotrofi. Sempreverdi. Volo: attraverso luce e buio
gemmazione, frammentazione, spore, rizomi,
stoloni sono nido, tempo, fragilità. La vita piovono
incessante. Richiami, spruzzi, grida, sbattendo
risalita. Becco sotto l’ala o roccia sul lago, tuffandosi.

È venuto il filosofo, e ovunque ha lasciato pensiero:
nei boschi sassosi, nel baccello che rilascerà il seme:
nelle raffiche, negli insetti che spruzzano polline
nel marrone; l’azzurrità ha unito i monti, cielo al mare
dove isole s’incuneano. Seguendo la propria immagine,
ha osservato i fenomeni collimare, li ha colti e posseduti.

In lui ferve l’unità d’idea, succhia avida, con gli eventi
cresce in simbiosi. Quando sarà grande, solo lei esisterà?
Il resto sarà larva rinsecchita? Le vere cose,
le inosservabili, volano di là dai confini, silenziose, vaste.
Perché il bosco ha il suo metodo, la sua geometria,
il baccello ha racchiuso in sé frammenti di pensiero.

L’acqua è inarrestabile, riempie letti secchi, travolge
i rigagnoli sassosi. È luce che raggiunge la cecità
che a lui si rivolge: un incendio di conferma, tutto
il mondo illuminato a giorno – una tautologia di luce!
Spersa ovunque per le terre e mare sulle coste ricurve
nel granchio nella sabbia. Con crescente violenza.

E la natura è stranita? È nome, è previsione, divenire.
Del bosco lui ha compreso il segreto. Gli uccelli hanno
adeguato becco e piumaggio, per lui modulato i richiami;
cervi e linci si sono visti agili, veloci nel galoppo.
I dettagli, il marrone, l’azzurrità stringono in lieve morsa.
Dall’unità di idea cadono estinti rottami di pensiero.

E nella gabbia lui abolisce la gabbia. Pensiero naviga
sicuro sopra la voragine delle cose, vasto nel buio
avvolge – immagine illimitata, immagine di relatività;
sfera lenta, racchiusa, inabissandosi nel nascere.
Gli eventi in ogni direzione nella sua ombra avvolge,
racchiusi nella sua sfera avvolta in quell’ombra.

 Ma se il grande albero ancora stormisse al cielo, se
non fosse più grande-vecchio-frondoso: sorvolandolo,
noi allontanandoci – tramutasse in sé: allora sarebbe sì
geometria, equazione, ma anche massa gioiosa di sua
energia, radice in mondi sempre più immensamente
compresi. Albero illimitato. Albero invisibile.

Perché sua scorza dolora di vivere nessuno, stormisce di
vento nessuno: fende la roccia, ovunque è. Allora
è tronco la pancia, fa di rami le braccia, la sua mente:
e il mondo-spettro ininterrotto fluisce verso lui, filosofo
che aironeggia, uomo-gazzella, oltresogno della gabbia,
dell’impossibilità di comunicazione. Isola di saggezza.

Salivamo nell’aria, allontanandoci dalle strade affollate.
Tutto diventava più piccolo. Io pensavo al cielo del lago.

Poesia incompiuta, estate-autunno 1980

30 commenti

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30 risposte a “Steven Grieco-Rathgeb, AGORAFILIA, UTAMAKURA, DISFANIE, tre parole-concetto per una nuova poesia

  1. antonio sagredo

    “Leggere un racconto di Chekhov significa essere in grado di immaginare ciò che l’autore ha immaginato.”
    Questo non dovrebbe essere difficile per un lettore attento, poiché la scrittura prosastica e teatrale di Čechov è semplice e molto chiara; sottolineo che le “pause” (tra una battuta e l’altra) nei suoi lavori teatrali sono fondamentali per comprendere le atmosfere cechoviane; cosa non avvertibile nella prosa per questo giustamente, Steven, scrivi sulla capacità immaginativa che dovrebbe possedere il lettore. Il resto che scrivi è interessante, e gli ultimi versi mi fanno pensare a un grandissimo poeta russo: Velemir Chlebnikov.
    Non dimenticare di riferire il fatto: che hai dimorato giorno e notte in un trullo salentino e che questo ha rafforzato le Tue qualità mentali, poiché uno dei miracoli della “pietra” è quella di influenzare e guidare la mete umana.
    ———————–
    Curioso di leggere i Tuoi prossimi interventi.

    antonio s.

  2. griecorathgeb

    È importante per me subito specificare che l’invito al Festival di Duino è avvenuto grazie a Chiara Catapano, che fra l’altro era un membro, nel marzo 2019,, della giuria che premia giovanissimi poeti, in armonia con l’idea di Rilke, che la poesia è sempre da cercare fra i giovani.
    Grazie alla Catapano, l’organizzatrice da sempre dell’evento, Gabeiella Valera, mi ha invitato a fare due interventi, uno sullla traduzione letteraria, e uno sulla mia esperienza nel campo della poesia, che è questo pezzo che presento qui, molto riveduto, molto ampliato.
    il ringraziamento è infatti saltato perché nella versione inglese questi riferimenti al Festival non sono presenti, e il presente testo è per la massima parte una traduzione ddel testo i inglese destinato alla rivista Samas.
    per una felice coincidenza, mi trovo ad Atene per qualche giorno, e ho tutta la connessione intwrnet che mi permette di mandare questo commento, e leggere eventuali interventi

  3. Inauguriamo co questo scritto di Steven Grieco Rathgeb una Rubrica di autoriflessione sulla propria poesia e sul cammino che ciascuno di noi ha percorso

    Penso che questa riflessione sulla propria poesia e sul proprio modo di essere nel mondo da parte di Steven Grieco Rathgeb possa essere utile per tracciare un panorama complessivo della poesia di oggi non solo di quella italiana ma di quella europea in generale.
    Pensare, a ritroso, il proprio percorso è utilissimo, implica individuare una linea di continuità, o di discontinuità, i salti, le ritirate improvvise, gli avanzamenti nel territorio della poesia… insomma, individuare una linea stilistica e storica che ci ha attraversati. Penso che tutti noi dovremmo fare prima o poi una riflessione analoga, senza cadere nel narcisismo ovviamente. Fare un bilancio, seppur provvisorio, di ciò che siamo e cercare di capire dove stiamo andando, dove siamo diretti, o eterodiretti, se siamo al capolinea o se ci troviamo nel luogo di una delle tante fermate.
    L’invito a mettere su carta una riflessione sul proprio percorso storico e stilistico è rivolto a tutti ovviamente.

    • Ciao
      “ Ecco come iniziai – da qualcosa di simile alla réalité di Bergson circa le cose e noi stessi; che l’arte, dice lui, esprime meglio di altre forme di comunicazione umana. Ero convinto che una rinnovata, forte visione poetica potesse suggerire aspetti fondamentali delle cose all’uomo, soprattutto a coloro che credono ciecamente, come dice Edgar Morin, nello “slancio della scienza su basi empirico-razionali”, quella scienza partita da “Galileo, Descartes e Bacone,” la quale “permette di conoscere, ma separando gli oggetti di conoscenza gli uni dagli altri e separandoli dal soggetto conoscente, insomma dissolvendone la complessità” (“Au delà des Lumières”, in Vers l’abîme, Editions de l’Herne, 2007). Con quella cieca fede scientifica si sono costruite le visioni del mondo fasulle di cui sono disseminati i secoli più recenti.
      Io sognavo una visione più completa. “

