La Poesia Polittico di Mario M. Gabriele, Francesco Paolo Intini, Mario Sgalambro, Commenti di Lucio Mayoor Tosi, Giorgio Linguaglossa, Gino Rago, Massimo Donà, Friedrich-Wilhelm von Herrmann

Gif diavolezza cammina

Mi perdoni, Signora Swanson!
Non volevo toglierle il clip dalla memoria

Mario M. Gabriele
20 giugno 2019 alle 15:27
(in corso di pubblicazione con Progetto Cultura di Roma)

1 (Polittici)

Mi perdoni, Signora Swanson!
Non volevo toglierle il clip dalla memoria.

Alle cinque Lola vola via.
Watson la segue con l’ombrello di Mary Poppins.

Il cielo questa mattina era così triste
da lasciare acqua -fontana nei giardini.

E’ stato un lavoro delicato,da peritropé,
con aghi e fil rouge.

Pound ha provato a rimettere le scarpine.
Non credo voglia fare jogging.

Si inasprisce l’aria di mele guaste.
Gli occhi della Signora Rowinda non incantano più.

Le distanze non sono mai parallele
neanche a leggere Postkarten.

Con la tua mente puoi andare oltre il buco nero
a sintetizzare l’universo con un Haiku.

Non regalarmi Gilet.
Se ci riesci, portami le ossa di Rimbaud!

Oh, Mon Dieu! Quanti Woodoo e streghette
tolgono il profumo ai fiori di Bach!

Ci pensavo da due giorni. Questa sera vado da Ilena
e le dico di considerare la sera come il mattino.

-Abbiamo una squadra sul Calvario-, disse il Governatore.
-Basteranno due o tre chiodi per muovere il cielo!-

L’autopsia dirà chi ha ucciso la giovinezza
e in quale Ambasciata si è rifugiato l’assassino.

Ti assomiglia in positivo la gardenia.
Possibile un trasloco nell’anima.

Larry si diverte a disegnare cartoline Christmas.
La roccia non ha muschio per il presepe.

(…)

Abbiamo chiesto strofinacci per il passato.
Il tempo resiste ad ogni attacco.

Il dado si fermò sul rosso.
La memoria è un ammasso di rottami.

Diletta da Rotterdam si fermò un mese
nella Episcopal Church a parlare con gli angeli.

Michael Rottmayr è con Abele a Vienna
nella Osterreichische Galerie.

Nessuno sa quanto tempo resteremo quaggiù!
Hai visto come si sfolla il quartiere?

Il decano di Amburgo ha letto le terzine di Frost
per la conoscenza della notte.

Dormi se vuoi, così ti abitui alla morte.
Adam tornò a rivedere la barista di Fellini.

-Cara Denise, sono Duchamp e mi piacerebbe
sostare con te nel soggiorno-.

Si scivola nel metrò.
Anche Malone muore, azzerati i mitocondri.

Oh, guarda qui, Mariette! Ci sono ancora le t-shirts del 68
e una retrospettiva canora di Bessie Smith!

Le croisette de Paris nei galà dello chateau
scambiavano l’omelette per il sushi!

Chi lasciò la parola si avvicinò al Verbo
chiedendone una nuova.

Madame O’Brian mi fa compagnia la notte
in quel dolce paese che non dico.

Milena scrive da Harvard:
-neanche qui abbiamo trovato Nonna Eliodora-.

Caro Signor Bernard, spero di essere stato chiaro.
La sirenetta di Copenaghen è una donna di incontri e reviews.

(…)

Che sappiamo del Galateo in bosco?
Poesia. Zona keep out!

A Frankfurt am Main ci siamo fermati
a comprare le affinità elettive nello Skyline.

E’ destino che non ci si incontri mai.
Eppure oggi c’è il cambio di stagione!

Abbiamo trovato serpenti nel giardino.
Lucy mi volle con sé a cercare l’erba sotto la pietra.

La stanza accumula fumi, appanna lampade e vetri.
I miei morti sono quelli che non ricordo.

Miss Olson non è più tornata tra noi.
Le abbiamo mandato una chiave. Lei sa come aprire la porta.

Chi apprezzò la sera amò anche il giorno.
Il lupo è sotto le mura. Attenta, Signorina Rosemary!

Magda von Hattingherg scrisse a Rilke:
-Caro Amico, ho scoperto la Storia del buon Dio-.

-Mister Gruman- disse un bodyguard,- la folla è alle porte!-.
E Gelinda dal balcone che gridava:- dillo a me il tuo peccato-.

Mario M. Gabriele 

16 giugno 2019

Caro Giorgio,
i miei testi poetici sono come lampada a raggi fotonici, indirizzati verso chi si porta addosso il -male di vivere- e la tua critica lo rivela tutte le volte che leggi una mia poesia.
Non so scrivere altro, come divagazione estemporanea e pittorica, e quant’altro. Mi rifaccio sempre ad una decostruzione gnoseologica, di cui ogni elemento si lega autonomamente ad un discorso ontologico di orientamento heideggeriano, ma pullulante di lessemi che la società tecnologica ci ha abituati da tempo.

Ecco il motivo per cui mi avvicino al tuo brillante esame critico, quando scrivi che la mia poesia è costruita lessicamente ”alla stregua delle circolari della Agenzia delle Entrate o delle Direttive della Unione Europea”, ovviamente non per minimizzare l’assunto estetico, ma per mirare ad un modello poetico di contrapposizione contro l’edilizia linguistica che ancora oggi pervade il grande Distributore Automatico della Tradizione.
Mi sto accorgendo solo ora, che con Ritratto di Signora, (2015), L’Erba di Stonehenge (2016), La porte ètroite (2013), In viaggio con Godot (2018), e tra poco con Registro di bordo, abbia unificato un linguaggio pluriconverso, unitario e positivista,
In linguistica il concetto di struttura si è sempre diversificato da quello precedente, realizzando classificazioni diverse, sia diacroniche che sincroniche. Da Saussurre bisogna apprendere molto degli insegnamenti di questo maestro che intuì come la lingua è una forma non una sostanza dove si distinguono l’espressione, ossia quella dei significanti, e il piano del contenuto, quello dei significati.

