La forma polittico narra la manifestatività dell’esserci, Il paradosso della forma-poesia del polittico, Il capovolgimento, la peritropè, il salto sono le categorie dominanti del polittico, Poesie di Gino Rago, Lucio Mayoor Tosi, Mauro Pierno, Riflessioni di Maurizio Ferraris, Giorgio Linguaglossa

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La forma polittico narra la manifestatività dell’esserci

Gino Rago

Giorgio Linguaglossa porta Stige. Tutte le poesie a Maria Rosaria Madonna

Museum Theautrum. Dimensione atemporale della Estetica.
Eusebio:«L’elegia mai si farà inno …»

Nebbie sulla laguna. In Venedig in un sotoportego
Milaure Colasson pensa di essere al Bolshoi.

Sulle punte danza Il-lago-dei-cigni sull’alluminio di un tavolino.
Giorgio Linguaglossa e un marxista-leninista bevono un’ombra.

Una voce o un fiato: «Fui sposa, in abito fetale.
Nel doppio vissi..». Tchaikovsky su una gondola

Piante. Carriaggi. Alberi senza rami. Frammenti di città.
Fumi dai fiumi. Persone. Immagini di piogge nella pioggia.

Materia redenta. Marina Petrillo. Lo choc di Baudelaire.
Nell’onda d’urto del tempo fra il vecchio e il nuovo

« Involve lo Spazio in azzurrità». Autoannientamento
Dell’ Arte. Il nulla che annienta sé stesso.
[…]
Cabaret Voltaire. 2016. Zurigo.
La signora Hennings e la signora Leconte

Cantano in francese e in danese.
Un’orchestra di balalaiche. Danze russe.

Tristan Tzara legge il manifesto dadaista.
[…]
La stampa di una foto di Degas
Vicino a un grande specchio.

Nella foto di Degas si vede Mallarmé.
E’ in piedi contro il muro. Renoir è sul sofà.

Nello specchio Lo stesso Degas
E la moglie di Mallarmé con sua figlia.

Paul Valery entra dopo lo scatto.
Ora guarda la stampa che Degas gli ha regalato:

«Il prezzo di questa opera d’arte?»
Nove lampade a gas

E un istante di completa immobilità.
Donatella Giancaspero fotagrafa

La foto di Degas.
Pone sulla stessa linea di mira mente, occhi e cuore.

Trattiene il fiato e scatta.
Nella stampa della foto di Degas

Donatella ha messo tutto.
I libri. I viaggi. Gli amori.

Gli appuntamenti mancati. Le promesse mantenute.
Un lampo al magnesio. Una vita in frantumi.
[…]
Nell’entanglement quantistico
L’azione su un atomo entangled si riverbera sugli altri…

In un polittico poetico in distici entanglati
L’atto su un verso si propaga su altri versi.

Uno sciame di protoni di rubidio.
[…]
«Amleto è morto …»
Ne dà l’annuncio Lorenzo Pompeo dall’Ungheria.

Ma da Cracovia Lorenzo invia a Giorgio Linguaglossa
versi di Ewa Lipska tradotti in italiano.

Virna Lisi e Marlene Dietrich entrano con Kafka
nello studio di Sabino Caronia,

Tre ombre nella consolazione della sera.
Faber Nostrum canta Il Bombarolo…
[…]
Pino Gallo arringa da Roma la Fata Morgana,
Sotto gli affacci di Scilla il mare si fa di olive acerbe.

Pino Talìa porta un Mattia Preti
Da Taverna a Firenze. Botticelli si inchina.

Francesca Dono da Biffi regala bergamotti,
Davanti alla Scala tutti si mettono in fila…

Una poesia di Mauro Pierno sul Corriere della Sera.
[…]
Visioni mistiche a san Francesco a Ripa.
Marina Petrillo davanti a Ludovica Albertoni.

Marmo. Drappeggio. Diaspro. La beata in estasi.
Verso l’altare della cappella

Marina abita parole d’amore.
Un raggio di sole sul marmo.

Le visioni. La tela di Gaulli. La finestra.
Bansky-street-artist: « How the Troian War Ended

I don’t Remember…
Edited by Giorgio Linguaglossa»

Letizia Leone a Mario Gabriele:
«Chelsae Editions. Miracolo.

Bellissima la cover di copertina»
[…]
Toscanini posa la bacchetta:
«A questo punto muore Liù.

Turandot finisce qui. Pekino è a lutto.
Il cancro alla gola ha ucciso il Maestro».

Creatura che crea nella luce sul mare
Marina Petrillo va incontro a Puccini.

Giorgio Linguaglossa commenta
La lettera scarlatta a Mario Gabriele

e a Lucio Mayoor Tosi. Giorgio Agamben:
«L’uomo di gusto nella dialettica della lacerazione..»

Ready-made. La compagna di Duchamp usa un Rembrandt
come tavolo da stiro.
[…]
Edith Dzieduszycka parla di Michele. Traduce in italiano
Le lacerazioni di Marie Laure Colasson.

Maria Rosaria Madonna scrive lettere a Kavafis,
Non sosta mai dove i treni si fermano.

Al centro della Marketplatz
Giorgio Linguaglossa le porta tutte le poesie

In un trolley che sulla ghiaia d’un prato fa scintille.
Roland Barthes parla da solo nella chambre claire:

«Operator. Spectrum. Spectator. Studium. Punctum.
Cerco mia madre nel portacipria d’avorio»

Edith Dzieduszycka cerca la sua
In una boccetta di cristallo intagliato.

(9 luglio 2019)

Giorgio Linguaglossa

La forma polittico narra la manifestatività dell’esserci, Il capovolgimento, la peritropè e il salto sono le categorie dominanti del polittico

Il luogo dei personaggi e delle situazioni indicate dalla poesia di Gino Rago è un particolare mix di «questità», di ciò che è qui ed ora, di ciò che figura nel presente (Edith Dzieduszycka, Marie Laure Colasson, Marketplatz, Giorgio Linguaglossa, Roland Barthes, Stige. Tutte le poesie, chambre claire, Maria Rosaria Madonna, Kavafis etc.). Tutto ciò configura il possibile come pensabile vero. E all’inverso, ciò che può essere pensato e detto è anche possibile, perché l’ontologia positiva è ciò che si dice, e il possibile, anch’esso può esser detto e, in quanto detto è quindi possibile, è una figura dell’esistente sub specie del possibile. Come dire che è tutto vero nel suo attuale esser-presente, in quanto l’attualità è tutto quel che si fa avanti nel presente, e anche quel che si fa indietro dal presente, come «altro» rispetto a quel che è dato nel presente. L’attualmente esistente è il presente, l’esistere qui ed ora come indicazione di qualcosa che sarebbe potuto essere presente in altra guisa in luogo di quel che ora si dà.

