Il poeta degli immondezzai è vicino alla verità più del poeta delle nuvole. Citazioni da Giorgio Agamben. L’Appropriazione dell’irrealtà, l’Appropriazione dell’inappropriabile, Lettura di una poesia di Maria Rosaria Madonna

Gif Polanski

Polanski, gif da fotogramma

il poeta degli immondezzai è vicino alla verità
più del poeta delle nuvole
gli immondezzai pieni di vita
di sorprese.

(Tadeusz Różewicz)

Ne L’uomo senza contenuto, Giorgio Agamben scrive

«L’ingresso dell’arte nella dimensione estetica – e la sua apparente comprensione a partire dall’aistesis dello spettatore – non sarebbe allora un fenomeno così innocente e naturale come siamo ormai abituati a rappresentarcelo. Forse nulla è più urgente […] di una distruzione dell’estetica che, sgombrando il campo dall’evidenza abituale, consenta di mettere in questione il senso stesso dell’estetica in quanto scienza dell’opera d’arte. Il problema è, però, se il tempo sia maturo per una simile distruzione, e se essa non avrebbe invece come conseguenza semplicemente la perdita di ogni possibile orizzonte per la comprensione dell’opera d’arte e l’aprirsi di fronte ad essa di un abisso che solo un salto radicale potrebbe permettere di superare. Ma forse proprio tale perdita e un tale abisso sono ciò di cui abbiamo maggiormente bisogno se vogliamo che l’opera d’arte riacquisti la sua statura originale. E se è vero che è solo nella casa in fiamme che diventa visibile per la prima volta il problema architettonico fondamentale, noi siamo forse oggi in una posizione privilegiata per comprendere il senso autentico del progetto estetico occidentale.»

«Se e quando l’arte avrà ancora il compito di prendere la misura originale dell’abitazione dell’uomo sulla terra,non è perciò materia su cui si possano far previsioni, né possiamo dire se la poiesis ritroverà il suo statuto proprio al di là dell’interminabile crepuscolo che avvolge la terra aesthetica. La sola cosa che possiamo dire è che essa non potrà semplicemente saltare al di là della propria ombra per scavalcare il suo destino.»2

«Interrogarsi sul compito dell’arte equivale a chiedersi quale potrebbe essere il suo compito nel giorno del Giudizio Universale, cioè in una condizione (che è per Kafka lo stesso stato storico dell’uomo) in cui l’angelo della storia si è arrestato e, nell’intervallo tra passato e futuro, l’uomo si trova davanti alla propria responsabilità.»3

«Poiché nell’epoché dell’attuale, l’arte è l’Annientante che attraversa tutti i suoi contenuti senza poter mai giungere a un’opera positiva perché non può più identificarsi con alcuno di essi. E, in quanto l’arte è divenuta la pura potenza della negazione, nella sua essenza regna il nichilismo. La parentela fra arte e nichilismo attinge perciò una zona indicibilmente più profonda di quella in cui si muovono le poetiche dell’estetismo e del decadentismo: essa dispiega il suo regno a partire dal fondamento impensato dell’arte occidentale giunta al punto estremo del suo itinerario metafisico. E se l’essenza del nichilismo non consiste semplicemente in un’inversione dei valori ammessi, ma resta velata nel destino dell’uomo occidentale e nel segreto della sua storia, la sorte dell’arte nel nostro tempo non è qualcosa che possa essere decisa sul terreno della critica estetica o della linguistica. L’essenza del nichilismo coincide con l’essenza dell’arte nel punto estremo del suo destino in ciò, che in entrambi l’essere si destina all’uomo come Nulla. E finché il nichilismo governerà segretamente il corso della storia dell’Occidente, l’arte non uscirà dal suo interminabile crepuscolo.»4

Se all’arte sia concessa, in mezzo all’estremo pericolo, questa suprema possibilità della sua essenza, è cosa che nessuno può sapere. Ma possiamo almeno meravigliarci. Di che cosa? Della possibilità opposta […]Poiché l’essenza della tecnica non è nulla di tecnico, bisogna che la meditazione essenziale sulla tecnica e il confronto decisivo con essa avvengano in un ambito che da un lato è affine all’essenza della tecnica e, dall’altro, ne è tuttavia fondamentalmente distinto.Tale ambito è l’arte. S’intende, solo quando la meditazione dell’artista, dal canto suo, non si chiude davanti alla costellazione della verità riguardo alla quale noi poniamo la nostra
domanda.
Così domandando, noi attestiamo lo stato di difficoltà per cui, con tutta la nostra tecnica, non sappiamo ancora cogliere ciò che costituisce l’essere della tecnica, e con tutta la nostra estetica non custodiamo più ciò che costituisce l’essere dell’arte. Tuttavia, quanto più interrogativamente noi consideriamo l’essenza della tecnica,tanto più misteriosa diventa l’essenza dell’arte. Quanto più ci avviciniamo al pericolo, tanto più chiaramente cominciano a illuminarsi le vie verso ciò che salva, e tanto più noi domandiamo. Perché il domandare è la pietà [Frömmigkeit] del pensiero.»5

Heidegger, pressoché in ogni luogo testuale a partire dal 1927, ha sempre insistito sulla costitutività della domanda (Frage) per il pensiero in quanto tale, sulla apertura che essa porta con sé e che spalanca alle porte del pensiero filosofico, al di qua rispetto a quel positum che è la risposta, e che dovrebbe farle da correlato come termine, meta. In Agamben (non solo ne L’uomo senza contenuto, ma, più in generale, nel suo pensiero) non è dato trovare, propriamente, una filosofia della domanda, poiché, per Agamben, la domanda heideggeriana necessita non già di una risposta destinale, ma di un rivolgimento positivo, di una praticità poietica che possa dispiegarne al tempo stesso la significazione poietico-messianica che la muove dal suo interno.
Occorre allora, considerare L’uomo senza contenuto come una citazione e al contempo un tentativo di risposta, e di ermeneutica del testo e della  ingiunzione heideggeriana.