Certamente un autore non si giudica soltanto per un post poetico apparso su Riviste e in un reading. Qui, vorrei citare Charles Mauron che volle identificare la personalità inconscia dell’Autore a partire dall’analisi dei suoi scritti.
Attraverso la sedimentazione di più testi vengono fuori fili di associazione nel rapporto tra le immagini e le multiforme figure grammaticali, (metafore, ipotiposi, ecc.) il cui richiamo consente di giungere alla ”Personalità dell’autore”, quell’ombra che ad ogni istante si stacca dal fondo del subconscio per salire in superficie.

Quanto alla moltitudine di frasari, citazioni, varia toponomastica e oggettistica anglosassone, tutte queste cose non fanno parte che di un continuo aggrovigliarsi di plurisensi, dove l’inconscio si permette qualunque mescolanza o slittamento da un significato all’altro. Per meglio coordinare quanto esposto, una eventuale trascrizione dei miei 3 polittici, farebbero da guida al lettore, a meno che tu non abbia altri progetti di connessione. Cordialmente, Mario.

Giorgio Linguaglossa
21 giugno 2019 alle 11:58

caro Mario,

è che il tuo lessico così sistemato dentro la camicia di forza del distico brilla proprio per la propria inadeguatezza ontologica a dire qualcosa che non sia meramente pleonastico e felicemente virtuale, ormai i linguaggi della nostra mondità si rivelano per quello che sono: una superficie di gelatine linguistiche dove convivono senza collidere le superfici riflettenti dell’esserci costretto alla afasia disorganizzata qual è divenuto il nostro mondo. Il tuo è il più rigoroso e compiuto linguaggio della mondità telematica, della metafisica meta stabile, del positivo significare, che è un significare disseminato e moltiplicato dalla insensatezza cui ormai sono relegati i linguaggi della mondità telematica.

A proposito del linguaggio della tua poesia, mi viene in mente quanto asserisce Giorgio Agamben quando ci parla del linguaggio poetico di oggi che non può che essere, a suo avviso, che un linguaggio «musaicamente non accordato», un linguaggio disseminato di interruzioni, di lapsus, di deviazioni, di referti di decessi di significati già avvenuti; un linguaggio fatto per le comunicazioni di breve gittata, un linguaggio di ponti interrotti e di segmenti non significativi. Con questo linguaggio non sarà più possibile mettere in piedi un qualsiasi linguaggio poetico significativo dal senso compiuto come è avvenuto per la poesia della «nobile» tradizione, non sarà possibile comunicare alcunché di comunicabile in assoluto. Ecco le ragione per cui il «polittico» è la sola casa dell’essere linguistico, la sola casa oggi possibile e abitabile, e dovremo accostumarci all’idea di dover dimorare sotto i cornicioni pericolanti di questo edificio malmesso e terremotato. Non abbiamo altra scelta che dimorare in questa mondità infirmata.

L’oblio della memoria, che tanta parte della nuova poesia occupa, è l’altro modo con cui si rende manifesto l’oblio della verità, il velamento con il quale la verità viene esposta nel linguaggio come sua custodia, una esposizione che sa di intemperie e di precarietà.

Intorno alla nozione di «verità» può essere utile quanto scrive

Massimo Donà

«tanto per Heidegger quanto per Severino, a rendere possibile l’alienazione e il nichilismo è la stessa verità; ovvero la sua contraddizione intrinseca (la contraddizione C per Severino e l’ambivalenza di un essere che appare sempre e solamente nell’ente e come ente), ovvero, la sua costitutiva ambivalenza o doppiezza. Perciò, di fatto, tanto Heidegger quanto Severino finiscono per perpetuare quell’antichissima idea (risalente a Platone, ma ancora più chiaramente a Plotino, ma forse già ad Eraclito e ad Anassimandro), costitutivamente metafisica, secondo cui l’essenziale, da ultimo, avrebbe a che fare con una sorta di misteriosa ed indecifrabile “identità” che tutte le parole continuano indefesse a distinguere e
differire. Ma che, in quanto avvolta dalle differenze che la indicano, non si presenta mai al di fuori della differenza».

Giorgio Linguaglossa
20 giugno 2019 alle 14:11

Penso che pensare ad una «nuova poesia» implichi pensare una nuova metafisica, una nuova metafisica poetica. Nuove iconostasi, nuovi iconosimboli, nuove icone, nuova sintassi, nuovo lessico, nuova metrica, nuovo pentagramma sonoro…
Insomma, pensare un nuovo modo di indagare il modo d’essere poetico dell’ente nel nuovo mondo tecnologico. Pensare un nuovo modo di poetare fondato sulla differenza problematologica tra l’essere e il nulla. Pensare secondo una ontologia positiva, significa pensare un poetare che ponga stabile dimora in un positivo significare, che altro non è che un negativo significare.
Non so se la verità possa esser «salvata», sono portato a pensare che essa si salverà da sé o non si salverà affatto, ma non per via dell’intervento salvifico dell’ente, quanto per il non-intervento di alcun ente…