Nel polittico la predicazione della possibilità allarga il campo d’azione dell’esser-questo in quanto coincidente con il non-essere-questo in quanto ricadente nella possibilità che ciò accada. La più radicale delle contraddizioni equivale perciò alla possibilità che le cose stiano in altro modo e in altra guisa da come si offrono alla apparenza del senso comune, per cui il possibile sarebbe questo esser-così e il questo non-essere-così, in quanto quello che decide è l’essere presente nel presente come figura del presente, nell’attualmente presente, e l’essere del passato nel presente come figura del presente, nell’attualmente presente.

Il venire alla manifestatività dell’esserci di un questo equivale alla predicazione di una infinità di possibili «questi» di mondi «altri» rispetto a cui l’attualmente esistente è soltanto una delle possibili modalità del manifestarsi. In ciò risiede il paradosso della forma-poesia del polittico la cui pensabilità stessa ci conduce da subito alla forma paradossale secondo cui tutto il pensabile è esistente al pari di ciò che è esistente nel presente come figura del presente.
L’esserci delle cose è il loro non-esserci se non nella manifestatività del presente, onde ne deriva che il non-esserci gode dello stesso accredito dell’esserci (equivalenza dell’esserci con un «altro da se stesso»).

La forma polittico narra la manifestatività dell’esserci in ciò che è detto e per come è detto, non c’è nessun mistero che non sia solubile nella manifestatività dell’esserci nel presente; la forma polittico implica il negare e l’affermare la questità delle cose, la forma della presenza di ciò che è presente e la forma della possibilità della presenza, implica la incondizionatezza del condizionato, la inclusione dell’escluso nell’orizzonte destinale della manifestatività in ossequio al principio del: ciò che c’è è ciò che si dice, e ciò che si dice è ciò che c’è. Nel polittico ciò che si manifesta nella forma del possibile equivale a dire ciò che si manifesta nella forma non contraddittoria di ciò che esiste nel presente. Il capovolgimento, la peritropè e il salto saranno le categorie dominanti questa forma d’esistenza che perviene al presente come figura del presente, in quanto gli accadimenti accadono in quanto predicabili e, quindi, immaginabili, possibili.

Lucio Mayoor Tosi
Nessun nome.

«Ora non posso. Mi viene a prendere l’autobus parlante. Ho già
il Crocifisso alle pareti. Barbara non c’é. Lo ripeterò sempre».

Nessun nome da ricordare. Nessuno abbastanza famoso, o sono io
senza memoria? Angelino dice. Marta. Mi fa una pugnetta.

E’ l’orizzonte. Le marmotte ne sono ammirate. L’opaco viandante
e le carrozzelle; prima, quando mancavano. Babele di stracci

e mascolina. Maschile di “Patria”. Prime gazzose. Ah, bianco
spinami il cuore! Abbiamo ancora da cominciare.

Mauro Pierno
pret-à-porter

Per essere la fiamma che arde accompagno
la legna nel bosco.

Mettici i resti della sostanza,
che avanza. Nelle suppellettili e nelle credenze.

Nei cucchiaini. Nei buchi neri, nelle topaie.
Negli avanzi sotterranei. Nelle tranvie. Nelle metropolitane.

In fondo al mare, per questo avanzano le parole.
Negli specchi muti delle posate e nelle luci più minuscole

nei corridoi di ceramica e nelle tazze che sfarfallano,
spengo la luce

e ti racconto dei gatti al buio e dei polittici.
Kitwoman e Kitdog. Al ballo stasera orrendo quell’abito di strass!

Deduco che dormi.
Il cane elegantissimo però! A soggetto.

Al mercato delle chiacchiere.
In treno oggi, la scelta esclude i negroni, milioni di milioni.

Vacillano su Salviti, non ricordano bene il nome del candidato. Parlare alla gente come si fa?
Il taglio del silenzio,

nelle boutique del centro. L’attesa della stesura.
Abilitano abiti di manichini in serie.

L’abbandono delle mani pare esplicito.
Si odono solo ininterrotte forbici. Allinea frotte di soli sarti in regola. Corrono scampoli di parole.

In strada stabilito il pensiero inevitabile, la fragranza attraversa immune la distanza.
Tutti i visi incorniciati.

Tamponano nei margini le suture, assumono
sembianze onnipresenti. Le mani difatti articolano parole comprensibili.

Figuratevi per convenzione racconti di ombre sviluppate in scene e rimontare ad arte.
Gheiscia che minuziosamente

imbastiscono fiori di carta tessendo storie d’origami made in Italy.
Un pret a porter, concesso all’inventario della materia. Il limite inverso.

Punte sottili che nelle fasi notturne saltellano col giorno.
Stasi stupefatto.

Vedessi che strano nell’ordine assunto
gli occhi che ridono spogli di luce. Il senso non geme. In strada la gente traballa. Ha un alito spoglio di aglio in camicia.

Cosa era l’odore di oboe arreso?
Un controfagotto di luce abbuffata,

le parole più dette. Nel sacco di Roma
la rovina, una messe. Eppure

Le congratulazioni ostruiscono,
ingravidano si attorcigliano al collo.

Il nodo ad una formica.
L’alba strozzata. Quanto un torrente,

un cimelio o un cumulo di ortiche,
quanto le nuvole rientrate sulla bilancia,

regolari uniformi.
Ai polsini led intermittenti. Pois sulla cravatta.

Tutti quanti ricevemmo palette riflettenti.
Tutti avrebbero fermato tutti. Fu convenuto un unico fischio.

Ci posizionarono.
Un richiamo morbido. Un fruscio incontrollato di uccelli. Avvenne per acclamazione,
maestrale di parole.

A seguito delle consultazioni.
Un vento divertito che il senso avvale.

Ascolta pure il sibilo, la pulce d’acqua
Narciso!

minuscolo italico cortile, tu acuto a fari spenti ed ammansito.
Nelle grondaie che schizzano i fracassi,

come piangono i gocciolii degli anni persi, a tesa a tesa, nelle trombe plumbee
senza cappello, senza più ombrello.

Di cardi assunti nelle dispense aperte
che l’occhio inganna inscatolati.

A testa in su anche gli asparagi.

Giorgio Linguaglossa
La domanda ontologica “che cosa c’è?

