Maria Borio, Poesie da Trasparenza, Interlinea, 2018 pp. 134 € 12 con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa, Le ferite dello Spirito non guariscono e lasciano vistose cicatrici, Interpretare una poesia implica disvelarne l’aura

Gif Finestra con veneziane

Le ferite dello Spirito non guariscono e lasciano vistose cicatrici

Maria Borio, nata nel 1985, si è laureata in Lettere ed è dottore di ricerca in letteratura italiana. Ha pubblicato le raccolte Vite unite (XII Quaderno italiano di poesia contemporanea, Marcos y Marcos, Milano 2015) e L’altro limite (Lieticolle, Pordenone-Faloppio 2017). Ha scritto le monografie Satura. Da Montale alla lirica contemporanea (Serra, Pisa 2013) e Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, Venezia 2018). Cura la sezione poesia di “Nuovi Argomenti”. Trasparenza è il suo primo libro di poesia.

Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

«Le ferite dello Spirito guariscono senza lasciare cicatrici», lo ha scritto Hegel, sono le parole finali della Fenomenologia dello spirito, che io però interpreto à rebours: Le ferite dello Spirito non guariscono e lasciano vistose cicatrici… E questo libro di Maria Borio lo lascia intendere con molta chiarezza al di là delle intenzioni dell’autrice, è la natura delle contraddizioni stilistiche che qui emerge in modo palese. La «Trasparenza» di cui si narra nel libro è la invisibilità delle cicatrici che riposano sul corpo martoriato dello Spirito, invisibilità appena impercettibile che alligna sotto il pelo d’acqua di una scrittura nitida e sottile e avvolgente, metà poesia metà prosa breve alla maniera della scrittura poetica materiatasi nel post-novecento di questi ultimi lustri; la «voce» contiene in sé una voce «trasparente», quasi che la trasparenza la si voglia ostendere e nascondere nell’elemento dialogico, nella forma narrante della terza persona, dell’estraneo che ci abita e che sembra governare tutte le cose ma che invece ne è succube, prigioniero dell’esterno e dell’esteriorità e della chiacchiera del «si».

«Trasparenza» della terza persona e delle cose e invisibilità dei «confini» tra le cose e gli umani sono il segnale di qualcosa di impronunciabile che la poesia vorrebbe, ad un tempo, ostendere e nascondere, elidere, implica e allude ad una colpa dell’io per non aver osato oltrepassare quei «confini», per non aver saputo o potuto oltrepassare la «soglia» che ci divide dalle cose e dai loro significati e dagli altri esseri umani. «Trasparenza» è anche questa disumanizzazione cui siamo costretti, questa problematica impossibilità ad inoltrarci nella dimensione attigua, che noi sentiamo prossima, ma che ci è sbarrata, insondabilmente ostile, slontanante e lontana, impercettibilmente aliena, mentre la nostra «voce» è irrimediabilmente reclusa in un circondario di «voci senza suono», in un reclusorio di «volti scavati».

Maria Borio trasparenza

Voci senza suono, volti scavati
passano in fondo al video come i tronchi maceri
di una leggenda: anche le persone con i desideri

infossati come solchi nel catrame possono portare
una leggenda. Le grida sono legni, acqua vecchia
diventano gusci, forse nodi bianchi.

La leggenda che porto ora in questa città
racconta della nascita di certi uccelli
dai gusci dalla schiuma dai legni morti

poi crescono le piume – dice – e volano sul mare
come tutti gli uccelli, tutti gli uccelli anche qui
– credo – qualcosa si sta alzando o si rompe.

La leggenda fa trasparenza, i solchi sul catrame
sono le cicatrici che ogni persona in qualche parte
nasconde. Invecchiando si mimetizzano.

Anche le leggende fanno sfere mimetiche.
Adesso volano a me’’aria, senza misura
lacera o intatta.

*

Anche la voce può dimagrire
ed è sentirlo come il corpo dimagrisce

trasforma i muscoli in altra massa
li fa sbiancare e ascolta i toni che cadono

fra le corde vocali, perdono l’equilibrio.
il corpo dimagrisce come la mente quando sogna:

questo che era noi è noi, passato, futuro
in una voce pura il corpo sottile

fino a quando non restano dentro un’immagine lontana
corpo e voce intrecciati, scie dopo la pioggia.

Chi ci guarda può annullarci, farci dimagrire, portarci via.

Forse l’hanno guardata come li ha guardati
ed è dimagrita entrando negli altri:

la voce cade in uno spazio fra le corde vocali

di tutti, vuota e bianca, fino a stringerci.

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Nella sua essenza profonda la poesia resiste come può allo sguardo indagatore

Interpretare una poesia implica disvelarne l’aura.

Ogni poesia ha un’aura, contiene delle parole chiave che consentono l’ingresso in un enigma di significati che resistono ostilmente alla interpretazione. Nella sua essenza profonda la poesia resiste come può allo sguardo indagatore che vorrebbe scandagliarne gli abissi, nella sua essenza profonda la forma poetica è un dispositivo di resistenza ostile alla penetrazione, è una sottrazione, un passo indietro rispetto alla significazione; l’aura è qualcosa che risiede sul limite esterno delle figurazioni, potremmo forse ragguagliarla alla stratosfera che protegge il pianeta dalle radiazioni cosmiche e solari, l’estremo lembo di difesa contro gli agenti nocivi extra solari… ma è vero anche che l’aura si configura come il limite di ciò che delimita la figurazione e le impedisce di palesarsi nella figurazione, di far sortire significati nascosti o dimenticati o rimossi.

La poesia di Maria Borio gira instancabilmente intorno a se stessa, parla preferibilmente in terza persona, adotta la meta poesia per sortire fuori dalla forma-poesia della tradizione italiana di questi ultimi lustri; ci parla della crisi della poesia a diventare poesia, a diventare adulta; ci narra la difficoltà della «voce» a raggiungerci, di farsi scrittura, grafema, segno lessicale, significato, quasi che il supporto della carta non sia più idoneo a recepire la scrittura poetica, «la voce cade in uno spazio fra le corde vocali», scrive l’autrice, «la voce cade» in uno spazio vuoto. È la problematica della poesia a diventare «nuova poesia» attorno a cui ruota tutta la poesia italiana di queste ultime decadi quella che sta a cuore a Maria Borio, quella problematica che la «nuova ontologia estetica» ha affrontato elaborando un nuovo modo di impostare e pensare il discorso poetico. Ma questa è la cronaca dei giorni nostri. Un ultimo appunto: nella scelta delle composizioni ho privilegiato quelle in distici, che rivelano una singolare rassomiglianza con il distico adottato dalla «nuova ontologia estetica». Ma si tratta di due distici lontanissimi nella pensabilità  di esso distico come struttura epistemologica nella NOE e come versione rispettabilmente stilistica nel distico della Borio. Si tratta di una de-coincidenza, che forse non è senza significato.

maria-borio-ip

Maria Borio

Dorso duro

I

Le case sull’acqua avranno solidità
ma gli occhi intorno non sono umani.

tra atmosfera e atmosfera tutto si trasforma.

Un suono umano è disumano.

II

Resistono piante d’acqua. Immaginiamo
che ci raggiungano da un nucleo profondo.

Il giardino è in equilibrio senza atmosfera,
si riflette nell’acqua per sintesi di luce

attraverso la città che ha forma di pesce
ma scorre senza natura vegetale o animale.

Allora papadopoli tra atmosfera e atmosfera
fa un’energia invisibile, un equilibrio steso.

Questo giardino non ha natura, non è giardino.

Equilibrio sulle acque è equilibrio?

III

Il male è nascosto nella nebbia del mare.
un uncino lo porta avanti e indietro.

Ci siamo persi di notte su questa riva,
le luci oscillano sopra le spalle.

Non siamo più uomini ma suono
che cuce dorso duro alla giudecca.

I motori scrivevano densamente l’acqua.

Ora un silenzio fitto nel reale portato.

