16 – 18 giugno 2019, Dialoghi e Commenti di Vari Autori sulle 4 Domande del 1996,  Poesie di Giuseppe Talìa, Marina Petrillo, Mauro Pierno, C’è una Domanda Fondamentale che muove la poiesis?, Che cosa salvare del ‘900? di Tzvetan Todorov

Gif Fellini

Gino Rago

Che cosa salvare del ‘900? Ho pensato di mettermi a camminare, per un breve tratto con Tzvetan Todorov per una storia delle idee su e di un secolo alla ricerca della

MEMORIA DEL MALE nella TENTAZIONE DEL BENE

“Mi ricordo del primo gennaio 1950: avevo undici anni, e poiché la data rappresentava già una cifra abbastanza tonda, mi domandavo con qualche inquietudine, seduto ai piedi di un albero di Natale che allora si chiamava albero di Capodanno, se avrei raggiunto quella data altrimenti più tonda che è il primo gennaio 2000. Era talmente lontano, mezzo secolo ancora da attendere! Sarei sicuramente morto prima. Ora ecco che un batter d’occhio più tardi quest’altra data è arrivata, e mi incita, come tutti, a pormi la domanda: che cosa bisogna conservare di questo secolo? Dico proprio secolo, anche se si cambia contemporaneamente di millennio: quest’ultimo non si lascia afferrare, l’altro sì.

Il «Times Literary Supplement», periodico letterario londinese, ci sollecita ogni anno a scegliere il «libro dell’anno»; alla fine del 1999 chiedevano anche il «libro del millennio». Ho giudicato la questione così futile che non ho mandato alcuna risposta. Il secolo, invece, produce senso: è la nostra vita più quella dei nostri genitori, tutt’al più dei nostri nonni. Un secolo è il tempo accessibile alla memoria degli individui.

Non sono uno «specialista» del ventesimo secolo, come può esserlo uno storico, un sociologo, un politologo, né voglio diventarlo adesso. I fatti, almeno nelle loro grandi linee, sono noti; oggi, come si dice, li si trova in tutti i buoni manuali. Ma i fatti in sé non rivelano il loro senso, che è ciò che m’interessa. Non vorrei sostituirmi agli storici, che già fanno bene il loro lavoro, ma riflettere sulla storia che essi stanno scrivendo. Il mio sguardo sul secolo è quello non di uno «specialista», ma del testimone interessato, dello scrittore che cerca di capire il proprio tempo. Il mio destino personale determina in parte il punto d’approccio che scelgo, e ciò in duplice modo: per le peripezie della mia esistenza e per la mia professione. In due parole: sono nato in Bulgaria e ho vissuto in questo paese fino al 1963, mentre era sottomesso al regime comunista; da allora abito in Francia. Per un altro lato, il mio lavoro professionale concerne i fatti della cultura, della morale, della politica, e pratico, più particolarmente, la storia delle idee. La scelta di ciò che vi è stato di più importante nel secolo, di ciò che quindi permette di costruirne il senso, dipende dalla vostra identità. Per un africano, per esempio, l’avvenimento politico decisivo è sicuramente il colonialismo, e poi la decolonizzazione. Anche per un europeo – e qui mi occuperò essenzialmente del ventesimo secolo europeo, facendo solo brevi incursioni negli altri continenti – la scelta è ampiamente aperta. Alcuni direbbero che l’avvenimento maggiore, sulla lunga durata, è ciò che è chiamato la «liberazione delle donne»: la loro entrata nella vita pubblica, la loro presa di controllo della fecondità (la pillola) e, al tempo stesso, l’estensione dei valori tradizionalmente «femminili», quelli del mondo privato, sulla vita dei due sessi. Altri privilegeranno la diminuzione drastica della mortalità infantile, l’allungamento della vita nei paesi occidentali, gli sconvolgimenti demografici. Altri ancora potrebbero pensare che il senso del secolo è deciso dalle grandi conquiste della tecnica: dominio dell’energia atomica, decifrazione del codice genetico, circolazione elettronica dell’informazione, televisione.