«La domanda ontologica “che cosa c’è?” può allora venire articolata in due domande distinte: da una parte “che cosa c’è per noi, in quanto osservatori interni allo spazio tempo?”; dall’altra “che cosa ci sarebbe per un osservatore privilegiato, che osservasse lo spaziotempo dal di fuori?”. Dall’interno dello spaziotempo incontriamo entità tridimensionali che si estendono nello spazio e persistono nel tempo. Dal di fuori, invece, ci osserverebbero entità quadridimensionali estese sia nello spazio sia nel tempo. La Recherche prova a guardare, dall’interno dello spaziotempo, le cose come le si vedrebbero dall’esterno dello spaziotempo. La conclusione di Proust è che questo sguardo assoluto vede le cose “oltre che con gli occhi, con la memoria”. Osservati in questo modo – nella matinée Guermantes – gli ospiti della principessa appaiono finalmente al Narratore “come giganti immersi negli anni”. Nella prospettiva proustiana, la domanda ontologica “che cosa c’è per noi, in quanto osservatori interni allo spaziotempo?” ha una risposta tridimensionalista soltanto se ci si limita ad osservare con la percezione; la risposta risulta invece quadridimensionalista se si osserva anche con la memoria. Ecco perché Prosut sostiene che la vera vita sia la letteratura: perché è la vita registrata, fissata in un documento, e resa quadridimensionale.

Il quadridimensionalismo dell’osservatore proustiano è però differente da quello dell’osservatore esterno. Per quest’ultimo non esistono passato, presente e futuro; esistono soltanto relazioni temporali di precedenza e successione. Invece per l’osservatore proustiano c’è un istante temporale privilegiato, il presente, il punto dello spaziotempo in cui l’osservazione avviene. Questo fa sì che, all’osservatore proustiano, le cose appaiano come sdoppiate, con uno sdoppiamento che si riproduce nella distinzione tra io narrante e io narrato: da una parte, un’apparenza tridimensionale che la percezione presenta come presente (come tuttora esistente); dall’altra, una profondità quadridimensionale che la memoria rappresenta come passato (come non più esistente).
Dunque già nell’esperienza percettiva gli individui non appaiono perfettamente tridimensionali, bensì muniti di una scia quadridimensionale, di una connessione con il passato che favorisce l’integrazione di percezione e memoria. Ma con l’abitudine questa scia si stempera, perde luce. Il tempo passato – il ricordo – diventa piatto, film o scrittura sedimentata, impronta ripetuta e scolorita di una sensazione, una madeleine, un selciato sconnesso, il tintinnio di una posata provocano la resurrezione del passato, ossia fanno apparire il tempo nello spazio. Il passato, nella sua profondità quadridimensionale, è accessibile all’esperienza in quanto ricordato dalla memoria, ed è ricordato dalla memoria in quanto ripetuto dalla materia.
Questo può apparire controintuitivo, giacché la nostra rappresentazione degli individui è tridimensionale. A ben vedere, però, la quadridimensionalità fa parte di individui comuni che rientrano nella nostra esperienza più ordinaria…».1]

Per rispondere a Maurizio Ferraris, il problema che si pone a noi oggi, a distanza di cento anni da La Recherche, è questo:

noi sappiamo che esso [il segno] esiste come «traccia» di un qualcosa che non le preesiste, di un passato che non è mai stato presente e che non può essere rievocato. Vale a dire che non possiamo più ripetere l’operazione di Proust, la quadridimensionalità si deve vestire di nuovi modi di rappresentare il mondo tridimensionale. Tramite la Memoria (Mnemosyne) noi possiamo sondare il mondo quadridimensionale.

Con la nuova ontologia estetica bisogna fare un salto mortale della immaginazione, bisogna uscire mentalmente dal mondo tridimensionale per sondare e sfiorare il quadri dimensionalismo. Ecco la necessità della forma polittico.

Nelle società della comunicazione globale i governanti non hanno più alcun bisogno di argomentare con delle ragioni la ratio del dominio. Non ha nessuna importanza il peso delle argomentazioni, quello che conta veramente è il saper parlare alla «nuda vita» di singoli alienati e traumatizzati dal ciclo del capitale. Non è più centrale la produzione per il consumo, ma il consumo per la produzione, si verifica così uno scollamento tra i ceti produttivi e i governanti, entrambi nuotano nel nulla della comunicazione e della ipercomunicazione. L’economia reale è mossa dalle ragioni inconsce della «nuda vita» piuttosto che dalle ragioni consce di essa. Ma ciò che dirige l’orchestra della comunicazione è la merce e la forma di merce. È la merce (idest l’essere sociale della merce) che come un direttore d’orchestra dirige l’orchestra della comunicazione. La distanza che separa una bottiglia di ColaCola e una di schweppes tonica da un Samsung Galaxy, è la distanza che passa dalla società opulenta alla società della comunicazione globale. Tutti i prodotti commerciali (le merci) e i prodotti culturali (altre merci) devono per forza delle cose parametrarsi, anche nella forma interna oltre che in quella esterna, volente o nolente, al dominio della comunicazione. L’arte diventa così una modalità della comunicazione, diventa efficace nella misura in cui si commisura alla legge della comunicazione.

Ora è indubbio che un movimento come quello della nuova poesia della nuova ontologia estetica si sottrae con tutte le proprie forze al dominio dell’essere sociale delle merci, ed è indubbio che in tal senso il telos della sua direzione sia la dimensione della non-merce. È inscritto nel suo codice genetico tendere alla non-merce. E in tal senso la NOE è l’erede dell’umanesimo della civiltà europea, con tutto il senso di colpa e l’ambascia che questa codificazione comporta.

1 M. Ferraris, Emergenze, Einaudi, 2016, p. 26

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31 risposte a “La forma polittico narra la manifestatività dell’esserci, Il paradosso della forma-poesia del polittico, Il capovolgimento, la peritropè, il salto sono le categorie dominanti del polittico, Poesie di Gino Rago, Lucio Mayoor Tosi, Mauro Pierno, Riflessioni di Maurizio Ferraris, Giorgio Linguaglossa

  1. Sabino Caronia

    Grazie Gino.
    Sabino

  2. se leggiamo con attenzione The waste land (1922) di Eliot ci accorgiamo che lì, in nuce, c’è la forma-polittico. Questo qualcosa vorrà dire, o no? È che questo che sto dicendo finora, a circa cento anni dalla pubblicazione di quell’opera, non l’ha mai detto nessuno prima d’ora. Vado a memoria, ovviamente. Poi se qualcuno l’ha detto prima di me, prego, mi smentisca.

    Questo per dire che leggere la tradizione umanistica della poesia modernista del novecento, dico: leggerla con acume e originalità di giudizio, non è cosa facile né scontata. In quell’opera c’è il barlume di ciò che la poesia farà cento anni dopo.

