Livio Cinardi, Sulla situazione emotiva quale struttura dell’esserci, Poesie di Carlo Livia, Giuseppe Talìa, Marina Petrillo – Giorgio Linguaglossa, Perché la spazzatura?

Foto monna lisa pop

ma perché [parli di] spazzatura e non piuttosto echi celesti, tracce del divino?

Carlo Livia

… ma perché [parli di] spazzatura e non piuttosto echi celesti, tracce del divino? Perché solo Burri e non Chagall? L’inconscio non è una discarica di materiali rifiutati dall’istanza morale, come credeva Freud, ma semplicemente l’infinito che trascende e alimenta l’io, di cui in sogno afferriamo brandelli, echi, lampi, riflessi. Noi non sogniamo ciò che vogliamo, ma ciò che dobbiamo, e quando ripercorriamo coscientemente il labirinto onirico, siamo pervasi da una libertà smisurata, insostenibile, che coincide con la necessità di dare vita e forma all’emozione che sentiamo all’origine del percorso iconico, che alimenta e orienta l’espressione, dandole concretezza e densità icastica.

Recitare nel nascondiglio

Sono nella quinta rassegnazione, con lo sciame in collera e la testa di sonno.

Lei mi guarda col vassoio pieno di secoli. La vergine irreale e l’istante pazzo che si getta dalla scogliera.

La bestia della provvidenza si dondola dalla vetrina in fiamme, ornata di lunghe psicosi.

Quando cadono, c’è un brivido che unisce i risorti all’erba stregata, gonfia di occhi induriti dai farmaci.

Allora fa buio nel miracolo, e chi crede di esistere entra nell’omicidio dell’acqua santa.

La prigione allucinogena fugge dalla madre triste. È un esilio in sol minore, biondissimo. Cresce dall’umido della sposa.

Respiro il sax del mostro verde, morto alle fanciulle. Le antiche vaniglie non mi lasciano risorgere.

È solo uno specchio, altissimo e confuso – dicono.

Giuseppe Talìa

Caro Germanico, lo stato di diritto è morto. Ucciso dall’interesse
Personale. Il vulnus della legge lo trovi in ogni supermercato

nelle etichette che minuziosamente riportano frasi, simboli
e consigli per il mesencefalo: nato in… macellato in… confezionato
in…

Tu sei, mercato e supermercato. Sei domanda e offerta.
Anche il niente si vende facilmente. Il dolce far niente.

È il sottovuoto il vero problema. È l’involucro il vero esantema.
Mettici pure, caro Germanico, che il rovescio non è necessariamente

il contrario di d(i)ritto: rovescio a due mani; rovescio della medaglia;
diritto di nascita e diritto di morte. Anche il nulla ha un suo diritto

e un suo rovescio. Il nulla ha un passaporto, una impronta lemmatica
e digitale. Riposa nella biometria del non-ente. Il nulla è parente

del niente, perché ciò che è nominato esiste, insiste e persiste.

Nell’Arena dell’industria della melodia, gli artisti più taggati
fanno da colonna sonora ai gladiatori che sono degli influencer
di fama.

Beethoven è il compositore più punk che si conosca dalla Pannonia
alla Cirenaica; Chopin quello maggiormente pop assieme a Vivaldi;

Liszt, invece, è un autore beat, mentre Mozart, ah Mozart,
un pomp rock.

Caro Germanico, non esiste ricetta per cucinare il nulla,
ma si può condire.

Marina Petrillo

Si accende in distonia celeste,
pira di combusta legna arsa in epoca remota.

Indugia ogni terra a varcare la sua soglia se, a seme inverso, oblitera i sensi.
Siamo forse giunti in estremo limite.

Essere o naufragare.
Traccia di linea assente il buio nel miracolo.

Deve aver lasciato tracce troppo lievi per affondare sulla neve.
Le sillabe stropicciano al sole e la dimora sussulta il giudizio finale.

Del proprio abito rinviene l’antica forma sino a tacitare l’inascoltato suono.
Era vento o acqua a giacere tra rovi e rose…

Trascorso in attimo, la luce rifrange l’esilio.
Devoto fiore sospeso tra nembi dal cui nitore erge capo l’indicibile.

Fummo elementi del Tutto, a lui affini,
poi in dimenticanza sorse un idioma a cui porgemmo inchino.

Poeta, la cui vacuità declama versi.
“Anima lucente che doni spazi di umide stelle, o luna, in antico candore involta.

Linea di perfezione cosmica, sede di intelletto,
ove Astolfo sostò per Orlando, pazzo d’amore.

S’io fossi in altro tempo viva, di te, o dea, stupirei i contorni
di fasi e inclinati assi.

Coglierei erbe mediche e studierei il tuo profilo di madre.
Poiché questo tu sei.”

Scrivo, carissimo Carlo Livia, dall’ultimo sogno mai giunto a destinazione. Dai minuti negati che in silenzio creano una piccola ombra. Scrivo in dolce sintassi mentre il cuore piange un ricordo svanito.
Esilio la parola, Giorgio, ove sostare. Combustione. Etere. La ferita del tempo nel ventoso orizzonte degli eventi ove tutto converge: scorie, lamine d’oro e zolle di terra, lamentazioni agli dei. Umano in assenza di tempo, Virtuoso neologismo dal cui sconfitto fronte, nasce rugiada.

Giorgio Linguaglossa

caro Carlo Livia,

è che noi viviamo in mezzo alla spazzatura ogni istante del nostro giorno: lessico salviniano, parole prossime alla betoniera, parole del museo delle discariche, parole dei cartelloni pubblicitari quali sono Istagram, Twitter e Facebook et similia… come possiamo pensare di avere a che fare con degli «echi celesti»?

Il polittico, nel quale siamo impegnati tutti noi, chi più chi meno, è la frontiera più avanzata di una poesia difficile, sempre più problematica, ma il polittico presuppone una grandissima distanza tra il sé e l’ego, presuppone una Gelassenheit dalle cose e alle cose, un rivolgimento del piano del quotidiano. So che queste mie osservazioni ti sono familiari, anche la tua poesia è protesa verso quest’obiettivo, ma è difficile, oltremodo problematico avanzare lungo queste frontiera, occorrono lunghissimi sforzi, reiterati tentativi. Costruire un polittico non lo si può fare con il semplice ausilio di una tecnica versificatoria come quella che vediamo spesso impiegata oggi nella poesia epigonica, quello è mestiere, nient’altro.