Scrive Carlo Sini: «L’aura sta al limite della figura, segnandone la relazione al profondo, cioè alla sua provenienza, innanzi tutto, ma anche alla sua destinazione futura. L’aura stessa è pertanto un limite: ciò che consente alla figura di continuare a figurarsi e a sfigurarsi e così di trascendesi. Il limite è la soglia del continuo transitare dell’essere in figura delle cose».1

Quando la «trasparenza» si condensa, diventa «nebbia», che si posa sulle cose e impedisce allo sguardo di far luce sul mondo. L’autrice intercetta i segnali di questa cortina di «nebbia» che avvolge le parole e le cose degli umani; infatti scrive la Borio: «Il male è nascosto nella nebbia del mare». La «nebbia» è il sintomo evidente di una pandemia che affligge la nostra civiltà di parole, il segnale semaforico di un «male» che ci abita ed abita tutte le cose. Questa è un’altra parola chiave del libro, la «nebbia» che offusca la «trasparenza» e la converte nel suo contrario, e impedisce agli umani di «vedere». La Borio ha senza dubbio avvistato il male della nostra epoca, resta da fare ancora un altro passo: apprestare un dispositivo estetico, una forma-poesia che permetta di fare luce, di diradare la «nebbia» e restituire le cose alla loro piena visibilità.

Carlo Sini, Il sapere dei segni, Jaca Book 2012, p, 14

*

Silenzio: con quale altra parole vuoi raggiungermi?

Al limite dell’aeroporto l’atmosfera è tutto
chiude i nostri mondi in un’ascissa che scende a terra
senza toccarla, porta il peso di tutto.

Con quale altra parole vuoi toccarmi?

Il sudore è l’unico segno dalla carne al plexiglass
dal plexiglass al vento dell’hangar.
Diventa nodi trasparenti
forme di cristallo tremano sotto le ali.

Con quale altra parola cerchiamo di vivere per sempre?

La stella vecchia mangiava la giovane ma poi è morta
e cadendo è diventata una scia senza colpa.

Appoggiamo la testa al finestrino, perdiamo l’intimità.
Solo schegge fluorescenti dall’orizzonte al cervello.

E allora toccami silenzio, fammi male.

Voce

Una voce ci raccoglie nella mente. Il suo spazio
è un equilibrio fra due mediane: la voce che sembra
conficcata su uno spillo e due mediane che la attraversano.

La terra esiste senza equilibrio come una voce.
Pensiamo le sue parti: il sud e il nord divisi che irradiano
persone, flussi di persone, congiunzioni o schianto.

II

Ci siamo fermati a pensare lo spazio rettangolare
sotto questa casa e le fondamenta conficcate
come su una spina di humus, un sapore bruciato.

Dai muri al prato, dal prato a altri muri
la vita di ognuno a volte assomiglia al perimetro
di un segno solo su una meridiana sola.

IV

Una terra è flussi e scarti, come quelli della voce.
Stringi le mani sulla gola, ascolta le parti interne
alto e basso, il palato e lo stomaco che spingono.

La mano stretta tra sud e nord, come sopra a un mare,
scava nella gola. Anche dentro a una persona sola

lo spazio di una terra a volte è così verosimile…

Dicevi questa storia per trovare l’immagine
di una moltitudine, riporla dentro di te, liberarla.

Trasparenza

II

Sembra di potersi stendere in questa prospettiva:
tra le foglie e i ferri brilla oltre la sbarra curva

con gli argini mangiati e ora lì, un’archeologia
uno specchio delle piante che difendono gli embrioni

dei frutti e puntano i bordi seghettati delle foglie
al metallo come a un mare.

Il ferro incandescente sotto il sole allora è il mare
come un uomo che immagina se stesso il mare e io

lo tocco nell’ombra che si muove, una lama
sopra la pelle. I frutti acerbi e i pensieri si staccano

mentre ci assottigliamo, diventiamo verticali –
i frutti e i pensieri geminano contro l’orizzonte.

Il mare è davanti, la collina senza prima né poi:
in mezzo siamo diventati ore e immagini.

III

In ogni riflesso un’ora, in ogni ora un’immagine:
tra la collina e il mare hai trovato un posto puro

appartiene a te, ma potrebbe esistere in ognuno,
lo spazio regresso dietro le ossa dove tutto

per un momento può esistere verticale. In alcuni
questo spazio è aperto dalle perpendicolari

di case, binari o dal modo in cui in un video il colore
del metallo si lega al cielo: lo spazio dove la pelle dei frutti

che maturano è quello della pelle che invecchia,
la muta di un animale spaventato mentre invecchia.

La planimetria di un quartiere si dirama, una stanza
di voci, gola sola dentro lingue dense…

Questo, come il posto di ognuno che è l’individuo
e trascina dalla riva del secolo il mito che ognuno è solo

individuo. Ti vedo contro il centro della stanza,
la bestia fiuta il cibo o il predatore,

la moltitudine che è cibo o predatore e la sua pelle
suona come una muta, lascia uno strato

un altro e ogni nuovo giorno cammina con una pelle
nuova sopra il posto interiore che invecchia –

Ognuno consuma il suo individuo. Fuori le voci
arrivano sintonizzate agli angoli della stanza

e forse si sente anche il punto in cui il suono sembra
una prospettiva verticale, ma sprofonda in ognuno

che è l’individuo, il mito immobile al centro:
ognuno se stesso solo.

VI

Il mare è davanti. La luce della mattina si sgrana,
ci trasforma nei punti di fuga di una prospettiva rovesciata.

i frutti cadono, ci attraversano i pensieri,
si depositano sopra le ossa e i pensieri si gonfiano

in alto resistenti nell’aria di fine estate, sfere dove
le proiezioni di molti uomini iniziano a scambiarsi

fissandosi dentro la luce mentre mare e terra
raffreddano. Inaspettatamente possiamo diventare

freddi appoggiati su onde e nuvole fredde.
Intorno il posto adesso è trasparente.

Intorno, è il posto interiore della paura e della verità.
in mezzo, le sfere dei pensieri sono libellule:

si accoppiano e i frutti cadono, dicono
cosa siamo, come ci siamo immaginati.

È mattina: è tornare l’uno di fronte all’altro
– essere la prospettiva fragile e forte

per chi ci ha abitato, chi ci abita.

25 commenti

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25 risposte a “Maria Borio, Poesie da Trasparenza, Interlinea, 2018 pp. 134 € 12 con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa, Le ferite dello Spirito non guariscono e lasciano vistose cicatrici, Interpretare una poesia implica disvelarne l’aura

  1. GIORGIO STELLA

    Complimenti gentile Maria Borio! dal nulla dal niente il poema è netto decisivo addirittura scisso nella cadenza ovvia che la forma ha lei conosce questo ineluttabile limite. questo detto da un vecchio ubriacone fallito poeta (la poesia è un traguardo superiore all’olimpico!) che intende solo la poesia altrui e l’unica poetessa a cui posso accostarla è Sara Davidovics ma è banalità di una mente, la mia, sfondata. è IMPRESSIONANTE LA LEVITà CON CUI UNA PERSONA COME LEI X GENERAZIONE NATA DAVANTI AL VIDEO NN OSTENTI LA LEGGEREZZA DELLA TASTIERA, L’OLTRAGGIO DI UNA MEMORIA A QUANTO PARE REGISTRATA. BRAVA!!! PER QUANTO UN UBRIACONE COME ME CIARLA BRAVA DAVVERO!!! ‘CI SIAMO FERMATI A PENSARE LO SPAZIO RETTANGOLARE’ QUESTO è STILE!!!!