Friedrich-Wilhelm von Herrmann

“Il 1929, anno della stesura del Kantbuch e della celebre Prolusione universitaria, è decisivo per comprendere come per Heidegger la filosofia sia nella sua essenza una metafisica: il filosofare viene inteso in questi testi come l’attuazione esplicita di quel trascendere dell’ente verso l’essere che costituisce per il filosofo di Messkirch la metafisica implicita in ogni esserci. Con il cambiamento di paradigma dell’ontologia, dall’essere all’evento, appare l’idea spesso fraintesa del superamento (Uberwindung) della metafisica. Ciò non significa però, nelle intenzioni di Heidegger, una negazione delle filosofie tramandate, ma il loro ripensamento attraverso la radicalizzazione del domandare, volto ora a sondare la verità dell’Essere. Se è vero che il pensiero heideggeriano dell’Essere abbandona la prospettiva trascendentale-orizzontale, questo non deve essere inteso come una rinuncia all’idea di metafisica.

Nel corso su Hölderlin del 1934-35 Heidegger parla, infatti, esplicitamente di un’altra metafisica, che si configura come altra rispetto a quella del passato, in quanto non più impostata sull’idea dell’essere come qualcosa di trascendente oltre l’ente, ma sulla «differenza ontologica tra l’Essere e l’ente», il quale può divenire il luogo del salvataggio della verità.
L’essere dell’ente che viene alla presenza è un processo che conduce dal nascondimento al non-nascondimento; e poiché ciò non può significare, per Heidegger, il mostrarsi e l’assentarsi dell’eterno, né può significare che tale processo sia il farsi innanzi e l’assentarsi di ciò che, essendo, può incominciare ad apparire e cessare di apparire (perché in al caso l’essere di ciò-che-è non significherebbe lo stesso che il suo apparire, ma il suo essere un non-niente che può apparire e scomparire), ne segue che il venire alla presenza e l’uscire dalla presenza è, insieme, il passare dal niente all’essere e viceversa.1 Se in Heidegger si può riscontrare un considerare l’elaborazione dei problemi ontici (innanzitutto, l’esserci o il non esserci di Dio) come una possibilità, vi è pure, soprattutto nello Heidegger della maturità, un altro versante che conduce verso la dissoluzione del tradizionale carattere epistemico (stabile) dell’essere.

Scrive Severino: «L’essere-Ereignis non è più fondamento dell’ente, ma […] quel lasciarlo essere, ovvero quel vuoto che consente all’ente di divenire […] è il vuoto, in cui consiste l’apparire, a rendere possibile il vuoto in cui consiste il non-essere e secondo cui si struttura il divenire cioè il senso fondamentale che l’Occidente ha assegnato al divenire».2 Come gli atomisti, per salvare l’evidente divenire di ogni ente, pongono la necessità del vuoto, così questo Heidegger […] nega l’essere epistemico […] perché se esso fosse, non potrebbe esserci quel vuoto, quel nulla che consente agli enti di divenire. Si tratta di uno Heidegger che procede nella direzione segnata dal principio che sottende l’intero arco del pensiero occidentale, per cui l’essere è un accidente dell’essenza, qualcosa che fa composizione con essa trattenendola provvisoriamente nell’esistenza. Ed ecco che la stessa luce dell’essere, di cui egli parla, si presta ad essere considerata come separabile dall’ente che appare: «L’essere si sottrae in se stesso mentre si scopre nell’ente»3. Ebbene, questa luce dell’essere presenta ancora analogie col lume dell’intelletto della tradizione metafisica. Fermo restando che, per Heidegger, l’essere è tempo, e che l’essere primo del tempo (e dell’essere) non implica che esso sia l’ente supremo, e neppure che sia sempre, che sia eterno, ciò non toglie che questo essere si configuri come la stessa condizione ontologica dell’attualità del pensiero: sottraendosi, lasciando vuoto il campo, fa essere il divenir altro in cui consiste, sorgendo dal proprio nulla, l’apparire degli enti.”*

1 E. Severino, Immortalità e destino, Rizzoli, Milano 2006, p. 169
2 M. Heidegger, La questione della tecnica, in Saggi e discorsi, Mursia, Milano 1976, p. 19.
Dal che appare che, in effetti, Heidegger continua ad intendere la produzione nel senso stabilito da Platone, ossia come ciò che fa passare una qualsiasi cosa dal niente all’essere (Convivium, 205 b-c). Inoltre, anche Heidegger è costretto a pensare che l’essere non è [= non significa] l’apparire […] perché […] non si esclude semplicemente che al di fuori dell’apparire l’essente appaia, ma si esclude anche che sia, che sia un non niente (E. Severino,La filosofia futura, cit., pp. 309-311).
3 M. Heidegger, Il detto di Anassimandro, in ID., Sentieri interrotti, La Nuova Italia, Firenze 1968, p. 314.
Cfr. 28 anche E. Severino, Dike, Adelphi, Milano 2015. Parte prima. M. Heidegger, I problemi fondamentali della fenomenologia, cit., p. 312.

* https://www.academia.edu/login?post_login_redirect_url=https%3A%2F%2Fwww.academia.edu%2Ft%2FbRAwf-NaDbYFF-6y995%2Fresource%2Fwork%2F39632652%2F_57-60_in_Heidegger_nel_pensiero_di_Severino_%3Femail_work_card%3Dtitle

Gino Rago
20 giugno 2019 alle 16:56

Al centro del monologo di Todorov, al quale Giorgio Linguaglossa rende l’onore delle armi collocandolo ad apertura della pagina odierna de L’Ombra delle Parole, onorando indirettamente anche il mio lavoro di ricerca di pensieri forti sul ‘900, si trova l’espressione “autori dell’umanesimo critico”, vale a dire autori come Primo Levi e come Vasilij Grossman che dallo SPAVENTO non sono passati alla PARALISI: cioè, non hanno fatto marcire il pensiero, nel Novecento.
E se il pensiero marcisce, meglio (peggio), e se anche il pensiero marcisce…?
Provo a far dare una risposta a Manlio Sgalambro.

