Intorno alla generosità del Nulla, Una poesia di Giuseppe Talìa,  Lucio Mayoor Tosi, Commenti di Giorgio Linguaglossa, Matteo Pietropaoli, Francesco Paolo Intini

Antology How the Troja war ended I don't remember

Giorgio Linguaglossa

Che dire intorno alla generosità del «Nulla»?

Caro Giuseppe Talìa,

ho ascoltato il famoso pezzo che hai postato, The clash. Nel passato l’ho sentito svariate volte con un po’ di noia. Non nutro di solito molta accondiscendenza verso la musica rock, anche se mi piace molto Vasco Rossi, per il resto la musica rock mi sgomenta e mi annoia, come tutta la musica che cerca l’intrattenimento, ma capisco che deve essere così, capisco che tutto quel rumore deve esserci per essere. Tuttavia mi interessa la funzione semantica e ultra semantica della musica rock. Mi interessa la funzione ultra semantica e semantica del rumore. Possiamo dire che la musica rock è musica del pleroma. In un mondo troppo pieno è difficile fare esperienza del vuoto e del nulla, e poi del nulla non si dà esperienza, se è questo che si cerca; il nulla ci accompagna, accondiscendente, in ogni istante della nostra giornata. Il nulla non lo si può afferrare, il nulla sfugge da tutte le parti perché è in ogni luogo e fuori da ogni luogo, perché è dentro ogni luogo. A pensarci bene, il nulla è ciò che rende significativo ogni istante delle nostre giornate, guai a chi mi togliesse il gusto della fagocità e dell’impermeabilità del nulla! Penso che una poesia che non mi rimandi al pensiero, al cospetto e al sospetto del nulla, non mi interessa, non cattura la mia sensibilità né la mia intelligenza…

Ma, come si fa a catturare il nulla? Semplice, rinunciando a volerlo catturare, facendo un passo indietro rispetto al linguaggio, facendo un passo indietro rispetto all’io plenipotenziario… questo Volere Potere di cui è piena la pseudo poesia e la pseudo arte dei giorni nostri, questo voler mettere delle «cose» dentro la poesia lo trovo puerile oltre che supponente, la supponenza degli imbonitori e degli stupidi; questo voler fare delle «istallazioni» del nulla lo trovo un controsenso, il nulla non si lascia mettere in una istallazione, non lo si può inscatolare e mettere sotto vuoto spinto. Il nulla non si può conservare in frigorifero, non lo si può mettere in lavatrice o nella centrifuga, non lo si può nominare, non ha nome, non ha un luogo, non ha un mittente né un destinatario, non è un messaggio che si deve recapitare. Il nulla non è Dio, non c’entra niente con Dio. Il Nihil absolutum non è ed è al contempo. È ciò che assicura la sopravvivenza dell’essere fin tanto che l’essere ci sarà. Il nulla non abita lo spazio-tempo, piuttosto è lo spazio-tempo che abita il mondo grazie alla generosità del nulla.

Una poesia che non dialoghi con il nulla è una para-poesia o una pseudo-poesia, come ce ne sono a miliardi di esemplari qui da noi…

Giuseppe Talìa

Caro Germanico, lo stato di diritto è morto. Ucciso dall’interesse
Personale. Il vulnus della Legge lo trovi in ogni supermercato.

Nelle etichette che minuziosamente riportano frasi, simboli
e consigli per il mesencefalo: nato in… macellato in… confezionato
in…

Tu sei, mercato e supermercato. Sei domanda e offerta.
Anche il niente si vende facilmente. Il dolce far niente.

È il sottovuoto il vero problema. È l’involucro il vero esantema.
Mettici pure, caro Germanico, che il rovescio non è necessariamente

Il contrario di d(i)ritto: rovescio a due mani; rovescio della medaglia;
diritto di nascita e diritto di morte. Anche il nulla ha un suo diritto

e un suo rovescio. Il nulla ha un passaporto, una impronta lemmatica
e digitale. Riposa nella biometria del non-ente. Il nulla è parente

del niente, perché ciò che è nominato esiste, insiste e persiste.

Nell’Arena dell’industria della melodia, gli artisti più taggati fanno
da colonna sonora ai gladiatori che sono diventati in questi tempi
degli influencer di fama.

Beethoven è il compositore più punk che si conosca dalla Pannonia
alla Cirenaica; Chopin quello maggiormente pop assieme a Vivaldi;
Liszt, invece, è un autore beat, mentre Mozart, ah Mozart, un pomp rock.

Caro Germanico, non esiste ricetta per cucinare il nulla, ma si può condire.

[Giuseppe Talìa (pseudonimo di Giuseppe Panetta) nasce in Calabria, a Ferruzzano (RC), nel 1964. Vive a Firenze e lavora come Tutor supervisore di tirocinio all’Università di Firenze, Dipartimento di Scienze dell’Educazione Primaria. Pubblica le raccolte di poesie, Le Vocali Vissute, Ibiskos Editrice, Empoli, 1999; Thalìa, Lepisma, Roma, 2008; Salumida, Paideia, Firenze, 2010. Presente in diverse antologie e riviste letterarie tra le quali si ricordano, I sentieri del Tempo Ostinato (Dieci poeti italiani in Polonia), Ed. Lepisma, Roma, 2011; Come è Finita la guerra di Troia non ricordo, Edizioni Progetto Cultura, 2016. È uscita la raccolta Thalìa per Xenos Books – Chelsea Editions Collaboration, California, U.S.A., traduzioni di Nehemiah H. Brown, e suoi testi sono presenti nella Antologia How the Trojan War Ended I don’t Remember, Chelsea Editions, New York, 2019]

 

Lucio Mayoor Tosi

Ukulele.

