L’orizzonte degli eventi è abitato da Figure, Le Figure sono propriamente l’orizzonte degli eventi, e gli Enti transitano in quest’orizzonte, L’Essere è ciò che si dice, Poesie di Donatella Giancaspero, Marie Laure Colasson, Giorgio Stella, Lucio Mayoor Tosi, Francesco Paolo Intini

Gif semaforo

Una perfezione fonda, inconoscibile, è forse oltre

Giorgio Linguaglossa

Io penso che si può accedere ad una «nuova poesia» come la Nuova Ontologia Estetica soltanto se si comprende fino in fondo la portata della ontologia positiva, con tutte le conseguenze che si possono tirare in sede di scelta delle parole da infilare nel filo del discorso.

Se l’Essere è ciò che si dice, noi affibbiamo alla Parola la massima responsabilità e il massimo peso specifico, perché una volta detta, la Parola coincide con l’Essere.

Tuttavia, proprio pronunciando quella Parola, noi le scaviamo la bara. Il poeta NOE è consapevole che quella Parola è un Nulla, vuole dire Nulla. E questa consapevolezza è talmente disarmante da gettare nello sconforto e nello sgomento chi pronuncia la Parola. Scoprire che la Parola è un Nulla è un colpo durissimo da digerire.

Scrive Merleau Ponty: «in ogni caso, noi troviamo nelle parole degli altri solo ciò che noi stessi vi mettiamo; la comunicazione è un’apparenza, essa non ci insegna nulla di veramente nuovo».1

La comunicazione è comunicazione di nulla, il predicato del nulla è la comunicazione. La poesia non può essere comunicazione perché essa è un nulla. Discettare di «comunicazione» della poesia è un parlare a vanvera di persone digiune di ragione filosofica.

La differenza che passa tra una poesia normale e una poesia della nuova ontologia estetica è che la seconda ha vivissima la percezione del Nulla che dimora all’interno di ogni singola parola, mentre la prima si consola con l’illusione che la Parola indichi un referente che sta lì… Una convinzione senza dubbio consolatoria…

Ma a stare lì è soltanto il Nulla.

Ecco perché il significato dei segni che compongono una poesia è sempre e soltanto un Enigma. Se la poesia ha un significato esso è un Enigma. E in quanto tale, insolubile. O meglio, la soluzione dell’Enigma è la sua dissoluzione. L’Enigma vive della dissoluzione della poesia nel Nulla. Dunque, l’Enigma è un Nulla.

1 M. Ponty, citato da Massimo Donà in L’aporia del fondamento, Mimesis, 2008 p. 508

 Donatella Giancaspero

Da qualche giorno

Da qualche giorno, il sospetto che il mare è là dietro.
Dietro lo schermo sbavato di case.
Tra loro si afferrano ai fianchi, come sostegno.

Qui, la persiana ha una fessura puntata sulla scala di ferro battuto.
Sale a chiocciola. Dal cortile, al terrazzo condominiale – testimonia la foto
scampata al massacro dei ricordi –.

Una perfezione fonda, inconoscibile, è forse oltre.
Lo lasciano intendere i gabbiani – stanno qui, da poco tempo, dentro
[i muri –.
Più grandi, sul terrazzo condominiale. Sforano la luce.

Ma non è concesso di seguirne i voli. Dall’alto ci sorvegliano.
Se intuiscono uno sguardo intento, scendono in picchiata.
Rasentano gli occhi.

Commento di Rossana Levati

Vorrei dedicare qualche riflessione alla poesia “Da qualche giorno” di Donatella Giancaspero.
Per accostarmi ad essa è una frase di Garcìa Marquez, da Cent’anni di solitudine, a fornire la strada migliore al mio personale gusto di lettrice: “Così continuarono a vivere in una realtà sdrucciolosa, momentaneamente catturata dalle parole, ma che sarebbe fuggita senza rimedio quando avessero dimenticato i valori delle lettere scritte”, frase che conclude la pagina dedicata alla perdita di memoria da cui sono afflitti, solo temporaneamente, gli abitanti di Macondo.
Una realtà sdrucciolosa e inafferrabile quella che magicamente affiora, tra i versi della poetessa, senza poter fornire punti di riferimento che ancorino questa realtà nel tempo e nello spazio.

Pochi dettagli, come quelle case che devono tenersi tra loro ai fianchi, “come sostegno”, per non rischiare di franare nel Nulla, nel Vuoto. Una scala che sale dal cortile al terrazzo e che conserva forse quel misterioso ruolo delle scale che, come afferma René Guenon , ancorano il mondo inferiore a quello superiore lungo l’asse dell’ “essere” e si protendono dall’abisso verso un remoto spaziale irraggiungibile; e ancora, i gabbiani che appaiono come messaggeri invisibili “dentro i muri” o sul terrazzo, emblema di una inconoscibilità ma anche dell’unica possibile perfezione che è concesso intravedere nella nostra comune dimensione spazio-temporale, quasi essi fossero sorveglianti gelosi di un altrove irraggiungibile per l’uomo. La fotografia scampata alla frana dei ricordi è l’unico provvisorio modo di ancorare la fluidità del tempo e di assicurare certezza ontologica allo scorrere delle cose e degli oggetti, come ad assicurarci che quel luogo veramente esiste nella realtà tangibile.

Forse essa è l’emblema di questa precaria esplorazione del mondo, in cui davvero, come dice Borges, le parole hanno funzione di argine al fluire del tempo e alla nostra sospensione tra un passato che permane nei nostri sensi, un presente in cui siamo immersi e un futuro che è appena a portata delle nostre dita e di cui possiamo avere lampi, fugaci rivelazioni.
Significativamente, la poesia è priva di avverbi temporali ed immersa in un presente assoluto, quello in cui vive la coscienza del personaggio narrante che assume la prospettiva dell’indagine, dell’esplorazione, della ricerca ma può solo raggiungere un sospettare dubitoso.
Proprio questo verso d’apertura mi pare racchiudere una cifra tipica della Giancaspero, che ho già osservato in altre sue poesie, come “E’ domani”, ossia la tecnica del rinvio che sostiene di strofa in strofa la poesia: ogni verso rimanda infatti al successivo, in una tensione chiarificatoria che aggiunge particolari alla prima dichiarazione, ma non sposta di molto le informazioni di base, solo le connota, le precisa, senza tuttavia assicurare mai il raggiungimento della certezza tanto attesa e senza che si possa mai superare del tutto quel “sospetto” iniziale raggiungendo una conoscenza definitiva e più stabile o più completa dell’esistere. Con le parole della poetessa continuiamo il nostro sforzo, la nostra ricerca si sposta col proseguimento della lettura. Mi sembra in questo caso che la poesia stessa, di verso in verso, assuma l’andamento di una scala a chiocciola in cui la visuale assicurata dal salire un nuovo scalino si rifrange sempre sullo stesso angolo: così non si potrà raggiungere una conoscenza totale del mondo, bensì sempre solo parziale nella tensione a quell’ “oltre” depositario di una perfezione che in sé e per sé non si può dare, nella interdizione del nostro vedere confermata dal volo in picchiata dei gabbiani.