      Deve essere successo questo per quanto mi concerne. Ad un certo punto il rigore scientifico non è più andato d’accordo con l’immaginazione creativa. Troppo esuberante quest’ultima perché la realtà materiale rispondesse alla domanda che da tempo aveva preso a girare nella mia testa sull’intima natura della vita e delle leggi che presiedono alla bellezza: se sono le stesse della mineralogia chi o cosa agisce dentro di essa e dunque vede, legge e traspone in un processo senza fine. Trovare questo o quel risultato è sempre parziale per quanto esteso e brillante possa essere all’interno della propria disciplina. Occorreva una forza distruttiva, libera da ogni schema di accuratezza o in grado di acquisirne altra, che facesse breccia nel vaso di Pandora delle domande fondamentali a cui la pratica scientifica non può accedere se non per quello che concerne le sue leggi: la conservazione di massa ed energia, l’entropia dell’universo, lo zero assoluto. La poesia ha avuto questo ruolo dirompente, di linguaggio senza limite dall’esito mai scontato. Nuovo però almeno per me che l’avevo abbandonata in gioventù per altri lidi e da apprendere in fretta, ora alle soglie dell vecchiaia fisica, come si dovrebbe dopo lo sbarco in una terra straniera per meritarsi asilo e legittimità. Pensavo alla poesia come attività dotata di natura ondulatoria che le facesse girare gli ostacoli segnandoli, la disperdesse e rinforzasse ma senza appartenere unicamente al proprio Io, anzi, etichettandola appena, dimenticandosene talvolta. Un destino probabilistico che non è detto venga raccolto da un pubblico. In questo senso è lo strumento che raccoglie tutto ciò che capita al suo passaggio, spazzando gli angoli di polvere dalla Storia e dalle connessioni di questa con l’orologio appeso alla volta celeste, facendo propri gli stessi principi scientifici, smobilitati dagli ambiti in cui hanno senso per rimodularli in ambito di metafora e di verso, il più semplice possibile. Qui l’incontro con i poeti, non facile, specie se c’è una storia con cui fare i conti, che spesso è archeologia, disciplina dura che porta la conoscenza a scavare nel deserto per trovare tombe già percorse da mille mani. Il deserto ovviamente è nulla solido sempre in agguato, pronto a riprendersi il buco in cui si è scavato e in cui spontaneamente si dissolve qualsiasi fronte di luce per quanto potente sia l’impronta del cammino che abbia fatto.

      • griecorathgeb

        Caro Franco Intini, non la conosco, ma che cosa meravigliosa ha scritto qui! Immagkno che con lei sarebbe possibile una collaborazione creativa. Lei dunque scrive anche poesia? È molto bello incontrare qualcuno come lei, e sospetto che unk dei pochi luoghi dove questo è lossibile è lroprio sull’Ombra delle parole. Dove a volte xi diamo qualche colpo benडडग assestati, ma che poi alla fine arricchisce il dialogo. È un momento buono, la mia isoletta greca mi da’ lka possibilità di leggwrvi e anche rispondervi, seppyre conक qual he difficoltà di digitazione.

  4. Dico “bentornato” a Steven Grieco-Rathgeb, colgo nella sua autoriflessione una meditazione problematica sul Logos, un mettersi in viaggio verso una sua patria linguistica, un ri-cercare il suo “cerchio del dire”, e altro, temi di recente trattati da L’Ombra delle Parole senza risparmio di energie, e accolgo l’invito di Giorgio Linguaglossa all’autoriflessione pro-ponendo alcuni stralci del lavoro che sto approntando su Lars Gustafsson per il Trimestrale Il Mangiaparole. Fermati a lungo in nostra compagnia, caro Steven.

    Gino Rago
    Lars Gustafsson (1936-2016)
    Una auto riflessione

    ” La mia relazione con la Germania è antica e intensa. Già dagli anni Sessanta Hans Magnus Enzensberger iniziò a tradurre le mie poesie in tedesco, per Carl Hanser Verlag e, per lo stesso editore di Monaco, sono usciti molti miei romanzi. Ciò ha portato a un vivace scambio culturale: sono stato membro di molte accademie tedesche, per esempio la Akademie der Künste di Berlino, negli anni Settanta ho ricevuto la borsa di studio del Berliner Künstler Programm, ho insegnato come visiting professor, nelle università di Bielefeld, Tübingen, Hamburg e sono stato fellow al Wissenschaftskolleg, ovvero l’Institute for Advanced Study di Berlino. Thomas Mann ho iniziato a leggerlo assai presto, negli anni Cinquanta, quando avevo meno di vent’anni. I giovani si scelgono i libri di cui hanno più bisogno, e io allora mi scelsi il Doktor Faustus. Naturalmente oggi vincere il premio intitolato a Mann è un grandissimo onore, non solo perché sono il primo scrittore non tedesco a riceverlo, ma anche per la statura degli altri premiati che mi hanno preceduto. L’anno scorso, per esempio, il riconoscimento è andato a Rüdiger Safranski, che è scrittore, filosofo e grande divulgatore della filosofia. Oggi pomeriggio ero appunto intento a leggere il suo ultimo libro sul tempo (Zeit. Was sie mit uns macht und was wir aus ihr machen: “Tempo. Che cosa ne facciamo e che cosa esso fa di noi”, uscito da un paio di mesi da Hanser ndr). È un tema, questo del tempo, di cui mi sono sempre intensamente occupato. E, a proposito delle stranezze del tempo, è bizzarro che adesso, alla fine della vita, io torni a Thomas Mann, in cui avevo cercato le mie prime risposte.
    In un romanzo non posso fare analisi filosofiche, non avrebbe alcun senso. Ma posso mostrare, rappresentare un certo tipo di esperienza. Scrivendo letteratura si possono fare degli esperimenti con il pensiero che riescono molto efficaci per tante questioni filosofiche. Per esempio la questione dell’identità. Che “l’Io non è nessuno”, Schopenhauer lo colse lucidamente attraverso il suo pensiero. Ma altrettanto lucidamente lo disse il poeta svedese Erik Axel Karlfelt nei suoi versi. Negli anni in cui ero studente, a Uppsala e a Oxford, la filosofia era per me una scienza astratta, e io mi divertivo moltissimo a studiare i sistemi assiomatici, la logica normativa, la logica deontica… Era avvincente, appassionante, come il gioco degli scacchi. Man mano che invecchiavo, però, cresceva la convinzione che le domande più importanti fossero altre, che fossero quelle che riguardano la vita e la morte.
    La vita, la morte, l’identità, il tempo, il linguaggio, le parole per dire le sensazioni più intime: sono questi i motivi “filosofici” che sfioro nelle narrazioni. In particolare, la questione dei nomi per esprimere il tema del dolore.
    Un problema di cui si occupò Ludwig Wittgenstein. Proprio così, il tardo Wittgenstein, il secondo Wittgenstein, il Wittgenstein delle Ricerche filosofiche, è stato un punto di riferimento importantissimo per mettere a fuoco la questione del dolore, il problema della percezione e della nominazione del dolore in Morte di un apicultore. E, con Wittgenstein, anche Nietzsche, il quale ha insegnato che la nostra ontologia, il nostro orizzonte di mondo dipendono dal nostro linguaggio, dalle parole di cui disponiamo per coglierli. Alla radice del problema linguistico vi è però, credo, un problema esistenziale più profondo: si tratta comunque di solitudine. Ponendo la domanda “in che misura la vita interiore è comunicabile?” mi ritrovo comunque a confrontarmi con una condizione di solitudine. La solitudine comunicativa, che crea la difficoltà di esprimere l’esperienza del dolore. E quella esistenziale, che mina addirittura la certezza che vi sia affatto una identità, una personalità, la sicurezza che noi siamo davvero qualcuno. Sono due questioni fondamentali per me.

