Una Domanda di Donatella Bisutti: Che cosa intendiamo con la dizione nuova ontologia estetica? Poesie di Mario M. Gabriele, Il punto di vista di Giorgio Linguaglossa

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Che cos’è l’essere e che cos’è il linguaggio?
E qual è il legame che unisce l’essere al linguaggio?

La Risposta di Giorgio Linguaglossa

Alla Domanda: Che cosa intendiamo per «nuova ontologia estetica»?

21 marzo 2018 alle 12:35

Donatella Bisutti mi ha posto una Domanda: Che cosa intendiamo per «nuova ontologia estetica»?

https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/03/20/mario-benedettipoesie-da-tutte-le-poesie-a-cura-di-stefano-dal-bianco-antonio-riccardi-gian-mario-villalta-garzanti-2017-pp-327-e-16-con-un-commento-critico-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-32837

Questa è la mia risposta: nella rivista ci saranno almeno due centinaia di post sull’argomento, provo a rispondere brevemente e nei limiti del possibile e dello spazio contingentato. A mio avviso le domande fondamentali sono:

Che cos’è l’essere e che cos’è il linguaggio?

E qual è il legame che unisce l’essere al linguaggio?

Tutte le altre domande sono questioni secondarie, di contorno, e possiamo metterle da parte.

Perché la «nuova ontologia estetica»? Perché ogni nuova poesia è tale se riformula le categorie estetiche pregresse all’interno di una nuova visione.
Parlare di «ontologia estetica» è pensare il nuovo ruolo delle parole e del metro. All’interno del linguaggio poetico le parole si danno sempre nel quadro di un metro, ma è vero anche che ogni nuova poesia rinnova il modo di concettualizzare la «parola» all’interno del «metro».

Il «metro» è una unità di misura di grandezza variabile, dobbiamo uscire fuori da un concetto di «metro» quale unità di misura fissa, statica ed entrare in sintonia con un pensiero che pensa il «metro» come una entità variabile, dinamica, mutagena che varia con il variare delle grandezze (anch’esse variabili) che intervengono al suo «interno».
La «parola» quindi è una entità per sua essenza mutagena che può essere rappresentata come una entità corpuscolare o ondulatoria a frequenza variabile. Per semplificare: non v’è un peso specifico costante di una «parola» ma vi sono tanti pesi della «parola» quanti sono i modi del suo manifestarsi all’interno di un «metro». Il «metro» sarebbe quindi una sorta di «onda pilota», o «onda di Bohm», come si dice nella fisica delle particelle subatomiche, un’onda che convoglia al suo interno le particelle che vagano nell’universo.

Vi possono essere modi molto diversi di intendere questa «onda pilota», in questo concetto ci sta il «tonosimbolismo» della poesia di Roberto Bertoldo, una poesia intersemica e fonosimbolica, ci può stare anche la poesia di Donatella Giancaspero, ci possono stare il discorso poetico citazionista di un Mario M. Gabriele, il discorso poetico «caleidoscopico» e «disfanico» di Steven Grieco Rathgeb e il frammentismo post-metafisico di Gino Rago; ci può stare la ricerca iconica e simbolica di Letizia Leone di Viola norimberga (2018), le sestine di Giuseppe Talia del libro La Musa Last Minute (Progetto Cultura, 2018), una sorta di elenco telefonico di poesie fatte al telefono, poesie discrasiche più che disfaniche; ci può stare il frammentismo peristaltico dei poeti nuovi come Francesca Dono con il libro Fondamenta per lo specchio (Progetto Cultura, 2017); ci sta la poesia di Anna Ventura fin dal suo primo libro, Brillanti di bottiglia (1978), fino a quest’ultimo, Streghe (2018), Marina Petrillo con materia redenta (2019), Carlo Livia con La prigione celeste (2019), e Mario Gabriele con la quadrilogia: Ritratto di Signora (2015), L’erba di Stonehenge (2016), In viaggio con Godot (2017) e Registro di bordo in corso di stampa. Ciascun poeta porta a questo salvadanaio una piccola monetina, un piccolo mattone. È la consapevolezza del nuovo paradigma della poesia italiana, un modo diverso di fare poesia che albeggia, un modo inaugurato in ambito europeo da Tomas Tranströmer nel 1954 con il suo libro di esordio 17 poesie.

Con questo nuovo paradigma cambia radicalmente la forza gravitazionale della sintassi, il modo di porre l’una di seguito all’altra le «parole», le quali obbediranno ad un diverso metronomo, non più quello fonetico e sonoro dell’endecasillabo che abbiamo conosciuto nella tradizione metrica italiana, ma ad un metronomo sostanzialmente ametrico. Non c’è più un metronomo perché non c’è più una unità metrica. Di qui la importanza degli elementi non fonetici della lingua (i punti, le virgole, i punti esclamativi e interrogativi, gli spazi, le interlinee etc.) ma che influiscono in maniera determinante a modellizzare la «parola» all’interno del nuovo «metro» ametrico. Di qui l’importanza di una sintassi franta. Ecco spiegato il valore fondamentale che svolge il punto in questo nuovo tipo di poesia, spesso in sostituzione della virgola o dei due punti. All’interno di questo nuovo modo di modellizzare le parole all’interno della struttura compositiva del polittico si situa l’importanza fondamentale che rivestono le «immagini»; infatti le parole preferiscono abitare una immagine che non una proposizione articolata, perché nella immagine è immediatamente evidente la funzione simbolica del linguaggio poetico.

Ed ecco la parola chiave: il verbo «abitare». Le parole abitano un luogo che è fatto di spazio-tempo e di memoria, di una «patria originaria linguistica». Le parole abitano la temporalità, la Memoria. Le parole sono entità temporali.

Cito Adorno, Teoria estetica, trad. it. Einaudi, 1970:

«Quando la spinta creativa non trova pronto niente di sicuro né in forma né in contenuti, gli artisti produttivi vengono obiettivamente spinti all’esperimento. Intanto il concetto di questo… è interiormente mutato. All’origine esso significava unicamente che la volontà conscia di se stessa fa la prova di procedimenti ignoti o non sanzionati. C’era alla base la credenza latentemente tradizionalistica che poi si sarebbe visto se i risultati avrebbero retto al confronto con i codici stabiliti e se si sarebbero legittimati. Questa concrezione dell’esperimento artistico è divenuta tanto ovvia quanto problematica per la sua fiducia nella continuità. Il gesto sperimentale (…) indica cioè che il soggetto artistico pratica metodi di cui non può prevedere il risultato oggettivo. anche questa svolta non è completamente nuova. Il concetto di costruzione, che è fra gli elementi basilari dell’arte moderna, ha sempre implicato il primato dei procedimenti costruttivi sull’immaginario».

Quello che oggi non si vuole vedere è che nella poesia italiana degli anni sessanta-settanta si è verificato un «sisma» del diciottesimo grado della scala Mercalli: l’invasione della società di massa, la rivoluzione mediatica e la rivoluzione delle emittenti  mediatiche…

Davanti a questa rivoluzione che si è svolta in tre stadi temporali e nella quale siamo oggi immersi fino al collo, la poesia italiana si è rifugiata in discorsi poetici di nicchia, ha scelto di non prendere atto del terribile «sisma» che ha investito la poesia italiana, ha scelto di fare finta che esso «scisma» non sia avvenuto, che tutto era come prima, che la poesia non era cambiata, che si poteva continuare a perorare e a fare poesia di nicchia e di super nicchia, poesia autoreferenziale, poesia della cronaca, del corpo, del quotidiano e chat-poetry.