  2. gino rago

    Maria Borio,
    poesia dello sguardo che scivola sul mare; poesia della disperanza, dalla crasi fra disperazione e speranza; poesia della resilienza.
    Le inclinazioni estetiche però di questa proposta poetica bene interpretata da Giorgio Linguaglossa nella sua nota critica di presentazione, sono – ancora –
    del tardonovecento poetico italiano, anche se la Borio con buoni esiti adotta i distici. Credo che le manchi la frequenza con il frammentismo per altri e alti esiti estetici e con la consapevolezza che la forma-poesia in poesia è tutto.
    Maria Borio ha buona materia prima da valorizzare anche se in alcuni dei suoi versi a volte ho avvertito quello che Roland Barthes chiama il punctum…

    (gino rago)

  3. gino rago

    Maria Borio,
    poesia dello sguardo che scivola sul mare; poesia della disperanza, dalla crasi fra disperazione e speranza; poesia della resilienza.
    Le inclinazioni estetiche però di questa proposta poetica, proposta bene interpretata da Giorgio Linguaglossa nella sua nota critica di presentazione, sono – ancora – a mio avviso del tardonovecento poetico italiano,
    anche se la Borio con buoni esiti a volte adotta i distici.
    Credo che le manchino le frequentazioni con il frammentismo, per altri e alti esiti estetici, e con le lunghezze d’onda della consapevolezza che la forma-poesia in poesia è tutto, come del resto dichiara lo stesso amico Linguaglossa in questo passaggio della sua nota critica sulla Borio:

    “[…]
    L’autrice intercetta i segnali di questa cortina di «nebbia» che avvolge le parole e le cose degli umani; infatti scrive la Borio: «Il male è nascosto nella nebbia del mare». La «nebbia» è il sintomo evidente di una pandemia che affligge la nostra civiltà di parole, il segnale semaforico di un «male» che ci abita ed abita tutte le cose. Questa è un’altra parola chiave del libro, la «nebbia» che offusca la «trasparenza» e la converte nel suo contrario, e impedisce agli umani di «vedere». La Borio ha senza dubbio avvistato il male della nostra epoca, resta da fare ancora un altro passo: apprestare un dispositivo estetico, una forma-poesia che permetta di fare luce, di diradare la «nebbia» e restituire le cose alla loro piena visibilità.”

    Maria Borio ha buona materia prima da valorizzare, proprio in grazia del fatto che in alcuni dei suoi versi a volte ho avvertito quello che Roland Barthes chiama il punctum…

    Epifania rara in poesia che si verifica soltanto quando è la poesia a leggerci, quando è la poesia a leggere noi, e non viceversa quando siamo noi a leggere la poesia cui possiamo applicare quando ciò di frequente si verifica quello che sempre secondo Barthes è lo studium…

    (gino rago)

  4. Scrive un filosofo italiano di oggi, Massimo Donà:

    «Ciò che rende il linguaggio “segno del mondo” e il mondo “disponibile alla parola” è dunque quello stesso per cui il mondo è non-mondo e il linguaggio è non-linguaggio-atopon in cui il linguaggio si toglie e lascia essere il mondo, ma in cui, allo stesso modo, anche il mondo dissolve il proprio silenzio e si fa parola.
    Solo in questo luogo-non-luogo può dunque abitare la condizione di possibilità del rapporto parola-mondo.»1

    Il linguaggio, anche quello della poesia, è un linguaggio che si toglie. Ogni volta, in ogni istante di tempo, il linguaggio è Altro, non è più se stesso; il luogo del linguaggio è il non-luogo. Il luogo del linguaggio è fuori dell’io, de-coincide e de-incide l’io nel quale provvisoriamente si trova. La voce è la presenza del linguaggio nel linguaggio, è Figura del presente, Figura dell’assente. La impossibilità del linguaggio e del linguaggio poetico in particolare ad ospitare tutto il dolore del mondo de-coincide e de-incide la sua stessa possibilità di essere.

    Si può scrivere in distici soltanto se si avverte il distico come una presenza subito seguita da una assenza, come una voce subito seguita da una non-voce.

    Lo spazio che segue e precede il distico è il nulla del bianco della pagina che de-istituisce la presenza del distico.

    L’antitesi della scrittura (il distico) e il bianco della non-scrittura, ripropone figurativamente e semanticamente l’antitesi e l’antinomia tra l’essere e il nulla.

    Il distico istituisce visivamente il nulla.

    Si tratta di una percezione singolarissima. Può scrivere in distici soltanto chi ha questa percezione singolarissima.

    1 Massimo Donà, L’aporia del fondamento, Mimesis, 2008, p. 521

  5. Giuseppe Gallo

    Giorgio Linguaglossa, riportando una riflessione di Carlo Sini:

    «L’aura sta al limite della figura, segnandone la relazione al profondo, cioè alla sua provenienza, innanzi tutto, ma anche alla sua destinazione futura.» ben definisce le atmosfere caratteristiche della poesia di Maria Borio. Sulla stessa linea le puntualizzazioni di Gino Rago. Quello che a me colpisce è la conseguenzialità logica e formale dei concetti che si allineano nella versificazione… riporto come esempio l’ultima Trasparenza:

    Il mare è davanti. La luce della mattina si sgrana,
    ci trasforma nei punti di fuga di una prospettiva rovesciata.

    i frutti cadono, ci attraversano i pensieri,
    si depositano sopra le ossa e i pensieri si gonfiano

    in alto resistenti nell’aria di fine estate, sfere dove
    le proiezioni di molti uomini iniziano a scambiarsi

    fissandosi dentro la luce mentre mare e terra
    raffreddano. Inaspettatamente possiamo diventare

    freddi appoggiati su onde e nuvole fredde.
    Intorno il posto adesso è trasparente.

    Intorno, è il posto interiore della paura e della verità.
    in mezzo, le sfere dei pensieri sono libellule:

    si accoppiano e i frutti cadono, dicono
    cosa siamo, come ci siamo immaginati.

    È mattina: è tornare l’uno di fronte all’altro
    – essere la prospettiva fragile e forte

    per chi ci ha abitato, chi ci abita.

    A me appare sempre più difficile accettare un periodare in cui l’ordine del materiale linguistico è coordinato dall’io. Non so a voi. E non vale per questi distici nemmeno quanto afferma Giorgio Linguaglossa nell’ultimo intervento:

    “Lo spazio che segue e precede il distico è il nulla del bianco della pagina che de-istituisce la presenza del distico.
    L’antitesi della scrittura (il distico) e il bianco della non-scrittura, ripropone figurativamente e semanticamente l’antitesi e l’antinomia tra l’essere e il nulla.
    Il distico istituisce visivamente il nulla.
    Si tratta di una percezione singolarissima. Può scrivere in distici soltanto chi ha questa percezione singolarissima.”

    Il perché è presto detto: “Lo spazio bianco” in cui si “istituisce visivamente il nulla” io non riesco a coglierlo. Per il resto la poesia di Maria Borio mi sembra un ritorno, robusto ed intenso, all’indagine, inesauribile, di chi abita ancora dentro di noi e di chi è stato sfollato.

    Zona gaming 11

    Vado a vivere nel nulla
    dove chi parla non ha ospiti da esibire.

    Il cielo s’apre. Entrano alberi. E nubi.
    Escono rondini, sciamano aeroplani.

    -Devo sapere, Joe! Devo sapere!
    -Lo faccia, Ben! Lo faccia! C’è un segno!

    O un sogno. A qualche chilometro di parvenza.
    A qualche ora posteriore alla disfania.

    Zona gaming
    Anche i fiori spazzatura.

    Vado a vivere nel nulla
    Dove Dio bacia se stesso.

    Nella Camera Oscura delle congiunzioni elettriche.
    E delle sconnessioni magnetiche.

    Eccoci. Siete impazienti. Ansiosi del rimosso.
    Dentro le ragnatele delle pagine.

    Zona gaming
    Spazzatura anche il filo spinato.

    -Devo sapere sapere, Ben! Devo sapere!
    -Lo faccia, Joe! Lo faccia! C’è un sogno!

    Segno della polvere spianata
    dopo il timore della vertigine.

    I metalinguaggi delle trasgressioni.
    I riflessi del pubblico e del privato.