Per tornare al confronto accennato, in “E’ domani” la tecnica del rinvio era costruita in una dimensione orizzontale, connessa col movimento delle rotaie della metro di superficie protese nel vuoto della loro corsa cittadina, mentre in questo caso il rinvio si sposta a una dimensione verticale che, di scalino in scalino, fa affiorare lo sguardo sulla terrazza condominiale. Ma ancora, è proprio il Tempo, “tempo muto” del domani, “zona franca” dove si compiono i destini, a costituire con estrema coerenza il luogo d’indagine della poetessa, non tanto alla ricerca di un tempo perduto consegnatoci dalle fotografie quanto alla ricerca di un tempo assoluto, quasi fuori dal tempo, in cui si possa attingere e sondare il fondo delle cose.

Gif Supercolored

Se la poesia ha un significato esso è un Enigma. E in quanto tale, insolubile. O meglio, la soluzione dell’Enigma è la sua dissoluzione

Marie Laure Colasson
(trad. di Edith Dzieduszycka)

Roulement de tambour
La pluie
Une fleur rouge
Ses pas verts
Un envol cinématographique

Entre deux hommes
Un mort un vivant
Si différents
Comparaison confusion
Charlotte enfourche son Harley Davidson
S‘échappe

Les oiseaux
Flèches du ciel
Revêtent leurs combinaisons spatiales
Pour affronter les astres

“fleurs de nénuphars”
Dans la poitrine
Zaza enfile des vérités
Comme des perles
Avec humour

Sœur Candida de la perversion
Droguée de Sporanox
Pourtant la nuit …………

L‘astrophysicien
Observation au télescope
Couleurs et ombres
Changeant selon les heures
Se gratte le crane

Barbara et Rimbaud
Un voyage à travers les océans
“ allèrent (….) à la plage
Et firent beaucoup d ‘ enfants “

Langueur et envolées des violons
Cristallisations les yeux clos
Méditation de Massenet

Miss Vitamines
A B C D E
Quatre-vingt milliards de probiotiques
Transformation subite
En poupée gonflable

*

Rullo di tamburo
La pioggia
Un fiore rosso
I suoi passi verdi
Un volo cinematografico

Tra due uomini
Uno morto uno vivo
Così diversi
Confronto confusione
Charlotte scavalca la sua Harley Davidson
Scappa

Gli uccelli
Frecce del cielo
Indossano le loro tute spaziali
Per affrontare gli astri

“fiori di ninfea”
Nel petto
Zaza con umorismo
Infila verità
Come fossero perle

Sorella Candida della perversione
Imbottita di Sporanox
Però di notte………

L’astrofisico
Osservazione al telescopio
Colori e ombre
Mutanti a secondo delle ore
Si gratta il cranio

Barbara e Rimbaud
Un viaggio attraversando gli oceani
“si recarono (…) in spiaggia
E fecero molti figli”

Languore e voli di violini
Cristallizzazioni ad occhi chiusi
Meditazione di Massenet

Miss Vitamine
A B C D E
Ottanta miliardi di probiotici
Immediata trasformazione
in bambola gonfiabile

Gif pioggia in città

migrano le cose oscure del morire, una stazione per volta

Lucio Mayoor Tosi

Questa mia non c’entra con il nulla, ma è per riconoscenza.

L’amore è un legame.

L’amore è un legame. Lo sanno bene le tortorelle
di Padre Pio, che il gerundio si è perso da tempi immemorabili
tutto il piacere della vita.

Amore è il mio linguaggio, parola amata. L’anestesia
e quel che ne consegue, come ti cade un dente… e non lo puoi
rimettere. Amore che combina ( sì, baciamoci. E dunque l’Ariosto).

Amore si può dire, ma devi essere poeta in carne ed ossa.
Sul principio non ti avrei delusa. Le quattro parti mi piacevano.
E dunque. Dunque. Bisognerebbe chiudere la porta. Il cancello.

(May – lug 2019)

Giorgio Stella

migrano le cose oscure del morire, una stazione per volta –
l’ammorbidente è il programma della lavatrice –

alcune case sono monolocali
i lotti a schiera di Renzo Piano bilocali –

‘mi incarta i cornetti per favore?’ – “si, ma i caffè sono a portar via?” –
la mensa aveva finito i fagiolini ma restava il pane: rosetta o in cassetta –

ho fatto il test sono negativo –
la cerniera della lampo è divisa dall’orlo nella camicia di forza –

forse pioverà, l’ombrello Carpisa costa parecchio –
forse la stagione delle piogge ammette l’ultimo gelato di stagione –

Mignon è partita… l’Archibugi pensò fosse la Transiberiana –
Mignon è partita, ho scordato di rinnovare l’abbonamento Atac-mensile –

 

Francesco Paolo Intini

Il Bianco ed il Nero. Gatti entrambi dello stesso quartiere

Il Bianco aveva un regno. Un giorno lo sorpresi tra le radici bruciate di un pino. Sonnecchiava tranquillo pensando alle sue cose, per niente invece alla chioma secca sulla sua testa.

La sostanza e gli accidenti della vita di un re passano per una continuità di lotte che talvolta possono sembrare cessate. Una tribù da difendere. Copioni che si ripetono uguali, maschere che recitano lo stesso obiettivo di conservare il seme nel tempo. La ventura di essere il capofila, l’interfaccia con il quartiere.

Interagire con esso porta a compiere delitti. Uccidere o quanto meno spaventare colombi e perché no? i gabbiani.

Un solido Nulla si portò via il pino e le altre forme di vita campestre, piantandoci cemento armato con i balconi fioriti e le vetrate, i box auto, i passeggini.

Direi che l’impotenza sul passato è pari a questa volontà di costruzione urbana. In qualche modo la riempie come si trattasse delle fondamenta di un palazzo.

D’altra parte il Nero è scomparso anzitempo. Ad un passo da qui separato da un fossato di asfalto e muro sorvegliato notte e giorno da gendarmi che assomigliano ad Alichino e Graffiacane.

Un prato sempre curato. Il suo regno, il suo harem profumato.

I ragazzi del Campus gli scivolavano accanto. Ma lui rimaneva indifferente alla superstizione e all’orrore che destava in taluni la sua pancia enorme, la sovranità di pantera, il fascino della materia oscura negli occhi.

In realtà pensava alle sue numerose amanti ma senza riflettere su come converga tutto in un uno stesso senso sia che si parta dalla luce e sia dal buio.

Non essendo previsto un salto da un settore all’altro, il confine rappresenta uno iato insormontabile. Anche gli uomini sono diversi perché non c’è ragione per supporre che l’ora dell’uno sia sincronizzata a quella dell’altra. E chissà dunque quale tra l’uomo di Scienza e l’Operaio sia l’orologio avanti e quello indietro.