Per Agamben

«La critica nasce nel momento in cui la scissione raggiunge il suo punto estremo. Essa si situa nella scollatura della parola occidentale e fa segno al di qua o al di là di essa, verso uno statuto unitario del dire. […] All’appropriazione senza coscienza [la poesia] e alla coscienza senza godimento [filosofia], la critica oppone il godimento di ciò che non può essere posseduto e il possesso di ciò che non può essere goduto. […] Ciò che è recluso nella “stanza” della critica è nulla, ma questo nulla custodisce l’inappropriabilità come il suo bene più prezioso. (Stanze, p. XIV)

Appropriazione dell’inappropriabile, dunque, limen, soglia, sosta del pensiero, momento di ritrazione, movimento autoregolantesi, fare vuoto, esitazione nel vuoto dove soltanto può darsi l’esperienza della plenitudo, quella «gioi che mai non fina» in grado di togliere e redimere la scissione.
I saggi qui raccolti indicano, nel loro circolo ermeneutico, una topologia del gaudium, della“stanza” attraverso la quale lo spirito umano risponde all’impossibile compito di appropriarsi di ciò che deve, in ogni caso, restare inappropriabile. 
È in questa prospettiva che si può qui parlare di una “topologia dell’irreale”. 

«Dobbiamo ancora abituarci a pensare il “luogo” non come qualcosa di spaziale, ma come qualcosa di più originario dello spazio; forse, secondo il suggerimento di Platone, come una pura differenza, cui compete tuttavia il potere di far sì che«ciò che non è in un certo senso sia, e ciò che è, a sua volta, in un certo senso non sia». Solo una topologia filosofica, analoga a quella che in matematica si definisce analysis situs in opposizione all’analysis magnitudinis, sarebbe adeguata al topos outopos il cui nodo borromeo si è qui cercato di configurare. Così l’esplorazione topologica è costantemente orientata nella luce dell’utopia. Se una convinzione sostiene infatti tematicamente questa ricerca nel vuoto cui la costringe a sua intenzione critica, questa è appunto che solo se si è capaci di entrare in rapporto con l’irrealtà e con l’inappropriabile in quanto tali, è possibile appropriarsi della realtà e del positivo.»
(Stanze, pp. XV-XVI)

«Le cose non sono fuori di noi, nello spazio esterno misurabile, come gli oggetti neutrali (ob-jecta) di uso e di scambio, ma sono invece esse stesse che ci aprono il luogo originale a partire dal quale soltanto diventa possibile l’esperienza dello spazio esterno misurabile, sono cioè esse stesse prese e com-prese fin dall’inizio nel topos outopos in cui si situa la nostra esperienza di essere-al-mondo, La domanda dov’è la cosa? è inseparabile dalla domanda dov’è l’uomo? Come il feticcio, come il giocattolo, le cose non sono propriamente in nessun posto, perché il loro luogo si situa al di qua degli oggetti e al di là dell’uomo in una zone che non è più né oggettiva né soggettiva, né personale né impersonale, né materiale né immateriale, ma dove ci troviamo improvvisamente davanti questi x in apparenza così semplici: l’uomo, la cosa».
(Stanze, p. 69)

«Il “disagio” che la forma simbolica porta scandalosamente alla luce è quello stesso che accompagna fin dall’inizio la riflessione occidentale sul significare, il cui lascito metafisico è stato raccolto senza beneficio d’inventario dalla semiologia moderna. In quanto nel segno è implicita la dualità del manifestante e della cosa manifestata, esso è infatti qualcosa di spezzato e di doppio, ma in quanto questa dualità si manifesta nell’unico segno, esso è invece qualcosa di ricongiunto e di unito. Il simbolico, l’atto di riconoscimento che riunisce ciò che è diviso, è anche il diabolico che continuamente trasgredisce e denuncia la verità di questa conoscenza. Il fondamento di questa ambiguità del significare è in quella frattura originale della presenza che è inseparabile dall’esperienza occidentale dell’essere [corsivo nostro] e per la quale tutto ciò che viene alla presenza, viene alla presenza come luogo di un differimento e di un’esclusione [corsivo nostro] nel senso che il suo manifestarsi è, nello stesso tempo, un nascondersi, il suo essere presente un mancare. È questo coappartenenza originaria della presenza e dell’assenza, dell’apparire e del nascondere che i Greci esprimevano nell’intuizione della verità come aleteia, svelamento […] Solo perché la presenza è divisa e scollata, è possibile qualcosa come un “significare”; e solo perché non vi è all’origine pienezza ma differimento (sia questo interpretato come opposizione dell’essere e dell’apparire, come armonia degli opposti o come differenza ontologica dell’essere e dell’essente [corsivo nostro]) c’è bisogno di filosofare. Per tempo, tuttavia, questa frattura viene rimossa e occultata attraverso la sua interpretazione metafisica come rapporto di essere più vero e di essere meno vero, di paradigma e di copia, di significato latente e di manifestazione sensibile.»
(Stanze, p. 61)

1 G. Agamben, L’uomo senza contenuto, p. 1
Ivi, p. 155
Ivi, pp. 170-171
Ivi, pp. 86-87
5 M. Heidegger, Die Frage nach der Technik, in Holzwege, trad. it. La questione della tecnica, in Sentieri interrotti, Mursia, Milano, 1976, p. 26 Ivi, p. 27
6 G. Agamben, Stanze. La parola e il fantasma nella cultura occidentale, Einaudi, Torino 2011, p XIII

Gino Rago

Scrivere polittici in distici è creare una Estetica della distrazione dentro la poetica dell’archeologo e attraverso l’unico sentiero possibile: il lavoro sul Logos.
Così, come ho relazionato con Giorgio Linguaglossa la sera di sabato 5 ottobre a Il Mangiaparole su “Materia redenta” di Marina Petrillo, la poesia può farsi un luogo di incontro fra istanze d’ogni genere verso una patria linguistica la quale altro non è per il poeta del dopo-la-metafisica che il cerchio del dire in cui le cose vanno incontro all’uomo-poeta e si fanno comprendere. L’unico spazio quello del cerchio del dire in cui le cose parlano.
Ciò è possibile soltanto nella poesia capace di farsi “meditazione attiva”.
Al di fuori di questa patria linguistica restano le parole disabitate che presto si tramutano in chiacchiera.

Antonio Sagredo

“Noi dobbiamo ancora abituarci a pensare il “luogo” non come qualcosa di spaziale, ma come qualcosa di più originario dello spazio;forse, secondo il suggerimento di Platone, come una pura differenza, cui compete tuttavia il potere di far sì che«ciò che non è in un certo senso sia, e ciò che è, a sua volta, in un certo senso non sia». 
Linguaglossa citando Platone ci riferisce più o meno come stanno le cose, e questo significa che dai tempi di Platone poco è cambiato; infatti tutto poggia sulla differenza e aggiungo distinzione. Tutto ciò che ci circonda non è detto che sia, e vale anche il suo contrario. E pare che l’umanità stia in mezzo senza d’altronde saper decidere, e proprio in questo e cioè nel non saper decidere sta la nostra vitalità e la nostra sete o fame inestinguibile di conoscenza, che è qualcosa che va al di là della (nostra) stessa conoscenza, e questa forse coincide paradossalmente con l’oblio; conoscenza come oblio e il suo contrario sono il motore che ci fa viventi, insomma non possiamo (dovere, volere) fare a meno né dell’oblio e né della conoscenza e quando entrambi coincidono il risultato è il mondo di tutte le arti :cosa che aveva benissimo compreso Leonardo… che ci si mostra e che vuole essere amato da noi.
Grazie.