Nel debole pensare di un cervello dato
in beneficenza a un missile delle finanze,

uno dei tanti tra gli schierati a Hollywood.
Testata di segatura e ukulele in pancia.

Possono cadere come in Stranamore,
precisamente sul centrotavola di ogni famiglia.

.

Dichiarato il Vuoto di programma,
la macchina commerciale depenna

ogni notifica d’affari che interferisca
sulla partenogenesi della ricchezza.

Esplodono con rumore di conchiglia, mare
di ferragosto, o d’inverno le favole.

.

Ma un missile, cosa può pensare un missile,
un solo missile della finanza?

Non si combatte un sistema già avviato,
va solo ulteriormente svuotato di finalità.

Segatura e ukulele. Il resto si potrà fare
grazie a nuova programmazione.

.

Per questo la ditta NOE propone svariate
soluzioni.

Ottieni subito il tuo programma personalizzato
per sconfiggere il capitalismo.

Proteggi i tuoi cari.

(may – set 2019)

Giorgio Linguaglossa

Straordinaria composizione perché è un esempio di quello che dice Derrida quando afferma che bisogna ritrarsi dal linguaggio, e, aggiunto io, bisogna ritrarsi anche dall’io e dalle sue adiacenze. Lucio Mayoor Tosi è riuscito in questa impresa assai disperata, e gliene va dato atto, infatti, lo scrive lui stesso: «la ditta NOE propone svariate/ soluzioni», vale a dire che tutte le soluzioni sono equipollenti e interscambiabili, proprio come avviene nella meccanica quantistica. Se Dada cercava in via unilaterale il non-senso, Lucio l’ha trovato, l’ha incontrato lungo la strada, senza volerlo, senza crederci, con la differenza, rispetto a Dada che in lui non c’è nessuna volontà di potenza in gioco, anzi, c’è la non-volontà di non-potenza. Lucio scava in direzione di un linguaggio che non è né linguaggio né meta linguaggio, un linguaggio verosimile e vetro simile, lui si prende gioco di qualsiasi compostezza e di qualsiasi seriosità e di qualsiasi posizione ironica o sardonica o sarcastica perché ritiene queste posizioni conformistiche e già telefonate dalla «programmazione» del capitalismo, che la comunicazione pone in atto. E lo dice a chiare lettere:

Non si combatte un sistema già avviato,
va solo ulteriormente svuotato di finalità.

 

Giuseppe Talìa

Eccola qui, questa sì che mi piace. Sembra un annuncio pubblicitario che svela le carte del prodotto farlocco che vorrebbe vendere.

 

                                                            Lucio Mayoor Tosi

Il nulla è pieno essere, ed è alternativo all’essere parziale condizionato dall’esserci in quanto persona, ego e conseguenti implicazioni esistenziali e psichiche. Quindi sono pienamente d’accordo con Giorgio Linguaglossa,
quando scrive:

“La NOE è sostanzialmente una meditazione poetica sul nulla dell’esserci. Con le parole di Heidegger: il significato dell’espressione «das Nichts nichtet» sta per il Nulla che nullifica, rende nullo l’esserci, lo nullifica”.

Il nulla è pieno ascolto e silente attenzione – attenzione: è il nostro vedere interiore; in senso heideggeriano è componente della “cura” – .
Per il nulla, tutto è perfetto e ogni cosa è bella. Se ogni cosa è bella e perfetta, in quanto naturale e in quanto ogni cosa “è”, per contrasto ne deriva chiarezza sul vivere naturale e innaturale. E qui troviamo l’angoscia, che giustamente Heidegger segnala come avvertimento dell’essere al cospetto del nulla, e prova filosofica della sua essenza.

Nulla pensiero, nulla desiderio, nulla speranza. Sono queste alcune tra le proprietà esistentive del nulla esserci. Ma queste sono anche qualità del pieno ascolto, e della piena partecipazione, quindi dell’esserci.
La contraddizione è solo apparente: si suppone infatti che vi sia la possibilità di un esserci nel nulla; le cui modalità, e l’efficacia, sono ampiamente dimostrate, in primo luogo dalle numerose pratiche ascetiche appartenenti alla religiosità orientale, particolarmente nel buddismo e nell’induismo. Si parla qui di ascetismo senza finalità ultraterrene, che ha valenze tout court di esercizio-per.

Infatti Giorgio parla di “meditazione poetica”. Che qui può essere intesa come pratica, o tecnica, per esperire il nulla: la sua pienezza, l’indifferenziabile perfezione. Momentaneo esserci nell’essere. In questo spazio collocherei la meditazione poetica. Il pieno e perenne conseguimento dello stato di ascolto, l’esserci costante dell’essere, per la religiosità orientale appartiene alla natura umana, a patto che si sia ben vista, vissuta e quindi superata l’angoscia di vivere; perché oltre l’angoscia si ha piena partecipazione a tutto ciò che è. Tutto è perfetto e ogni cosa è bella. Ivi compreso l’uragano Florence.