    Ho scritto anche poesie (qualcosa è stato tradotto anche in italiano). Il verso poetico è un altro modo per mettere a fuoco un’idea. La mia poesia è legata alla lunga e profonda amicizia con il poeta da poco scomparso Tomas Tranströmer. Eravamo molto vicini, abbiamo discusso moltissimo, anche se negli ultimi anni era difficile perché Tomas non poteva più parlare. Entrambi esercitavamo un’opposizione moderata al modernismo svedese. Aspiravamo a una nuova semplicità, a una poesia pura, chiara, a versi in cui il soggetto e il predicato fossero al posto giusto e il cui universo di verità potesse essere verificato. Anche la poesia, come la filosofia e la narrativa, risponde per me a una domanda di verità.
    In tanti mi chiedono:« Le storie, i personaggi, da dove vengono? Da incontri, da ricordi, da fantasie?»
    Non ho mai fatto ritratti, ma non nego che nel fondo c’è sempre un’esperienza personale. In tante forme diverse nei miei romanzi ritraggo me stesso. Mi intriga il classico pensiero: che cosa ne sarebbe stato di me se…? Se anziché filosofo fossi diventato un matematico, se fosse caduta troppa neve quella sera e i miei, bloccati per strada, non si fossero mai incontrati, se io non fossi mai esistito o se il mio destino fosse stato completamente diverso. Mi piace immaginarmi delle personalità alternative. Perciò tanti miei protagonisti, l’apicultore, il piastrellista, il decano, sono creature nuove che in fondo un po’ mi assomigliano. E poi il paesaggio, la sensibilità per il paesaggio come forse luogo della estraneazione.
    E’ importante, ma perché è così importante?
    Non lo so. Forse un legame così intimo con il paesaggio è molto svedese, o almeno è tipico degli svedesi della mia generazione. Penso ancora a Tomas, a Tranströmer che, come me era cresciuto nel solco di una forte tradizione linneana. In accordo con la visione di Linneo, per lui la precisa osservazione della natura aveva un grande significato, basti pensare alle sue colossali collezioni di coleotteri. Anch’io ho qualche teca entomologica, niente di paragonabile con le sue però! Ma al di là della smania di classificazione e della caccia agli insetti, per gli svedesi è assai rilevante l’intima relazione con il paesaggio, specie quello selvaggio. Penso anche al poeta russo Iosif Brodskij. Ha avuto una sorte infelice, per varie ragioni, una di queste è che si dové allontanare, andando in esilio, dal suo amato paesaggio russo. Quando vinse il Nobel, però, e venne in Svezia, disse di aver ritrovato, in parte, un paesaggio naturale che gli ricordava quello a lui familiare. In Italia, da millenni, ad eccezione forse della Sardegna, ogni metro quadrato di natura è coltivato. In Svezia, a dispetto delle devastazioni più recenti del patrimonio naturale, le regioni selvagge, di monti e di laghi, sono ampie. E la fuga nel silenzio del bosco è un tema chiave di tutta la nostra tradizione poetica[…]”
    (gino rago) a cura di

    Brevi notizie bio-bibliografiche
    Lars Gustafsson è nato il 17 maggio 1936 a Västerås, nel Västmanland, una regione della Svezia centrale. Ha studiato filosofia a Uppsala e a Oxford e ha insegnato storia del pensiero europeo, oltre che in varie università tedesche, all’università di Austin, in Texas, dove ha vissuto ventidue anni. La sua opera è varia e vasta. È autore di saggi, romanzi e poesie. Tra i suoi libri più famosi ricordiamo Il pomeriggio di un piastrellista (traduzione di Carmen Giorgetti Cima, Iperborea 1992, e Guanda 2000), Morte di un apicultore (traduzione e postfazione di Carmen Giorgetti Cima, Iperborea 1989 e 2012), Le bianche braccia della signora Sorgedahl (traduzione di Carmen Giorgetti Cima, Iperborea 2012) e L’uomo sulla bicicletta blu (traduzione di Carmen Giorgetti Cima, postfazione di Marta Morazzoni). Il suo ultimo romanzo, La ricetta del dottor Wasser è uscito in Svezia a settembre e sarà pubblicato da Iperborea. Delle sue poesie sono disponibili in lingua italiana due raccolte, una selezione di versi tradotti dal poeta scomparso Giacomo Oreglia e pubblicati con il titolo di Dikter da Italica e poi di Poesie da Passigli (1997), e un’ampia antologia curata da Maria Cristina Lombardi e pubblicata da Crocetti con i titolo Sulla ricchezza dei mondi abitati (2011). E’ morto a Stoccolma il 3 aprile 2016.

    • Con-divido un altro stralcio del lavoro, in forma di autoconfessione, su Lars Gustafsson, con una sua poesia ( a suo tempo pubblicata e diffusa dall’amico Linguaglossa su una pagina de L’ombra delle parole)
      Gino Rago

      Lars Gustafsson (1936-2016)
      Autoconfessione (Seconda parte)

      Io credo che le questioni relative al senso siano assolutamente di ordine metafisico, dunque slegate da un’epoca determinata. Tuttavia è vero che noi viviamo e ci poniamo le domande che ci interessano essendo «situati» in un determinato tempo. Mi rendo conto che la scrittura non riesce a star dietro alla velocità di quanto accade nella realtà, ed è perciò che, a mio parere, il naturalismo in letteratura resta sempre un passo indietro rispetto alla possibilità di rendere ragione della vita e del problema del suo senso. È per questo che ritengo importante introdurre una dimensione fantastica. Amo il simbolismo, la poetica modernista, e credo nella forza creatrice della metafora, che è in grado di rivelare, attuando un salto semantico, ciò che il realismo non è in grado di catturare anche dopo un lungo e faticoso cammino. È un salto di intuizione. Nei miei romanzi uso una tecnica che chiamerei «estetica della distrazione»: i personaggi che metto in scena divagano in continuazione, riflettono o semplicemente viaggiano mentalmente seguendo le loro libere associazioni, talvolta lo fanno entrando in un mondo diverso da quello «reale» in cui vige però comunque una logica coerente, come nei romanzi fantastici di Lewis Carrol.

      Proprio così, il tardo Wittgenstein, il secondo Wittgenstein, il Wittgenstein delle Ricerche filosofiche è stato un punto di riferimento importantissimo per mettere a fuoco la questione del dolore, il problema della percezione e della nominazione del dolore in Morte di un apicultore. E, con Wittgenstein, anche Nietzsche, il quale ha insegnato che la nostra ontologia, il nostro orizzonte di mondo dipendono dal nostro linguaggio, dalle parole di cui disponiamo per coglierli. Alla radice del problema linguistico vi è però, credo, un problema esistenziale più profondo: si tratta comunque di solitudine. Ponendo la domanda “in che misura la vita interiore è comunicabile?” mi ritrovo comunque a confrontarmi con una condizione di solitudine. La solitudine comunicativa, che crea la difficoltà di esprimere l’esperienza del dolore. E quella esistenziale, che mina addirittura la certezza che vi sia affatto una identità, una personalità, la sicurezza che noi siamo davvero qualcuno. Sono due questioni fondamentali per me.

      Per alcuni, «cittadino del mondo», per altri e per altre « intellettuale cosmopolita». Ho trascorso molti anni all’estero, in Inghilterra, Germania, negli Usa. Ma ho sempre fatto ritorno in Svezia, nel Västmanland. -Non so spiegare perché. Da qualche parte si deve pur cominciare, una radice profonda la si deve avere, e le mie radici affondano in quella regione centrale della Svezia. Da qualche parte si deve allacciare una relazione più profonda con il mondo esterno: per me è accaduto nel Västmanland.
      Il romanzo L’uomo sulla bicicletta blu è nato dalla scoperta delle fotografie scattate da mio padre quand’era ragazzo. Nei miei libri appaiono spesso rimandi a immagini fotografiche. Il piastrellista scattava foto in gioventù, Frau Sorgedahl fa una foto al protagonista del romanzo e ai suoi amici. Io stesso amo fare foto.