Manlio Sgalambro (stesura in distici della redazione)
(Marcisce anche il pensiero)

Nota di passaggio

Io vivo alla fine dell’impero romano
In un giardino di ciliegie che sprizzano

il loro succo sulla mia faccia slavata.
Perfido Stilicone, barbaro multiforme,

i monaci cantano il Vespro nel tempio di Giove.
Intonano i cori The Declin and Fall.

Dolce Sole di Emesa, Elagabalo,
a quattordici anni Imperatone di Roma

come ti invidio e ti onoro.
Celebravi pietanze invece di battaglie

per questo ti aborriscono gli storici.
Confondevi l’ordine dei climi

e facevi ministri mimi e ballerini.
Onoro imperatori neghittosi e feroci.

Che importa la nobile indole di Tito,
se con Commodo regna ovunque la pace?

Vaga per i mari come putrida barca
l’Impero, e io mi diletto a un verso

di Nerone.

Svicolo per viuzze, zaffate di profumi
e fetidi unguenti, mentre leggo

The Anatomy of urines di James Hart
assieme al Vangelo secondo San Matteo.

Un Catalepton liber occidentale
e la Dialectica di Garlando Computista.

Mi beo di sulfuree intese con i pianeti
e in un istante attraverso l’orbita

dei cieli. Odo un canto di Saffo all’orizzonte.
Che gioia, ricomincio, ritorno, mi assottiglio.

Sono spirito puro. Tigre mi risveglio.
Muffe, odori eziologici purificati da lirici

antropoidi e violini tzigani. A tre passi
la demenza avanza.

Francesco Paolo Intini
20 giugno 2019 alle 20:38

Assoluto Nulla

Gli orologi smisero di misurare il tempo.
la scimmia, il caso si eccitarono di altezze.

I neutroni della prassi sparati contro il plutonio
liberarono gas esilarante.

Tuttavia le rivoluzioni-Robespierre riebbe la sua testa-
furono incapaci di creare un elettrone.

Del giro attorno al nucleo rimase una lacrima vuota.
L’alienazione divenne oro del paradiso.

Pianse Schrödinger
il violino senza corde.

Lenin, giocatore di scacchi, balzò fuori del suo balsamo.
Nessun assoluto nulla.

Lucio Mayoor Tosi
21 giugno 2019 alle 15:30

Dedico a Mario M. Gabriele e al suo polittico in questa pagina:

Nel campo visivo, i polittici di Mario Gabriele si presentano per la categoria a “distico chiuso”: formazione batterica in riarmo, composta per lo più da reduci della Grande narrazione – ora capaci di perdersi in un fiore, tra le scarpe e il Carrefour. L’ambivalente perfidia.
Se ci si apposta sulla mezza poesia, poi dovrebbe essere facile. Disse soddisfatto. – Ricordi, Mario, Il bel tramonto di mezza poesia? Quel finire di coccinelle dopo la devastazione. “Spettro di demenza. E spettro di martirio”. Come scrivono le trottole. Senza una nuvola.

Il distico chiuso e la narrazione. L’importanza del “fil rouge”. Come accorpare una serie di distici. E perché li si dovrebbe accorpare. Maschi con femmine, nello stato di diritto. Il ponte delle sorprese e altre attività… – Vedi, caro Mario? Ormai sto tra le buche.
Il fantasma della narrazione logistica. Il senso e le vie di fuga. Lo scaccomatto. Perdersi in un barile. Dire NO alle streghe mandanti. Non dire bugie. Dirle bene.

Lucio Mayoor Tosi
21 giugno 2019 alle 17:57

Mi sono appuntato questi versi, alcuni decisivi sulla memoria:

“Mi perdoni, Signora Swanson! // Non volevo toglierle il clip dalla memoria”… “La memoria è un ammasso di rottami”… “Milena scrive da Harvard: // -neanche qui abbiamo trovato Nonna Eliodora-… E questa, che per le icone fa pensare a Giorgio Linguaglossa: “Caro Signor Bernard, spero di essere stato chiaro. // La sirenetta di Copenaghen è una donna di incontri e reviews.

Infine: “E’ stato un lavoro delicato,da peritropé, // con aghi e fil rouge”.
Nella terza parte del polittico si dà tutto in comicità: “A Frankfurt am Main ci siamo fermati // a comprare le affinità elettive nello Skyline”…. “E’ destino che non ci si incontri mai. // Eppure oggi c’è il cambio di stagione!” … e commedia: “-Mister Gruman- disse un bodyguard,- la folla è alle porte!-. // E Gelinda dal balcone che gridava:- dillo a me il tuo peccato-.”
Non si finirebbe più. Solo non capisco perché qualcuno dovrebbe avere l’impudicizia di voler risalire alla ”Personalità dell’autore”. O certo, avrò saltato qualche buona lettura.

9 commenti

Archiviato in critica dell'estetica, critica della poesia, nuova ontologia estetica, Senza categoria

9 risposte a “La Poesia Polittico di Mario M. Gabriele, Francesco Paolo Intini, Mario Sgalambro, Commenti di Lucio Mayoor Tosi, Giorgio Linguaglossa, Gino Rago, Massimo Donà, Friedrich-Wilhelm von Herrmann

  1. Giorgio Linguaglossa

    Penso che per fare poesia polittico occorra aver abbandonato alle ortiche l’io plenipotenziario e essersi inoltrato in quel continente che possiamo chiamare del ghiacciaio fuso dal riscaldamento globale. Quel ghiacciaio era un tempo lontano l’io, adesso è una miriade di spezzoni di ghiaccio, di frantumi e di zattere di ghiacci, di schegge di ghiacci.

