Qualche considerazione sul soggetto-polittico e sull’io, La Mega Crisi quale causa efficiente della nuova ontologia estetica, Poesie di Giuseppe Talìa, Gino Rago, Giorgio Stella, Commenti di Adorno, Mario Perniola, Giorgio Linguaglossa, Paolo Carnevali,

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Digital art

Giuseppe Talia

Caro Germanico,

oggi il sicomoro ha fatto frutti: cachi belli e rotondi.
Teofrasto, stupito, ne ha salvato l’immagine

in uno screenshot da pubblicare su facebook.
“Una simile piantaccia polverosa ha fatto frutti?”

Immediatamente la cia, la cei, il cicap
hanno rilasciato tutti un’agenzia.

Per la cia il fenomeno è probabilmente dovuto
alla velocità dei dati delle reti 5G, all’efficienza spettrale

della velocità di trasmissione della banda larga per cui
tra la radice del sicomoro, i rami in fibra convergente

si è creato un cloud e quindi Parmenide aveva ragione:
“una che “è” e che non è possibile che non sia…”

La cei ci va cauta. Per caso i frutti sanguinano?
Qualche cachi, in verità, presenta una maturazione

precoce: gli acidi, gli zuccheri e gli aromi rilasciano
una poltiglia dall’esocarpo crepato.

Non si registrano volti wanted dell’iconografia globale
se non per quel cachi in alto a destra che pare
assomigliare a San Carpoforo.

Comunque, nel dubbio, i fedeli hanno acceso alcune candele
sotto l’albero e l’industria dei gadget è già in opera.

Il cicap sguazza nella melma scivolosa della polpa.
Ne acquisisce campioni. Il Diospyros kaki desta sospetti.

Teofrasto continua a dire: “una simile piantaccia polverosa?”

Giorgio Linguaglossa

Qualche considerazione sul «soggetto-polittico»

Quando penso all’io, mi chiedo: «io sono io»? – È questa l’interrogazione principiale. È da qui che può prendere le mosse tutto il resto. Ma la domanda permette anche una risposta: «io non sono io». E questo cambia tutto. Adesso sappiamo che io e non-io sono equivalenti, che l’uno è la negazione dell’altro, che l’uno è l’affermazione dell’altro. E impariamo che la negazione e l’affermazione si equivalgono, sono sovrapponibili, e che l’io è forse Altro.

 La nuova poesia, la nuova ontologia estetica, non prende per pacifica la questione dell’io così com’è, come faceva la poesia che designiamo solitamente come novecentesca, che procede di lì con una colonna sonora unidirezionale e unispaziale, ma sa che ciò che designiamo con la parola io è una convenzione. Questa consapevolezza, questa problematizzazione cambia tutto, cambia il rapporto dell’io con il linguaggio. Cambia il linguaggio. Cambia il linguaggio poetico.

 Ciò che mi costituisce come soggetto, ecco la questione centrale. Non è dal soggetto che dobbiamo partire, ma dall’esterno, da ciò che ci rende soggetto, che sono gli Altri e l’Altro. È da qui che dobbiamo ripartire per una perlustrazione del cosa è il soggetto.

 Questo esercizio di porre da parte il soggetto è una vera e propria «iniziazione» come dice Rovatti. Il soggetto è veramente soggetto soltanto quando si sdoppia, si triplica, si quadruplica; quando il soggetto abbandona se stesso, prende le distanze dal se stesso, quando è impegnato a costruire una nuova soggettività, quando lateralizza se stesso, si decentra, quando subentra un altro soggetto che prende il posto del primo e lo mette tra parentesi, lo spiazza, lo decentralizza.

 Quando tutto ciò accade, allora il soggetto diventa pienamente se stesso in quanto è Altro e di Altri.

 Allora, da questa molteplicità di soggetti, da questo indebolimento del soggetto, proprio da qui può nascere un soggetto fortificato, un soggetto invincibile. Un soggetto nuovo. Un «soggetto-polittico».

 Il soggetto che si riappropria del soggetto non finisce mai di essere soggetto ma lo diventa sempre di nuovo. E qui il problema della «identità» sa di calcolo combinatorio, calcolo stocastico. Gli enunciati analitici non li si può ridurre alla formula A è B. Ogni volta il soggetto ricomincia daccapo, riapre lo scarto con il proprio mondo pulsionale e rappresentativo.

 Con le parole di Giorgio Agamben, diremo che il soggetto della attuale fase della civiltà occidentale è a-musaicamente costituito, cioè dal punto di vista musicale è eminentemente cacofonico, la cacofonia è la legge segreta che muove il «soggetto-polittico».

Paolo Carnevali

Un interessante articolo che ho condiviso, Giorgio Linguaglossa. C’è una verità profonda in quello che hai scritto e mi auguro di cuore che venga letto da molti in rete. Aggiungo una mia modesta interpretazione sociologica, forse non condivisa: credo che la nostra sospensione nel tempo trovi attraverso il narcisismo, l’espressione esasperata dell«io», la certezza di esserci, di non essere dimenticati. Dunque l’interminabile ossessione di non essere dimenticati. Ecco che molti si rifugiano nella poesia o almeno quello che credono essere per loro “poesia”. Speriamo veramente che cambi il linguaggio dell’«io»…..

Aforismi da Minima moralia, Einaudi, 1954

L’arte è magia liberata dalla menzogna di essere verità.

L’intelligenza è una categoria morale.

L’umano è nell’imitazione; un uomo diventa uomo solo imitando altri uomini.

La decadenza del dono si esprime nella penosa invenzione degli articoli da regalo, che presuppongono già che non si sappia che cosa regalare, perché, in realtà, non si ha nessuna voglia di farlo.

La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta.

La vera felicità del dono è tutta nell’immaginazione della felicità del destinatario.

Non c’è correzione per quanto marginale o insignificante che non valga la pena di effettuare. Di cento correzioni ognuna può sembrare meschina o pedante; insieme, possono determinare un nuovo livello del testo.

Ogni satira è cieca verso le forze che si liberano nello sfacelo.

Veri sono solo i pensieri che non comprendono se stessi.

Giorgio Stella

Portato via in una clinica più idonea al suo caso.
La cuccia per criceti fatta a mano non ha il criceto quello è a parte ma è
[scontato.

[…]

Zagor Tex Mister.NO poi Dylan Dog rovinò tutto.

La clinica è fuori città per evitare i rumori… vanta una piscina ma gli ospiti [non ne vogliono sapere.

 […]

Se ha bussato qualcuno avrebbe prima citofonato; la cassetta della posta è vuota quindi non si aspetta nessuno.

[…]

ci sono distributori automatici al primo piano della clinica ma la caffetteria è decaffeinata per ovvi motivi e le merendine dietetiche perché chi è pazzo

[in genere ha pure il diabete.

[…]

Le trote pescate al laghetto pesate valgono più dell’ingresso ma le mangeranno colleghi o amici facendo finta che il dono sia per loro.

Bussano prima di citofonare sono Zagor Tex Mister.No Dylan Dog li vede dallo spioncino.

[…]

La caposala della clinica ha una piccola gabbietta con dentro un criceto.

Dice che il paziente ripete in continuazione che il paese della morte ha [l’ampiezza del cuore.

Giorgio Linguaglossa

carissimo Giorgio Stella,

la mia frase non è né un complimento né una diminutio, è una semplice impressione personale, ma ci sta, la nuova ontologia estetica non ha un decalogo né un preambolo costringente, come detto ripetute volte, ma è una piattaforma di ricerca, un Laboratorio, un’Officina dove ciascuno può prendere ciò che ritiene più affine alle proprie inclinazioni, oppure dare il proprio personale impulso secondo le proprie personali attitudini e convinzioni. In altre parole, tu apri la NOE verso una direzione nuova. E non è poco. 