Sono d’accordo con gli uni e con gli altri, ma la mia esperienza personale non mi dà nessun chiarimento supplementare su questi temi; essa mi orienta piuttosto verso una scelta diversa. L’avvenimento centrale, per me, è la comparsa di un nuovo male, di un regime politico inedito, il totalitarismo, che, al suo apogeo, ha dominato buona parte del mondo; che oggi è scomparso in Europa, ma per nulla in altri continenti; e i cui strascichi restano presenti fra noi. Vorrei quindi interrogare qui, innanzitutto, le lezioni dello scontro fra il totalitarismo e il suo nemico, la democrazia.

Presentare il secolo come dominato dalla lotta fra queste due forze implica già una distinzione di valori che non tutti condividono. Il problema deriva dal fatto che l’Europa non ha conosciuto un totalitarismo ma due, il comunismo e il fascismo; che questi due movimenti si sono violentemente opposti, sul terreno dell’ideologia e poi sui campi di battaglia; che ora l’uno ora l’altro si sono visti avvicinare agli stati democratici. I tre raggruppamenti possibili fra questi regimi sono stati tutti praticati una volta o l’altra. In un primo tempo, i comunisti considerano insieme i loro nemici (tutti dei capitalisti!), le democrazie liberali e il fascismo distinguendosi come forma moderata e forma estrema del medesimo male. A metà degli anni Trenta, e più ancora durante la seconda guerra mondiale, la distinzione cambia: democratici e comunisti formano allora un’alleanza antifascista. Infine, qualche anno prima dello scoppio della guerra, e soprattutto dopo la sua fine, è stato proposto di considerare fascismo e comunismo come due sottospecie del medesimo genere, il totalitarismo, parola rivendicata all’inizio dai fascisti italiani. Tornerò più avanti sulle definizioni e sulle delimitazioni; ma è già chiaro, dall’articolazione globale che scelgo, che questa terza distinzione ai miei occhi è la più illuminante.

La scelta dell’avvenimento maggiore restringe sensibilmente il mio tema. Non solo mi limiterà per l’essenziale a un unico continente, il mio, ma il secolo stesso si abbrevia un po’: il suo periodo centrale va dal 1917 al 1991, anche se bisognerà risalire indietro e, per altro verso, interrogarsi sul suo ultimissimo decennio. Fatto più importante, mi limito a un solo avvenimento della vita pubblica, lasciando nell’ombra tutti gli altri, come vita privata, arti, scienze o tecniche. Ma la ricerca del senso ha sempre un prezzo: essa procede per scelta e messa in relazione – che avrebbero potuto essere altre. Il senso che credo di intravedere non esclude quello degli altri – vi si aggiunge, nel migliore dei casi. Il mio punto di partenza, la duplice affermazione secondo cui il totalitarismo è la grande innovazione politica del secolo e che esso è anche un male estremo, comporta già una prima conseguenza: bisogna rinunciare all’idea di un progresso continuo, al quale credevano alcuni grandi spiriti dei secoli passati. Il totalitarismo è una novità, ed è peggio di ciò che lo precedeva.

Ciò non prova affatto che l’umanità segua inesorabilmente una china discendente, ma solo che la direzione della storia non è sottomessa ad alcuna legge semplice né, forse, ad alcuna legge tout court. Lo scontro fra totalitarismo e democrazia, come quello fra le due varianti totalitarie, comunismo e nazismo, costituisce il primo tema della mia inchiesta. Il secondo ne deriva per il fatto stesso che questi avvenimenti appartengono per l’essenziale al passato e sopravvivono fra noi solo grazie alla memoria. Ora, quest’ultima non è affatto assimilabile a una registrazione meccanica di ciò che accade; essa ha forme e funzioni fra cui è obbligatorio scegliere, la sua istituzione conosce fasi che possono subire perturbazioni specifiche, essa può essere assunta da attori differenti e condurre ad atteggiamenti morali opposti.

La memoria è sempre e necessariamente una buona cosa, e l’oblio una maledizione assoluta? Il passato permette di capire meglio il presente o serve il più delle volte a nasconderlo? Le memorie del secolo saranno dunque, a loro volta, sottoposte a esame.