La mia e la nostra poesia si nutre della spazzatura, dei rifiuti urbani, del ciarpame. Ed è un ottimo menù, perché questo è il mondo di oggi, non spetta al poeta abbellirlo, semmai spetta al poeta mostrarlo per quello che è.

Livio Cinardi

Sulla situazione emotiva quale struttura dell’esserci

L’esserci è già sempre, afferma Heidegger, situato. Manifestazione del suo “ci” è l’essere-nel-mondo, l’essere situato in esso il donde e il verso dove sono petizioni non concernenti l’ontologia fondamentale. Come fenomeno, vive il proprio esser-situato come gettatezza, e proprio perché è vita e non teoria, ne fa esperienza, l’esserci ne va del proprio essere.
Come fa esperienza del proprio “ci”, della propria gettatezza l’esserci è già sempre situato, emotivamente.
L’esserci è situazione emotiva, sentirsi situato emotivamente. La Befindlichkeit  è il come, il modo in cui l’esserci si trova aperto nei confronti del puro e semplice fatto di esistere: rispetto al nudo «che esso è»1. Non più solo semplice-presenza, persa nel mondo: l’esserci si scopre, svelato, come semplice-esistenza. L’esserci è ex-sistenza, è essere-oltre ciò che il quotidiano sguardo dell’esserci, errabondo, ha del proprio essere. In quanto ex-sistenza, è pro-getto: esistenza progettante.

La situazione emotiva è struttura dell’esserci, il quale, in quanto situato, gettato, rimesso, è emotivamente intonato. Ogni situazione emotiva, ogni essere-situato dell’esserci è già fenomeno. Nella fenomenologia ontologica, o ontologia fenomenologica heideggeriana (ovvero, fondamentale: fondamento è il fenomeno, la cosa stessa), manifestazione del fenomeno dell’esserci in quanto essere-emotivamente-situato è la tonalità emotiva, ovvero, “lo stato d’animo”. Precisa il filosofo: vi sono tonalità emotive sorgive dall’autenticità dell’esserci, e tonalità emotive sorgive dall’inautenticità dell’esserci. L’esserci percepisce l’autenticità o l’inautenticità dell’essere del proprio esserci già sempre secondo le tonalità emotive che vive: la vita, l’esserci, è già sempre tonalità emotiva. A tal guisa, Heidegger riporta due exempla, dai quali appunto comprendere cosa egli intende per tonalità emotive: la paura e l’angoscia. Molta è la confusione intorno a tali stati d’animo, ragionevole data l’ambiguità caratteristica di entrambi. L’indagine attorno alle tonalità emotive dell’esserci costituirà il corpo centrale del presente elaborato.
Avanzeremo così nella “notte” dell’esserci: non più perso nel mondo ma preso, assalito dall’angoscia, proprio dentro il più familiare dei mondi circostanti, l’esserci non si trova più a casa, neanche nell’ambiente più vicino e fidato. Allora, si scoprirà come possibilità: scoprirà il proprio essere, l’autenticità del proprio essere, come possibilità. Una possibilità massima solo apparentemente contradditoria: l’essere-per-la-morte dis-vela all’esserci il proprio essere, come ni-ente, come non-ente. Per l’appunto, oltre l’ente, ovvero ex-sistenza. In una parola: leben.

Ciò che nella domanda è in domanda è l’essere che avverto, ex-per-isco come Stimmung, come tonalità emotiva, come stato d’animo, come vibrazione. Io sono toccato da ciò che cerco, ovvero gettato nel cercare. Per questo lo cerco. La gettatezza è allo stesso tempo pro-getto. È una co-struttura. L’esserci è quell’ente che in quanto è gettato nel mondo, gettato in ciò che è, si lascia toccare da questo getto (che è dell’essere dell’esserci) e in questo getto che lo tocca e lo riguarda, progetta se stesso. Questo pro-gettare se stesso,questo gettare-innanzi se stesso, è trascendenza, è esistenza. Essere già sempre oltre. Non in senso religioso: non è verso dove, ma è oltre, in senso ontologico, costitutivo: fenomenologico. L’esserci ontologicamente non è già, lo ripetiamo, de-finito (non ha una essenza che lo determini). l’esserci è in quanto poter-essere, in quanto possibilità.

Un esempio: l’esserci, gettato nella domanda sul senso dell’essere dell’esserci, progetta se stesso, articolando la domanda. Per tale ragione, la domanda filosofica è un movimento che modifica, determina, l’essere dell’esserci, quest’ultimo è, pertanto, sempre comprensione. L’esserci è sempre in gioco: sempre ne va del proprio essere, costantemente. L’esserci è il suo – ci, è il mondo che è.
L’esserci non è un soggetto, non una coscienza atta a conoscere teoreticamente oggetti, res. La realtà dell’esserci è progetto situato, situazione emotiva comprendente, ovvero comprensione sempre emotivamente situata. Non c’è quindi solamente questo elemento del trovarsi, dell’essere gettato di volta in volta in una particolare situazione, a caratterizzare l’esserci in quanto aperto alla fatticità del proprio esistere.

L’esserci non solamente percepisce una tale situazione, ma anche avverte un tale suo percepire. Ciò è dovuta al fatto che vi è una particolare riflessività nello stesso sentire, tale che esso risulta al tempo stesso un sentire di sentire, il quale tuttavia nulla ha a che vedere con un’autocoscienza di tipo teorico.
Ecco perché l’ambito degli stati d’animo, delle emozioni, delle passioni, degli umori, può essere una delle modalità in cui il mondo è aperto all’esserci. Lungi dall’essere ricacciate nella sfera dell’irrazionale o dell’inconscio, le passioni, in quanto modalità del sentirsi-situato,riacquistano una dignità filosofica, venuta meno dopo Aristotele.
[…]
Così Annalisa Caputo modifica il testo del “primo” Heidegger, I concetti fondamentali della metafisica.

Una tonalità emotiva c’è già da sempre. È una sorte di atmosfera nella quale ci immergiamo e dalla quale veniamo poi pervasi ed intonati (durchstimmt). […] Non è un ente, ma il come fondamentale del nostro essere […] e – ciò implica immediatamente anche – del nostro essere con gli altri. […] maniera d’essere nel senso della melodia: non qualcosa che fluttua al di sopra di un presunto sussistere autentico dell’uomo, ma ciò che gli dà il tono, cioè accorda, dispone e determina (stimmt und bestimmt) il modo del suo essere.