Eppure qualcosa sfugge al controllo.
Il regno del Bianco ha figli neri. Quello del Nero ne ha bianchi.

Una divisione netta, abissale grida dunque la sua impotenza nei confronti della casualità. Nel suo gioco nessuna bottiglia è mai completamente piena e nessuna cantina è mai completamente asciutta.

Quel muro che doveva garantire la divisione tra bianco e nero è così soltanto perché manca il suo obiettivo ma nello stesso tempo non lo è perché tutto avviene sulla base di un suo “essere” qualcosa.

Neanche il Bianco ed il Nero hanno ragione di essere qualcosa in questo qui e ora ma sono soltanto punti con una certa probabilità di manifestarsi a cui si associa una probabilità di Nero e Bianco rispettivamente.

Giorgio Linguaglossa

Figure che transitano nel nulla con il nulla sullo sfondo e il nulla nelle Parole

Le poesie sopra postate offrono al lettore una pinacoteca di Figure che transitano nel nulla con il nulla sullo sfondo e il nulla nelle Parole. Sbaglierebbe chi giudicasse queste poesie come un «gioco» alla maniera novecentesca, qui non c’è nessun «gioco», e, se c’è, è un gioco serissimo che ha a che fare con le Figure che si presentano sull’orizzonte dell’apparire per poi, subito dopo, scomparire, e magari ricomparire in altre guise, sotto altre vestizioni. L’orizzonte degli eventi è abitato da Figure. Anzi, le Figure sono propriamente l’orizzonte degli eventi e gli enti abitano quest’orizzonte. Miss Vitamine, Charlotte, Sœur Candida sono propriamente delle Figure in transito, appena nominate, sfuggono via, hanno un barlume fuggevole di esistenza, e poi più nulla, appena nominate sono già nel passato. Lo sfondo di questa poesia è il nulla, il senza-fondo. Ed è sullo sfondo di questo senza-fondo che possono transitare le fuggevoli Figure che popolano questa poesia. In tal senso, le Figure sono eterne, perché eternamente si rinnovano ed eternamente transitano nel nulla.

Scrive Carlo Sini:

«…i viventi, le loro figure e le loro relazioni vanno a fondo. Ma sulla soglia transitante della figura, che si dà al mondo interpretandolo, il vivente attinge nelle sue figure una sorta di immortalità puntuale, in relazione alla sua aura. Relatività che allude ed è metafora dell’immortalità senza declinazioni del supporto ultimo di tutte le figure: quell’aura della presenza eterna della vita che è l’unità neppur una sottesa a ogni polifonia.

Per il vivente “che sa” si tratta allora di imparare a essere quel che (si) è: immortale. Eterna non è la figura nell’errore tenace del suo “qualcosa”, ma il precipizio del vuoto e del nulla che vibra ora e qui nella figura e che coincide con il comporsi e lo scomporsi, il dileguare e comparire che affetta le figure: Le figure sono così contemporaneamente eterne e transeunti. Eterne nel loro perenne transitare, non stare: esse modulano, irripetibilmente ripetendola, la polifonia della vita eterna. Effimere nel loro dileguare, nel loro sfumare al limite del loro confine, dove si fanno ponte della trasmissione verso altre figure».1

1 Carlo Sini, Il sapere dei segni, Jaca Book, 2012, p. 68

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25 risposte a “L’orizzonte degli eventi è abitato da Figure, Le Figure sono propriamente l’orizzonte degli eventi, e gli Enti transitano in quest’orizzonte, L’Essere è ciò che si dice, Poesie di Donatella Giancaspero, Marie Laure Colasson, Giorgio Stella, Lucio Mayoor Tosi, Francesco Paolo Intini

  1. Carlo Livia

    FROM NOWHERE TO NOTHING

    Attraverso la notte sacramentale, nuda, trascinando l’anima del bambino morto. Un vecchio mi vede da lontano e grida. Vuole uccidermi, ma diventa di marmo.

    Cado nel groviglio francese. E’ piacevole. Divento Auschwitz. Con le cosce dell’uragano Gloria, e un sesso vermiglio con precipizi in fiore. Ritorno nel parco giochi. Un cipresso cieco, furioso, mi sbarra la strada. Ha tutti i morti in mano.

    La rugiada delle fanciulle è spesso viola. Segue le croci verso il buco nero, senza domande.

    La veste vergine si affaccia dall’incesto, spargendo protoni mortali. Sul davanzale intermedio decompongono la vertigine in minuscoli istanti ciechi.

    Dall’Amplesso centrale cade un si minore. Biondissimo. Inestricabile dai lunghi serpenti del profondo. Si staglia nel cielo lastricato di Dei. Sul viale ormonale appena risorto.

    Nell’aria un uccello infelice. Cadendo diventa un peccato. O un flauto celeste, troppo sottile. Mi trafigge il cuore. Per fortuna mi addormento. In sogno attraverso le cascate.

    Entro nel bacio indicibile. Umido di morte scampata.

    • Marina Petrillo non riesce ad inserire un commento a questa poesia di Carlo Livia, mi ha detto per telefono che trova straordinario questo linguaggio e i suoi esiti metaforici. Io, per parte mia, mi limiterò ad osservare che il linguaggio di Livia si muove lungo una dorsale di tracce visuali, gestuali, grafiche e sonore di antiche metafore che sono state dimenticate e rimosse dalla coscienza dell’uomo civilizzato, conserva ancora qualcosa del linguaggio animistico e auratico che collegava le cose più disparate tra di loro in un fluido, in un mana. Più che un erede del surrealismo, Livia vuole fondare un nuovo linguaggio, e lo fonda davvero, un linguaggio che vuole essere una presenza vivente, attuale di ciò che è trascendentale; un linguaggio-aura, un linguaggio auratico del quale sarebbe ozioso ricercarne dei significati, la poesia liviana non insegue dei significati ma li crea attraverso simbiosi e collegamenti quasi telepatici, erede del trasferimento di voci che sono andate perdute lungo il processo di incivilimento dell’umanità; conserva qualcosa di ingenuo e di infantile, qualcosa di quella commistione e confusione di quell’alba della coscienza tipica dell’età della prima infanzia quando ancora il linguaggio degli adulti non ha attecchito alla coscienza linguistica, qualcosa di quei frammenti che sono andati dispersi lungo il processo di incivilimento dell’umanità occidentale. Carlo Livia ha trovato una propria singolarissima vocabologia che non assomiglia a nessun’altra della poesia europea del novecento. Trovo anzi che in queste ultime prove il suo tessuto metaforico e metamorfico si sia arricchito, prova evidente della bontà della ricerca portata avanti dal poeta romano in questi ultimi anni.

      • Nunzia binetti

        Sono versi bellissimi, caro Carlo Livia, in cui avverto attraverso singolari immagini lo sgomento per il nulla e un continuo rimando alla dialettica tra l’essere e il non essere , dove è il non essere a vincere. Mi complimento.

