La Grande Narrazione, La voce è la presenza del linguaggio nel linguaggio, è Figura del presente, Figura dell’assente, Il linguaggio, anche quello della poesia, è un linguaggio che si toglie, Il Distico, La Nuova Poesia, Poesie di Giuseppe Gallo, Giorgio Stella, Gino Rago, Maria Borio

Gif La porta si apre

il mondo è non-mondo e il linguaggio è non-linguaggio-atopon in cui il linguaggio si toglie e lascia essere il mondo

Giorgio Linguaglossa

Scrive un filosofo italiano di oggi, Massimo Donà:

«Ciò che rende il linguaggio “segno del mondo” e il mondo “disponibile alla parola” è dunque quello stesso per cui il mondo è non-mondo e il linguaggio è non-linguaggio-atopon in cui il linguaggio si toglie e lascia essere il mondo, ma in cui, allo stesso modo, anche il mondo dissolve il proprio silenzio e si fa parola.
Solo in questo luogo-non-luogo può dunque abitare la condizione di possibilità del rapporto parola-mondo.»1

Il linguaggio, anche quello della poesia, è un linguaggio che si toglie. Ogni volta, in ogni istante di tempo, il linguaggio è Altro, non è più se stesso; il luogo del linguaggio è il non-luogo. Il luogo del linguaggio è fuori dell’io, de-coincide e de-incide l’io nel quale provvisoriamente si trova. La voce è la presenza del linguaggio nel linguaggio, è Figura del presente, Figura dell’assente. La impossibilità del linguaggio e del linguaggio poetico in particolare ad ospitare tutto il dolore del mondo de-coincide e de-incide la sua stessa possibilità di essere.

Si può scrivere in distici soltanto se si avverte il distico come una presenza subito seguita da una assenza, come una voce subito seguita da una non-voce.

Lo spazio che segue e precede il distico è il nulla del bianco della pagina che de-istituisce la presenza del distico.

L’antitesi della scrittura (il distico) e il bianco della non-scrittura, ripropone figurativamente e semanticamente l’antitesi e l’antinomia tra l’essere e il nulla.

Il distico istituisce visivamente il nulla.

Si tratta di una percezione singolarissima. Può scrivere in distici soltanto chi ha questa percezione singolarissima.

1 Massimo Donà, L’aporia del fondamento, Mimesis, 2008, p. 521

Giuseppe Gallo

Giorgio Linguaglossa, riportando una riflessione di Carlo Sini:

«L’aura sta al limite della figura, segnandone la relazione al profondo, cioè alla sua provenienza, innanzi tutto, ma anche alla sua destinazione futura.» ben definisce le atmosfere caratteristiche della poesia di Maria Borio. Sulla stessa linea le puntualizzazioni di Gino Rago. Quello che a me colpisce è la consequenzialità logica e formale dei concetti che si allineano nella versificazione… riporto come esempio l’ultima Trasparenza:

Il mare è davanti. La luce della mattina si sgrana,
ci trasforma nei punti di fuga di una prospettiva rovesciata.

i frutti cadono, ci attraversano i pensieri,
si depositano sopra le ossa e i pensieri si gonfiano

in alto resistenti nell’aria di fine estate, sfere dove
le proiezioni di molti uomini iniziano a scambiarsi

fissandosi dentro la luce mentre mare e terra
raffreddano. Inaspettatamente possiamo diventare

freddi appoggiati su onde e nuvole fredde.
Intorno il posto adesso è trasparente.

Intorno, è il posto interiore della paura e della verità.
in mezzo, le sfere dei pensieri sono libellule:

si accoppiano e i frutti cadono, dicono
cosa siamo, come ci siamo immaginati.

È mattina: è tornare l’uno di fronte all’altro
– essere la prospettiva fragile e forte

per chi ci ha abitato, chi ci abita.

A me appare sempre più difficile accettare un periodare in cui l’ordine del materiale linguistico è coordinato dall’io. Non so a voi. E non vale per questi distici nemmeno quanto afferma Giorgio Linguaglossa nell’ultimo intervento:

“Lo spazio che segue e precede il distico è il nulla del bianco della pagina che de-istituisce la presenza del distico.
L’antitesi della scrittura (il distico) e il bianco della non-scrittura, ripropone figurativamente e semanticamente l’antitesi e l’antinomia tra l’essere e il nulla.
Il distico istituisce visivamente il nulla.
Si tratta di una percezione singolarissima. Può scrivere in distici soltanto chi ha questa percezione singolarissima.”

Il perché è presto detto: “Lo spazio bianco” in cui si “istituisce visivamente il nulla” io non riesco a coglierlo. Per il resto la poesia di Maria Borio mi sembra un ritorno, robusto ed intenso, all’indagine, inesauribile, di chi abita ancora dentro di noi e di chi è stato sfollato.

Zona gaming 11

Vado a vivere nel nulla
dove chi parla non ha ospiti da esibire.

Il cielo s’apre. Entrano alberi. E nubi.
Escono rondini, sciamano aeroplani.

-Devo sapere, Joe! Devo sapere!
-Lo faccia, Ben! Lo faccia! C’è un segno!

O un sogno. A qualche chilometro di parvenza.
A qualche ora posteriore alla disfania.

Zona gaming
Anche i fiori spazzatura.

Vado a vivere nel nulla
Dove Dio bacia se stesso.

Nella Camera Oscura delle congiunzioni elettriche.
E delle sconnessioni magnetiche.

Eccoci. Siete impazienti. Ansiosi del rimosso.
Dentro le ragnatele delle pagine.

Zona gaming
Spazzatura anche il filo spinato.

-Devo sapere sapere, Ben! Devo sapere!
-Lo faccia, Joe! Lo faccia! C’è un sogno!

Segno della polvere spianata
dopo il timore della vertigine.

I metalinguaggi delle trasgressioni.
I riflessi del pubblico e del privato.

I codici della nostra sublimazione,
la semantica della follia…

Zona gaming
…segni del tempo e viceversa

Gif porta girevole

Quale poesia scrivere nell’epoca della fine della metafisica?

Giorgio Linguaglossa

Sono d’accordo con te caro Giuseppe Gallo,

la poesia di Maria Borio appare situarsi nella zona di trapasso dall’io al noi e dall’io alla terza persona singolare. È vero, è ancora l’io il governatore di questa «zona optica», ma è un «io» che si indebolisce, che sbiadisce… tra poco di quell’io non rimarrà più niente, nient’altro che nuvole e polvere, il mondo reale sfumerà nell’indistinto. A quel punto, la crisi della poesia della Borio avrà raggiunto il punto di non ritorno, infatti l’autrice non pensa ancora il bianco della pagina che circonda il distico come ad uno spazio vuoto, uno spazio del nulla, ma come un complemento della scrittura e sua prosecuzione. La mia riflessione sul distico voleva essere una riflessione generale, sugli esiti cui conduce la ricerca approfondita sul distico. E qui il problema emerge in tutta la sua complessità: «Quale poesia scrivere nell’epoca della fine della metafisica?». Dinanzi alla abissalità di questa domanda, faccio un modesto passo indietro: io non so «quale poesia scrivere», la sto cercando, certo che non potrà riepilogare le orme del recente passato, quella è ancora una poesia della «colonna sonora», una poesia del «pieno», una poesia che evoca il «pieno» dal «non-pieno», che evoca il «pieno» dal «vuoto», una poesia della «ontologia negativa» che vuole evocare il «pieno» dal «non pieno». Io penso invece che occorra dimorare stabilmente in una ontologia positiva, una poesia che abiti stabilmente il «nulla» e che nomini il «nulla» mediante le sue «Figure», le sue «Maschere».

Le «Maschere» sono nient’altro che dei simulacri che attendono i personaggi della nostra alterità.

Corre l’obbligo, dopo la fine del novecento e della poesia modernista europea, porsi due domande terribili:

Quale poesia scrivere nell’epoca della fine della metafisica?

Quale è il compito della poesia dinanzi a questo evento epocale?

Allora, apparirà chiaro che quella simbiosi chimica delle parole che avviene attraverso il tempo e le temporalità può eventuarsi mediante un processo di metaforizzazioni: dalla cosa all’immagine mentale e da questa alla parola. La metaforizzazione ci porta «fuori» dal discorso ordinario, quello dell’epoca e dei suoi linguaggi di settore. Questo esser «fuori» è un attributo fondamentale dell’esser «altro» del linguaggio della poesia, altrimenti sarebbe «dentro», e precipiterebbe nei linguaggi di nicchia e di settore dell’evo mediatico.

L’epoca della metafisica compiuta è quella che richiede una filosofia ermeneutica e un’arte ermeneutica, che è un altro modo di porre la questione dell’«ermeneutica [come] forma della dissoluzione dell’essere».1]

L’esercizio della memoria si dà soltanto sul presupposto della perdita della memoria. L’esercizio della memoria è l’esercizio della nostra mortalità.

1] Gianni Vattimo, La fine della modernità, Garzanti, Milano, 1985 p. 164

Riposto qui una formidabile critica alla ontologia positiva pronunciata da Henry Meyer:

«Riassumendo, direi che è l’asseribilità della ragione che si è globalmente impossibilizzata. La contemporaneità si è talmente sforzata di trasformare il negativo in positivo, di fare di quest’handicap storico una caratteristica costitutiva: la mancanza di principio è così diventata una posizione di principio, la disseminazione una ricchezza, il soggetto una traccia; il linguaggio metaforico e vago l’essenza stessa del logos. Non è forse necessario far buon viso a cattivo gioco? Ma quest’impostazione mal nasconde la contingenza sulla quale pretende di erigersi. Essa vuol far passare per tratti essenziali ciò che è accidentale, ciò che proviene da uno stato di cose superato e negato, come se tale negazione fosse un aspetto costitutivo del nostro essere. Così, il fatto che l’antico principio del pensiero, l’uomo, sia morto in quanto tale, non significa né che il pensiero del principio sia vano o impossibile, né che l’uomo sia una traccia, una casella vuota, una mancanza. Questi termini traducono astoricamente un certo divenire, e non quel che in realtà siamo.

È sullo sfondo del cartesianesimo che sono nati tali concetti, concetti la cui apparente positività rimuove piuttosto un’impossibilità di superare ciò che è superato, di riempire ciò che è diventato realtà vuota, se non facendo del vuoto il pieno stesso che occorre recuperare, un vuoto del principiale che sarà positivizzato in realtà effettiva. Ma è paradossale continuare a operare con categorie che sappiamo non pertinenti, volendo fare di questa non-pertinenza un tratto pertinente di sostituzione. È paradossale dire che una certa realtà concettuale non ha più corso, e perpetuare in vuoto questa realtà con l’affermazione che il vuoto è appunto la realtà. Come possiamo contemporaneamente sostenere che il soggetto fondatore è indicibile in quanto tale, e fare di questo indicibile il senso stesso del discorso antropologico, se non della realtà umana stessa? Non si continua in tal modo a pensare a partire dagli stessi termini, ma invertiti? La traccia dell’origine, in Derrida, funzionerà esattamente come un che di originario: esso si produce occultandosi e diventa effetto; lo spostamento qui è produzione. La non-adeguazione dell’originario a se stesso attraverso un logos dell’originario è d’altronde una vecchia idea del proposizionalismo che si trova già in Descartes, poiché la ratio cognoscendi non può porre in primo luogo ciò che è realmente primo; di qui il ritorno analitico all’origine, innato o a priori, che non possiamo mai delineare se non con uno scarto e un’eterna inadeguazione.»1

1 H. Meyer, Problematologia, Pratiche editrice, 1991 pp. 181-182

Giorgio Linguaglossa

A Meyer risponderei così:

L’originario è il Nulla, e la traccia dell’origine, cioè del Nulla, è l’Essere. Gli Enti sono lontanissime tracce dell’Originario che si è dissolto, che si è auto tolto.

Lucio Mayoor Tosi

Su distico e visibilità del nulla come segno.

Nella esperienza meditativa ottenuta con tecniche prestabilite, ho potuto osservare che l’inazione conduce progressivamente, non come tanti pensano, al sonno, ma al rallentamento del flusso del pensiero (parlo qui del pensare naturale, non intenzionale). Giunto allo stadio intermedio, non di meditazione profonda – difficile da conseguire in quanto è totale assenza di pensiero, quindi essere e pura testimonianza, e in assenza di tempo – ho potuto sorprendere il farsi di ogni pensiero che nasce, e dello stesso quando se ne va, la sua coda… Nel mezzo, tra un pensiero andato e l’altro che viene, ecco l’esperienza del nulla. Quindi lasciar cadere l’intenzionalità del pensare; che si può attuare ma non scrivendo, in quanto, appunto, scrivere è voler pensare; che sarebbe l’esatto opposto del meditare, se con tecnica del m. Lascio qui la considerazione, ma mi ha perseguitato per anni l’idea di essere o scrivere (per dieci anni non ho quasi scritto né letto un libro). Però inseguo e tento l’idea di un extra-linguistico, legato alla costruzione di senso. Che non sarebbe un pre-linguistico, al quale assegniamo valenze di natura inconscia, quindi circoscritte e soggettive. Ma qui lo stop. Non ho durata.