      Che cosa seduce tanto nelle immagini? La magia dello sviluppo? La possibilità di immortalare un attimo? La cosa strana è che una fotografia non resta affatto la stessa, ma il tempo la cambia. C’è un esempio molto famoso. Una foto scattata a Monaco il giorno della dichiarazione della Prima guerra mondiale: rappresenta una folla festante. A distanza di anni, dopo la fine della Seconda guerra, ingrandendo i volti ritratti l’autore dello scatto riconobbe tra la gente il volto del giovane Adolf Hitler. Quella presenza cambiava completamente il significato di quel corteo… si potrebbero fare molti esempi: un’immagine, riletta col senno di poi, non resta immune al trascorrere degli anni. Il suo senso cambia. Quanto a L’uomo sulla bicicletta blu ho voluto, in qualche modo, prendere il tempo in contropiede e lavorare alla rovescia. Di solito c’è una storia e dunque la si illustra con delle immagini. In quel caso sono invece partito dalle immagini, e vi ho costruito attorno una storia.

      Sono un pessimista? In epigrafe a Il pomeriggio di un piastrellista cito una frase di Sartre che dice “Ogni vita è uno scacco”. Non saprei dirlo, ma mi sento abbastanza d’accordo con Schopenhauer il quale sosteneva che meglio sarebbe stato non essere mai nati. Ho ammirato la svolta eroica di Nietzsche che diceva: la vita non ha senso? Va bene, troviamone uno, creiamone uno allora! È qui che salta fuori l’ironia. Schopenhauer era negativo, è vero, ma ogni sera ascoltava Rossini. La vita si sopporta meglio se le si trova un senso umoristico. Diciamo che sono un pessimista teoretico ma, nella vita pratica, punto sull’ironia.

      Sono un nichilista? Credo in Dio? Nel 1981 mi sono convertito all’ebraismo.
      Mi sono convertito per ragioni pratiche. La mia seconda moglie era ebrea, e così i figli… Certo il pensiero ebraico ha avuto un’influenza su di me, in particolare Martin Buber e Emmanuel Lévinas. Ma credo che, se esistesse un Dio, si mostrerebbe forse in modo più chiaro. Vi è una aperta contraddizione tra la sua presunta onnipotenza e le catastrofi che accadono nel mondo. Da un punto di vista logico l’esistenza di Dio è inaccettabile, non vale neanche la pena di confutarlo. Nietzsche però fece un’altra cosa, disse “Dio è morto”, e denunciò il grande vuoto lasciato dalla sua assenza. Io, fantasticando attraverso i romanzi, ho provato a immaginare un Dio distratto, assente, o disposto a realizzare desideri indecenti.

      Una certa disposizione mistica nell’avere scritto del nero della pupilla umana che ricorda il nero dell’universo, dell’ultima foglia rimasta su un ramo autunnale che splende come una moneta d’oro? Un senso di stupore, di meraviglia? Sento che è così, a tratti capita di veder brillare una vena d’oro, scorgo quella luce dorata che suscita meraviglia. In fondo fu proprio quello stato d’animo, di stupore, di meraviglia, a dare origine alla poesia e alla filosofia.

      Una poesia di Lars Gustafsson
      Ibn Batutta.

      Quando, Ibn Batutta, viaggiatore arabo, medico
      e acuto osservatore del mondo,
      nato nel Maghreb nel quattordicesimo secolo,
      giunto alla città di Bulgar, venne a conoscenza della Tenebra.
      La Tenebra era un paese a quaranta giorni di viaggio verso Nord.

      Fu alla fine del mese di Ramadan,
      e quand’egli ruppe il digiuno al calare del sole
      ebbe appena il tempo di pronunciare la preghiera della notte
      prima che il nuovo giorno albeggiasse. Le betulle s’ergevano bianche.
      Ibn Batutta, viaggiatore arabo non giunse mai più a Nord
      di Bulgar. Il racconto
      sulla Tenebra e i viaggi per raggiungerla lo affascinarono,
      il viaggio venne intrapreso solo da ricchi mercanti.

      Si spostano con centinaia di slitte
      cariche di cibo, bevande e legna,
      perché là il suolo è coperto di ghiaccio
      e nessuno può camminarci sopra senza scivolare
      tranne i cani, le cui unghie riescono a far presa
      nel ghiaccio eterno. Non ci sono alberi né pietre,
      e tanto meno case, per orientarsi durante il viaggio.
      Le guide al Paese della Tenebra sono i vecchi cani
      che già hanno fatto il viaggio molte volte.
      Simili cani hanno un prezzo che può arrivare
      a mille dinari o più, perché le loro conoscenze
      sono insostituibili. Al momento di un pasto
      si servono i cani prima degli uomini
      perché altrimenti il capo della muta s’infuria
      e se ne va, abbandonando il padrone al suo destino.

      Nella grande tenebra. Dopo quaranta giorni di viaggio
      i mercanti si fermano nella Tenebra.
      Depongono a terra le merci e fanno ritorno al campo.
      Il giorno successivo tornano e trovano
      mucchi di zibellini, ermellini e scoiattoli
      un po’ discosti dalle merci accatastate.
      Se il mercante è soddisfatto dello scambio prende le pelli.
      Altrimenti le lascia lì. Allora gli abitanti
      della Tenebra aumentano la loro offerta con altre pelli
      oppure si portano via tutto quello che avevano messo lì
      e sdegnano le merci dello straniero.
      È il loro modo di commerciare.

      Ibn Batutta ritornò nel Maghreb
      e morì in età avanzata. Ma quei cani
      che, muti ma sapienti,
      privi di parola ma con cieca sicurezza
      correvano sul ghiaccio levigato dal vento addentrandosi nella Tenebra
      ancora non ci danno pace.

      Noi parliamo, e le parole sono più sapienti di noi.
      Noi pensiamo, e il pensato ci precede
      come se sapesse qualcosa
      che noi ignoravamo. Messaggi corrono
      attraverso la storia, un codice che si traveste da idee,
      rivolgendosi ad altri e non a noi.
      La storia delle idee non è una scienza della psiche
      e i cani, con passi rapidi e sicuri,
      sempre più nella tenebra.

      da Pozzi artesiani sogni cartesiani, 1980
      traduzione di Fulvio Ferrari
      .
      (gino rago) a cura di

  5. Ecco una poezia uscita dall’alambicco poco fa, e ho pensato di metterla qui perché è una cosa strana che è venuta fuori, una poesia neoDada che non avevo messo in preventivo. E mi chiedo da dove diavolo sia uscita fuori…

    Il corvo è nero perché parla

    K. ha un piede sulla luna che sta sotto alla ringhiera.
    L’altro piede in una scarpa di vernice made in Italy .

    Il mago Woland scodinzola per il selciato in compagnia del gattaccio Behemot
    con gli occhiali di tartaruga sul naso.

    Il lampione, la luce gialla tra i palazzi illuminati, i fili elettrici,
    le antenne delle tv, il cielo violetto, la luna lillà.

    Io sto di qua, Lui di là, la parola non sa dove andrà…
    ma se ne va, dove, non sa.

    Il corvo è nero perché parla.
    Un divano rosso sulla parete verde con i braccioli rococò.

    Il vaso cinese con figure azzurre e un mazzo di fiori, iris, girasoli
    e margherite giganti.

    Un gatto soriano sul divano e un ippocampo nel campo.
    Laggiù c’è una giostra, ma non si vede, perché c’è la parete.

    Oltre la parete c’è un altro divano rosso, e un corvo nero che parla
    appollaiato su un trespolo bordò.