Lo vorrei dire con estrema chiarezza: tutto ciò non è affatto poesia ma «ciarla», «chiacchiera», battuta di spirito nel migliore dei casi. Qualcuno mi ha chiesto, in modo naif, «Che cosa fare per uscire da questa situazione?». Ho risposto: Occorre un «Grande Progetto».

A chi mi ha chiesto di che cosa si tratta, dico che il «Grande Progetto» non è una cosa che può essere convocata in una formuletta valida per tutti i luoghi e per tutti i tempi, non c’è una valigetta 24 ore che custodisce il «Grande Progetto». Per chi sappia leggere, esso c’è già in nuce nel mio articolo sulla «Grande Crisi della Poesia Italiana del Novecento» che si trova su questa rivista e in altre dozzine di pagine qui rivenibili.

Il problema della crisi dei linguaggi post-montaliani del tardo Novecento non l’ho inventato io, ma è qui, sotto i nostri occhi, chi non è in grado di vederlo probabilmente non lo vedrà mai, non ci sono occhiali di rinforzo per questo tipo di miopia. Il problema è quindi vasto, storico e ontologico, si diceva una volta di «ontologia estetica», ma io direi di ontologia tout court. Dobbiamo andare avanti. Ma non sono pessimista, ci sono in Italia degli elementi che mi fanno ben sperare, dei poeti che si muovono nel solco post-novecentesco in questa direzione.

Leggiamo un brano della «poesia polittico» di Gino Rago:

I vincitori e i vinti di Troia
Sono a New York con le loro donne.

Ecuba in cucina prepara marmellate,
Cassandra legge i giornali ogni mattina,

Priamo gioca in borsa.
Paride con i dreadlock

Porta il cane al Central Park.
Presso i Greci si diffonde l’Aids,

Un guerriero travestito da Clitemnestra
sgozza il Re nella vasca da bagno.

Ettore lo incontro sui 10 chilometri della Fifth Avenue
Mentre Andromaca fa acquisti da mille e una notte.

Astianatte gioca col pc. E’ sempre solo a casa.
I miti sono l’inganno d’Occidente,

“Fat Man” su Nagasaki ha cambiato il mondo…
Ma per Lei forse i miti sono l’aria.

Chi vivrebbe senz’aria…”
[…]
Lars Gustafsson: «Caro John Taylor,
Come è finita la guerra di Troia…

Nessuno lo sa. Quella guerra non è mai cominciata.
Presto ti spedirò a New York

I diari di un giudice fallimentare del Texas
E la storia di un cane.

È evidentissimo che qui siamo di fronte ad un nuovo concetto di poesia. Il «polittico» non è un espediente tecnico, ma si tratta di un nuovo concetto di forma-poesia; è un gomitolo, una galassia, una entità prospettica, una entità multidimensionale, multi temporale, multi spaziale. Il «polittico» è il prodotto della ontologia positiva. Ci troviamo di fronte ad una vera e propria rivoluzione copernicana. È chiarissimo che per l’ermeneutica di questa forma-poesia occorrano nuove categorie concettuali.

Mario M. Gabriele

inedito da Registro di bordo di prossima pubblicazione con Progetto Cultura

Ci fu chi prese il largo, chi rimase nelle baite
dopo il grande crush.

Bisognerebbe dirlo a Kurtz
di stare lontano dai parapendii.

Fu un enigma la scomparsa di Henry
nel tour nello Shilanga.

Merryl si fermò alla Québec libre
per Gli affari del Signor Giulio Cesare.

Mandami tue notizie. Ho sempre qualcosa da dirti.
Gli Avi cercali nel Connecticut.

A volte si può chiudere un libro
restandoci dentro come un fiordaliso.

Il disclemer si era eclissato
dopo le fake news sul Web.

Ho detto a Kamus di rallentare il tempo
tenendo a bada i cipressi e le radici.

Cuore in spazi chiusi. Aritmia da tamburi.
Al supermarket sono tornati i volontari con gli shoppers.

(…)

Confini ristretti, corpo mutevole
nel tempo e nelle stagioni.

Auguri, Mary, per la cover su Vanity Fair
e il pellicciotto  da luna di miele.

All’indietro fumo ed eclissi.
Luce che torna e se ne va.

 -I think I love you-, mi ripeti ad ogni compleanno,
rimettendo in circolo leucociti e staminali.

Turisti cercavano Madre Coraggio
passato il check point Charlie.

A Villa Flora si è candidato Gustav Fridmann
come venditore di chimica organica.

Il disegno, a tinta unita, di Juliet
ricorda l’orizzonte del mattino.

Ho sentito California 2.
L’etichetta del CD mi è sembrata normale.

Non incollo più nulla col Vinavil,
neppure i ricordi.

Marx  rivuole Engels
e la Gazzetta renana.

Hai fermato di nuovo i capelli
con la lacca  Rofra spezial.

Ora posso attaccare i pensieri
rifacendo le treccine.

E’ tutto slow, a tempo determinato,
anche le gazze ladre di Ken Follett.

Retro di Copertina di Registro di bordo di Mario M. Gabriele

Tu scrivi, caro Mario, che il tuo libro tratta di «fonemi, reperti fossili e poliscritture», ed hai già dato la chiave per l’ermeneutica della tua poesia. La tua è poesia-pop: pop-spot, pop-bitcoin, pop-jazz, pop-corn, pop-poesia, poesia da tavolino da bar, poesia da bar dello spot, nuovissima, da gustare con un Campari soda e una quisquilia del TG in mezzo ai rumori di fondo: intermezzi, nanalismi, banalismi, gargarismi, truismi, incipit, explicit, inserti pubblicitari. Sei il Warhol della pop-poesia italiana. Il che non è poco. La pop-poesia che si gusta con le patatine fritte del Mc Donald’s e un caffè al Ginseng la mattina, e la sera, prima di andare a dormire con una bustina di Maalox plus. Registro di bordo è un viaggio, anzi, un viaggio-sosta nella indeterminazione delle parole; quelle parole raffreddate, ibernate, insaponate con cui l’uomo di oggi è costretto a coabitare, e con le quali ci si trova a proprio agio, coinquilino forzato del banale. È il nuovo viaggio di Ulisse tra le parole precotte, didascaliche, tra le parole della discarica, parole della fatticità alle quali non può richiedersi alcuna ermeneutica che non sia della mera fatticità: specchi per le allodole, specchi di specchi, frammenti di specchi andati in frantumi, frantumi di frantumi. Poesia ipoveritativa, sub-minimal, poesia-trash, poesia-spam, poesia-crac.

Dinanzi ad un libro del genere ci sarebbe da allarmarsi, se non fossimo già allarmati da par nostro, tutti già soggiogati dal sortilegio del banale. Un libro beneaugurante perché tocca il fondo delle cose, e così conduce la banalità al suo epilogo. Una poesia epilogo, riepilogativa del nulla nel quale siamo immersi.

(Giorgio Linguaglossa)

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17 risposte a “Una Domanda di Donatella Bisutti: Che cosa intendiamo con la dizione nuova ontologia estetica? Poesie di Mario M. Gabriele, Il punto di vista di Giorgio Linguaglossa

  1. POESIA CONTEMPORANEA E “NUOVA” CRITICA
    Conversazione di Gino Rago con Giorgio Linguaglossa

    Domanda: Dal tuo osservatorio sulla poesia contemporanea si riescono a intravvedere le tracce di una “nuova” critica?

    Risposta: Credo che non si possa mettere in discussione il fatto che una critica “nuova” non può essere disgiunta dall’esistenza di una “nuova” poesia, a meno che non si tratti di una critica accademica, la quale è comunque altra cosa da ciò di cui stiamo parlando.