Infine, anche se si tratta innanzitutto di riflettere sul senso di questo avvenimento centrale, mi vedo obbligato a prendere conoscenza anche del passato più immediato, quello posteriore alla caduta del Muro di Berlino, per interrogarlo alla luce degli insegnamenti scaturiti dall’analisi precedente. Una volta vinto il totalitarismo, sarebbe sopravvenuto il regno del bene? O nuovi pericoli incombono sulle nostre democrazie liberali? L’esempio che scelgo qui è tratto dall’attualità recente, poiché si tratta della guerra in Iugoslavia e, più specificamente, degli avvenimenti nel Kosovo. Il passato totalitario, il modo in cui si perpetua nella memoria, infine le luci che getta sul presente formeranno dunque i tre tempi dell’inchiesta che segue.

Ho scelto di mescolare a questa riflessione sul bene e sul male politici del secolo un richiamo di alcuni destini individuali fortemente segnati dal totalitarismo, che tuttavia hanno saputo resistergli. Gli uomini e le donne di cui parlerò non sono del tutto diversi dagli altri. Non sono né eroi né santi, e neppure dei «giusti»; sono individui fallibili, come voi e me. Tuttavia hanno seguito tutti un itinerario drammatico; hanno tutti sofferto nella loro carne, e al tempo stesso hanno cercato di far passare il frutto della loro esperienza nei loro scritti. Costretti a vedere da vicino il male totalitario, si sono mostrati più lucidi della media e, grazie al loro talento come alla loro eloquenza, hanno saputo trasmetterci ciò che avevano imparato, senza tuttavia mai diventare dei perentori distributori di lezioni. Queste persone provengono da paesi diversi, Russia, Germania, Francia, Italia, e tuttavia qualcosa li accomuna. Da un autore all’altro (anche se ci sono sfumature) si ritrova lo stesso sentimento, quello di uno spavento che non conduce alla paralisi; e anche uno stesso pensiero, per il quale trovo una sola etichetta appropriata, quella di “umanesimo critico”. I ritratti di Vasilij Grossman e di Margarete Buber-Neumann, di David Rousset e di Primo Levi, di Romain Gary e di Germaine Tillion sono lì per aiutarci a non disperare.

Come ci si ricorderà un giorno di questo secolo? Sarà chiamato il secolo di Stalin e di Hitler? Sarebbe accordare ai tiranni un onore che non meritano: è inutile glorificare i malfattori. Gli si darà il nome degli scrittori e dei pensatori che erano da vivi i più influenti, che suscitavano più entusiasmo e controversia, quando a cose fatte ci si accorge che si sono quasi sempre ingannati nelle loro scelte e che hanno indotto in errore i milioni di lettori che li ammiravano? Sarebbe un peccato riprodurre nel presente gli errori del passato.

Per parte mia preferirei che si ricordassero, di questo cupo secolo, le figure luminose di alcuni individui dal destino drammatico, dalla lucidità impietosa, che hanno continuato malgrado tutto a credere che l’uomo merita di rimanere lo scopo dell’uomo.”

Alla fine della passeggiata saluto Todorov all’ombra di un pioppo tremulo e su sua richiesta lo lascio con sé stesso, anche per il suo desiderio di riprendere fiato. In me, un senso di leggerezza inconsueta al termine del monologo di Todorov per tutta la camminata: i dubbi sovrastano qualche sparuta anguilla di certezza. E mi sento più vivo. Nel dubbio mi ricarico. Fatte le debite proporzioni e stabilite le necessarie differenze, il dubbio è in me ed è nell’economia generale della mia vita ciò che Sciascia è stato per Camilleri, su ammissioni reiterate dello stesso Camilleri:

“Quando sento le mie batterie scariche leggo o ri-leggo Leonardo Sciascia…”

Giorgio Linguaglossa

cari Francesco Paolo Intini e amici e interlocutori,

non vi nascondo che all’epoca le risposte dei letterati a queste Quattro Domande [ndr leggi precedente post] furono, dal mio punto di vista fortemente insoddisfacenti e riduttive. A quel tempo, siamo nel 1996, cominciai a prendere coscienza che era pleonastico e anzi controproducente sollevare questioni o istanze che avrebbero potuto insospettire ed irritare le istituzioni stilistiche. Infatti, di lì a poco ricevetti una cartolina postale di Andrea Zanzotto il quale mi comunicava che «non sono interessato alla direzione presa dalla rivista» [ndr, il quadrimestrale di letteratura “Poiesis”, che a quell’epoca coordinavo]. Quello fu il suggello, l’imprimatur della sentenza: alle istituzioni stilistiche vigenti non interessava e (non interessa) che si mettano sul tappeto questioni «allotrie», e comunque, non formulate secondo le convenzioni chiesastiche della ortodossia culturale. Ne presi atto.