Lucio Mayoor Tosi

Dopo aver scritto una poesia.

Dopo aver scritto una poesia, provo gioia.
Le piume mi si aprono, faccio la coda.

Ma con la pittura, quando l’opera è finita
provo estasi.

Ne resto soggiogato. Per questo l’ho uccisa.
Piano e pericolosamente. Un veleno alla volta.

Eppure l’estasi è rimasta. Anzi, ha iniziato a mostrarsi.
Buffi fenicotteri, atomi e particelle con la mania

del teatro. Veli che si scostano. E di nuovo loro, gli stessi.
Ma qui, tu ed io. Nella fila in fondo alla sala. Dove

migrano le spalle, sul biancamano della ripresa.
Le spalle, Marilyn. Contro luce. Un uomo di profilo

col cappello, pensa: è finita. Poi cade dal ginocchio.
Ma è buio.

(May – lug 2019)

Giorgio Stella

L’armadietto del lavoro era vuoto.
Ora bisognava trovare il rastrello e il secchiello.

Da alcuni appunti privati era chiaro che la radio
era rimasta accesa, la filodiffusione non […]

in differita come la domenica sportiva, ma ricordi che
oggi è l’ultimo giorno per andare a votare?

il sole 24 ore lo si compra perché è gialla la carta
ma i vasi della vicina dovevano essere annaffiati.

Per questo motivo il biglietto del teatro era
in omaggio; la pioggia ferma le biciclette, ti dona il bianco!

‘Della febbre me ne infischio!’ “E come farai con il lavoro?”
certe volte le strisce pedonali sono ancora fresche – […]

lo sciroppo poi… quello all’orzata e menta è per la piccolina…
quanti semi di cocomero abbiamo inghiotti prima che sputato,

certo, le figurine erano della […] Panini,
ma Enzo Tortora aveva i metri quadrati di Portobello.

 

Gino Rago

La Regina-dei-cartoni-a-via-Marsala

La Regina-dei-cartoni-a-via-Marsala
«…Godot… un po’ God, un pò Charlot ?»

Il Signor L. scambia lo sgabello per un trono:
«È un trono vero, non uno sgabello,

È della Regina-dei-cartoni
Il suo indirizzo: via Marsala-Stazione Termini…

Ma qui non c’è un come.
Non ci sono un dove e un quando.

Le parole non sono in nessun contesto»
Il Signor L.: « Regina-dei-cartoni-di-via-Marsala,

Passiamo il tempo… En attendant Godot.
Ma ieri non è arrivato, oggi non arriva …»

[…]

Vladimiro a Estragone:
«Una foglia nuova su un albero.

Avresti dovuto essere un poeta».
«Lo sono stato. Si vede, no?

Non vedi gli stracci?
Le mie parole sono un vestito di stracci.

Turpiloqui. Teologia
Fili metafisici. Incomunicabilità ….»

[…]

Giorgio Morandi fa la corte alla Regina-dei-cartoni.
Sul marciapiede allinea brocche-bottiglie-tazze.

Il Signor L. di nascosto prega per un’ombra.
La Regina-dei-cartoni-a-Via Marsala:

«La vita … Passer le temp
En attendant Godot».

[…]

Viale Ostiense. Una finestra. Una musica.
Luigi Nono. Un coro. Una voce di soprano:

«Ricorda cosa ti hanno fatto ad Auschwitz.
Il canto dell’arrivo. Il canto di Lili Tofler».

Una nuvola di fumo su Piramide Cestia.

[…]
Una stella su Gabriele, Tosi e Linguaglossa
Si va verso la grande casa tra gli aranci:

«Chi sei?»
«Flamurt. Non più schiavo dei Cesari sulla trireme …

Ho liberato me stesso dal dubbio.
Gli schiavi sono al bar di via Galvani»

Lorenzo Pompeo fotografa una scarpa.
Sul Tevere racconta la sua storia.

A Via Giolitti c’è Marx senza barba.

[L’originario è il Nulla, e la traccia dell’origine, cioè del Nulla, è l’Essere. Gli Enti sono lontanissime tracce dell’Originario che si è dissolto, che si è auto tolto]

.

Giorgio Linguaglossa

Il bisogno della Nuova Poesia di tornare alla Grande Narrazione

Al fondo della struttura binomiale del distico e del «polittico in distici» c’è il bisogno di tornare alla Grande Narrazione, proprio quella che Lyotard aveva invece derubricato come impossibile. Mediante il «polittico» la Grande Narrazione ridiventa un obiettivo della nuova poesia; che sia NOE o no perde di importanza, ma non è per caso che soltanto la nuova ontologia estetica senta il bisogno di esprimersi mediante il «polittico», c’è una stringente necessità delle cose che spinge verso il «polittico» come la struttura più idonea ad ospitare la diversità e la molteplicità.

Alla base del distico c’è il positivo significare del verso così e così determinato in rapporto con il verso seguente e precedente, anch’esso determinato così e così ma in modo tale da determinarsi come negazione dell’esser così degli enunciati precedenti e seguenti. A viene seguito dal NON-A nella forma del proprio negativum, nella forma, appunto, del proprio esser come tolto. B viene seguito dal NON-B, nella forma, appunto, del proprio esser come tolto.

L’assoluta identità di ogni enunciato sconfina come l’esser per altro di ogni enunciato identitario, ragione per cui ogni enunciato identitario sconfina e contraddice il precedente e il seguente. È la stessa struttura identitaria e contraddittoria del distico che spinge il poeta in questa direzione, è la forza costrittiva e magnetica della sua struttura interna.

Il «polittico» di Gino Rago che era partito da un punto preciso del cosmo, dal libro di Lorenzo Pompeo appena edito con Progetto Cultura:

A pagina 55 del suo Cemento armato
Lorenzo Pompeo…

finisce con un topos dell’immaginario mondiale, con Barabba libero che scorrazza per il mondo e la storia:

Barabba in Galilea ruba polli.
Si ubriaca. Sgozza agnelli.

Nel mezzo del «polittico» c’è di tutto e di più, ci sono due poetesse della NOE: Donatella Giancaspero e Marina Petrillo, vive e vegete, c’è Lorenzo Pompeo, vivo e vegeto che ha appena pubblicato un libro, ci sono

I libri. I viaggi. Gli amori.
Gli appuntamenti mancati. Le promesse mantenute.

in mezzo ai morti Valéry, Mallarmé, Degas, Renoir con le foto e le foto delle foto che si scambiano di posto, in mezzo ai luoghi del mondo che si scambiano il testimone della presenza, poiché la presenza è la figura della assenza, così come l’ente è la figura del ni-ente, il quale ni-ente è ancora, incontraddittoriamente una figura dell’essere e della vita, la presenza dell’essere.

Il positivo significare degli enunciati prende la forma del negativo significare, perché soltanto attraverso il negativum, il positivum significare può esplicare la sua potenza detonativa, perché questo mondo così com’è coincide con il non- mondo e de-incide il non-mondo, e l’uno coincide con i molti e noi non siamo altro che l’orizzonte del differenziarsi mondano che produce identità e non identità, la storia e la storialità, e quindi la molteplicità a partire dalla singolarità.
Tutto questo ci racconta il «polittico» e molto altro.

Gino Rago

Anche il polittico, da pochissimo proposto, “La Regina-dei-cartoni-a-Via-Marsala”, come d’altro canto tutti gli altri che l’han preceduto, sono miei tentativi poetici volti a dare una risposta ai 2 grandi interrogativi posti dall’amico Giorgio Linguaglossa:

1- Quale poesia scrivere nell’epoca della fine della metafisica?

2- Quale è il compito della poesia dinanzi a questo evento epocale?

 

Mario M. Gabriele

Superate le categorie del Moderno e del Postmoderno, ci resta poco da istituire nella forma poetica. Acquisito il senso del Polittico, della Peritropé, del Distico e del Frammento, mi pare di intravedere altre riflessioni e recuperi estetici, come ad esempio il ritorno alla narrazione.

La modernità di oggi si è scrollata di dosso le vecchie legittimazioni estetico- filosofiche, strutturali, politiche, sociali, ed economiche.
La fine della narrazione è legata a diverse concause. Il fatto è che riportarla in auge non sembra il momento più opportuno, a meno che non ci si limiti a mini racconti nella introduzione al Polittico, ma anche così si viene a determinare uno scollamento del ”quadrilatero” di cui parlavo in un precedente post, tanto che la peritropè, il distico e il frammento finiscono con l’essere semplicemente materiali di natura interruttiva dovendo tutto differenziarsi dalla narrazione.

Alla luce di quanto detto si ritorna al passato, che conferiva alla narrazione i caratteri della stabilità classica e chiara e di vecchio estetismo.

48 commenti

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48 risposte a “La Grande Narrazione, La voce è la presenza del linguaggio nel linguaggio, è Figura del presente, Figura dell’assente, Il linguaggio, anche quello della poesia, è un linguaggio che si toglie, Il Distico, La Nuova Poesia, Poesie di Giuseppe Gallo, Giorgio Stella, Gino Rago, Maria Borio

  1. donatella giancaspero

    Che io sia viva e vegeta è una realtà inconfutabile. Non ben definita, invece, risulta essere la mia posizione all’interno della cosiddetta Nuova Poesia, ovvero la NOE. Un’appartenenza, direi, disconosciuta (qualora riconosciuta prima), un’appartenenza negata, così come emerge dalla dichiarazione di un suo eminente rappresentante, il poeta Mario M. Gabriele. Riporto qui le sue parole scritte a commento di un mio testo poetico, pubblicato il 7 giugno scorso sulla mia Pagina Facebook: “Non sarai una della NOE (ma lo puoi diventare!). Certamente questa poesia è originale”. Com’è ovvio, un’affermazione del genere ha suscitato subito in me la più viva ilarità. E un’onda di ironia, soprattutto in merito al tono incoraggiante della frase “ma lo puoi diventare!” (rafforzata da quel punto esclamativo, che dice tutto) e divertita gratitudine, riguardo al riconoscimento di originalità, che evidentemente lasciava ben sperare sugli esiti futuri…
    A questo punto, sorge l’interrogativo: disconosciuta oppure estromessa? Il quesito l’avevo proposto anche sul mio profilo Facebook, invitando i miei contatti a cimentarsi in qualche frase, così, tanto per vedere… Insomma, un test, anzi no, un giochino, per distrarci dalla calura africana, per animare la noia un poco più ventilata sotto l’ombrellone; un passatempo, in alternativa ai soliti cruciverba della Settimana enigmistica… Allora, che dite, amici? Disconosciuta o estromessa? Divertente, no? Per la risposta, vi darò anche il cosiddetto “aiutino”, com’è d’uopo nei migliori quiz. Esso si avvale di alcuni punti fondamentali:
    1) con un “Costantina” aggiunto al nome, sono entrata ufficialmente nella redazione de L’Ombra delle Parole nel gennaio 2017;
    2) sono stata protagonista e autrice di vari articoli e commenti, anche a tema musicale (date le mie competenze, vero…);
    3) lo scorso anno, ho contattato e incontrato di persona il massimo esponente della letteratura ceca, Petr Král, al fine di far conoscere il messaggio di rinnovamento della poesia italiana proposto dalla NOE, in uno dei Paesi che vanta una nobile tradizione poetica. Insieme al promotore, Giorgio Linguaglossa, ho elaborato e sottoscritto un documento esplicativo che, a breve, su proposta di Petr Král stesso, vedrà la luce in una rivista letteraria ceca, corredato da alcuni testi nostri e di altri autori, ugualmente rappresentativi della Nuova Ontologia Estetica. (Purtroppo, non abbiamo potuto includere tutti, per motivi logistici dettati da esigenze editoriali).

    Mi rammarico di non poter essere più voce assidua su questa pagina telematica, com’ero un tempo, ma il mio lavoro di editor mi assorbe quasi completamente. Ho diversi autori che investono molte delle loro risorse nella mia competenza letteraria, caricandomi, perciò, di una responsabilità non irrilevante. Ma questo è. E per me, tutto sommato, è motivo di soddisfazione, oltre che di guadagno.
    Nel poco tempo che mi rimane, leggo qualcosa, qui, cerco di concentrarmi sui commenti che si susseguono; però, non senza qualche difficoltà in merito alla comprensione della lingua e della sintassi. Probabilmente l’italiano sta cambiando a mia insaputa… Ah! ah! ah! (Scherzo, eh?).
    Allora, amici: il quiz l’ho proposto (con relativo cappello); l’aiutino ve l’ho dato… Che dire di più? Non mi resta che augurarvi…

    Buonissime Vacanze!!!
    Ciao…

    Donatella Giancaspero

  2. cara Donatella Giancaspero,

    stiamo andando tutti insieme verso la Grande Narrazione della ontologia positiva. Non è un tragitto facile né scontato, tutti possono prendere da questa ricerca collettiva quello che vogliono e dare quello che possono, la NOE non è una scuola con un manifesto e un preambolo e né io né altri deteniamo un ordine di adesione e di esclusione. Il parere di Mario Gabriele è un parere personale, rispettabile certo, ma personale, come del resto il mio o quello di altri… Il problema centrale è che le parole sono cambiate, si sono intorpidite e raffreddate, il problema è saper cogliere questo processo di degrado e saper reagire con un proprio progetto, altro problema è la caducazione dell’io legislatore e governatore della colonna sonora, e mi sembra che la tua poesia abbia una cognizione molto spiccata di queste problematiche.