Le tonalità emotive non nascono dal nulla. Sono un mutamento della nostra accordatura con il mondo. E questa intonazione non è né il soggetto né l’oggetto a causarla, ma c’è già e sempre. È impossibile non essere affettivamente intonati per il fatto stesso di essere uomini, esserci.
[…]
Nell’angoscia, noi diciamo, uno è spaesato, ma dinanzi a che cosa c’è lo spaesamento. E cosa vuol dire quel “uno”, non possiamo dire dinanzi a che cosa uno è spaesato. Perché lo è nell’insieme. Non c’è una cosa che mi angoscia. Tutte le cose e noi stessi, nell’angoscia, sprofondiamo in una sorta di indifferenza (Gleichgültigkeit, ovvero “tutto vale allo stesso modo”. L’ente non ci parla più, non ha più niente da dire). Questo, tuttavia, non nel senso chele cose si dileguino, ma nel senso che proprio nel loro allontanarsi, le cose si rivolgono a noi. È questo allontanarsi dell’ente nella sua totalità che nell’angoscia ci accerchia, ci angustia, non rimane a noi nessun sostegno.25

L’angoscia per la morte non è, dunque, la paura davanti alla morte. Nella paura l’esserci è preso dal tentativo di sfuggire alla morte [deiezione], mentre nell’angoscia davanti alla morte si è all’interno di una strana calma,consapevolezza, la possibilità dell’impossibilità dell’esistenza, dell’esserci in quanto esistenza, in quanto io temporalmente strutturato.
Semplicemente, nell’angoscia per la morte, le cose cessano di imporsi su di noi. Cessa la forza impositiva e deiettiva della pubblicità del mondo.
Nell’angoscia per la morte è come se essa si allontanasse da noi. Quando questo avviene noi guardiamo la nostra vita quotidiana come dall’esterno, in una situazione, appunto, di spaesamento.24

V.COSTA, Heidegger, 66
25 M. HEIDEGGER, Che cos’è metafisica?, 50

In questo sprofondare di tutte le possibilità emerge però la temporalità dell’esserci come temporalità finita, e il futuro finito diventa costitutivo del
nostro Esserci in quanto totalità. Il pensiero della morte in quanto possibilità suprema, il cui realizzarsi annullerà tutte le altre possibilità esistenziali, fa emergere, infatti, la possibilità di una decisione autentica attraverso cui l’esserci può ri-petere la domanda sul senso dell’essere del proprio esserci, ovvero ri-appropriarsi della propria esistenza. In rapporto alla morte il mio essere un fondamento inconsistente o nullo (nichtig) è di fronte a me e io sono richiamato a identificarmi con le mie possibilità, a decidermi per esse. E questa autocoscienza è anche il presupposto dell’etica, poiché solo avendo scelto se stesso, cioè chi vuole essere, quale è il suo progetto, l’Esserci può essere responsabile. Infatti, solo un essere che si rapporta alla sua morte è sollecitato a definire chi vuole essere. L’angoscia danti alla morte sorge, pertanto, quando la totalità stessa del nostro mondo, nella deiezione così rassicurante, ci colpisce con il carattere dell’insignificanza, quando emerge che le fondamenta del nostro essere non le abbiamo poste noi. Facendo apparire il mondo come un tutto limitato, allontanandolo da noi, «l’angoscia apre l’Esserci come esser- possibile , e precisamente come tale che solo a partire da se stesso può essere ciò che è: cioè come isolato e nell’isolamento».26

Allontanandomi dal mio mondo, facendomelo sentire improvvisamente “estraneo”, l’angoscia mi fa comprendere che sono libero, che davanti a me stanno, seppure all’interno di uno spazio di manovra circoscritto e finito, possibilità d’esistenza, «l’angoscia rivela nell’Esserci l’esser-per il più proprio poter-essere, cioè l’esser-libero-per la libertà di scegliere e possedere se stesso»27. Nell’angoscia sono ricondotto a me stesso perché mi si manifesta la mia esistenza nella sua totalità, la mia esistenza come totalità temporale, temporalmente strutturata, e sono invitato a scegliere di essere quello che sono, a pormi come soggetto responsabile delle mie azioni.28

«Infatti l’angoscia ci isola e ci rende insostituibili, facendo emergere proprio quello che il Si aveva nascosto sotto la struttura del “si fa così”»29. Pertanto:
Questo isolamento va a riprendere l’Esserci dalla sua deiezione e gli rivela l’autenticità e l’inautenticità come possibilità fondamentali del suo essere. Nell’angoscia le possibilità fondamentali dell’Esserci, che è sempre mio.

Essere pienamente mortali. Vivere fino in fondo la propria finitezza. Come è possibile questo? Roccia, albero, cavallo, finiscono, ma non vivono
la propria morte. Solo l’uomo muoreμ perché solo lui è capace di vivere nel precorrimento, nell’avvertimento, nell’anticipazione che tutto ciò che è, da un momento all’altro, potrebbe anche non essere.
Avviene un ribaltamento:«vanno rivisti i concetti di tutto, di compiutezza, di essere, di temporalità. La morte diventa essere-per-la-morte; la perfezione autenticità, l’essere tensione; la temporalità attimo».

Sein zum Tode,

essere verso la morte, essere tale da tendere alla morte: è il tentativo di vivere la propria “colpevolezza” (nullità) nel modo più pieno e meno sfuggente possibile.
È il riuscire ad av-vertire il tempo non come uno scorrere indifferenziato di istanti, da riempire come capita, ma come il kairòs della mia esistenza.
Essere verso la morte: essere pienamente, consapevolmente, in maniera intensa e grata, mortali. Così la mortalità può essere vissuta e non subita. Trasformando gli istanti della dispersione in temporalità autenticamente umana. La temporalità autentica non è quella del passato-presente-futuro,
ma quella dell’av-venire, presentare, esser-stato. Essere mortali significa vivere il tempo innanzitutto nell’av-venire (Zu-kunft). Non il mero aspettarsi qualcosa di futuro, ma è mantenere aperte di volta in volta lepossibilità che mi pervengono, certamente non infinite, ma pur sempre “qualcosa”, che posso anche perdere (o possono farmi perdere), ma che posso anche tentare di compiere (e di vivere autenticamente). Avvenire significa allo stesso tempo raccogliere ciò-che-è-stato (Ge-wesen). Non il mero passato (un accaduto di fatti), ma ancora un tenere insieme tutti i poter-essere diventati realtà, sempre vivi dentro di me: sono la mia storia.
Ge-wesen come raccolta (Ge-) dell’essenza (Wesen) che mi ha caratterizzato fin qui: storia che posso portare avanti sulla stessa scia o

