L’esserci pronunzia il dicibile, e così fonda la lingua, La poesia oggi non può essere che fondazione del nulla, Poesie e riflessioni di Michel Meyer, Giorgio Agamben, Giorgio Linguaglossa, Francesco Paolo Intini, Gino Rago, Giorgio Stella, Marina Petrillo, Alfonso Cataldi

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Marie Laure Colasson, Astratto

Giorgio Linguaglossa

L’esserci pronunzia il dicibile, e così fonda la lingua, La poesia oggi non può essere che fondazione del nulla

Il poeta è quell’ente che sta a metà tra il linguaggio e mondo. Linguaggio e mondo stanno uno di fronte all’altro ma sarebbero muti se non ci fosse l’esserci che assicura la dicibilità. L’esserci pronunzia il dicibile, e così fonda la lingua.

La poesia oggi non può essere che fondazionale, magari fonda il nulla, come avviene nella nuova ontologia estetica, ma è inevitabile che fondi il nulla, perché appena parteggia per una parte diventa discorso positivo e così si scava la fossa. Per sopravvivere la nuova poesia deve sfidare il nulla a farsi dappresso, a farsi avanti. E questo penso sia chiaro leggendo le poesie sopra postate, tutte hanno cessato di cercare un terreno stabile come poteva essere la poesia neoverista di Pagliarani con La ragazza Carla (1960) o sperimentale con Laborintus (1956) di Sanguineti o impegnata come Le ceneri di Gramsci di Pasolini (1957) o Composita solvantur (1995) di Franco Fortini. Quella è stata una gloriosa tradizione fondata su un discorso positivo assertorio, adesso, mutate le condizioni del mondo, l’unica positività che spetta di mettere in atto in una poesia è la «positività» del nulla.

La poesia italiana che è seguita all’ultima opera di Fortini non mi sembra che abbia mutato la direzione del percorso di un discorso positivo e positivizzante che oggi non ha più senso proseguire…
Da questo punto di vista la nuova ontologia estetica prende le distanze da tutta la poesia della tradizione del novecento.

Scrive Giorgio Agamben:

«L’essere è una pura esigenza fra il linguaggio e il mondo. La cosa esige la propria dicibilità, e questa dicibilità è l’inteso della parola».1

1 G. Agamben L’uso dei corpi, Neri Pozza, 2014, p. 220

 

Gif Monna lisa

La poesia oggi non può essere che fondazionale, magari fonda il nulla…

Francesco Paolo Intini

Passo su sgabello

Servono ventose e becco di polpo. Capacità predatoria.
Sopravvivere a un attacco di scafandri e radioonde.

La Luna schiaccia una clinica a notte.
Kubrick in una civetta.

C’è un retaggio platonico. La Scolastica intera.
Una serpe aspetta il topo.

Colline e lagune del mimetismo.
Si odono lumache. Il petto lacrima dolcemente.

Il venditore elenca i vantaggi della discesa.
Si berrà Mc Carthy al Colosseo.

Dopotutto il centro della galassia divora Dei.
Aggancio di vipera su topo.

Se non pensa, che pensa la Scienza?
Il Tempo muore, l’Energia è zero Kelvin

Stravrogin fa un passo da gigante.
Matrëša su uno sgabello.

La V tace e non c’è mai stata.

Gino Rago

Una e-mail di A. C. (lungo le onde hertziane della eternità)

Gentile Signor G.
Ricordo la Sua domanda

fatta a nome di Zbigniew Herbert:
«Dove passerà l’eternità?»

Avevo in me la risposta nel magma,
ma ero ancora di terra sulla terra.

Ora possiedo la risposta:
passo già l’eternità con Tiresia,

cieco lui, non vedente io.
Mi creda Signor G.

Tiresia e io qui non siamo mai soli.
Seneca, Omero e Sofocle

Appena dopo il mio arrivo erano con noi.
Subito dopo Dante, Virginia Woolf e Borges.

Da poco sono andati vita
T.S. Eliot, Apollinaire, Primo Levi e Pound.

Per domani hanno annunciato la presenza
Woody Allen, i Genesis e Pasolini.

Ma senza vista, compiutamente donna
compiutamente uomo

Tiresia non è interessato ai loro films…

Giorgio Linguaglossa

«Sopravvivere a un attacco di scafandri e radioonde.» (Francesco Paolo Intini)

Chiedersi che cosa significhi una verso siffatto è come quella bambina che nel museo di Picasso a Barcellona, di fronte a un quadro di una signora con un occhio sopra e uno sotto il mento e il naso al posto delle orecchie etc. di Picasso, si chiedeva: «mamma ma l’autore del quadro è diventato pazzo?».

È esattamente così. Porsi davanti ad una poesia della nuova ontologia estetica ricercandone un senso e un significato già noto e consolidato, equivale a porsi davanti ad un quadro di Picasso ricercando in esso la sintassi pittorica di Tiziano o di Rembrandt o di Vermeer. Nei versi di Francesco Paolo Intini, o in quelli di Marina Petrillo e degli altri poeti nuovi non c’è nulla che possa rimandare alla poesia di un Pasolini, di un Fortini e neanche di un Sanguineti, è cambiato il «modo», oltre che il mondo, cioè il linguaggio, e questo nuovo linguaggio richiede nuove categorie di pensiero, richiede un nuovo «modus».