    Quelle parole di un tempo, che abitavano la sintassi di un Cesare Pavese o quella di un Sanguineti, adesso sono state messe in mora, sono state fatte sloggiare da quegli indirizzi, sono state evacuate dalla forza pubblica, il ministro della mala vita, Salvini, ha chiamato i bulldozer e ha fatto tabula rasa delle loro residenze, di quelle bidonville che erano l’accampamento delle parole di uno Zanzotto o degli apologisti epigonici di oggi. Quelle parole non esistono più, sono state bandite e rese obsolete. Ma non da noi dell’Ombra, ma dalla storia.

    Non so se sia stato il «dolore» delle parole come pensa Nunzia Binetti, io sto ai fatti: si tratta di un dolore metafisico, le parole si sono raffreddate, non sopportano più i massaggi cardiaci degli innamorati della parola poetica e degli esquimesi posiziocentrici del vuoto a perdere, le parole della Musa fuggono da chi vuole accalappiarle con l’accalappiacani o con lo scolapasta. Il fatto è che le parole della poesia non sanno più dove rifugiarsi, fuggono, scantonano, preferiscono dimorare negli immondezzai di Roma (Grazie sindaca Virginia Raggi!), nelle risciacquature dei lavabo, nelle pozzanghere dove ci sono cinghiali e gabbiani e i topi ad abbeverarsi.

    Il Signor Avenarius, un personaggio delle mie poesie, dice: «Le parole hanno dimenticato le parole», sono state attecchite dall’oblio delle parole, un virus pericolosissimo che sta decimando le parole vere. Siamo lentamente invasi dalle parole piene, le parole comunicazionali che troviamo in tutti i libri di poesia che si stampano oggi.

    Il fatto è che se si accetta in toto un certo tipo di poesia che prende lo spunto dalla «superficie» della comunicazione mediatica, si fabbricano quelle che Maurizio Ferraris chiama le «postverità» o, più esattamente, le «ipoverità», secondo i cui assunti «non esistono fatti ma solo interpretazioni», si assume come incontrovertibile la tesi secondo cui le parole siano libere rispetto alle cose. È ovvio che partendo da questo assunto si va a finire dritti in un «liberalismo ontologico poco impegnativo».2]

    Questo tipo di impostazione finisce necessariamente in quella che il filosofo Ferraris chiama «dipendenza rappresentazionale», ovvero «ipoverità», verità di secondo ordine, verità di seconda rappresentazione. Di questo passo si finisce dritti nell’«addio alla verità».3 La poesia magrelliana, comprendendo in questa categoria tutti gli epigoni e gli imitatori del loro capostipite, soccombe ad una visione non veritativa del discorso poetico la post-poesia magrelliana non corrisponde più ad alcun valore veritativo, il «discorso sullo statuto di verità del discorso poetico» è diventato obsoleto, il discorso poetico si è liberato di contenuti veritativi in nome di una liberalizzazione della ontologia che diventa, di fatto, una ontologia liberale. Con la scomparsa della ontologia estetica nell’epistemologia si celebra anche il decesso di un discorso poetico che voglia conservare un valore veritativo critico.

    La poesia magrelliana riepigonizza il percorso del secondo novecento approdando ad una pratica di non verità del discorso poetico, ed esattamente, al concetto di «ipoverità» della poesia.

    Scrive Maurizio Ferraris: «Così, la postverità (potremmo dire la “post verità”, la verità che si posta) è diventata la massima produzione dell’Occidente. Quando si dice che oggi si producono balle in quantità industriale, la frase fatta nasconde una verità profonda: davvero la produzione di bugie ha preso il posto delle merci».4]

    Il principio fondamentale di questo realismo post-veritativo è: la forma-poesia come produzione di ipoverità, di iperverità e di post-verità.

    La poesia di Mario Gabriele opera una peritropè della ipoverità, la adotta, e la ribalta nel suo contrario, mette in naftalina i frasari delle ipoverità dell’evo mediatico, mostrandone la intima vacuità, palesando quanto i frasari della comunicazione siano non-significanti, neutri, asessuati. Gabriele dunque adotta il realismo post-veritativo e ne fa una forma-poesia, adotta la diafania dei frasari post-veritativi mostrandone il vuoto sotto vetro che aleggia intorno ad ogni frase ipoveritativa e celebrativa. Lì non c’è nulla da capire, nulla da segnalare… tutti quei messaggi comunicazionali sono faziosi, sono finzione, messi alla berlina della loro intima insignificanza. Il punto è che Gabriele, al contrario degli autori ipoveritativi che della ipoverità ne fanno un sistema, adotta le ipoverità per mostrarne il loro involucro vuoto, assolutamente vuoto di significati. La «nuda vita» di Agamben qui dà luogo alla «nuda verità». E questo è lo statuto di verità del discorso poetico gabrielano: il suo tendere al sotto-zero delle parole raffreddate e ibernate. E questo è quanto.

    Nella poesia di Marie Laure Colasson abbiamo in opera il «nudo nome»: la scomparsa quasi totale dei verbi implica la scomparsa totale dell’io plenipotenziario, con il che le onoma risultano galleggiare sulla superficie di un tessuto grammaticale alleggerito della forza di gravità della sintassi. L’assenza dei verbi è la spia segnaletica di questa situazione ontologica, della ontologia positiva del linguaggio. L’assenza di azione verbale, significa assenza di azione sulle cose, e infatti le cose risultano galleggiare in uno spazio di albume d’uovo, incolori e inodori, si assiste a quella scomparsa del «destino» in termini severiniani, secondo cui le cose si danno nella loro datità prive di possibilità di essere significative, le cose si sono liberate del valore di scambio e del valore d’uso. Le cose non sono più cose, sono delle ipo-cose. Deprivate di essenza in quanto de-private della possibilità di un loro destino veritativo.

    1] G. Vattimo, La fine della modernità, Milano, Garzanti, 1985 pp. 20, 21
    2] M. Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino, 2017, p. 122
    3] Ibidem p. 115
    4] Ibidem pp. 115,116

  3. donatella giancaspero

    Tutta questa spiegazione è per me? Grazie!!

  4. giorgio linguaglossa
    Scrivevo il 5 sett. 2016:

    Proviamo a pensare la poesia come una «composizione musicale», come una «polifonia», come un «polittico», o come un «sistema polifonico», con voci di contralto, di tenore, di basso etc., con «voci» interne ed esterne, dell’io e di altri; proviamo a pensare di rimodulare i «toni» a secondo della posizione delle «parole» all’interno di un sistema dinamico qual è il verso; proviamo a pensare questo sistema dinamico come «sistema in movimento»; proviamo a immaginare la composizione non come un sistema statico-lineare. Se pensiamo alla cosa chiamata poesia in termini di polifonia entro un sistema spaziale, ed anche di organizzazione formale ma all’interno di un sistema spaziale… ecco che il tempo verrà da sé. In fin dei conti, lo spazio e il tempo (lo afferma Einstein) sono correlati. Proviamo a pensare al poeta come un compositore di musica in uno spazio vuoto, in uno spazio in espansione. Proviamo a pensare alla parola in termini di «massa sonora», e di inserire questa «massa» in un circuito orbitale che ruota attorno ad un astro anch’esso in movimento… Insomma, io credo che abbiamo molto da imparare dalla critica musicale e da musicisti come Ligeti e Giacinto Scelsi.

    Ecco, Gino Rago ha avuto il coraggio di adottare la «forma-polittico» come la più adatta a rappresentare l’essenza del nostro tempo, la scrittura in frammenti e il polinomio frastico. Finalmente la poesia italiana si è liberata, d’un colpo, della memoria dell’elegia e della poesia monologo dell’io. Finalmente ci troviamo di fronte un nuovo modello di poesia.

    • donatella giancaspero

      Magari il poeta fosse capace di scrivere come un “compositore di musica”!!! Magari potesse arrivare a tanto!!! Eh, troppa strada dovrebbe percorrere la parola del Poeta per potersi avvicinare, almeno un poco, alla musica!!! Il guaio è che, nonostante tutti gli sforzi possibili e immaginabili, non arriverà mai nemmeno a sfiorare la capacità compositiva insita nel linguaggio musicale. Si fa presto a parlare di «polifonia», a dire «sistema polifonico» ed elencare le voci di contralto, di tenore, di basso… Si fa presto a dire «toni», senza sapere il tono che cosa rappresenta nelle sue diverse accezioni.
      Mi dispiace, cari amici Poeti, ma la musica è altra cosa ed è irraggiungibile. Questa la dura realtà.
      Trovatevi un’altro tipo di arte dal quale attingere una terminologia adeguata a spiegare la poesia del futuro, visto che, di suo, essa non ne possiede una.

  5. Una poesia inedita di Marie Laure Colasson
    (trad. di Edith Dzieduszycka)
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/07/15/la-grande-narrazione-la-voce-e-la-presenza-del-linguaggio-nel-linguaggio-e-figura-del-presente-figura-dellassente-il-linguaggio-anche-quello-della-poesia-e-un-linguaggio-che-si-toglie/comment-page-1/#comment-58155
    Roulement de tambour
    La pluie
    Une fleur rouge
    Ses pas verts
    Un envol cinématographique

    Entre deux hommes
    Un mort un vivant
    Si différents
    Comparaison confusion
    Charlotte enfourche son Harley Davidson
    S‘échappe

    Les oiseaux
    Flèches du ciel
    Revêtent leurs combinaisons spatiales
    Pour affronter les astres

    “fleurs de nénuphars”
    Dans la poitrine
    Zaza enfile des vérités
    Comme des perles
    Avec humour

    Sœur Candida de la perversion
    Droguée de Sporanox
    Pourtant la nuit …………

    L‘astrophysicien
    Observation au télescope
    Couleurs et ombres
    Changeant selon les heures
    Se gratte le crane

    Barbara et Rimbaud
    Un voyage à travers les océans
    “ allèrent (….) à la plage
    Et firent beaucoup d ‘ enfants “

    Langueur et envolées des violons
    Cristallisations les yeux clos
    Méditation de Massenet

    Miss vitamines
    A B C D E
    Quatre-vingt milliards de probiotiques
    Transformation subite
    En poupée gonflable

    *

    Rullo di tamburo
    La pioggia
    Un fiore rosso
    I suoi passi verdi
    Un volo cinematografico

    Tra due uomini
    Uno morto uno vivo
    Così diversi
    Confronto confusione
    Charlotte scavalca la sua Harley Davidson
    Scappa

    Gli uccelli
    Frecce del cielo
    Indossano le loro tute spaziali
    Per affrontare gli astri

    “fiori di ninfea”
    Nel petto
    Zaza con umorismo
    Infila verità
    Come fossero perle

    Sorella Candida della perversione
    Imbottita di Sporanox
    Però di notte………

    L’astrofisico
    Osservazione al telescopio
    Colori e ombre
    Mutanti a secondo delle ore
    Si gratta il cranio

    Cambiano secondo le ore
    Si gratta il cranio

    Barbara e Rimbaud
    Un viaggio attraversando gli oceani
    “si recarono (…) in spiaggia
    E fecero molti figli”

    Languore e voli di violini
    Cristallizzazioni ad occhi chiusi
    Meditazione di Massenet

    Miss vitamine
    A B C D E
    Ottanta miliardi di probiotici
    Immediata trasformazione
    in bambola gonfiabile

  6. Talìa

    Da Salumida, Edizioni Padeia, Firenze 2010

    XI

    S’apprende da echi di critica locale
    che la poesia è arrivata al suo post.

    Dis-mette l’arcano mistero indossato.
    Libera la struttura scheletrica.

    Non canta l’amore né il disamore.
    Non alza polveri, non brilla, ma apre
    al lutto della miseria la sua fine.

    Cosa sia successo nessuno lo sa.

    Dal meta al post in un battibaleno.
    Coda e pinna, calamaio e penna.

    Secoli di trauma e di folletti neri
    spremuti nel succo di parole
    che non sanno più di essere parole.

    Rimangono i post-it attaccati al frigo.

    (Rivista e rinovellata per l’occasione)

  7. donatella giancaspero

    A ogni modo, tutte le tesi qui enunciate, compresi i riferimenti filosofici ai quali esse si richiamano, non sono nuove a questa pagina telematica. Ne parlammo in vari post del passato, avallandole e ampliandole in molti commenti: io per prima, quale parte attiva della Rivista (anche per motivi personali) e partecipe alla nuova ricerca estetica della poesia. Anche il fatto che “la NOE non è una scuola con un manifesto e un preambolo e né io né altri deteniamo un ordine di adesione e di esclusione”, anche questo fatto, ricordo, si puntualizzò in varie occasioni, e sorridevamo tra noi per le polemiche che giungevano da fuori, da quei poveri sprovveduti che guardavano alla NOE come a una Scuola e ai suoi rappresentanti come a degli adepti a una Setta.
    Perciò, non capisco perché ribadire tutto un discorso già noto… Sarà forse perché, come dicevano i latini, “repetita iuvant”? Ah, allora sì!!
    Va bene così.