    K. saltella su un piede, calza scarpe di vernice made in Italy.
    Il critico Bezdomnij suona la fisarmonica negli stagni Patriarsci,

    Inciampa sulla rotaia del tram… e, zac!, la testa rotola sul marciapiede
    e si arresta sulle scarpe di vernice del mago Woland…

    • Mario Gabriele

      Si tratta di una nuova modulazione, come poesia neoDada, come tu la definisci, caro Giorgio,ma sempre corroborata da interconnessioni lessicali gradevoli e suggestive.

  6. griecorathgeb

    Devo scrivere questo dal telefonino, cosa che rallenta il pensiero e provoca non poche frustrazioni.
    Ma sicuramente per tutti ripercorrere il proprio percorso poetico, come dice Giorgio, e fare delle riflessioni profonde su ciò che facciamo in poesia e proporre questo al lettore, è importante. È sempre necessario vedersi dall’alto, o con il canocchiale nella distanza, almeno quanto possibile. Non cessare mai di ributtarsi in gioco, continuamente rinnovarsi. Non è necessario avere 70 anni come me per farlo. Anzi, l’esperienza di quelli più giovani è interessantissima, perché loro a 20 anni si sono trovati subito nel deserto, noi a vent’anni avevamo ancora i brontosauri intorno a noi – gli Eliot e i Pound, i Ritsos e gli Elytis, i Montale e gli Ungaretti. Sembrava che ancora ci fosse polpa sulle ossa della poesia, anche se le campane che suonavano a morto dalla distanza erano chiare e intellegibili per chi volesse sentire. Questo per i “grandi” paesi europei, con una grande tradizione letteraria alle spalle. Poi c’erano i paesi “secondari” che davano cert Transtroemer, certi Herbert e Rozewicz… Che poi abbiamo scoperto essere i messaggeri di una vera nuova poesia nel 21 secolo.

  7. griecorathgeb

    Grazie a Gino Rago del “ben tornato”. Ahimè sulla mia isoletta la connessione internet è talmente debole che è molto difficile seguire L’Ombra delle Parole con qualche regolarità.

  8. “Come mi fa incazzare!!!!”
    All’anima di un poeta necessita una lavanda gastrica.

    Grazie Steven Grieco Rathgeb, grazie OMBRA.

    (Steven,e fatt nu satellital)

  9. «Le strutture ideologiche postmoderne, sviluppate dopo la fine delle grandi narrazioni, rappresentano una privatizzazione o tribalizzazione della verità».

    (Maurizio Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino, 2017, p. 113)

    • Ecco la pagina finale di L’uso dei corpi di Giorgio Agamben, Neri Pozza, 2014, pp 350-351:

      Tutti gli esseri viventi sono in una forma di vita, ma non tutti sono (o non sempre sono) una forma-di-vita. Nel punto in cui la forma-di-vita si costituisce, essa destituisce e rende inoperose tutte le singole forme di vita. È soltanto vivendo che si costituisce una forma-di-vita [corsivo mio], come l’inoperosità immanente in ogni vita. La costituzione di una forma-di-vita coincide, cioè, integralmente con la destituzione delle condizioni sociali e biologiche in cui essa si trova gettata.

      La forma-di-vita è, in questo senso, la revocazione di tutte le vocazioni fattizie, che depone e mette in tensione dall’interno nel gesto stesso in cui si mantiene e dimora in esse. Non si tratta di pensare una forma di vita migliore e più autentica, un principio superiore o un altrove, che sopravviene alle forme di vita e alle vocazioni fattizie per revocarle e renderle inoperose. L’inoperosità non è un’altra opera che sopravviene alle opere per disattivarle e deporle: essa coincide integralmente e costitutivamente con la loro destituzione, col vivere una vita.

      Si comprende allora la funzione essenziale che la tradizione della filosofia occidentale ha assegnato alla vita contemplativa e all’inoperosità: la forma-di-vita, la vita propriamente umana è quella che, rendendo inoperose le opere e le funzioni specifiche del vivente, le fa, per così dire, girare a vuoto e, in questo modo, le apre in possibilità.

      Contemplazione e inoperosità sono, in questo senso, gli operatori metafisici dell’antropogenesi, che, liberando il vivente uomo da ogni destino biologico o sociale e da ogni compito predeterminato, lo rendono disponibile per quella particolare assenza di opera che siamo abituati a chiamare “politica” e “arte”. politica e arte non sono compiti né semplicemente “opere”: esse nominano, piuttosto, la dimensione in cui le operazioni linguistiche e corporee, materiali e immateriali, biologiche e sociali vengono a disattivate e contemplate come tali per liberare l’inoperosità che è rimasta in esse imprigionata. E in questo consiste il massimo bene che, secondo il filosofo, l’uomo può sperare: “una letizia nata da ciò, che l’uomo contempla se stesso e la propria potenza di agire”».

      Prendo lo spunto da questa riflessione per osservare come l’arte, la poesia dell’ipermoderno (per usare la formula di Steven) o del Dopo il Moderno (per impiegare una mia definizione) non possano derivare che da un moto di disattivazione, di deposizione, di revocazione di tutte le vocazioni, insomma, da un modo che renda inoperosa la tradizione della precedente forma-di-vita per poter liberare una nuova forma-di-vita (la Lebensform di Walter Benjamin). In tal senso leggo la maieutica di Steven Grieco Rathgeb, come un modo per rendere inoperosa la forma-di-vita della tradizione poetica. E in questo senso leggo anche il suo disagio di fronte alle scritture ergonomiche e postruiste dell’arte di oggi che si rivolge all’uso del corpo e all’uso del quotidiano, entrambe adottate e così reificate in categorie, quando invece si tratta di esistenziali, per dirla con Heidegger, di forme-di-vita, per dirla con Agamben.
      E con questo abbiamo tagliato via la grandissima parte di arte degli ultimi decenni come incongrua e manifestamente erronea.

      • Lebensform als Lebenswelt

        Sulla Metafora
        «Ciò che nel linguaggio si rispecchia, il linguaggio non lo può rappresentare».1]

        È questa l’aporia del linguaggio. La tautologia e la contraddizione mostrano che esse si trovano, convergono, nella metafora, la quale contiene in sé sia la tautologia (il non-identico è lo stesso che l’identico) che la contraddizione (il non-identico non è l’identico). Da ciò se ne può dedurre che nella metafora convergono tutte le aporie del linguaggio, il lato effabile e il lato ineffabile, il dicibile e l’indicibile.
        Talché voler estromettere la metafora dal discorso poetico è come voler aggiustare Procuste mettendolo sul letto di Procuste.
        Il discorso poetico tende «naturalmente» alla metafora.

        Il linguaggio non precede la metafora, è la metafora che precede il linguaggio. È la metafora che fonda il linguaggio.
        La poesia di Steven Grieco Rathgeb tende «naturalmente» alla metafora, al di là delle sue intenzioni e al di là del suo volere potere. E questo è ciò che fonda il linguaggio poetico: la metafora è un gesto, un gesto linguistico. Infatti, nei tempi primordiali il gesto corporeo e il gesto linguistico coincidevano. Dal che ne deriva che un discorso che non tende «naturalmente» alla metafora, non è, propriamente, un discorso poetico ma narrativo.