Matteo Pietropaoli

«La domanda sul niente mette in questione noi stessi che poniamo la domanda. Si tratta di una domanda metafisica. L’esserci umano può rapportarsi nei confronti dell’ente solo se si tiene immerso nel niente. L’andare oltre l’ente accade nell’essenza dell’esserci. Ma questo andare oltre è la metafisica stessa. Ciò implica: la metafisica appartiene alla “natura dell’uomo”. Essa non è un settore della filosofia universitaria, né un campo di escogitazioni arbitrarie. La metafisica è l’accadere fondamentale nell’esserci. Essa è l’esserci stesso. E poiché la verità della metafisica dimora in questo fondamento privo di fondo, essa è costantemente insidiata da vicino dalla possibilità dell’errore più radicale. Perciò nessun rigore d’una scienza raggiunge la serietà della metafisica. La filosofia non può mai essere misurata col parametro dell’idea della scienza».3

In questa riflessione di Heidegger sono in realtà mantenute a un tempo le due istanze della metaphysica generalis e di quella specialis, negli aspetti appunto della sua ontologia fondamentale e di quella che è indicata come metafisica dell’esistenza, ma entrambe sono mantenute nel carattere positivo della metafisica e non in quello semplicemente critico. Ciò che qui innanzitutto egli dice è che la domanda sul niente pone al fondo in questione il tutto di ciò che è, e così in primis noi stessi che poniamo tale domanda. Ma noi chi? Ogni singolo uomo inteso in quanto apertura di un orizzonte d’essere, in quanto punto di vista di questo orizzonte in cui si è inclusi, in quanto esserci. Solo sulla base di tale orizzonte d’essere ci può essere rapporto, e così qualcosa che è sempre mio, che sono sempre io, può rapportarsi nei confronti di altro che è, di un ente che non è questo punto di vista. In quanto esserci, l’essenza dell’uomo è per Heidegger proprio quella di andare oltre e aprire costantemente questo orizzonte che lo conduce al rapporto tanto teorico quanto pratico con l’ente, ossia con tutto ciò che è e con ogni singolo ente, compreso se stesso. L’ andare oltre, ossia uscire fuori di sé come ente e aprire quell’orizzonte di rapporto, di comprensione, per cui ogni ente si mostra innanzitutto e per lo più in quanto qualcosa, è ciò che costituisce l’essenza dell’uomo, vale a dire la sua esistenza. Questo però significa che fare metafisica non è qui interrogarsi su problemi logici, su questioni storiche o dottrinali, bensì andare oltre di sé come ente: «questo andare oltre è la metafisica». Il che al fondo vuol dire: l’essenza dell’uomo, in quanto esserci, di andare oltre, ossia di esistere, è a un tempo la sua essenza metafisica. L’uomo è fondamentalmente e già sempre metafisico, mai soltanto uno studioso di metafisica. Anzi, la metafisica è ciò che vi è di più proprio in esso, anche prima del suo essere uomo, perché è il suo accadere fondamentale di anticiparsi in quanto uomo, ossia riguarda il suo carattere di esserci, di apertura, di oltrepassamento, soltanto a partire dal quale ciascuno può individuarsi in quanto uomo e in quanto questo uomo.
[…]
la metafisica, dal momento che si confronta con il niente, è per Heidegger già esistenza, è esistere, la meta-fisica è l’essenza dell’uomo di andare oltre di sé non solo come uomo concreto ma anche come mero ente, di essere l’apertura dell’essere, l’esserci. Ma questa essenza dell’uomo in quanto tale è già propria di ogni singolo uomo. L’uomo è al fondo metafisico perché esiste, e, visto che esistere è il suo carattere d’essere, fintantoché egli è è sempre metafisico. Per il futuro della metafisica, nel senso della sua sussistenza, da questo punto di vista non vi è nulla da temere: finché esisterà l’uomo ci sarà metafisica. Allora però perché interrogarsi a riguardo? Perché preoccuparsi a riguardo? A che pro tale riflessione? Diversamente da molte teorie di stampo umanistico qui la metafisica non è intesa come una disciplina che debba servire a rendere l’uomo più civile, più spirituale o più intelligente. Anzi essa non è proprio una disciplina; l’esistenza stessa è metafisica, a onor del vero basta esistere per essere metafisico. E allora una metafisica dell’esistenza, che si sviluppi in quanto radicalizzazione di una ontologia fondamentale, che cosa significa e perché andrebbe ricercata? Si è detto che l’esistenza in qualche modo prefilosofica dell’uomo è già metafisica, e questo avviene perché l’uomo in quanto esserci va già sempre oltre di sé e, nell’estendersi come apertura, nell’esistere, riceve gli enti secondo la sua comprensione d’essere, sicché essi si mostrano in quanto qualcosa, ossia hanno un significato, già sempre in accordo all’orientazione di questo orizzonte. Questo orizzonte d’essere però, di cui vi è fin da subito comprensione e che quindi ha già sempre un senso, è del tutto inespresso per l’uomo, in quanto a un tempo il più generale, il più indefinibile e il più ovvio, al punto che l’uomo innanzi-tutto e per lo più non è in grado di renderne conto.