Sono passati 23 anni e la situazione di cultural lag non è cambiata, anzi, sembra peggiorata. il conformismo nazional-elitario delle istituzioni stilistiche ha raggiunto l’apice. E la riprova ne è che sull’articolo sulla poesia e la storia culturale di Mario Lunetta, nessuno dei suoi amici o estimatori ha sentito la necessità di scrivere un commento anche di due righe per ricordare le battaglie del poeta romano degli ultimi cinquanta anni, battaglie che si possono anche non condividere (e infatti il sottoscritto non condivideva affatto molte sue posizioni culturali e di poetica), ma il rispetto e la riconoscenza per un poeta intellettuale come Mario Lunetta dovrebbe essere fuori discussione anche da chi non la pensava come lui.

Penso che le 4 Domande del 1996 andavano al cuore delle questioni del fare poesia, ieri come oggi. L’Interrogazione fondamentale, di che cosa si tratta? Ma, esiste veramente?, o è una fandonia inventata da un poetucolo? Ecco, qui, proprio su questo punto ci si gioca il testimone del passaggio dalla generazione dei Fortini, dei Pasolini, dei Bigongiari, dei Sanguineti a quelle che hanno occupato le posizioni delle cosiddette istituzioni stilistiche. La caduta del tasso di intelligenza delle questioni teoriche e filosofiche presso le generazioni che sono seguite è stata perpendicolare e catastrofica. Gli autori educati ed edulcorati di oggi non sono in grado di dire niente di significativo sulla questione della Interrogazione fondamentale, non hanno né la competenza (non essendo poeti), né la cultura filosofica necessaria per affrontare un tale argomento.

Lucio Mayoor Tosi

L’accusa di «metempsicosi» si spiega solo in riferimento al fantasma, e ho idea che accada per il modo in cui talvolta viene esplicitato. Nelle poesie NOE vi sono esempi innumerevoli. Per questa e altre questioni d’accusa, il fatto è che sembra mancare il lettore creativo-attivo a cui queste poesie sono rivolte; un lettore capace di non prendere tutto alla lettera, al quale anche la categoria della metafora sia venuta a noia. Non ci si accorge dell’apertura che si crea grazie all’uso del frammento; che probabilmente viene inteso come ennesimo escamotage strutturalistico, mentre invece è l’esatto contrario, in quanto la “nuova” struttura serve esattamente a de-strutturare, creare varchi, consentire dissonanze altrimenti impossibili. Si dirà che ne va del “senso”, evidentemente. Già, come se il senso fosse un uccellino da tenere in gabbia…
In effetti, caro Giorgio, sembra un paradosso, quello di de-strutturare ricorrendo a una nuova, seppur labile e soggettiva, strutturazione. Ma questi sarebbero tecnicismi; e arrivo a dire che sembra un parlare da pittori (quello che tu dici del ciabattino), come faceva De Chirico quando recensiva una qualche mostra d’altri: l’impasto, la scelta del colore (tutto quel «bitume» in Caravaggio); epperò è necessario: più fisica che metafisica.

Mauro Pierno

L’agorà ha una fuga, un
cortocircuito riconoscibile. Un

gusto memorabile. Una cialda.
Un passo double che arricchisce

la sintassi, la pagina labile di un pensiero,
questo profumo di nocciola.

La gelateria noe
in fondo la trovi sempre all’ombra.