    I codici della nostra sublimazione,
    la semantica della follia…

    Zona gaming
    …segni del tempo e viceversa

  6. Sono d’accordo con te caro Giuseppe Gallo,

    la poesia di Maria Borio appare situarsi nella zona di trapasso dall’io al noi e dall’io alla terza persona singolare. È vero, è ancora l’io il governatore di questa «zona optica», ma è un «io» che si indebolisce, che sbiadisce… tra poco di quell’io non rimarrà più niente, nient’altro che nuvole e polvere, il mondo reale sfumerà nell’indistinto. A quel punto, la crisi della poesia della Borio avrà raggiunto il punto di non ritorno, infatti l’autrice non pensa ancora il bianco della pagina che circonda il distico come ad uno spazio vuoto, uno spazio del nulla, ma come un complemento della scrittura e sua prosecuzione. La mia riflessione sul distico voleva essere una riflessione generale, sugli esiti cui conduce la ricerca approfondita sul distico. E qui il problema emerge in tutta la sua complessità: «Quale poesia scrivere nell’epoca della fine della metafisica?». Dinanzi alla abissalità di questa domanda, faccio un modesto passo indietro: io non so «quale poesia scrivere», la sto cercando, certo che non potrà riepilogare le orme del recente passato, quella è ancora una poesia della «colonna sonora», una poesia del «pieno», una poesia che evoca il «pieno» dal «non-pieno», che evoca il «pieno» dal «vuoto», una poesia della «ontologia negativa» che vuole evocare il «pieno» dal «non pieno». Io penso invece che occorra dimorare stabilmente in una ontologia positiva, una poesia che abiti stabilmente il «nulla» e che nomini il «nulla» mediante le sue «Figure», le sue «Maschere».

    Le «Maschere» sono nient’altro che dei simulacri che attendono i personaggi della nostra alterità.

    Corre l’obbligo, dopo la fine del novecento e della poesia modernista europea, porsi due domande terribili:

    Quale poesia scrivere nell’epoca della fine della metafisica?

    Quale è il compito della poesia dinanzi a questo evento epocale?

    Allora, apparirà chiaro che quella simbiosi chimica delle parole che avviene attraverso il tempo e le temporalità può eventuarsi mediante un processo di metaforizzazioni: dalla cosa all’immagine mentale e da questa alla parola. La metaforizzazione ci porta «fuori» dal discorso ordinario, quello dell’epoca e dei suoi linguaggi di settore. Questo esser «fuori» è un attributo fondamentale dell’esser «altro» del linguaggio della poesia, altrimenti sarebbe «dentro», e precipiterebbe nei linguaggi di nicchia e di settore dell’evo mediatico.

    L’epoca della metafisica compiuta è quella che richiede una filosofia ermeneutica e un’arte ermeneutica, che è un altro modo di porre la questione dell’«ermeneutica [come] forma della dissoluzione dell’essere».1]

    L’esercizio della memoria si dà soltanto sul presupposto della perdita della memoria. L’esercizio della memoria è l’esercizio della nostra mortalità.

    1] Gianni Vattimo, La fine della modernità, Garzanti, Milano, 1985 p. 164

  7. Giorgio Linguaglossa

    13 aprile 2019 alle 14.20

    Qualche considerazione sulla struttura a «polittico». Un aneddoto

    Stavo lavorando da alcuni anni attorno ad alcuni nuclei o singole strofe di alcune mie poesie suddivise da spazi corroborati dal segno […] e mi sono accorto che la mia poesia si stava sviluppando in direzione del polittico. Che cos’è il «polittico»? È una «composizione» dove elementi frastici e immaginativi convergono a formare un qualcosa che la mia intenzionalità non aveva previsto. E così è nata una nuova struttura, una nuova forma. Poi mi sono accorto che anche la poesia di Mario Gabriele, Lucio Mayoor Tosi, di Gino Rago, di Giuseppe Talia e di Giuseppe Gallo evolvevano ed evolvono nella medesima direzione, e anche la poesia di Donatella Giancaspero (anche se con diverse modalità di assemblaggio delle singole strofe) era indirizzata nella medesima direzione. In modo analogo ad esempio, molte composizioni di Mauro Pierno, Francesco Paolo Intini e Francesca Dono evolvono naturalmente verso la struttura a «composizione» e, similmente, anche la poesia di altri autori che ci seguono, ad esempio quella di Alfonso Cataldi, di Milaure Colasson e di Marina Petrillo… E allora mi sono accorto che c’è una logica ferrea nello sviluppo delle forme e delle strutture, una logica interna che prescrive certe regole. È il mosaico che decide delle singole tessere, non il contrario. Il «polittico» richiede, se non impone, il ribaltamento dei piani temporali e spaziali, richiede la «peritropé» (il capovolgimento), richiede tendenzialmente uno stile nominale che fa a meno dei verbi e della prima persona singolare, richiede l’ingresso di vari personaggi e di varie situazioni.

    Il polittico è quella struttura che contiene al suo interno altre micro strutture come ad esempio il distico, il polittico è una composizione di frammenti. Penso sia importante riflettere su questa questione perché la nuova ontologia estetica che stiamo esplorando ci spinge in una direzione che noi non avevamo preventivato. Il «nuovo» ci sospinge necessariamente in una direzione e non in un’altra, il «nuovo» è uno sviluppo del «vecchio» e soltanto un poeta che abbia orecchi per intendere se ne può accorgere.

    Mi sono accorto che c’è nella poesia della nuova ontologia estetica questa tensione verso l’assemblaggio di singoli elementi frastici disparati, singole Figure, singole Maschere, materiali di risulta dell’inconscio ancora in nuce. C’è l’intuizione che è il «nulla» la vera casa dell’essere, è il «nulla» la casa dell’inconscio, e che l’uomo della «nuda vita» non può che abitare questo «nulla».

    Sulla stipulazione del senso

    Nella poesia della nuova ontologia estetica la letteralità del discorso equivale alla autonomia iconica e semantica della frase che si lascia comprendere a partire da se stessa, che si esaurisce in se stessa, che non costituisce più questione nel campo di cui è questione, da cui l’enunciato assertivo non si dice come tale perché il problema è scomparso, inghiottito dagli enunciati assertivi che si sovrappongono in guisa di stratificazioni tettoniche.
    L’assenza di interrogativi nel testo indica un livello di intelligibilità totale data per scontata. Ciò non implica che la struttura sintattica dell’asserzione derivi da quella dell’interrogazione, perché parlare è sempre un rispondere… si risponde sempre ancorché in modo implicito e inconscio ad una domanda latente o nascosta in quanto si concepisce l’interrogatività dello spirito come una categorizzazione grammaticale. Non fare uso di parole o clausole interrogative significa semplicemente che si trattano le questioni come se fossero risolte, come frasari assertivi, e di conseguenza, come se non dovessero apparire, ma che potrebbero, all’occorrenza, ripresentarsi di nuovo nel testo, perché ciò che è domanda non è detto come domanda e ciò che è risposta non è detto come risposta, ed entrambe: domanda e risposta sono strumenti grammaticali per ottenere la stipulazione del senso. La stipulazione del senso la si ottiene mediante il ricorso a frasari assertivi, giustapposti e ripetuti in molte guise… La stipulazione del senso tanto più assurda e ultronea è quanto più richiede frasari assertori. L’interrogatività dello spirito si esplica in frasari assertori.

    Ecco perché la poesia che va di moda oggi è quella proposizionale, amusaica, posizionale cioè fondata sul proposizionalismo, sulla posizione, sulla giustificazione dell’io e della sua crisi, sull’ordine amicale promulgato dall’io in quanto ogni proposizione si giustifica da sé, ha in sé una organizzazione perifrastica che corrisponde alla organizzazione dell’io auto giustificatorio. L’io è un ottimo alibi per il discorso poetico da risultato. Si tratta di una poesia della giustificazione palesemente ideologica, della nuova ideologia che non vuole più mostrarsi come ideologia, ma che lo è, anzi, che è la peggiore delle ideologie perché non vuole presentarsi come tale. È una proposizionalità posta da quella istanza auto organizzatoria che va sotto il nome dell’io. Istanza posticcia ed effimera.