    E questo è, senza dubbio, un merito della nuova ontologia estetica…

    da La terra desolata

    I. La sepoltura dei morti di Eliot (1922)

    Aprile è il più crudele dei mesi, genera
    Lillà da terra morta, confondendo
    Memoria e desiderio, risvegliando
    Le radici sopite con la pioggia della primavera.
    L’inverno ci mantenne al caldo, ottuse
    Con immemore neve la terra, nutrì
    Con secchi tuberi una vita misera.
    L’estate ci sorprese, giungendo sullo Starnbergersee
    Con uno scroscio di pioggia: noi ci fermammo sotto il colonnato,
    E proseguimmo alla luce del sole, nel Hofgarten,
    E bevemmo caffè, e parlammo un’ora intera.
    Bin gar keine Russin, stamm’ aus Litauen, echt deutsch.
    E quando eravamo bambini stavamo presso l’arciduca,
    Mio cugino, che mi condusse in slitta,
    E ne fui spaventata. Mi disse, Marie,
    Marie, tieniti forte. E ci lanciammo giù.
    Fra le montagne, là ci si sente liberi.
    Per la gran parte della notte leggo, d’inverno vado nel sud.

    Quali sono le radici che s’afferrano, quali i rami che crescono
    Da queste macerie di pietra? Figlio dell’uomo,
    Tu non puoi dire, né immaginare, perché conosci soltanto
    Un cumulo d’immagini infrante, dove batte il sole,
    E l’albero morto non dà riparo, nessun conforto lo stridere del grillo,
    L’arida pietra nessun suono d’acque.
    C’è solo ombra sotto questa roccia rossa,
    (Venite all’ombra di questa roccia rossa),
    E io vi mostrerò qualcosa di diverso
    Dall’ombra vostra che al mattino vi segue a lunghi passi, o dall’ombra
    Vostra che a sera incontro a voi si leva;
    In una manciata di polvere vi mostrerò la paura.

    Frisch weht der Wind
    Der Heimat zu
    Mein Iriscb Kind,
    Wo weilest du?

    “Mi chiamarono la ragazza dei giacinti.”
    – Eppure quando tornammo, a ora tarda, dal giardino dei giacinti,
    Tu con le braccia cariche, con i capelli madidi, io non potevo
    Parlare, mi si annebbiavano gli occhi, non ero
    Né vivo né morto, e non sapevo nulla, mentre guardavo il silenzio,
    Il cuore della luce.
    Oed’ und leer das Meer.

    Madame Sosostris, chiaroveggente famosa,
    Aveva preso un brutto raffreddore, ciononostante
    E’ nota come la donna più saggia d’Europa,
    Con un diabolico mazzo di carte. Ecco qui, disse,
    La vostra carta, il Marinaio Fenicio Annegato
    (Quelle sono le perle che furono i suoi occhi. Guardate!)
    E qui è la Belladonna, la Dama delle Rocce,
    La Dama delle situazioni.
    Ecco qui l’uomo con le tre aste, ecco la Ruota,
    E qui il mercante con un occhio solo, e questa carta,
    Che non ha figura, è qualcosa che porta sul dorso,
    E che a me non è dato vedere. Non trovo
    L’Impiccato. Temete la morte per acqua.
    Vedo turbe di gente che cammina in cerchio.
    Grazie. Se vedete la cara Mrs. Equitone,
    Ditele che le porterò l’oroscopo io stessa:
    Bisogna essere così prudenti in questi giorni.

    Città irreale,
    Sotto la nebbia bruna di un’alba d’inverno,
    Una gran folla fluiva sopra il London Bridge, così tanta,
    Ch’io non avrei mai creduto che morte tanta n’avesse disfatta.
    Sospiri, brevi e infrequenti, se ne esalavano,
    E ognuno procedeva con gli occhi fissi ai piedi. Affluivano
    Su per il colle e giù per la King William Street,
    Fino a dove Saint Mary Woolnoth segnava le ore
    Con morto suono sull’ultimo tocco delle nove.
    Là vidi uno ch e conoscevo, e lo fermai, gridando: « Stetson!
    Tu che eri con me , sulle navi a Milazzo!
    Quel cadavere che l’anno scorso piantasti nel giardino,
    Ha cominciato a germogliare? Fiorirà quest’anno?
    Oppure il gelo improvviso ne ha danneggiato l’aiola?
    Oh, tieni il Cane a distanza, che è amico dell’uomo,
    Se non vuoi che con l’unghie, di nuovo, lo metta allo scoperto!
    Tu, hypocrite lecteur! – mon semblable, – mon frère!

    (traduzione di Roberto Sanesi)

    I. The Burial of the Dead

    April is the cruellest month, breeding
    Lilacs out of the dead land, mixing
    Memory and desire, stirring
    Dull roots with spring rain.
    Winter kept us warm, covering
    Earth in forgetful snow, feeding
    A little life with dried tubers.
    Summer surprised us, coming over the Starnbergersee
    With a shower of rain; we stopped in the colonnade,
    And went on in sunlight, into the Hofgarten,
    And drank coffee, and talked for an hour.
    Bin gar keine Russin, stamm’ aus Litauen, echt deutsch.
    And when we were children, staying at the arch-duke’s,
    My cousin’s, he took me out on a sled,
    And I was frightened. He said, Marie,
    Marie, hold on tight. And down we went.
    In the mountains, there you feel free.
    I read, much of the night, and go south in the winter.

    What are the roots that clutch, what branches grow
    Out of this stony rubbish? Son of man,
    You cannot say, or guess, for you know only
    A heap of broken images, where the sun beats,
    And the dead tree gives no shelter, the cricket no relief,
    And the dry stone no sound of water. Only
    There is shadow under this red rock,
    (Come in under the shadow of this red rock),
    And I will show you something different from either
    Your shadow at morning striding behind you
    Or your shadow at evening rising to meet you;
    I will show you fear in a handful of dust.

    Frisch weht der Wind
    Der Heimat zu
    Mein Irisch Kind,
    Wo weilest du?

    “You gave me hyacinths first a year ago;
    “They called me the hyacinth girl.”
    —Yet when we came back, late, from the Hyacinth garden,
    Your arms full, and your hair wet, I could not
    Speak, and my eyes failed, I was neither
    Living nor dead, and I knew nothing,
    Looking into the heart of light, the silence.
    Oed’ und leer das Meer.