    Mario Gabriele è stato il primo poeta italiano che io conosca che si sia inoltrato in questo continente alla deriva di ghiacci in rottamazione… E adesso noi lo seguiamo un po’ tutti, alla spicciolata, ciascuno abbarbicato al proprio spezzone di ghiaccio galleggiante.

    Gabriele ha il suo modo di interpretare il «distico chiuso» (definizione di Lucio Mayoor Tosi), ma non è affatto detto che gli altri ricercatori non possano optare per il «distico aperto»; in fin dei conti la chiusura o l’apertura è soltanto una questione di punto di vista e di metodo, una scelta individuale. Quello che distingue un autore dall’altro sono le icone, le immagini, i personaggi di ciascuno, le peritropè… il grado di crioconservazione dei singoli linguaggi adottati.
    Il linguaggio poetico è un incontro. Il suo luogo preferito è il bar, le stazioni di servizio, i corridoi, la chiacchiera del mondo telematico e post-storico…

    • Mario Gabriele

      Stiamo lavorando alla Nuova Ontologia Estetica, come ad una specie di catena di montaggio, dove i pezzi passano sul nastro per completare alla fine il prodotto.commerciale. Si deve a Giorgio Linguaglossa se ha proposto la forma del distico, il frammento, la pèritrope, il polittico, con un incrocio di prodotti estetici antigerarchici, in una sorta di joint venture per determinare un determinato progetto senza il quale, e con le segnaletiche indicate, non sarebbe stato facile puntare ad una neosperimentazione formale e strutturale del distico.A proposito del quale Giorgio ipotizza anche quello di tipo aperto, già suggerito da Lucio Tosy.

      La forma chiusa mi risulta facile perchè apre e chiude un fatto, un evento, una storia,E’ come se prendessi da un bloc notes gli appunti inserendoli in un contesto strofico incapace di contenerne altri in forma narrativa. per non riesumare le terzine e le quartine.

      Ovviamente, non è da considerare una regola fissa, se il discorso ammette tale eccezione, ma solo una pausa e non un allineamento forzoso. Se osserviamo la Parola Plurale, qui di plurale c’è solo l’esibizione di testi come stile culturale, sulla stessa piattaforma dell’Antologia di Mengaldo, ma nessun distico.

      Questo carattere magmatico e fluido del distico, può plasticizzare la poesia, centrifugarla fino a renderla liquida, ma diventa alla fine, elettronica e cinetica,tutte le volte che ci apprestiamo a eseguirla.

      La poesia può conoscere inizio e fine se ben strutturata nelle fasi formative.Il disturbo, se mai lo dovessero avvertire, lo percepiscono solo chi ha una carta di identità poetica scaduta, per cui rinnovarla, significherebbe immettersi su altre autostrade con nuovi crossover.

  2. Giorgio Linguaglossa

    Con il ribaltamento della ontologia basata sul pensiero dell’Essere stabile alla ontologia metastabile di oggi, assistiamo a un corrispondente mutamento di paradigma: dalla rappresentazione alla meta rappresentazione. Tutta l’arte più evoluta di questi ultimi anni è avviata verso una rappresentazione multiprospettica del reale. Il reale (leggi ontologia) è ciò che si dice. Questo semplicissimo assunto cambia alla radice il concetto di rappresentazione delle arti odierne. Chi non trae le conseguenze da questo assunto non potrà che continuare a girare intorno ad una ontologia e una fenomenologia estetica del paleolitico superiore…
    Un poeta come Mario Gabriele è, in questa accezione filosofica, un rivoluzionario, compie una rivoluzione prospettica.

  3. giorgio stella

    la rettorica di Michelstaedter se così si scrive, nn x assonananza, mi pare l’unico carattere formale che si possa avvicicinare al nostro detto sopra. in effetti il ‘distico chiuso’ è consegnato all’emergenza di consegna… questo poeta davvero ha cambiato pure segno zodiacale per arrivare a tanto e lo ringrazio.

  4. Giorgio Linguaglossa

    Gli oggetti nel mondo come anche in poesia si danno sempre in «configurazioni». Nella poesia di Mario Gabriele c’è una intensificazione delle oggettità. Possiamo dire così: tanto più oggettità ci sono, tanto meno è presente l’io. C’è un rapporto inversamente proporzionale tra i due attanti, e questo è chiaramente visibile nella poesia gabrielana che è, ripeto, la più innovativa della poesia italiana di oggi (non parlo di poesia bella o brutta, queste categorie ingenue e soporifere le lascio a chi le usa).
    Occorre ripartire da qui, da una corretta (filosoficamente) impostazione categoriale della questione degli oggetti e delle oggettità.

    Scrive Wittgenstein a proposito della configurazione di oggetti:

    «Non è il fotogramma che sta passando davanti all’obiettivo del proiettore – in contrapposizione dei fotogrammi che lo precedono e lo seguono, che sono già stati o non sono ancora in quella posizione; è invece l’immagine sullo schermo, che a torto si chiamerebbe presente, poiché in questo caso “presente” non viene usato per distinguere da “passato” e “futuro”».

    Qualcuno potrebbe obiettare, scrive Wittgenstein, che solo «l’esperienza dell’attimo presente è reale»; e risponde: «a differenza di che cosa?».