    Domanda: È possibile, secondo te, stabilire dei criteri che consentono di riconoscere una “nuova” critica? Ti pongo questa domanda prendendo a riferimento la raccolta di saggi, recensioni, meditazioni che hai fatto confluire in Appunti critici (Edizioni Scettro del Re, 2003), il cui sottotitolo era La poesia italiana del tardo ’900 tra conformismi e nuove proposte.

    Risposta: Quando parlo di “nuova” critica intendo qualcosa di militante. Ammesso e non concesso che esista realmente una “nuova” critica letteraria, sarebbe interessante vederla concretamente all’opera. In Appunti critici mi sono posto un problema-base sul quale un pensiero critico moderno non può non indugiare se non vuole essere retrocesso a mera formulazione di quesiti retorici. Ripartiamo da Petrarca: può essere tracciata, all’interno del Novecento, una linea petrarchesca? Per tentare di rispondere, proviamo a fare un gioco: chi potrebbero essere i “veri” petrarchisti del Novecento?
    Il petrarchismo coincide con la linea pascolinizzante della poesia italiana? Il post-sperimentalismo e le poetiche neo-orfiche possono essere considerate varianti dell’eterna malattia del petrarchismo? La poesia italiana del Novecento è una poesia sostanzialmente pascolinizzante? Sembrerebbe proprio di sì e la riprova è che deriverebbero da Pascoli sia il crepuscolarismo, la linea «incendiaria» di Palazzeschi, l’ermetismo, lo stesso Montale, pur se in modo parziale soprattutto con il primo libro, Ossi di seppia, del 1925 (pur se l’operazione è strategicamente dirompente nella misura in cui prosciuga la retorica pascoliana), il tardo-ermetismo, sia l’antilirica dell’Opposizione (vedasi la costante ricerca del padre putativo effettuata da Sanguineti nei riguardi di Pascoli), sia lo sperimentalismo officinesco di Pasolini. Posto questo assunto, quale potrebbe essere la posizione della “nuova” critica?

    Domanda: In Appunti critici è dunque possibile enucleare una idea-guida, una idea-forza al fine di condurre per mano i lettori verso la tua visione della poesia contemporanea e della critica?

    Risposta: Una delle idee-forza espresse in Appunti critici (2002)è quella secondo cui il «traliccio» del Pascoli, il suo sperimentalismo inconsapevole, con tutto il repertorio di tecniche versificatorie che gli appartengono, sarebbe in qualche modo responsabile della linea del riformismo moderato della poesia italiana del Novecento, sulla quale sono saldamente impiantati autori anche antitetici come Pasolini e Sanguineti, fino al conformismo professionale di autori allotri come Gianni D’Elia e Edoardo Cacciatore, ovvero, il Mitomodernismo di Giuseppe Conte come il tardo post-sperimentalismo degli “arrabbiati”, i luddisti del discorso poetico del Gruppo 93.

    Domanda: In Appunti critici a me pare che ci sia anche altro, sotto forma di auspici verso nuovi paradigmi letterari e verso nuove basi ontologiche ed estetiche. È così?

    Risposta: Il mio auspicio è che una “nuova” critica possa avviare una riflessione sull’idea di narrativa e di poesia funzionale all’attuale contesto europeo. Il problema tuttora centrale è se nelle nuove condizioni della civiltà europea sia possibile un’arte di avanguardia. Cioè, posto in altri termini: qual è l’antinomia-base del fare arte nel Moderno?
    In Appunti critici ho tentato di scandagliare, in modo rapsodico, leggendo i tanti autori affrontati, il problema seguente: la poesia del Nove-cento ha subito una serie di modificazioni della forma-interna e allora mi chiedo, e vi chiedo, quali sono i punti di svolta che hanno contrassegnato questi cambiamenti?
    Inoltre, non potevo esimermi dall’affrontare alcune questioni tuttora aperte: è ancora possibile utilizzare il concetto di “impegno”? La poesia deve essere impegnata? E, infine, la poesia è un’arte del passato o c’è la speranza di una sua sopravvivenza nel prossimo futuro? E se c’è una modalità di sopravvivenza, quali sono le condizioni
    perché questo avvenga?

    Domanda: Dunque, ponendoti quelle che possono essere considerate “domande radicali”, hai tracciato un perimetro ineludibile per la “nuova” critica…

    Risposta: Come l’ultimo degli epigoni, mi sono rivolto una domanda retorica alla quale, comunque, un critico militante non può non rispondere o, in qualche modo, tentare un abbozzo di risposta: qual è la posizione della “nuova” critica in ordine alle mode culturali del periodo contemporaneo?
    Domanda: Partendo da un’idea a te cara, secondo cui «l’indicibile del linguaggio ha fondato e s-fondato il silenzio di prima del linguaggio» si potrebbe trarre la conclusione che la poesia, per dirla con Derrida, corra sempre il rischio di non avere senso e che non avrebbe alcun valore senza questo rischio. Dunque, la poesia come Enigma…
    Per te la poesia è un Enigma?

    Risposta: Direi di sì, direi che in ultima analisi la poesia è un Enigma. Dunque, bisogna tracciare un solco fra «poesia-Enigma» e «linguaggio-comunicazione», ovvero l’uso del linguaggio per scopi contingenti o per fini socialmente necessari, utili soltanto alla comunicazione reciproca fra gli uomini appartenenti a una stessa comunità.
    Inoltre, sempre per Derrida, «Scrivere, significa ritrarsi… dalla scrittura. Arenarsi lontano dal proprio linguaggio, emanciparsi o sconcertarlo, lasciarlo procedere solo e privo di ogni scorta. Lasciare la parola… lasciarla parlare da sola, il che essa può fare solo nello scritto».

    Domanda: Mi sembra che da questo alla «metafora silenziosa» (come quel qualcosa che sta prima del linguaggio) il passo sia breve. Puoi chiarire questo concetto?

    Risposta: La «metafora silenziosa» forse è la più alta forma di metafora, la più pura. È quella che non si fa vedere, che preferisce l’inappariscenza, che si mostra simile a ciò che metafora non è. La metafora per Bataille è un «istante privilegiato », l’istante in cui appare il «sacro», che serve a dare «un senso al resto degli istanti senza privilegio» della scrittura. L’apparizione della metafora spezza la normalizzazione del linguaggio.
    «Questa craquelure spazio-temporale circonda la pointe dell’istante privilegiato, e getta in crisi l’ubi consistam, insomma la sostanza, quel qualcosa che sta sotto a codesto istante».

    Domanda: Cosa intendi per «vuoto di significante e di significato»?

    Risposta: Ciò che sta sotto «codesto istante» si rivela essere un vuoto di significante e di significato che non può essere nominato se non entro una catena infinita di significanti e di significati. La metafora è questa rottura degli anelli della catena, rottura che dura appena un istante, l’istante privilegiato, dopo il quale essa riannoda i fili che la legano al sistema infinito della catena significante, al differimento dei significanti e dei significati.
    Pretendere di capire che cos’è la «metafora silenziosa » è qualcosa cui non può arrivare una modesta intelligenza. Per afferrare questo concetto dobbiamo fare riferimento a ciò che c’era «prima» del linguaggio, a quel muro di silenzio che il linguaggio ha squarciato con un atto indicibile.
    L’indicibile del linguaggio ha fondato e sfondato il silenzio di «prima» del linguaggio, lo ha reso, in un certo qual modo, dicibile, udibile, sensibile. Il linguaggio come sistema di segni, proviene da qualche cosa d’altro. Questo penso sia chiaro. Quel qualcosa d’altro è il «prima» del linguaggio, destinato a rimanere «silenzioso»: è quindi il «silenzio» che fonda il «linguaggio».
    Questo è un pensiero che credo possa essere afferrabile, un po’ come nella fisica odierna è il «vuoto» che fonda gli universi di materia e di anti-materia. Dobbiamo quindi postulare il «silenzio » di «prima» del linguaggio per poter afferrare il silenzio «dentro» il linguaggio.