Giorgio Linguaglossa

Lettura di una poesia di Maria Rosaria Madonna (1942-2002)

[da Stige. Tutte le poesie (1990-2002) Progetto Cultura, Roma, 2018, pp. 150 € 12]

È un nuovo inizio. Freddo feldspato di silenzio.
Il silenzio nuota come una stella
e il mare è un aquilone che un bambino
tiene per una cordicella.

Un antico vento solfeggia per il bosco
e lo puoi afferrare, se vuoi, come una palla di gomma
che rimbalza contro il muro
e torna indietro.

«È un nuovo inizio». Così inizia la poesia.

Ma che significa? Inizio di che cosa? Di che cosa si parla? – Il secondo emistichio complica la questione perché non risponde al primo emistichio ma si limita a prolungarne l’eco di dubbio travestito in una forma assertiva: «Freddo feldspato di silenzio». Il tono assertivo contrasta singolarmente con il dubbio e l’ambiguità che promana da quelle due prime proposizioni assertorie.
Il secondo verso aggiunge ambiguità e dubbio al già dubbioso incipit. Il terzo e il quarto verso sciolgono ogni dubbio: qui siamo scaraventati nel mondo onirico-surreale, illogico e irrazionale perché si dice che il «mare è un aquilone che un bambino tiene per una cordicella». Un non-sense.

Il quinto verso cambia spartito.

C’è un «vento» (che è detto «antico») che «solfeggia» «per il bosco». Stiamo attenti alla dizione «solfeggia», una scelta verbale che serve ad introdurre un mondo di suoni determinato dallo stormire del vento che attraversa il «bosco». Si parla forse qui del bosco inteso come mero paesaggio? O si tratta di un «altro» bosco? Io ritengo che qui si tratti di un «altro» bosco, e precisamente del «bosco» quale metafora e simbolo dell’Essere. È dell’Essere che qui si parla, non certo del bosco come paesaggio.

Il sesto verso.

Qui il poeta si rivolge direttamente al lettore e gli dice in tono confidenziale: «lo puoi afferrare, se vuoi, come una palla di gomma». Anche qui la scelta della immagine corriva e del discorso diretto induce il lettore in imbarazzo. Dice il poeta: «lo puoi afferrare». Che cosa il lettore può «afferrare»? Il bosco del paesaggio? No di certo, qui ad essere in questione è l’Essere. Allora, l’Essere è come una «palla di gomma che rimbalza contro il muro»? «e torna indietro»?
Che cos’è che «torna indietro»? – Ma è chiaro: è l’Essere che qui «torna indietro», scrive con un raffinatissimo tocco meta ironico il poeta. È l’essere che «torna indietro». Enunciato ambiguo e sibillino, travestito sub specie di frasario assertorio.

(Nota di Giorgio Linguaglossa)

A fine 1991 Maria Rosaria Madonna (Palermo, 1942- Parigi, 2002) mi spedì il dattiloscritto contenente le poesie che sarebbero apparse l’anno seguente, il 1992, con il titolo Stige con la sigla editoriale Scettro del Re. Con Madonna intrattenni dei rapporti epistolari per via della sua collaborazione, se pur saltuaria, al quadrimestrale di letteratura Poiesis che avevo nel frattempo messo in piedi. Fu così che presentai Stige ad Amelia Rosselli che ne firmò la prefazione. Era una donna di straordinaria cultura, sapeva di teologia e di marxismo. Solitaria, non mi accennò mai nulla della sua vita privata, non aveva figli e non era mai stata sposata. Sempre scontenta delle proprie poesie, Madonna sottoporrà quelle a suo avviso non riuscite ad una meticolosa riscrittura e cancellazione in vista di una pubblicazione che comprendesse anche la non vasta sezione degli inediti. La prematura scomparsa della poetessa nel 2002 determinò un rinvio della pubblicazione in attesa di una idonea collocazione editoriale. È quindi con dodici anni di ritardo rispetto ai tempi preventivati che trovano adesso la luce alcune poesie di uno dei poeti di maggior talento del tardo Novecento. Alcune sue poesie inedite sono apparse nella Antologia  di poesia a cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo, Progetto Cultura, Roma, (2016) e, nel 2018, sempre con Progetto Cultura, esce Stige, Tutte le poesie (1990-2002)

24 commenti

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24 risposte a “Il poeta degli immondezzai è vicino alla verità più del poeta delle nuvole. Citazioni da Giorgio Agamben. L’Appropriazione dell’irrealtà, l’Appropriazione dell’inappropriabile, Lettura di una poesia di Maria Rosaria Madonna

  1. il poeta degli immondezzai è vicino alla verità
    più del poeta delle nuvole
    gli immondezzai pieni di vita
    di sorprese.

    ha scritto Tadeusz Różewicz negli anni Cinquanta.

    Oggi, nel 2019 dobbiamo passare armi e bagagli dalla «estetica della distrazione» alla «estetica della distruzione» propugnata da Agamben. Penso che la NOE con il suo quotidiano apporto di sangue dagli immondezzai e dalle discariche compia come scelta deliberata questo tragitto destinale.

  2. PLACCHE DI COLESTEROLO

    Sempre meglio che il fiato del mezzobusto
    seduto nel Governo della notizia.

    La nuvola si discostò dall’ hopperiano
    Gonfia di noia come avesse mercurio nelle braghe.

    Anche i poeti amano la parola televisiva
    Il racconto dell’io portato a misura dello spread.

    Legittimità costituzionale affidata ai segnali di stop
    Si va a tentoni in certe rotatorie.

    Giusto il tempo (nanosecondi) di dire qualcosa sui baffi di Gioconda
    l’aria baudelairiana della carcassa di cane.

    Si aspettano versi migliori
    Per il momento c’è il funerale di Ettore.

    Una voglia matta di riscrivere l’Iliade
    Dargli un taglio meno nefasto. Meno donne trascinate nell’ Attica

    meno guerre del Peloponneso
    e strazi di discendenti con un occhio solo.