Qualcosa di molto simile è stato rappresentato già da Platone nella Repubblica con le ombre del mito della caverna: il singolo uomo vede delle cose senza poter scorgere il fondamento del suo vedere, la luce stessa che gli permette la visione, e così crede che le ombre siano cose in sé e non dotate di un significato in ordine a questo orizzonte, a questo modo di visione. Quindi nella situazione quotidiana l’uomo non è conscio di essere metafisico, ma questo non intacca affatto la sua esistenza, ossia la determinazione del suo essere oltre di sé e così il sentire, esperire e al fondo vivere all’interno di un orizzonte di senso.Accade però, ed è importante il fatto che semplicemente accada, che qualcuno si ritrovi nell’insignificanza delle cose, in quell’angoscia,5 che per Heidegger fa venire meno tutti i significati che gli enti ricevono quotidianamente in un orizzonte orientato, ossia dotato di senso. Non vi è più alcun senso e così il teatrino degli enti in quanto cose, delle ombre in quanto cose in sé, perde ogni significato. Anche all’uomo incatenato di Platone sembra infatti capiti a un certo punto di voltare la testa rispetto alle ombre e scorgere il fuoco. Non è chiaro, e andrebbe approfondito, se questa angoscia, questo voltare il capo, sia qualcosa che possa autenticamente essere causato, provocato, o avvenga di per sé. L’importante è qui che questo accada e conduca a rendersi conto dell’inessenza in sé tanto delle cose quanto della stessa verità come verità assoluta, al fondo il passaggio al tema ontologico-fondamentale della veritas transcendentalis: tutto ciò che è è tale in accordo a un preliminare orizzonte d’essere che lo dispone.

Qui si pone l’attenzione però su una cosa fondamentale, che troppo spesso rischia di essere tralasciata, e cioè che questo orizzonte d’essere ha un punto di vista, così come un punto cieco, e mentre quindi riceve e dispone tutto ciò che è in accordo al suo senso, è a un tempo spalancato a partire da un qui, da un ci che ne fornisce l’orientazione. Questo ci dell’essere è appunto l’esserci .Ciò vuol dire innanzitutto che tale orizzonte, in quanto orientato, non è assoluto, ha un punto di vista che non può ricomprendere tutto ma che accoglie e rigetta, seleziona e dispone, proprio a partire da qui, dal ci che esso stesso è, e non da un astratto punto distante, neutrale e indifferente. Questo è il tema centrale della finitezza di cui ogni sviluppo metafisico dovrebbe farsi carico: ogni considerazione sull’essere in generale è già sempre posta a partire da una posizione ontica che ne determina in qualche modo l’orientazione, e così il suo carattere. Al fondo si tratta del concetto heideggeriano dell’esserci nel suo esser gettato in un mondo, il quale anche quando riflette sul suo essere è condizionato dalla comprensione d’essere in cui si trova. E il progetto, per cui l’esserci già sempre disposto in un orizzonte d’essere è autenticamente nel carattere del poter essere? Il progetto è d”altra parte proprio ciò che illustra in primo luogo le possibilità del passaggio a una metafisica dell’esistenza. Si è detto infatti che nell’angoscia per Heidegger l’uomo si trova spaesato, privo del significato degli enti, e così inizia, qualora non la rifugga per timore, la sua interrogazione sull’essere, su ciò che è e sul senso. Che questa interrogazione prenda le mosse per altri motivi, come la meraviglia, è qui indifferente; l’importante è che il senso dell’orizzonte dato venga ora messo in questione, così come la sua verità in sé. In tale messa in questione, nell’andare oltre gli enti ricevuti in quanto cose e anche oltre di sé come mero uomo, si giunge a riconoscersi come apertura del proprio orizzonte, punto di vista che, pur già sempre in una comprensione d’essere, ha la possibilità di orientarla, di anticipare il significato delle cose ricevute determinando il senso dell’apertura. Ma questo che cosa comporta? Per lo più niente di positivo. Il percorso dell’ontologia fondamentale è ancora propriamente pars destruens, in cui a seguito dello squarcio dovuto all’angoscia si opera un’analisi esistenziale di ciò che è, la quale conduce appunto alla veritas transcendentalis dell’essere e all’assegnazione dell’esserci: niente è di per sé, tutto viene ricevuto da me in quanto apertura in accordo all’orizzonte d’essere spalancato. Tale conclusione è però a prima vista foriera del più sterile relativismo, e lascia così il singolo uomo di nuovo in balia del quotidiano, dove questi per lo più, una volta constatato l’abisso dell’essere, nuovamente si rifugia. Infatti l’ambito del quotidiano, sebbene ora sia stato privato di un senso assoluto, rimane per colui che non compie il passaggio ulteriore e resta nella dissoluzione dei significati l’unico senso, per quanto debole e pantomimico, in cui possa vivere.
(Matteo Pietropaoli)