Recentemente, un autore mi ha scritto in una email che io elogio ed esalto poeti mediocri mentre denigro e devaluto poeti veri. Dal suo punto di vista è comprensibile, capisco la sua obiezione. Ma il mio sforzo di ricerca ermeneutica è proprio quello di cercare nuove categorie di interpretazione di un fenomeno nuovo qual è la nuova poesia italiana, la poesia della nobile tradizione che arriva fino a Composita solvantur (1995) di Fortini non mi interessa più di tanto, il mio interesse si concentra sulla nuova poesia. Penso che ciò sia legittimo. Quella è ormai la tradizione del novecento e il miglior modo per rivitalizzarla e farla rivivere è fare della archeologia, recuperare e riposizionare all’interno della nuova poesia quella tradizione, non avrebbe senso continuare a versificare come hanno versificato i poeti della tradizione recente e meno recente.

Quanto alla questione della «ontologia» qualcuno mi ha rivolto la critica secondo cui noi continuiamo a pensare l’ontologia come discorso sulla «sostanza». Ebbene, mi permetto di ribaltare questa critica nel suo contrario: sono proprio i conservatori a pensare e a scrivere secondo il concetto di una ontologia come «sostanza», io infatti ho parlato a più riprese di «ontologia meta stabile», proprio per segnalare che l’ontologia di cui trattiamo non è quella «sostanza» stabile che costituisce il mondo, quanto una «esigenza», un modus…

Scrive Giorgio Agamben:

«Nella formula che esprime il tema dell’ontologia: on he on, ens qua ens “l’essere come essere” il pensiero si è soffermato sul primo ens (l’esistenza, che qualcosa sia) e sul secondo (l’essenza, che cos’è qualcosa) e ha lasciato impensato il termine medio, il qua, il “come”. Il luogo proprio del modo è in questo “come”. L’essere, che è qui in questione, non è né il quod est né il quid est, né un “che è” né un “che cosa”, ma un come. Questo come originario è la fonte delle modificazioni (“come” deriva etimologicamente da quo-modo) Restituire l’essere al suo come significa restituirlo alla sua com-moditas, cioè alla sua giusta misura, al suo ritmo e al suo agio (commodus, che in latino è tanto un aggettivo che un nome proprio, ha precisamente questi significati, e commoditas membrorum designa l’armonica proporzione delle membra). Uno dei significati fondamentali di “modo”, è infatti, quello, musicale, di ritmo, giusta modulazione (modificare significa, in latino, modulare armonicamente: è in questo senso che abbiamo detto che il “come” dell’essere è la fonte delle modificazioni).

Benveniste ha mostrato che “ritmo” (rytmos) è un termine tecnico della filosofia presocratica che designa la forma non nella sua fissità (per questa, il greco usa di preferenza il termine schema), ma nell’attimo in cui è assunta da ciò che si muove, è mobile e fluido.»1

1 G, Agamben L’uso dei corpi, Neri Pozza, 2014 pp. 223,4

Marina Petrillo

Esiste un paradigma della mente che apre il suo vanto ai “mediocri”. Così straluna il tempo, assottigliato nel suo vestito migliore.
Non affonda l’egoico sarcasmo nell’inchiostro, l’anchilosare dei perduti giorni. Chi scrisse il non scritto in nuovo Logos… a quale ultima Poesia appartenere se il giudizio “priva del vaso senza perdere alcun fiore” .

“Nell’aria un uccello infelice. Cadendo diventa un piccolo peccato. O un flauto celeste, troppo sottile”. Non ascoltabile da tutti.

Scrive Paul Celan:
“La poesia, in virtù della sua essenza, e non della sua tematica, è una scuola di umanità vera.
Insegna a comprendere l’altro in quanto tale e cioè la sua diversità;
invita alla fratellanza e contemporaneamente al profondo rispetto dell’altro,
anche là dove questi si manifesta come deforme e con il naso adunco…”

Ringrazio Giorgio , il sensibile Gino Rago per la sua citazione, la complessità e meraviglia resa da ogni poeta.

Giorgio Linguaglossa

Scrive Giorgio Agamben:

«È curioso come in Guy Debord una lucida coscienza dell’insufficienza della vita privata si accompagnasse alla più o meno consapevole convinzione che vi fosse, nella propria esistenza o in quella dei suoi amici, qualcosa di unico e di esemplare, che esigeva di essere ricordato e comunicato. Già in Critique de la sèparation, egli evoca così a un certo punto come intrasmissibile “cette clandestinité della vie privée sur laquelle on ne possède jamais que des documents dèrisoires” (p. 49); e, tuttavia, nei suoi primi film e ancora in Panégyrique, non cessano di sfilare uno dopo l’altro i volti degli amici, di Asger Jorn, di Maurice Wyckaert, di Ivan Chtcheglov e il suo stesso volto, accanto a quello delle donne che ha amato. E non solo, ma in Panégyrique compaiono anche le case in cui ha abitato, il 28 della via delle Caldaie a Firenze, la casa di campagna a Champot, lo square des Missions étrangères a Parigi… Vi è qui come una contraddizione centrale, di cui i situazionisti non sono riusciti a venire a capo e, insieme, qualcosa di prezioso che esige di essere ripreso e sviluppato – forse l’oscura, incoffessata coscienza che l’elemento genuinamente politico consista proprio in questa incomunicabile, quasi ridicola clandestinità della vita privata. Poiché certo essa – la clandestina, la nostra forma-di-vita – è così intima e vicina, che, se proviamo ad afferrarla, ci lascia fra le mani soltanto l’impenetrabile, tediosa quotidianità. E, tuttavia, forse proprio quest’omonimia, promiscua, ombrosa presenza custodisce il segreto della politica, l’altra faccia dell’arcanum imperii, su cui naufragano ogni biografia e ogni rivoluzione. E Guy, che era così abile e accorto quando doveva analizzare e descrivere le forme alienate dell’esistenza nella società spettacolare, è così candido e inerme quando prova a comunicare la forma della sua vita, a fissare in viso e a sfiatare il clandestino con cui ha condiviso fino all’ultimo il viaggio».1

È noto che la poesia italiana ed europea in quegli stessi anni, subiva l’invasione della vita privata e del quotidiano nella forma-poesia. In Italia questa moda prende inizio con il libro di Patrizia Cavalli, Le mie poesie non cambieranno il mondo (1975) e, successivamente, con il libro di Valerio Magrelli, Ora serrata retinae (1980).

In questi ultimi anni è diventato sempre più palese che quelle tematiche private e privatistiche si sono esaurite. È un dato storico sotto i nostri occhi. Rimane presso i continuatori di quella impostazione privatistica della poesia un intendimento situazionista e privatistico, sono rimaste per un po’ in vigore le tematiche moraleggianti sub specie di riformismo orfico, e un descrittivismo psicologico di matrice neo-verista… ma, insomma, tutto sommato, una linea minoritaria di un tipo di poesia già minoritaria ai suoi albori. 

In questi ultimi anni, dicevo, è diventata sempre più palese una forte reazione a quella visione privatistica del privato e a quel minimalismo ingenuo. La nuova ontologia estetica è la più drastica e convinta reazione a un indirizzo e a un versante della recente poesia italiana che ha ormai esaurito (semmai ce l’ha avuto) l’iniziale effetto propulsivo. Quell’indirizzo di poesia privatistica è andata a sbattere sul muro dell’«impenetrabile tediosità del quotidiano» (per usare la dizione di Agamben), oltre di esso non era possibile andare. Quel tipo di autobiografismo introspettivo e auto ironico è finito nella rigatteria delle istituzioni stilistiche, questo mi sembra lampante per chi abbia occhi e orecchie per intendere e per osservare. Quell’autobiografismo è finito nella «nuda vita», nella vita vegetativa delle nuove post-masse che si nutrono di ipoverità. Quell’autobiografismo (nella poesia come nel romanzo nel cinema e nelle arti figurative) è finito nella ipoverità e nella insignificanza, nell’apologetica del tempo che fu e nell’apologia del corpo. Di tutta quella paccottiglia culturale oggi è rimasto un grande mercato di narrazioni agiografiche e ipoveritative.

1 G. Agamben, op. cit. pp. 11,12

Giorgio Stella

– lassù, all’aperto, tira un vento che accartoccia le ossa,
fino a stenderle in un tappeto d’ebano sotto questa galassia negra –

[…]

– e più lontano, dalle spiagge inumidite da schiuma vegetale,
l’eco fa ritornare il suono al principio attivo del suo stato:

[…]

l’urlo […] di chi è messo in questa misera misericordia – di tanta morta [natura
non arriva nessuno perchè chi viene non è niente […] –

Alfonso Cataldi

La diagnosi corretta

Un fiocco di neve nel giorno di coraggio obbligato.
La sentenza attraversò la sciarpa sul collo.

«In famiglia nessuno resta indietro»
Una madre scrive i nomi su tre flaconi di Lisomucil.

È sempre umano avvicinarsi al brivido del gioco
tirare a indovinare su due piedi

– basterebbe smascherare quello valgo
definire modi e scarpe necessarie –

La diagnosi corretta è un lusso estatico
che non riguarda i piani bassi.

Nel traffico di gambe, e opinioni, sulle rampe strette
Lucy prova a corteggiare un barelliere

cerca il link a una variante meno rigorosa
meno traumatica per l’immaginazione.

«Prego, prima lo scontrino in cassa.»
un gatto s’affretta innervosito dalla pioggia

l’aroma del caffè tostato
si congeda come un buon soldato.

Un can can di sguardi
si avviano entrambi sullo stesso dizionario.

*

Come ci parli addosso.
Le ci mette quelle alte. Fatte di nuvole.

Sovrano il cielo ha il suo occhio sgombro.
Un punto piccolissimo mi riporta a Dalí.

Le finestre. Le mensole. Le gambe all’aria.
In questa riga esistono. Cartoline dal nulla.

E ascolto all’ombra le loro voci. Questi uragani
ciechi. Mi manca il gallo, un dono.