    Per farla breve metterlo nel curriculum di un Nobel
    Tra i requisiti minimi per affrontare la regina di Svezia.

    Il mezzobusto annuncerà che di questo passo
    L’anno prossimo toccherà a Lucrezio. Basterà mettergli una cravatta.

    Si, il buon Lucrezio a raccontare la peste di Atene
    È davvero il più grande di noi. Il primo a spergiurare.

    La lista si era esaurita. I postumi portano diritti ai masticatori di erba
    Il tecnezio non ce fa ad entrare in gallerie cro-magnon.

    Ci sono trofei di guerre neolitiche appesi alle pareti.
    Il vecchio Omero non vede i bisonti. Si arresta davanti ai mammut.

    Sogna eroi. Non sa della scintigrafia
    Si affida all’oracolo di Delfi per cavarsela con le placche.

    (Francesco Paolo Intini)

  3. una sintassi di vertebre interrate.
    di parole senza dardo ne faretra.

    dagli oblò delle sinfonie,
    al ghiaccio simmetrico delle capanne.

    nella geometria dell’occhio.
    una similitudine da dado.

    Venere che cammina sullo scompiglio di lava.
    punti che convergono allo sguardo.

    sedute sugli argini acquietati
    le onde misere di terra

    sovrastano il nome di Giove padre
    nei cerchi concentrici di un allontanamento.

    le fibre disintegrate di canne
    vibrano un ossidabile canto

    allontanano il concerto
    di un misero spoglio albatro.

    GRAZIE OMBRA.

  4. work in progress. Un quadro di Van Gogh giace ad Arles. Ammasso di
    vestiti e di volti lanuginosi.

    Il blu-notte travolge l’uso delle luci. Si può comporre una stanza
    immersa di fiori mimici?

    Le pareti ingiallite. La voce ridondante di Mr. Crocodile. Caricatura Joker
    di una forma flebile.

    Angelo caro-benedici l’ultima pennellata di colore. Il tempo deglutisce
    insaziabile la linfa anonima.

    /…/

    il blister del “Brufen” finge/Superdecorato di grappoli cerebrali/Nessuna certezza di salvezza/Ogni compressa scava l’intorno: migliaia di tentacoli/ Parole morte/ In questa Cabala si sopravvive sulla roccia lavica/ Nell’incastro delle asole/ Per puro miracolo/

  5. antonio sagredo

    Già C. Bene all’inizio degli anni ’70 scriveva in una lettera aperta che bisognava qualcosa scagliare contro il Ministero della Pubblica Istruzione, accusandolo invece di “Distruzione”, e allora Ministero della Pubblica Distruzione.
    Cosa era questo qualcosa?
    Era proprio questa immondizia generalizzata che insozzava, in primis, la Cultura e da qui tutte le restanti istituzioni “civili”. Da generalizzata diveniva specifica a causa di ogni pensare e agire politici e ideologici.
    E ora ci siamo nella immondizia e vi viviamo dentro, e nemmeno il Poeta sfugge, e tanto meno quello di Różewicz!
    Il Poeta ha da sempre ingaggiato una battaglia contro la immondizia, e questa ora si è materializzata davvero. Quel che noi vediamo e respiriamo (IL MONDO IMMONDO!) e che è in noi e con noi è divenuto quel qualcosa
    che non avrebbe mai dovuto essere (in) noi e con noi.
    Che fare per liberarcene?
    Dobbiamo dapprima liberarci noi di noi e con noi , ancora!, e con tutto ciò che circonda.
    Ai gabbiani e ai ratti (romani nello specifico) che ovunque ci circondano doniamo cibo e vitalità: loro sono più vitali di noi e oramai hanno preso il sopravvento!
    Ci siamo così abituati a vederli pasteggiare che somigliano tantissimo a quei ratti e gabbiani in colletti bianchi, che occupano tutti i colli di Roma, e in generale tutti i colli di tutte le città e sobborghi italiani.
    Potrei citare Dante in primis, poi Machiavelli e Guicciardini, e ancora Leopardi e l’acutissimo Belli, che spiattellò la (ratti-) sorcitudine e il gabbianesimo per primo: non c’è nulla di nuovo nella mondezza!
    E tanto meno noi!
    —————————————————————————————-
    (da : 8° poema (di un) idiota – 1971)

    Le nostre teste sono poligoni
    irregolari: difficile centrare
    spigoli angoli e vertici:
    spazzatura è il nostro nome,
    futili i motivi di successo
    difficile levarti la saliva appiccicosa
    dei manifesti e dei colori
    delle mode e degli insulti.
    È inutile mettere in moto
    i cervelli già quadrati:
    l’astrattezza è una grande attrezzatura!
    Cosa volete?
    Che canti i monti,
    i fiumi i cieli i fiori
    le stagioni con tutte le loro
    sacrosante manifestazioni?

    A. S.

  6. La «patria originaria dell’uomo», la sua «origine trascendentale» nel pensiero di Giorgio Agamben è una patria linguistica

    Ecco quello che scrive Agamben in merito alla originarietà della esperienza della parola:

    «La ‘somiglianza’ e l’intersezione semica non preesistono alla metafora, ma sono rese possibili da essa e assunte poi come sua spiegazione, così come la risposta di Edipo non preesiste all’enigma, ma, da esso creata, pretende, con una singolare petizione di principio, di offrirne la soluzione.Ciò che lo schema proprio/improprio ci impedisce di vedere è che nella metafora nulla si sostituisce in realtà a nulla, perché non esiste un termine proprio che quello metaforico è chiamato a sostituire: solo il nostro antico pregiudizio edipico – cioè uno schema interpretativo a posteriori – ci fa scorgere una sostituzione dove non vi è che una dislocazione e una differenza all’interno di un unico significare […] in una metafora originaria sarebbe inutile cercare qualcosa come un termine proprio. […]
    La dislocazione metaforica non avviene, infatti fra il proprio e l’improprio, ma è una dislocazione della stessa strutturazione metafisica del significare: il suo spazio è quello di una reciproca esclusione del significante e del significato in cui emerge alla luce la differenza originale su cui si fonda ogni significare […] il paradosso centrale del significare che la metafora mette a nudo: il -) semainen è sempre originalmente una synoxis di adunata, una commessura d’impossibili.»
    (Stanze, pp. 177-179)