3 M. Heidegger, Was ist Metaphysik (1929), in Wegmarken (1976), in
Gesamtausgabe, Band 9, ed. F.W. von Herrmann, Vittorio Klostermann, Frankfurt a.M. 1976, pp. 121-122; tr. it. di F. Volpi, 
Che cos’è metafisica?, in 
Segnavia, Adelphi, Milano 2008, pp. 76-77. Qui la traduzione di Volpi è stata in parte modificata.
4 Cfr. in particolare M. Heidegger, Metaphysische Anfangsgründe der Logik, cit., p. 199; tr. it. p. 187: «La possibilità che l’essere si dia nella comprensione ha per presupposto l’esistenza fattizia dell’esserci e questa a sua volta l’esser semplicemente presente fattizio della natura. Proprio nell’orizzonte del problema dell’essere, posto in maniera radicale, si mostra che tutto ciò è visibile e può venir compreso in quanto essere solo se c’è già una possibile totalità dell’ente. Da tutto ciò risulta la necessità di una peculiare problematica che ora ha per tema l’ente nell’intero. Questa nuova interrogazione risiede nell’essenza della stessa ontologia e risulta dal suo capovolgimento, dalla sua μεταβολή. Designo questa problematica come metaontologia. E qui, nell’ambito del domandare metaontologico-esistenziale, vi è anche l’ambito della metafisica dell’esistenza [Metaphysik der Existenz] (qui soltanto si può porre la questione dell’etica)».
[Qui la traduzione di Moretto è stata in parte modificata]
5 Cfr. i § 40 e 68 di M. Heidegger, Sein und Zeit, (in Jahrbuch für Philosophie und phänomenolo- gische Forschung , Band, ed. von E. Husserl, Halle 1927), Max Niemeyer, Tübingen 1993; tr. it. di P. Chiodi, riv. da F. Volpi, Essere e tempo, Longanesi, Milano 2006

da https://www.academia.edu/32037612/Metafisica_dellesistenza._Il_possibile_sviluppo_metaontologico_a_partire_da_Heidegger_Giornale_di_Metafisica_2-2016_

Francesco Paolo Intini

Riprendo qui brevemente un mio post su Fb di qualche tempo fa, che come al solito fece terra bruciata, di foresta amazzonica inaridita, tutto intorno.
L’argomento era una parola dialettale del mio pugliese, un participio passato ossia “SCRIÈTE” (alias screato\ scriato?).
L’infinito del verbo dovrebbe essere screare o scriare ed indicare l’azione esattamente contraria al creare cioè ritornare nel nulla.
Il significato comunemente dato a questo termine è “ debole, di poca carne, cresciuto a stento” come è anche riportato in rete:

http://www.lessicografia.it/Controller?lemma=SCRIATO_e_SCREATO&rewrite=1

Niente a che fare con la ricchezza del concetto di scomparire, ritornare al nulla che implica una precisione chirurgica del linguaggio, allettante anche dal punto di vista filosofico perché significa che gli antichi miei conterranei avevano già coscienza del significato di creazione, del nulla e del suo contrario e dunque del divenire.

Ecco, caro Giorgio, il nulla è eredità di una cultura millenaria per niente morta che conosceva la dinamica fondamentale dell’esistenza e diceva creare il passaggio diretto e screare quello inverso.

Penso, ma potrei sbagliare ovviamente, che si possa attribuire alla poesia questa funzione di creare e screare contemporaneamente, un lavoro da equilibrista che sa mantenersi sulla lama del rasoio e non dà più importanza alle cose rispetto a ciò che non sono, per abitare l’istante di un lampo, assorbirlo e sputarlo.

8 commenti

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8 risposte a “Intorno alla generosità del Nulla, Una poesia di Giuseppe Talìa,  Lucio Mayoor Tosi, Commenti di Giorgio Linguaglossa, Matteo Pietropaoli, Francesco Paolo Intini

  1. caro Giuseppe Talìa,
    dopo alcuni anni di rifacimenti, ecco una mia poesia fatta dal Signor Nulla con gli scampoli e gli stracci raccattati qua e là
    .

    Giorgio Linguaglossa
    Avenarius tirò una cordicella

    Il silenzio si accostò al tavolo
    sopra il quale oscillava un lampadario di cristalli.

    Avenarius tirò una cordicella, un misterioso campanellino squillò
    e il tendaggio si aprì lentamente…

    Una musichetta dolciastra come di carillon.
    Degli specchi con le cornici dorate brillavano nella penombra.

    […]

    «Qualcuno rumoreggia e sferraglia dietro il sipario del teatro;
    incastro di motori, di ruote dentate,

    rotori, rospi di tropi, ellittici tropismi
    trapezoidali».

    Disse proprio queste parole. Rimasi sbalordito
    per la loro sconsideratezza.

    Poi, chiese le ultime notizie sul meteo, sul pianeta terra
    e sulla fiducia posta dall’opposizione in Parlamento..

    Un pagliaccio con nacchere, un cappello rosso alla tirolese e dei nani
    orribilmente agghindati saltellavano lì intorno.

    […]

    La signorina Morphina accenna un passo di danza,
    si sporge dal davanzale della finestra

    del suo appartamento a Cannaregio. Acqua verdastra di canale.
    Odore di zolfo e di aspirine.