CONCLUSIONE

posso ricominciare da campo, mai de-finita, sempre da ri-petere , ri-compiere. Un continuo e tensivo ri-appropriarsi della propria mortalità,
della propria temporalità. E, infine, l’avvenire, confrontato continuamente con ciò-che-è-stato, significa vivere il presente come un continuo
presentare (Gegenwärtigen): lasciar venir incontro ciò che si presenta nel mondo; accogliere ciò che ancora non è e ripensare ciò che già è in base alla situazione emotiva (intesa come Stimmung: mai scissa dalla fatticità dell’esserci) in cui mi trovo ad essere. Questo fenomeno unitario dell’avvenire
che contemporaneamente è stato e che presenta è la temporalità (Zeitlichkeit), ovvero, l’essere dell’esserci e costituisce il senso della cura autentica. Questa è la svolta (kehre) ontologica heideggeriana. Le modalità della temporalità (a; dietro; presso) sono le estasi temporali, gli slanci nei quali l’uomo, in quanto ek-sistente travolto dal divenire, si ritrova allo stesso tempo in sé e fuori di sé. Si ritrova inautenticamente come passato-presente-futuro (la temporalità è colta come susseguirsi di istanti); si ritrova invece autenticamente come anticipazione, ripetizione e attimo (la Zeitlichkeit è colta come kairòs).

Essere verso la morte significa non rendere l’avvenire un mero aspettare indaffarati lo svolgersi del domani, ma pre-correre (Vorlaufen) le situazioni e i loro sviluppi, e lasciar pervenire solo quei modi d’essere che portano all’autentico prendersi cura ed avere cura. Non dimentico ciò che ho fatto, come se non fosse mai stato mio, ma riprendo (ripeto, Wieder-holung) ciò che corrisponde al mio poter essere più vero, lasciando cadere ciò che si è rivelato improprio, aprendomi a ciò che può portare più in là la mia tensione esistenziale. Inoltre, non riduco tutto assolutamente al presente – non soffermandomi su niente veramente e aggrovigliandomi sui miei istinti e bisogni momentanei. Ma soffermo lo sguardo degli occhi (attimo, Augen-blick) in quegli angoli di realtà, volti, che davvero costituiscono il motivo per cui mi alzo la mattina.
«[…] Ed era-passando-la-notte nell’orazione di Dio».30 Passare la notte, vivere l’angoscia attraversandola, non come un cataclisma, una punizione, sebbene un peso, libera l’uomo dall’omologante sguardo del Si e lo pone di fronte a se stesso. In questo porsi davanti a se stesso, in questo situarsi autentico, l’uomo diventa capace di aprirsi (Erschlossenheit) al mondo: di disvelarsi (a-letheia) nel suo autentico essere, di dischiudersi, e quindi di de-liberare, a sua volta già liberato, di de-cidere, di tagliare una chiusura (Entschlossenheit) per liberare, sciogliere, uscire all’aperto.

1 A. CAPUTO, Pensiero ed Affettività, 269
26 M. HEIDEGGER, Essere e Tempo, 229
27 Ibidem, 229
28 A. FABRIS, Essere e Tempo, 122
29 V. COSTA, Heidegger, 68
30 LUCA, Vangelo, cap. 6,12

Giorgio Linguaglossa

Non è un caso che nelle posizioni più intelligenti della nuova ontologia estetica l’attenzione dei poeti si rivolga al Nulla inteso quale possibilità sempre aperta che si da all’esserci, non semplice modalità esistentiva quanto come analitica esistenziale e fenomenologica con cui si dà l’esserci, tra apertura (Erschlossenheit) al mondo e chiusura (Entschlossenheit).

Il problema del Nulla e del Niente, viene analizzato da Heidegger a partire dalla considerazione della problematica fatta nella prolusione Che cos’è metafisica?. In questo breve scritto Heidegger attribuisce al Niente una posizione positiva, non lo considera come un “vuoto d’essere”, una “assenza”. Al contrario, esso si dimostra essere la condizione del darsi degli enti. Dinanzi al Niente, l’Esserci è rimandato all’ente. La manifestazione del Niente toglie quindi l’Esserci dallo stato tranquillizzante della deiezione quotidiana nell’ente intramondano, e gli dà la possibilità di comprendersi come “fondamento infondato”. La “decisione anticipatrice” viene interpretata come “non abbandonare il Niente”, che si mostra nell’esperienza dell’ente, come sua condizione di possibilità, apertura progettante nell’orizzonte degli enti intramondani.

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7 risposte a “Livio Cinardi, Sulla situazione emotiva quale struttura dell’esserci, Poesie di Carlo Livia, Giuseppe Talìa, Marina Petrillo – Giorgio Linguaglossa, Perché la spazzatura?

  1. Parla Giorgio Agamben

    https://www.raiplayradio.it/audio/2019/09/quotLa-parola-che-vienequot—-Incontro-con-Giorgio-Agamben–63345dbc-9e1c-4a10-93aa-9a5cc1d38596.html?fbclid=IwAR1HmPIz59PNNYZMaeQY7pHA2UakfLpDmpoc9ZE9BbK7WsS_GDEX3Canu28

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/07/18/lorizzonte-degli-eventi-e-abitato-da-figure-le-figure-sono-propriamente-lorizzonte-degli-eventi-e-gli-enti-transitano-in-questorizzonte-lessere-e-cio-che-si-dice-poesi/comment-page-1/#comment-59273

    Sulla posizione come Stimmung e sulla poesia dei polinomi frastici

    La poesia nasce sempre da una «posizione». L’uomo prende una «posizione» nella vita di tutti i giorni. Ed intona un accordo, una voce. Prima o poi è necessario prendere una «posizione», non ci si può sottrarre a questa esigenza, non possiamo sottrarci tutta la vita a questa necessità. I poeti che si sottraggono a questa necessità, in realtà fanno chiacchiera, producono parole superflue e imbonitorie, polinomi frastici. L’esserCi è già sempre situato emotivamente in una «posizione», siamo ciò che la posizione ci dice di noi.