Giorgio Stella

Carissimo Giorgio Linguaglossa,

la libertà che la NOE offre è indiscutibile nel sito e fuori sede come utenza e anche rappresentanza ma se uno decide per coincidenza scelta ‘fortunata stella’ […] di aderire al laboratorio all’officina deve rapportarsi a determinati parametri che la NOE ha siglato la NOE è una sigla una sigla detiene una nominazione ben precisa [vede, precisa] ‘nuova ontologia estetica’ da qui a sublimarne pure il concetto confermo sarebbe tempo inutile a ampliarlo nel caso mio speculativo. La scrittura in distici non come forma di respiro del verso ma come verso di respiro che forma [perdoni il gioco di parole non venale fondante anagraficamente post-nominativo detenente il nulla come valore positivo anni luce da tutto quello che un Sartre furbescamente ha rubato ad Heidegger.
Mi piace salutare la NOE col titolo di un libro di Paul Celan ‘SVOLTA DEL RESPIRO’ da qui abbracio Lei e tutti gli amici della NOE come non presocutori ma polittico del grande poeta tedesco.

Giorgio Linguaglossa

La perdita di autorevolezza della letteratura e della poesia

Ormai tutti possono scrivere poesia, in Italia si calcola che ci siano 1 milione di persone che pubblicano poesia, convinte della bontà estetica dei loro scritti. Ed il bello è che tutti i poeti e i critici riconosciuti scrivono su di essi note di lettura e recensioni.

E allora, noi pensiamo che dobbiamo tornare a fare poesia difficile, la nuova ontologia estetica è nata anche per questo: rendere la scrittura poetica difficile, anzi no, difficillima… La poesia è diventata e diventa sempre più una febbrile scrittura di battute di spirito, deliciae, nugae, quisquilie, mottetti, effetti speciali e di brillantinismi, un duplicato dei giochi di società di una volta, un esercizio di rebus da settimana enigmistica, un esercizio di parole al pallottoliere, un esercizio di bravura fine a se stesso, una alchimia vocabologica… Si verifica così una trasmissione nella scrittura poetica, di traumi e di aspetti miracolistici, funambolici che accadono a livello della massa mediatica… C’è chi parla di come è diventato transgender, chi di come è diventato gangster, chi di come parla con la luna, chi di come fa le ripetizioni al proprio figlio, chi di come il proprio figlio fa la doccia, chi di come ci si masturba in pubblico, dei propri rapporti sessuali. E via di questo passo…

Cito Mario Perniola

«Proprio a partire dal ’68, Mishima (Giappone) organizza una specie di esercito privato, l’Associazione degli scudi, costituito da cento giovani che si rifanno alla tradizione giapponese dei samurai: il 25 novembre 1970, insieme ai 4 più fidati membri della sua associazione, occupa l’ufficio del generale dell’esercito di autodifesa e tenta un colpo di stato.

Dal balcone dell’ufficio, di fronte a un migliaio di soldati che lo deridono, tiene il suo ultimo discorso diretto a sollevare l’opinione pubblica contro la colonizzazione americana. Al termine si toglie la vita con uno spettacolare harakiri. Dopo essersi sventrato, è decapitato dal suo amico più fidato, che si uccide con lui.

Questa azione è incompresa e non riesce a diventare un evento-matrice; rimane nei limiti di un fatto di cronaca clamoroso privo di conseguenze mondiali, come il suicidio di Jan Palach o l’esecuzione di un importante leader politico da parte delle Brigate rosse italiane nel 1978.

Tuttavia il miracolo della poesia fatta da tutti trova il suo complemento nel trauma dell’harakiri: entrambi impossibili, eppure reali!

La perdita di autorevolezza dell’autore non riguarda solo la letteratura, ma ogni forma d’arte. Alla frase di Lautréamont [Impossibile, eppure reale!] sulla poesia fa pendant un’analoga idea espressa a proposito dell’arte da Karl Marx e da Friedrich Engels, che deplorano la concentrazione esclusiva del talento artistico in alcuni individui e il soffocamento di questo nella gran massa. Ora, per ironia della storia, l’arte alla portata di tutti i talenti è appunto il miracolo compiuto nei primi anni Sessanta dalla pop art, la quale con un uso spregiudicato del ready-made mostra come sia facile fare un’opera, sottraendo un qualsiasi oggetto dal contesto utilitario e immettendolo nel mercato dell’arte. In un primo tempo, l’effetto di questa strategia è l’attribuzione di un’enorme importanza al nome dell’artista che diventa l’unico punto di riferimento per la determinazione del valore dell’opera.

 Tuttavia l’osservazione di Andy Warhol secondo cui in futuro ognuno godrebbe di un quarto d’ora di notorietà esprime un totale scetticismo nei confronti della possibilità di fare opere artistiche che resterebbero come azioni significative per i contemporanei e per i posteri.

 Per opporsi al disincanto cinico della pop art nascono tra gli anni Sessanta e Settanta movimenti che, come il Wiener Aktionismus, fanno del corpo dell’artista l’oggetto di performance autolesionistiche. Al caso Mishima può essere accostato quello dell’austriaco Rudolf Schwarzkogler, protagonista di azioni artistiche che riproducono immagini di operazioni chirurgiche molto traumatiche: si dice che nel 1969 sia morto suicida strappandosi la pelle in pubblico.»1

 1 M. Perniola, Miracoli e traumi della comunicazione, Einaudi, 2009, pp.66-67

Giorgio Linguaglossa

La Mega Crisi quale causa efficiente della nuova ontologia estetica

Occorre prendere molto sul serio la tesi di fondo di Freud sulla paranoia. Secondo Freud il delirio non è la malattia stessa, ma un tentativo di guarigione. E qual è la “malattia” vera che lo psicotico delirante cerca di medicare? Risponde Freud: “Esperienze primarie di terrore, frammentazione e invasione”. Il delirio, soprattutto se sistematizzato, finisce col dare ordine e senso a un’esperienza di caos insopportabile. È possibile pensare sulla scia di Lacan, che questa reazione accada quando il soggetto si trova di fronte a un evento o a una situazione in cui non può più ignorare il “buco”, quel significante escluso, in significante – la paternità – a cui non corrisponde alcun significato. Ora, questo confronto col “buco” può produrre lo sfaldarsi completo dell’assetto di senso del soggetto.

 Questo preambolo per dire che al di sotto dell’esperienza della nuova ontologia estetica c’è una situazione di lacerazione, frammentazione, de-fondamentalizzazione del soggetto, espressioni proto tipiche del nostro tempo di Mega Crisi.

 Voglio dire che noi non ci saremmo mai imbattuti nella NOE se non vivessimo in un periodo di grande crisi (economica, politica, sociale e spirituale, e quindi anche stilistica), alla quale dobbiamo in qualche modo rispondere, trovare un senso alla crisi e malgrado la crisi; anche perché l’unico modo di uscire da una crisi devastante come quella che l’umanità sta vivendo nel nostro tempo, è attraversarla, trovare un senso alla crisi. Anche il non-senso sarebbe una risposta plausibile alla crisi che stiamo vivendo. Le bombe deflagrate nello Sri Lanka ci riguardano molto da vicino. La guerra civile della Libia ci riguarda molto da vicino. La guerra civile (strisciante) che da almeno un anno affligge l’Italia è un sintomo evidentissimo di questa Grande Crisi.