    K. introduce la mano destra nel guanto di velluto nero
    e la mano sinistra in un guanto di velluto bianco.

    «Anfragen, Spruche, Blumen… von Fremden und Freunden…
    Besucher sitzen, verdammt…

    im Besuchersessel, erzahlen…»*
    Studio di un interno:

    Un manichino femminile con un microvestito color metallo
    e autoreggenti rosse colto in una ragnatela di lattice

    su sfondo di perplex nero e luci fotofobiche, una stampelliera con delle stampelle
    in vista e vestiti appesi.

    […]

    K. si sedette lì, nel sotoportego, ordinò un’ombra, giocò con la tovaglia,
    cincischiò con l’indice rivolto in alto:

    «Se sarà un viaggio che sia un viaggio lungo
    un viaggio vero dal quale non si torna».1

    «Siamo soli, finalmente, Signor poeta, il mondo,
    questo metro cubo compresso,

    tra un attimo scomparirà…»

    * [Domande, massime, fiori di amici e sconosciuti
    visitatori siedono, condannati…

    sulla sedia dei visitatori, raccontano…]

    1 versi di Zbigniew Herber da L’epilogo della tempesta. Poesie 1990-1998 a cura di Francesca Fornari, Adelphi, 2016

  2. A margine, il nascituro

    La curva ha in serbo un pettegolezzo sul nascituro
    concepito a margine di un’accelerazione.

    La narcosi è in letargo, l’habitat-type sogna di calare il jolly.
    Rubik pubblicizza la sua faccia tosta.

    Giacomo lancia una macchinina del wwf contro la TV
    Il Super Attach cola e corrode il disimpegno.

    La delegazione degli esteti indovina il capofila
    nella mischia lo sfoggio d’aria avvampa il fotogramma.

    Sotto coperta chi assorbe l’enfasi dell’apertura?
    In vista del traguardo l’unghiata graffia le comparse e chiude il conto on-line.

    «Dopo cena sporcarsi le mani su un pannello svuota-famiglia
    fantasia concorrente. Per cambiare programma.»

  3. Del resto, dobbiamo ringraziare il Nulla (Nichts) che ci ha graziosamente concesso questo soggiorno terminale nell’orizzonte dell’essere.

    Come dice Heidegger: «La domanda sul niente mette in questione noi stessi che poniamo la domanda. Si tratta di una domanda metafisica.»

    Ma noi, obietto al filosofo, non poniamo nessuna domanda al niente, noi ci limitiamo a prenderne atto, ad accettare, come tra due parentesi tonde, che qualcosa aleggi come tra due parentesi graffe all’interno di un grande mare dell’immobilità assente che sta al di là del Nulla e lo contiene e lo sdogana, per così dire.

    E come non poniamo domande, non ci attendiamo alcuna risposta. E questo è la nostra posizione metafisica sul nostro essere metafisici, poiché l’esistenza è già in sé metafisica e noi non possiamo sfuggire in alcun modo al nostro essere animali (pardon, esseri) metafisici.

    • https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/09/08/intorno-alla-generosita-del-nulla-una-poesia-di-giuseppe-talia-lucio-mayoor-tosi-commenti-di-giorgio-linguaglossa-matteo-pietropaoli-francesco-paolo-intini/comment-page-1/#comment-59140
      Mi è stato chiesto: «ma come si fa a pensare al nulla?».

      Credo che sia errato partire da lì, dal pensiero che pensa il nulla, per il semplice fatto che il nulla non è pensabile. Non possiamo dire nulla intorno al nulla perché esso sfugge al pensiero, è questo la impasse della metafisica che vuole pensare il nulla.
      Possiamo però pensare al nulla a partire da una cosa, non abbiamo altro scampo che aggirare la questione del nulla e partire dal pensiero di una cosa. Perché il nulla è dentro la cosa, non fuori.

      Mi è stato anche obiettato: «ma come fai a pensare all’impensato partendo dal pensato?».

      Ecco, anche qui penso che sia errato voler pensare all’impensato partendo dal pensato. Se parto dal pensato ricadrò sempre nel pensato, in un altro pensato. Un altro errore è quello di voler fare una equivalenza: nulla = impensato. Altro errore. Per indicare il nulla devo per forza di cose nominare una cosa, non ho (non abbiamo) altra possibilità che nominare le cose. Non possiamo sfuggire alle cose.
      Così, quando scrivo nella mia poesia:

      Il silenzio si accostò al tavolo
      sopra il quale oscillava un lampadario di cristalli.

      Avenarius tirò una cordicella, un misterioso campanellino squillò
      e il tendaggio si aprì lentamente…

      Una musichetta dolciastra come di carillon.
      Degli specchi con le cornici dorate brillavano nella penombra.