  8. Talìa

    Noto che stanno volando gli stracci. E d’altronde, se si scrive di stracci e per stracci di certo non possono volare capi hot-couture.

  9. donatella giancaspero

    Distinto Talìa, i miei di sicuro non sono “stracci”, ma tessuti di altissima qualità, troppo pregiati, per essere alla portata di tutti.

  10. Io penso che si può accedere ad una «nuova poesia» come la NOE soltanto se si comprende fino in fondo la portata della ontologia positiva, con tutte le conseguenze che si possono tirare in sede di scelta delle parole da infilare nel filo del discorso.

    Se l’Essere è ciò che si dice, noi affibbiamo alla Parola la massima responsabilità e il massimo peso specifico, perché una volta detta, la Parola coincide con l’Essere.

    Tuttavia, proprio pronunciando quella Parola, noi le scaviamo la bara. Il poeta NOE è consapevole che quella Parola è un Nulla, vuole dire Nulla. E questa consapevolezza è talmente disarmante da gettare nello sconforto e nello sgomento chi pronuncia la Parola. Scoprire che la Parola è un Nulla è un colpo durissimo da digerire.

    Scrive Merleau Ponty: «in ogni caso, noi troviamo nelle parole degli altri solo ciò che noi stessi vi mettiamo; la comunicazione è un’apparenza, essa non ci insegna nulla di veramente nuovo».1

    La comunicazione è comunicazione di nulla, il predicato del nulla è la comunicazione. La poesia non può essere comunicazione perché essa è un nulla. Discettare di «comunicazione» della poesia è un parlare a vanvera di persone digiune di ragione filosofica.

    La differenza che passa tra una poesia normale e una poesia della nuova ontologia estetica è che la seconda ha vivissima la percezione del Nulla che dimora all’interno di ogni singola parola, mentre la prima si consola con l’illusione che la Parola indichi un referente che sta lì… Una convinzione senza dubbio consolatoria…

    Ma a stare lì è soltanto il Nulla.

    Ecco perché il significato dei segni che compongono una poesia è sempre e soltanto un Enigma. Se la poesia ha un significato esso è un Enigma. E in quanto tale, insolubile. O meglio, la soluzione dell’Enigma è la sua dissoluzione. L’Enigma vive della dissoluzione della poesia nel Nulla. Dunque, l’Enigma è un Nulla.

    1 M. Ponty, citato da Massimo Donà in L’aporia del fondamento, Mimesis, 2008 p. 508

  11. donatella giancaspero

    Comunque, un conto è la teoria e un conto è la pratica. Bisogna vedere se nella pratica i presupposti teorici trovino la giusta resa artistica, ovvero una realizzazione che sia pari alla portata del pensiero che ne sta alla base. Qui, in questi enunciati, le tesi sono forti, sono importanti, assai impegnative. Non si tratta certo di quisquilie, anche se presuppongono una poesia di spazzatura. E non uso a caso la parola “quisquilia”, dal momento che, in latino, quisquiliae -arum significa proprio “immondezza”.
    A mio parere, il poeta, come qualsiasi altro artista, deve sempre interrogarsi sui propri risultati e metterli in discussione, se necessario. Il grande Agostino Bonalumi docet (per chi lo conosce).
    A questo punto, la mia poesia, che io credevo ispirata ai principi della Nuova Ontologia Estetica già a partire dall’estate del 2016, quando incontrai Giorgio Linguaglossa e iniziai il mio nuovo percorso artistico, la mia poesia, dicevo, mi pare non sia più compresa qui. Ormai. La si inquadra in modo ambiguo proprio per non doverla inquadrare in nessun modo. In sostanza, non piace a nessuno, non è gradita. Ne ho avuto la netta dimostrazione l’altro giorno, quando ho verificato che un mio testo è stato cancellato dal post del 29 maggio scorso, con dedica, peraltro, all’artista Giorgio Ortona, protagonista del post.
    A questo punto, dunque, bisogna essere chiari: se la mia poesia non interessa, è inutile che io continui a essere citata qui, viva, vegeta o morta che io sia. A tratti viene fuori il mio nome, così, tanto per farlo. Inutile, anche, che io continui ad appartenere alla redazione. I rapporti e non solo le parole, si sono raffreddati. Ormai. Perfino il saluto di qualcuno è venuto a mancare.
    Poeti, continuate tra voi a farvi la Nuova Ontologia Estetica.
    Mi dispiace solo di essermi impegnata tanto e per tanto tempo. Qui.

    • cara Donatella,
      nessun tuo testo è stato cancellato dal post su Giorgio Ortona, controlla bene, e poi tu sei amministratrice del blog, puoi sempre intervenire se avviene qualcosa di sbagliato. Infine, non vedo affatto che «i rapporti si sono raffreddati», la stima nei confronti del tuo lavoro è generale, e poi una battuta su FB non fa testo.
      Invito poi Giuseppe Talia ad astenersi dal fare battute su problemi seri. Mi rammarico soltanto che nessuno interviene sulle problematiche, quelle sì, scottanti, che riguardano il rapporto tra la Parola e il Nulla. Qui sì che entriamo nelle stanze segrete della nuova ontologia estetica e nella ontologia positiva. È qui che si gioca la partita decisiva, La più ostica. È bene dirlo: una poesia che nasce senza speculazione, ha il respiro corto.

      • donatella giancaspero

        “Mi rammarico soltanto che nessuno interviene sulle problematiche, quelle sì, scottanti, che riguardano il rapporto tra la Parola e il Nulla”. La risposta a questa considerazione è semplice: perché nessuno è in grado di intervenire… di suonare la partitura. Ma il direttore non lo sa.
        E non aggiungo altro, perché ormai sono fuori dal giro. E poi, se parlo, va a finire che mi tirano le pietre… Tanti anni fa, un comico, Raffaele Pisu (chissà se vive ancora) faceva parlare un pupazzo che le sparava grosse e intercalava sempre questa frase:”Boccaccia mia statti zitta!”. Ecco, appunto.
        Ciao a tutti e buona fortuna…

    • ecco il tuo testo, sta sotto il post su Giorgio Ortona:
      donatellacostantina
      30 marzo 2019 alle 20:10 Modifica
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/03/29/26985/comment-page-1/#comment-54942
      Mi complimento ancora con Giorgio Ortona per la sua nuova, importante, significativa mostra. Un apprezzamento sincero a tutti coloro che gli hanno dedicato pensieri, riflessioni, versi, anche ispirati al tema della mostra, “Emanuele, il bambino salvato dall’Atac”, come ad esempio quelli di Gino Rago. Il bambino salvato scampò al rastrellamento nazi-fascista degli ebrei a Roma, grazie ai tranvieri. La vicenda ce l’ha raccontata Alberto Angela, in una delle sue più belle trasmissioni. E si lega a una delle pagine più dolorose della storia del Novecento: storia sempre viva, il cui fantasma aleggia, purtroppo, anche nel presente. Motivo maggiore, questo, per ricordarla sempre e ricordarla soprattutto alle giovani generazioni presenti e a quelle future. Perché gli orrori della Storia non conoscono oblio, né perdono. Non esiste riscatto, mai sufficiente la vendetta. Per me è così.
      Ho apprezzato anche i versi di Giorgio Linguaglossa, che, pur non riferendosi direttamente al tema della mostra, evocano un viaggio surreale, come un po’ surreale, se vogliamo, è stato il viaggio sul tram del piccolo Emanuele, avanti e indietro per due giorni, confuso nella folla dei passeggeri, da capolinea a capolinea.
      Bene. Desidero anch’io dedicare alcuni versi a Giorgio Ortona. Non anticipo, non aggiungo niente al testo. Leggetelo, semplicemente.

      *
      Senza identità di città, la città

      a Giorgio Ortona

      Senza identità di città, la città.
      Non più Roma, nello spaesamento dilatato dei margini.

      Dai prati battuti, dentro gli scavi di pozzolana, macchie in bianco e nero.
      Sul fianco orientale, l’oscillazione delle Torri a pianta stellare.

      Di spalle alla finestra, le mani spezzano il pane nel latte, mentre il figlio [muore.
      Nun ce penzate a sora Ro’, è acqua che passa, è acqua che passa…

      Soltanto al capolinea del viaggio sull’unico tram azzurro,
      una bambina dice «Roma».

      Poi, la periferia resa a se stessa, specchiata nel finestrino
      di un paesaggio muto, in assenza di peso.

      Più leggere le forti arcate nere dell’Acquedotto. In quelle, voci
      scolpite nel fango. La tramontana, con un sentore di stracci.

  12. felice sentire nuovamente prossimo Donà in percorsi delicati

  13. GIORGIO STELLA

    In una vecchia canzone di de andrè scritta assieme a de gregori (ormai immagini remote) il cantautore genovese cantava… ‘nei viali dietro la stazione/rubò l’incasso a una regina…’ … la canzone si intitolava ‘la cattiva strada’… io lavoro a Via Marsala a Roma alla stazione termini quante regine nei cartoni da qui all’immagine cristica il passo è breve lo era pure me poi nei loro cartoni nelle loro coroncine ho rivisto solomante il mio totale fallimento amplificato ulteriormente appunto da quelle dinastie da reame da mille e una notte da quei cartoni come tappeti volanti sempre da mille e una notte… alla kavafis della città, io avendo sprecato la mia vita in quelle strade verso ambienti ulteriori alle stesse, l’ho sprecata in tutte le strade del mondo; per questo l’essere, nel caso mio, ha abbandonato l’io ancor prima di averlo cercato.
    giorgio stella.

  14. GIORGIO STELLA

    i piccoli rodidori sono i grandi leoni –
    ‘spara jury spara!’ cantava CCCP –
    __________________________________
    questo distico lo dedico al mio amico Tosy, ‘dove migrano le spalle’ sei un grande! hai salvato il sole dalle ali sei davvero un grande!!!!

  15. GIORGIO STELLA

    poi un’altra cosa… la Donatella Giancaspero si domanda ‘tutto questo è per me?’ nel forum (aggetivo/sostenuto) … ma lei s’è mai chiesta quanto dà, nell’umilta in provvida ragione, alla poesia? x quanto mi riguarda la poesia è talmente intessuta in lei che mi pare un balocco la possa donare a chi davvero nn l’attendeva il grazie, mio, è a giro , credo che rari casi siano così attesi. Capisca bene Giancaspero Lei dona in ‘noe’ davvero la ricreazione che la prevede, non vuole nulla in cambio si è scordata la campanella di rientro magari per farcire un panino a un bambino. Sono stato mandato a fare in culo tipo dalla valduga dalla nn ricordo … ecco angela urbano… ‘ste donne imparassero da Lei quello che sopra e davvero di cuore Le scrivo in femminile x evocazione di nota assolutamente non voluta ma presente nel dovere che la stessa possa non essere recidivante a qualsiasi movimento femminista, la poesia sempre secondo me ne é esente. L’obbedienza a un dovere appunto preso per atto di dovizia. Un abbraccio Donatella!

  16. Giuseppe Gallo

    Cara Donatella, non voglio entrare in problemi di cui non sono a conoscenza, ma di fronte alle tue chiare rimostranze nei confronti della rivista non capisco perché non ti siano concesse delle risposte dirette e adeguate. Cosa ti si rimprovera? Che la “tua” poesia non corrisponda ai canoni della Noe? Basta dirlo… così possiamo capirlo anche noi lettori.
    Grazie dell’ospitalità!

    • donatella giancaspero

      Qualcuno (Mario M. Gabriele) ha scritto che io non appartengo alla NOE, quando, al contrario, mi sono fatta promotrice di molti dei suoi contenuti e li ho chiaramente espressi nei miei testi. Poi, spesso le mie poesie vengono interpretate in maniera impropria. Infine, non trovo più, in questo contesto, l’ambiente consono a me. Non mi sento di poter proporre contenuti di un certo livello, non mi sento di potermi confrontare, scambiare le mie idee. Non volevo dire questo, non volevo arrivare a tanto. Ma mi è scappato e non lo cancello. Ci metto la faccia, come si dice.
      Au revoir…

  17. TRE POESIE DI TRANSTRöMER E UNA IPOTESI INTERPRETATIVA (trad. Enrico Tiozzo)

    “Musica lenta” (1966)

    L’edificio è chiuso. Il sole entra attraverso i vetri delle finestre
    e riscalda la parte superiore delle scrivanie
    che sono abbastanza forti da sopportare il peso dei destini umani.

    Siamo fuori oggi, sulla discesa lunga e larga.
    Molti vestiti di scuro. Si può stare nel sole ad occhi chiusi
    e sentire il vento che lentamente spinge avanti.

    Arrivo troppo raramente all’acqua. ma adesso sono qui
    fra grandi pietre dai pacifici dorsi.
    Pietre che lentamente sono retrocesse su dall’onda.

    “Tardo maggio” (1973)

    Meli e ciliegi in fiore aiutano il luogo a librarsi
    nella dolce sporca notte di maggio, bianco salvagente, volano i pensieri.