 Ecco, io sono del parere che questa Mega Crisi sia la causa efficiente della NOE. Noi tutti scriviamo la poesia che scriviamo in preda ad una frantumazione e de-valorizzazione di tutti i valori ai quali facevamo riferimento fino appena a ieri. Ecco, tutti quei valori, improvvisamente, oggi non valgono più, sono andati in disuso, sono stati rottamati. Oggi noi abbiamo di tutti quei valori soltanto delle schegge, dei rottami, dei frammenti, nient’altro ci resta di integro, tutto è stato frantumato e rottamato. La NOE non può che riflettere questa Mega Crisi dei valori e delle parole (che quei valori portano). Non è affatto colpa nostra né forse neanche merito nostro se abbiamo abbracciato una nuova ontologia estetica. Probabilmente, anzi, sicuramente dopo di noi verranno altre ontologie estetiche, il mondo non si ferma certo alla NOE, ma adesso, in questo preciso momento segnato dalle lancette dell’orologio della storia, è il momento della NOE.

Gino Rago

E-mail completa di A. C.
lungo le onde hertziane dell’eternità

 “Gentile Signor G.
Ricordo la Sua domanda:

 «Andrea, dove passerai l’eternità?»
Avevo in me la risposta nel magma,

 Ma ero ancora di terra sulla terra.
Ora possiedo la risposta:

 Passo l’eternità con Tiresia,
Cieco lui, più non vedente io.

 Mi creda Signor G.
Tiresia e io qui non siamo mai soli.

 Seneca, Omero e Sofocle
Appena dopo il mio arrivo erano con noi.

Subito dopo Dante, Virginia Woolf e Borges.
Da poco sono andati via

 T.S. Eliot, Apollinaire, Primo Levi e Pound.
Per domani hanno annunciato la loro presenza

Woody Allen, i Genesis e Pasolini.
Ma senza vista, compiutamente donna

E compiutamente uomo,
Tiresia non è interessato ai loro films…

[…]

Da Porto Empedocle un pacco.
Due fotografie con i compagni di Liceo,

Una stampa color seppia dai bordi smangiucchiati
Di mia nonna con Luigi Pirandello,

Qualche scaglia di cioccolato di Modica,
Una beuta senza tappo con pistacchi di Bronte.

La granita di Agrigento. Acqua, zucchero,
Verdelli di Menfi, Un bicchiere a V.

Un piattino di ceramica con un vulcano,
Con un’arancia, un ciclope, un limone.

Dal taglio nel tronco di un frassino
Un sorbetto di manna delle Madonie.

Stravinsky più in là
Parla di Tiresia e di “Oedipus Rex”

[…]

L’uomo-donna dalle sette vite:
«Ora qui con me hai tutto.

C’è anche Stravinsky con l’Edipo Re»

[…]

24 commenti

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24 risposte a “Qualche considerazione sul soggetto-polittico e sull’io, La Mega Crisi quale causa efficiente della nuova ontologia estetica, Poesie di Giuseppe Talìa, Gino Rago, Giorgio Stella, Commenti di Adorno, Mario Perniola, Giorgio Linguaglossa, Paolo Carnevali,

  1. Polittico, polittico ipoveritativo, polittico ipoveritativo in distici…
    Ma quando si affaccia nel fare poetico del nostro tempo questo genere di poesia e chi per primo lo riconosce e lo interpreta con il giusto linguaggio critico, un linguaggio che scava definitivamente un solco profondo con la critica Accademica?
    Per amore della verità segnalo che la gran parte delle risposte è in una pagina memorabile de L’Ombra delle Parole….
    Ne pubblico uno stralcio, sempre per amore della verità.

    Gino Rago

    Dalla Sez. Lettere a Ewa Lipska
    de I platani sul Tevere diventano betulle

    […]
    Cara Signora L.,
    Il mio Amico di Istanbul*

    dice che possediamo il Liquido Reagente.
    Ma chi davvero svela all’Occidente l’enigma dell’Occidente

    e il messaggio di aiuto nella bottiglia?
    Lei parla con saggezza del Prodotto Interno della Felicità,

    del fatturato della Felicita in vigore nel Butan.
    Forse nel Butan era un sogno

    e il rompicapo di misurare il PIF non finiva con la luna piena.
    Anche Lei conosce le cene cifrate, i segreti delle scarpe

    che si toccano sotto il tavolo.
    Sa, il motore della sofferenza dei poeti gracchia sempre

    nello stesso istante del mondo,
    questo mondo Lei e io lo chiamiamo “Rebus”

    perché se ne infischia delle nostre domande.
    […]
    Non posso più indirizzare le mie lettere
    alla Signora Schubert,

    un’amica di Vienna mi ha informato del suo decesso.
    La signora Schubert è morta all’improvviso. Povera e sola.

    Non più di cinque persone al suo funerale,
    senza pianti né fiori.
    […]
    La mia amica di Vienna mi ha consolato.
    Non più di cinque persone al funerale della Signora Schubert,

    ma la Bahnhofstrasse si fermò al passaggio del carro senza fiori.
    Nessuno beveva vin brulé o cioccolata calda.

    La Signora L. gode di ottima salute.
    Scrive poesie come impronte digitali e sintetiche

    come fuochi d’artificio.
    Con poche amiche passeggia intorno al lago artificiale.

    Parla della vita, del caso, del destino,
    sa che i nostri versi sono cani randagi,

    ululano alla poesia come i lupi alla luna.
    […]
    Ewa si chiede ancora
    dove andremo ad abitare «Dopo»?

    Dopo. Cioè là dove prima c’era la fabbrica
    che produceva la vita d’oltre tomba,

    inquinava le menti, avvelenava il mondo.
    […]
    Ha riconosciuto la mia scrittura?
    Sì sono io l’autore di tutte le lettere.

    Senza timori vada
    al Quartier Generale dell’Aldilà

    numero civico 777- piano terzo- scala D,
    attiguo alla abitazione di Dio.
    […]
    Al Quartier Generale lo sanno.
    Il «Dopo» sarà tra ciò che non facemmo
    e ciò che non faremo più.
    […]
    Ieri ho fermato quell’uomo
    che mi tormenta.

    Passa da qui ogni mercoledì,
    mi fissa negli occhi e prosegue:

    «Chi sei? Cosa porti nella borsa?»
    «Sono un poeta. Nella borsa porto il mio destino

    per indirizzi ignoti, letti d’alberghi, strade spaventate.
    Anch’io avevo un nome ma non lo ricordo più,

    il destino ha lasciato quel nome sull’acqua del fiume.
    Nelle caffetterie di Cracovia ora tutti mi chiamano

    “il-poeta-santo-bevitore”.
    Questo nome ora e il mio destino».

    Se non a Lei a chi potrei dire
    che le città che lasciammo ci inseguono
    […]

    Portiamo in giro il nostro passato

    in una busta di plastica del supermercato.

    Nessuno saprà
    che un tempo fummo nella fabbrica dell’amore.

    I testimoni che possono affermarlo sono tutti morti.
    E Lei da poeta lo sa:

    i morti ai processi dei vivi
    si avvalgono sempre della facoltà di non rispondere.

    Il nostro amico di Cracovia si spoglia in un pied-à-terre
    con la sua donna.

    Aprono insieme una bottiglia di Coca-Cola,
    si guardano negli occhi.

    Si abbracciano come due sconosciuti sull’abisso.
    […]
    (gino rago)

    Giorgio Linguaglossa, Roma, giugno 2018
    Caro Gino Rago,

    la tua è una «poesia-polittico», hai inventato di sana pianta un nuovo genere della poesia del «Dopo il Moderno».

    La tua «poesia-polittico» è simile ad un affresco rinascimentale dove ci sono molte e disparate cose qua e là: nelle bandelle ci sono i committenti (i poeti interlocutori), delle dame che accompagnano il trionfo di Venere e Adone, in un’altra bandella c’è una tomba nella neve con su scritto un nome: Herr Cogito, c’è del «Liquido reagente» che non si sa a cosa debba reagire; c’è un personaggio inventato da Ewa Lipska: la Signora Schubert, c’è una misteriosa «amica di Vienna», ci sono delle missive non giunte a destinazione, c’è uno scambio di vedute tra interlocutori distanti migliaia di chilometri in un mondo ad una unica dimensione (sovranista, mediatico e populista), etc.