    Madame Sosostris, famous clairvoyante,
    Had a bad cold, nevertheless
    Is known to be the wisest woman in Europe,
    With a wicked pack of cards. Here, said she,
    Is your card, the drowned Phoenician Sailor,
    (Those are pearls that were his eyes. Look!)
    Here is Belladonna, the Lady of the Rocks,
    The lady of situations.
    Here is the man with three staves, and here the Wheel,
    And here is the one-eyed merchant, and this card,
    Which is blank, is something he carries on his back,
    Which I am forbidden to see. I do not find
    The Hanged Man. Fear death by water.
    I see crowds of people, walking round in a ring.
    Thank you. If you see dear Mrs. Equitone,
    Tell her I bring the horoscope myself:
    One must be so careful these days.

    Unreal City,
    Under the brown fog of a winter dawn,
    A crowd flowed over London Bridge, so many,
    I had not thought death had undone so many.
    Sighs, short and infrequent, were exhaled,
    And each man fixed his eyes before his feet.
    Flowed up the hill and down King William Street,
    To where Saint Mary Woolnoth kept the hours
    With a dead sound on the final stroke of nine.
    There I saw one I knew, and stopped him, crying: “Stetson!
    “You who were with me in the ships at Mylae!
    “That corpse you planted last year in your garden,
    “Has it begun to sprout? Will it bloom this year?
    “Or has the sudden frost disturbed its bed?
    “Oh keep the Dog far hence, that’s friend to men,
    “Or with his nails he’ll dig it up again!
    “You! hypocrite lecteur!—mon semblable,—mon frère!”

  3. Talìa

    Pino Talìa porta un Mattia Preti
    Da Taverna a Firenze. Botticelli si inchina.

    Grazie Gino, il distico lo apprezzo tanto.

  4. Giuseppe Gallo

    Ti ringrazio anch’io, caro Gino, per il distico in cui mi evochi:
    “Pino Gallo arringa da Roma la Fata Morgana,
    Sotto gli affacci di Scilla il mare si fa di olive acerbe.”

  5. Rago ha la sostanza della lacrima
    lo scavo in bilico, un tratto

    un dittico funambolo. La scorsa estate.
    La porzione delle reminiscenze, un 1984

    in miniatura. Tutto scomparso
    sul Corriere della Sera.

    Argo ha la sostanza della goccia.
    La libertà del vuoto, l’attesa d’aria.

    GRAZIE Gino.
    GRAZIE Ombra.

  6. Se dovessi fare a pezzi un bell’articolo di cronaca giornalistica, probabilmente opterei per il polittico, così come impostato da Gino Rago. L’effetto “cronaca” è dato dalle parole fredde, ma a questo contribuisce il ritaglio; che sfronda le descrizioni, e salva dove la voce non ha da essere perduta: “In un trolley che sulla ghiaia d’un prato fa scintille”.

  7. Quando leggo la poesia che si pubblica oggi presso Einaudi e Mondadori e le altre centinaia di case editrici minori, mi torna in mente l’avvertenza di Ingeborg Bachmann che voglio riportare qui di seguito. E allora, mi dico fermiamoci, fermiamo i tasti della tastiera, non scriviamo versi stupidi. Fermiamoci. E questa avvertenza la vorrei estendere a tutti i versificatori: Arrestatevi, non scrivete più. E il miglior modo di non scrivere più è scrivere nella forma polittico, la più difficile in assoluto:

    Ingeborg Bachmann in un appunto alle sue poesie in abbozzo ha scritto:

    «Ho smesso di scrivere poesie quando m’è venuto il sospetto di ‘esserne capace’ anche quando non c’era la necessità di scriverne. E non ci saranno più mie poesie, almeno fino a che non sarò convinta che debbano essercene di nuovo, e allora saranno solo poesie talmente nuove da corrispondere veramente a tutto quel che sarà stato esperito fino a quel punto.»[1]

    Per la Bachmann la scrittura poetica si configura come esperienza esistenziale, ricerca di parole autentiche. La poesia è un modo di essere, un fare, una pratica, un aprire la soggettività alla irruzione di pulsioni, ritmi, parole che implicano e significano la distruzione del linguaggio poetico convenzionale e la creazione di una nuova soggettività in grado di aprirsi al nuovo linguaggio poetico.

    La pratica della scrittura poetica è questa assillante fedeltà al farsi e disfarsi dei versi, lavoro minuzioso e diuturno alle correzioni, alle frasi tronche, lavoro sugli incipit che si ripetono e si riprendono lungo il farsi del linguaggio, è questo lo stadio aurorale del nuovo linguaggio, un linguaggio più aderente alle necessità espressive della ricerca esistenziale. «La loro natura di appunti sparsi […] ha il grande merito di mostrare la poesia nel suo farsi, nel suo andare a tentoni […]. Questi testi, spesso interrotti, a volte raggrumati in parole dalle quali balugina un senso che resta nascosto e che traspare altrove in modo ancora incompiuto, […] ci mostrano il laboratorio della poesia di una grande figura della nostra modernità.»[2]

    Sono scomparse le mie poesie. / Le cerco in tutti gli angoli della stanza./ Per il dolore non so come si scriva / un dolore, non so in assoluto più nulla.// So che non si può cianciare così,/ dev’essere più piccante, una pepata metafora. / dovrebbe venire in mente. Ma con il coltello nella schiena […]// Adieu, belle parole, con le vostre promesse.

    In questi versi della Bachmann si profila chiaramente la crisi del linguaggio poetico convenzionale. Cercare le parole senza prima aver aperto la soggettività ad una nuova dimensione spirituale ed esistenziale significa perdere contatto con il linguaggio. Per la Bachmann il linguaggio poetico o lo si ha o non lo si ha, lo si può acquisire soltanto tramite un lungo viaggio di ricerca esistenziale.

    [1] Ingeborg Bachmann, In cerca di frasi vere, Colloqui e interviste a cura di Christine Koschel e Inge von Weidenbaum, tr. it. di Cinzia Romani, Laterza, Bari 1989, p. 57.

    [2] V. Nota del traduttore in Ingeborg Bachmann, Non conosco mondo migliore, cit., p. 4 (corsivo mio).