    Erbe ed erbacce con silenziosi insistenti battiti di ali.
    la buca per le lettere splende zitta, lo scritto non si può ritrattare.

    Dolce freddo vento attraversa la camicia e cerca il cuore.
    Meli e ciliegi, ridono in silenzio di Salomone
    fioriscono nel mio tunnel. Io ho bisogno di loro
    non per dimenticare ma per ricordare.

    “Elegia (1973)”

    Apro la prima porta.
    È una grande stanza soleggiata.
    Un’auto pesante passa per la strada
    e fa tremare il vasellame.

    Apro la porta numero due.
    Amici! Avete bevuto il buio
    e siete divenuti visibili.

    Porta numero tre. Una stretta camera d’albergo.
    Vista su una strada secondaria.
    Un lampione che scintilla sull’asfalto.
    La bella scoria delle esperienze

    *************************************************************************

    Pubblico qui alcuni stralci di un articolo di Sabato Scala, un ricercatore che ha studiato e teorizzato una Teoria dell’Unificazione, dei modelli di simulazione neurale. In quest’ultimo ambito ha condotto ricerche e proposto una personale teoria dei processi cognitivi e immaginativi suggerendo, sulla base della teoria di Fisico tedesco Burkhard Heim e del paradigma olografico, la possibilità di adozione del suo nuovo modello neurale per la rappresentazione di qualunque processo fisico classico o quantistico.

    Assumo, dallo scienziato, il concetto di “modello di retroscena” per comprendere il modo di funzionamento del nostro sistema neurale ma anche quello di una forma poesia che si muova secondo lo stesso concetto: tenendo presente un “mondo di retroscena” che sta dietro il mondo dei fenomeni quantistici e il concetto di “vuoto superfluido” che opererebbe secondo il modello neurale del cervello umano. Questa nuova prospettiva cambia tutto il modo di intendere le funzioni delle immagini nella poesia di Tranströmer e nella migliore poesia contemporanea. Le immagini rispondono sia ad un “mondo di retroscena” sia a quello di “avanscena”, si situano nel mezzo, entrano in comunicazione istantanea con entrambi questi mondi. La poesia resta come sospesa nel vuoto, nella dimensione di un vuoto superfluido.

    «Sono ormai quotidiane le notizie su nuove prove scientifiche a favore dell’esistenza di un substrato causale e di un “mondo di retroscena” che sottende ai fenomeni quantistici.

    Esiste, quindi, una sorta di tessuto sottostante che definisce il modo in cui la particella agirà una volta “osservata” attraverso lo strumento di misura.

    Onda pilota di Bohm disegno. Sparisce, quindi, la casualità assoluta connessa al collasso della funzione d’onda ovvero all’evento della “Misura” che determina un passaggio con caratteristiche del casuali ed imprevedibili di una particella, dal mondo della meccanica dei quanti a quella classica.

    Questo salto di qualità non rende, però, ancora chiara la direzione che stanno prendendo i ricercatori e la convergenza tra diversi studi e ricerche, che ha subito una particolare accelerazione proprio tra la fine del 2014 ed il 2015.

    Il “Mondo di retroscena” di Prigogine e di Bohm, stà avanzando a sempre maggiore velocità, prendendo la nitida forma della reintroduzione di un mezzo di “trasmissione” dell’informazione a effetto istantaneo (come quello previsto dalla “onda pilota” di Bohm) sparito all’inizio del secolo scorso: l’Etere.

    La forma con cui questo “scomodo intruso” è ritornata è quella degli studi sui superfluidi e sulla sempre più probabile natura fluida, o meglio “superfluida” del vuoto.

    Alcuni lavori che ho già segnalato già in passato anche su Altrogiornale, e che oggi sono ancora assai poco conosciuti e studiati, figureranno tra pochi anni tra i “classici” della fisica come vere e proprie pietre miliari per uno storico e radicale cambio di paradigma.

    Ve ne sono tanti e tutti assai recenti, ma tra questi mi piace citare, oggi, “Physical vacuum is a special superfluid medium” di Valeriy Sbitnevi, pubblicato il 13 maggio 2015 su “Selected Topics in Applications of Quantum Mechanics“.

    Questo lavoro è intimamente collegato alla pubblicazione di “Scientific American” e all’esperimento che conferma la natura Bohmiana della quantistica.

    In esso, infatti, Sbitnevi mostra come il modello “superfluidico” del vuoto, ed in particolare le equazioni di Navier-Stokes, che descrivono la dinamica macroscopica dei vortici e dei moti nel fluidi, siano una diversa forma matematica della interpretazione Bohmiana della MQ e della “onda pilota” .

    In altre parole un Etere in forma di vuoto superfluido è, matematicamente, affine all’interpretazione di Bhom della equazione di Schroedinger.

    Precisiamo ancora meglio il concetto perché non sfugga il salto di qualità che si stà compiendo.

    Il Vuoto Superfluido e la interpretazione di Bhom coincidono e il “Mezzo” che consente di diffondere ovunque e istantaneamente l’informazione di correlazione che da vita ai fenomeni di entanglement quantistico.

    I fenomeni della meccanica dei quanti sono, quindi, matematicamente ricavabili dalle equazioni che descrivono il modo vorticoso in un superfluido.

    A questo rilevantissimo e naturale secondo passaggio si aggiunge il terzo ancora più rilevante sul quale mi sono soffermato sia nel nostro libro “La Fisica di Dio”, sia negli articoli divulgativi che ho pubblicato su Altrogiornale e che può essere compreso senza grande sforzo, sfogliando gli articoli relativi alle ricerche sperimentali sui superfluidi.

    Alcuni lavori, sempre recenti, infatti propongono l’uso di un modello noto con nome di “Vetri di Spin”, e quindi del modello di Ising, ovvero di una estensione del modello neurale di John Hopfield, per modellare sostanze in stato superluifo come l’Elio 3.

    In particolare i Vetri di Spin e, di conseguenza un modello affine alle reti neurali di Hopfield, è adoperabile per descrivere matematicamente bene le dinamiche e i vortici in una sostanza superfluida.

    Non ci vuole molto a comprendere che questi studi portano a ritenere che il passo tra una descrizione “NEURALE” dell’Elio 3 e quella NEURALE DEL VUOTO superfluido è brevissimo. In altre parole, il salto che attendevamo per riportare al centro un modello deterministico (seppure nei termini indicati da Bohm) connesso alla natura neurale del vuoto è alle porte.

    Ma torniamo al modello proposto da Bohm.

    Esso è intrinsecamente olografico, ovvero prevede che l’informazione sia distribuita in modo uniforme ovunque, in tal modo consente la “Istantaneità” della propagazione delle correlazioni attraverso una “onda pilota” e, con essa, l’istantaneità dei fenomeni di entanglement.

    Karl Pribram, con le sue sperimentazioni sulla retina dei gatti, ha mostrato in laboratorio quanto era già stato reso noto dalla matematica delle reti neurali: il cervello opera in modo intrinsecamente olografico. A questo punto il cerchio si chiude.

    Il modello olografico che Bohm cercava e che non era riuscito a trovare, è quello neurale di Hopfield, o se si vuole é il modello di Ising che descrive le dinamiche del vuoto superfluido.

    Le conseguenze della scoperta che il vuoto e i meccanismi della gravità quantistica operano con le stesse leggi ed equazioni che governano il nostro cervello, appaiono straordinarie e fantascientifiche anche a una mente profana ».

  18. Ecco una geniale poesia di Anna Achmatova.

    Vivo come il cucù dell’orologio,
    non invidio gli uccelli dei boschi tuttavia.
    Mi danno carica ed io faccio cucù.
    Però, lo sai che neanche al peggior nemico
    un simile destino potrei augurare.

    (1911)

  19. GIORGIO STELLA

    migrano le cose oscure del morire, una stazione per volta –
    l’ammorbidente è il programma della lavatrice –

    alcune case sono monolocali
    i lotti a schiera di Renzo Piano bilocali –

    ‘mi incarta i cornetti per favore?’ – “si, ma i caffè sono a portar via?” –
    la mensa aveva finito i fagiolini ma restava il pane: rosetta o in cassetta –

    ho fatto il test sono negativo –
    la cerniera della lampo è divisa dall’orlo nella camicia di forza –

    forse pioverà, l’ombrello Carpisa costa parecchio –
    forse la stagione delle pioggie ammette l’ultimo gelato di stagione –

    Mignon è partita… l’Archibugi pensò fosse la Transiberiana –
    Mignon è partita, ho scordato di rinnovare l’abbonamento Atac-mensile –

    • Tra i miliardi mancanti, parlo qui di libri, c’era anche “Chiedi alla polvere” di John Fante, che proprio ieri ho iniziato a leggere. Fante, le parole nell’accadere indifferenti se dentro o fuori. E oggi “migrano le cose oscure del morire, una stazione per volta”, poi atterrato dall’ammorbidente, è in piena sintonia. Non bastasse, Giorgio pubblica tre nuove di T.Tranströmer (con la fame che ho di poterne leggere ancora).
      La giornata inizia bene, al laboratorio; perché questo è un laboratorio e non altro. Poi Giorgio L. immette l’entangled, e anche se il termine mi è andato subito in pittura, aspetto che la scienza dica della natura dei pensieri: se restano dove nascono, sui tavoli di mezzo mondo, oppure cosa…

      • Giorgio Stella

        Caro amico Tosi che sai ti voglio bene, Arturo Bandini Alias jhon Fante quando ancora nn avevo scelto di leggere solo poesia una vita fa mi salvò la vita… ‘Chiedi alla polvere’ sicuramente vanta la nota di Bukowsky, i due si conobbero… Quando il secondo scrisse ‘Pulp’ il suo ultimo romanzo l’editore gli chiese come avesse trovato in Fante un nome dei protagonisti del romanzo e Bukowski gli rispose che era uno scrittore che pure a lui salvò la vita… da lì ci fu una nuova cultura Fantiana che poi ricadde nell’oblio. Di fante leggiti ‘la confraternita del chianti’ su tutti ‘un anno terribile’ ‘full-time’ ‘aspetta primavera bandini’… li leggevo sul tram prima di andare al cantiere… mi piace pensare che i due riposino in pace, Fante morì una delle morti peggiori che possano accadere a un uomo… all’ultimo i romanzi li dettava alla moglie. Poi c’è il figlio Dean Fante… autore di due romanzi il primo bellissimo tradotto chissa perchè ‘angeli a pezzi’ dalla marcos&marcos con una memorabile stretta in versi, il secondo una tiratura di un soggetto di un famoso film di cui nn ricordo il nome.
        Ti abbraccio grande poeta poeta Lucio Tosy… giorgio stella

  20. Un abbraccio Donatella Costantino Giancaspero.

    …leggo
    GRAZIE OMBRA.

  21. In tutti i distici di
    “migrano le cose oscure per morire…”
    Giorgio Stella compie un gesto estetico più forte del “tempo-scultore-di uomini”, per dirla con la Yourcenar, un gesto più possente delle trappole, degli smacchi, degli scorni montaliani del vivere, un gesto più forte della stessa morte, un gesto fondato sulla urgenza poetica del dire fatto di pochi oggetti (la cerniera della lampo, una camicia “di forza” per il poeta, fagiolini, rosette…) che nella sua ars poetica Giorgio Stella trasforma in “cose” cariche
    di energia emotiva… E altro e altro ancora in quel memorabile “Mignon è partita…”, forse il vero correlativo oggettivo della importante poesia di Giorgio Stella.
    (gino rago)

    • GIORGIO STELLA

      Gentile Gino Rago felicissimo della sua affermazzione per me ancor più felice nel nome perchè pensavo nn gli fossi simpatico addirittura sul (…)
      —————————————–
      l’armatura della NOE è questa, la porta si chiude quando si apre alla Rosenzweig ‘ma per quale destinazione si aprono dunque i battenti della porta?’ … non lo so, nn posso uccidermi perchè sono cristiano ma la ringrazio. Mignon è davvero partita ne ricordiamo la locandina con la valiggetta vestita da bambina…. a breve avrò il suo ‘ I PLATANI SUL TEVERE DIVENTANO BETULLE ‘ – un profondo abbraccio – giorgio stella

  22. Una poesia di Giorgio Linguaglossa, da Il tedio di Dio (2018)
    con Commento fisiognomico di Gino Rago

    Giorgio Linguaglossa

    Il bacio è la tomba di Dio

    La torre del faro nella pianura di neve.
    «Il bacio è la tomba di Dio».

    C’erano scritte queste insensate parole
    sopra l’ingresso della torre…

    Ma forse non era quella la torre ma un’altra
    che si trova in Siberia, nei pressi del polo artico

    dove sorge un’isba; nell’isba c’è Evgenia Arbugaeva
    sulla sedia a dondolo, osserva la distesa di neve.

    Un pianoforte a coda nella neve suona Lux Aeterna di Ligeti.
    C’è scritto: «Hic incipit tragoedia» e, nello spartito,

    le parole di Ubaldo de Robertis sull’universo ad anelli.
    [Nell’universo c’è un punto. Uno solo, così trascurabile…]

    La musica incontraddittoria si solleva dalla neve eterna.
    Diventa luce.
    […]
    La gondola è vestita a lutto. Carica di morti. Affonda.
    Nella picea onda del Canal Grande.