    Domanda: Implicitamente, ma non tanto, stai così delineando quello che dovrebbe essere il vero compito della poesia, il suo compito diciamo “più alto”, sei d’accordo?

    Risposta: Il compito più alto della poesia è appunto questo: indicare, alludere, richiamare il silenzio di prima del linguaggio, quel silenzio che è l’essere stesso, che è il linguaggio dell’essere. Comprendo adesso la difficoltà di Heidegger di scrivere l’opera che avrebbe dovuto seguire Essere e tempo (1927): bisognava inoltrarsi in una indagine perigliosa sul «prima del linguaggio» con gli strumenti del linguaggio e sarebbe occorso un «altro» linguaggio che lui non aveva.
    L’evento ontico fondamentale è il «silenzio dell’essere», quel silenzio che è il suo linguaggio proprio.
    E questo è l’obiettivo della grande poesia europea, dei più grandi poeti europei dell’Ottocento e del Novecento. In questo progredire della loro ricerca si avverte l’eco del tinnire di quel silenzio.
    Come scriveva Leopardi, «sovrumani silenzi », «interminati spazi» e «profondissima quiete» (da notare le puntigliose e precise espressioni di Leopardi, il quale è un poeta che non getta certo le parole a caso).
    Ma quelle parole che abbiamo usato – «prima del linguaggio» – pongono un altro problema di non poco conto che Heidegger aveva ben presente: quel «prima» ci introduce nella categoria del «tempo». Ma Heidegger si è ben guardato dall’inoltrarsi in questo ginepraio di oscurità.
    E così siamo ancora all’inizio del problema, dobbiamo noi (dico noi per dire la «poesia»), inoltrarci in quel ginepraio fatto di «silenzio interno ed esterno» al linguaggio. Siamo dentro la problematica della «metafora silenziosa». Quella cosa misteriosa che traduce il silenzio in linguaggio, l’assenza in parole. È questo che fa de L’infinito di Leopardi una poesia
    quasi sovrumana.

    Domanda: Vuoi dire in altri termini che noi stiamo dentro il linguaggio e che il linguaggio è dentro di noi? Come in un gioco di scatole cinesi?

    Risposta: Provo a chiarire quello che voglio dire con le parole «metafora silenziosa». Noi tutti stiamo dentro un orizzonte degli enti e un orizzonte
    degli eventi. Anche il linguaggio sta dentro questo orizzonte. Anzi, il linguaggio è quell’evento che si presenta come ente, ed è per mezzo di questo ente che noi possiamo cogliere tutti gli altri enti. Infatti diciamo che il linguaggio fonda gli enti, appunto, in questo senso.
    Questo va bene. Ma io intendo anche qualcosa di diverso: che c’è un «prima» del linguaggio (questo è un pensiero incontrovertibile) ed è a questo
    «prima» che noi dobbiamo fare riferimento. Ebbene,di questo «prima» nulla sappiamo e nulla potremo mai sapere, ma che ci sia è un fatto incontrovertibile.
    Il linguaggio è già una «istanza di mediazione», noi esperiamo il «mondo» attraverso questa mediazione, possiamo dire che siamo prigionieri
    di questo recinto che è la nostra mediazione linguistica di cui i nostri organi percettivi sono una emanazione biologica e storico-sociale.
    Per dirla con Heidegger, il linguaggio è il vino che sta dentro la «brocca» e, come ha bene spiegato il filosofo tedesco: «Il vuoto, questo nulla nella brocca, è ciò che la brocca è come recipiente che contiene. […] Il vuoto della brocca determina ogni movimento della produzione.
    La cosalità del recipiente non risiede affatto nel materiale di cui essa consiste, ma nel vuoto che contiene». È dunque il «vuoto» della brocca che dà forma al vino. È il «vuoto» che dà forma al «linguaggio».

    Ora esprimo un pensiero forse ardito ma al quale tengo molto: è la grande poesia che consente l’attraversamento, per lampi, del linguaggio e fa intravedere quel «vuoto» che sta al di là del linguaggio. È quello che accade in alcune pochissime poesie quasi sovrumane di pochissimi poeti (Hölderlin, Leopardi, Eliot, Mandel’štam…), che s-fondano il linguaggio e ci fanno intravedere quel qualcosa di cui noi non potremmo mai fare esperienza.
    Ho definito questa cosa misteriosa «metafora silenziosa », ma non perché sia una semplice metafora fatta di verba quanto perché attraverso i verba ci fa intravvedere quel qualcosa che sta «prima» del linguaggio.

    (gino rago)

  2. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/10/12/una-domanda-di-donatella-bisutti-che-cosa-intendiamo-con-la-dizione-nuova-ontologia-estetica-poesie-di-francesco-paolo-intini-francesca-dono-mauro-pierno-il-punto-di-vista-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-59638
    Scrive Mario Gabriele:

    Non incollo più nulla col Vinavil,
    neppure i ricordi.

    La coappartenenza di velatezza e svelatezza, latenza e illatenza, animalità e umanità, memoria e smemoratezza viene pensata da Agamben e poetata da Mario Gabriele come una regione magica, un humus fertile e peristaltico, che si offre e consente, nell’epoca in cui la nuda vita è diventato l’oggetto di ogni discorso ‘politico’, nuove possibilità di esistenza, nuove forme di vita e prospettare così il superamento dell’ordine metafisico-soggettivistico, che attraversa e domina l’Occidente fin dai suoi albori.
    La coappartenenza di oblio e dimenticanza dell’oblio è parte integrante della smemoratezza dell’uomo di oggi. E la poesia di Mario Gabriele è la rappresentazione più inquietante e perciò familiare di questa coappartenenza, di questa immediatezza «ingenua» tra la latenza e l’illatenza, tra la memoria e la smemoria.

    Scrive Agamben:

    «l’uomo ha ormai raggiunto il suo telos storico e non resta altro, per un’umanità ridiventata animale, che la depolicitizzazione delle società umane, attraverso il dispiegamento incondizionato della oikonomia,
    oppure l’assunzione della stessa vita biologica come compito politico (o piuttosto impolitico) supremo.»1]

    […]. Di fronte a questa situazione ontologica, l’unica possibilità è la presa incarico e la “gestione integrale” della vita biologica, cioè della stessa animalità dell’uomo, della nuda vita in termini agambeniani.
    In definitiva, la poesia di Gabriele è tutta composta e tessuta dalla «nuda vita» quale è ridotta ad essere la memoria, ridotta a «nuda memoria» di una ancestrale Sage primigenia.

    Il divenire animale indica, invece, una possibilità già attuale, uno spazio aperto di possibilità di cui gli uomini, però, non sanno che farsene. È questo il tragicomico telos cui l’umanità è giunta da quel primo albore nicciano dell’Ubermensch?