    «Porre all’inizio una scrittura e una traccia, significa mettere l’accento su questa esperienza originale [cioè:che l’esperienza originale sia sempre già presa in una piega, che la presenza sia ineludibilmente sempre già presa in un significare], ma non certo superarla. […] La metafisica della scrittura e del significante non è che l’altra faccia della metafisica del significato e della voce, il venire in luce del suo fondamento negativo e non certo il suo superamento. Se è, infatti, possibile mettere a nudo l’eredità metafisica della semiologia moderna, ciò che resta per noi ancora impossibile è dire che cosa sarebbe una presenza che, finalmente liberata dalla differenza,fosse soltanto una pura e indivisa stazione nell’aperto. Quel che possiamo fare è riconoscere l’originaria situazione del linguaggio, questo “plesso di differenze eternamente negative”, nella barriera resistente alla significazione alla quale la rimozione edipica ci ha precluso l’accesso. Il nucleo originario del significare non è né nel significante né nel significato, né nella scrittura né nella voce, ma nella piega della presenza su cui essi si fondano: il logos, che caratterizza l’uomo in quanto zoon logon echon, è questa piega che raccoglie e divide ogni cosa nella commessura della presenza. E l’umano è precisamente questa frattura della presenza, che apre un mondo e su cui si tiene il linguaggio. L’algoritmo S/s deve perciò ridursi alla sola barriera: /; ma, in questa barriera, non dobbiamo vedere solo la traccia di una differenza, ma il gioco topologico delle commessure e delle articolazioni, il cui modello abbiamo cercato di delineare nell’ ainos della Sfinge, nella malinconica profondità dell’emblema, nella Verleugnung del feticista.»
    (Stanze, pp. 187-188)

    Come infanzia dell’uomo, l’esperienza è la semplice differenza fra umano e linguistico.
    Che l’uomo non sia sempre già parlante, che egli sia stato e sia tuttora in-fante, questo è l’esperienza.
    (G. Agamben, Infanzia e storia)

    L’origine di un simile “ente” [l’umano] non può essere storicizzata, perché è essa stessa storicizzante, è essa stessa che fonda la possibilità che vi sia qualcosa come una “storia”.
    (G. Agamben, Infanzia e storia)

    l’in-fanzia come esperienza originaria del linguaggio, dunque della storia

    Che cosa vuol dire, agambenianamente, esperienza originaria del linguaggio (dunque della storia) come in-fanzia? La prima, più generale esplicitazione da compiere è forse il fatto che esperienza, linguaggio e in-fanzia coincidono in quanto origine – ma anche che origine, esperienza e linguaggio coincidono in quanto in-fanzia, che origine, esperienza e in-fanzia coincidono in quanto linguaggio e che origine,linguaggio e in-fanzia coincidono in quanto esperienza.
    È questa coincidenza a consentire il dispiegamento della storia, a fondare «la possibilità che vi sia qualcosa come una ‘storia’»
    (IS, p.47).

    «L’in-fanzia, ovvero il fatto che l’uomo non sia sempre già (stato) parlante, che il linguaggio giunga all’uomo necessariamente sopraggiungendo, vale a dire necessariamente scindendosi e articolandosi in lingua-e-discorso, semiotico-e-semantico, essenza-ed-esistenza, si annuncia come quel luogo che, incastonandosi alla soglia, al limite delle scissioni (nel loro punto d’insorgenza ed’arresto), inaugura la loro destituzione nella forma della di loro originaria esperienza – cioè: nellaforma dell’esperienza dell’aver-luogo del linguaggio. In questo modo essa, l’in-fanzia, è di necessità esperienza (dell’origine) della differenza – differenza in quanto esperienza; ciò che implica, anche, esperienza della storicità»:

    Si deve insistere sul termine ‘coincidenza’: Agamben ne farà, ne L’uso dei corpi, ma anche altrove, un uso filosoficamente chiave.

    «Se noi non possiamo accedere all’infanzia senza urtarci al linguaggio che sembra custodirne l’ingresso come l’angelo con la spada fiammeggiante la soglia dell’Eden, il problema dell’esperienza come patria originale dell’uomo diventa allora quello dell’origine dellinguaggio, nella sa doppia realtà di lingua e parola»,
    IS, p. 46. Come giustamente ricorda C. Salzani, nell’infanzia agambeniana risuona il «profondo e costante interesse di Benjamin per l’infanzia, il gioco e il giocattolo», e «di particolare importanza per il progetto agambeniano è poi il potere liberatorio, “messianico”,che Benjamin attribuiva all’infanzia e al gioco», così come la considerazione benjaminiana dell’infanzia «da un punto di vista ontologico».
    (C. Salzani, Introduzione , pp. 35-36).

    Sennonché, va ricordato che «allo stesso tempo questo riferimento può essere fuorviante, perché evoca una naturale connessione con il bambino [Benjamin cominciò a scrivere dell’infanzia dal 1918, vale a dire dalla nascita di suo figlio Stefan], che non è certo in questione nella problematizzazione dell’infanzia da parte di Agamben. Anche per questo motivo Agamben, in seguito, rinuncerà quasi completamente al termine “infanzia” e adotterà quello di“potenza”»
    (ibidem).

    Gli animali non entrano nella lingua: sono sempre già in essa. L’uomo, invece, in quanto ha un’infanzia, inquanto non è sempre già parlante, scinde questa lingua una e si pone come colui che, per parlare, deve costituirsi come soggetto del linguaggio, deve dire io. […] Allora la natura dell’uomo è scissa in modo originale, perché l’infanzia introduce in essa la discontinuità e la differenza fra lingua e discorso. Ed è su questa differenza, su questa discontinuità che trova il suo fondamento la storicità dell’essere umano.Solo perché c’è un’infanzia dell’uomo, solo perché il linguaggio non s’identifica con l’umano e c’è una differenza fra lingua e discorso, fra semiotico e semantico, solo per questo c’è storia, solo per questo l’uomo è un essere storico. […] È l’infanzia, è l’esperienza trascendentale della differenza fra lingua e parola, che apre per la prima volta alla storia il suo spazio. Per questo Babele, cioè l’uscita dalla pura lingua edenica e l’ingresso nel balbettio dell’infanzia […] è l’origine trascendentale della storia. Il mistero, che l’infanzia ha istituito per l’uomo, può infatti essere sciolto solo nella storia, così come l’esperienza, come infanzia e patria dell’uomo, è qualcosa da cui egli è sempre già in atto di cadere nel linguaggio e nella parola. Per questo la storia non può essere il progresso continuo dell’umanità parlante lungo il tempo lineare, ma è, nella sua stessa essenza, intervallo, discontinuità, epoché [diremmo: «dialettica in stato d’arresto», cairologia, «tempo che resta»]. Ciò che ha nell’infanzia la sua patria originaria, verso l’infanzia e attraverso l’infanzia deve mantenersi in viaggio.
    (ivi, pp. 50-52)