      • Scrive Carlo Sini:

        «Ogni figura è un precipitato di mondo. Ogni figura è l’evento del mondo nei segni di un corpo. Ogni figura è un corpo “segnato”.
        Ogni figura reca traccia degli eventi che l’hanno preparata, segnata e disegnata. Transito di innumerevoli vicende e di molteplici supporti, il suo evocarli ne configura l’aura.
        Figura è dunque ogni punto o tratto inciso su un supporto, che è qualsivoglia materia “segnata”. In questo senso figura è ogni cosa. Non solo, come si suole ritenere, un’immagine o un disegno, ma anche un semplice gesto, un grido, una parola, una frase pronunciata o scritta, un giudizio, una macchia di colore, un segno d’alfabeto, un pittogramma, un inciso musicale, un passo di danza, una fotografia, una moneta, un documento, un numero, un simbolo algebrico, insomma: qualsiasi resto o testimonianza del passaggio del mondo, che vi ha impresso nei segni la sua aura.
        L’aura contorna e sorregge la figura, è il suo s-fondo e il suo s-profondo. L’aura è una soglia che ha in sé la provenienza e il destino della figura, i supporti che l’hanno accompagnata e che ancora la sorreggono. Il nulla incarnato della soglia ne nasconde i segreti».1

        Dunque, la «figura» viene prima del linguaggio, e accompagna il linguaggio che la esprime. La «figura» regge l’aura, al massimo l’aura può evocare la «figura», come fondo tinta, o sfondo. La «figura» non può che inabissarsi nello sfondo, e scomparire, per ricomparire in altre «figure» che transitano nell’orizzonte del linguaggio. Il linguaggio è il quadro che contiene le «figure», con la cornice che delimita il transitare di queste ultime. La nuova poesia di Carlo Livia, Marina Petrillo e Donatella Giancaspero e, in genere, della nuova ontologia estetica, la si deve leggere come un concerto di «figure» che transitano e che sono state catturate dal linguaggio, dove il linguaggio è al servizio delle «figure», e non viceversa. Per questa ragione vengono prima le «figure», in un secondo momento, prima o poi, arriverà anche il linguaggio. La vera ricerca della poesia verte dunque sulla individuazione delle «figure».

        1 C. Sini Il sapere dei segni, Jaca Book, 2012, p. 12

        • La «rappresentazione dell’irrealtà» resta pur sempre l’opzione imprescindibile per l’arte di oggi.

          La «nuova poesia» pone la questione della «rappresentazione dell’irrealtà» (dizione di Giorgio Agamben) su un piano altamente problematico. La problematizzazione dell’arte significa che essa si pone in modo non convenzionale, implica un intus-ire (un andare dentro) le cose ma non per possederle e penetrarle quanto per respirarne l’essenza.

          Il concetto di «pubblico» sorge soltanto con l’affermarsi e la stabilizzazione della società borghese strettamente connessa con l’industria e l’affermazione della stampa e del giornale. L’industria dell’informazione, del divertimento e dell’intrattenimento di massa sorge all’inizio del novecento con la riduzione del tempo libero dal lavoro a tempo per le attività insulse e cinetiche.

          Nelle società a capitalismo dispiegato il concetto di arte ripudia il pubblico ammaestrato dal tempo libero, pena l’ammutolimento e la sterilità, pena la sua riduzione ad attività culturale dedicata all’intrattenimento.

          SOCRATE: Dicono che [Theuth] per primo […] abbia scoperto i numeri, il calcolo, la geometria […] e, infine, anche la scrittura. In quel tempo, re di tutto l’Egitto era Thamus […]. E Theuth andò da Thamus, gli mostrò queste arti e gli disse che bisognava insegnarle a tutti gli Egizi. […] Quando si giunse alla scrittura, Theuth disse: «Questa conoscenza, o re, renderà gli Egiziani più sapienti e più capaci di ricordare, perché con essa si è trovato il farmaco della memoria e della sapienza». E il re rispose: «O ingegnosissimo Theuth, […] essendo padre della scrittura, per affetto tu hai detto proprio il contrario di quello che essa vale. La scoperta della scrittura, infatti, avrà per effetto di produrre la dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno, perché, fidandosi della scrittura, si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da sé medesimi. [1]

          1 (Platone, Fedro)

  2. Adriano Adrianos

    Ontologia: Dopo e con Heghel la filosofia ha perso la sua strada. L’essere ontologico crea quel che pensa, vero e può andar bene per un artista. Ma non può, in modo assoluto, valere se trasportato a livello metafisico nella discussione tra infinito, contingente, trascendente, immanente. L’artista non crea nulla dal nulla. Fiat appartiene solo ad un Dio creatore dal nulla per non soccombere alla logica della non possibile esistenza di due infiniti assoluti.

  3. Scriveva Wittgenstein:

    «Una difficoltà in filosofia è che manchiamo di una visione d’insieme. Ci imbattiamo nello stesso tipo di difficoltà che avremmo con la geografia di un territorio del quale non possediamo mappe, o solo una mappa di singoli posti. Il territorio del quale stiamo parlando è il linguaggio e la geografia è la grammatica. Possiamo percorrere il territorio senza grosse difficoltà, ma quando ne dobbiamo fare una mappa, ci sbagliamo. Una mappa mostrerà percorsi diversi che attraversano gli stessi luoghi; ne possiamo prendere uno alla volta, ma non due contemporaneamente, proprio come in filosofia dobbiamo occuparci dei problemi uno alla volta, sebbene in effetti ogni problema rimandi a molti altri. Dobbiamo attendere sino a che non siamo tornati al punto di partenza prima di poter discutere il problema che abbiamo affrontato in precedenza o procedere verso un altro. In filosofia le questioni non sono abbastanza semplici da poter dire «ne abbiamo un’idea sommaria», perché non conosciamo il territorio se non attraverso la conoscenza delle connessioni fra i percorsi. Così consiglio la ripetizione come un modo di indagare le connessioni».1

    Possiamo fare nostra l’affermazione di Wittgenstein e applicarla alla poesia, al romanzo e all’arte nell’epoca del minimalismo. Manchiamo di una visione d’insieme, di un territorio vasto come la terra ci ritagliamo il minuscolo orticello del nostro corpo e di lì parliamo delle nostre vicende private, della nostra biografia, delle nostre questioni personali che non interessano nessuno se non a un voyeur. E così abbiamo trasformato il lettore in un voyeur. Bizzarra e orrifica metamorfosi! E non ce ne siamo accorti. Ci siamo talmente abituati a questa visione delle cose che pensiamo in buona fede che quella sia la poesia, il romanzo, l’arte del nostro tempo. Ma è una visione assolutamente fallace e riduttiva del mondo delle cose. Non resta che aprire gli occhi e guardare il mondo con altri occhi. Non li abbiamo? Allora dobbiamo immaginarceli.