    Ponte degli Scalzi.
    L’appartamento di Anonymous sul Canal Regio.

    Uno spartito aperto sul leggio: La lontananza nostalgica.
    Il vento sfoglia le pagine dello spartito.
    […]
    Tre finestre. Lesene bianche. Canal Regio.
    Due leoni all’ingresso divaricano le mandibole.

    [Se ti sporgi dalla finestra puoi quasi toccare
    il filo dell’acqua verdastra. Laguna di vetro.]
    […]
    Madame Hanska si spoglia lentamente nel boudoir.
    Ufficiali austriaci giocano a whist mentre il Signor K. asserisce:

    «il tavolo cammina e non cammina perché la contraddittorietà
    non può violare il principio di non contraddizione.

    Il PNC è auto contraddittorio, non potrebbe essere altrimenti;
    mi creda, Herr Cogito, anche i suoi pensieri,

    picchi di luce eterna, sono auto contraddittori, collidono,
    a sua insaputa, con altri suoi pensieri antecedenti…».
    […]
    «L’universo è il cadavere di Dio e noi i suoi vermi.
    Anche le parole che ora diciamo, il vento nella sua rovina

    le porta via».
    […]
    Sulla parete a sinistra del soggiorno e in alto sul soffitto
    è ritratta la Peste.

    La Signora Morte impugna una pertica
    che termina con una falce.

    Ammassa i morti e taglia loro la testa.
    E ride.

    Ritto sulla prua il gondoliere afferra il remo.
    E canta.
    […]
    Lassù, in alto, strillano gli uccelli e brindano le stelle.
    Wagner e List giocano a dadi

    in un bar nel sotoportego del Canal Grande.
    Tiziano beve un’ombra con la modella

    dell’«Amor sacro e l’Amor profano».
    […]
    Madame Hanska al Torcello riceve gli ospiti
    nel salotto color fucsia.

    I clienti della locanda del buio brindano alla felicità
    i calici di Murano scintillano.
    […]
    Dio bussa alla porta d’ingresso; dice:
    «posso aggiustare il rubinetto,

    sistemare la lavastoviglie, riparare il frigorifero,
    darle l’indirizzo di una casa di appuntamenti,

    ho anche dei numeri per il Lotto…».
    Incredibile, disse proprio così.
    […]
    Ed entrammo in una stanza bianca, un pianoforte nero al centro.
    Un bambino vestito di bianco suonava qualcosa

    che i miei cinque sensi non percepivano.
    Una voce dal parlatorio diceva:

    «Il re morto è un dio vivente, il dio morto è un re che vive,
    la tomba del re è la casa del dio

    che si è dimenticato di essere un dio…».
    Fu a quel punto che quelle parole inaccessibili risuonarono in me

    mentre calpestavo il pavimento di linoleum bianco…
    […]
    Una grande vetrata si affaccia sul mare veneziano.
    “Non c’è anima più viva”, pensai, ma scacciai subito

    quel pensiero molesto.
    Una sirena cantava dalla spiaggia dei morti:

    «Non c’è più lutto tra i morti».
    «Non c’è più lutto tra i morti».

    (da La morte è la tomba di Dio, Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2018)

    Commento fisiognomico di Gino Rago

    Come ha lavorato Giorgio Linguaglossa per costruire l’ architettura di questo polittico che non esito a definire di frontiera e a frammenti?
    Di frontiera poiché ricorda in parte l’acqua dolce quando sta per entrare nel mare e non è più dolce ma non è ancora salata, di frontiera perché i versi giocano tra un ‘non più’ e un ‘non ancora’,

    “[…]Una grande vetrata si affaccia sul mare veneziano.
    Non c’è anima più viva[…]”

    A frammenti poiché ormai è stato acquisito lo stato di consapevolezza che il mondo contemporaneo è fatto di frammenti, come di frammenti si compongono le storie di frontiera. E anche i nostri sguardi si compongono di frammenti.

    E che dire dei nostri incontri, incontri umani, se non che quasi sempre sono una successione di frammenti.

    Ma poi nel corso del polittico nel frammentismo serpeggia l’atto estetico** del poeta e ricostruisce l’unità del tessuto poetico, ma non facendolo calare dall’alto come una entità astratta:
    sono le parole stesse dell’autore che si organizzano a struttura unita, è l’idea di poeta-artifex.

    Ne derivano andamenti plurali, ibridi, stratificati, tenuti coesi attraverso il parlato, attraverso i colloqui o i dialoghi diffusi nei versi.
    Trovo efficace questo modo linguaglossiano di procedere, anzi mi spingerei a dire che forse questa è l’unica maniera di procedere per fronteggiare il vivere nel mondo e il suo giocare con gli specchi.

    Il gesto estetico del poeta determina l’architettura unitaria della poesia raccattando i materiali sparpagliati nella mente del poeta, materiali di luoghi, di tempi, di storie, di avvenimenti, di eventi stampati come percezione del passato in un presente che Giorgio Linguaglossa assume come Memoria e così la poesia si fa ‘mito’ e vince l’oblio della memoria. Ma introducendo il fattore M (memoria) alla tridimensionalità del mondo, il poeta si avvia verso approdi estetici quadridimensioli, incarnando la prospettiva quadridimensionalista dell’osservatore proustiano della Ricerca del tempo perduto, collocandosi al di fuori del flusso tridimensionalista spazio-tempo-percezione, aggiungendo alla semplice percezione proprio il potere della Memoria.

    Ma bisogna per me introdurre anche una terza chiave di lettura per una interpretazione organica di
    Il bacio di Dio: il panorama della postmodernità, rivisitato nel campo espressivo integrale:

    “[…] Lassù, in alto, strillano gli uccelli e brindano le stelle.
    Wagner e List giocano a dadi

    in un bar nel sotoportego del Canal Grande.
    Tiziano beve un’ombra con la modella

    dell’«Amor sacro e Amor profano»
    […. ]”

    In tale panorama, il postmoderno, la dimensione culturale che continua a caratterizzare la nostra stagione di vita, si delineano scenari in grado di rompere con i tradizionali modelli ai quali la modernità ci aveva abituati, di riscrivere le coordinate spazio-temporali, di imporre pensieri liquidi e combinazioni tra mondi reali e mondi fittizi, moltiplicando le identità in nuove forme di conversazioni, anche attraverso la pervasività del digitale, ecc.,
    Da qui le ri-scritture adottate da Giorgio Linguaglossa nel suo polittico per collage, ibridazioni, citazioni, mescolamenti di spazi e di tempi, riferimenti a personaggi veri e finti, nominazione di luoghi reali , luoghi antropologici e non-luoghi, fusione di storia dell’arte e storia della musica, e altro, in una estraneazione totale da se stesso e da ogni forma di «egotismo estetizzante» che senza deragliamenti conduce agli approdi della poesia espansa.

    Ma in che senso, e perché ho prima parlato di «gesto», di gesto estetico-linguistico, nel tentativo di analisi dei versi di Giorgio Linguaglossa?
    Perché ho guardato al modello di critica incarnato da Max Kommerell, segnalato da Giorgio Agamben e indicato come maestro della critica letteraria europea.

    Secondo Kommerell la critica ha 3 livelli, quasi 3 sfere concentriche:

    – un livello filologico-ermeneutico;
    – un livello fisiognomico;
    – un livello gestuale.

    Dati per scontati i significati dei livelli filologico-ermeneutico e fisiognomico della critica, rimane il terzo livello incentrato sul gesto, sul gesto estetico-linguistico che il poeta-scrittore compie nel suo atto creativo.

    Per comprenderne il senso ricordiamo l’idea di «gesto» secondo Max Kommarell:

    « Il gesto, per quanto cogente possa essere per l’altro, non esiste mai unicamente per lui; solo, anzi, in quanto esiste anche per se stesso, può essere tanto cogente per l’altro.
    Anche un volto che non ha testimoni ha la sua mimica; ed è problematico se a lasciare sulla sua superficie un’impronta più profonda siano i gesti coi quali esso s’intende con gli altri o quelli che gli sono imposti dalla solitudine o dal colloquio con se stesso.
    Spesso un volto sembra narrarci la storia dei suoi momenti solitari».

    In quale «gesto etico-linguistico-estetico» può essere possibile trovare la cifra autentica nella scrittura di Giorgio Linguaglossa?

    Nella “compostezza”, una compostezza di
    «strategia della problematizzazione» la quale non si fa né supponenza né metallica seriosità, ma metodo e organicità di pensiero.

    Perciò in ogni commento «Il Signor G.» non parla mai «ai» poeti ma «con» i poeti.

    (gino rago)

  23. Zbigniew Herbert: – Dove passerai l’eternità?

    da I platani sul Tevere diventano betulle, Ed. Progetto Cultura, Roma, 2019
    di Gino Rago

    Alla domanda di Herbert:
    «Dove passerai l’eternità?»,

    risponde il filosofo Erèsia:
    «Cara Signora Circe, caro Signor Nessuno,

    il poeta da finisterre parla con l’oceano
    e scrive le sue parole sull’acqua

    (gino rago)

  24. Creare vuoto. Bene che diventi tecnica, ma lo scopo è anche quello di favorire l’ingresso di poesia nel discorso; che altrimenti, vuoi per l’io narrante, o per il tema che si vorrebbe stabilire, – oh sì, tante cose giuste – si avrebbe con fatica . Ma il punto è: dove l’autore manca, lì è più probabile che arrivi poesia.

  25. Heidegger individua la causa del nichilismo nella metafisica,

    sostiene che: «La metafisica in quanto metafisica è l’autentico nichilismo. L’essenza del nichilismo si dà storicamente nelle vesti della metafisica. La metafisica di Platone non è meno nichilistica di quella di Nietzsche. In quella l’essenza del nichilismo resta solo celata, in questa giunge interamente alla comparsa», dove per «metafisica» egli intende quella tradizione di pensiero che pone il problema dell’essere dell’essente, andando oltre (metà) l’essente stesso, in una irrealistica dimensione trascendente.

    L’inizio del Novecento È caratterizzato dal fenomeno delle avanguardie che porteranno a compimento la rivoluzione delle arti plastiche, letterarie e figurative in un impeto di distruzione del vecchio mondo volto alla realizzazione di uno nuovo (proprio come sosteneva Turgenev nel romanzo Padri e figli!). Da questo punto di vista, le due guerre mondiali devono essere ricomprese nel quadro ideologico-psicologico del compimento della potenza detonante del nichilismo e della progressiva perdita dei nicciani «valori» orientativi di «scopo», «unità» e «verità».

    Il fenomeno delle post-avanguardie letterarie

    e artistiche del secondo Novecento rappresenta la stigmatizzazione del riposizionamento combattivo di gruppi artistici e soprattutto letterari che cercano di ritagliarsi un posto e una funzione nell’ambito del dispiegamento universale della forma-merce e del mercato globale che non contempla più alcuna funzione di «valore» all’arte e alla letteratura nel sistema società. È la reazione della nuova letteratura di fronte ai cambiamenti epocali che la relegano al di fuori del sistema mercato e delle nuove istituzioni culturali. La metafisica ha prodotto il mercato globale, e il mercato globale è il compimento (Vollendung) della metafisica. È qui che si apre la nuova stagione del nichilismo come «stato psicologico» del mondo contemporaneo. Il nichilismo, dirà Heidegger, viene concepito come «stato psicologico», «ciò significa allora: il nichilismo riguarda la posizione dell’uomo in mezzo all’ente nel suo insieme, riguarda il modo in cui l’uomo si pone in relazione con l’ente in quanto tale, in cui configura e afferma questo rapporto e quindi se stesso; ciò non significa altro che il modo in cui l’uomo è storicamente.»1]

    «Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore» , così recitava il nono punto del manifesto programmatico del Futurismo di F.T. Marinetti e soci, pubblicato il 20 Febbraio 1909 su Le Figaro. O più ‘nichilisticamente votate soltanto alla distruzione: questo È il caso di Dada, definito dagli stessi dadaisti come: «un fenomeno che scoppia nella metà della crisi morale ed economica del dopoguerra, un salvatore, un mostro che avrebbe sparso spazzatura sul suo cammino. Un sistematico lavoro di distruzione e demoralizzazione… che alla fine non è diventato che un atto sacrilego».

    I dadaisti preannunziarono nel loro manifesto: «Dada non significa nulla. È solo un prodotto della bocca». Oggi questa posizione ci fa sorridere, perché è ancora emblematica di una resistenza al «nulla», di un sarcasmo verso il «nulla». Oggi la situazione epocale è mutata, resistere contro l’invasione del «nulla» servirebbe a ben poco, bisogna invece aprirsi al «nulla», come diceva Heidegger, dobbiamo «guardarlo bene in faccia». accettare la sua luogotenenza. entrare all’interno del «nulla» abitarlo, esserne abitati. Questa è la massima impostura! E il massimo dei sacrilegi che i benpensanti non possono neanche riuscire ad immaginare.