Il circo poi. Un bersaglio acuto. Il mare aperto.
E questa pagina poi che detta bene.

Giorgio Linguaglossa

Per un poeta porsi la questione del Logos (quale lessico, quale stile, quale retorica) è, penso, la questione cruciale e fondamentale, altrimenti si rischia seriamente di scrivere baggianate.
E allora, in quale modo pensare il Logos?
Risponde il filosofo Michel Meyer:

«La questione del logos è posta come domanda fondamentale del pensiero. Fondamentale, perché non poggia su nessuna risposta preliminare e, per questo, su nessuna domanda più prima ancora. E fondamentale altresì, perché essa si vuole fonte della risposta prima. Fondamentale, dunque filosofica, cioè esente da presupposti e da asserzioni esterne che non discendano dall’interrogazione sul logos…

[…]

Come interrogare il logos senza dover presupporre proprio ciò che occorre mettere nella risposta? Quale domanda è necessario precisamente rivolgere al linguaggio? Come formulare questa domanda senza già orientare la ricerca su di una strada particolare e arbitraria, che ci condannerebbe a errare. Il linguaggio ci sfuggirebbe a causa della particolarizzazione alla quale saremmo abbandonati. Come sapere esattamente la domanda particolare da porre, senza cadere nel tranello dell’anticipazione di una risposta? […] Così, perché la questione del logos sia considerata come tale, occorre non soltanto non presupporre niente oltre ad essa, ma, in più, non è legittimo formularla come se chiedesse questo o quello, questo piuttosto che quello.

[…]

Affermando tutto ciò che abbiamo appena detto sulla questione del logos, sul fatto che essa sola deve e può concludere la ricerca iniziale, noi non siamo più a livello della domanda iniziale. Facciamo agire una discorsività che non è la domanda ma parla di essa. Parlare così della questione del linguaggio è qualcosa che si aggiunge alla semplice posizione della domanda. Così facendo, abbiamo preso atto, nell’atto linguistico che consisteva nel porre e nell’elaborare la questione, del fatto che c’è un’esigenza da rispettare, nella fattispecie quella delle domande e delle risposte. Dalla questione del logos scaturisce una risposta: il logos è fatto di domande e di risposte, e questo è essenziale al logos, ed è anche un’esigenza dal momento che le domande sono considerate in quanto tali. f»1

 
1 M. Meyer, Problematologia, Parma, Pratiche editrice, 1991 pp. 267 e segg.

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13 risposte a “L’esserci pronunzia il dicibile, e così fonda la lingua, La poesia oggi non può essere che fondazione del nulla, Poesie e riflessioni di Michel Meyer, Giorgio Agamben, Giorgio Linguaglossa, Francesco Paolo Intini, Gino Rago, Giorgio Stella, Marina Petrillo, Alfonso Cataldi

  1. Qualche considerazione sul «soggetto-polittico»

    Quando penso all’io, mi chiedo: «io sono io»? – È questa l’interrogazione principiale. È da qui che può prendere le mosse tutto il resto. Ma la domanda permette anche una risposta: «io non sono io». E questo cambia tutto. Adesso sappiamo che io e non-io sono equivalenti, che l’uno è la negazione dell’altro, che l’uno è l’affermazione dell’altro. E impariamo che la negazione e l’affermazione si equivalgono, sono sovrapponibili, e che l’io è forse Altro.

    La nuova poesia, la nuova ontologia estetica, non prende per pacifica la questione dell’io così com’è, come faceva la poesia che designiamo solitamente come novecentesca, che procede di lì con una colonna sonora unidirezionale e unispaziale, ma sa che ciò che designiamo con la parola io è una convenzione. Questa consapevolezza, questa problematizzazione cambia tutto, cambia il rapporto dell’io con il linguaggio. Cambia il linguaggio. Cambia il linguaggio poetico.

    Ciò che mi costituisce come soggetto, ecco la questione centrale. Non è dal soggetto che dobbiamo partire, ma dall’esterno, da ciò che ci rende soggetto, che sono gli Altri e l’Altro. È da qui che dobbiamo ripartire per una perlustrazione del cosa è il soggetto.

    Questo esercizio di porre da parte il soggetto è una vera e propria «iniziazione» come dice Rovatti. Il soggetto è veramente soggetto soltanto quando si sdoppia, si triplica, si quadruplica; quando il soggetto abbandona se stesso, prende le distanze dal se stesso, quando è impegnato a costruire una nuova soggettività, quando lateralizza se stesso, si decentra, quando subentra un altro soggetto che prende il posto del primo e lo mette tra parentesi, lo spiazza, lo decentralizza.

    Quando tutto ciò accade, allora il soggetto diventa pienamente se stesso in quanto è Altro e di Altri.

    Allora, da questa molteplicità di soggetti, da questo indebolimento del soggetto, proprio da qui può nascere un soggetto fortificato, un soggetto invincibile. Un soggetto nuovo. Un «soggetto-polittico».