    1 L. Wittgenstein, [dichiarazione sul proprio metodo filosofico, rilasciata nel 1933], in Wittgenstein. Una biografia per immagini [2012], a cura di M. Nedo, trad. di A. Bernardi e M. Jacobsson, Roma, Carocci, 2013, p. 11)

  4. GIORGIO STELLA

    chiudeva Ferruccio Masini la sua poesia Nulla con questo verso ‘accanto a tutte le cose la parola nulla’
    ___________________________________
    ieri mia nipote (sette anni) leggeva un mio verso ‘l’armadietto del lavoro è vuoto’ e commentava: ‘ ma che vol di, che lo scrivi a fa, a chi interessa se l’armadietto del lavoro è vuoto ‘… questo la dice tutta le verità profonde sono dei bambini.
    ____________________________
    polittico 3 da […]
    ________________________________

    si sente nel naso l’odore della natura morta, l’emporio cinese non chiude
    [per sempre –
    sui gratta e vinci ci sono scritte le probabilità di fortuna che la dea bendata
    [porge

    all’altra guancia a cui la guardia giurata spara […] – gli ombrelloni nella
    [spiaggia libera
    sono gratis, si comprano all’emporio dei cinesi, l’odore della natura morta
    [si sente nel naso –

    ‘Aldo?… moro! … Aldo?… moro!’ … ogni Santo Natale un mio zio ripeteva
    [questa
    squallida barzelletta ma le calamite attaccate ai frigoriferi
    [vantano in satellitare

    i nomi di città importanti, come se congelare l’interno di una nazione
    possa essere un fattore esterno al riscaldamento globale […] –

    ‘siete diretti per Compostela? state facendo un pellegrinaggio? vi
    dispiace se viaggeremo tutta la notte?’ … “Per Dio! no… ci puoi giurare….”

    e l’autostop ricominciò…. l’autista letteralmente a calci nel culo
    rimetteva sulla dura strada la gente di poca fede –
    __________________________________

    [nota : nel ‘trittico’ della stretta si riferisce sommariamente una scena del film di Luis Bunnuel ‘La Via Lattea’]

  5. Lorenzo Pompeo
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/07/18/lorizzonte-degli-eventi-e-abitato-da-figure-le-figure-sono-propriamente-lorizzonte-degli-eventi-e-gli-enti-transitano-in-questorizzonte-lessere-e-cio-che-si-dice-poesi/comment-page-1/#comment-58244
    Caro Giorgio, Caro Gino,

    Da Leopoli (Ucraina) dove mi trovo in questo momento vi mando qualche mia recente lirica (la prima è dedicata al nostro ministruccio-ducetto-spaventapasseri dei naufraghi neri) e qualche mia recente foto.

    Il Sig. Nessuno

    lo scimmione col pugnale
    è un ranocchio gonfio,
    la sua lingua biforcuta
    scivola tra le folle, sferza l’aria,
    le sue minacciose ingiurie
    brulicano di fonemi-blatte,
    coriandoli d’artificio
    che sfavillano nell’oscurità,
    vorticano spenti nell’aria secca
    e nelle gole dei pappagalli.

    A nulla è valso il gentile rifiuto
    del direttore del coro:
    umiliata, nuda e scalza
    la verità
    se ne va.

    *

    Piccolo Tibet

    Alla nuova stazione
    nella sconfinata nostalgia
    dell’Impero caduto
    viaggiatori stanchi
    braccati dal tempo
    da sempre in fuga
    nei territori della finzione
    siedono intorno al fuoco
    e leggono gli arcani
    nel volo degli uccelli
    e negli anelli di fumo.

    Un carillon si spegne
    nelle vene del mare d’erba,
    la solitudine scende
    come una benedizione.

    *

    Un istante prima dello schianto
    una schiera di formiche nere
    cantava allegre marcette,
    la neve cadeva
    nella sfera di cristallo,
    gli innamorati si giuravano
    eterno amore
    nella loro bolla di sapone.

    *

    Rivelazione

    I passi del profeta
    sono semi sparsi sui gradini
    preda di formiche nere.

    Sui tasti del pianoforte
    salgono le scale
    del delirio mistico:
    arpe e violini celesti
    che piangono cenere
    dal bosco in fiamme.

    Si gonfia il libro della notte,
    esplode il granello di sabbia
    prigioniero nella clessidra,
    dal cielo cade l’ideogramma,
    le lancette dell’orologio
    si salutano e se ne vanno.

    Nel bicchiere si raccoglie un sogno
    dal significato indecifrabile.

  6. Rossana Levati

    Vorrei dedicare qualche riflessione alla poesia “Da qualche giorno” di Donatella Giancaspero.
    Per accostarmi ad essa è una frase di Garcìa Marquez, da “Cent’anni di solitudine”, a fornire la strada migliore al mio personale gusto di lettrice: “Così continuarono a vivere in una realtà sdrucciolosa, momentaneamente catturata dalle parole, ma che sarebbe fuggita senza rimedio quando avessero dimenticato i valori delle lettere scritte”, frase che conclude la pagina dedicata alla perdita di memoria da cui sono afflitti, solo temporaneamente, gli abitanti di Macondo.
    Una realtà sdrucciolosa e inafferrabile quella che magicamente affiora, tra i versi della poetessa, senza poter fornire punti di riferimento che ancorino questa realtà nel tempo e nello spazio.
    Pochi dettagli, come quelle case che devono tenersi tra loro ai fianchi, “come sostegno”, per non rischiare di franare nel Nulla, nel Vuoto. Una scala che sale dal cortile al terrazzo e che conserva forse quel misterioso ruolo delle scale che, come afferma René Guenon , ancorano il mondo inferiore a quello superiore lungo l’asse dell’ “essere” e si protendono dall’abisso verso un remoto spaziale irraggiungibile; e ancora, i gabbiani che appaiono come messaggeri invisibili “dentro i muri” o sul terrazzo, emblema di una inconoscibilità ma anche dell’unica possibile perfezione che è concesso intravedere nella nostra comune dimensione spazio-temporale, quasi essi fossero sorveglianti gelosi di un altrove irraggiungibile per l’uomo. La fotografia scampata alla frana dei ricordi è l’unico provvisorio modo di ancorare la fluidità del tempo e di assicurare certezza ontologica allo scorrere delle cose e degli oggetti, come ad assicurarci che quel luogo veramente esiste nella realtà tangibile.
    Forse essa è l’emblema di questa precaria esplorazione del mondo, in cui davvero, come dice Borges, le parole hanno funzione di argine al fluire del tempo e alla nostra sospensione tra un passato che permane nei nostri sensi, un presente in cui siamo immersi e un futuro che è appena a portata delle nostre dita e di cui possiamo avere lampi, fugaci rivelazioni.
    Significativamente, la poesia è priva di avverbi temporali ed immersa in un presente assoluto, quello in cui vive la coscienza del personaggio narrante che assume la prospettiva dell’indagine, dell’esplorazione, della ricerca ma può solo raggiungere un sospettare dubitoso.
    Proprio questo verso d’apertura mi pare racchiudere una cifra tipica della Giancaspero, che ho già osservato in altre sue poesie, come “E’ domani”, ossia la tecnica del rinvio che sostiene di strofa in strofa la poesia: ogni verso rimanda infatti al successivo, in una tensione chiarificatoria che aggiunge particolari alla prima dichiarazione, ma non sposta di molto le informazioni di base, solo le connota, le precisa, senza tuttavia assicurare mai il raggiungimento della certezza tanto attesa e senza che si possa mai superare del tutto quel “sospetto” iniziale raggiungendo una conoscenza definitiva e più stabile o più completa dell’esistere. Con le parole della poetessa continuiamo il nostro sforzo, la nostra ricerca si sposta col proseguimento della lettura. Mi sembra in questo caso che la poesia stessa, di verso in verso, assuma l’andamento di una scala a chiocciola in cui la visuale assicurata dal salire un nuovo scalino si rifrange sempre sullo stesso angolo: così non si potrà raggiungere una conoscenza totale del mondo, bensì sempre solo parziale nella tensione a quell’ “oltre” depositario di una perfezione che in se’ e per se’ non si può dare, nella interdizione del nostro vedere confermata dal volo in picchiata dei gabbiani.
    Per tornare al confronto accennato, in “E’ domani” la tecnica del rinvio era costruita in una dimensione orizzontale, connessa col movimento delle rotaie della metro di superficie protese nel vuoto della loro corsa cittadina, mentre in questo caso il rinvio si sposta a una dimensione verticale che, di scalino in scalino, fa affiorare lo sguardo sulla terrazza condominiale. Ma ancora, è proprio il Tempo, “tempo muto” del domani, “zona franca” dove si compiono i destini, a costituire con estrema coerenza il luogo d’indagine della poetessa, non tanto alla ricerca di un tempo perduto consegnatoci dalle fotografie quanto alla ricerca di un tempo assoluto, quasi fuori dal tempo, in cui si possa attingere e sondare il fondo delle cose.