    Questo (Er)Fahren, questo essere-in-cammino verso e nell’infanzia, sancisce il luogo inaugurale della storicità e, al tempo stesso, quello ontologico dell’esperibilità del linguaggio nel suo aver-luogo – ovvero la via, il sentiero (interrotto?) per quel «messianismo cairologico» di cui abbiamo
    tracciato le linee e che è in questione nella seconda parte del testo. Siano i due saggi heideggeriani, Die Sprache (1950) e Der Weg zur Sprache (1959), entrambi contenuti in Unterwegs zur sprache (1959). Nel primo, dopo aver chiarito che noi vorremmo riflettere sul linguaggio e soltanto su di esso. Il linguaggio è linguaggio e nient’altro. Il linguaggio è il linguaggio. L’intelletto educato alla logica, uso a tutto sottoporre al processo calcolante, e perciò appunto il più delle volte presuntuoso, chiama questa proposizione una vuota tautologia. Dire due volte nient’altro che la stesa cosa: linguaggio è linguaggio, come è possibile che questo ci porti avanti? Ma noi non vogliamo andare avanti. Vorremmo soltanto ci fosse dato di giungere là dove già siamo. […] Il linguaggio è il linguaggio. Il linguaggio parla. Se ci lasciamo cadere nell’abisso evocato da questa affermazione, non precipitiamo nel vuoto. Cadiamo in un’altezza, la cui altitudine apre una profondità. L’una e l’altra costituiscono lo spazio e la sostanza di un luogo nel quale vorremmo farci di casa [heimisch] per trovare una dimora per l’essenza dell’uomo. Riflettere sul linguaggio significa pervenire al parlare del linguaggio in modo che questo parlare avvenga come ciò in cui all’essere dei mortali è dato ritrovare la propria dimora.

    In cammino verso il linguaggio, (pp.28-29), Heidegger si lancia all’ascolto della «parola pura» (ivi, p. 31) per il tramite della poesia di Trakl Ein Winterabend. Nel farlo, egli introduce la quadri partizione del Geviert, e, conseguentemente, la dinamica filosofica del rapporto (dell’intimità, Innigkeit) tra mondo e cosa:

    Mondo e cose non sono realtà che stiano l’una accanto all’altra; essi si compenetrano vicendevolmente. Compenetrandosi, i Due passano attraverso una linea mediana [eine Mitte]. In questa si costituisce la loro unità.Per tale unità sono intimi. La linea mediana è l’intimità. Per indicare tale linea la lingua tedesca usa il termine das Zwischen (il fra, il frammezzo). La lingua latina dice: inter. All’inter latino corrisponde il tedesco unter. Intimità di mondo e cosa non è fusione [Verschmelzung]. L’intimità di mondo e cosa regna soltanto dove mondo e cosa nettamente si distinguono e restano distinti. Nella linea che è a mezzo dei Due, nel frammezzo di mondo ecosa [In der Mitte der Zwei, im Zwischen von Welt und Ding], nel loro inter, in questo unter, domina la cesura [Schied]. L’intimità di mondo e cosa si dispiega essenzialmente [west] nella cesura [Schied] del frammezzo, si dispiega essenzialmente nella dif-ferenza [Unter-Schied]. Il termine dif-ferenza è qui sottratto all’uso corrente e consueto. Non indica un concetto generico, nella cui area rientrino molteplici specie di differenza. La dif-ferenza, di cui qui si parla, esiste solo come quest’una. È unica. La dif-ferenza regge – non però con essa identificandosi – quella linea mediana [her die Mitte ] nel moto e nella relazione alla quale e grazie alla quale mondo e cose trovano la loro unità. L’intimità della dif-ferenza è l’elemento unificante [das Einigende], di Ciò che differenziando porta e compone. La dif-ferenza porta il mondo al suo esser mondo, porta le cose al loro esse cose. Portandoli a compimento, li porta l’un verso l’altro. La composizione operata dalla dif-ferenza non è qualcosa che avvenga in un secondo momento, quasi la dif-ferenza sopraggiungesse recando una linea mediana e con questa congiungesse mondo e cose. La dif-ferenza, in quanto linea mediana, media il realizzarsi del mondo e delle cose nella loro propria essenza, cioè stabilisce il loro essere l’uno per l’altro, di questo fondando ecompiendo l’unità. […]La dif-ferenza non è né distinzione né relazione [weder Distinktion noch Relation]. La dif-ferenza è semmai la dimensione del mondo e delle cose. Ma in questo caso “dimensione” non significa una regione a sé stante,dove questo o quello può prender dimora. La dif-ferenza è la dimensione, in quanto misura nella sua interezza,facendolo essere nella sua propria essenza, lo spazio di mondo e cosa. […]
    Nel nominare, che chiama cosa e mondo, quel che è propriamente nominato è la dif-ferenza.
    (In cammino verso il linguaggio, pp. 37-38)

    Heidegger chiosa:

    “Ciò che fa essere il linguaggio come linguaggio è il Dire originario [die Sage] in quanto Mostrare [die Zeige].
    Il mostrare proprio di questo non si basa su un qualche segno, ma tutti i segni traggono origine da un mostrare nel cui ambito e per i cui fini soltanto acquistano la possibilità d’essere segni. […] Perfino là dove il Mostrare si realizza grazie a un nostro dire, c’è sempre un lasciarsi mostrare che precede questo nostro mostrare come additare e rilevare.Solo quando si consideri il nostro dire in tale prospettiva, è possibile una determinazione adeguata di quel che è essenziale in ogni parlare. […]Ma il Dire originario in se stesso cos’è? È esso qualcosa di staccato dal nostro parlare, sí che per giungervi dovrebbe venir prima gettato un ponte? O è invece il Dire originario il fiume della quiete, che già di per sé collega le sue rive, il Dire e il nostro ri-dire, nell’atto stesso che le fa essere?”
    (ivi, pp. 199-200)

    Possiamo dunque, a questo punto, affermare che nell’in-fanzia di Agamben parla,consapevolmente o inconsapevolmente, la Sage heideggeriana, l’esperienza dell’aver-luogo del linguaggio si situa nella traccia heideggeriana, quel «Mostrare» che origina il linguaggio nel suo Geflecht, di quel fiume originario della Stille «che già di per sé collega le sue rive […] nell’atto stesso che le fa essere».