    Oggi va di moda restare nella «posizione» indifferenziata (Gleichgultig) perché la si ritiene più idonea di vantaggi immediati: ma si tratta, appunto, di vantaggi immediati, che reclamano visibilità, vetrina, applausi, I like, auto storicizzazione. La produzione di polinomi frastici ha oggi raggiunto livelli di allarme, si tratta di un rumore di fondo che cresce ogni giorno di più. Recentemente ho detto ad un poeta che mi chiedeva il mio parere che la sua poesia rivelava che aveva cessato ogni ricerca. L’autore in questione mi guardò sbigottito, e allora io gli chiesi se voleva rispondere a questa domanda: «Quale poesia scrivere dopo la fine della metafisica?».
    La risposta è stata il silenzio.

    Quello che io intendo è una «posizione» esistenziale, una modalità, una Stimmung, un modus non una «posizione» utilitaria, o comunque sinallagmatica e privatistica, è di una posizione metafisica ciò di cui io parlo, che abita il passato remoto, che poi è la dimensione dove regna l’Assoluto, e la dimensione del futuro dove regna l’Aleatorio, colui che verrà e di cui nulla sappiamo. È difficile inoltrarsi nel passato dell’Assoluto, ma solo sondando quella soglia di cui non vi sono orme ma solo tracce che noi possiamo attingere ciò che è a noi proprio e ciò che è di più intimo a noi.

    Se c’è un aspetto che la nuova poesia non possiede è il cinismo. I cinici di oggi scrivono una poesia comunicazionale e istrionica, pensando di apparire à la page. Gli autori della nuova poesia non sono cinici e neanche disperati, sono semplicemente neutri, raffreddati, siamo tutti quanti affetti da raffreddore, un raffreddore invisibile, impalpabile, incorporeo… un po’ come le parole che abitiamo ed impieghiamo: parole neutre, raffreddate, congelate se non ibernate. Noi sappiamo che con quelle parole non possiamo costruire che cattedrali di carta che un alito di vento sgomitola…

    La poesia posiziocentrica che fanno i cinici, i produttori di polinomi frastici e che va di moda oggi è piena di un io ipertrofico, ricca anche di ironia e di sarcasmo narcissico. Ebbene, quella poesia non ci appartiene, come non ci appartiene il gesuitismo destrista e postruista dei «poeti» di comunione e liberazione che abbracciano ideologie e politiche razziste…

    «…una sindrome sociale psicopatologica che è stata definita dal filosofo tedesco Peter Sloterdijk col nome di Zynismus per distinguerla dalla corrente della filosofia antica che in tedesco si chiama Kynismus.
    Il cinico dei giorni nostri sarebbe, secondo Sloterdijk, un melanconico ancora in grado di controllare i suoi sintomi depressivi, mantenendo una capacità produttiva. Mentre il cinismo antico era una forma estrema di individualismo in lotta con la società del suo tempo, il cinismo moderno è qualcosa di così capillarmente diffuso nella società occidentale da costituire la vera garanzia di integrazione in qualsiasi ambito d’attività. Quanto al rapporto che l’individuo ha con sé, esso si riduce a un lavoro di autorappresentazione, di costruzione di un’immagine di se stessi che sia conforme ai modelli suggeriti dalla pubblicità, dalla moda e dall’industria culturale.
    In questo vuoto intellettuale, spirituale e affettivo sono le provocazioni del consumismo sfrenato e del neonazionalismo ad avere la meglio su qualsiasi progetto razionale…»,1

    1 M. Perniola, Miracoli e traumi della comunicazione, Einaudi, 2009, p. 107

  2. Carlo Livia, inedito di prossima pubblicazione, La prigione celeste, con Progetto Cultura

    From here to nothing

    Attraverso la notte sacramentale, nuda, trascinando l’anima del bambino
    morto. Un vecchio mi vede da lontano e grida. Vuole uccidermi, ma diventa di marmo.

    Cado nel groviglio francese. E’ piacevole. Il dolore cresce lontano. Divento
    Auschwitz. Con le cosce dell’uragano Gloria, e un sesso trionfale con precipizi in fiore. Ritorno nel parco giochi. Un cipresso cieco, furioso, mi sbarra la strada. Ha tutti i morti in mano.

    La rugiada delle fanciulle è spesso un addio viola. Segue le croci verso il buco nero, senza domande.

    La veste vergine si affaccia dall’incesto, spargendo protoni mortali. Sul
    davanzale intermedio traducono i morti in euro.

    Dall’amplesso centrale cade un si minore. Biondissimo. Inestricabile dai
    lunghi serpenti del profondo. Si staglia nel cielo lastricato di dei. Sul viale
    ormonale appena risorto.

    Nell’aria un uccello infelice. Diventa un peccato. O un flauto celeste, troppo
    sottile. Mi trafigge il cuore. Per fortuna mi addormento. In sogno attraverso le
    cascate.

    Entro nel bacio indicibile. Umido di morte scampata.

  3. Andrea Brocchieri

    Il § 159 dei Beiträge presenta in poche righe i termini essenziali del discorso che vogliamo mettere in luce:

    L’ essere, nel retro-flettersi, è essenzialmente una frattura (è potenza [Vermögen, condizione di], ma non pensando a partire dalla possibilità, che sinora è stata concepita sempre muovendo dall’ente inquanto ‘factum’ [Vorhandenes].Divaricare questa frattura, con ciò stesso aprendola come signoria di ciò che è più degno di riguardo,il sopravanzare della scaturigine [vorspringender Ursprung]. La signoria è, o meglio resta come un lascito, non viene essa stessa lasciata da altro, ma è essa che concede di insistere nella scaturigine[die ständige Ursprüngligkeit]. Laddove l’ente subisce una trasformazione a partire dall’essere, cioè laddove esso viene accordato al suo fondamento, lì vige il vincolo alla signoria di ciò che è più degno di riguardo. La signoria del ragguardevole è l’obbligazione del libero al libero [del libero all’aperto e dell’aperto al libero]. Essa dispiega la sua signoria avendo luogo come ciò che, nel rapporto con le cose, ad esse non è vincolato [Unbedingtheit] e così si manifesta nell’ambito della libertà. La sua grandezza consiste in ciò, che essa non ha bisogno di potere [Macht] e con ciò di nessuna costrizione[Gewalt] e tuttavia risulta agire più efficacemente [bleibt wirk-samer] di ogni potere e violenza,sebbene in quella specie singolarissima della sua propria [ihrer] consistenza (la continuità da lungo apparentemente interrotta dei momenti in cui ha rivolto lo sguardo a sé [«der zu sich bezogenen Augenblicke»]).