    In questo mondo globale ad unica dimensione, tu riadotti il genere della missiva per fare un monologo globale a 360 gradi, la tua poesia riprende a fare dei grandi affreschi con del ready-made, con stralci-stracci di lettere immaginarie, mai inviate, e di poesie nostre e altrui, con gli stracci del nostro mondo…

    «portiamo in giro il nostro passato/ in una busta di plastica del supermercato».

    In un certo senso sei andato molto oltre la grande elegia del passato recente che ha in Brodskij il suo grande poeta irripetibile, ma con lui e dopo di lui l’elegia è diventata impercorribile perché una elegia per fiorire ha bisogno di una «casa», di una Heimat, di un «esilio», di una nostalgia… Noi oggi non abbiamo più una «casa» dove sostare e non possiamo avere neanche la nobiltà di un «esilio», e allora non rimane che la «poesia cartografia», la «poesia-polittico», la poesia che sfonda e sfocia nel futuro e nel passato ma senza alcun rammarico, come su una slitta, senza nostalgia, senza elegia, e, direi, anche senza un presente…

    Nella tua poesia c’è tutto: il passato, il futuro, ma, incredibile, non c’è il presente, sintomo evidente di una anomalia del nostro mondo… E se non c’è un presente non ci può essere neanche una casa del presente… non possiamo neanche uscire da una casa perché non abbiamo più una casa, una Heimat, non possiamo neanche intraprendere un viaggio, perché dove potremmo andare se siamo rimasti senza una casa alla quale ritornare?
    Appunto: in nessun luogo.

    E qui sembrerebbe che la vicenda metafisica, dell’homo sapiens e della metafisica occidentale, sia arrivata a compimento…

    Le parole dei poeti diventano sempre più «deboli», la significazione poetica diventa «debole», le parole si sono raffreddate e indebolite…

    Ci sono in giro delle notizie, delle percezioni circa questo ondeggiante indebolimento delle parole; anche i colori dell’odierno design (vedi il design di Lucio Mayoor Tosi) sembrano attecchiti dal medesimo indebolimento, diventano meno intensi, meno traumatici, si sbiadiscono, assumono lateralità, sembrano quasi perdere sostanza, sembrano attinti da una forza nientificante e nullificante.

    Non ci sono più oggi, e sarebbe impensabile, i colori formattati alla maniera della avanguardia pop degli anni Sessanta; sono lontanissimi i tempi dei colori squillanti e piatti di Andy Warhol e Roy Lichtenstein, oggi i colori dell’odierno design sono freddi e slontananti, deboli e gracili.

    Oggi ci muoviamo in un universo simbolico fitto di indebolimento e di cancellazione della memoria, sembra quasi impossibile riprendere il bandolo di una parola pesante, sembra uno sforzo titanico, una inutile fatica di Sisifo. Eppure, è soltanto in questa dimensione amniotica che la poesia di oggi può muoversi, non c’è altra strada che inoltrarsi in questo universo di parole slontananti, in via di indebolimento.

    Oggi sarebbe impossibile scrivere una poesia come Le ceneri di Gramsci (1957) di Pasolini o come La Beltà (1968) di Zanzotto perché entrambe quelle opere presupponevano una «casa», una Heimat… oggi noi non abbiamo altro linguaggio che questo della tua lingua di ruggine di ferro, quello di Mario Gabriele fatto di frantumi di specchi di altri linguaggi, oggi abbiamo un linguaggio fatto di frantumi di specchi… ed è con questo linguaggio che dobbiamo fare i conti, chi non l’ha capito continua a fare la poesia del post-minimalismo, della retorizzazione del corpo, del privatismo… l’aveva capito bene Helle Busacca quando dà alle stampe I quanti del suicidio (1972) con quel suo linguaggio da spazzatura, vile e sordido, volutamente a-poetico o Maria Rosaria Madonna quando scrive in quel suo linguaggio di frantumi di specchi che è il neolatino di Stige (1992) libro ripubblicato con le poesie inedite: Stige. Tutte le poesie (1990-2002) da Progetto Cultura (2018) che raccomando a tutti di leggere, uno dei capolavori della poesia del novecento italiano.

    Adesso, finalmente, la poesia italiana ha ripreso a pensare in grande, a tracciare il cardo e il decumano di una «poesia polittico» che abbraccia il pensato e l’impensato, il dicibile e l’indicibile, il possibile e l’impossibile.

    Per altezza di impegno edittale la tua poesia mi fa pensare a libri come Lettere alla Signora Schubert di Ewa Lipska e al ciclo di poesie de Il Signor Cogito di Zbigniew Herbert, tu ritorni al punto della vexata quaestio: il problema del nome e della cosa e se la poesia debba nominare la cosa o no, se il discorso nominante ha ancora senso o no, se il discorso nominante sia parola del destino o no:

    «E questo nome ora è il mio destino».

    La lingua diventa istanza di verità solo con la coscienza della non identità dell’espressione con il denotato, solo se la lingua accetta l’assunto secondo il quale nell’espressione nome e cosa si diversificano, tendono ad allontanarsi.

    (Giorgio Linguaglossa)

  2. giorgio stella

    Mi ha colpito molto la poesia di Giuseppe Talia … Caro Germanico… mi ha ricordato un vecchio libro di Cioran, ‘storia e utopia’ che cominciava con ‘caro amico vicino e lontano’… lasciando l’effetto personale di un impatto d’urto memoriale congelato, in questi versi c’è un bivio che non impone di essere attraversato… il bivio è creato dalla velocità della frazione che il verso stesso ricambia in sottrazione sommaria allo stesso e all’articolo secondario al primo cioè l’affermazione denunciata dall’aspettativa della concezione cognitiva ‘i rami di fibra convergente’ avanti ‘ Per caso i frutti sanguinano? ‘ … eccoci, torniamo al bivio una scommessa tentata tra l’essere e l’io, il nulla concreto se diretto, astratto se direttamente concreto.
    L’alternativa è buttarsi dal balcone ma non lo impone il bivio anzi ne è esente. Il bivio è al bivio, la flessione che lo ha reso tale, confermo, nei notevoli versi di Giuseppe Talia è un’estetica di polivalenza mimetica e da qui al polittico l’emergenza ‘didascalica’ non ha suffragio, potere, ginnastica.

  3. Vacanze terrestri.

    Cose che succedono all’ombra. Una dice: io sono io,
    voi siete voi. Ma è bella, ed è bello il pergolato. Allevamento

    di triangoli. Tre punti di vista per ciascuno. Se ne possono mettere
    nel cestino. Così Cappuccetto rosso, prima ti tornare sulla statale.

    Metafore fin dentro le scarpe.

    […]

    Ho da poco ordinato un blendet rattoppato all’Angelo dei camini.
    In giro, presunti vivi. Dovrei dire del mare. Che non ha colpa.

    “Se una fa la difficile l’altra sta sulla convenienza e meno male”.

    […]

    Negli anni siamo fanciulli. Ma ancora tanti preferiscono restare
    asserragliati al cinema del ricreatorio.

    Si capisce che l’hanno inventato loro, il cinema. Che loro erano lì
    anche da prima. Quel sogno di gloria nei loro genitori.

    – Ecco perché eravate qui già prima che inventassero il cinema.
    Fine dei ballerini in tasca.

    […]

    Comunque non si vede anima viva. Quelle poche amano il tormento.
    Perfezionisti all’arrembaggio.