        1.Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, Einaudi, 1979 p. 33

      • griecorathgeb

        Caro Giorgio, conosco la tua tesi principale, e non sono d’accordo. In effetti, quello che ci sta davanti, il presente oggi, è incandescente. E proprio qui sta il problema di certa filosofia degli ultimi anni: usando formulazioni e categorie di pensiero apparentemente “nuove” in realtà non riesce ad uscire da una visione “superannuated” una visione, pessimistica, di cose bruciate e finite, che ovviamente mai e poi mai può trovare in sé gli strmenti per rinnovarsi. Assicuro però che ci sono molti pensatori (meglio questo termine che l’ipertrofico “filosofi”) nell’area tedesca e anglo-americana che fanno sembrare certe altre formulazioni davvero stracci vecchi. È necessaruo misurarsi con la questione principe filosofica dei nostri tempi – e cioè collasso climatico e ambientale – per incidere con la riflessione sulle cose reali, sull’oggi. Ecco perché una poesia incentrata sui frammenti del passato, e su una visione pessimistica del domani, sulla visione che “tutto il meglio è passato”, ormai siamo agli sgoccioli, tutto questo non può che avvitarsi all’indietro e rimanere intrappolato nel passato (un passato peraltro incorrettamente identificato e pensato).
        È necessario lasciarsi dietro formulazioni di pensoero ammuffite e pensare fortemente da soli e con l’assoluta originalità che il nostro presente, per quanto minaccioso, ci indica. È la chance che non abbiamo più avuto a 120 anni a questa parte. Ma oggi c’è.

  10. La verità sta su una sedia a dondolo
    paragrafo terzo della genesi iconoclasta
    e le fotografie in serie
    inseguono nel rumore le rotative scalze.

    (Che poi dicono che…. scriviamo solo in distici!)

    (il prossimo libro lo intitolo GRAZIE OMBRA)
    Grazie OMBRA

  11. griecorathgeb

    Sì, Gino Rago accoglie l’invito diGiorgio Linguaglossa. E bene fa. Penso che un intreccio di simili riflessioni di diversi poeti, ciascuno dei quali cerca di trovare una propria centralità interiore per trovarla nel fuori del mondo e dell’esperienza degli altri poeti, possa davvero creare una sorta di road map. Per deviare da lo Scylla della filosofia e il Cariddi della poesia come puro gioco. In questo sono perfettamente d’accordo con Giorgio.
    Ahimè, ci vuole una disciplina ferrea per penetrare la realtà, che succede sempre tutto intorno a noi e ci confonde. Che mi farebbe intanto dire che la parola “postmoderno” è disperatamente vecchia. I tempi si muovono velocissimi, non aspettano. È da tempo, eppure anche da pochissimo, che siamo entrati nella ipermodernità. (Brexit ne è un ottimo esempio – un paese di antico pedigree che in un attimo (3 anni) si avvicina pericolosamente a diventare un failed state. ) Che è un altro modo per dire che siamo entrati nel tempo “dopo il futuro”. Ma tutto questo lo dico con più dettagli nella terza parte, ‘Disfanie’. La prima parte, Agorafilia, è l’esperienza e i pensieri di un uomo giovane, e così la cosa viene da me raccontata.

  12. Posto qui un commento di Marie Laure Colasson la quale è impedita a postarlo nella rivista:

    milaure colasson
    ven 18 ott, 20:33 (11 ore fa)
    a me

    Ritengo molto interessante questa auto riflessione di Steven Grieco Rathgeb sulla propria Stimmung – direbbe un heideggeriano – quel fenomeno psichico che l’autore chiama “agorafilia”, che altro non è che un modo di essere, una struttura fondamentale del suo essere nel mondo; ed è chiaro che questa struttura fondamentale sia di aiuto nella pratica della poesia, aiuto, ma può essere anche un ostacolo, una tremenda difficoltà, perché per fare una poesia agorafiliaca occorre una grande quantità di immaginazione, di ricordi, di sogni, di divagazioni, di dispersioni… Chiamerei questa struttura fondamentale una “struttura dissipativa” tipica della mente creatrice, di una particolarissima mente creatrice di mondi e di ipermondi.

    Quello che stiamo dicendo è chiaro se leggiamo la poesia di Steven Grieco Rathgeb come una struttura dissipativa che si amplia, cresce e concresce e si smarrisce in cerchi e in plenitudini sempre più ampie, dispersive, discorsive.
    Forse è questo il contributo più importante che Steven Grieco Rathgeb può portare alla nuova poesia, aggiungendo una possibilità espressiva alle tante già qui convocate insieme in un comune progetto di poesia.

    Salivamo nell’aria, allontanandoci dalle strade affollate.
    Tutto diventava più piccolo. Io pensavo al cielo del lago.

    Tipico di questo modo di fare poiesis è la costante ricerca dell’alto e del moto verso l’alto e verso gli esterni, la struttura dissipativa tende qui all’entropia e alla disperdita progressiva di energie illocutive…

  13. letizialeone

    Steven Grieco agisce con la profondità che gli è consona alla ri-configurazione dell’ “essere immaginale” in poesia, e oltre, dato che l’immaginazione è a fondamento della coscienza. Una ri-categorizzazione dei Fondamentali alla luce della propria biografia intellettuale e artistica. Gino Rago a ragione parla di problematizzazione. L’inserimento nel discorso dei testi poetici amplifica l’autenticità testimoniale. Il filosofo presocratico che agisce nei versi di “Previsione del tempo” (non modernamente raziocinante e reificato) ha un sentire che risuona insieme alla grande impronta cosmica della natura… Un filosofo orfico che porta pensiero e non canto, oltre alle meravigliose reminiscenze platoniche quale monito e augurio per le nuove generazioni. Ma questo poeta-filosofo ci conduce sull’orlo di una vertigine percettiva, un cortocircuito in chi legge da questa separazione storica definitiva da certe tonalità emotive, dalla favola mitica di certe avventure empatiche e conoscitive con la natura. Testo pulsante di una grecità mitica e sacrale ma testo modernissimo che prolunga i contrasti e la separazione.
    A proposito dell’osservazione di Sagredo sui benefici del soggiorno nella pietra del Trullo, ricordo ciò che disse Gadamer, morto all’età di 102 anni , sul segreto della sua longevità: assorbire il magnetismo dalle rocce di qualche isola italiana…Un saluto a Steven e a tutti gli amici dell’Ombra

    • griecorathgeb

      Nln avevo visto il commemto di Letizia. Certo, quando ci vuole chiarezza, solo Letizia con quel discorrere, alto, non impigliato da niente, sempre fedeke alla sua visione, alta, razicinante

      • griecorathgeb

        Scusate sono in autobus, interrotta la linea… Raziocinante il discorso di Letizia Leone, e profondamente poetico. Grazie! Sicurente ti commissionerò un tuo pezzo critico su queste tematiche, che verrà tradotto in greco e in hindi.
        e come nonv ricordare il trullo di Sagredo? Quasi il cappotto di Gogol’…