    1 G. Agamben, L’aperto. L’uomo e l’animale, Bollati Boringhieri, Torino, 2007, pp. 79-80

    • Mario Gabriele

      E’ sorprendente, caro Giorgio, il modo in cui tu riesca a decriptare i versi delle mie poesie, come quello sopra citato, da informare il lettore di ogni sedimentazione sotterranea dell’inconscio, riportato alla luce, come “effetto di superficie”. Ciò che rende più interessante ed esplorativo è il richiamo aggiuntivo che esponi citando le teorie di noti filosofi, che, in questo caso, si armonizzano perfettamente con la tua ermeneutica..”La coappartenenza di velatezza e svelatezza,latenza e illatenza,… tra la memoria e la smemoria, da te rivelate,” e il richiamo al rapporto “uomo e animale”, fino al quesito che ognuno di noi può porsi: “ma quanto “Neandertal c’è in noi” e che altri studiosi hanno esaminato, come pure David Caramelli in un suo saggio su Micromega n. 7 – 2010- pag.13O , pongono l’uomo e il poeta, ma anche lo scienziato e l’astronomo ecc., su un piano di “mescolamento genetico” tra l’uomo di Neandertal e l’uomo Sapiens? Un ritorno alle origini è anche il nostro comportamento umano e sociale che la Storia ha riportato attraverso le guerre, le conquiste territoriali, le emigrazioni,, i genocidi e gli omicidi nell’ambito familiare e del rapporto uomo-donna.

  3. giorgio stella

    ciao a tuti mi chiamo Giorgio Stella lo dico perché da queste parti si pratica la censura evasa nella stessa che la detiene, la detiene in essere pur sua… il Mago di Oz: Giorgio Linguaglossa ci informa a chi vuole essere fornito di tale retribuzione per la centesima volta di una poesia ‘post-pop’ avanti uno zen mai nominato ma previsto. Da uomo libero dico la mia… la ontologia non è estetica il binomio è nuova che prevedederebbe una vecchia mai costituita. e arrivo al punto, al punto mio, UNA POESIA SPARTANA dove i meno abili erano differiti dalla rupe che li innalza tranne la caduta di chi li differisce tali… amici cari,,,, nn vi accorgiete che state scrivendo in distici nn per voi ma per lui e che se c’é una differenza totalitaria tra le arti la poesia nn facendone parte la integra in una ermeneuitica qui davvero tentata. settarismo latifondismo marxismo qui sono una eco di un una sola lingua che intrepreta la scissione, confermo, della stessa.
    avanti l’altro sparato al muro: sempre i soliti nomi addirittura i nomi sono i soli ma ignoti a quello che più comunemente si chiamerebbe dettato nn canto. io giorgio stella posso scrivere versi in qualsiasi modo in ogni dove per questo nn scrivo più. ma voi affascinati da un post-novecento di cui inorridisco il tradimento da queste parti dovreste farvi una domanda che mi sono fatto pure io: scrivo per me o per Giorgio Linguaglossa & poi perhé ?
    perchè la provvida misura del calibro dell’ultimo articolo ne ha per fortuna erogato la insufficienza di una base, partivamo spartana, di differentemente abile all’analisi spartana da me suggerita.
    Giorgio Stella

  4. A questioni complesse le risposte non possono essere che complesse:

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/07/15/la-grande-narrazione-la-voce-e-la-presenza-del-linguaggio-nel-linguaggio-e-figura-del-presente-figura-dellassente-il-linguaggio-anche-quello-della-poesia-e-un-linguaggio-che-si-toglie/

    Le categorie filosofiche, o meglio, gli ‘esistenziali’ in Heidegger vogliono mettere da parte l’idea di categoria ancora troppo legata alla logica classica –, ancora ‘vergini’ come decisione [Entschlossenheit], apertura [Offenheit], progetto [ Entwurf], aver da essere [Zu-sein].
    Il poetico viene indicato come una possibile apertura radura [Lichtung] nell’ambito della quale avviene l’evento [Ereignis]. Ora, quello che a noi interessa in questa tematizzazione molto complessa è l’apertura intesa come campo di possibilità e compossibilità di eventi simultanei, compresenti e compossibili. La poesia di Mario Gabriele ne è un esempio indicativo. Ma questo è soltanto uno degli sviluppi possibili, il segreto è che ciascun poeta è libero di costruire la propria Lichtung di compossibilità, di ri-trovare nella memoria gli eventi significativi. Questo è propriamente un cammino che ciascun poeta deve percorrere per poter giungere alla propria individualissima, personale Lichtung. È un viaggio-sosta attraverso la propria proprietà [Eigentlichkeit], per giungere a quel museo nascosto di Figure che giacciono al fondo dei ciascuna proprietà, o ciascuna patria linguistica.
    Oltrepassare il fiume dell’oblio e della dimenticanza dell’essere [Seinsvergessenheit], implica l’immersione nel nulla [Nichts], la predisposizione all’ascolto del nulla che fonda l’essere e gli enti, ma come s-fondamento, come abissale s-fondamento degli enti.

    Sull’essenza della verità [Vom Wesen der Wahrheit], conferenza tenuta più volte nell’autunno-inverno 1930 e nel 1932, pubblicata non senza una revisione del testo nel 1943 e poi nel 1949 con un’aggiunta. Nella prolusione del 1929 Heidegger riflette sul nulla come movente della metafisica, cioè della filosofia (perché l’essere piuttosto che il nulla?). Egli indica nel nulla non un concetto astratto e vuoto ma il fenomeno primario, come una specie di tonalità di fondo del mondo dell’uomo, cioè dell’esistenza. In questo modo la parola “nulla” (Nichts) traspone su un piano metafisico, e non più immediatamente esistenziale, il “Sein zum Tode” (l’essere rispetto alla morte) che in Essere e tempo aveva un ruolo centrale e fondante.

    «Ogni domanda metafisica abbraccia sempre la totalità della problematica metafisica», afferma Heidegger, perciò mette sempre in questione anche colui che domanda: «il domandare metafisico deve essere posto in modo totale e a partire dalla situazione essenziale dell’esserCi che domanda».1
    Analogamente, il discorso poetico abbraccia sempre la totalità della problematica metafisica, e coinvolge in prima persona il Chi della domanda. Non è possibile sfuggirvi in alcun modo. Il domandare pone il domandante nel pieno coinvolgimento di quel domandare. Il rispondere pone il risponditore nel pieno coinvolgimento di quel rispondere. Oggi ad esempio, parlare di un’arte impegnata è un non-sense. L’arte se solleva la domanda e tenta una risposta è già in sé coinvolgimento totale del locutore.