    (May – lug 2019)

  4. Per la Rassegna estiva de L’Ombra delle parole. Apriamo le danze?

    Discorso in libertà.

    Vita smeralda. Ma via tutte quelle vettovaglie: il ma,
    il Do minore. Tra, ma per cui. E attenzione alle e.

    «Prima o poi qualcuno dovrebbe decidersi a dare il Via!»
    Il cambio di sesso è imminente – Oh, Orlando!

    Come sentirsi spiazzati in cento rigori calciati da Messi.
    Il brodo caldo e le centurie. Racconto in breve.

    Batman contro Golia. Scesero dalle Alpi convinti
    che alla fine delle scale mobili avrebbero trovato l’oro.

    Lo trovarono. Qualcuno disse «Non è l’India. Ma può
    andare» E’ massimo oriente che si possa trovare, a sud

    della Scandinavia. Milano e gli scavi di Pompei. L’Hotel
    Regina. “Il canto degli scoiattoli, mio caro, non esiste”.

    Reclamo una partita, io e te davanti. Poniamo che/
    Il bambino abbia terminato l’ergastolo.

    E inizi dicendo da uomo: «Ave Maria». Per dare il nome
    a una nave da crociera. Qualcosa, che faccia sognare.

    Rileggo il muro di cantina. Mancano gli addentellati.
    Virgola. L’umido delle scale. Braccia come ali.

    (May – lug 2019)

  5. E sottolineo se. All’improvviso a Cas
    incominciasse una ciglia a incupidirsi.

    Dell’erezione stessa di un capezzolo,
    la stessa detonazione.

    In fondo, in fondo, alla vecchia via Lattea
    un generare eterno di sguardi fissi.

    GRAZIE OMBRA

  6. Poi corretta con al posto di “quelle vettovaglie”, “Vita smeralda. Ma via tutto quel che avanza: il ma, ecc.

    • Meglio ancora, per me naturalmente:

      “Vita di smeraldi. Ma via tutti gli avanzi: il ma…”

      (così scomparirebbe l’aggettivo ‘smeralda’…Che ne dici, Lucio)

      • Caro Gino,
        hai ragione ma forse meglio ancora sarebbe “Vita da Costa Smeralda”.
        Per “Vita smeralda” dovrei ringraziare il direttore creativo che mi fu maestro in pubblicità. La sintesi mi sembra da lui (inventò e scrisse “Milano da bere”, “10 piani di morbidezza”). Ma non vorrei insistere nell’errore, anche se si tratta di una head line. “Vita da Costa Smeralda” è certamente più chiaro, e non gli serve altro.
        Mi onora la tua attenzione. E l’appunto è meritato, anche perché di appunti ne faccio tanti anch’io e deliberatamente verso tutti. Quell’aggettivo mi aveva fatto dannare fin da subito. Poi diventa questione di linguaggio. Io Vita smeralda lo direi tanto per dire a una ragazza, fuori dalla balera. Nel 1940. Alla Pavese. Vorrebbe essere un inizio senza seguito. Ma forse è brutto. Sì, povero. La qual cosa non mi garba nemmeno un po’. Come non mi garba, dati i tempi, una poesia che inizia con “Vita da Costa Smeralda”. L’esatto opposto di dove mi trovo a vivere.

        • Il mio linguaggio è poverissimo, altrettanto il lessico. Così messo non avrei chance per potermi dire poeta. Lo si dovrebbe capire subito, che non è scaltrezza letteraria. Un poeta amico, che stimo molto, un giorno mi disse che scrivo coi sandali e porto sulle spalle quasi niente; ma disse anche “Come Basho”, così mi fece contento. E ancora ne rido.

  7. cari amici,
    cari Talìa e Germanico,

    non possiamo più uscire di casa perché è intervenuto il Grande Gelo, la Notte Polare Artica. Non è vero niente, il riscaldamento globale è una balla inventata da scienziati postruisti, la verità è che siamo entrati in un Grande Gelo, e le parole si sono raffreddate, ibernate, non significano più nulla. Voglio dire che non c’è più un significato, là fuori, che renda stabile la parola e il linguaggio. Oggi chiunque, con l’aiuto di Fb, twitter, instagram, sms etc., può dis-convalidare qualsiasi significato, non c’è più alcun corrimano che aiuti a scendere le scale del Grande Gelo Universale (GGU). Qui da noi la poesia postruista ci parla ancora dei raffreddori dell’io e dell’orticaria della zucca vuota. Non abbiamo sciarpe o mantelli in grado di ripararci dal GGU, siamo tutti diventati tutti calvi.

    caro Lucio Mayor Tosi,

    trovo geniale quell’«allevamento di triangoli» della tua poesia, e

    Ma via tutte quelle vettovaglie: il ma,
    il Do minore. Tra, ma per cui. E attenzione alle e.

    Davvero, via tutte le vettovaglie inutili e le suppellettili che ingombrano i nostri focolari. Gettiamo al Tevere, insieme alla Giunta della Raggi anche tutto ciò che ci appesantisce. E mettiamoci anche i postruisti Salvini, Savoini, Siri, Di Maio e Renzi e &… tutti i cialtrùn… I poeti. no, quelli sono lì, in lavanderia a sciacquare i piatti della trattoria…

  8. Dopo Auschwitz.

    Solo cattive notizie, all’oroscopo. Come nei notiziari.
    Hai una paura fottuta. Ma ti sveglierai – che detto da mia mamma

    sarebbe una minaccia. Mia mamma non è come in fotografia.
    E’ in piano molto ravvicinato, di tre quarti. Le spalle al muro.

    Quel che le resta.

    (May-lug2019)

  9. giorgio stella

    Vorrei condividere con gli amici dell’ombra le poesie di Edward Stachura:

    METAMORFOSI

    Una montagna
    nuvole le scoppiavano nere
    sempre più nere
    come minacciose mandrie di cavalli frigi
    finchè un fulmine
    trafisse il quadro non finito ancora
    e il modello cadeva
    a testa in giù
    nella tela
    ed entrò
    nei caldi ancora contorni
    di un improvviso abbaglio

    Era mattina
    e tu mi ridevi dal ritratto

    CAPELLI

    Il fiume scorre
    negl’occhi dei pesci
    come l’arcobaleno
    o un non rimangiato
    taglio di coltello

    Vi galleggiano
    i grandi cuori dei baobab
    le ruote dei carri
    e anche i pesanti candelabri
    delle corna dei cervi affogati

    Le mie lacrime
    come briciole di porcellana cinese
    annegano vorticando lentamente

    PAESAGGIO

    S’addorme l’orizzonte nell’angolo della tua bocca
    e le nuvole e il sole ritornano
    per domandare alle penisole più dolci
    le morbide tane dei tuoi occhi
    come giaciglio

    Nei paesi lontani
    le bianche mani dei monaci
    sgozzano i giovani daini
    e nelle case sul pavimento di pietra
    stendono le pelli morbide
    per un solo piede tuo

    Al mattino quando alzi pigramente il collo
    le mani dei ladri ti avvicinano
    pettini d’avorio
    e i più bei cavalli
    accorrono sotto la finestra

    ESTATE SULLE ALPI

    Sulle torri e sulle punte delle dita
    scorrono venti alti
    come colonne di silenzio nelle cattedrali gotiche

    Ziangara d’ottone
    presagisce la sparizione del dattero
    dai rivoli sulla mano sinistra

    E’ come se il nocciolo lucente dell’occhio
    prendessi tra le dita
    e lo gettassi sulla spiaggia
    – il margine ultimo del sogno

    Ora devi andare a Benares
    oppure ancora a pescare
    gli odori del grano maturo
    e un attimo di commozzione
    della solare madonna

    ***

    I frutti entrano nella pietra
    mani troppo chiare sollevano colori
    come collane di diamanti
    furtivamente e con abilità

    O dio!
    E ancora le gengive appiccicose degl’odori più in alto
    e il cielo con i grandi occhi
    dello scoiattolo spaventato

    E poi soffiano due venti
    nelle trombe d’ottone
    e annunciano la fame
    cerimonia per l’inizio del banchetto

    TRAMONTO IN PROVENZA

    Mio padre uccideva il coniglio
    secondo giustizia e vicino alle orecchie
    e quando più lentamente morivano
    gli snelli candelabri degl’alberi di tuia
    e i pendii dolci
    come occhi di concubine mongole.