    Il soggetto che si riappropria del soggetto non finisce mai di essere soggetto ma lo diventa sempre di nuovo. E qui il problema della «identità» sa di calcolo combinatorio, calcolo stocastico. Gli enunciati analitici non li si può ridurre alla formula A è B. Ogni volta il soggetto ricomincia daccapo, riapre lo scarto con il proprio mondo pulsionale e rappresentativo.

    Con le parole di Giorgio Agamben, diremo che il soggetto della attuale fase della civiltà occidentale è a-musaicamente costituito, cioè dal punto di vista musicale è eminentemente cacofonico, la cacofonia è la legge segreta che muove il «soggetto-polittico».

    • Paolo Carnevali

      Un interessante articolo che ho condiviso Giorgio Linguaglossa. C’è una verità profonda in quello che hai scritto e mi auguro di cuore che venga letto da molti in rete. Aggiungo una mia modesta interpretazione sociologica, forse non condivisa: credo che la nostra sospensione nel tempo trovi attraverso il narcisismo, l’espressione esasperata dell”io”, la certezza di esserci, di non essere dimenticati. Dunque l’interminabile ossessione di non essere dimenticati. Ecco che molti si rifugiano nella poesia o almeno quello che credono essere per loro “poesia”. Speriamo veramente che cambi il linguaggio dell’ “io”…..

  2. Aforismi da Minima moralia, Einaudi, 1954

    L’arte è magia liberata dalla menzogna di essere verità.

    L’intelligenza è una categoria morale.

    L’umano è nell’imitazione; un uomo diventa uomo solo imitando altri uomini.

    La decadenza del dono si esprime nella penosa invenzione degli articoli da regalo, che presuppongono già che non si sappia che cosa regalare, perché, in realtà, non si ha nessuna voglia di farlo.

    La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta.

    La vera felicità del dono è tutta nell’immaginazione della felicità del destinatario.

    Non c’è correzione per quanto marginale o insignificante che non valga la pena di effettuare. Di cento correzioni ognuna può sembrare meschina o pedante; insieme, possono determinare un nuovo livello del testo.

    Ogni satira è cieca verso le forze che si liberano nello sfacelo.

    Veri sono solo i pensieri che non comprendono se stessi.

  3. giorgio stella

    Portato via in una clinica più idonea al suo caso.
    La cuccia per criceti fatta a mano non ha il criceto quello è a parte ma è
    [scontato.

    […]

    Zagor Tex Mister.NO poi Dylan Dog rovinò tutto.
    La clinica è fuori città per evitare i rumori… vanta una piscina ma gli ospiti [non ne vogliono sapere.

    […]

    Se ha bussato qualcuno avrebbe prima citofonato; la cassetta della posta è vuota quindi non si aspetta nessuno.

    […]

    ci sono distributori automatici al primo piano della clinica ma la caffetteria è decaffeinata per ovvi motivi e le merendine dietetiche perchè chi è pazzo
    [in genere ha pure il diabete.

    […]

    Le trote pescate al laghetto pesate valgono più dell’ingresso ma le mangeranno colleghi o amici facendo finta che il dono sia per loro.

    Bussano prima di citofonare sono Zagor Tex Mister.No Dylan Dog li vede dallo spioncino.

    […]

    La caposala della clinica ha una piccola gabbietta con dentro un criceto.
    Dce che il paziente ripete in continuazione che il paese della morte ha [l’ampiezza del cuore.
    ________________________________________________

    Caro Linguaglossa brindo questi versi al nostro nulla!
    giorgio stella

  4. giorgio stella

    caro Giorgio Linguaglossa nn capisco se sia un complimento ma accetto tutto dal momento che ho deciso di cambiare tutto in versi.
    un abbraccio giorgio stella
    ____________________________________________________

    • caro Giorgio Stella,

      la mia frase non è né un complimento né una diminutio, è una semplice impressione personale, ma ci sta, la nuova ontologia estetica non ha un decalogo né un preambolo costringente, come detto ripetute volte, ma è una piattaforma di ricerca, un Laboratorio, un’Officina dove ciascuno può prendere ciò che ritiene più affine alle proprie inclinazioni, oppure dare il proprio personale impulso secondo le proprie personali attitudini e convinzioni. In altre parole, tu apri la NOE verso una direzione nuova. E non è poco.

  5. giorgio stella

    Carissimo Giorgio Linguaglossa la libertà che la NOE offre è indiscutibile nel sito e fuori sede come utenza e anche rappresentanza ma se uno decide per coincidenza scelta ‘fortunata stella’ […] di aderire al laboratorio all’officina deve rapportarsi a determinati parametri che la NOE ha siglato la NOE è una sigla una sigla detiene una nominazione ben precisa [vede, precisa] ‘nuova ontologia estetica’ da qui a sublimarne pure il concetto confermo sarebbe tempo inutile a ampliarlo nel caso mio speculativo. La scrittura in distici non come forma di respiro del verso ma come verso di respiro che forma [perdoni il gioco di parole non venale fondante anagraficamente pot-nominativo detenente il nulla come valore positivo anni luce da tutto quello che un Sartre furbescamente ha rubato ad Heidegger.
    Mi piace salutare la NOE col titolo di un libro di Paul Celan ‘SVOLTA DEL RESPIRO’ da qui abbracio Lei e tutti gli amici della NOE come non presocutori ma polittico del grande poeta tedesco.
    ___________________________________________________________