Giorgio Linguaglossa

A proposito della Domanda Fondamentale

È accaduto questo: due giorni fa, facendo pulizia tra montagne di carte e fotocopie, mi sono imbattuto in una bozza di poesia composta, credo, nel 1986-1987. Una bozza palesemente (dal mio punto di vista attuale) non riuscita, o parzialmente riuscita, ma che mi ha rivelato come già a quell’epoca tentavo di muovermi lungo una direzione di ricerca ancora a me ignota, verso, diciamo, una poesia «astratta», secondo la quale è scomparso l’io, o meglio, l’io c’è ma è un io che cogita dal e sul reale.

Ve la ripropongo perché penso sia interessante più per i limiti del tentativo che non per gli esiti riusciti. Penso che degli esiti riusciti ci siano, soprattutto perché il tentativo era agli inizi e a quell’epoca non possedevo gli strumenti stilistici e filosofici di oggi, della nuova ontologia estetica; da rimarcare che il tentativo è rimasto inedito, anzi, ho dimenticato lo scarabocchio tra le mie carte e lì è rimasto fino all’altro ieri.

Questa poesia mi ha dimostrato in modo inequivocabile che già allora ero alla ricerca di un mio immaginario (porte, finestre, imposte che sbattono, il tappeto, il tempo, la dama in maschera, il cicisbeo, etc.) e che tutte queste icone erano un tentativo di rispondere già allora ad una Domanda Fondamentale.

L’improvviso spalancarsi della finestra.
Lo sbattere delle imposte

Le tende scosse da un vento gelido che muove il pesante arazzo.
Un’onda lo ripercorre a ritroso contrando lo sviluppo dell’azione.

All’indietro è più chiaro lo svolgimento, gli snodi.
Se non fosse per la polvere del salotto

che sale a nugoli, per il tappeto sul pavimento,
per i refoli del tempo,

oggi non sarei qui dinanzi alla coda del pavone
che s’inarca, al cicisbeo che china la parrucca

sulla mano della dama in maschera
inghirlandata dal guardinfante,

al lacchè che scodinzola ai suoi piedi
nel meriggio polveroso.

L’unica libertà che mi sono preso riscrivendola è la riscrittura in distici che la rende più attuale, più NOE.

E allora, qualcuno mi domanderà: Qual è la Domanda Fondamentale che mi muoveva all’epoca.? Ecco, la risposta è che non lo so. Il poeta, l’artista si muove sempre in obbedienza alla immediatezza e alla incontraddittorietà dell’esperienza estetica e dell’apparire, e lo fa in modo inconscio. Non c’è niente da fare, non si può dire in altro modo se non che all’epoca andavo cercando il mio «immaginario»; sì, proprio come un pescatore getta le reti perché va cercando i suoi pesci, io avevo gettato la mia rete a mare perché andavo alla ricerca delle mie immagini, delle mie icone, che altro non sono che la traduzione in icone linguistiche di quella Domanda Fondamentale che premeva nel mio inconscio e che allora non conoscevo ma che oggi, a distanza di più di trenta anni mi appare chiarissimo.

In margine del foglio compariva questo appunto:

L’ambito estetico, o ciò che definiamo esperienza estetica non è affatto disgiunto dall’ambito di ciò che nominiamo «fisico», dalle sue proprietà chimiche e fisiche e quindi dalle matematiche che li interpretano. E ciò accade non perché gastronomia fa rima con astronomia (che pure non è privo di senso), quanto per ragioni molto più profonde.

L’arte è un modo di studiare e rappresentare la fisica delle cose, la relazione tra le cose, al pari della matematica, ma senza la finalità del dominio sulle cose che le matematiche hanno in sé. L’arte rappresenta le cose e le relazioni tra le cose ma senza alcun dominio su di esse.

Il fisico Jules Henri Poincaré era convinto che qualsiasi problema fisico potesse trovare una soluzione soltanto se si individuassero e si cercassero le matematiche adatte. «La fisica sperimentale – scriveva – è la sorgente unica di ogni nostra conoscenza. Essa non ci fa conoscere le cose, ma i rapporti fra le cose… il fisico matematico riveste poi questa sostanza con la forma, cioè con l’abito matematico che consente di verificare se il tipo di rapporto proposto dal fisico sperimentale sia effettivamente passibile del rigore richiesto dall’apparato matematico. La fisica sperimentale sta alla fisica matematica come il modello all’artista».