  7. Marina Petrillo

    Indefinita verso altra sponda radiosa
    la caligine sovrana della fiera estate.

    Attratta dal ferroso magnete a polo inverso
    detiene prigionieri gli stantii ospiti

    del cui vero monito non conosce tregua
    l’ondulare vago delle ignote sere.

    Stridio invoca il cicalare nel moto lento
    di un richiamo colto a convesso lato.

    In epifanico strascico, orienti stelle
    tacciono a paradigma il buco nero imploso.

    Esodo di lamine argentee in turbine improvviso
    come fosse vacuo pianto la fatuità graffiata a sorte.

    Marina Petrillo
    (Allo splendore creato da Carlo Livia “Entro nel bacio indicibile. Umido di morte scampata”)

    Non giace ad atomo e, a scroscio di luce, anima ogni spazio. Dilaga a fessura di in-finito e lì risiede l’Essere. Quieto e impassibile, Menhir orante la silente giaculatoria all’universo delle Creature senzienti. Sceso l’orizzonte sulla linea confinante il nulla radiante. Un vento inverso spira in orizzontale e piccole gocce transitano in mari di cielo cobalto. Ecco il Re del Mondo giunto all’apice del Vuoto.

    • Carlo Livia

      Grazie infinite, gentile Marina Petrillo, la sua visionarietà e vertiginosa ricerca eurustica è arricchita da una incantata e sapiente armonia melica, che sospende le intuizioni iconiche in una corrente emozionale di grande intensità icastica, come mutando un pensiero in una carezza. Un caro saluto.

      • Marina Petrillo

        E’ lieve la sua parola, adorna di altri mondi. Grazie infinite a lei, Carlo.
        Un privilegio leggere i suoi scritti. MP

  8. GIORGIO STELLA

    FERRUCCIO MASINI ‘NULLA’, da ‘PER LE CINQUE DITA’, all’insegna del pesce d’oro 1986 –
    _____________________________________________________

    Metti accanto al fiore la parola nulla
    metti accanto a tutte le cose la parola nulla
    mettila accanto all’amore
    mettila accanto all’ira della giustizia
    all’orgoglio della fame ai grandi libri della saggezza
    come il vuoto del silenzio che ammorza la memoria
    come il limite dell’anticipazione
    questo nulla che è soltanto nulla
    e non è neppure il tuo nulla – è nulla

    Annoda ai labirinti della libidine e del sogno
    questo filo di seta che attraversa i polsi
    questa definizione della vita che brucia l’epilogo della nascita
    e la corona del re non avrà più diademi
    perchè il nulla cancella tutta la scrittura della pagina
    Hai dato il tuo corpo ai demoni
    – Mangiatevi – hai detto – ma su questa giostra –
    e hai chiamato nella tua mente come in una rocca
    i cortigiani del passato sui bianchi cavalli i poeti
    che dissetano l’ozio stillando il miele delle favole
    le voci familiari dell’infanzia le musiche ebbre della maturità
    le penombre gelose e dolci dell’amore la malinconia
    questo piacere di essere uomo come piacere d’essere mare
    o riva di mare o autunno

    Ma metti accanto a questa lingua eloquente la parola nulla
    mettila nelle radici nella duplice pausa del respiro
    nell’essenza della follia nello stupore del possesso
    nel fondamento che non è fondamento
    nella morte che è carnevale o sarcasmo o pietà
    ma non ancora il nulla

    Metti quest’ombra nel chiarore della spiga
    nella pupilla degl’adolescenti nella delizia del frutto
    in tutte le cose vive perchè si consumino
    come il fuoco salino sull’orlo delle mareggiate
    tu uomo abitato dal nulla
    ti stringi alla tua fatica come al morso del vento dissennato
    gloria di cenere che si solleva

    Se attenti a tutte le cose con la parola nulla
    non varrà neppure che ti ubriachi di lotta
    non varrà neppure che tu provochi contro di te lo spasimo delle generazioni

    – questo flusso e riflusso
    non è che uno stormo di ali selvaggie sopra un naufragio
    un corteo nuziale accecato dalla putrescenza
    carne scavata dal nulla come un paese bianco dalla sera

    E così scrivi senza disgusto
    tu che cresci sul nulla come la piccola piaga sulle labbra
    accanto a tutte le cose la parola nulla

  9. “BOÎTE-EN-VALISE” CON NEUTRONI

    Cubi solcati dagli ascensori. Accessoriati
    Non consoni a una sosta di riflessione.

    Uno squarcio è sempre possibile, un addotto planetario,
    toro all’equatore.

    Ci passa la Forza, si arrotonda gli occhi.
    “Boîte-en-Valise” con Neutroni.

    Il viaggio verso Marte fu delirante
    Doveva dormire per un altro secolo ma le Baccanti fermarono Roma.

    L’aeroporto volò nel vasto panorama con i suoi programmi
    un secolo negava l’ altro perchè suonava la cetra con la bocca.