  6. La perdita di autorevolezza della letteratura e della poesia.

    Ormai tutti possono scrivere poesia, in Italia si calcola che ci siano 1 milione di persone che pubblicano poesia, convinte della bontà estetica dei loro scritti. Ed il bello è che tutti i poeti e i critici riconosciuti scrivono su di essi note di lettura e recensioni.
    E allora, noi pensiamo che dobbiamo tornare a fare poesia difficile, la nuova ontologia estetica è nata anche per questo: rendere la scrittura poetica difficile, anzi no, difficillima… la poesia è diventata e diventa sempre più una febbrile scrittura di battute di spirito, deliciae, nugae, mottetti, effetti speciali e di brillantinismi, un duplicato dei giochi di società di una volta, un esercizio di rebus da settimana enigmistica, un esercizio di parole al pallottoliere, un esercizio di bravura fine a se stesso, una alchimia vocabologica… si verifica così una trasmissione nella scrittura poetica, di traumi e di aspetti miracolistici, funambolici a livello di massa… C’è chi parla di come è diventato transgender, chi di come è diventato gangster, chi di come fa le ripetizioni al proprio figlio, di come il proprio figlio fa la doccia, di come ci si masturba in pubblico, dei propri rapporti sessuali… E via di questo passo…

    Cito Mario Perniola:

    «Proprio a partire dal ’68, Mishima (Giappone) organizza una specie di esercito privato, l’Associazione degli scudi, costituito da cento giovani che si rifanno alla tradizione giapponese dei samurai: il 25 novembre 1970, insieme ai 4 più fidati membri della sua associazione, occupa l’ufficio del generale dell’esercito di autodifesa e tenta un colpo di stato.

    Dal balcone dell’ufficio, di fronte a un migliaio di soldati che lo deridono, tiene il suo ultimo discorso diretto a sollevare l’opinione pubblica contro la colonizzazione americana. Al termine si toglie la vita con uno spettacolare harakiri. Dopo essersi sventrato, è decapitato dal suo amico più fidato, che si uccide con lui.

    Questa azione è incompresa e non riesce a diventare un evento-matrice; rimane nei limiti di un fatto di cronaca clamoroso privo di conseguenze mondiali, come il suicidio di Jan Palach o l’esecuzione di un importante leader politico da parte delle Brigate rosse italiane nel 1978.

    Tuttavia il miracolo della poesia fatta da tutti trova il suo complemento nel trauma dell’harakiri: entrambi impossibili, eppure reali!

    La perdita di autorevolezza dell’autore non riguarda solo la letteratura, ma ogni forma d’arte. Alla frase di Lautréamont [Impossibile, eppure reale!] sulla poesia fa pendant un’analoga idea espressa a proposito dell’arte da Karl Marx e da Friedrich Engels, che deplorano la concentrazione esclusiva del talento artistico in alcuni individui e il soffocamento di questo nella gran massa. Ora, per ironia della storia, l’arte alla portata di tutti i talenti è appunto il miracolo compiuto nei primi anni Sessanta dalla pop art, la quale con un uso spregiudicato del ready-made mostra come sia facile fare un’opera, sottraendo un qualsiasi oggetto dal contesto utilitario e immettendolo nel mercato dell’arte. In un primo tempo, l’effetto di questa strategia è l’attribuzione di un’enorme importanza al nome dell’artista che diventa l’unico punto di riferimento per la determinazione del valore dell’opera.

    Tuttavia l’osservazione di Andy Warhol secondo cui in futuro ognuno godrebbe di un quarto d’ora di notorietà esprime un totale scetticismo nei confronti della possibilità di fare opere artistiche che resterebbero come azioni significative per i contemporanei e per i posteri.

    Per opporsi al disincanto cinico della pop art nascono tra gli anni Sessanta e Settanta movimenti che, come il Wiener Aktionismus, fanno del corpo dell’artista l’oggetto di performance autolesionistiche. Al caso Mishima può essere accostato quello dell’austriaco Rudolf Schwarzkogler, protagonista di azioni artistiche che riproducono immagini di operazioni chirurgiche molto traumatiche: si dice che nel 1969 sia morto suicida strappandosi la pelle in pubblico.»1

    1 M. Perniola, Miracoli e traumi della comunicazione, Einaudi, 2009, pp.66-67

    • La Mega Crisi quale causa efficiente della nuova ontologia estetica

      Occorre prendere molto sul serio la tesi di fondo di Freud sulla paranoia. Secondo Freud il delirio non è la malattia stessa, ma un tentativo di guarigione. E qual è la “malattia” vera che lo psicotico delirante cerca di medicare? Risponde Freud: “Esperienze primarie di terrore, frammentazione e invasione”. Il delirio, soprattutto se sistematizzato, finisce col dare ordine e senso a un’esperienza di caos insopportabile. È possibile pensare sulla scia di Lacan, che questa reazione accada quando il soggetto si trova di fronte a un evento o a una situazione in cui non può più ignorare il “buco”, quel significante escluso, in significante – la paternità – a cui non corrisponde alcun significato. Ora, questo confronto col “buco” può produrre lo sfaldarsi completo dell’assetto di senso del soggetto.