  14. griecorathgeb

    Ringrazio Marie Laure Colasson, qui a bien compris ce que je voulais dire. Mais cette partie ci n’est que le premier tiers d’un petite oeuvre sur l’imagination qui se compose de trois parties. Sono stato mosso a scrivere questo per perché molto di quello che vedo di poesia intorno a me è e pigonismo, linearità travestita da qualcos’altro. Basta leggerla ad alta voce e subito si capisce. È infatti molto difficile rompere il guscio della tradizione, per intuire le strutture più vaste dell’espressione poetica. Non ho quasi visto poesia oggi, in nessuna delle 7 lingue che parlo e capisco bene (e credetemi ho cercato tanto e ancora cerco), che non fosse vaniloquio, spesso non per mancanza di bravura ma per insipienza, per non sapere dove si deve andare. È qui che dovremmo lavorare insieme!
    Quindi l’individuazione di una direzione, ma una direzione senza riferimenti, come una strada ignota che si apre con ogni nuovo passo.
    Questo è stato il primo pezzo di tre. Per ragioni di spazio non si è potuto pubblicare i tre insieme. Utamakura nel Giappone di 8, 9, 10 secoli fa porta l’immaginazione ad un punto altissimo, ignoto altrove, l’immaginazione della grandi poetesse (e di qualche grande poeta) del periodo Heian – laddove la realtà del mondo si allarga a dismisura, abbraccia un cosmo ben più vasto di qualsiasi teoria filosofica, prefigura molto esattamente la virtualità di oggi… semmai più vicino all’astrofisica – oggi spesso pura filosofia, il resto è opinione soggettiva più o meno elegante e convincente.
    Bisogna essere un po’ cattivi, infrangere i mostri sacri che tengono ferma la poesia oggi.
    Quel mondo allargato del Giappone Heian, nella sua estrema virtualità immaginale, indica questa direzione oscura, ed infatti porta poi la disfania, il cannocchiale che trapassa la falsa realtà di oggi, il travestimento della realtà che noi viviamo per reale, e apre, come una fessura, il reale nascosto, che non è altro che il nostro distopico presente. È da tanti anni che capisco che quasi tutti i pensatori tradizionali oggi, Severino in primis, sono antiquati. Guardano una realtà costruita e non vedono che è costruita, contraffatta.
    Apriamo l’idea della poesia a orizzonti più grandi. Ci conviene. E cerchiamo di trovare una συνεργασία, anche fortemente tornando alle radici del pensiero in Occidente.
    Sono in autobus fra Atene e Arta, spero che questo messaggio vi sia comprensibile (lo scrivo sul cellulare)! Salute a Giorgio, a Gino, a Sagredo, a Marie Laure che ringrazio sentitamente e spero di vedere a Roma prossimente!), a Sabino… A tutti i poeti e scrittori in viaggio verso una secolo 21° reale.

    • griecorathgeb

      Il commento lo avevo inviato prima do leggere Letizia, poi ho visto che non ce l’ha fatta a partire, e così è arrivato ultimo!

  15. Penso che la struttura che stiamo sperimentando qui da qualche tempo, la forma-polittico sia anch’essa una “struttura dissipativa”. Ed è una novità di non poco conto per la poesia europea.
    Sarei interessato a conoscere l’opinione di tutti in proposito.

  16. Caro Steven,
    felicissimo di riaverti qui.

    Agorafilia: suona come avvertimento ai poeti di nonsenso, in caso ne scrivessero per eccesso di estetismo. Al che io non saprei cosa rispondere. La parola è un potente mezzo di trasformazione, da uno stato di coscienza all’altro. Ve ne sono molti altri, naturalmente, ma la parola, insieme al respiro, è certo tra i mezzi che danno di più. Sicuramente ne danno al creatore.
    “Essere in grado di immaginare ciò che l’autore ha immaginato” presuppone che si impieghi un linguaggio chiaro, alla portata di chiunque? Penso di sì, malgrado non mi senta tanto artista figurativo. Più che altro sento il dovere di creare dei ponti, prendere il fruitore per la collottola, in modo che non abbia da patire mentre io, al contrario, nello scrivere sto gioendo oltre misura. Ma penso di capisca, se nell’antologia americana, Jhon Taylor mi ha messo tra i divertenti.
    Utamakura: solo in poesia si avverte il peso della parola-portante, e lo confermo. In ogni altro dire conta il “quando”, sicché la prima parola è sempre di vuota attesa. Forse per questo abbiamo inventato titoli e sottotitoli?
    Disfanie: suona come aggiustamento, in sostituzione del vuoto indefinito. Tu parli di “particolare sentire”, che interpreto come un esserci, ma in sospensione di sé. Non esattamente quel ritrarsi di cui parlava poc’anzi Giorgio Linguaglossa, per poter conoscere il Vuoto, ma gli somiglia. Si potrebbe allora trattare di osservanza ma, continuando nell’enigmistica, di osservanza non descrittiva. Cioè non a posteriori, se mai in ogni direzione di sguardo e di tempo. C’è vuoto nell’osservatore, egli è un paralume; alcuni dietro fessure, come bambini o come spie.

    • griecorathgeb

      Caro Lucio, bisognerà leggere tutto il mio pezzo composto di tre parti, per capire dove mi sono avventurato. Non ho molta pazienza con il rimpianto del passato, Mahler ha definitivamente distrutto tutta la musica classica del passato (lasciandola miracolosamente intatta!) liberando così energie immense, insperate. Lo ha fatto un bel po’ di tempo fa, e con lui c’erano gli innovatori anche in pittura-scultura, e in poesia. Per non parlare del cinema. Oggi si piange troppo su ciò che avremmo “perso”. Abbiamo invece guadagnato tantissimo: il tempo ci ha mostrato crudelmente i veri artisti e poeti e pensatori, e lasciato nell’oscurità quelli che non hanno realmente “detto”, anche se avevano la cattedra e hanno chiacchierato infinitamente. Così oggi. Il tempo continua a indoviduare i ciarlatani, un po’ alla volta, in tutti i rami dell’arte e del pensiero. Così l’Ombra delle parole può essere una fucina del nuovo reale, e già lo è stata tante volte.
      lascia che Giorgio pubblichi le altre due parti di questo mio pezzo. Poi vorrei tornare a discuterne con tutti voi. Perché qui ancora c’è un laboratorio di pensiero. Ma bisognaडटघ ανφαδ andare avanti.

  17. Essere in grado di immaginare ciò che l’autore ha immaginato, può presupporre prima di ogni altra cosa (anche prima della chiarezza) una certa condivisione dello sfondo che si intuisce comune, con delle esperienze di vita, anche culturali, dei sentimenti. Poi l’immaginazione va comunque in ciascuno, per una sua strada, imprevedibile.

  18. Mª CARMEN LÓPEZ SÁENZ
    Ragione mediatrice tra filosofia e poesia
    [estetica. studi e ricerche 2/2013 © Aracne editrice p. 65]

    Come Zambrano, Merleau-Ponty contribuisce alla definizione di un sapere che non è conoscenza assoluta dell’universale e necessario, ma è piuttosto un saper vivere accettando che «en cada instante de la vida, para cada asunto y circunstancia, existe una cierta mezcla de razón y sin razón, de ley y desorden». 51

    La conoscenza zambraniana in merito all’anima è eminentemente pratica, poietica, perché crea valori e rinnova la vita. A questa conoscenza, dice la filosofa, ci si arriva in diversi modi: «por observación aislada,por intuición, por inspiración poética, por esa iluminación repentina de lamente que capta algo de modo deslumbrador». 52

    Mentre la ragione – nella sua tensione verso l’universale – e la volontà– che si affanna nella contingenza – perseguono il discernimento razionale,la conoscenza dell’anima parte dall’ascolto delle ragioni del cuore e dal recu-pero della sua accogliente pietà, per poi diventare una visione sfumata che costituisce la base e addirittura la condizione di possibilità del discernimen-to. Questo sapere recettivo e riconciliatorio è poietico, poiché determina una trasformazione che dà sfogo ed espressione al recondito, ridefinendo mediante le parole i muti sentimenti.E proprio questo è il compito che Merleau-Ponty assegna al filosofo, a questa creatura che «si risveglia e che parla»,53 uscendo, come dice Zambrano, da quello stato di dormiveglia che contraddistingue gli esseri umani. La filosofa spagnola arriverà addirittura a mettere in dubbio che lo stato di ve-glia sia quello più consono al pensiero filosofico, affermando che si può fare filosofia da svegli o dormendo, «especialmente cuando se trata de albergar sin encerrar al Espíritu», 54 di preservare la pienezza di tutte le dimensioni della vita, di mediare tra di esse con la ragione e, in questo modo, acquisire una nuova capacità di conoscenza in grado di sondare le loro più profonde radici. Paradossalmente è il poeta colui che accoglie dimensioni oscure; «estáen vela ante todo lo que el filósofo ha olvidado». 55

    Merleau-Ponty e Zambrano pensano che tanto la filosofia quanto la poesia facciano parte di un sapere ancestrale, precedente alla separazione della te-oria e della pratica, che ricerca continuamente se stesso perché consapevole della sua finitezza. Praticare questo sapere vuol dire filosofare, il che non consiste solamente nel vivere, oppure nel sentire e nel sentirsi, bensì nel fare tutte queste cose coscientemente e con impegno. E ciò esige essere svegli e decisi. Tuttavia, quest’atto di libertà non è assoluto e non avviene ex nihilo:si dà nella vita come intreccio di attività e passività, di veglia e di sogni. Il sogno creatore, dice Zambrano, è quello più ad occhi aperti, perché è riuscito a riportare alla luce elementi nascosti che sono determinanti per la vita in stato di veglia. È il germe della vera poiesis, e persino dell’autopoiesis, dato che «los sueños serían así etapas indispensables de la vivificación de aquello que es sólo vida en potencia, pasividad viviente».