    Scrive Massimo Donà:

    «È dunque sempre e solamente l‘oggetto ad apparire; questo, ciò che si deve dire, alla luce delle inequivocabili argomentazioni wittgensteiniane. L’oggetto… ossia la sua inalterabile questità, la cui forma (o ‘essenza’), solamente, chiama in causa positivo-e-negativo, e dunque l’intrinseca possibilità (o negatività) costitutiva di ogni esistente (di ogni positivo).
    Ma, appunto, “ciò che appartiene all’essenza del mondo, il linguaggio non lo può esprimere” – potendo quest’ultimo esprimere solo l’effettiva sostanzialità, costituita appunto dagli oggetti (ché gli oggetti formano la sostanza del mondo”). Ossia da ciò che è sempre ‘forma’ e ‘contenuto’, senza perciò mostrarsi come ‘composto’ (che per W., come abbiamo visto, l’oggetto è ineludibilmente semplice)
    […]
    «”A chi veda chiaro e manifesto – fa notare W. – che una proposizione come ‘Quest’orologio è posto sul tavolo’ contiene una gran quantità d’indeterminatezza, quantunque esteriormente la sua forma appaia affatto chiara e semplice. Noi dunque vediamo che queste semplicità è solo costruita”. Di ogni oggetto, infatti, noi determiniamo solo l’indeterminatezza – la stessa che dice appunto la semplicità della propria articolazione; ossia la sua paradossalità intrinseca. Mostrando con ciò, il suo non potersi determinatamente distinguere da altro».1

    1 M. Donà L’aporia del fondamento, Mimesis, Milano, 2008, pp. 488-9

  5. IN COORDINATE CASUALI

    X-La storia del non più e dell’atteso
    Incandescenze di Krakatoa.

    Il nocciolo dell’Io
    durato l’ora di libertà.

    D’altro canto un crotalo
    barre d’uranio

    e l’ espansione del gas
    discesa delle barre nel leone.

    Palazzi di gomma, plastica il cemento

    sintesi di bambini biondo grano
    Chernobyl.

    Foucault al giroscopio e Tyson all’orecchio
    il test fondamentale:

    Il male del lavoro dispersione del bene
    Stavrogin, Francesco d’Assisi

    uguale a zero. formula di Poincarè,
    naturalmente.

    ***
    Y-[STATO DELL’ARTE]

    Vecchio leone, scalfito negli artigli, senza barba
    la criniera cenere.

    Bologna, sala d’attesa
    l’agitazione del destino imminente.

    Corto 1974
    riccio di castagna o brace, 2019

    Ancora un esperimento, Nicolò
    sulle esplosioni e sul tritolo.

    Il genio dei cuochi
    ritorno delle schegge.

    Una ad una dalle ferite, dagli uccisi, dalle piazze
    impasto di chiodi e olio d’oliva.

    Il Cristo senza luce, dunque
    sigillato dai binari.

    Via di fuga: scalini non attivi.
    Cucina d’Italia il cuore nell’Appennino.

    L’esercito cosacco sepolto per intero
    cortei d’argilla a grandezza d’uomo.

    Nitriti e comandi nella notte, marmo nelle fessure
    mandate della luna( Étant donnés).

    Nessun allarme
    odore di minestra.

    ***
    Z-[IL MARA]
    In riga i mostri, gli imbonitori del tempo
    Altri in fuga

    Oltre Lorca l’operaio ignoto senza New York
    Il mai premiato allo Strega, senza volto.

    Viaggio e paradiso al seguito di Gassman
    In curva la potenza, il sorpasso di sorpresa

    Giugno 2019 uguale 1962 nessun nucleo di ferro
    Al centro della terra, sbandati nella meta o solo Roma

    lolli invendibile, Piazza Fontana
    Treno Italicus, pugni stretti nelle tasche

    Due colombi sulle inferriate
    Un viceministro, vicerè, vice di che?

    E fuoco nelle arterie
    Di formiche e tarli BCE

    Lolli morto, sax sulla bara
    L’aplomb improvviso

    Domande inevase,
    dieci bare, dieci

    e questo giorno
    pelle di giaguaro sulle spalle

    lungo il muro un gatto robot
    muscoli di Leonardo su lucertola

    “esercizio chiuso”
    operazione a cuore aperto

    sfilata di gnu per le vie di Bari, Mara in piena
    e banche spalancate, asce nei denti

    ***
    T- Quelli che si consumarono nelle corriere
    Perché erano candele e colava cera dai costati

    I suonatori di oboe che scesero disordinatamente
    Dai predellini e non s’impressionarono del corifeo.

    Il corno annunciò:
    piove grandine nera su Tebe.

    Amianto protegge il mucchio di note più avanti
    Uno stato avanzato del tumore agli occhi.

    Non è abbastanza filosofico dissertare
    su male e calore.

    Gli abiti che rigettarono il dovere di vestire sono reali
    anche le api lo erano e l’istinto di decapitare Maria Antonietta.

    Il coro che paventava il punto critico conosceva
    la termodinamica

    l’inizio delle storie fu posto
    in un ambito estremamente probabile

    il cielo morì perché un aereo gli tagliò la femorale
    e grumi di sangue si riversarono sull’arena

    estranei all’osso, alla risalita
    schiacciati in un’orma di zoccolo.

    (Francesco Paolo Intini)

  6. “Per meglio coordinare quanto esposto, una eventuale trascrizione dei miei 3 polittici, farebbero da guida al lettore, a meno che tu non abbia altri progetti di connessione. Cordialmente, Mario”.