    Transitano orologi, il ritardo è punibile con la morte.
    Nel cambio merci si gioisce per il netto di acquasantiere.

    Se si è capito troppo vuol dire
    Che bisogna accelerare la rotazione terrestre.

    Il radiologo non scova Marx tra le sinapsi.
    Asciutta anche la zona santa dell’ipotalamo.

    Il dopo ammette solo cenere.
    Pura estasi refrattaria alle domande.

    Californio, Organesson alcune ragioni per trattare con Galassie.
    Strategia a martello contro un valzer intorno al buco nero.

    (Francesco Paolo Intini)

  10. INTERVISTA a Iosif Brodskij

    Brodskij: …Quante sciocchezze ho scritto! Se in Russia avessi avuto la possibilità di pubblicare tutto quello che mi passava per la testa sarebbe stato un completo disastro. Quindi, in qualche modo, devo essere grato per tutti gli ostacoli frapposti dalla censura in patria. Meno male che esisteva la censura!
    .
    Brodskij: Ho iniziato a scrivere poesie per una semplice ragione: ti dà un’accelerazione straordinaria. Quando si scrive una poesia, vengono in mente cose che in fondo non sarebbero dovute emergere. Ecco perché ci si deve impegnare nella letteratura. L’ideale sarebbe che lo facessero tutti. È una necessità della specie, biologica, il dovere di un individuo verso se stesso, verso il suo DNA… in ogni caso, bisognerebbe parlare non tanto del dovere del poeta verso la società, quanto del dovere della società verso il poeta o lo scrittore. Ovvero, la società dovrebbe semplicemente ascoltare il poeta e cercare di imitarlo; non proprio seguirlo, ma imitarlo. Ad esempio, non ripetere ciò che è stato già detto una volta… Nei bei tempi andati era proprio così: la letteratura forniva alla società delle norme, dei modelli linguistici, e la società di adottava. Ma oggi, non si sa come, scopriamo che la letteratura si deve sottomettere alle norme imposte dalla società
    .
    Brodskij: Posso paragonare l’influenza di Auden a quella di Achmatova; lei, infatti, e soprattutto i suoi principi etici mi avevano influenzato più o meno allo stesso modo; e non poteva essere altrimenti, dato che a quei tempi ero un ragazzetto completamente ignorante. Con Achmatova, anche se non avevi mai sentito parlare di cristianesimo potevi fartene un’idea. Era questa la sua influenza, prima di tutto umana. Capivi che non avevi a che fare con un homo sapiens, o perlomeno non solo con un sapiens, ma con un homo dei, no? le dovrei fare tre nomi: Anna Andreevna, Auden e Robert Lowell.
    .
    Di Auden nel 1937 ho letto tutto quello che si poteva trovare in giro. Ci si poteva procurare, ad esempio, l’antologia della nuova poesia inglese, pubblicata nel 1937… Per quello che ne so, tutti i traduttori di questa antologia sono stati fucilati o imprigionati. Ne sono sopravvissuti pochissimi… È stata appunto questa antologia la fonte principale dei miei giudizi su Auden. la qualità delle traduzioni era orrenda, naturalmente, ma allora l’inglese io non lo sapevo, e così mi limitavo appena a ricostruire e analizzare qualche frase. Pertanto, le mie impressioni su Auden non potevano che essere approssimative, come le traduzioni del resto; un po’ mi ci raccapezzavo, ma non del tutto. ma più andavo avanti e più imparavo. A partire dal 1964 circa, mi sono messo a leggere Auden con regolarità, quando riuscivo a trovarlo, decifrandolo riga per riga, e verso la fine degli anni Sessanta ho cominciato a capirci qualcosa. e finalmente ho capito – e come potevo non capire- non tanto la sua poetica quanto la sua metrica. Cioè, la sua poetica è nella metrica, è in quello che in russo si chiama dol’nik, nel verso tonico, un verso disciplinato, molto ben organizzato, con all’interno la sua magnifica cesura da esametro. E quel tocco ironico. Non so neanche da dove venisse. Questo elemento ironico non è nemmeno un merito particolare di Auden, ma piuttosto della lingua inglese. E poi quella tecnica della reticenza tipicamente inglese. Insomma, Auden mi piaceva sempre di più. Alcune delle mie poesie le ho scritte sotto la sua influenza (nessuno potrà mai capirlo, grazie a Dio); Fine della Belle Époque, Canzone dell’innocenza e anche dell’esperienza, poi Lettera al generale (perlomeno fino a un certo punto), ed altre poesie. Tutte con lo stesso ritmo un po’ rilassato. A quei tempi mi piacevano soprattutto due poeti: Auden e Louis MacNeice, e anche adesso mi sono estremamente cari; semplicemente, leggerli è una cosa interessantissima… Soprattutto amavo una poesia di Auden, la sua Lettera a Lord Byron, avevo lavorato duro per tradurla, ed era diventata il mio antidoto contro qualsiasi forma di demagogia. Quando ero al limite e stavo per crollare, leggevo questa poesia. Il lettore russo potrebbe apprezzare Auden perché, in apparenza, è tradizionale. Cioè, Auden utilizza la struttura formale della stanza con tutti i suoi annessi e connessi, ma è come se della strofa non se ne accorgesse nemmeno. Dopo di lui, credo che nessuno abbia scritto delle sestine così belle. Cyril Connoly, suo contemporaneo, critico e scrittore meraviglioso, una volta ha detto che Auden è stato l’ultimo poeta della generazione degli anni trenta le cui poesie si potevano ricordare a memoria. Auden è unico, e per me rappresenta uno dei fenomeni più significativi della poesia mondiale. Mi concedo una dichiarazione sconvolgente: ad eccezione di Cvetaeva, Auden mi è più caro di tutti gli altri poeti.

  11. A proposito del cinismo e della poesia posiziocentrica di oggi
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/06/02/carlo-del-nero-poesie-con-una-dichiarazione-di-poetica-giorgio-linguaglossa-verso-un-nuovo-paradigma-poetico/comment-page-1/#comment-57393

    Il quadro dipinto da Carlo Del Nero (che potete vedere nel post), mosaico di tessere che verrà smembrato in tante tessere singole e non esisterà più, è emblematico del modo di fare poesia dell’autore: la poesia è un assemblaggio di parole effimere, così come un quadro, che esiste adesso, qui ed ora, ma può non esistere più domani mattina, o stasera. La certezza, la consapevolezza di questo fatto in noi della nuova ontologia estetica non produce nessun rancore, nessun dolore, nessuna albagia, noi lo sappiamo da sempre che le parole scompariranno, che sono friabili e transeunti e che il loro destino sia quello di scomparire presto o tardi, e che oggi non significano più nulla …