    Schematizziamo: Alla fine della metafisica, attraverso una risonanza (Anklang) 34e retroflette l’essere indietro nel tempo, la fine s’incontra con il suo momento iniziale.

    In questo incontro l’essere non appare più solo come l’uniforme presenza dell’ente, ma – all’inverso di quel che risaltava nel primo principio –ora emerge e prende rilievo l’essere come assenza (Ab-wesenheit), come sottrazione (Entzug).Questo è ora l’elemento dominante, ciò che è da pensare. La storia della metafisica si spinge oltre se stessa (Sprung), si retroflette e ricade indietro, spezzando l’ordine del suo tempo cronologico;questa frattura (Zerklüftung, Kluft) nell’essere fa insieme emergere (1) l’essere come assenza e (2)la possibilità dell’altro principio, vale a dire del principio di un’altro mondo storico. Il gioco passa all’altro principio (Zuspiel).10

    Si tratta anche qui di “saltare” attraverso questa frattura storica che ci consentirebbe di raggiungere la nostra propria origine, di er-eignen (raggiungere) il luogo (Ort) da cui siamo venuti e da cui – in ogni caso – ripartiremo. Er-eignis, in senso “seinsgeschichtlich”, indica questo evento del ricongiungimento con il luogo originario, l’autentica Heimat dell’Occidente, cioè l’esserCi pensante del primo pensiero greco. Qui Heidegger ripresenta la dinamica della possibilizzazione di Sein und Zeit esplicitandone il senso storico, ovvero la ribalta sul piano non prioritariamente esistenziale ma prioritariamente dellastoria dell’essere. Da questo punto di vista l’Ereignis è il gioco che possibilizza il mondo storico.

    10 «Eine wesentliche Kluft ist das Sein in der Zurückgebogenheit (Vermögen, aber nicht von Möglichkeit her, die immernur bisher aus dem Seiendem als Vorhandenem gedacht wurde).Diese Kluft zerspalten und so einig klaffend als Herr-schaft, vorspringender Ursprung. Herr-schaft ist, besser west alsVermächtnis, wird nicht selbst vermacht, sondern vermacht die ständige Ursprünglichkeit. Überall, wo das Seiende aus demSeyn verwandelt, d.h. begründet werden soll, ist Herrschaft notwendig.Herrschaft ist die Notwendigkeit des Freien zum Freien. Sie beherrscht und west als die Unbedingtheit im Bereich derFreiheit. Ihre Größe besteht darin, daß sie keiner Macht und somit keiner Gewalt bedarf und doch wirk-samer bleibt als diese,wenngleich in der ureigenen Art ihrer Beständigkeit (der scheinbar auf lange hinaus unterbrochen Stetigkeit der zu sichbezogenen Augenblicke)». — Le ultime righe si riferiscono a quando la signoria dell’essere è venuta come tale alla parola in rari momenti della storia del pensiero. Riguardo alla possibilità che la possibilizzazione del pensiero si retrofletta indietro verso l’essere cfr. la conclusione di questo saggio.

    In una specie di inversione del «ego in tempora dissi lui, quorum ordinem nescio» di Confessiones, XI, 29 (39): mi sono sbriciolato nel tempo, di cui ignoro l’ordine.

    1. Superamento della prospettiva fondazionista (trascendentale)

    L’inutilizzabilità del lessico della metafisica dipende certamente dal fatto che nel pensiero dell’Ereignis “tutto s’inverte”: ma in che senso? – Non si deve pensare che s’inverta il senso della ricerca, che in Sein und Zeit procedeva dall’esserCi verso l’essere, passando alla direzione opposta: dall’essere verso l’esserCi. Ciò che s’inverte è prima di tutto l’orientamento fondazionista (in senso trascendentale, come ricerca delle condizioni di possibilità).Questo abbandono dell’orientamento fondazionista-trascendentale dipende, geneticamente, dal passaggio dalla concezione della verità come Erschlossenheit “illuminata” nel Verstehen, tipica di Sein und Zeit, alla scoperta della verità come contrasto di latenza/illatenza, per cui non c’è Lichtung senza Dichtung, non c’è la radura senza il folto del bosco, non c’è diradarsi di possibilità senza l’addensarsi del pericolo.L’orientamento fondazionista di Sein und Zeit, per cui l’essere è il trascendentale (e l’esserCi il“puro transcendens”), trapassa nella concezione per cui «das Wesen des Seins das Spiel selber ist» (Identität und Differenz, p. 58).
    E il gioco non è a sua volta fondato: esso è ab-gründig (senza fondamento, senza che vi sia preventivamente un “terreno di gioco”) e scaturisce soltanto dall’entrare in gioco di ciò che può giocare.Che ne è del Dasein in questa prospettiva? Diremmo che l’esserCi è un aspetto e un momento di questo gioco, in cui “si verifica” (west) l’essere. In una delle prime pagine di Die Geschichte des Seyns della φύσι”.
    Ma la traccia da lungo tempo è stata cancellata – mai si potrà semplicemente ripercorrere, è da ritrovare invece con il proprio passo».

    L’aletheia è dunque una pista perduta (un Holzweg). Perché? – perché l’aletheia era esperita come la non-latenza della
    φύσι” nell’aletheia ? Esso è custodito come sottrazione (OK ), ma solo così, perché la latenza non venne pensata come tale e nemmeno la sottrazione venne pensata in riferimento alla latenza come tale; invece la latenza venne pensata subito in riferimento all’ente, come stato latente (imperfetto e potenziale) dell’ente, non come latenza dell’essere. Da questa idea di latenza come stato potenziale dell’ente deriva poi il “destino” della
    possibilità nel corso storico della “metafisica”.

    metaphysischen Scharfsinn. […] Möglichkeit – Wirklichkeit – Notwendigkeit können als Ausgang eines überwindenden anderenFragens nach der Wahrheit des Seyns dienen, aber dann sind sie schon nicht mehr “Modalitäten”.9

    Ecco il testo in citazione integrale:

    Das Da-sein
    Wer sagen könnte!Die Lichtung des Seins.
    Gründender
    Grund ihrer sein.
    Dieses selbst nicht = Menschensein, sondern dieses als Wächterschaft und Stiftung.Das Da-.Eine Spur davon in der O.PQεια der φύσι”
    .Aber längst ausgelöscht ist die Spur – nie einfach wieder zu betreten, sondern aus eigenem Gang zu finden.