    Volavano via con il fumo
    i tulipani degli incanti orditi
    finché la luna…
    ah, la luna
    come la zampetta del coniglio gettata in aria

    ***

    Chinate le vostre schiene
    coste delle solari tartarughe
    perché anch’io conosca la giustizia del tatto
    e la casa della luce pigra
    per il giorno seguente

    Rigonfie narici del mezzoggiorno
    fiutano tuttavia l’inquietudine
    all’altezza della voce
    dei giardini
    e del cielo

    Allora lacerai le sbarre d’ottone della mia nostalgia
    in spazi regolari
    perché vi scolassero
    i fiumi purpurei delle vene sulle pianure ardenti
    ma nemmeno l’armonia
    ha suscitato il dubbio dei raggianti scultori

    ***

    Alla notizia del terremoto in Cile
    i miei piedi, loro, provarono vergogna
    e vollero subito anche sprofondare
    in qualche burrone infernale

    allora gli ho ricordato il buon senso
    che il mio tremore è grande sotto di me
    come la vendetta delle talpe sul loto-fiore

    allora io gli ricordo la pazienza
    e gli chiedo che in questo siano bravi

    GIOCHI INFANTILI

    Alcuni con gli occhi dei genitori morti
    giocano a biglie
    Altri ai citrigni suonatori di organino
    rubano le scarpe
    Altri con le ali delle farfalle strappate
    compongono un sorriso
    Questi invece nei ditini rosati prendono il sogno
    e lo tingono di nero
    E il Dio sta accanto

    ***

    Ogni notte
    quando scendono nelle bettole i questuanti
    per vodka aringa e puttane
    nelle città lontane dell’Orione
    Arlecchino morde le unghie a sangue
    e richiama i topi
    sui pifferi delle gambe

    E’ segno che non basta il viola
    l’odore del sapone
    del pane e il solletico nelle narici

    E là
    i questuanti
    entrano nei boccali di birra dorata
    e con i denti nelle cosce avidamente.

    COMPOSIZIONE

    Appartenevo un tempo
    ai giardini alti
    con un’entrata etrusca
    e snella

    Le donne lì erano pigre
    come fiumi
    e nelle dita avevano la morbidezza
    dei tappeti persiani

    Si andava dritto all’abbeveratoio
    oppure su dorsi di leonesse
    e solo la sorgente
    e i vasi dai catecumeni
    conoscevano l’insazietà
    i frutti e il cielo
    maturavano basso
    che non bisognava alzarsi sulle dita
    per raggiungerli

    Di notte mi giocavo a domino con le stelle
    la conservazione della purezza
    o una giovane volpe.
    Qualche volta perdevo generosamente

    AUTUNNO

    Immergere immergersi
    nei giardini del rosso autunno
    e staccare le foglie a una a una
    come le ore dell’esistenza

    Andare d’albero in albero
    nel dolore e di nuovo nel dolore
    pianissimo a passo di sofferenza
    per non svegliare il vento

    E cogliere le foglie senza rimpianto
    con un sorriso caldo e triste
    e l’ultima piccola foglia
    lasciare a qualcuno e morire…

    ***

    Ho trascorso appena la notte e nessuno mi saluta
    nessun nessuno mi dice – salve a te
    rimani a colazione così a cena
    e che il sonno ti abbia tra questa e quella
    Ho trascorso appena la notte e nessuno mi saluta
    e ho lavorato duramente a cercare
    a ricercare queste porte immortali
    queste porte perdute ricercando

    Ho trascorso appena la notte e nessuno mi chiederà
    nessun nessuno mi chiederà – com’era il cammino
    com’era il tuo cammino attraverso il nero fogliame

    Ho trascorso la notte dico e sono stanco
    non mi è venuto a trovare né il fauno né l’angelo custode
    e nemmeno la più piccola lucciola

    ***

    Si sono ritrovati i sogni
    che ho messo un tempo
    nella tasca bucata
    quando la notte
    grossa cornacchia
    volava al fiume trasparente-buono
    Quella notte
    i pipistrelli divorarono tutte le stelle
    bianche farfalle
    sono rimaste solo le farfalle nere
    La verità era in quel tempo come la luna
    che rotola su un levigato specchio
    per quattro settimane
    Si sono ritrovati i sogni
    grosso bastone di quercia
    __________________________________

    [Edward Stachura ‘poesie e canzoni’, edizione YAALED – 2010]

  10. Vorrei dire qualcosa sulla indubbia genialità della poesia di Giuseppe Talìa, anzi, sulla lettera che il personaggio Talìa invia a tale «Germanico». Per informazione del lettore diremo che questa fa parte di un gruppo di poesie inviate da tale Talìa al generale germanico Comandante delle legioni del Nord.

    Ma qual è il punto? Di che cosa qui è questione? Si tratta di una poesia di carattere storico? Si tratta di una allegoria? Di un pastiche? O che altro diavolo non so, non saprei, ma so per certo che qui Talìa ha messo in atto in modo brillantissimo l’idea della de-soggettivazione del soggetto e dello spostamento-collisione dei piani di elocuzione. Il soggetto non c’è, o meglio, il soggetto che legifera sulla poesia e nella poesia c’è e non c’è, è, in verità si tratta di una finzione. Quel soggetto che scrive a Germanico è una finzione, un falso, ecco il punto. E preso atto di questo assunto, la composizione prosegue senza offrire al lettore alcun appiglio di sicurezza intorno a ciò di cui si dice. O meglio: ciò di cui si dice lo si dice in modo tale da smentire ciò di cui si dice, e smentire anche il modo con cui si dice. Doppio effetto di straniamento, quindi, ma trattato in modo nuovissimo, da farlo sembrare un gioco o uno scherzo.
    È che tutta la composizione ha l’aria di prendere in giro il lettore, e invece si tratta di una cosa serissima, la vera questione è che ciò di cui si dice non corrisponde affatto al modo con cui si dice, si verifica qui uno scollamento, una distanza tra i due fattori del discorso poetico, e la poesia contiene in sé i due piani del discorso facendoli friggere e collidere l’uno contro l’altro, il fattore serioso e il fattore derisorio.

    La composizione assume la forma di una lettera ad un destinatario. Facciamo un passo indietro. È accaduto questo, che nel corso di questi ultimi decenni le «forme» sono scomparse, inabissate, frantumate, e chi voglia scrivere una poesia deve fare i conti con questo semplice problema: quale «forma» adottare con la mia poesia se tutte le «forme» sono inutilizzabili e sono state fatte affondare? È ovvio che per dire qualcosa di nuovo in poesia si deve individuare una «forma» con la quale dirla, una «forma» superstite, una sopravvissuta, magari un fantasma di «forma» o una finzione di «forma». Avviene così che Talìa, in mancanza di meglio, è costretto a rivolgersi alla forma più antica da quando esiste la scrittura: le forma-missiva. In tal modo risolve il problema della «forma».