    È in questa direzione che vanno intesi i sintagmi agambeniani, più volte impiegati, «patria originaria dell’uomo», la sua «origine trascendentale». L’originario che è qui in questione è il dispiegamento ontologico dell’esperibilità stessa, del fatto-che-vi-sia linguaggio.
    Ecco, allora, che la patria, la Heimat originaria dell’umano si fa noos – reclama la vita etica. Secondo Heidegger, «ciò che muove nel Mostrare del Dire originario è lo “Eignen”».

  7. La sensazione è quella di non avvertire
    nessuna contrapposizione ad animali di ogni

    sorta.Questo lo specifico contemporaneo. Siamo nella retorica universale del lirismo,

    una sorta di contrappasso che paghiamo con la generalizzazione del rifiuto, inteso come

    immondizia. Dentro come Paperon de’ Paperoni
    quando attacchiamo il nostro quadro.

    GRAZIE OMBRA.

  8. Invito Giorgio Linguaglossa e la Redazione de L’Ombra delle Parole a
    sollecitare
    i due ottimi polonisti Lorenzo Pompeo e Paolo Statuti a darci presto, se non subito, notizie su Opera e fortuna critica di Olga Tokarczuk,
    narratrice di Polonia insignita del Nobel per la Letteratura 2018 nella giornata di ieri, secondo giovedì del mese di ottobre 2019, come è consuetudine per l’Accademia di Svezia che in tutta la sua storia assegna il Nobel per la Letteratura sempre il secondo giovedì del mese di ottobre.
    (Se proprio ancora polacco doveva essere il Nobel, forse la personalità più indicata per carica di novità, originalità, autenticità poetiche sarebbe stata Ewa Lipska…)

    (gino rago)

  9. antonio sagredo

    Come quasi sempre il Linguaglossa centra con un commento breve/lungo le linee essenziali di una poesia, poi del verso della stessa e si sofferma sulla singola parola, così per la stupenda M. R. Madonna (a cui devo la conoscenza mia, a lui, tardiva della sua opera, e di altre poetesse). Non posso fare a meno di accostare alla Madonna una altra poetessa di straordinaria, anche per bellezza, la Eunice Odio (1919-1974).
    Ambedue furono assorbite e nutrite al massimo grado – dal fuoco della Poesia e a questa donarono il loro fuoco interiore (e qui il nome di Marina Cvetaeva si fa imperativo categorico a nominarla e ad accostarle le due poetesse). E non cedettero al canto delle sirene (il canto delle spazzature universali!), possedendo già un loro Canto….
    Io non se la Madonna conobbe per fama la Eunice… ho immaginato una loro corrispondenza, come tante delle corrispondenze fra Poeti che noi conosciamo, che fanno ancora più accrescere il sentimento poetico, e dico questo per oppormi contro tutte le nefandezze e la immondizie che qui si trattano e altro, e questo esser contro è il sale stesso della Poesia e al Poeta non resta altro che raccoglierlo e spargerlo in tutte le direzioni possibili (il sale contro le mondezze!)
    ——————————————————————
    A queste poetesse dedico i versi di questo viaggio infernale (l’immondezzaio!) eleusino
    —————

    Viaggio eleusino

    I cembali dei presentimenti a te, Eleusina, incantata
    che muori nella neve imminente e risorgi al primo fiore…
    e il mito ti è fedele ancora… ma le tue labbra adesso
    sono spente da cingolati che radono l’oriente… svegliati!

    Sui divani hai appreso il mistero che ti sostiene intatta,
    sei lontana da quei riti che il Fato abbandona al tuo diniego
    e ai tributi di chiodi e di lavande ricordano un sangue
    appestato dall’oblio… ossuto è l’imbrunire su tumuli boemi.

    Ma quest’alba è in cenere! Il suo cammino australe è putrescente!
    Con un torbido decreto ha prescritto il tramonto d’ogni nostalgia, – per Te!
    e il pianto che tu, gioiosa, trattieni non è il tuo – l’orbita è una tinozza
    vuota! – quadrante e meridiana hanno confuso le colombe del Moncayo.

    Bèccati questi simulacri di ghiacciai da un recinto orfico e spettrale!
    Traccia i passi d’Alessandro che non ha sogni, né specchi su cui sputare,
    e non su un greco nulla, ma ride, farfuglia d’estinzioni e stragi, starnazza
    di stermini fra stanze e canzoni, larve di torce umane e legioni di testuggini!

    Eleusina, non sei che un avanzo, di non so – cosa! Non ricordo di volto
    e d’anima! Non un’afa ti sorvola, né oscurità, né neve, né secca foglia,
    né un bocciare di – di cosa? Alberi, che sono? Altari di catastrofi!
    E se mai vi fu un canto tuo, o un grido, non fu di gola, o labbra umane,
    né di bestie!

    antonio sagredo

    Vermicino, 12 aprile 2007

  10. Paolo Statuti

    A Gino Rago rispondo così in merito al Nobel assegnato a Olga Tokarczuk. Io già da diversi anni ho smesso di chiedermi perché hanno premiato proprio quello (o quella) e non XY? Come ad esempio quando hanno dato il Nobel alla Szymborska e non a Różewicz, assai più meritevole non solo a mio avviso. Per me è una narratrice di tutto rispetto e, ripeto, non voglio discutere la scelta fatta. In fin dei conti anche la prosa conta qualcosa, non solo la poesia. Comunque Ewa Lipska non ha maggiori meriti di Urszula Kozioł o Krzysztof Karasek, tanto per fare altri due nomi (v. entrambi nel mio blog).

  11. antonio sagredo

    questo mio intervento era precedente a quello di Paolo Statuti, e non è apparso a causa di qualche intoppo tecnico, comunque Statuti la pensa come me e da parecchio tempo.
    ——————————————————————-
    ..se mai è sospetta questa ulteriore assegnazione ad un autore polacco (e non direi che è gelosia o invidia) già con l’ “amica” di Milosz, la Wisława Szymborska fu compiuto un errore – o un abbaglio se volete..
    amici miei polacchi (in primis il poeta e filosofo ateista Andrzej Nowicki) e amici di Paolo Statuti – poeti notissimi e meritevoli più dello stesso Milosz del premio – non furono affatto entusiasti.
    Credo che gli accademici polacchi e critici ecc. e data la situazione politica quasi autoritaria in Polonia a cui questi accademici e critici ecc. si inchinano
    abbiano gioco facile e chissà se non ricattano qualcuno o qualcosa.
    Sia in Russi che in Ucraina o nella stessa Repubblica Ceca vi sono autori di primissimo ordine.
    Quanto al Handke ho anche dei dubbi, quando lessi da giovane le sue opere poetiche e drammi teatrali ed altro, lo rigettai subito…

  12. Ringrazio vivamente Paolo Statuti per per la ekfrasis del suo intervento. Ne condivido totalmente il contenuto. Ma mentre ringrazio e con-divido, invito
    Paolo Statuti a farci conoscere su L’Ombra delle Parole qualcosa di, secondo il suo gusto estetico che di certo coinciderà con il nostro, Olga Tokarczuck.