    1 M. Heidegger, Che cos’è metafisica? , ed. cit. pp. 37-38

  5. GIORGIO STELLA

    La risposta complessa te la spiego io gentile Giorgio Linguaglossa poi davvero basta ma è difficile togliersi da questo blog tranne non leggerlo più e la mia debolezza in questo senso è evidente la giustifico come un risarcimento ad un ennesimo smarrimento confermando sempre che davvero non mi sentirai più per quanto te ne possa interessare e mi impegno veramente a non leggere nuovi articoli…
    la risposta è semplice di quelle ‘fatti una domanda e datti una risposta’ e cioè come sia possibile che un blog di poesia di quasi 500 iscritti sia costituito da un forum di una decina di persone che nel bene o nel male [pubblicati o non pubblicati] si applaudono a vicenda guai toccare te pena l’esclusione morale nel caso mio la censura su supposte invettive private e impossibili account contrafatti decifrabili pure da una giraffa… è posssibile perchè uno a cui interessa la poesia si iscrive a un blog guardando pure le visualizzazzioni o in genere a più blog cosciente che ogniuno di questi segua una linea di pensiero ma poi nel caso del tuo blog si ritrova per ‘incantamento’ a capire che quella linea non è una guida ma una massonica settaristica presenza che è già delineata devi solo ulteriormente calcarla… io stesso e ci sono stato male non l’ho solo calcata ci sono affondato… scrivevo chiedendomi: ‘ma questo piacerà a Linguaglossa?’ e da qui alla correzzione tua pubblica dei miei versi il passo è stato breve tanto per tornare alle accuse che mi hai fatto riguardo attacchi privati e account fasulle sapendo bene che io neppure sapessi cosa fosse un account… hai solamento evitato un ostacolo inesistente che già come tale reputato insalvabile [poesia spartana] diventava presente… e hai avuto ragione per questo nella tua risposta mi rimandi a una mia poesia NOE, che non ho scritto io l’hai scritta te. Settarismo etc,,, ricordo un tizio che in maniera pure mite addirittura dopo si scusò sull’articolo riguardo Magrelli rivendicava le sue riserve e tu seraficamente rispondevi ‘ se sei in grado scrivilo [te] un articolo su Magrelli.’.
    Poi… tu sei indubbiamente un grandissimo critico che sta sprecando la sua dote naturale su una manciata di poeti riconosciuti come ostacoli [e senza mezze misure confermati come tali] ma come poeta non hai cognizione di come si possa scrivere una poesia propria… e qui qualcosa non quadra… io mi posso come ho fatto allontanare da Flavio Ermini e dal suo Anterem perché lì davvero tocchiamo il colmo ” Celan avrebbe scritto quel che ha scritto nonostante l’olocausto” [una delle tante] ma come poeta devo abbassare la testa ad un Ermini… di te di cosa parliamo di Uccelli? [senza doppi sensi] o di libri che pubblicano una scrittura, parole tue, che non riconosci? [parliamo dell’anno scorso “l’opera omnia”]. Chi ha fatto la cernita dei poeti per l’antologia americana? ma non è strano che sono gli amici del forum dell’ombra delle parole.
    Come dicevo da uomo libero mi sono sentito in dovere di far capire a loro e a coloro che potrebbero imbattersi in tale esperienza che una motivazione oggettiva è a monte di qualsiasi obbliganza ontologica, estetica, “nuova”.
    invece a me stesso facendomi il lavaggio del cervello di accusare pure pubblicamente [e me ne scuso me ne pento ‘di petto’ non di pugno] poeti che non è che non mi piacessero ma ero io che non piacessi a loro e con un Giorgio Linguaglossa alle spalle l’assoluzione era piena… riassumendo la NOE cioè Te [Te sei la NOE]: … il trauma Satura/Transumanar e organizzar… il miracolo/visione nelle 17 poesie di Transtromer… la vendetta che tale condizione l’ha resa tale in un fine pena mai cioè annullare quello che si crede possa essere niente col lavaggio del cervello che pur non minacciato fisicamente poichè ingenuamente cercato intanto inoltra una minaccia assolutamente non democratica proprio te che hai definito il lavoro che hai svolto ‘un lavoro che potesse essere utile al mio paese.’
    buona domenica Giorgio Stella a te e a tutti quanti
    _____________________________________________

  6. Da tempo non passo per il blog, causa lontananze. Confesso che l’intervento di Giorgio Stella, mi ha aiutato, almeno per ora ad avvicinamento. Difficile leggere tutto, come sempre. Molto lunghi interventi, risposte, interviste. Credo che una maggiore sintesi e leggibilità, faciliterebbe l’approccio. Ma potrebbe essere una scelta editoriale, quella dell’astrusità o complessità un po’ artificiosa (almeno così a me è parsa talvolta). Un linguaggio più abbordabile, essenziale, faciliterebbe l’avvicinamento. O no? Forse no? Come faceva intuire forse anche l’intervento di Stella. Dopotutto, qualche volta si legge e si torna, nonostante o proprio per le difficoltà. Il troppo facile stanca ad ogni modo. Sulla poesia: ognuno ha la sua forma, la sua scrittura. Chi è poeta e chi non lo è. Al critico l’ardua sentenza. Le poesie belle sono rare, come la bellezza che non si trova nella natura, ma mediata da intervento umano. Si possono ignorare le sentenze, certo non si possono smettere la riflessione e la ricerca, se si è poeti dentro. Anche io saluto tutti, tutti.

  7. Caro Giorgio Stella,
    hai forse smesso di scrivere quelle tue straordinarie poesie dell’orrido vivere in sequenza temprale come capita, che andavano ad occupare il posto lasciato vuoto dalla ricerca filosofica d’altro linguaggio: notte tempo, quando passato e futuro non sono e vengono i fantasmi a riempirci la gola?
    Non siamo stupidi. Chi non ha pensato almeno una volta che Giorgio Linguaglossa abbia interesse a cercare sostegno per la sua poesia, buona a partire dai prossimi vent’anni quando le info viaggeranno per macchine rese sensibili da mani esperte di gente pienamente soddisfatta per l’esito positivo di questo travaglio nichilista vecchia maniera, cioè a dire ottocentesca?
    Non siamo stupidi, siamo solo d’accordo.
    In merito alla forma qualche differenza tra i poeti NOE ci sta. Non a tutti piace il distico militaresco, ma lo stesso Giorgio Linguaglossa ultimamente ha dato prova di maggiore scorrevolezza (pur nelle parole raffreddate perché gli si è tolto tutto della sontuosa pelliccia); perché al lettore non va chiesta l’acrobazia di immaginare vedendo – qui l’incongruenza – il per filo e per segno dell’imponderabile. La tecnica a missiva di polittici sparsi è perché si reinventa, ed è molto attivo a mio parere lo straniamento. Figurati che io immagino un’astronave ancorata all’orbita lunare, e con “loro” mi lamento; sì per la gettatezza di dover stare qui, vivo e in solitudine, malgrado sappia di non essere esattamente (di) questo mio corpo. Ma il vuoto a cui infine giungono scienza e filosofia corrisponde a quanto ho potuto sperimentare con la meditazione zen, antica di secoli. Sicché per me non si tratta di concetto ma di autentico esperire. Per questo riesco a seguire il travaglio di questa ricerca. Che come ogni ricerca produce i suoi topolini. Belli e brutti.

  8. Il distico, la scomparsa dell’Io nella narrazione poetica, la ripulitura del verso da ogni concetto non essenziale, il polittico, l’importanza del frammento, l’affabulazione continua col Nulla, la collocazione della poesia in uno scenario in cui il Tempo (compreso il suo verso) e lo Spazio (le sue tre coordinate) sono sempre in discussione, la mancanza di uno sfondo di ascolto e di destinazione…Queste sono solo alcune delle idee che sto imparando a frequentare da quando mi è stato concesso di pubblicare su l’ Ombra. Stranamente mi trovo molto a mio agio ed è come se queste idee fossero state sempre in me che bastava solo tirarle fuori. Non nasco qui e non è da ieri che frequento il web e sono convinto, che una linea di ricerca- perché di questo si tratta!- si possa seguire solo se c’è qualcuno che abbia le idee chiare su come si debba procedere e sappia mantenere la barra diritta dicendo Si e il più delle volte No. Funziona così in ogni dove si faccia ricerca. Altrimenti c’è solo da condividere il caos, il già sperimentato, il già tritato mille volte che si può leggere in qualunque punto dell’universo poetico si rivolga l’attenzione, il conformismo, le regole di tutti che stanno al di qua della ragione dominante e mai che si avanzi di un millimetro nella scoperta di qualcosa di rilevante. Questo non per piaggeria-personalmente me la cavo benissimo nella vita privata e dunque non ho bisogno di alcun riconoscimento forzato o di rivalsa in campo letterario- ma per rendere merito alla casa che mi ospita. Gli strumenti qui come in ogni laboratorio serio, non mancano per ricavare dalla poesia qualcosa di buono che vada al di là del narcisismo imperante. A parer mio. Ciao