    Ma c’è anche un secondo problema che Talìa deve affrontare, e non piccolo: in quale stile si deve scrivere? Ecco. Un poeta meno dotato adotterebbe la forma-non-forma narrativa del raccontino con gli a-capo, e farebbe quello che tutti hanno fatto e fanno in queste ultime decadi, cioè scriverebbe una prosetta con degli a-capo. Talìa no, adotta il distico, che gli impone però una gabbia abbastanza stretta, che alla fine di ogni distico ha solo due possibilità: mettere il punto o rinviare al distico successivo la prosecuzione del discorso poetico. Non è affatto un elemento secondario, anzi, si tratta di una costrizione che il distico impone all’autore. E allora chiediamoci: come fa Talìa a risolvere il rebus? Leggiamo la poesia:

    Giuseppe Talia

    Caro Germanico,

    oggi il sicomoro ha fatto frutti: cachi belli e rotondi.
    Teofrasto, stupito, ne ha salvato l’immagine

    in uno screenshot da pubblicare su facebook.
    “Una simile piantaccia polverosa ha fatto frutti?”

    Immediatamente la cia, la cei, il cicap
    hanno rilasciato tutti un’agenzia.

    Per la cia il fenomeno è probabilmente dovuto
    alla velocità dei dati delle reti 5G, all’efficienza spettrale

    della velocità di trasmissione della banda larga per cui
    tra la radice del sicomoro, i rami in fibra convergente

    si è creato un cloud e quindi Parmenide aveva ragione:
    “una che “è” e che non è possibile che non sia…”

    La cei ci va cauta. Per caso i frutti sanguinano?
    Qualche cachi, in verità, presenta una maturazione

    precoce: gli acidi, gli zuccheri e gli aromi rilasciano
    una poltiglia dall’esocarpo crepato.

    Non si registrano volti wanted dell’iconografia globale
    se non per quel cachi in alto a destra che pare
    assomigliare a San Carpoforo.

    Comunque, nel dubbio, i fedeli hanno acceso alcune candele
    sotto l’albero e l’industria dei gadget è già in opera.

    Il cicap sguazza nella melma scivolosa della polpa.
    Ne acquisisce campioni. Il Diospyros kaki desta sospetti.

    Teofrasto continua a dire: “una simile piantaccia polverosa?”

    Talìa adotta il tropo dell’iperbole, cioè rilancia ad ogni distico il discorso su un piano sempre più assurdo ed estremo, seppur mantenendo inalterato il tono serioso di un discorso verosimile o para razionale. L’apparenza di voler mantenere un discorso razionale e verosimile cozza e si scontra con l’assurdità di tutta una serie di nuove condizioni nelle quali il discorso serioso e razionale va ad impantanarsi. È qui il salto di fantasy decisivo. Talìa mostra che il senso e il non-senso del nostro mondo e anche della poesia sono entrambi destituiti di contenuto veritativo, il senso equivale al non-senso del tutto, poiché il Tutto è un Totem e il Totem è falso, posticcio. Non c’è alcun senso (così come non c’è alcun Totem) che la poesia possa mostrare perché il senso non c’è. La mondità del mondo non contiene alcun senso e che anche la parola «senso» è sbagliata, un inganno, una parola truffaldina che è stata foriera di conseguenze nefaste.

  11. giorgio stella

    […]

    L’altra parte dell’alveare è a schema la riga è fatta per gli aspiranti
    dello scudo universale – problema da dilettanti -, burle da sommarsi ai [capitelli della capitaneria di porto, l’orto [non urto]

    […]

    d’attrito splendente le capsule in fiore il coccio del loto ma chi ha frodato
    la banchina con la conchiglia della fondazione? chi per primo ha richiesto [doppia razione di campi di cotone?

    […]

    ‘d’altra parte Signor […] non si riprese mai del tutto dalle percosse subite, sanguinava pure quando era curata la ferita…’ -.

    – “Egregio Lei […] le solennità delle belle parate non portano santi nei calendari tantomeno quei faretti accesi quando si risale dagl’abissi con termometri di scorta contando le uova di riserva…” – […].

    […]

    Per arrivare alla spiaggia ci vogliono cinque minuti a piedi dall’Hotel, senza macchina! Certo per chi cammina di meno ce ne vorranno dieci.

    I nostri posteri risaliranno alla nostra epoca dai cavalli fermi a Piazza di Spagna; li hanno fotografati Dolce & Gabbana, sul Duomo di Milano una [volta ci salirono i Beatles.

  12. Caro Giorgio Stella,
    da questi tuoi versi arriva il profumo Nuova poesia. E’ estate. Ma piuttosto che niente, vado a ragionare sul frammento: se abbia senso procedere per strofe, e non invece restituire alle parole la loro reale indipendenza; nell’ordine in cui sono arrivate; e quindi possano servire punti. In queste tue strofe, i frammenti sono nitidi. Forse il punto mette noia, farlo sistematicamente… diciamolo a bassa voce: qui salta fuori la questione dello stile. Perché il “punto” tende al massacro…

    Questa tua poesia è per me un capolavoro.
    Bellissima.

  13. giorgio stella

    Carissimo Lucio Mayoor Tosi, che gioia risentirti a prescindere da me appari raramente con quella tua scrittura esatta e nobile tragica e destinale.
    Contentissimo per l’affermazzione che mi dedichi, se per te questa poesia è un capolavero lasciamo che lo sia altre interferenze sono note in ambienti prescelti per le stesse. Già… il punto… a Roma non so se sei di Roma si dice ‘appendere il cappello’ come chi si fa il tatuaggio dell’ancora: mettere un punto. Ai tempi miei chi aveva un tatuaggio o era stato in marina o in galera. Un abbraccio profondo, Giorgio Stella
    ___________________________________________________________

  14. giorgio stella

    dall’epistolario Di Ilana Shmueli con Paul Celan [da ‘Di’ che Gerusalemme è’ – Quodlibet 2002]
    ___________________________________________________________
    6 aprile 1970
    – – – Le mie poesie – a Stoccarda si avvertiva resistenza negli uditori, a Friburgo, dove ho letto due volte, in cerchi ristretti e ristrettissimi presso il prof.Baumann, hanno provocato, non in tutti i presenti, e neppure in Martin Heidegger,anche lui uditore, un massimo di ascolto e comprensione -, le mie poesie mi procurano momentaneamente, proprio mentre io leggo, la possibilità d’essere, stare. Non assillarmi: io vivo con ciò che tu dici, io sento, quando tu scrivi, che tu sei vicina, però – scusami – abbandono il luogo dove questo accade, le cose, anche le più estremamente forti e fortificanti si ritraggono, rimane: l’essere solo. Questo, credo, non potrà essere mai diverso: probabilmente devo aspettarmi qualcosa di ancora più estremo. Il prof. Baumann mi ha offerto un lettorato al seminario di lingue romanze – accettarlo non mi è possibile, non ultimo per la mia cattiva memoria. Ma questa, lo capisci, non è l’unica ragione. Permettimi di non essere più esplicito. –

    Celan scrive:

    Cosa posso fare? Sono presente solo a tratti e probabilmente per sempre “insopportabile”.
    Tu conosci la mia costituzione, tu sai come si è arrivati a questo, i medici ne sono in gran parte responsabili, ogni giorno è un peso, ciò che tu chiami “la mia personale salute”, forse non esiste affatto, le distruzioni giungono fino al nocciolo della mia esistenza.

    Celan scrive:

    mi hanno guarito a pezzi!