    La poesia della nuova ontologia estetica presuppone una domanda fondamentale che è stata silenziata, rimossa, soppressa dalla cultura e dall’io auto organizzatorio dell’istanza legittimante. Ne deriva che l’ordine assertorio della composizione a «polittico» è una risposta in sede stilistica della nuova forma-poesia alla rimozione cancellazione della domanda fondamentale che sta a monte del discorso. Il discorso poetico è sempre una risposta in sede estetica ad altre domande extraestetiche. Osservare con la lente di ingrandimento che tipo di risposte dà il discorso poetico può gettare un fascio di luce su alcune problematiche rimosse della nostra cultura. L’interrogatività dello spirito è la componente fondamentale della nuova poesia che chiamiamo nuova ontologia estetica.

    «Lo spirito progredisce solo ponendo domande, e non razionalizzando deduttivamente risultati che non risulteranno più da nulla a forza di non risultare che da se stessi. Dove sarà allora il punto di partenza se ogni risultato deve risultare da un’altra cosa, e da un’altra ancora? La ragione allora si sosterrà solo per l’atto di forza di un punto di partenza imposto, ma, essendo Dio morto, non resterà più che una catena irrazionale di ragioni, dove si potrà rendere conto di tutto, nella catena, salvo della catena stessa come necessità iniziale di struttura. E tutto l’edificio sarà minato […]. Il punto debole della razionalità occidentale è il suo punto di partenza, poiché ciò che la fonda deve restare infondato o fondarsi da sé. La crisi della ragione oggi non è nient’altro che la crisi di una certa ragione, la ragione assertoria, o l’assertoricità come razionalità esclusiva, un’assertoricità che si deve imporre da sé».1

    1 H, Meyer, De la problématologie. Philosophie, science et langage, Bruxelles, 1979 trad. Mario Porro, Pratiche Editrice, Parma, 1991 Problematologia, p. 171

  8. Riposto qui una formidabile critica alla ontologia positiva pronunciata da Henry Meyer:

    «Riassumendo, direi che è l’asseribilità della ragione che si è globalmente impossibilizzata. La contemporaneità si è talmente sforzata di trasformare il negativo in positivo, di fare di quest’handicap storico una caratteristica costitutiva: la mancanza di principio è così diventata una posizione di principio, la disseminazione una ricchezza, il soggetto una traccia; il linguaggio metaforico e vago l’essenza stessa del logos. Non è forse necessario far buon viso a cattivo gioco? Ma quest’impostazione mal nasconde la contingenza sulla quale pretende di erigersi. Essa vuol far passare per tratti essenziali ciò che è accidentale, ciò che proviene da uno stato di cose superato e negato, come se tale negazione fosse un aspetto costitutivo del nostro essere. Così, il fatto che l’antico principio del pensiero, l’uomo, sia morto in quanto tale, non significa né che il pensiero del principio sia vano o impossibile, né che l’uomo sia una traccia, una casella vuota, una mancanza. Questi termini traducono astoricamente un certo divenire, e non quel che in realtà siamo.

    È sullo sfondo del cartesianesimo che sono nati tali concetti, concetti la cui apparente positività rimuove piuttosto un’impossibilità di superare ciò che è superato, di riempire ciò che è diventato realtà vuota, se non facendo del vuoto il pieno stesso che occorre recuperare, un vuoto del principiale che sarà positivizzato in realtà effettiva. Ma è paradossale continuare a operare con categorie che sappiamo non pertinenti, volendo fare di questa non-pertinenza un tratto pertinente di sostituzione. È paradossale dire che una certa realtà concettuale non ha più corso, e perpetuare in vuoto questa realtà con l’affermazione che il vuoto è appunto la realtà. Come possiamo contemporaneamente sostenere che il soggetto fondatore è indicibile in quanto tale, e fare di questo indicibile il senso stesso del discorso antropologico, se non della realtà umana stessa? Non si continua in tal modo a pensare a partire dagli stessi termini, ma invertiti? La traccia dell’origine, in Derrida, funzionerà esattamente come un che di originario: esso si produce occultandosi e diventa effetto; lo spostamento qui è produzione. La non-adeguazione dell’originario a se stesso attraverso un logos dell’originario è daltronde una vecchia idea del proposizionalismo che si trova già in Descartes, poiché la ratio cognoscendi non può porre in primo luogo ciò che è realmente primo; di qui il ritorno analitico all’origine, innato o a priori, che non possiamo mai delineare se non con uno scarto e un’eterna inadeguazione.»1

    1 H. Meyer, Problematologia, Pratiche editrice, 1991 pp. 181-182

  9. A Meyer risponderei così:

    L’originario è il Nulla, e la traccia dell’origine, cioè del Nulla, è l’Essere. Gli Enti sono lontanissime tracce dell’Originario che si è dissolto, che si è auto tolto.

  10. Chi farà un film sul nulla della nostra epoca?

  11. “Al limite dell’aeroporto l’atmosfera è tutto
    chiude i nostri mondi in un’ascissa che scende a terra
    senza toccarla, porta il peso di tutto”.

    Così scrive Maria Borio, e numerosi sono i versi dove in modo esplicito viene esercitata, diciamo così, una geometria filosofica; che in figure piane, talvolta assai vicine al discorso di nuova ontologia estetica – “Inaspettatamente possiamo diventare / freddi appoggiati su onde e nuvole fredde./ Intorno il posto adesso è trasparente“ – per l’intento fenomenico; anche se in uno spazio bidimensionale, cioè senza adottare il fattore “T”, tempo. Da qui forse l’orizzonte come limite. E tuttavia alterna con talento (vi è molto di sensibile, nella fredda “consequenzialità logica e formale” di cui parla G. Gallo); quindi una narrazione piacevole e comprensibile; esistentiva, non trascendente. Che mi piace tantissimo.

    Su distico e visibilità del nulla, come segno.

    Nella esperienza meditativa ottenuta con tecniche prestabilite, ho potuto osservare che l’inazione conduce progressivamente, non come tanti pensano, al sonno, ma al rallentamento del flusso del pensiero (parlo qui del pensare naturale, non intenzionale). Giunto allo stadio intermedio, non di meditazione profonda – difficile da conseguire in quanto è totale assenza di pensiero, quindi essere e pura testimonianza, e in assenza di tempo – ho potuto sorprendere il farsi di ogni pensiero che nasce, e dello stesso quando se ne va, la sua coda… Nel mezzo, tra un pensiero andato e l’altro che viene, ecco l’esperienza del nulla. Quindi lasciar cadere l’intenzionalità del pensare; che si può attuare ma non scrivendo, in quanto, appunto, scrivere è voler pensare; che sarebbe l’esatto opposto del meditare, se con tecnica del m. Lascio qui la considerazione, ma mi ha perseguitato per anni l’idea di essere o scrivere (per dieci anni non ho quasi scritto né letto un libro). Però inseguo e tento l’idea di un extra-linguistico, legato alla costruzione di senso. Che non sarebbe un pre-linguistico, al quale assegniamo valenze di natura inconscia, quindi circoscritte e soggettive. Ma qui lo stop. Non ho durata.

  12. Dopo aver scritto una poesia.

    Dopo aver scritto una poesia, provo gioia.
    Le piume mi si aprono, faccio la coda.

    Ma con la pittura, quando l’opera è finita
    provo estasi.

    Ne resto soggiogato. Per questo l’ho uccisa.
    Piano e pericolosamente. Un veleno alla volta.

    Eppure l’estasi è rimasta. Anzi, ha iniziato a mostrarsi.
    Buffi fenicotteri, atomi e particelle con la mania

    del teatro. Veli che si scostano. E di nuovo loro, gli stessi.
    Ma qui, tu ed io. Nella fila in fondo alla sala. Dove

    migrano le spalle, sul biancamano della ripresa.
    Le spalle, Marilyn. Contro luce. Un uomo di profilo

    col cappello, pensa: è finita. Poi cade dal ginocchio.
    Ma è buio.

    (May – lug 2019)

  13. GIORGIO STELLA

    L’armadietto del lavoro era vuoto.
    Ora bisognava trovare il rastrello e il secchiello.