      Questo preambolo per dire che al di sotto dell’esperienza della nuova ontologia estetica c’è una situazione di lacerazione, frammentazione, de-fondamentalizzazione del soggetto, espressioni proto tipiche del nostro tempo di Mega Crisi.

      Voglio dire che noi non ci saremmo mai imbattuti nella NOE se non vivessimo in un periodo di grande crisi (economica, politica, sociale e spirituale, e quindi anche stilistica), alla quale dobbiamo in qualche modo rispondere, trovare un senso alla crisi e malgrado la crisi; anche perché l’unico modo di uscire da una crisi devastante come quella che l’umanità sta vivendo nel nostro tempo, è attraversarla, trovare un senso alla crisi. Anche il non-senso sarebbe una risposta plausibile alla crisi che stiamo vivendo. Le bombe deflagrate nello Sri Lanka ci riguardano molto da vicino. La guerra civile della Libia ci riguarda molto da vicino. La guerra civile (strisciante) che da almeno un anno affligge l’Italia è un sintomo evidentissimo di questa Grande Crisi.

      Ecco, io sono del parere che questa Mega Crisi sia la causa efficiente della NOE. Noi tutti scriviamo la poesia che scriviamo in preda ad una frantumazione e de-valorizzazione di tutti i valori ai quali facevamo riferimento fino appena a ieri. Ecco, tutti quei valori, improvvisamente, oggi non valgono più, sono andati in disuso, sono stati rottamati. Oggi noi abbiamo di tutti quei valori soltanto delle schegge, dei rottami, dei frammenti, nient’altro ci resta di integro, tutto è stato frantumato e rottamato. La NOE non può che riflettere questa Mega Crisi dei valori e delle parole (che quei valori portano). Non è affatto colpa nostra né forse neanche merito nostro se abbiamo abbracciato una nuova ontologia estetica. Probabilmente, anzi, sicuramente dopo di noi verranno altre ontologie estetiche, il mondo non si ferma certo alla NOE, ma adesso, in questo preciso momento segnato dalle lancette dell’orologio della storia, è il momento della NOE.

  7. Gino Rago
    E-mail completa di A. C.
    lungo le onde hertziane dell’eternità

    “Gentile Signor G.
    Ricordo la Sua domanda:

    «Andrea, dove passerai l’eternità?»
    Avevo in me la risposta nel magma,

    Ma ero ancora di terra sulla terra.
    Ora possiedo la risposta:

    Passo l’eternità con Tiresia,
    Cieco lui, più non vedente io.

    Mi creda Signor G.
    Tiresia e io qui non siamo mai soli.

    Seneca, Omero e Sofocle
    Appena dopo il mio arrivo erano con noi.

    Subito dopo Dante, Virginia Woolf e Borges.
    Da poco sono andati via

    T.S. Eliot, Apollinaire, Primo Levi e Pound.
    Per domani hanno annunciato la loro presenza

    Woody Allen, i Genesis e Pasolini.
    Ma senza vista, compiutamente donna

    E compiutamente uomo,
    Tiresia non è interessato ai loro films…
    […]
    Da Porto Empedocle un pacco.
    Due fotografie con i compagni di Liceo,

    Una stampa color seppia dai bordi smangiucchiati
    Di mia nonna con Luigi Pirandello,

    Qualche scaglia di cioccolato di Modica,
    Una beuta senza tappo con pistacchi di Bronte.

    La granita di Agrigento. Acqua, zucchero,
    Verdelli di Menfi, Un bicchiere a V.

    Un piattino di ceramica con un vulcano,
    Con un’arancia, un ciclope, un limone.

    Dal taglio nel tronco di un frassino
    Un sorbetto di manna delle Madonie.

    Stravinsky più in là
    Parla di Tiresia e di “Oedipus Rex”
    […]
    L’uomo-donna dalle sette vite:
    «Ora qui con me hai tutto.

    C’è anche Stravinsky con l’Edipo Re.
    Che ti manca?»

    «Mi manca
    U scrusciu du mari… »
    […]
    (gino rago)

  8. Gino Rago

    Un tentativo di dialogo ( immaginario )
    fra
    Tiresia e i poeti dell’Accademia, alla maniera di Edipo Re