  9. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/10/12/una-domanda-di-donatella-bisutti-che-cosa-intendiamo-con-la-dizione-nuova-ontologia-estetica-poesie-di-francesco-paolo-intini-francesca-dono-mauro-pierno-il-punto-di-vista-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-59654
    Appunti sulla «Generazione perduta» degli Anni Dieci

    Io parto dal principio che un’arte che non deriva da una ricerca è destinata ad essere dimenticata. Fare una ricerca significa essere disposti a ricevere e ad accettare le idee nuove, e a mettere in discussione le idee rassicuranti che abbiamo ricevuto in dotazione. Certo, lo capisco bene, si sta meglio con le idee rassicuranti, con quelle che non ci mettono in discussione, ciascuno è libero di comportarsi come crede, alla NOE non si timbra il cartellino, non c’è una poetica normativa o un modello o un ombrello a cui affidarsi e uniformarsi. L’unico principio che bisogna accettare è l’esser disposti a mettere in discussione le idee ricevute, i truismi, i banalismi.
    Viviamo, come dice Agamben, in un mondo de-politicizzato, sproblematizzato, risemantizzato, de-sessualizzato…
    Scrivevo più di dieci anni fa:

    Nell’epoca del declino delle «Grandi narrazioni» è avvenuta la moltiplicazione delle piccole narrazioni in una miriade di racconti miniaturizzati. La «Grande narrazione» si è risolta in una «Piccola narrazione», nella narrazione di piccoli mondi: il mondo dell’affettività privata, la rammemorazione del vissuto e la rivivibilità del «privato» nel presente «attualizzato». La modalità, il modus che nella poesia del pre-moderno aveva a che fare con il «soggetto trascendentale» è stata sostituita dalla pluralità dei soggetti empirici e dall’egoità dell’attualità. Se ancora in Hölderlin e in Leopardi soggetto trascendentale e soggetto empirico coincidevano, noi oggi possiamo prendere atto che abbiamo accertato con evidenza assoluta che il «soggetto puro», in altri termini, il «soggetto trascendentale» che aveva ancora «coscienza di sé», ha compiuto oggimai la sua traiettoria concettuale ed ha esaurito le sue potenzialità «narrative», lasciando il pensiero estetico alle prese con i problemi derivanti dall’eclisse del «soggetto».

    Ormai non vi sono più che soggetti empirici: sul piano dell’etica questo significa il conflitto delle volontà (Nietzsche) e l’ideologizzazione della morale; sul piano dell’estetico ciò comporta che non vi è nient’altro che uomini empirici, l’uomo come soggetto scompare per diventare soggetto di scienza, soggetto del politico, soggetto della sfera artistica, soggetto del religioso, soggetto della divisione dei poteri e del lavoro all’interno dello Stato democratico. In una parola: soggetto della democrazia. Presto però si è scoperto che il soggetto democratico che scriveva poesie o che colorava le tele o che scriveva i romanzi del nostro tempo altri non era che un complemento ideologizzato del «globale», insomma, che il «locale» altri non era che il riflesso (feticizzato) del «globale» Così, nell’agone democratico, al conflitto degli impulsi mimetici della sfera artistica corrisponderebbe l’ideologizzazione inconsapevole dell’estetico. In una parola, il trionfo del soggetto empirico ha il suo portato e il suo sostrato nel fenomeno della de-fondamentalizzazione del soggetto (e la sua morte trascendentale) e nella disartizzazione dell’arte; cioè, l’esistenza non ha più il suo luogo «trascendentale» ma in compenso ha i suoi soggetti empirici con i loro luoghi empirici e perimetrabili moltiplicabili all’infinito. Di qui una certa patina di esistenzialismo che si avverte nella narrativa e nella poesia contemporanee.

    E la poesia obbedisce supinamente a tale quadro di sproblematizzazione del «reale».

    C’è da chiedersi come la poesia contemporanea possa replicare a tale contesto di sproblematizzazione del «reale»; c’è da chiedersi con che specie di «reale» l’arte moderna pensa di avere a che fare. A me pare che il libro di poesia di Raffaele Piazza abbia messo in campo un de-moltiplicatore del «poetico», o meglio, un «riduttore» del poetico e che ciò sia il riflesso di quelle enormi forze motrici che hanno messo in campo un de-moltiplicatore dell’estetico in tutti i campi e in tutti gli aspetti del «reale» tramite la diffusione dell’estetico dall’architettura e dal design alle pareti dell’anima (se così possiamo dire), nel privato e nella privacy de-moltiplicata e manifesta alla piena luce dei neon alogeni.

    Direi che con la demoltiplicazione del «soggetto» siamo giunti a ridosso del «nuovo» soggetto empirico, della ottimizzazione delle risorse umane nelle moderne economie a capitalizzazione del lavoro salariato.

    Nella stragrande maggioranza dei romanzi e delle poesie contemporanee (anche di autori ritenuti del rilievo mediatico ed editoriale) appare evidente che i risultati di una tale de-moltiplicazione non potevano essere diversi: il trionfo del minimalismo e della micrologia. L’ultimo libro di Milo De Angelis, Quell’andarsene per il buio dei cortili (Milano, Mondadori 2010) ne è un esempio invulnerabile. Ma se il minimalismo (venato di un candido aproblematico e aproteico autologismo) è il portato di una potente vento di sproblematizzazione, ciò non toglie che vi sia anche chi opera, all’incontrario, per la via di una problematizzazione di ciò che la cultura della giustificazione aveva derubricato come irrilevante e minoritaria.

    Nel mondo della democrazia del globale mediatizzato corrisponderebbe così la democrazia del minimalismo e dei soggetti empirici.

    L’autologia è dunque l’involucro del soggetto empirico, il genere oggi prevalente nella narrativa e nella poesia, dove l’io si autocelebra sull’altare del «privato» opportunamente scisso e deturpato negli esiti più intelligenti in una galleria di situazioni e di maschere, in una liturgia con un linguaggio liturgico.

    Nel libro di Raffaele Piazza Del sognato (2009) c’è il personaggio della ragazza Alessia fotografato e visto come in radiografia, in un acquario, tra il sogno e la veglia, tutta una gamma di rifrangenze del ricordo e del sogno: c’è il «rossetto di Alessia», Alessia «è nuda nell’estate nella macchina», «non vuole avere un bambino», «le mutandine di Alessia 1998» etc., tutto un repertorio e una fantasmagoria di temi e di spunti che Piazza sa trattare con grande esperienza. Uno stile emulsionato e gentile, frutto di tatto, di sapienza e di accortezza e di fugacità.

    L’autologia di Raffaele Piazza (l’autore è nato nel 1963) è un libro «esemplare» ed emblematico della generazione che non ha mai saputo di essere una generazione, che ha avuto sì pessimi maestri, sì, e pessimi istrioni anche, una generazione alla quale nessuno mai ha consegnato il testimone della poesia critica di un Fortini e di un Angelo Maria Ripellino, della disperazione esistenziale di una Helle Busacca. In una parola, la generazione che è passata improvvisamente e nel breve volgere di tempo dalla società del benessere a quella della stagnazione è quella che è rimasta priva della generazione di riferimento. Così, è capitato che dopo la «Generazione invisibile» (alla quale appartengo anch’io, Giuseppe Pedota, Giorgia Stecher, Maria Marchesi, Maria Rosaria Madonna, Roberto Bertoldo, etc.), quella nata negli anni Sessanta e Settanta sia stata la «Generazione inconsapevole», che si è perduta senza neanche sapere di essere una generazione perduta…

    A questa «Generazione perduta», e a Raffaele Piazza in particolare, che è tra i più dotati della sua generazione, io mi sento di rivolgere un accorato monito: ritornare indietro alla problematizzazione di tutto ciò che la cultura egemone aveva ed ha sproblematizzato, fare marcia indietro, innestare una potente retromarcia, se si vuole in qualche modo incidere e lasciare una potente traccia ma all’incontrario. «Contropelo rispetto al mondo» come scriveva Mandel’stam nei lontani anni Dieci del Novecento. Ricominciare daccapo, ma dalla tradizione critica della poesia del tardo Novecento. Abbandonare la lezione del minimalismo e del micrologismo.