  8. giorgio stella

    ______________________________________

    le case della missione di Nizza
    ottenevano un disimpegno –

    in occasione del pellegrinaggio
    i due presidenti

    portavano al collo la residenza
    della coca-cola il

    latte e il giornale
    polpo e patate in tavola è pronto

    ________________________________________

    non ha mai tradito la Traviata
    ma era osceno il bagno turco –

    i sanitari della croce rossa
    nelle spese dividono

    la raccolta differenziata
    galateo nel bosco

    __________________________________________

    dalla mattina era la stessa cosa,
    il tempo era dilazionato dai pasti,

    e l’atlante col mappamondo
    per i compiti a casa –

    era in ritardo il cinema le poc-corn
    fragranti i minigelati

    tra gatti e pappagalli
    la nutella era bianca e nera

    le pastarelle la domenica
    prima della messa in chiesa

    si giocava a biglie lo stabilimento
    betteva bandiera Agip

    • …è vero, il linguaggio non può farsi carico di un qualcosa che non sia una indicazione di altro da sé, ma in termini linguistici questo significa che il linguaggio non può che essere ostensivo di se stesso. il linguaggio poetico di Giorgio Stella, questo messo in rigorosi distici, è di per sé auto evidente della propria natura ostensiva senza che vi sia un referente là fuori che sia vincolante per l’indicazione linguistica. È come se ci si mettesse in una camicia di forza che non lascia apparire che i movimenti ostensivi del corpo. In fin dei conti, il linguaggio presuppone se stesso, come l’inconscio non può che presupporre se stesso, cioè un altro inconscio. L’inconscio linguistico presuppone un inconscio non linguistico? Non so, so solo che il linguaggio è il nostro inconscio collettivo, non può esondare oltre di noi. In altri termini, il linguaggio afferma sempre e soltanto se stesso, la propria essenza aporetica e tautologica. Il linguaggio non può andare oltre se stesso, non può esorbitare dai limiti del linguaggio, ma ricade sempre entro se stesso, entro i propri limiti, così come noi non possiamo andare oltre le tre dimensioni, e ricadiamo sempre nelle tre dimensioni… E questo è il pregio della poesia in distici di Giorgio Stella, a patto che egli lui si decida ad indossare la camicia di forza del distico che ben gli si confà… Altrimenti, libero di ostendersi in tutte le direzioni, il linguaggio si perde nell’immenso serbatoio della propria tautologia… e della propria aporia…

  9. L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:
    Giorgio Linguaglossa:
    Quando leggo la poesia che si pubblica oggi presso Einaudi e Mondadori e le altre centinaia di case editrici minori, mi torna in mente l’avvertenza di Ingeborg Bachmann che voglio riportare qui di seguito. E allora, mi dico fermiamoci, fermiamo i tasti della tastiera, non scriviamo versi stupidi. Fermiamoci. E questa avvertenza la vorrei estendere a tutti i versificatori: Arrestatevi, non scrivete più. E il miglior modo di non scrivere più è scrivere nella forma polittico, la più difficile in assoluto:

    Ingeborg Bachmann in un appunto alle sue poesie in abbozzo ha scritto:

    «Ho smesso di scrivere poesie quando m’è venuto il sospetto di ‘esserne capace’ anche quando non c’era la necessità di scriverne. E non ci saranno più mie poesie, almeno fino a che non sarò convinta che debbano essercene di nuovo, e allora saranno solo poesie talmente nuove da corrispondere veramente a tutto quel che sarà stato esperito fino a quel punto.»[1]

  10. Diciamo che, per semplificare il viaggio, s’è pensato di ricorrere alla vecchia punteggiatura. Oltre al punto, virgola e punto e virgola, stranamente le parentesi quadre, comunque meglio delle tonde. Per il resto si fa strage di aggettivi. E l’io, solo la domenica. Questa sarebbe la cura dimagrante.
    Il distico per non affollare – si sa che il flusso, come per Eliot – e rendere visibile il nulla da cui scaturiscono le parole.
    Scritto per essere letto in modalità “stop and go”, ove per “stop” si intenda la reale assenza di pensiero (bere dell’acqua, dare alle piante, ecc.), il testo comunque sia ne resterà tramortito.
    All’osso può somigliare a un haiku, ma il distico è anche “go”, ripartenza; perché in occidente siamo ciarlieri, e il momento non è mai solo questo momento. Altrimenti saremmo allo zen. O in mezzo a una strada, perché mancano i presupposti.

  11. giorgiostella

    Times New Roman

  12. giorgio stella

    carissimo Tosi ovvio cosa? se io nn so neppure che cosa ho mandato perchè nn sono in grado di girare i doc nei commenti… comunque c’è un abbozzo di titolo ‘la pizza al taglio nn è quella tonda’… ora la derivamte mi pare posta in ergo la direttiva polivalente al medesimo dettato a ‘sto punto invio e ringrazio dei consigli ma ad ogniuno nn si può tornare indietro… tipo a ro-tonda se pizza è nn al taglio ma a taglio etc… il minimalismo è generico gutturale esemplare in una riforma che dell’avanguardia propria nn gli importa confermo è a giro di giglio. se il pittore Monopoly nn avesse fatto il gioco dell’oca il graffito sarebbe stato divieto di sosta… lontano anni luce dall’arte figurativa ma tutta contaminazione per la poesia io, pur esente dall’io, e ringrazio Linguaglossa e Voi te su tutti per il gatto, rimarrò l’ubriacone della porta accanto, nn è un deficit o una attenuante generica ma appunto la derivante… con la NOE sono libero dalla mediocrità o griglia mentale che ogni sera mi fa ubriacare per fortuna annegare tutto perchè essendo Cristiano, non posso suicidarmi. La nuova ontologia estetica nel mio ‘PARADISO’ libro di Linguaglossa ancora nn mi ha mandato all’indirizzo prepotentemente aspirato. mi ci manca poco per questo affettuasamente mi prometto per il tu (tu tosY) il gatto è l’unica risorsa nn mi permetto il plurale ma sarebbe a fin di bene il gatto … Se Linguaglossa a cui ho mandato tutto il doc lo gira lo ringrazio.. ma confermo x carità l’umiltà gentile di un Rago la percezione bilocale di un Gabriele vengo a te: cioè per primo… la tua poesia è cibernetica tipo un manga in differità… hai chiuso il fumetto e gli hai dato parola cil pensiero proprio del fumetto… eppure amico mio, pur se translato c’è una … una drammaticità addirittura epica nel tuo poetare che getta le basi, a me note, di chi denuncia una pecularietà ad una scommessa tentata già vinta e poi ripersa quindi sempre rinnovata al principio di una fine annunciata. Mi raccomamdo abbracciami il gatto come si chiama? il mio Billy. Giorgio Stella. e questa mail è solo x te pur condivisa!

    • Grazie, amico Stella. Mi sa che in questo smarrimento ci siamo nati, sicché è probabile che sia sempre stato nei secoli. Capisco che questo tuo polittico è stato scritto in punto di morte. Non si sa cosa dire, e quel poco ci stanca. Si raccattano gli stracci. Praticamente qui non facciamo altro.