  15. caro Giorgio Stella,

    nell’ultima strofa che inizia così:

    I nostri posteri risaliranno…

    io toglierei «nostri» e lascerei semplicemente: «I posteri risaliranno…»

    Penso anch’io che questa sia una poesia nuovissima, una poesia con targa NOE svolta in modo personalissimo da Giorgio Stella con il suo inconfondibile stile magnetico. E poi forse toglierei il bisticcio di parole: «l’orto [non urto]», perché rimanda con la memoria al gioco dei significanti della poesia di un certo novecento che sarebbe bene dimenticare. Lascerei soltanto «l’orto», magari con dei puntini di sospensione…

    È incredibile la velocità di assimilazione dei segreti della NOE da parte di Giorgio Stella. Ciò vuol proprio dire che certe cose aleggiano nello spirito del tempo, sono qui accanto a noi ma noi non le vediamo, occorre che qualcuno ci apra gli occhi e ci faccia vedere le cose, quelle lì che non vedevamo. Alla luce delle nuove cose sarei portato a chiedere a Giorgio Stella come considera la sua precedente poesia, quella scritta durante i venti anni precedenti.

  16. giorgio stella

    Carissimo Giorgio Linguaglossa considero i miei vent’anni di poesia scritta [pubblicata o no è uguale] niente che abbia a che fare con la poesia; mi auguro solo che i pochi esemplari in circolazione spariscano… neppure prove d’autore o falsi d’autore… magari… Riguardo le letture è diverso non ho mai buttato un libro di versi in vita mia ma oggi un 80 x cento sarebbe impossibile rileggerli, mentalmente cambi i versi che stanno dove dovevano esserci. La questione tempo ci mette una pietra sopra. Sottrarre alla NOE questa manciata di anni che mi rimangono sarebbe un ulteriore fallimento nelle cose che per sfortuna mi hanno sopravvissuto. Un abbraccio Giorgio Stella.

  17. caro Giorgio Stella,

    credo che nei poeti della nuova poesia sia presente la consapevolezza che il concetto di poesia legato alla priorità e centralità del significante (con tutta la serie di tropi che ne derivano: assonanza, consonanza, rima, phoné, fonologia etc.), vada progressivamente e definitivamente in disuso. Parallelamente concresce la consapevolezza che una serie di tropi vengono a rimpiazzare quella antica centralità del significante che costituisce lo stigma e la caratteristica della poesia novecentesca.

    Penso ad esempio alla poesia di Anna Ventura che già con il primo libro del 1978 Brillanti di bottiglia, il ruolo del significante sembra molto ridotto, anzi, quasi assente. E non è un caso che il ruolo del significante, in poetesse della seconda metà del novecento come Helle Busacca con I quanti del suicidio del 1972 e Maria Rosaria Madonna con Stige del 1992, subisca un netto e drastico ridimensionamento. Ma anche in una poetessa di primissimo piano come Giorgia Stecher la cui attività si svolge durante gli anni ottanta e novanta fino al 1996, anno della sua morte e della pubblicazione del suo ultimo libro, Altre foto per Album. Anche nella poetessa siciliana il ruolo del significante viene ad essere ridotto in modo considerevole.

    È un processo che attraversa la seconda parte del novecento. Oggi è quindi possibile tracciare il filo rosso di demarcazione della nuova poesia da quella genericamente novecentesca. E questo fenomeno qualcosa vorrà pur dire.

    Definire la nuova poesia implica quindi il ridefinire la poesia genericamente intesa come novecentesca e post-novecentesca.

  18. giorgio stella

    Carissimo Giorgio Linguaglossa, certo, mi ero espresso male … [le cose che per sfortuna mi sono sopravvissute…] intendevo le cose che ho scritto io.
    Rifondare la poesia magari partendo dalle ceneri di Gramsci, Le ceneri di Gransci forse [parer mio] il libro più alto del novecento. Ma qui c’è anche una cernita di nomi… rileggere x me un tonelli o un damiani miei ex eroi [eroi è proprio un titolo di un libro del secondo] non porterebbe a niente per questo come dice lei ora che abbiamo una tracciabilità la stessa dovrebbe essere panoramica all’alfabetizzazzione che la comprende tutto qua. Se penso che ho preso sul serio un eugenio lucrezi, che ne elemosinai l’amicizia tradita pur se mi recensì su Levania che libri tipo bingo-blues o bambo-blues è uguale li ho letti tutti di lui [due regalati e autografi! ma sti…] che credevo davvero provenissero non dalla nuova parola poetica ma nella nuova parola poetica mi ‘schiaffeggerei’ x non essere volgare allo specchio da solo. La NOE ha un vantaggio messo poco in risalto a mio parere… quando hai scritto una poesia noe non dico te la ricordi a memoria ma non la scordi questo forse varrà per me… prima perso nel poema a mala pena ricordavo un paio di versi dello stesso ma giammai la trama rigorosamente intessuta dei filtri che tale lo rendevano!… non so se piangere o se ridere… rido… perchè oggi è giorno di letizia arrivano i suoi libri! aspetto il corriere espresso come un bambino il balocco sotto l’albero di natale.
    Concludo non è ‘nostro malgrado’ ma neppure ‘per caso’ mi permetto il nostro. un abbraccio giorgio stella. Le farò sapere della delivery.

  19. Antonio Sagredo

    Gli stati di crisi in ogni epoca sono stati graditi dalla Poesia, ma tante volte a causa di quelli l’uomo si è posto delle domande idiote p.e. “Dove era Iddio nei lager e nei gulag?”, oppure questa domanda ancora più idiota: “Dopo Auschwitz non è possibile scrivere più poesia”.
    Intanto Iddio non era in nessun dove e tempo perché non esiste, ed è soltanto l’estrema disperazione umana a partorire una ancora di salvataggio, e dare a questa tutte le colpe possibili; ed è non solo una rimozione astuta e calcolata, ma una delle meno credibili “attività di spostamento” dei propri pensieri e delle proprie azioni verso altre stazioni da dominare e distruggere.
    Coloro che parlano e sparlano di pace e similari inutili sentimenti, sono i peggiori criminali, e coloro che in nome di un popolo che “vogliono” proteggere” dicono di legalità e tranquillità alle coscienze collettive, sono di queste i più temibili persecutori, fino a distruggerle in qualsiasi maniera.
    La Poesia è altro e altrove, oppure il suo contrario, perché canta misfatti e beatitudini allo stesso modo, sviscerando degli uni e degli altri le nefandezze e i buoni propositi (Dante ha insegnamenti estremi e non tanto poi confortanti medicine).
    Dunque, come spesso ho scritto nei miei versi, che talvolta sono anche dei saggi, i profeti, i religiosi da cui discendono i peggiori carnefici in ogni epoca sono la testimonianza di come in questa Terra (questo minuscolo corpuscolo degli /negli universi tutti, invisibile già quasi da Saturno) sia soltanto un punto indifferente negli spazi senza limiti, e sempre i Poeti lo hanno dettato.
    Più che figure, non siamo nemmeno maschere, e nemmeno evanescenze, né ombre, né nulla..
    “Non siamo che un Nulla, il resto è delirio” (A. S).

  20. Talìa

    Caro Germanico,

    i Frisi e i Cauci, rinvigoriti dall’Unione, muovono
    verso il sud del Reno sotto la spinta degli Usipeti.

    Roma, intanto, sprofonda nei video virali all’arma bianca.
    Due Cesari siedono sul trono di Stige: malaffare e malgoverno.

    Gli Urali stringono la cintura illiberale dell’ex kgb.

    Tè al polonio, spray urticanti, ricina che non lascia tracce
    Si producono nelle miniere paleozoiche del Mar di Kara.

    Ovidio stesso ne mescola alcuni alla neve fresca del mattino
    Mentre Esenin, invece, li usa per il congedo all’Angleterre.

    Non so se sai, caro Germanico, di Cartesio che dubita
    Dell’esistenza del mondo esterno e conta le stelle ad occhio
    Nudo.

  21. Talìa

    Grazie a Giorgio Linguaglossa e grazie a Giorgio Stella.
    Talìa.

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