    Scrive Heidegger:

    «Forse l’essenza del nichilismo consiste nel non prendere sul serio la domanda del Niente. In effetti la si lascia inesplicata, si rimane cocciutamente fermi allo schema interrogativo di un aut-aut da tempo abituale. Con l’approvazione generale si dice: o il Niente “è” “qualcosa” senz’altro nullo oppure deve essere un “ente”. Poiché però, evidentemente, il Niente non può mai essere un ente, non rimane che l’altra possibilità, cioè che il Niente sia l’assolutamente nullo.

    […]

    E se il Niente, in verità, non fosse un ente, ma non fosse nemmeno mai ciò che è soltanto nullo? E se la domanda dell’essenza del Niente non fosse, sulla scorta di quell’aut-aut, nemmeno posta in termini sufficienti? E, ancor di più, se la mancanza (Ausbleiben) di questa domanda dispiegata che chiede dell’essenza del Niente fosse la ragione (Grund) del fatto che la metafisica occidentale deve cadere vittima del nichilismo? Il nichilismo sarebbe allora esperito e concepito in modo più originario ed essenziale, quella storia della metafisica che spinge a una posizione metafisica di fondo nella quale il Niente, nella sua essenza, non solo non può essere compreso, ma non vuole più nemmeno essere capito. Nichilismo significherebbe allora: il non pensare, per essenza, all’essenza del Niente. (…) Nietzsche riconosce, sì, il nichilismo come movimento soprattutto della storia occidentale, ma non è capace di pensare l’essenza del Niente perché non è in grado di cercarla domandando, egli deve diventare il nichilista classico che esprime la storia che sta accadendo ora. Nietzsche riconosce ed esperisce il nichilismo poiché pensa lui stesso in modo nichilistico. Il concetto nietzschiano del nichilismo è esso stesso un concetto nichilistico. Nietzsche non è capace, nonostante tutte le intuizioni, di riconoscere l’essenza occulta del nichilismo perché lo concepisce fin dall’inizio e soltanto in base al pensiero del valore come il processo della svalutazione dei valori supremi. Egli deve concepire il nichilismo in tal modo perché, mantenendosi nella traiettoria e nell’ambito della metafisica occidentale, pensa quest’ultima fino in fondo.»2]

    «L’epoca che noi chiamiamo età moderna,

    e nel cui compimento la storia occidentale sta ora cominciando a entrare, è determinata dal fatto che l’uomo diventa misura e centro dell’ente. L’uomo è ciò che sta a fondamento di ogni ente, cioè, nei termini dell’età moderna, ciò che sta a fondamento di ogni oggettivazione e rappresentabilità, il subjectum. Per quanto Nietzsche si rivolga di continuo contro Descartes, la cui filosofia è la fondazione della metafisica moderna, lo fa solo perché Descartes non ha ancora posto l’uomo in modo sufficientemente completo e deciso come subjectum.»2]

    A questo punto, dobbiamo di nuovo ritornare alla Domanda delle domande:

    Quale poesia fare dopo la fine dell’età della metafisica?

    1] M. Heidegger Nietzsche, Adelphi, trad. a cura di Franco Volpi 1994 p. 588
    2] Ivi pp. 581, 582
    3] Ivi p. 587

  26. GIORGIO STELLA

    Tosi, amico, la poesia è già arrivata dove l’autore manca. Lo scopo è che l’autote è mancante, narrante l’io… nn ha fatto in tempo e per fortuna sua a coglierne l’essere.
    _____________________
    il libro che sto scrivendo si intitolerà GOLF! ma a nessuno interessa il massimo del sublime. A che punto sei arrivato in ‘chiedi alla polvere?’… il capitolo finale ti farà piangere preparati…

  27. Gino Rago
    Tentativi di risposte alle problematiche del rapporto tra la Parola e il Nulla
    attraverso una nota critica su alcuni versi di Donatella Giancaspero e un brano in distici di un epistolario con Giorgio Linguaglossa

    1.
    Dal minisaggio ” La poesia come enigma” nei versi di Donatella Giancaspero, estraggo questo brano:

    Una stanza, Jorge Luis Borges, un’arancia sul tavolo, il padre di Borges che vuole colloquiare con suo figlio. Il padre chiede a Jorge Luis:
    «Secondo te il gusto di arancia di questo frutto è nell’agrume o nella bocca di chi l’assaggia?».

    Ciò che in quella precisa occasione Borges riuscì a comprendere è che il senso delle cose non sta dentro le cose stesse ma nel rapporto con chi le percepisce: il sapore dell’arancia viene determinato soltanto nell’incontro del frutto con il palato di chi l’assaggia, altrimenti il sapore rimane chiuso per sempre nell’agrume.
    Perché?
    Perché il mondo è fatto di relazioni, di relazioni tra le cose e di noi con le stesse cose.
    E in queste relazioni l’Io coincide con il vuoto fra due cose.
    Ecco perché per J. Derrida:

    «Una poesia corre sempre il rischio di non avere senso e non avrebbe alcun valore senza questo rischio. E Scrivere, significa ritrarsi… dalla scrittura. Arenarsi lontano dal proprio linguaggio, emanciparsi o sconcertarlo, lasciarlo procedere solo e privo di ogni scorta. Lasciare la parola… lasciarla parlare da sola, il che essa può fare solo nello scritto».

    Se alla luce di tali consapevolezze rileggo questi versi di Donatella Giancaspero che ri-propongo in distici:

    “Da qualche giorno, il sospetto che il mare è là dietro.
    Dietro lo schermo sbavato di case.

    Tra loro si afferrano ai fianchi, come sostegno.
    Qui, la persiana ha una fessura puntata sulla scala di ferro battuto.

    Sale a chiocciola. Dal cortile, al terrazzo condominiale – testimonia la foto
    scampata al massacro dei ricordi –

    Una perfezione fonda, inconoscibile, è forse oltre.
    Lo lasciano intendere i gabbiani – stanno qui, da poco tempo, dentro i muri

    Più grandi, sul terrazzo condominiale. Sforano la luce.
    Ma non è concesso di seguirne i voli. Dall’alto ci sorvegliano.

    Se intuiscono uno sguardo intento, scendono in picchiata.
    Rasentano gli occhi.”

    non mi pare difficile notare come Donatella Giancaspero dissemini di ‘cose’ e di ‘luoghi ’ il tessuto poetico della composizione [il mare, della cui reale presenza però non si ha certezza; le case, che si cercano e si sorreggono; la persiana, il ferro battuto, la chiocciola, i gabbiani… ].

    Ma tali “cose” nominate con chiarezza, non dicono nulla, non significano nulla se non si relazionano tra di loro e soprattutto se non stabiliscono relazioni con noi.

    Fatte le dovute differenze, per Donatella Giancaspero stare al mondo e scrivere non è un fatto astratto, ma un gesto concreto di occupazione di spazi di mondo, nel qui della terra, con la sua materia e con i suoi detriti.
    Sotto questo aspetto Donatella Giancaspero si approssima proprio al Paul Celan degli:

    «[…]Spazi tra rami di un albero spesso spoglio, ma che nel suo essere spoglio garantisce zone vuote, vuote abbastanza da poter ospitare il senso altrui, oltre che il proprio[…]»

    Donatella Giancaspero, che in questa poesia si misura anche con il problematico rapporto tra Parola e Nulla, ne è consapevole e trascina il suo lettore nel flusso dinamico, vitale con le “cose” disseminate nei suoi versi attribuendo allo stesso lettore un ruolo dinamico e positivo con la sua poesia, un ruolo attivo con i suoi versi.

    Ed è questa osmosi permanente tra poeta e lettore un’altra cifra della NOE, accanto a quella non meno significativa dei silenzi, come passaggi di toni e di tinte tra un distico e un altro, non affidati al bianco tipografico della pagina ma prodotti dallo stesso organismo poetico.
    (gino rago)

    2.
    Il linguaggio in movimento
    ( Epistolario Giorgio Linguaglossa-Gino Rago) in via di allestimento

    Gino Rago
    Seconda Lettera mai spedita di Fiorenza M.

    “Gentile Signor Giorgio Linguaglossa,
    sono ancora io, Fiorenza M.,

    dal tesoro di carte di Vittoria-Cristina
    ecco uno smeraldo.

    Ma di questo, vi prego, per ora non parlatene.
    Ho portato tre rose, un vaso di confettura,

    un libro che il Dr. Schlemmer mi ha mandato per lui.
    È curioso. A poche persone ho pensato tanto negli ultimi mesi

    come a questo bruttissimo ometto,
    che potrebbe essere mio padre

    e non fa nulla,
    proprio nulla, per rendersi indimenticabile.
    […]
    Per fortuna ieri l’altro la primavera è esplosa.
    In poche ore Roma s’è avvolta nei colori,

    mille verdi, e soprattutto mille gradazioni di rosso,
    lilla, rosa pallido, viola.

    Alberi di Giuda, siepi di rododendro, pergole di glicine, lillà.
    Il fioraio dove ho comprato le rose per il Signor A.

    ha voluto farmi un « complimento»:
    un mazzetto di ciclamini e myosotis.

    È così bello intriso ancora di pioggia.
    Due preti all’alba sui gradini di Trinità de’ Monti.

    Dicono che a quell’ora vanno a dire Messa per i poveri.
    […]
    Alla diagonale / libreria in Roma
    Giosetta Fioroni espone

    Fogli in forma di libri
    E altre Carte dedicate a Paul Celan.

    Sette libri d’artista
    E 4 tavole su Carta realizzate a mano.

    Fogli piegati a forma di libri
    Per un solo verso, per più versi

    o al titolo di una raccolta,
    Elementi riconoscibili:

    Legno e piume, sassi e specchio,
    aghi di porcospino e capelli veri…
    […]
    Dalla Senna il corpo di Celan
    Il 1° maggio del 1970:

    « A seconda del vento che ti spinge
    s’aggruma la neve attorno alla parola.

    Di soglia in soglia
    Im Wahren stehen/Stare nel vero

    Solo nel movimento del linguaggio
    Spazi di materia/maceria di immagini e parole»”

    3.
    Giorgio Linguaglossa

    Gentile Signor Gino Rago,
    Le accludo la mia replica in forma di missiva alla Sua

    Uno sconosciuto con la redingote nera, lisa
    «ah, la rosa, no!, né il giglio, né il lillà

    solo consonanti e vocali nei miei versi
    tutto quello che c’è, c’era già». disse proprio così

    quel manigoldo che entrò dalla finestra. era infilato
    in una redingote nera, lisa, con delle vistose toppe

    ai gomiti, una camicia di bucato, agitò la farfalla à pois gialla
    che pendeva dal collo e mi disse:

    «nel Butan, caro poeta, ci abitano i watussi,
    quelli alti due metri», poi si fermò pensieroso,

    si alzò e fece il giro delle stanze della casa,
    controllò dentro gli armadi, l’interno del frigorifero,

    la gabbia dei canarini…
    uno scricchiolio proveniente dall’armadio all’ingresso.

    lo aprì di colpo, ma c’era il vuoto lì, non altro…
    e, con passi felpati, si diresse verso la finestra aperta

    che dava sul ballatoio condominiale…
    e di lì sparì nel nulla, o meglio, dietro il nulla…»

    (gino rago)
    luglio 2019

    • Caro Gino, è avvincente. Il finale un salto da palcoscenico. Applausi.

      • Trascrivo la mia poesia sopra riportata da Gino Rago nella versione definitiva:

        Gentile Signor Gino Rago,

        Le accludo la mia replica in forma di missiva alla Sua.

        Uno sconosciuto con la redingote nera, lisa:
        «Ah, la rosa, no!, né il giglio, né il lillà

        solo consonanti e vocali nei miei versi
        tutto quello che c’è, c’era già». Disse proprio così

        quel manigoldo che entrò con un salto dalla finestra.
        Era infilato in una redingote nera, lisa, sdrucita,

        con delle vistose toppe ai gomiti, una camicia bianca di bucato,
        agitò la farfalla à pois gialla che pendeva dal collo:

        «nel Butan, caro poeta, ci abitano i watussi,
        quelli alti due metri», egregio Cogito – continuò –

        Lo sa?, nel Butan misurano la Felicità.
        È un esame semplice: una provetta con del Liquido Reagente.

        Lo hanno chiamato PIF, Indice Interno della Felicità,
        che misura il prodotto interno lordo della Blissness.

        Veda, Cogito, là gli uomini e le donne sono felici perché
        non conoscono l’onda d’urto dell’oscurità e l’onta della sconfitta.

        Mi dia retta, Cogito, si prenda una Perpetua come sguattera
        e una milf, una poupée gonflable, come amante

        e vedrà che vivrà meglio.
        Lei ha avuto in dote il pensiero, una autentica misfortuna,

        mi creda, dagli effetti dirompenti…
        E qui il manigoldo si fermò pensieroso, si alzò

        e fece il giro delle stanze dell’appartamento,
        controllò dentro gli armadi, l’interno del frigorifero,

        la gabbia dei canarini…

        All’improvviso, uno scricchiolio proveniente dall’armadio all’ingresso.
        Lo aprì di colpo, ma c’era il vuoto lì, non altro…

        E, con passi felpati, si diresse verso la finestra aperta
        che dava sul ballatoio condominiale…

        E di lì sparì nel nulla, o meglio, dietro il nulla…»

        […]

        Poco dopo il manigoldo sbucò dalla botola del WC e così parlò:

        «Le proporrei un nuovo campione di indagine: il PIA e il PII, ovvero, il Prodotto Interno Anteriore, la Memoria, e il Prodotto Interno Interiore, l’Anima.
        La capienza dell’involucro interno contiene i pensieri, le emozioni, la dignità, la decenza, l’eros… Il tutto stipato e costipato in una valigia che ci trasciniamo dietro da una stazione all’altra.
        Ciò sfugge alla amministrazione calcolistica del nostro tempo.
        Il problema è che non è una cosa agevole da misurare, non basta una provetta con del Liquido Reagente…».