      Del tuo polittico: già la trasandatezza degli a-capo sono per me un fatto curioso. Ma ci sta, se ha voce quel pensare ancora né dentro né fuori; che va proprio altalenando, spaesata. Tra le ceneri del comunicare e sintomi di varia natura, tutti rintracciabili nel ricordo.Ma superato l’attimo di psicanalisi; allora il dualismo, l’altalenarsi è nel tempo, presente e d’altro tipo. E già si sente.

  13. “Nuova ontologia estetica”, è definizione giusta ma complessa, anche se già abbreviata dalla sigla NOE. Ma lancio una proposta:

    NOEstetica,
    o NOESTETICA.
    Noestetica.

    Non potrebbe essere questo un bel nome per… poesia noestetica, filosofia noestetica. Pensiero n. ?

  14. caro Lucio, cari tutti,

    È scomparsa la domanda fondamentale dalle pratiche artistiche. Oggi abbiamo una poesia di surrogati di quella domanda che è scomparsa, che è stata silenziata, inabissata. Oggi abbiamo un’arte da risultato, un’arte efficace, un’arte ricca di effetti speciali, un’arte imbonitoria. Un’arte democratica, cioè innocua.
    La poiesis sembra esser diventata una variante della digital art, un’arte della digitazione, una forma di scrittura gradevole, democratica, comportamentale, educata, e anche forbita…

    Noestetica o Noe/stetica… in realtà tutte queste definizioni possono essere adottate a pari merito, non saprei. E che dire di Noe/stetica del polittico? Oppure, di polittico noetico? Oppure, ancora, Pop/Noe/stetica. Come c’è oggi la popfilosofia ci può stare anche una pop/poesia, non avrei nulla di obiettare, tutto sommato la poesia di Mario Gabriele, come quella di Francesco Paolo Intini è una pop/poesia, una poesia serissima che più seria non si può che finisce in uno scoppio di ilarità.

    Del resto tutte queste definizioni sono tutte ottime per un paese che è da un anno che naviga nella pop/politica, basta dare un’occhiata alle finte liti di ogni giorno tra Lega e 5Stelle, addirittura, la pop/politica del signor Savioli che ha accompagnato Salvini in tutti gli incontri tra il ministro italiano e Putin, oligarca di una potenza straniera che vuole la disgregazione della Unione Europea. Qui ci sono tutti gli elementi della pop/politica. Una politica fatta con twitter, dirette FB, instagram e bordate varie davanti alle telecamere. Per fortuna la Procura di Milano ha aperto un fascicolo per corruzione internazionale (a carico di qualcuno?).
    In un paese serio un affare come questo avrebbe cagionato le immediate dimissioni del governo, qui da noi invece ha scatenato le bazzecole e le cialtronaggini dei vari attori in causa e di quelli fuori causa.

    A me sembra che nel nostro paese non ci possa essere nulla di serio, tutti gli attori manifestanti sembrano comparse sul teatro dei burattini…

  15. D’accordo su tutto. E sto pensando che a ‘sto punto sia proprio Slvimini il più innocuo dei suoi. Ma parliamo di cose serie:
    Noestetica può darsi come definizione di ciò che filosoficamente può essere detto solo in negativo. Questo se il termine venisse recepito come diniego (di estetica). Ma le motivazioni stanno tutte nella critica che ha sentenziato lo stato comatoso del soggetto. Da lì in poi è cambio di paradigma, e confronto serrato. L’etichetta ha senso se si fa discorso di merci. In questo caso NOE si qualificherebbe come bio-estetica: poesia senza additivi… Nella mia mente incolpevole di (ex) pubblicitario, merci e non merci stanno sullo stesso piano.

  16. Salvini è lo specchio della mediocrità del nostro paese. Penso che sia inamovibile dal suo scranno, almeno finché la medietà e la mediocrità del paese saranno cosiffatte.
    Un paese che produce, è ancora in grado di produrre, delle eccezionalità, dei valori, delle singolarità ma sempre sul piano privatistico, mai su quello pubblicistico.

    La sua (di Salvini & company) è una pop/politica. Non credo che gliene freghi niente né di Trump né di Putin né di Macron né di Juncker, quello che conta per lui è fare la notizia, la prima pagina. Nella pop-politica tutto vale e tutto è uguale, così come nel romanzo, nella poesia o nell’arte, tutto vale se è informazione e se l’informazione riesce a bucare lo schermo, altrimenti si cestina il messaggio e si cambia informazione. Ecco, questa è la pop/politica. E in realtà che cos’è la poesia di un Cucchi o di un Magrelli che abbiamo letto qualche tempo fa su queste colonne? È pop-poesia, poesia da risultato, poesia informazionale… che vuole apparire seria ma non troppo (Magrelli) o seria senza compromessi (Cucchi).

    Resta il fatto che in un paese come il nostro, afflitto da più di 20 anni di crisi e di crescita bassa o bassissima (la più bassa tre i paesi della UE) fare qualcosa di serio, in arte come in qualsiasi altro campo, diventa sempre più problematico…

  17. Posto queste poesie in severi distici di Serenella Menichetti giunte alla mia email scritte nello spirito della nuova ontologia estetica. C’è un’aura tarkovskijana che riposa sul paesaggio e sulle cose, una tranquillità dell’occhio immobile che guarda le cose del passato e del presente senza la pretesa di decifrare il futuro, senza la coercizione di voler imporre alle cose un vestito linguistico stereotipato…
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/07/10/la-forma-polittico-narra-la-manifestativita-dellesserci-il-paradosso-della-forma-poesia-del-polittico-il-capovolgimento-la-peritrope-il-salto-sono-le-categorie-dominanti-del-polittico-p/comment-page-1/#comment-58103
    Serenella Menichetti

    LA CASA CON LA CREPA

    In fila, nell’immobilità, gli alberi mi osservano.
    Non un canto d’uccello, a bucare la lastra del silenzio.

    La grande crepa deturpa la facciata della casa.
    Accasciata sul tetto, la vegetazione dorme.

    Il giardino galleggia nel mare del passato.
    All’interno della casa: sulle mura scivolano parole non dette.

    Intrappolati tra enormi fili di ragnatele, i pensieri di ieri
    inutilmente si dibattono per uscire.

    – E’ terminato il vostro tempo – urla il vecchio ragno.

    Non uno straccio di presente, se non la mia curiosità
    che oltrepassa le spesse mura di pietra, alla ricerca di tracce.

    L’occhio della fantasia indossa spesse lenti.
    Da ogni spazio, preleva scampoli di vita.

    La costruzione della storia è il completamento del puzzle.
    A terra, foglie secche scricchiolano.

    Ricordi si sgretolano sotto i miei passi, come giorni trascorsi.