    I poeti dell’Accademia:
    “Gli dei ti hanno voluto così. Che dici degli dei?”
    Tiresia :
    Che degli Dei si parla troppo . Essere cieco non è una disgrazia diversa da esser vivo. Ho sempre visto le sventure toccare a suo tempo dove dovevano toccare.
    Voi direte: Ma allora gli dei che ci fanno ?
    Vi rispondo così:
    Il mondo è più vecchio di loro . Il mondo è più vecchio degli dèi.
    Già riempiva lo spazio e sanguinava , godeva , era l’unico Dio – quando il tempo non era ancora nato. Le cose stesse regnavano allora .
    Accadevano cose.
    […]
    Gli dei possono dare fastidio, possono accostare o scostare le cose .
    Possono non toccarle, non mutarle, ma sono venuti troppo tardi.
    Cari Poeti dell’Accademia,
    prendete un ragazzo che si bagna nell’Asopo.
    E’ un mattino d’estate, il ragazzo si tuffa e si rituffa.
    D’improvviso gli prende un male e annega.
    Dovrà attribuire agli dei la sua fine , oppure al piacere
    goduto?
    Né l’uno né l’altro , è accaduto qualcosa che non ha nome.
    Poi, in un secondo momento, gli daranno un “nome” gli Dei.
    […]
    Voi poeti dell’Accademia direte:
    ” Ma dar nome alle cose e spiegare le cose, ti par poco Tiresia?”
    Voi siete giovani, come giovane era Edipo.
    E come gli dei che sono anch’essi giovani, rischiarate voi stessi le cose
    e le chiamate.
    Ma non sapete ancora che sotto la terra c’è roccia.
    E che il cielo più azzurro è il più vuoto.
    […]
    Per chi come me non più non vede , le cose sono un urto.
    Un urto e niente altro.
    Voi siete giovani, giovani come gli dei.
    Forse direte:
    ” Ma pure sei vissuto, i piaceri e le miserie umane ti hanno a lungo occupato. Si racconta di te più di una favola , come di un Dio.
    E qualcuna così strana , così insolita , che dovrà pure avere un senso, magari quello delle nuvole nel cielo.

    E l’indovino cieco dalle sette vite:
    Sono molto vissuto. E’ vero.
    Sono vissuto tanto che ogni storia che ascolto mi pare la mia.
    Che senso a me dite e date delle nuvole in cielo?
    […]

  9. Dedalo, il Minotauro, Guantanamo.

    Percorrere la via della poesia ha senso solo se ci si mette in ascolto del nuovo che affiora dalla società di cui si è figli.
    La bambina di fronte al quadro di Picasso crescerà col sospetto che qualcosa nel bel racconto di mamma e papà non funziona.

    Gli occhi fuori posto evidentemente stravolgono le regole comuni e collocano l’autore tra i pazzi abitatori di questo pianeta.
    La follia di gruppo però non è la stessa del singolo che pensa di essere Napoleone Bonaparte.

    Come spiegare infatti, la pletora di artisti che fa squarci nella tela o allunga il collo oltre ogni misura o il ready made che annienta d’un colpo qualunque accomodamento al piacere retinico e punta invece alla mente.

    La partecipazione ai fatti della mente dunque, il cui modus operandi assomiglia a quello di Dedalo. Da par suo il costruttore di labirinti non dà alcuna chance alla bestia ospite.

    Che altra immagine per il linguaggio?
    Quante porte apre una parola?

    Tutto per intrappolare il Minotauro, figlio di una passione inconfessabile che rigetta i protagonisti nella bestialità della forza bruta.
    Chernobyl e Minotauro soggiornano nel fondo dell’umanità ma le cautele della ragione sono anche le sue conquiste.

    E questo poter distruggere ogni cosa non sa che farsene di Icaro che gli si oppone con un volo imprudente, troppo vicino al Sole, che rappresenta il livello altissimo delle forze in gioco.

    Le stesse che bisognerà affrontare e comprendere non con le ali della fantasia ma con quelle dell’immaginazione, della misura e dell’ingegno.
    Tutto ciò impone la creazione di modelli, le teorie da confermare o falsificare, il lavoro ostinato alla catena di montaggio degli specialisti del calcolo scientifico.

    Lo sforzo è titanico ma probabilmente pone la mente al servizio della Natura per accelerarne il decorso e superare i limiti delle leggi del caso.
    Quanto tempo è occorso per sintetizzare l’Uranio? Quanto invece per un atomo di Darmstadio?

    Se la tavola periodica è il DNA dell’universo, l’ultima parte di essa rappresenta la differenza tra l’operare secondo le leggi del caso e quelle dell’immaginazione scientifica.

    In questa ottica Dedalo continua a costruire i suoi labirinti.
    Il poeta crea nuove possibilità, tirandole fuori dal fuoco dell’intuito, complica sempre di più il tracciato per essere all’altezza di una bestia che talvolta si fa tirannia e campi di sterminio, ma sempre più spesso utilizza le armi del mimetismo per starci addosso e persuaderci che questo è l’unico modello di società possibile.

    Auschwitz e Guantanamo, campi libici e Pinochet stanno accanto alle ragioni del mercato.

    Mentre Icaro vola con la sua fantasia inutilmente spiegando ali senza futuro se non per una malinconica impotenza contro il dolore o la dolcezza di un ricordo, di quando sembrava possibile commuovere le pietre scagliate per uccidere il suonatore di cetra.

    Il riemergere costante della bestialità, la sua onnipresenza invasiva mette invece all’ordine del giorno il bisogno non di cera che impasta le ali ma di nuovi materiali a base di ciò che nel frattempo è entrato nell’universo.

    E dunque è il livello di scontro ad imporre la ricerca dell’indicibile che nasce dagli oggetti stessi, come qualcosa che si può ascoltare a condizione che il proprio Io si faccia da parte in quanto già compromesso, già solleticato in mille modi dai processi di reificazione e dunque non pìù credibile.

    (Francesco Paolo Intini)

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