    Da alcuni appunti privati era chiaro che la radio
    era rimasta accesa, la filodiffusione non […]

    in differita come la domenica sportiva, ma ricordi che
    oggi è l’ultimo giorno per andare a votare?

    il sole 24 ore lo si compra perchè è gialla la carta
    ma i vasi della vicina dovevano essere annaffiati.

    Per questo motivo il biglietto del teatro era
    in omaggio; la pioggia ferma le biciclette, ti dona il bianco!

    ‘Della febbre me ne infischio!’ “E come farai con il lavoro?”
    certe volte le strisce pedonali sono ancora fresche – […]

    lo sciroppo poi… quello all’orzata e menta è per la piccolina…
    quanti semi di cocomero abbiamo inghiotti prima che sputato,

    certo, le figurine erano della […] Panini,
    ma Enzo Tortora aveva i metri quadrati di Portobello.

  14. Gino Rago

    La Regina-dei-cartoni-a-Via-Marsala

    La Regina-dei-cartoni-a-Via-Marsala
    «…Godot… un po’ God, un pò Charlot ?»

    Il Signor L. scambia lo sgabello per un trono:
    «È un trono vero, non uno sgabello,

    È della Regina-dei-cartoni
    Il suo indirizzo: via Marsala-Stazione Termini…

    Ma qui non c’è un come.
    Non ci sono un dove e un quando.

    Le parole non sono in nessun contesto»
    Il Signor L.: « Regina-dei-cartoni-di-via-Marsala,

    Passiamo il tempo… En attendant Godot.
    Ma ieri non è arrivato, oggi non arriva …»

    […]

    Vladimiro a Estragone:
    «Una foglia nuova su un albero.

    Avresti dovuto essere un poeta».
    «Lo sono stato. Si vede, no?

    Non vedi gli stracci?
    Le mie parole sono un vestito di stracci.

    Turpiloqui. Teologia
    Fili metafisici. Incomunicabilità ….»

    […]

    Giorgio Morandi fa la corte alla Regina-dei-cartoni.
    Sul marciapiede allinea brocche-bottiglie-tazze.

    Il Signor L. di nascosto prega per un’ombra.
    La Regina-dei-cartoni-a-Via Marsala:

    «La vita … Passer le temp
    En attendant Godot».

    […]

    Viale Ostiense. Una finestra. Una musica.
    Luigi Nono. Un coro. Una voce di soprano:

    «Ricorda cosa ti hanno fatto ad Auschwitz.
    Il canto dell’arrivo. Il canto di Lili Tofler».

    Una nuvola di fumo su Piramide Cestia.

    […]
    Una stella su Gabriele, Tosi e Linguaglossa
    Si va verso la grande casa tra gli aranci:

    «Chi sei?»
    «Flamurt. Non più schiavo dei Cesari sulla trireme …

    Ho liberato me stesso dal dubbio.
    Gli schiavi sono al bar di via Galvani»

    Lorenzo Pompeo fotografa una scarpa.
    Sul Tevere racconta la sua storia.

    A Via Giolitti c’è Marx senza barba.

    (gino rago)

  15. Giorgio Linguaglossa
    22 aprile 2019 alle 8:42

    Il bisogno della Nuova Poesia di tornare alla Grande Narrazione

    Al fondo della struttura binomiale del distico e del «polittico in distici» c’è il bisogno di tornare alla Grande Narrazione, proprio quella che Lyotard aveva invece derubricato come impossibile. Mediante il «polittico» la Grande Narrazione ridiventa un obiettivo della nuova poesia; che sia NOE o no perde di importanza, ma non è per caso che soltanto la nuova ontologia estetica senta il bisogno di esprimersi mediante il «polittico», c’è una stringente necessità delle cose che spinge verso il «polittico» come la struttura più idonea ad ospitare la diversità e la molteplicità.

    Alla base del distico c’è il positivo significare del verso così e così determinato in rapporto con il verso seguente e precedente, anch’esso determinato così e così ma in modo tale da determinarsi come negazione dell’esser così degli enunciati precedenti e seguenti. A viene seguito dal NON-A nella forma del proprio negativum, nella forma, appunto, del proprio esser come tolto. B viene seguito dal NON-B, nella forma, appunto, del proprio esser come tolto.

    L’assoluta identità di ogni enunciato sconfina come l’esser per altro di ogni enunciato identitario, ragione per cui ogni enunciato identitario sconfina e contraddice il precedente e il seguente. È la stessa struttura identitaria e contraddittoria del distico che spinge il poeta in questa direzione, è la forza costrittiva e magnetica della sua struttura interna.

    Il «polittico» di Gino Rago che era partito da un punto preciso del cosmo, dal libro di Lorenzo Pompeo appena edito con Progetto Cultura:

    A pagina 55 del suo Cemento armato
    Lorenzo Pompeo…

    finisce con un topos dell’immaginario mondiale, con Barabba libero che scorrazza per il mondo e la storia:

    Barabba in Galilea ruba polli.
    Si ubriaca. Sgozza agnelli.

    Nel mezzo del «polittico» c’è di tutto e di più, ci sono due poetesse della NOE: Donatella Giancaspero e Marina Petrillo, vive e vegete, c’è Lorenzo Pompeo, vivo e vegeto che ha appena pubblicato un libro, ci sono

    I libri. I viaggi. Gli amori.
    Gli appuntamenti mancati. Le promesse mantenute.

    in mezzo ai morti Valéry, Mallarmé, Degas, Renoir con le foto e le foto delle foto che si scambiano di posto, in mezzo ai luoghi del mondo che si scambiano il testimone della presenza, poiché la presenza è la figura della assenza, così come l’ente è la figura del ni-ente, il quale ni-ente è ancora, incontraddittoriamente una figura dell’essere e della vita, la presenza dell’essere.

    Il positivo significare degli enunciati prende la forma del negativo significare, perché soltanto attraverso il negativum, il positivum significare può esplicare la sua potenza detonativa, perché questo mondo così com’è coincide con il non-mondo e de-incide il non-mondo, e l’uno coincide con i molti e noi non siamo altro che l’orizzonte del differenziarsi mondano che produce identità e non identità, la storia e la storialità, e quindi la molteplicità a partire dalla singolarità.
    Tutto questo ci racconta il «polittico» e molto altro.

  16. Nota.
    Anche il polittico, da pochissimo proposto, “La Regina-dei-cartoni-a-Via-Marsala”, come d’altro canto tutti gli altri che l’han preceduto, sono miei tentativi poetici volti a dare una risposta ai 2 grandi interrogativi posti dall’amico Giorgio Linguaglossa:

    1- Quale poesia scrivere nell’epoca della fine della metafisica?

    2- Quale è il compito della poesia dinanzi a questo evento epocale?

    (gino rago)

  17. Mario M. Gabriele
    22 aprile 2019 alle 12:35

    Superate le categorie del Moderno e del Postmoderno, ci resta poco da istituire nella forma poetica. Acquisito il senso del Polittico, della Peritropé, del Distico e del Frammento, mi pare di intravedere altre riflessioni e recuperi estetici, come ad esempio il ritorno alla narrazione.

    La modernità di oggi si è scrollata di dosso le vecchie legittimazioni estetico- filosofiche, strutturali,politiche,sociali, ed economiche.
    La fine della narrazione è legata a diverse concause. Il fatto è che riportarla in auge non sembra il momento più opportuno, a meno che non ci si limiti a mini racconti nella introduzione al Polittico, ma anche così si viene a determinare uno scollamento del”quadrilatero” di cui parlavo in un precedente post, tanto che la peritropè, il distico e il frammento finiscono con l’essere semplicemente materiali di natura interruttiva dovendo tutto differenziarsi dalla narrazione.

    Alla luce di quanto detto si ritorna al passato, che conferiva alla narrazione i caratteri della stabilità classica e chiara e di vecchio estetismo.