    L’esserCi.
    Chi potrebbe dirlo!La radura [Lichtung] dell’essere.
    Essere terreno che le dà fondamento
    Quest’ultimo in sé non = essere umano, ma vigilanza e preparazione [cfr. «vigilate, estote parati», Lc 12,40]. Il -Ci. Una traccia laggiù, nell’aletheia della
    φύσι”.Ma la traccia è stata cancellata da lungo tempo – mai si potrà semplicemente ripercorrerla, invece è da ritrovare con il proprio passo.

    La parola Entschlossenheit non indica semplicemente una condizione dell’esserCi, ma una dinamica di chiamata-risposta (Ruf-Antwort) che costituisce l’esserCi come una determinata (cioè finita, storica) apertura del “mondo”. Ent-schlossenheit indica che la Erschlossenheit (schiusura) del mondo non avviene “per natura” (φύσει) ma nemmeno per un libero arbitrio (νόµῳ) ma nel gioco tra un “non” (Nicht: un’assenza che reclama risposta) e l’assunzione della responsabilità di questa risposta. L’essere vivente che è capace di ascoltare questo “non” e che se ne prende cura, si assume la responsabilità di dar luogo all’essere al posto di quel nulla. “Al posto di” non significa: mettere l’ente al posto del nulla, assumendosi un compito creativo
    (Sartre: se c’è l’uomo non c’è Dio) – ma significa: assumersi il compito di fare le veci di quel nulla come fondamento dell’ente; infatti quel“non”, essendo nullo, si presenta come Ab-grund, come un fondamento che non c’è. L’esserCi si chiama così perché esso c’è nel dar luogo all’essere dell’ente al posto del fondamento assente. Il modo in cui l’esserCi c’è non è però un autonomo sussistere ma è un e-sistere, perché c’è solo in quanto è spinto ad esserci come fondamento dall’assenza del fondamento: visto che quest’ultimo non c’è son costretto ad esserlo io.

    da https://www.academia.edu/5304733/Heidegger_la_possibilit%C3%A0_nel_pensiero_dellEreignis?email_work_card=view-paper

  4. 4 poesie di Fritz Hertz, pseudonimo di Francesca Dono
    da ilgrovigliodeirampicanti.it

    Quindi hai preso l’ombrello?

    Quindi hai preso l’ombrello ?
    Hai cambiato la gonna sporca?
    E’ tutto lì
    Prima il cappotto e le chiavi poi
    Il perno dell’ombra che varia
    dentro le vecchie scarpe
    Devi stare attenta tesoro…
    Le brutte orche svolazzano in aria
    Fuori piove bruciato

    *

    -in entrambi i casi-

    In entrambi i casi si amano
    Lui genera con mani esperte la quantità esatta
    dei porcospini
    Lei
    durante
    l’inverno
    addestra
    gli aculei
    quale coach
    per l’altra cucciolata
    Gradualmente
    un disegno
    netto e circolare
    l denti sono stati vaccinati per la rabbia
    Con loro due
    e nella massa del branco
    precipito davanti a tutti i pianeti

    *
    quando il prossimo ciclone?

    Questa la neve nel pasto dell’inverno
    Le stelle in battito-antidoto al tamburo incerante
    Per via delle particelle vuote
    Due cani-drago all’alba della notte
    Non lo Zenit tropicale
    Yankee e Aborigeni avviluppati senza parole
    Un passaggio a livello
    La transenna abbassata
    Energicamente di loro
    Le chiome canute
    Gli alberi ammorbati dal cimurro
    Il groviglio dei rampicanti
    I tafani succhianti il granulo botanico
    Forse non era tempo
    Si… circa un paio di ore
    In ogni caso
    il veleno dolce e lucente
    Tutto dentro corpi mostruosi
    Ora
    (amantemia)
    quando il prossimo ciclone?

    *

    lettera alla signorina Kantera

    L’ha fatto tante volte in un giorno , gentile signorina Kantera. Proprio ieri alle sette e trenta ne avevo contate dieci. Sono troppe. Nessun rimedio. Non mi chieda il nome di quello lì né se la caldaia del palazzo funzioni a dovere. I termosifoni sono nel gelo più bruciante. Ad esempio; il signor Hush sbatte il cancelletto dell’ingresso e i bambini dei vicini lanciano aeroplanini di carta fino al cavedio . Gentile signorina Kantera, in fondo, mi chiedo se questo formicaio è un agghiacciante allevamento di corpi o l’antenatale della tomba a cui siamo destinati. Il gatto? Si nutre con rapidi colpe di zampe. Non me ne voglia. Sembra domestico, ma si è ormai inselvatichito da tempo . C’è aria di inverno . La nuova inquilina ha i tacchi rumorosi. Per darle un’idea di un altro imbroglio ; l’ascensore è in blocco da novecento minuti. Naturalmente non incontro nessuno eccetto un’ ombra dalle gambe incrociate. Ha senso essere il numero 23 sul citofono? Ecco perché tutta le lettere tornano indietro.

  5. Se mi riferisco a questi versi di Marina Petrillo

    “Fummo elementi del Tutto, a lui affini,
    poi in dimenticanza sorse un idioma a cui porgemmo inchino.

    Poeta, la cui vacuità declama versi.”

    del componimento poetico proposto dall’amico Linguaglossa su questa pagina, non posso fare a meno di accostarli a quelli di

    Dunya Mikhail

    La partita

    “È soltanto una pedina
    mossa da una regina demente
    […]
    È soltanto un giocatore
    mosso da una vita vuota
    […]
    È soltanto una vita
    mossa da un dio confuso

    che un giorno ha provato
    a giocare con l’argilla
    […]
    È soltanto un dio
    che non sa come uscire dal guaio in cui si è cacciato”

    dove l’anafora “E’ soltanto” assale e assedia il lettore come una campana dai rintocchi senza fine… Sullo sfondo, senza nominarla, si avverte la Capitale dell’IRAQ sventrata dai bombardamenti…

    (gino rago)

  6. Settecento anni.

    Il basso e l’alto erano fratelli. L’alto aveva la testa d’oro zecchino
    piantata su otto metri di corpo sorretto da numerosi ferri.

    Il basso era di pochi centimetri. Ma sapeva tutto di sport
    era molto loquace e non gli mancava il senso dell’umorismo.