    LA CASA SULLA MONTAGNA

    Con tre rumori gracchianti, la chiave desta il silenzio
    comodamente sdraiato sul pavimento.

    Un lungo bruco trascina nella sua filiforme lunghezza.
    Gli occhi del silenzio, come spilli bucano il corpo.

    L’ombra di una larga stanza mi viene incontro.
    Le righe orizzontali del parquet, accolgono i miei passi.

    Bisogna arrivare alla porta finestra che dà sul terrazzo ed aprirla,
    affinché i sensi trovino la stanza del ricordo.

    La luce, senza bussare, entra. Sono gli occhi a riconoscere
    per primi, il divano azzurro, il tavolo chiaro, gli altri mobili.

    Stapperemo una bottiglia di Don Perignon per brindare alla lentezza.
    Fuori il grande faggio promette refrigerio.

    LENTEZZA

    E la lentezza plana con ali di colomba sull’ inquietudine.
    Si distendono le punte. Elettrocardiogramma quasi piatto.

    Uno dopo l’altro, si costruiscono ponti nuovi.
    L’ occhio in turbinio di bellezza viaggia a ritmo lento.

    Cala il vento di tempesta. L’ altezza delle onde scema.
    Con tacita lentezza un dondolio di merletti si trastulla.

    Il lago di montagna, cuore calmo. Osserva il mondo
    da un’ altra prospettiva.

    CIME

    Cime di alberi, di tetti, di monti.
    Vele che ti fanno navigare in cieli tersi.

    Le parole sulla terra, sono prive di ali. Serpi striscianti.
    Quassù i rami s’intrecciano in linguaggi di cristallo.

    Ogni punta buca un pezzo di cielo. Petali di seta
    cadono sui capelli e sugli occhi.

    PERDERSI

    Ancora quel paesaggio di campi vuoti. Una luna offuscata
    dal drappo nero della notte. Camminano a passo d’uomo.

    A terra uno specchio in frantumi,
    ospita stracci d’immagini illeggibili.

    La stazione dei treni, è il pensiero fisso,
    che non rasenta gli occhi.

    La meta da raggiungere, è l’immagine sbiadita del sogno.
    Il fischio di un treno invisibile si fonde al canto dei grilli.

    Nel deserto dei campi si affaccia il desiderio
    di un biglietto, per il ritorno.

    ATTESE

    Sul tavolo di rovere le bozze incompiute
    languidamente giacciono, sul loro passato remoto.

    Due bicchieri e una bottiglia d’acqua.
    Le tazzine di ceramica sulle mensole, in pausa.

    L’idea di conclusione, dalle pale del ventilatore spettinata,
    agonizza in questo infuocato presente.

    .
    UN OGGETTO

    Sta sul comodino, sopra il centrino, tra diverse riviste di moda.
    Sulla destra i grani del rosario di nonna Andreina.

    Un oggetto smarrito, un minuscolo ” io”
    completamente schiacciato dalla carta stampata.

    Adiacente alla parete, la poltrona gialla, sommersa
    da innumerevoli stracci, indossati una sola volta.

    Una maglietta grigia. I jeans bucati.
    Il piccolo reggiseno a pois neri.

    Un lembo di pizzo, appartenente al resto degli sleep crema,
    fuoriesce dal fondo della gamba dei jeans.

    Tra lenzuola sgualcite, lei. Gli occhi puntati in alto.
    L’ adolescenza che sale sul soffitto, per ricadere sul corpo filiforme.

    • serenella menichetti

      Sono felice di trovarmi con i miei testi sull’Ombra delle Parole, che seguo da tempo. Mi piacerebbe ricevere qualche commento.
      Grazie
      Serenella Menicheti

    • Sono forti.

      E intAnto. Non chiederlo mai. Siamo strani. Questo blog è strano. Devi annusare. Sono ricollocati i sensi. Tutti devastati dalla cultura poetica direbbe Re GIORGIO. Dong!

      Siamo dietro le finestre. Vecchie comari in ghingheri. Adesso risalgo in superficie, riaffiorando…
      “Due bicchieri e una bottiglia d’acqua.
      Le tazzine di ceramica sulle mensole, in pausa.” E ripongo sulla credenza questi versi.

      Ne sorseggio la stasi.
      Gourmet, degustatori solitari.
      Sorseggiati un Panetta, un Tosy, un Rago, una Dono, una Giancaspero, una Ventura, una Leone, e poi un Gallo, un Gabriele,
      un Livia, una Catapano, un Cataldi, un Caronia, un Sagredo, un Intini, uno Stella, un Linguaglossa. La Colasson, la Petrillo, un Pompeo. Leggilo tutti.

      A freddo, temperatura ideale.

      Benvenuta a te.
      GRAZIE, e Grazie OMBRA.

    • cara Serenella Menichetti,

      devo dirti che la tua poesia ha fatto passi da gigante; la tua è una poesia alla maniera della nuova ontologia estetica, si vede che hai digerito e assimilato i segreti del nuovo modo di scrittura: le poesie sono piene di oggetti come può vederli lo sguardo di un regista che li inquadra uno dopo l’altro con la macchina da presa, ora con lentezza e ora con maggiore velocità. Gli oggetti in una poesia sono importanti, richiedono attenzione per se stessi… la tua poesia li rispetta, li nomina uno ad uno e poi passa ad altro… ma sono sempre lì, tutti presenti nel presente che è contemporaneo e temporaneo, parente dell’eterno, perché può essere eterno soltanto ciò che è temporaneo e transeunte e fugace…

      Qua e là trapela ancora qualche lacerto del modo tradizionale di fare poesia incentrata sull’io, come in questo verso:

      Ricordi si sgretolano sotto i miei passi, come giorni trascorsi.

      che nella versione definitiva forse sarebbe preferibile cancellare perché in effetti non toglie e non aggiunge nulla a quanto già detto nella poesia.

      La tua è una ricerca intorno agli oggetti significativi. Questo e non altro è lo scopo della poesia, quello di indicarci quali siano stati gli oggetti significativi della nostra esistenza; tu procedi con il metaldetector e una lampada fluorescente, ispezioni il mistero degli oggetti che ci hanno accompagnato durante la nostra esistenza…

      Sono convinto che questo sia la maniera migliore per fare poesia moderna, una grande semplicità di dettato e un modo diretto di porre la frase, alla ricerca del mistero di ciò che dimora in superficie.

      Sta sul comodino, sopra il centrino, tra diverse riviste di moda.
      Sulla destra i grani del rosario di nonna Andreina.

      Un oggetto smarrito, un minuscolo ” io”
      completamente schiacciato dalla carta stampata.

  18. Un ringraziamento speciale a Gino….

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