    Giorgio Linguaglossa
    21 aprile 2019 alle 11:16

    La cultura è spazzatura e l’arte ne dipende come la nettezza urbana dall’immondizia

    La cultura è spazzatura e l’arte ne dipende come la nettezza urbana dall’immondizia. Parlare di contenuto di verità a proposito dell’arte moderna è come parlare di immondizia dello spirito.
    L’oggetto dell’estetica è qualcosa che non sta né qua né là. E l’arte non ha modo di acciuffarlo, se non con l’accalappiacani, o l’acchiappafarfalle. In ciò, il concetto di arte è affine a quello delle nuvole. È un concetto rarefatto. È un concetto meteorologico.

    L’arte che vuole essere fondazionale, si ritrova ad essere funzionale, perché l’arte non fonda più alcunché tranne la propria metessi con lo spirito fatto di immondizia. Così, l’arte scopre la propria natura meteorologica e merceologica. L’arte suprema è la forma suprema di merceologia dello spirito.

    L’arte suprema di Baudelaire ha mostrato che quella «promesse du bonheur» che essa promette è, in realtà, una truffa, in quanto essa è sempre meno sicura della propria esistenza e della propria sopravvivenza nella società delle merci. L’arte però risponde alla propria insussistenza con il ritorno del rimosso, ripresentando ogni volta quella promessa fedifraga sapendo della menzogna ma tacendo. Ed ecco come il silenzio si insinua nella sua struttura con il ritorno del rimosso. Baudelaire ci ha mostrato in maniera indiscutibile quanto quella promessa di felicità sia una truffa dello spirito servile e quanto la pacchianeria sia vicina all’arte nella sua più alta forma di espressione.

    «L’oggetto dell’estetica si determina come indeterminabile, negativo. Perciò l’arte ha bisogno della filosofia, che la interpreta, per dire ciò che essa non può dire e che però può esser detto solo dall’arte, che lo dice tacendolo. I paradossi dell’estetica le sono dettati dall’oggetto: “Il bello richiede forse l’imitazione schiavistica di ciò che nelle cose è indeterminabile” (P. Valéry) […]
    Il momento ripetitivo del gioco è copia del lavoro non libero, così come la forma di gioco che domina al di fuori dell’estetica, lo sport, ricorda obblighi pratici ed adempie incessantemente la funzione di abituare incessantemente gli uomini alle esigenze della prassi…» (Adorno Teoria estetica)

    In una parola, il Bello, concetto arcaico e ingenuo, presuppone sempre la borsa della spesa, la sporta piena di delizie dolciarie da supermarket. Dà l’illusione del piacere dell’immediatezza. E invece è il piacere dell’immondizia. Il momento del piacere nella fruizione di un’opera d’arte, non può essere intuitivo né immediato se non nella forma rozza del realismo ingenuo, che ingenuo non è perché sottoposto alla mimica e alla mimesi del «reale». Quindi, il problema si ripresenta sempre allo stesso modo. E risponde alla medesima domanda: Quest’arte è realistica? È rispondente ai criteri di ciò che intendiamo per realismo?
    Il fatto è che nell’epoca del crescente impoverimento dello spirito soggettivo, di fronte al factum brutum dell’obiettività sociale, l’arte è costretta a dichiarare bancarotta e a recedere a ironizzazione dello stile floreale, a parodia dello stile.

    Quindi, stabilire che cos’è il «reale» e che cosa intendiamo per reale è sempre prioritario per l’arte che non voglia apparire in funzione decorativa o utilitaristica. Però, l’arte che va a letto con il «reale» recita la parte della concubina fedifraga, e non è neanche tanto seria quanto vorrebbe apparire. Epperò, la poca serietà dell’arte è sorella della sua natura fedifraga.

    «Mediante la moda l’arte va a letto con ciò cui è costretta a rinunciare e ne trae forze che si atrofizzano sotto la rinuncia; senza di questa, tuttavia, l’arte non ci sarebbe. L’arte, come apparenza, è il vestito di un corpo invisibile. La moda è il vestito come assolutezza. In questo la moda e l’arte si capiscono». (Adorno, op. cit. p.447)

    Direi che la moda è il vestito del corpo visibile, e l’arte di quello invisibile.

    «Il concetto di corrente alla moda – moda e arte moderna sono termini linguisticamente affini – è un caso disperato« (Adorno, op. cit. p.447)
    Nell’ambito della comunicazione globale, arte e nettezza urbana vanno a braccetto. Quel tanto di spirito soggettivo che trasuda dai suoi belletti, richiama alla mente l’abito della Signora Sosostris.

    15 marzo 2019 alle 13:39
    Un consiglio per i giovani poeti:

    Frequentate l’obitorio più spesso, lì c’è qualcosa che la Musa non disdegna.
    Ma ci sono anche la discariche abusive frequentate dai gabbiani, dai topi, dai corvi e dal Signor Socrate, il quale apprezza fuori misura questo moderno peripato…

    • Esercizio poetico ex commento precedente.

      Un consiglio per i giovani poeti

      Cogito: «Direi che la moda è il vestito del corpo visibile,
      e l’arte di quello invisibile.

      “Il concetto di corrente alla moda
      – moda e arte moderna sono termini linguisticamente affini –

      è un caso disperato” (Adorno, op. cit. p.447).
      Nell’ambito della comunicazione globale, arte e nettezza urbana
      vanno a braccetto.

      Quel tanto di spirito soggettivo che trasuda dai suoi belletti,
      richiama alla mente l’abito della Signora Sosostris

      quando fa ingresso nel salotto color fucsia».

      […]

      15 marzo 2019 alle 13:39 il Signor K. entrò dalla finestra,
      si sistema sulla poltrona rossa, accavallale gambe,

      indossa un doppiopetto di lino blu elettrico.
      Un nano con la redingote prese posto fra le aiuole.

      «Un consiglio per i giovani poeti:
      Frequentate l’obitorio più spesso, lì c’è qualcosa che la Musa non disdegna.

      Ma ci sono anche le discariche abusive
      frequentate dai gabbiani, dai topi, dai corvi e dal Signor Socrate,

      il quale apprezza fuori misura questo moderno peripato…».

  18. giorgio stella

    Cari amici, gentile Rago se si riferisce a me (io ma nn so cosa Lei abbia contro di me) io lavoro a via marsala ma su tutti l’amico gabriele e linguaglossa una mia risposta gradita nell’accoglienza spero: sia ben chiara x me una cosa e questa è insondabile 55 sessantesimi a via Ripetta l’artistico cento anni di solitudine fa: la poesia nn è una forma d’arte l’oggettivanza figurativa non è che la smentisce x fortuna l’annulla. nella migliore delle ipotesi è tempo perso alla poesia prendiamo un Ranchetti … l’arte sempre secondo me nn è condizionata dalla frazione artistica che la circoscrive pur sempre delimitata nell’urgenza che avanti già l’ha posata, posata bene… scultura processioni di tela x me sono all’incirca un panorama astratto polivalente a un odioso riassuno bicolore qualsiasi la miscela ovvia la chimica… mai mi rassegnerò e confermo che la poesia nn è arte ed io avevo una predisposizione naturale Mario Schifano mi diceva: ‘ me tajano el braccio, fantasmino ubriaco (io) come farò. Tutti sappiamo come fece.
    azzardato al picco della bestemmia la poesia visiva sonora dettata in cinema oggi yuo-tube… peggiore ancora la comitiva cantautorato-poesia i nomi nomi pure un de andrè… nn è poesia la chitarrella se la cantino all’osteria celebre il vecchioni e dalla guccini all’osteria. Epigono è questo senso sempre per me al suffragio che l’arte detta tale quella delle croste/vernici contamina i versi di cui assolutamente ne sono esenti. L’arte nn è necessaria e se lo fosse sarebbe fine a se stessa … un violino che accompagna un testo poetico suggerisce un amplesso davvero ontologico annientandolo di fatto di base anagrafica post- sub – totale. sempre una vita fa in altri ambienti scambiai due parole con Andrea Pazienza che mi diceva che lui poteva disegnare qualsiasi cosa in qualsiasi modo (ci ‘schizzammo’ assieme la ‘spezia’. Caro Andrea Pazienza stavi alla Noe in similitudine come il tuo giallo scolastico era verde matematico fono al Pompeo in cui ti spegnesti ma la poesia neanche l’hai presa in considerazione addirittura una sorta di calibrazione era onnipotente in quello perdonate amici dell’ombra della noe la merda = pittura fine a se stessa.