  13. RENITENZA

    Non amare i premi Nobel, rifiutarli. Sartre fu chiaro con Isabella
    Il nulla a volte gioca a carte scoperte. Nina, Pinta

    Santa Maria. Il gratta e vinci ebbe un sussulto universale.
    Quello della vittoria popolare tra le mani del tabaccaio.

    Finchè ci sarà qualcosa da vincere impiccheranno Caracciolo.
    La vendetta dei reali carica d’invidia.

    La perfezione del salto triplo mortale nutre i mezzobusti
    sgorga una fonte miracolosa da ogni bocca che sorride.

    Il dopo bombe
    il dopo barba.

    Sartre tornò con il salvadoregno del rifiuto.
    Morì di vaiolo o di spagnola o sotto Fidel, forse ricco.

    Ma questo poco importa
    senza una posta in gioco non è possibile idi di marzo.

    Poi presero a girare intorno ad un traguardo
    a retromarcia innestata anche il retrogusto volle la sua.

    Iniettarsi nella pancia un millilitro di nausea al giorno
    Il necessario per tollerare un millimetro di pelle sulla carne.

    Con gli occhi innestati sull’ angoscia
    si amano le tabe nella spina.

    Sopportare la 41 bis. La renitenza.
    Il valore non universale.

    (Francesco Paolo Intini)

  14. Anzitutto scusate ma non capisco perché tradurre “poeta degli immondezzai (parola orribile anche a pronunciarsi), anziché il più fluente e musicale “poeta della spazzatura”…
    Sienkiewicz, Reymont, Miłosz, Szymborska e ora Olga Tokarczuk di anni 57, cioè età foriera di altri successi che le auguro con tutto il cuore. Ecologista e animalista. Ha scritto 17 libri, tra i quali figura l’unica (finora) raccolta di poesie “La città negli specchi”, uscita nel 1989. Durante gli studi di psicologia presso l’Università di Varsavia ha lavorato come cameriera in uno dei più eleganti alberghi di Londra. Prima di iniziare a scrivere lavorava come psicologa e psicoterapeuta. Rinunciò a questa sua attività, affermando che “si sentiva più scombussolata dei suoi pazienti”.
    Prima del Nobel ha vinto due volte il più importante premio letterario polacco “Nike”, lo scorso anno il “Booker International Prize” per il romanzo “I vagabondi”, ed altri importanti premi. Alcune sue opere sono state adattate per il cinema. E’ tradotta e pubblicata in molte lingue.
    La sua prosa è definita spesso “realismo magico” e a ragione, perché nelle sue storie si intrecciano frequentemente miti e motivi metafisici. In molte interviste la scrittrice sottolinea di ispirarsi alla psicanalisi, ai libri di Jung e Freud. Ama particolarmente i racconti di Chekhov e Gogol’, e questo me la rente ancora più simpatica.
    Per avere almeno una minima idea di questo nuovo Nobel polacco, spero sia sufficiente questo mio “ritrattino”.

    • Bel contributo questo. Interessante come molti poeti contemporanei abbiano consuetudine con il mondo dell’inconscio, a vario titolo. La nostra è un’epoca, e quindi una cultura, ancora fortemente segnata da questo campo d’indagine.

  15. antonio sagredo

    Gentile Paola Renzetti,

    non comprendo bene il Suo intervento.
    Vorrebbe chiarirmi meglio cosa intende.
    Grazie.
    Antonio Sagredo

    p.s. : La Poesia esiste prima dell’Inconscio. Posso azzardare che co-esistono, sono in simbiosi, in osmosi, ecc.; e ancora che Poesia e Inconscio siano la medesima cosa, oppure sono tutto il contrario; fatto sta che noi siamo a loro inconoscibili, e che non hanno la consapevolezza della nostra esistenza.
    E, poi, la nostra epoca è una epoca come tutte le altre che ci hanno preceduto e come tutte quelle che verranno. Vi sono epoche più o meno marcate delle altre, e questo fa parte della nostra conoscenza delle cose “umane”. Se per “campo di indagine” si riferisce al “mondo dell’ inconscio”, questo mondo era già prima di Omero, e questi è stato uno dei primi poeti che lo ha analizzato: basta leggere i sogni dei vari eroi o degli dei.

  16. Transtromer era medico psichiatra…probabilmente non unico esempio. Questo mi ha fatto pensare alla contiguità tra chi indaga il profondo della psiche e chi il mondo della poesia, dell’arte in genere. Lo studio della personalità, si è sviluppato fortemente nel nostro secolo, segnando la cultura occidentale.

  17. Mi scuso per la brevità, causa anche della stanchezza serale. Un saluto!

  18. Per una riappacificazione graduale.
    Un termometro all’orizzonte.

    GRAZIE OMBRA

  19. Io sono abituato alla poesia cantata ad esempio polacca, russa, francese…e mi chiedo dov’è la poesia in questo testo? Credo si tratti di un madornale malinteso, non parliamo poi della “musica”!

  20. È un nuovo inizio. Freddo feldspato di silenzio.
    Il silenzio nuota come una stella
    e il mare è un aquilone che un bambino
    tiene per una cordicella.

    Un antico vento solfeggia per il bosco
    e lo puoi afferrare, se vuoi, come una palla di gomma
    che rimbalza contro il muro
    e torna indietro.

    Per questa poesia ho comprato il libro. Recupero
    l’emozione della prima lettura. È stata proprio la “palla che rimbalza contro il muro” a proiettarmi in un oasi temporale. Questo spostamento, questo rimbalzo di metafore quantistiche. Di infanzia nel presente; l’età adulta del mare tenuto ad una cordicella. Una grande poesia.

    GRAZIE OMBRA.

  21. Paolo Statuti

    Non capisco, il mio giudizio si riferiva al testo “Eri con me” di Battiato. Può darmi qualche informazione sul libro “Grazie ombra” e spiegarmi perché lo ha abbinato al cantautore? Mi scuso per la mia ignoranza e ringrazio.

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