    Insieme facevano una bella coppia; nonostante l’alto
    fosse più giovane; era nella compagnia degli astronaviganti

    ma niente sapeva di glicini e muri di radica; perché mai
    si amassero; quale vino scorre a sinistra del cuore,

    e perché la stagione dei deserti è tanto bella a Nord.
    Come fare per colpire duro alle caviglie. Eh eh.

    .

    La loro comunità era destinata a scomparire.
    Dove vivevano il giorno durava settecento anni;

    A vent’anni non ci arrivava nessuno. Nemmeno a quindici.
    La vita scorreva tanto lenta che anche per un saluto

    occorrevano secoli; durante i quali si provava amore
    in tutte le maniere. E più che andarsene si ritiravano

    in loro stessi. Perdevano la vista. E quella era la loro morte.

    .

    L’alto finì su un pianetino di nemmeno dieci miliardi di anime;
    visse in un fossato per l’irrigazione dei campi e divenne scrittore.

    Il basso, dicono che per fare una stravaganza si sposò.
    Seguì un punto interrogativo durato quasi cent’anni.

    Poi l’intero pianeta scomparve. Qualcuno di ancora tre
    quattrocento anni, vive perché depositato in uova di gallina.

    Non si ha precisa idea di come siano fatti gli umani.

    (May – set 2019)

  7. Simone Carunchio

    IL GIOCO DELLE SOSTITUZIONI
    Cari dell’Ombra delle Parole,
    No, purtroppo no, non riesco proprio a mettere in relazione il pensiero dell’Heidegger con una presa di posizione etico/morale nel mondo e con la morte della metafisica.
    Come sapete, in una lettera di un paio d’anni fa, in seguito pubblicata sulla rivista, ho già espresso la posizione per cui mi pare che non sia la metafisica a essere venuta meno, quanto piuttosto l’ontologia. Forse si tratta solo di intendersi sui termini e sui vocaboli e il loro relativo significato, ma il fatto che con le lettere non si riesca più a comprendere l’Essere – perché troppo vasto e complicato – come lo si riesce a comprendere con la fotografia o con il cinema, o, addirittura, per altro verso, con la musica, mi rende il discorso sull’Essere, appunto, alquanto riduttivo. Forse è anche per questa ragione che l’operare degli autori è divenuto sempre più ipertrofico col passare dei secoli: fogli su fogli su fogli in iperproduzione!! (e non che io ne sia immune).
    Secondo detta impostazione, pertanto, il raffreddamento delle parole è perfettamente comprensibile: esse, le parole, che si trovano nella metafisica, non hanno più un rapporto diretto con l’Essere. E quindi l’ontologia è venuta meno. Ma sostituendo ‘ontologia’ con ‘metafisica’ il discorso non cambia.
    Si tratta di un discorso estetico che mi sembra che sia molto pericoloso accostare a un discorso etico. Non è facile disperdere il sé nell’esistenza (che sia metafisica o ontologia poco cambia) e tenere al contempo una posizione morale.
    Ancor meno, mi pare, mediante il pensiero dell’Heidegger. Il pensiero dell’Essere e il Nulla, infatti, mi pare rimanere nella logica binaria e nella logica dialettica a matrice teologica e teleologica, soprattutto quando il Nulla genera l’Essere nel quali Si è: L’EsserCi nell’Essere generato dal Nulla. È così, no? Ebbene, se al termine Nulla si sostituisce il termine Dio, ecco che ci ritroviamo, per esempio, con il medesimo pensiero di Maestro Eckhart (ma a questo riferimento se ne potrebbero sostituire molti altri).
    Quest’ultimo era un mistico cattolico in cui Dio creatore è il negativo di tutto e l’esperienza mistica è il contatto con questa nullificazione costante che genera … il tutto, l’Essere. Per percepire la nullificazione occorre annullarsi nella stessa nullificazione.
    Annullarsi e quindi lasciarsi andare alla provvidenza, a quello che avviene; accettare ciò che si presenta come un tutto bello, buono, giusto e utile perché tutto opera del divino Nulla. Ma in questo atteggiamento – emotivo quanto si vuole – non si riesce a ritrovare la morale: sì, è forse possibile parlare di un’etica, ma è certamente difficile praticarla ora dopo ora. Si tratta di una deriva, di un’estrema conseguenza, della dialettica retoricizzata.
    È questa ultima deriva della dialettica retoricizzata che ha permesso al Derrida di mostrare e dimostrare come detta logica sia favorevole all’istaurarsi di regimi totalitaristi.
    In chiave sociologica si tratta di omologazione e di uniformazione ai dettami del Potere (Danielou, per esempio, altro teologo – forse mistico – particolarmente in gamba, ha infatti grossissimi problemi a giustificare la Chiesa).
    Da tale impasse ha tentato di uscirne il Sartre, il quale, laico qual era, ha posizionato il Nulla nella coscienza di ognuno: il Nulla non genera l’Essere, ma genera l’Esserci: sicché l’etica non è più solo un discorso teorico ma può divenire una morale.
    Il discorso è interessante; e ai fini estetici ed etici è più coerente: ciò non contrasta con il venir meno del sé perché, comunque sia, l’Essere … c’è e c’è perché c’è l’esserci, del quale dunque si è responsabili, ognun per conto proprio, in quanto ognuno è un frammento dell’Essere
    E così il frammento, il frattale, il lacerto, il sostituto del sostituto, ecc., acquistano tutta la loro rilevanza e il discorso etico si riallaccia bene a quello estetico.
    Altra maniera di far corrispondere di nuovo i due piani (etico ed estetico) è quello di dar conto, in un discorso, della doppiezza di ogni fenomeno, o, meglio, della doppiezza del giudizio che può essere portato su ogni fenomeno: l’amore, per esempio: sia vincolo sia libertà; la bellezza: sia inferno sia paradiso … (il Baudelaire o la Fallaci stanno lì a ridersela sotto i baffi). E così qualsiasi Fenomeno, qualsiasi Aporia, può essere sostituita a un’altra (almeno secondo la matrice della medesima logica che la analizza, la sostiene e, in ultima analisi, la fa esistere).
    Corrispondenza che, invece, non mi pare evidente quando il Nulla è divinizzato.
    Mi auguro che queste poche righe rappresentanti pensieri possano aiutare a sviluppare la discussione.
    Vi ringrazio per l’opera che portate avanti e che seguo sempre con molto interesse.

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