    La noe neanche ti vede pur se t’ama in una visione ottica talmente lontana da essere anni luce da una convergenza supposta avanzata e nn richiesa. Conobbi erano il mio proff. Cesare Tacchi, Guelfo Bianchini… se ho scritto poesie per loro urlate alle chiese gemelle di piazza del popolo le rinnego! e Lei Gabriele e Lei Rago davanti al pulpito c’ero solo io, ma in versi, è chiaro? neanche morendo dipingerei o farei più un ritratto, calcolate ci vivrei,. qui nn è il manifesto di un surrogato no… semmai l’alter ego di una provincia che dello statuto o usucapione, nel caso, se ne sbatte al cavolo. artisti folli che hanno mandato a fare in […] la borghesia un Virgilio li metterebe al settimo canto. la poesia e nn il poema ma qui arriviamo a mezzanotte ne ho piene le tasche fino al sangue delle unghie. Mark devid chapman come si scrive ha fatto bene a uccidere lennon.. cantava la pace e al dakota bilding aiutava la Cia nella sua migrazione straincazzata etc… il permesso di soggiorno che un milo manara, appunto in fumetto celebre-rese, Ginsberg fece, male, il resto pure ‘NOEMI’ superiore all’urlo un Bob Dylan mai sarà un poeta!
    giorgio stella
    ______________________________________

    • Mario Gabriele

      caro Giorgio Stella,
      seguo con interesse le sue punture linguistiche, e sa cosa ho riscontrato nell’ultima parte di questo suo -post-? una specie di dérapage poetico, stile Howl di Ginsberg. Si avverte la musica di Allen e non importa se Lei segua o meno le leggi estetiche della NOE, perchè le risonanze, anche con Kaddish sono identiche e non trascurabili.

  19. Penso che la nuova narrazione sia soltanto una modalità, l’esoscheletro del niente. E’ parvenza di narrazione, procedimento in tutto simile al gesto di prendere per mano chi volesse leggere, senza il quale potrebbe sentirsi strattonato, per frammenti e distici. In altre parole, nella narrazione scorre il linguaggio. Linguaggio immediatamente comunicante. Questa è la ragione per cui anche una poesia senza luogo e tempo, come se ne scrivono qui, anche se letta scorrendo non dovrebbe presentare ostacoli; se mai sorprese e sorprese. Inoltre la narrazione è stile: la cosa che intrattiene, ma, ripeto, senza che abbia un fine da perseguire, men che meno quello di voler essere descrittiva del reale. Il meccanismo della narrazione è semplice, una forma di consequenzialità ultra ingannevole; di fatto inconsistente, ma funzionale. Scioglie la complessità, e leggere come bere acqua.

  20. giorgio stella

    poi, come l’amico Linguaglossa saltuta gabriele massimo etc,, io Tosy!… l’amico tosy avendo diritto a un contraso ermeneutico confermo lo abolisce nel momento scusate l’assonanxa in cui è stato affermato in una parola il polittico termine di chiese io sono cristico.
    vi abbraccio a tutti amici nn abbandonatemi sono totalmente solo trannebilly il gatto. Tosy,,, per quanto possa valere il mio contributo hai l’altezza diminutiva della lughezza l’ampia ragione cognitiva. Confermo sei il massimo che la noe ha avuto in cambio nn delle tue onoranze fiabeshe ma delle tue filastrocche truccate, truccate bene!.

    • Caro Stella, il mio gatto fuggì un anno fa. Come perdere un figlio. E vabbè, è un gatto. Però mi sta per arrivare un tigrato, l’unico che mi abbia scelto di una tripla nidiata.
      Grazie per le gentili parole. E l’incoraggiamento. Che qui è sempre reciproco.

  21. Giorgio Linguaglossa
    6 settembre 2018 alle 12:35

    caro Gino Rago,

    leggo su fb la storia di Barry Friedman, un mio vecchio amico
    che viveva a New York, un bellimbusto…

    all’epoca faceva il giocoliere agli angoli della 33a Street…
    un illusionista di grande successo…

    rammento che poi si dedicò al mestiere di dogsitter,
    ben più remunerativo,

    e infine si fece assumere come buttafuori o buttadentro, lì all’OfficinaBar,
    quel locale notturno qui alla Piramide,

    frequentato da transgender, lesbiche ed etero…
    in seguito ne persi le tracce…

    so, per sentito dire, che divenne l’amante di Lady Malipierno,
    che lo introdusse nelle segrete stanze della sua alcova

    e delle sue adiacenze negli ambienti del sottobosco politico…
    un senatino di crossdresser che riceveva in cambio di contante

    nel salotto color fucsia tenuto da Madame Hamska,
    riservato agli ufficiali della Gestapo…

    ma questo è un racconto di un’altra epoca il cui ricordo
    sbiadisce rapidamente…

    Ma poi, un giorno, un incidente gli ha scombussolato la vita.
    Leggi qui se vuoi saperne di più: link………………..

    Giuseppe Talia
    6 settembre 2018 alle 16:58

    Ah, sì, conosco la storia di Barry Friedman. Lo conobbi all’epoca di quando faceva il dogsitter. Guadagnava molto. Sempre con qualche pelo attaccato ai vestiti e gli orli dei pantaloni maleodoranti. Ricordo una vota che tirò fuori dalla tasca una bustina di cacca di cane. S’era dimenticato di buttarla via: Barry raccoglieva sempre gli escrementi dei cani affidatigli. Aveva dovuto sottoscrivere un contratto con i proprietari per lo smaltimento: gente di medio-alta condizione, pariolini per lo più. Ricordo che mi diceva sempre che il marcio marcia su binari alti, mentre sullo sterrato arranca sempre la disperazione. E la disperazione alimenta i motori degli altiforni.

    Perse le tracce. Non sapevo facesse il butta dentro-fuori all’Officina. Però non ne sono sorpreso. Mi confidò degli incontri al buio che faceva con le coppie di scambisti. Mi confidò che s’era fatto una mappa mentale di tutti i crocicchi. Mi diceva: questo vale per tutti, etero, gay, bisex: gli attivi sono versatili, i versatili sono passivi e i passivi sono generosi. E poi ricorda sempre, il cazzo, c’è a chi piace e a chi non dispiace.
    Con una tale filosofia non mi sorprende frequentasse la Piramide.
    Non sapevo dell’incidente. Chi ne sa di più, per favore ne racconti.

    Lucio Mayoor Tosi
    7 settembre 2018 alle 10:19

    Caro Gino,
    in attesa, per curiosità, della versione in distici se verrà, provo io a trasmetterti un rapido feedback. E sono due le cose che mi sono annotato:

    “Il treno verso Udine profuma di cannella”.

    Se non è una citazione, è un verso che forse più degli altri mi rivela il fatto che si tratta di una poesia finta, nel senso buono e alto della critica NOE, una poesia di marzapane.
    Se così, allora al lettore non sembrerà strano che i fantasmi si dicano cose scritte, non parole che le persone, pure che si tratti di Majakovskij o della Achmadùlina, si direbbero normalmente (che poi l’autore arrangerà). Così come è chiaramente inverosimile che il poeta possa rispondere alla frase tanto semplice della traduttrice ” Quanto tempo è passato…” dicendo ” «Che tempo?… Quale tempo? / Lo sai che esiste soltanto il presente. Il presente senza memoria…». Nemmeno Montale con la sua amata Gina…
    Mi chiedo soltanto come fare per rendere ancor più ingannevole l’artefatto, così che al lettore non debba servire una critica delucidante. Ma in effetti, tutta la situazione narrata è irreale, tanto che non servirebbe contestualizzare. Solo a volte, ma devo essere io quello, ci si aspetta un’insensatezza verbale, anche uno scioglilingua… qualcuno che davanti al libro chieda com’è il tempo fuori…
    Con affetto, perché mi sei maestro.

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