  10. Caro Giorgio,
    al lato pratico non so dire se grande e piccola narrazione siano categorie sufficienti; per quanto adatte al clima odierno dell’impossibilità, se non del rigetto verso qualsiasi investigazione se formulata oltre giustezza. La pratica porta a dire che contano, 1- l’efficacia: arrivare al sodo; e qui la poesia avrebbe da insegnare, come dimostrato dal grande uso che se ne fa, lasciamo stare come, almeno sui social (ma NOE reinventa il frammento). 2 – Il raggiungimento di un sufficiente grado di semplicità nella narrazione, per la quale a volte possono servire “ponti” di congiunzione stilistica (da non intendere come compromessi di comodo per la comunicazione: non è questione di vocaboli). Nel linguaggio ancorché un diluire sapiente, se l’obiettivo è ponderare il vuoto lasciato dalla tecno-memoria.
    Questa per me è ancora l’epoca (breve) del talk show: riduzione della complessità al grado elementare, ma a ben vedere sofisticato, del dormiveglia. Quindi: Vuoto come opportunità per la consapevolezza, inconscio per non cadere nella ripetizione.
    Può non sembrare, ma intorno è creatività diffusa – es. App di e-commerce: come vendere niente in modo profittevole e senza lavorare, ché questa sarebbe l’agognata conquista (promessa di Silicon Valley). Come mettere niente al posto di qualcosa. Ma già in molte poesie, tue, di Gabriele, Rago, quando si fa verso al passato, anche individuale, di poter confluire, malgrado la storicità tutta possa sembrare rivolta all’invisibile (di nostra scomparsa). E quindi al futuribile poterci arrivare un passo avanti, vuoti.
    L’ App-rendista.

  11. Dedico a Francesca Dono:

    Non è secondario, se un acquirente ne volesse
    tre anziché una. Riesci a vedere?

    Chiudono alle sette.
    Fecero appena intendo a farsi il segno della croce;

    dopo il carro di S.ta Lucia. Biblioteca, spenta.
    Facevano male le scarpe. Dove andavano sempre, dove.

    Finite in un quadro, con sotto uno scarabocchio
    di Luna. Ma in poesia sarebbe tridimensionale.

    E anche più. Dipende.

    (May ott 2019)

    • Errore: “Fecero appena in tempo ecc.”

    • Grazie Lucio….Allora ecco questa mia….Trovare i dettagli…

      -questa non ci voleva-

      questa non ci voleva. Nella sala da ballo le donne danzano
      senza scarpe. Sul piano concavo della pista.

      Neanche un musicista.La canzone
      di Brigitte Bardot si ripete meccanica.
      Sottile braccialetto di un vecchio vinile.

      L’unica finestra si apre in giardino.Da ieri nuova zona di cemento. Indefinita e orizzontale.

      -Bella a chi la vuoi dare?- Grida il barman da una chiostra di bicchieri.
      Gli uomini si stringono alla vertigine della cravatta.

      Bevande psichedeliche.Il salmone verrà sbriciolato con i coltelli del momento.Tra cento tartine mozzafiato.

      Tutti guardano il soffitto.
      Le ombre tropicali sparse di sudore.
      Si oscilla al ritmo delle vagine e dei falli erotici.

      Grandi amici dell’oscurità felice. Ecco qualche capello uncinato.Mayoor-l’artista-. Un ciabattino detto il poeta.
      La mia gonna a ruota.

      A fine estate il cielo promette l’ inferno o l’artiglio della grandine.
      Davanti alla porta un cane aspetta il padrone.

      Allegria gente!Il rock non è mai morto.Laggiù il tanfo del fumo riluce in alto. Uguale al rigoglio del nulla.

  12. Carlo Livia

    Vorrei dedicare anch’io un testo a Francesca Dono e a Lucio Tosi, che hanno contribuito ad accrescere la mia consapevolezza che l’elemento decisivo, determinante nella produzione di una nuova semantica dell’emozione verbale, deriva dalla virulenza della trasgressione, della decomposizione delle strutture logiche, della dissoluzione dei paradigmi dei linguaggi formalizzati in senso tradizionale, ornamentale, senza prospettive oniriche, visionarie, decisive nella creazione d’una nuova ontologia.

    DIPINTI

    Sono una belva dallo sguardo spento. Una belva dipinta sopra una scatola cinese. Una scatola dentro un’altra scatola dentro un’altra…e così all’infinito. Chi può dirlo. Non ho familiari, né simili. La mia specie si è estinta da millenni. Vivo in una pausa del tempo. In fondo alla strada infelice di De Andrè. In quel nero sono stati commessi atroci delitti. Alcuni sono celebri dipinti, e riposano in cielo coi santi. Altri alloggiano nei teleschermi.

    Ho un’unica figlia, inesistente. Ogni giorno alle tre viene a copulare nei miei sogni. Poi si suicida. Ma non è un incesto. E’ un groviglio di piccoli santuari in forma di veliero nella tempesta. Per raggiungere la Signora altissima, inappagabile. Nelle sue stanze risuonano peccati e misteri biondi, celesti, terrificanti. Paradisi perduti, irraggiungibili.

    E’ una carezza dorata, interminabile. Annienta senza uccidere. Senza togliersi le vesti. Come la musica che saliva lenta dai tumuli, in guanti di pioggia triste. Mi prese le mani fissandomi con occhi grigio-azzurri. Io sono fatta così, l’inaudito diventa vero- disse. Niente accade per caso, invano.

    Invece giunse quell’assenza, quel dolore di ciechi in delirio che riempiva la calura d’estate. Voli murati. Giardini morti, che vagavano senza trovare l’ingresso dell’anima. E diventavano fanciulle crocifisse al sogno scomparso, implacabile. Viaggi effimeri nelle promesse del glicine. Col cielo basso in cui si scompare senza merito, senza seme.

    E i padri bianchi ritornavano dal grande mistero senza parlare, coll’armatura di arpe e flauti ferita dalle domande di Kafka. Accecati dalle donne-praterie, chiedevano un altro giorno, un altro nome. L’altare intermedio, protetto dalla macchina vellutata. La siringa di Persempre.

    Se è vero amore il muro del dolore si piega docilmente – dicono. Ma prima bisogna attraversare il pianto della Madrina. La pietà indurita dagli scheletri. I teleschermi vuoti.
    La malattia che ci ha diviso.

    • Grazie Carlo,
      poesia bellissima, che segna la distanza da certo estetismo di maniera surrealista; non rinnegato, perché lo si ritrova e giustamente, ma è soprattutto il viandante, colui che sorveglia l’onirico e non si perde. Viaggio bellissimo il tuo.
      m.

    • Ringrazio Carlo e condivido in toto il pensiero di Lucio. Nel viaggio si vivono nuovi mondi. Un mezzo indispensabile per conoscere….Bellissima poesia.

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