      è ovvio che io qui stia tentando la rappresentazione del nulla per la via indiretta, nominando cose e azioni e personaggi che fanno qualcosa. Non avrei altra possibilità che comportarmi in questo modo, cercare di nominare le cose, ma è che le cose vanno nominate in un certo modo, è il modus linguistico che determina l’essere delle cose, le chiama alla visibilità linguistica. Chiamare alla visibilità linguistica le cose, questo è fondamentale, chiamarle in modo che esse facciano intendere che galleggiano sul nulla. E questo lo si può fare cancellando la significazione ordinaria dagli enunciati. Ogni proposizione istituisce un teatro, una situazione, una questità di cose che non ha alcun referente con il mondo reale del realismo rappresentativo. È visibilmente assurdo e ultroneo che il signor Avenarius tiri una cordicella proprio nel momento in cui il silenzio si accosta al tavolo. Che relazione ci può essere tra il modus del silenzio e il modus del tavolo? Ecco, questo è il punto, c’è una relazione tra cose diverse e disparate, anzi, ci sono molteplici relazioni ma non più del tipo realistico mimetico della poesia del novecento ma di tipo nuovo, ultroneo, non referenziale. Possiamo dire che le cose nominate equivalgono al pensato e tutto ciò che non viene nominato equivale al nulla che aleggia e insiste intorno alle cose. Il nulla è tutto ciò che sfugge alla significazione. È il nulla, la consapevolezza del nulla che costituisce il motore della composizione. E tutta la composizione sembra come galleggiare sulla membrana del nulla.

      Se l’impensato è ciò che il pensiero non riesce a pensare, ne deriva che esso è quel quid che sta fuori del pensato e del nominato, e quindi se partiamo dall’impensato tutta la composizione ruoterà attorno all’asse dell’impensato piuttosto che all’asse del pensato. La novità del punto di vista non è di poco conto, è una novità rivoluzionaria perché cambia le carte in tavola e il modo di impiegarle, cambia le regole della significazione. Il che non è poco.

      Perché noi siamo irriflessivamente sempre dominati dal pensiero rappresentativo e referenziale in ogni momento della nostra vita quotidiana, anche quando scriviamo una poesia siamo succubi di questa impostazione irriflessa. La difficoltà è qui, nel ribaltare questa posizione irriflessa, questa prigione. È questo il tentativo che sta facendo la nuova ontologia estetica, partire dalla cosa pensata per andare verso l’impensato del nulla senza cadere nel non-senso, che, in sé corrisponde al modo di impostare il discorso poetico alla maniera convenzionale rappresentativa, referenziale e mimetica. Partire dall’impensato significa partire dal non ancora pensato (non dal non-pensiero), sarà l’impensato che dirige il nostro sguardo, sarà l’impensato che ci costringerà a costruire il discorso poetico in modo che non corrisponda più al pensato, cioè al referenziato. Il risultato sarà una poesia finalmente liberata dal referente frutto di convenzione.

      Non si tratterà di pensare in anticipo ciò che verrà pensato poi in un secondo momento. Si tratterà di un nominare-pensare non più mimetico e rappresentativo ma a-mimetico e a-rappresentativo, non più dipendente dalla scala referenziale.

      Plotino ricorre ad una analogia: come per l’occhio la materia di ogni cosa visibile è l’oscurità, così l’anima, una volta cancellate le qualità delle cose (che sono della stessa sostanza della luce), diventa capace di determinare ciò che rimane. L’anima si fa simile all’occhio quando ci si trova nel buio. L’anima vede veramente soltanto quando c’è l’oscurità.

      In un certo senso pensare all’impensato è analogo al vedere le cose nell’oscurità. Soltanto nell’oscurità si possono vedere le cose in un modo diverso.

  4. Soltanto forma.
    La firma sottintesa della cariatide.
    La statua vuota un contrappeso
    all’esordio di un unico gigante. Voce del verbo porgere. L’attesa dell’approvazione.
    Quante carte uguali sulla parete
    gli stessi strati di colore, la stessa orma
    di stupore. Un lavoro perso nella ripartenza.
    La macchia, se preferite le marce.
    Attenti a sinistr! Un burrone enorme.
    Oggi citofonare Ventura.

    Grazie Ombra.

  5. Le «cose» ci sono ostili, sono «res adversae». La poesia di Anna Ventura
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2018/06/27/anna-ventura-poesie-inedite-da-ventuno-poesie-premessa-di-pier-aldo-rovatti-ermeneutica-di-giorgio-linguaglossa-ogni-linguaggio-poetico-ha-una-propria-grundstimmung-tonalita-emoti/comment-page-1/#comment-36156
    Il nostro abitare spaesante il mondo è la pre-condizione affinché possa sorgere, letteralmente, l’io poetico, ossia quel «vuoto» che si forma nella schisi, tra due deiscenze poste nel tempo, tra il prima e il poi. L’io è quella istanza che oscilla, che oscilla sempre tra il prima e il poi, cioè tra due inesistenze, e lì, paradossalmente, vuole trovare il suo luogo e il suo senso. Ma è un assurdo, perché non ci può essere alcun senso in una inesistenza, anzi, tra due inesistenze: il prima e il poi. È una assurdità, un paradosso inspiegabile. È una illusione che la nostra mente ci tira continuamente, l’illusione che il senso possa trovarsi là dove c’è l’inesistenza!

    Il nostro abitante spaesante la Storia è la condizione stabile della nostra abitazione del mondo. Nel mondo di oggi dove le sovranità nazionali si sono necessariamente indebolite e l’economia è diventata globale, sono venute meno quelle esigenze, quelle pratiche etiche, politiche, estetiche, spirituali che ci connotavano nelle nostre singolarità; anche il linguaggio, il nostro modo di abitare il linguaggio è necessariamente cambiato, noi avvertiamo impellente l’esigenza di confessare che non abitiamo più in modo riconoscibile il linguaggio quale nostra fondazione, ma è come se un sottile disorientamento ci guidasse tra noi e le parole.