    La finalità del polittico è dichiarata. E si tratta di ulteriore passo in avanti rispetto al frammento per come lo abbiamo inteso fino a, mi pare, non più di due anni fa. Venne il distico (Linguaglossa) e si teorizzò la disfania (Steven Grieco).
    Già nel 2017, sul suo blog – http://mariomgabriele.altervista.org – Mario pubblicò “un ventaglio di esempi relativi al frammento tratti dalla raccolta In viaggio con Godot, snervandoli dalla struttura principale”.
    Operazione analoga è quella di oggi, con la differenza che si dà nella misura del distico una diversa interpretazione; del frammento, per come lo si era inteso con Transtroemer, o nel discorso “fratturato” di De Palchi.
    Sulla stessa linea mi ero mosso anch’io con i 36 distici, pubblicati su L’ombra delle parole, due mesi fa.
    Quel che mi sorprende, e mi dà da pensare, è che malgrado le ristrettezze (la misura del distico non lascia scampo a descrizioni a tutto tondo), sia ancora e soprattutto il frammento, a garantire agio e libertà. Da qui la freschezza dell’innovazione.

    • Giorgio Linguaglossa

      il fatto è che se si accetta in toto un certo tipo di poesia che prende lo spunto dalla «superficie» della comunicazione mediatica, si fabbricano quelle che Maurizio Ferraris chiama le «postverità» o, più esattamente, le «ipoverità», secondo i cui assunti «non esistono fatti ma solo interpretazioni», cioè che assume come incontrovertibile che le parole siano libere rispetto alle cose. Partendo da questo assunto si va a finire dritti in un «liberalismo ontologico poco impegnativo».1

      Questo tipo di impostazione finisce necessariamente in quella che il filosofo Ferraris chiama «dipendenza rappresentazionale», ovvero «ipoverità», verità di secondo ordine, verità di seconda rappresentazione. Di questo passo si finisce dritti nell’«addio alla verità».2 La poesia magrelliana, comprendendo in questa categoria tutti gli epigoni e gli imitatori del loro capostipite, soccombe ad una visione non veritativa del discorso poetico il quale non corrisponderebbe più ad un valore veritativo (il «discorso sullo statuto di verità del discorso poetico») ma ad un discorso liberato da qualsiasi contenuto veritativo in nome di una liberalizzazione della ontologia che diventa, di fatto, una epistemologia. Con la scomparsa della ontologia estetica nell’epistemologia si celebra anche il decesso di un discorso poetico che voglia conservare un valore veritativo critico.

      La poesia magrelliana riassume questo percorso di una parte della cultura poetica del secondo novecento approdando ad una pratica di non verità del discorso poetico, ed esattamente, al concetto di «ipoverità» della poesia.

      Scrive Maurizio Ferraris: «Così, la postverità (potremmo dire la “post verità”, la verità che si posta) è diventata la massima produzione dell’Occidente. Quando si dice che oggi si producono balle in quantità industriale, la frase fatta nasconde una verità profonda: davvero la produzione di bugie ha preso il posto delle merci».3]

      Il principio fondamentale di questo realismo post-veritativo è: la forma-poesia come produzione di ipoverità, di iperverità e di post-verità.

      La poesia di Mario Gabriele opera una peritropè della ipoverità, la adotta, e la ribalta nel suo contrario, mette in naftalina i frasari delle ipoverità dell’evo mediaatico, mostrandone la intima vacuità, mostrando quanto i frasari della superficie della comunicazione siano non-significanti, neutri, asessuati. Gabriele dunque adotta il realismo post-veritativo e ne fa una forma-poesia, adotta la diafania dei frasari post-veritativi mostrandone il vuoto sotto vetro che aleggia intorno ad ogni frase ipoveritativa e celebrativa. Lì non c’è nulla da capire, nulla da segnalare… tutti quei messaggi comunicazionali sono finzione, sono messi alla berlina della loro intima insignificanza. Il punto è che Gabriele, al contrario degli autori ipoveritativi che della ipoverità ne fanno un sistema, adotta le ipoverità per mostrarne il loro involucro vuoto, assolutamente vuoto di significati. La «nuda vita» di Agamben qui dà luogo alla «nuda verità». E questo è lo statuto di verità del discorso poetico gabrielano: il suo tendere al sotto-zero delle parole raffreddate e ibernate. E questo è quanto.

      Anche nella poesia di Milaure Colasson abbiamo in opera un procedimento analogo: la scomparsa quasi totale dei verbi implica la scomparsa totale dell’io plenipotenziario, con il che le onoma risultano galleggiare sulla superficie di un tessuto grammaticale alleggerito. L’assenza dei verbi è la spia segnaletica di questa situazione ontologica, della ontologia del linguaggio: la assenza di azione verbale, significa assenza di azione sulle cose, e infatti le cose risultano galleggiare in uno spazio di albume d’uovo, incolori e inodori, si assiste a quella scomparsa del «destino» in termini severiniani, secondo cui le cose si danno nella loro datità prive di possibilità di uso proficuo, sono uscite fuori dal valore di scambio e dal valore d’uso. Le cose non sono più cose. Sono state deprivate di essenza in quanto deprivate della possibilità di un loro uso umano.
      Siamo qui in presenza della scomparsa della «manifestatività scandalosa del vero». Anche nella sua pittura semi astratta, gli oggetti sono dispariti, e in particolare il libro, l’oggetto che ha assicurato la trasmissione e la diffusione dell’umanesimo europeo. Ciò che resta sono degli spigoli, delle semi superfici illuminate malamente che nuotano in un fondo tinta lucido, monotonale, uniforme, un fondo tinta neutro, quello liofilizzato dalla comunicazione medialmediatica che si presenta come fondo-sfondo, o come sfondo-fondo, come fondale neutro e cieco, dove le cose che un tempo galleggiavano sono disparite e delle quali rimangono dei semi profili, degli spigoli, degli stipiti malamente illuminati da una luce che si profila e si prolunga inutilmente di contro allo sfondo-fondo tonalmente lucidato a dovere, quasi fosse un relitto kantiano quel dovere di lucidare lo sfondo-fondo dove le cose sono state inghiottite.