    Se c’è un aspetto che la nuova poesia non possiede è il cinismo. I cinici di oggi scrivono una poesia comunicazionale e istrionica, pensando di apparire à la page. Gli autori della nuova poesia non sono cinici e neanche disperati, sono semplicemente neutri, raffreddati, siamo tutti quanti affetti da raffreddore, un raffreddore invisibile, impalpabile, incorporeo… un po’ come le parole che abitiamo ed impieghiamo: parole neutre, raffreddate, congelate se non ibernate. Noi sappiamo che con quelle parole non possiamo costruire che cattedrali di carta che un alito di vento sgomitola…

    La poesia posiziocentrica che fanno i cinici e che va di moda oggi è piena di un io ipertrofico e ricca di ironia e di sarcasmo narcissico, quella poesia non ci appartiene, come non ci appartiene il gesuitismo destrista e postruista dei «poeti» di comunione e liberazione che abbracciano ideologie e politiche razziste…

    «…una sindrome sociale psicopatologica che è stata definita dal filosofo tedesco Peter Sloterdijk col nome di Zynismus per distinguerla dalla corrente della filosofia antica che in tedesco si chiama Kynismus.
    Il cinico dei giorni nostri sarebbe, secondo Sloterdijk, un melanconico ancora in grado di controllare i suoi sintomi depressivi, mantenendo una capacità produttiva. Mentre il cinismo antico era una forma estrema di individualismo in lotta con la società del suo tempo, il cinismo moderno è qualcosa di così capillarmente diffuso nella società occidentale da costituire la vera garanzia di integrazione in qualsiasi ambito d’attività. Quanto al rapporto che l’individuo ha con sé, esso si riduce a un lavoro di autorappresentazione, di costruzione di un’immagine di se stessi che sia conforme ai modelli suggeriti dalla pubblicità, dalla moda e dall’industria culturale.
    In questo vuoto intellettuale, spirituale e affettivo sono le provocazioni del consumismo sfrenato e del neonazionalismo ad avere la meglio su qualsiasi progetto razionale…»,1

    1 M. Perniola, Miracoli e traumi della comunicazione, Einaudi, 2009, p. 107

    • Marina Petrillo

      Esiste un’attitudine al Vuoto… Inebriato istante cancellato in spazio a-dimensionale, geometria sacra. Parrebbe avanzare ciò che indistintamente non lascia traccia. Ma, l’addensarsi plastica di un tempo consapevole, abita forse quel Vuoto. Ne è dinamica costante, come fosse non variabile l’umano approcciarsi al cammino evolutivo se non per quella esperienza unica, imprescindibile che è il vivere. Sottratti ad essa, vaghiamo in una interlinea assente, posta in ombra da incombente abisso. In un ‘nulla’ divagato a metamorfosi continua, incessante. Battito del cuore, metronomo in universo dilatato pur se indicibile. Per quale profilo avanzi il Tutto in assenza di sé, non è dato comprendere se non per brevi intuizioni. Sprazzi celesti in accordo all’ottava superiore. Scesi agli inferi, procediamo a tentoni, ciechi vati, Tiresia nell’ambiguità del sesso.
      Appartiene al passaggio, l’Essere, in quel vuoto relativo poiché l’Assoluto richiede altra forma e il limite posto è contagio di infinito.

      Marina Petrillo

  12. giorgio stella

    *
    privato del vaso non si perde nessun fiore.
    le federe del letto sono state cambiate da poco e ricambiate.

    […]

    oggi fa caldo domani farà freddo, il calendario vanta il marchio della
    [farmacia.
    è inoltrato un sollecito di pagamento già saldato.

    chissà se il nuovo supermercato rispetterà i turni del precedente se nei
    [nuovi reparti si riconosceranno i vecchi ambienti […], se lo sconto sul tonno
    verrà praticato.
    […]

    sotto casa un signore si chiede a quale indirizzo è rimandato … si risponde quasi scusandosi, che è tutta la vita che abita in quella zona,

    ma davvero non sa come aiutarsi… forse dovrebbe chiedere al macellaio
    ma si morde la lingua, non si ricorda neppure dove si trovi il macellaio.

  13. il cronometro indietreggia alacremente. A pochi decimali dalle 6:30
    pensa, “le sei e trenta”. “L’ora dei babbi”. E “Tutti allo scrematoio”.

    Quindi versò la pasta. In alto, ma molto in alto, e da lontano,
    con ali di pernice e “alcuni versi”, Lei tra gli sbiancanti, chiese

    un tavolo accanto ai camionisti. I quali acconsentirono pensando
    “ben volentieri”. Sempre pensando, quando venne il momento

    di uscire per la sigaretta, Lei chiese da accendere. Il campo lungo
    delle spirali, Giosuè. Il quale, perché ancora nel ben volentieri

    accolse in silenzio. Era nel “Compagno” di Cesare Pavese.
    Da quelle parti, alle feste.

    (May – lug 2019)

  14. Questo nulla inaspettato,
    la stessa consistenza senza gabbia. Di un piccione la posa utile. L’imbarazzo del colpo,
    mirato e sbagliato.
    Caricato senza estremità.
    Le mani poi che schiacciano silenziose.
    Ed il colpo ripartito.

  15. Antonio Sagredo

    riferendomi alla foto della pioggia con ombrelli neri, dedico:
    ——————–
    Il cielo si scurì per neri ombrelli

    Dai confessionali cinguettava una condanna ambigua senz’appello,
    sinistro era il calvo battito di un giudice in gramaglie nere.
    Non avevo più i conforti estremi di un’anima eretica, la carne arsa
    e quella fede irregolare che un celeste trono nega a malincuore.

    Mi tallonava l’inutile urlo della croce e la sua smorfia stercoraria
    che dal capezzale mi pianse la perdita di astragali e aliossi.
    Come uno stendardo si levò la beffa simile a una profezia teatrale!
    E io vidi, non so, patiboli in stiffelius e quinte martoriate come golgotha

    e coi reggicalze ben in vista alati putti e sacerdoti celebrare beati,
    sotto i portici del granchio, sanguinanti spine, lombi e glutei!
    Ah, Dante, non avevi più urina e saliva, ma la tua lingua era ancora toscana,
    cordigliera e velenosa… perfino gli uccelli scansano questa croce! – gridò.

    Il cielo si scurì per neri ombrelli… tuniche codarde e orbite di livide veroniche
    oltraggiarono i tramonti – chiodato dai suoi miracoli l’Incarnato pulsava
    per un coito dismesso a malincuore – per un altro sesso, come un velo
    mestruato,
    depose il divino Verbo nel postribolo – fu l’inizio della nostra croce, e la sua
    gloria!

    I giorni che trascorsi nello specchio gelano epoche e finte apocalissi.
    Promise al suo sosia e gemello le meraviglie della Terra e degli Universi
    tutti, ma quel bosco fu avvelenato dalle bacche del tasso: miserie del
    martirio!
    finzioni! resurrezione dei vivi! fede dei misteri!… compassione, per loro…
    ecc… ecc….

    antonio sagredo
    Roma, 29 settembre 2011

  16. Approfitto del post per salutare Donatella Giancaspero.
    Un salutone.

    Grazie, OMBRA.

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