    La poesia di Anna Ventura prende luogo da questa pre-condizione: che abita stabilmente in una mancanza, in un «vuoto» di senso e di significazione. E questa situazione è, paradossalmente, il certificato di validità della sua posizione poetica, la sua certificazione di origine controllata. Perché la poesia prima di essere poesia è una posizione poetica, è un abitare stabilmente in un non luogo, in un «vuoto», un abitare spaesante. La poesia di Anna Ventura, come quella della Szymborska alla quale è stata accostata, come quella della ungherese Agota Kristof o della rumena Daniela Crasnaru proviene da questo disagio, dal dover abitare stabilmente una zona del mondo che, segretamente, ci è ostile, non ci vuole, che ci tollera a malapena e ci pone in continuazione degli ostacoli non immediatamente percepibili, che non riusciamo ad afferrare, a concettualizzare. Ecco allora quel desiderio assurdo di volere «un bambino cinese» accanto a sé, «La sua umiltà orientale», ecco quelle riflessioni sulle «cose», sulle «res», siano esse «res gestae» o «res secundae», cioè minori, trascurabili. Le «cose» ci sono ostili, sembrano obbedire ad un astuto disegno che ci promulga la condizione di inautenticità e di infelicità, sono «res adversae». E forse la nostra unica felicità possibile sta nell’essere vigili e coscienti di questa nostra condizione esperienziale, accettarla virilmente, senza sbavature o reticenze.

    La poesia di Anna Ventura è piena di questi piccoli assurdi gesti, di queste piccole assurde aspirazioni che sono la spia che qualcosa non va nel nostro mondo, piccoli cammei dell’infelicità e della inautenticità cui siamo condannati, rinchiusi in una prigione le cui pareti si stringono inesorabilmente attorno al nostro piccolo e debole io.
    Ma non è affatto una poesia psicologica, altrimenti sarebbe non-poesia, non c’è nulla di psicologico in questa poesia, sono anzi poesie anti psicologiche, direi metafisiche.

    Il nostro abitare spaesante il linguaggio è la precondizione affinché vi sia linguaggio poetico, giacché non v’è possibilità di adire al linguaggio poetico senza questa pre-condizione soggettiva. C’è un esercizio dell’«abitare poeticamente il mondo» che è la precondizione affinché vi sia un linguaggio poetico, ma noi non sappiamo in cosa consista questo «abitare poeticamente il mondo» e non potremo mai scoprirlo se non mediante la poesia stessa. In questo «abitare spaesante» il linguaggio si ha un abbandono e un ritrovarsi, un trovarsi che è un abbandonarsi in ciò che non potrà mai essere né abbandonato né ritrovato, perché se lo trovassimo cesserebbe l’abbandono e se lo abbandonassimo lo potremmo sempre ritrovare per davvero, e non c’è maieutica che lo possa ricondurre dalle profondità in cui questa condizione è sepolta. Non c’è maieutica che ci possa garantire l’ingresso nel portale del «poetico», giacché esso non è un dato, né un darsi, ma semmai è un ritrarsi, un oscurarsi.

  6. Talìa

    Stamani stavo leggendo un saggio di un accademico nostrano, gli Uccelli di Aristofane, e subito una lucina si è accesa in me, la luce di un ricordo. Così sono andato a ricercare il libro di poesie di Linguaglossa, Uccelli, edito da Scettro del Re, Roma, 1992.
    Non avendo il libro, ho ricercato su internet e, guarda casso, mi sono imbattuto in una poesia della silloge Uccelli che magicamente mi ha riportato al testo postato dallo Stesso in questa pagina, Avenarius tirò una cordicella.

    Il mio primo pensiero fu: non si scrive che una cosa sola. Nel senso che l’impronta del poeta una volta impressa non cambia di misura, cambia di direzione. Prende altre strade, altri sentieri. Con il risultato, però, che trova sul cammino, gli stessi soggetti e gli stessi oggetti. Come quel cane che si morde la coda.

    E qual è, dunque, la differenza tra un sentiero e l’altro?

    Il testo di “Avenarius tirò una cordicella” presenta diversi e interessanti Holzwege, frutto di una unione sapiente di diversi percorsi “scampoli e stracci raccattati qua e là”. Ma, in nuce già Uccelli apriva le scene del teatro della vita, teatro dell’assurdo e del nonsenso : “Il retro dell’inferno è fitto di quisquilie”; “Il teatro dell’inferno è gremito di voci oscure”; e ancora, “mostro”, “demone” che condiscono un io fin troppo presente sul cammino della riabilitazione.
    In Avenarius tirò una cordicella, il patchwork è impreziosito da schizzi (ruote dentate, rotori, rospi di tropi, ellittici tropismi trapezoidali), come da screzi (Un pagliaccio con nacchere, un cappello rosso alla tirolese e dei nani orribilmente agghindati saltellavano lì intorno), da informazioni, Anfragen, da reclami, da fiori… da estranei come da amici, insomma materiale di risulta, o come egli stesso ama dire, da spazzatura.

    Anche la spazzatura richiede intelligenza e savoir faire.

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