        Narrano le fonti che così rispose Cogito:

        «Qui, c’è il battito cardiaco, il mio cuore, lo tocchi, prego.
        Qui, invece, la mia mente, l’immondezzaio.

        Il poeta si ciba delle immondizie perché è vicino alla verità.
        Le sue nuvole sono il secchio dell’immondizia.

        Gli immondezzai sono pieni di vita, lo sa?, brulicano di vita
        Corvi, cormorani, topi e gabbiani li frequentano».

        Cogito si sedette sulla sponda del letto. E così chiuse:

        «Un’epoca sta per concludersi.
        Inizia una nuova epoca, con squilli di trombette e nani in redingote.
        Sa, a volte gli artisti si sentono in dovere di creare un’opera degna del nostro tempo. E quale materia più degna della immondizia?

        Come aveva già stabilito Adorno, la critica della cultura è spazzatura non meno della cultura di cui si tratta. Non c’è soluzione, non c’è una via di fuga dalla spazzatura e dall’immondezzaio che non sia spazzatura e immondezzaio.
        La critica che si fa oggi alle opere d’arte è accompagnamento musicale sulla via dell’immondezzaio. Nient’altro.

        Però il discorso poetico non è soltanto un positivo significare ma anche e soprattutto un negativo significare, un mettere tra parentesi, un prendere le distanze, un prendere congedo, un allontanarsi dall’io e dal noi e dal voi e dal loro… Operazione che si sottrae al rapporto debitorio-creditorio cui soggiacciono tutte le espressioni linguistiche dei giorni nostri, figlie docili dell’economia monetaria del lessico e dello stile».

        • Le poesie sopra postate offrono al lettore una pinacoteca di Figure che transitano nel nulla con il nulla sullo sfondo e il nulla nelle Parole. Sbaglierebbe chi giudicasse queste poesie come un «gioco» alla maniera novecentesca, qui non c’è nessun «gioco», e, se c’è, è un gioco serissimo che ha a che fare con le Figure che si presentano sull’orizzonte dell’apparire per poi, subito dopo, scomparire, e magari ricomparire in altre guise, sotto altre vestizioni. L’orizzonte degli eventi è abitato da Figure. Anzi, le Figure sono propriamente l’orizzonte degli eventi. In tal senso le Figure sono eterne, perché eternamente si rinnovano ed eternamente transitano nel nulla.

          Scrive Carlo Sini:

          «i viventi, le loro figure e le loro relazioni vanno a fondo. Ma sulla soglia transitante della figura, che si dà al mondo interpretandolo, il vivente attinge nelle sue figure una sorta di immortalità puntuale, in relazione alla sua aura. Relatività che allude ed è metafora dell’immortalità senza declinazioni del supporto ultimo di tutte le figure: quell’aura della presenza eterna della vita che è l’unità neppur una sottesa a ogni polifonia.
          Per il vivente “che sa” si tratta allora di imparare a essere quel che (si) è: immortale. Eterna non è la figura nell’errore tenace del suo “qualcosa”, ma il precipizio del vuoto e del nulla che vibra ora e qui nella figura e che coincide con il comporsi e lo scomporsi, il dileguare e comparire che affetta le figure: Le figure sono così contemporaneamente eterne e transeunti. Eterne nel loro perenne transitare, non stare: esse modulano, irripetibilmente ripetendola, la polifonia della vita eterna. Effimere nel loro dileguare, nel loro sfumare al limite del loro confine, dove si fanno ponte della trasmissione verso altre figure».1

          1 Carlo Sini\ Il sapere dei segni, Jaca Book, 2012, p. 68

    • Donatella Giancaspero

      Buongiorno,
      intervengo brevemente soltanto per una precisazione, a beneficio dei lettori.
      La mia poesia, che compare qui sopra, è stata da me scritta in terzine e non in distici, come “ri-propone” Gino Rago. La logica strutturale e semantica del mio testo risiede soltanto nella forma che io gli ho dato. Pertanto, la trasposizione in qualsiasi altra forma è del tutto arbitraria e non rispondente al mio intento creativo.
      Riporto qui il testo originario, a tutela, anche, del mio diritto d’autore.

      DA QUALCHE GIORNO

      Da qualche giorno, il sospetto che il mare è là dietro.
      Dietro lo schermo sbavato di case.
      Tra loro si afferrano ai fianchi, come sostegno.

      Qui, la persiana ha una fessura puntata sulla scala di ferro battuto.
      Sale a chiocciola. Dal cortile, al terrazzo condominiale – testimonia la foto
      scampata al massacro dei ricordi –.

      Una perfezione fonda, inconoscibile, è forse oltre.
      Lo lasciano intendere i gabbiani – stanno qui, da poco tempo, dentro
      [i muri –.
      Più grandi, sul terrazzo condominiale. Sforano la luce.

      Ma non è concesso di seguirne i voli. Dall’alto ci sorvegliano.
      Se intuiscono uno sguardo intento, scendono in picchiata.
      Rasentano gli occhi.

      *
      © Donatella Giancaspero 2018

  28. GIORGIO STELLA

    compose=new perdonate nn so girare i doc ma è per la Gianscapero il terzo polittico io nn prevedo note sennò mi assumerei la colpa del peccato originale. abbracci amici della Noe, amici davvero.

  29. Questa mia non c’entra con il nulla, ma è per riconoscenza.

    L’amore è un legame.

    L’amore è un legame. Lo sanno bene le tortorelle
    di Padre Pio, che il gerundio si è perso da tempi immemorabili
    tutto il piacere della vita.

    Amore è il mio linguaggio, parola amata. L’anestesia
    e quel che ne consegue, come ti cade un dente… e non lo puoi
    rimettere. Amore che combina ( sì, baciamoci. E dunque l’Ariosto).

    Amore si può dire, ma devi essere poeta in carne ed ossa.
    Sul principio non ti avrei delusa. Le quattro parti mi piacevano.
    E dunque. Dunque. Bisognerebbe chiudere la porta. Il cancello.

    (May – lug 2019)

  30. Il Bianco ed il Nero. Gatti entrambi dello stesso quartiere.

    Il Bianco aveva un regno. Un giorno lo sorpresi tra le radici bruciate di un pino. Sonnecchiava tranquillo pensando alle sue cose, per niente invece alla chioma secca sulla sua testa.

    La sostanza e gli accidenti della vita di un re passano per una continuità di lotte che talvolta possono sembrare cessate. Una tribù da difendere. Copioni che si ripetono uguali, maschere che recitano lo stesso obiettivo di conservare il seme nel tempo. La ventura di essere il capofila, l’interfaccia con il quartiere.

    Interagire con esso porta a compiere delitti. Uccidere o quanto meno spaventare colombi e perché no? i gabbiani.

    Un solido Nulla si portò via il pino e le altre forme di vita campestre, piantandoci cemento armato con i balconi fioriti e le vetrate, i box auto, i passeggini.

    Direi che l’impotenza sul passato è pari a questa volontà di costruzione urbana. In qualche modo la riempie come si trattasse delle fondamenta di un palazzo.

    D’altra parte il Nero è scomparso anzitempo. Ad un passo da qui separato da un fossato di asfalto e muro sorvegliato notte e giorno da gendarmi che assomigliano ad Alichino e Graffiacane.

    Un prato sempre curato. Il suo regno, il suo harem profumato.

    I ragazzi del Campus gli scivolavano accanto. Ma lui rimaneva indifferente alla superstizione e all’orrore che destava in taluni la sua pancia enorme, la sovranità di pantera, il fascino della materia oscura negli occhi.

    In realtà pensava alle sue numerose amanti ma senza riflettere su come converga tutto in un uno stesso senso sia che si parta dalla luce e sia dal buio.

    Non essendo previsto un salto da un settore all’altro, il confine rappresenta uno iato insormontabile. Anche gli uomini sono diversi perchè non c’è ragione per supporre che l’ora dell’uno sia sincronizzata a quella dell’altra. E chissà dunque quale tra l’uomo di Scienza e l’Operaio sia l’orologio avanti e quello indietro.

    Eppure qualcosa sfugge al controllo.
    Il regno del Bianco ha figli neri. Quello del Nero ne ha bianchi.

    Una divisione netta, abissale grida dunque la sua impotenza nei confronti della casualità. Nel suo gioco nessuna bottiglia è mai completamente piena e nessuna cantina è mai completamente asciutta.

    Quel muro che doveva garantire la divisione tra bianco e nero è così soltanto perché manca il suo obiettivo ma nello stesso tempo non lo è perché tutto avviene sulla base di un suo “essere” qualcosa.

    Neanche il Bianco ed il Nero hanno ragione di essere qualcosa in questo qui e ora ma sono soltanto punti con una certa probabilità di manifestarsi a cui si associa una probabilità di Nero e Bianco rispettivamente.

    (Francesco Paolo Intini)

  31. Gino Rago
    Brevi meditazioni linguistiche, tematiche ed estetiche su alcuni distici di Giorgio Stella

    “migrano le cose oscure del morire, una stazione per volta –
    l’ammorbidente è il programma della lavatrice –

    alcune case sono monolocali
    i lotti a schiera di Renzo Piano bilocali –

    ‘mi incarta i cornetti per favore?’ – “si, ma i caffè sono a portar via?” –
    la mensa aveva finito i fagiolini ma restava il pane: rosetta o in cassetta –

    ho fatto il test sono negativo –
    la cerniera della lampo è divisa dall’orlo nella camicia di forza –

    forse pioverà, l’ombrello Carpisa costa parecchio –
    forse la stagione delle pioggie ammette l’ultimo gelato di stagione –

    Mignon è partita… l’Archibugi pensò fosse la Transiberiana –
    Mignon è partita, ho scordato di rinnovare l’abbonamento Atac-mensile –“

    In tutti i distici di
    “migrano le cose oscure per morire…”

    Giorgio Stella compie un gesto estetico più forte del «tempo-scultore-di-uomini», per dirla con la Yourcenar, un gesto più possente delle trappole, degli smacchi, degli scorni montaliani del vivere;

    un gesto più forte della stessa morte perché fondato sulla urgenza poetica di un «dire» fatto di pochi oggetti (la cerniera della lampo, una camicia “di forza” per il poeta, dei fagiolini, delle rosette, dei caffè, dei cornetti…), oggetti legati alla quotidianità che però nella sua “ars poetica” Giorgio Stella trasforma in “cose” cariche di energia emotiva…

    E altro e altro ancora in quel memorabile “Mignon è partita…”, forse il vero correlativo oggettivo nel senso di T. S. Eliot della importante poesia di Giorgio Stella.

    Una meditazione a parte merita tuttavia questo distico:

    “alcune case sono monolocali
    i lotti a schiera di Renzo Piano bilocali”

    Un distico particolare in cui l’autore si misura secondo il suo gusto con l’elemento abitativo, o meglio con le istanze architettonico-urbanistiche.

    E non può passare in secondo ordine perché qui Giorgio Stella convoca
    con una lingua piana, chiara, senza barocchismi la tematica della Architettura, secondo la visione forse di Gillo Dorfles per il quale l’Architettura è stata e rimarrà la forma d’arte più importante:

    «[…] perché l’Architettura lega la vita e le passioni dell’uomo con le strutture abitative in cui si esprimono le forme sociali.
    E infatti la nostra architettura migliore – penso alla Milano di Gio Ponti, di Franco Albini o di Vittoriano Viganò – è quella che unisce un elemento artistico di prim’ordine con il massimo di funzionalità:
    il Pirellone, la Torre Velasca… Belli e funzionali.
    Ma non si può dire lo stesso di tutti i grattacieli della Milano di oggi…».

    (gino rago)

    • Giorgio Stella

      Caro Gino Rago la ringrazio per l’affetto che mi riserva, ha svelato arcani nn noti neppure a me che l’ho scritti… quello sull’architettura mi ha fatto paura avevo scordato il liceo artistico, dove ho seppellito per sempre la mia voglia di vivere. Proprio adesso mia nipote (7 anni) leggeva un mio verso ‘l’armadietto del lavoro era vuoto ‘ e ha commentato ” ma che te frega che era vuoto, che lo scrivi a fa, che gliene frega agl’altri che era vuoto? ” … cosa risponderle? ho riso di cuore… abbracci giorgio.

  32. E’ morto
    Andrea Camilleri

  33. Non dimentichiamo che Camilleri è stato comunista quando in Italia non si poteva non essere comunisti… adesso che i cialtroni pullulano un po’ dovunque si avverte il bisogno di qualche comunista…

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