      1] M. Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino, 2017, p. 122
      2] Ibidem
      3] Ibidem p. 115,116

  7. Invito alla lettura
    di

    Manlio Sgalambro, La morte del sole, Adelphi

    RISVOLTO DI COPERTINA

    In questo libro parla un filosofo di cui non sapremo fino all’ultimo a quale scuola appartenga. Ma subito percepiamo il suo timbro: è un pensiero che ci offre il suo stile prima ancora dei suoi concetti. Vagando fra gli imponenti relitti della storia della filosofia, Sgalambro risale alla celebrata conversione del «vero» nel «certo», che si compie con Descartes – e, con freddezza protocollare, riconosce nei passi successivi la graduale cancellazione dell’«unilateralità scandalosa del vero».

    Insieme al «vero», nel suo baldanzoso avanzare, la filosofia progressiva tendeva a sbarazzarsi del «mondo», in quanto origine di quel terrore da cui la filosofia era nata e che ormai la macchiava soltanto.

    La transizione dall’illuminismo all’idealismo appare allora come il passaggio da un tentativo di guardare il mondo senza terrore a una risoluzione di abolire il mondo stesso, mentre il terrore intanto continua a crescere. La «prassi» infatti – ora adorata come un tempo l’Uno – non riesce a nascondere la visione che, a poco a poco, la scienza svela: quella dell’universo disincantato come di un immane mostro, acefalo e caotico, avvicinabile soltanto nell’ostile linguaggio dei numeri.

    Da allora, scrive Sgalambro, il «lutto matematico» avvolge le cose.
    Così si sviluppa, nella seconda metà dell’Ottocento, l’ossessione della «morte del sole», condannato dalla termodinamica, «spietata erede dei problemi della ‘salvezza’». La morte termica prende il posto dell’eschaton redentore. Il fantasma del sole in agonia si avventa da un futuro cosmico sul secolo della civiltà trionfante e lo paralizza in un tableau vivant della catastrofe. Per Sgalambro, questo quadro diventa lo sfondo di un magistrale tentativo di morfologia della décadence. Il suo è un procedere per incursioni rapidissime, non solo fra le grandi ombre di Kant, di Spinoza, di Schopenhauer, «voce dell’ultima filosofia cosmologica dell’Occidente», ma in tutto il frastagliato terrain vague del moderno, dove troviamo – quali altrettanti guardiani della soglia – Poe e Proust, Warburg e Simmel, Benn e Spengler.

    Sulle loro pagine, come su una Vanitas ingombra di oggetti abbandonati e lucenti, si posa lo sguardo complice dell’allegorista saturnino. Mentre con asprezza, con staffilante sarcasmo, Sgalambro osserva il motore indefesso del nostro mondo, la macchina anonima di un «pensiero, che da quando è il più reale – in quanto fare, creare, produrre – non ha più realtà» e oggi assiste alla più desolata delle scene: non già alla deprecata «crisi dei valori», ma al loro squallido realizzarsi.

    A quel pensiero si contrappone, prima ancora che un pensiero avverso, un’altra percezione: quella del Roderick Usher di Poe, immagine di coloro
    «ai quali qualcosa di improvviso ha restituito il senso della realtà» e nell’indistinto fruscio della città mondiale odono l’eco del rumore originario:

    «La filosofia moderna ha inizio col dubbio, ma la filosofia eterna ha inizio col terrore».

    Proviamo insieme a ri-leggere, anche analiticamente, i versi di Sgalambro, ri-proposti in forma di distici (con indubbio guadagno semantoco-estetico-emotivo per i lettori) dall’amico Linguaglossa, soffermandoci sui 3 verbi-chiave del poetare, dell’arte di fare poesia: “creare, fare, produrre”.

    Manlio Sgalambro (stesura in distici della redazione)
    (Marcisce anche il pensiero)

    Nota di passaggio

    Io vivo alla fine dell’impero romano
    In un giardino di ciliegie che sprizzano

    il loro succo sulla mia faccia slavata.
    Perfido Stilicone, barbaro multiforme,

    i monaci cantano il Vespro nel tempio di Giove.
    Intonano i cori The Declin and Fall.

    Dolce Sole di Emesa, Elagabalo,
    a quattordici anni Imperatone di Roma

    come ti invidio e ti onoro.
    Celebravi pietanze invece di battaglie

    per questo ti aborriscono gli storici.
    Confondevi l’ordine dei climi

    e facevi ministri mimi e ballerini.
    Onoro imperatori neghittosi e feroci.

    Che importa la nobile indole di Tito,
    se con Commodo regna ovunque la pace?

    Vaga per i mari come putrida barca
    l’Impero, e io mi diletto a un verso

    di Nerone.

    Svicolo per viuzze, zaffate di profumi
    e fetidi unguenti, mentre leggo

    The Anatomy of urines di James Hart
    assieme al Vangelo secondo San Matteo.

    Un Catalepton liber occidentale
    e la Dialectica di Garlando Computista.

    Mi beo di sulfuree intese con i pianeti
    e in un istante attraverso l’orbita

    dei cieli. Odo un canto di Saffo all’orizzonte.
    Che gioia, ricomincio, ritorno, mi assottiglio.

    Sono spirito puro. Tigre mi risveglio.
    Muffe, odori eziologici purificati da lirici

    antropoidi e violini tzigani. A tre passi
    la demenza avanza

    (gino rago)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.