    51 M. Zambrano, El pensamiento vivo de Séneca (1944), Catedra, Madrid 1992, 2, p. 31.
    52 M. Zambrano, Dos fragmentos acerca del pensar (1956), «Aurora», 7, 2005, pp. 95-97.
    53 M. Merleau-Ponty, Éloge de la philosophie et autres essais (1960), Gallimard, Paris 1996, p.73; trad. Elogio della filosofia, a cura di C. Sini, Editori Riuniti, Roma 1985, p. 87.
    54 J. Moreno, El logos oscuro: tragedia, mística y filosofía en María Zambrano, Verbum,Madrid 2008, vol. II, p. 409.
    55 M. Zambrano, Filosofía y poesía, cit., p. 36.
    56 Come in Merleau-Ponty, questa vita attiva-passiva culmina nella parola.La sua essenza consiste nel rivelare manifestando e il sogno ci insegna ad accoglierla senza mai darla per esaurita. È necessario rinnovare il linguaggio e persino il modo di fare filosofia affinché quest’ultima sia creatrice come il sogno. Si capisce dunque perché solo il poeta sogni davvero:57 egli sa illuminare la tragedia che non può essere rischiarata dalla luce, ma dall’azione-pas-sione della poiesis. Ciò può avvenire mediante la ragione poetica. Una ragione vivida,appassionata, disvelatrice del logos
    sommerso, che trova il suo terreno nell’a-concettualità del «logos del mondo estetico», 58 perché il suo carattere poietico la fa agire come una forza generatrice che arriva fino alla profondità delle radici per poi portarle alla luce e prendere coscienza del fatto che tale luce non viene solo dalla pura razionalità, ma anche dal fatto che la ragione poetica partecipa dell’ aisthesis e della poiesis. Entrambe consentono a questa ragione di scoprire nuovi sensi attraverso la de-realizzazione 59 e persino la ri(con)duzione fenomenologica praticata – quasi sempre inconsciamente – dalla poesia e dall’arte in generale, da ciò che esse rivelano, che altro non è se non questo modo costitutivo di esistere sentendo, desiderando e dando senso alla nostra esperienza del mondo.

    Questa tensione si riflette nella ragione zambraniana, la quale non è po-ietica per il fatto che si plasma nella bella scrittura, ma perché è concorde alsapere dell’anima. Perciò è filosofica. Pensare questa realtà non significa ridimensionare e banalizzare la vita, ma far muovere la realtà al passo con essa,senza forzarla, lasciando che si manifestino tutte le sue dimensioni. Per fare ciò è necessaria quella ragione mediatrice che coglie la realtà nelle sue dina -miche, che insegna a vedere in modi differenti, ascoltando e facendo luce su ciò che si sente. La filosofia, da sola, non può avventurarsi su questo terreno in cui non solo si pongono problemi, ma si affrontano anche misteri. Deve agire con l’aiuto della poesia, perché la filosofia ha smesso di credere nella ragione poetica e, di conseguenza, non riesce a scorgere l’energia creatrice ele possibilità del senso che contiene la vita.È necessario insistere sul fatto che la ragione poetica non è poesia. Non è nemmeno pura ragione né, quindi, la somma delle due, bensì poiesis, in quanto esercizio di una ragione altra da quella stabilita; di una ragione che si definisce in base a quello che la ragione stabilita non è, scivolando «por los interiores, como una gota de aceite que apacigua y suaviza, una gota defelicidad. Razón poética… es lo que vengo buscando».60

    Una ricerca guidata dal desiderio e dalla necessità di consolazione della ragione poetica, che è mediazione incessante tra filosofia e poesia. In termini merleaupontiani diremmo che è la cerniera carnale che unisce pensiero e sentire. Guidati da questa ragione poetica, da uno stesso modo di intendere e praticare la filosofia, Merleau-Ponty e Zambrano ci hanno lasciato non solo un’opera che può essere letta più e più volte senza mai esaurirne le potenzialità, ma anche una concezione ampliata e olistica della ragione, che rinuncia de iure e de facto alle dicotomie classiche. In questo quadro, poesia e metafora non sono meri orpelli della ragione, ma suoi elementi costitutivi, facenti parte di una rappresentazione del pensiero costantemente alla ricerca della parola capace di esprimere, esaminare e potenziare la vita. Il semplice vivere non è sufficiente:

    «si se piensa es porquela vida necesita la palabra».

    Filosofare, per entrambi questi pensatori, è un atto creatore che impregna la vita di saperi e, così, influisce su di essa.La parola, direbbero, trae origine dall’esperienza della vita ed è necessario pertanto ricreare la parola mediante la quale la vita comunica. Zambranoe Merleau-Ponty ci propongono un nuovo modo di fare filosofia, in cui leparole hanno lo stesso peso del pensiero, dato che contribuiscono anch’esse a esprimere il sentire. Un sentire che la ragione poetica deve decifrare esprimendo le intuizioni e ascoltando il silenzio.

    56 M. Zambrano, Los sueños y el tiempo, Siruela, Madrid 1992, p. 106.
    57 Cfr. M. Zambrano, España, sueño y verdad (1965), Siruela, Madrid 1994, p. 95.
    58 Husserl parla di questo logos e del logos analitico, come uno strato del
    a priori universale del mondo. Cfr. Formale und Transzendentale Logik. Husserliana XVII, M. Nijhoff, Den Haag1992, p. 257. Merleau-Ponty utilizza questa nozione per descrivere la relazione tra il sensibile e l’intellegibile. Questo logos sta all’origine delle idealizzazioni, ovvero del livello pre-riflessivo che soggiace alla riflessione.
    59 Merleau-Ponty vuole arrivare fino al primordiale, al mondo pre-oggettivo e pre-soggettivo.Un primo passo verso questo obiettivo è la de-realizzazione, intesa come stilizzazione che deforma coerentemente il mondo. Analogamente, Zambrano interpreta la disumanizzazione orteghiana dell’arte come dissoluzione delle forme capace di portare alla luce una nuova relazione con la realtà, con gli elementi e con l’ineffabile, mediante la maschera mediatrice.
    60 M. Zambrano, Carta a Dieste, cit., p. 102.
    61 M. Zambrano, A modo de autobiografía, «Anthropos», 70-71, 1987, pp. 69-73, p. 69

  19. “Ma tu quando ti coricasti dove le mettesti?”

    Contromano con un piede in bilico sullo spartiacque
    con la bicicletta in discesa, senza connessione e la classe in business
    arriva, entra, accosta la porta, si siede.
    E intanto non si accorge che i figli con la barba
    hanno i nipoti, e degli ottimi uditori
    Datemi un tranquillante,
    qual’è allora il corso di studio,
    dove l’università, quale anno ora frequentiamo, a che ora?
    E poi riparte!

    (il titolo è una battuta tratta dal Teatro di EDUARDO.)

    (Dedico questa poesia ai lettori dell’ Ombra, me compreso.)

    Arrivederci Ombra.

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