Francesco Paolo Intini

Caro Giorgio, nel 1996 non mi occupavo di poesia. Fu un periodo abbastanza lungo di mancanza di zolfo che iniziò sul finire dei 70 e doveva terminare solo un decennio fa. – Mi prendevo cura per vivere, come ora, della vita di altri elementi – Ad esplosione avvenuta, cominciai a muovere timidissimi passi di alieno con respiratore di gomma in acquitrini infidi, lasciando sassolini sul mio cammino per il ritorno sempre imminente. Quelle paludi che lasciavo di fanghi da cui trarre preziosi mi richiamavano, ero sempre l’ippopotamo fuori del suo elemento, l’impacciato cronico sotto il peso degli anni, quegli stessi dove la Poesia, a mia insaputa, invece si prendeva cura dei tanti narcisi sparsi per mari e monti per farli crescere e prosperare e creare infiniti specchi d’argento. Credo che l’istanza, già l’avessi nel momento dell’uscita solo che bisognava ripulirla del terreno del compiacimento altrui, del successo a tutti i costi, dell’emulazione, dell’adulazione ed infine della superbia propria dell’Io . Un bel giro insomma nel paradiso del conformismo per privarsi di un pensiero che santificasse l’abbondanza delle messi e la santa competizione. Tutt’oggi non so ancora se valga la pena stringere in un libro le mie fragili spighe d’orzo che perdono consistenza, man mano che diventa insistente la domanda se i tempi della poesia e della scienza siano conciliabili e se non lo sono perché insistere. Si tratta di un approccio probabilistico e non perentorio, definitivo e per sempre, alla questione fondamentale del trovarsi uomo in questa epoca affidandosi a pochi strumenti come il distico, il polittico, la cancellazione o quasi del verbo che viene dall’educazione a considerare il mondo estremamente più ricco dell’ io, mai riconducibile a concetto già fatto e pronto per essere incamerato ma pur sempre sfuggente e sorprendente. Ed in definitiva è il mondo stesso che chiama e soffia, nello scienziato attraverso la curiosità, nel poeta tramite l’ispirazione. Si tratta di formulare in poesia una nuova equazione che faccia uso di lettere e relazioni, una volta stabilito che lo zero è l’Io.

Lucio Mayoor Tosi

È bello, e sorprendente, quando alla luce di una nuova consapevolezza, d’improvviso appare il percorso (la domanda); non posta in avanti, ma che giunge a rischiarare quanto, per svariate ragioni, non potevamo allora comprendere. A me è successo in pittura, quando capii di aver trovato (sì, eureka!), e subito mi ricordai di alcune ricerche visive di quando avevo 18 anni. Era già tutto risolto, e non lo sapevo.

Giuseppe Talìa

Omofonie. Diremo quasi omografie. Tra tutte, quali ne scegli?
Dipende dal contesto: il miglio cerale è meglio di un miglio marino.

Il miglio si compra agevolmente (leggere provenienza, uso di
Pesticidi, muffe, confezione sottovuoto e la somma del tutto
Con la fatica e il sudore).

Un miglio marino, invece, è pari a 1852 metri, 1254 km corrispondono
A 779,1995 miglia. Tale la distanza tra la Libia e Lampedusa.

Giorgio Perlasca di vite ne salvò circa cinquemila, ebrei ungheresi.
Schindler ne salvò circa 1.100 dallo sterminio. La Mare Jonio appena

Poco più di settanta, e nel frattempo, settanta volte settanta sono
Annegati nel Cenotafio Nostrum. Il vascello fantasma della St. Louis

si aggira ancora tra i marosi con il suo carico di defunti, o Germanico,
Tacito percorre miglia e miglia proprio come sulle rive del Nilo.

Lucio Mayoor Tosi

Oltre lo steccato. Il nuovo paradigma, dove si arriva a dire senza dover dire, nemmeno in poetico. Aggiro la ragione e me ne servo. Come dire tutto con uno sguardo. E dei versi ricordi il loro gesto. Complimenti.

Giorgio Linguaglossa

Caro Giuseppe Talia,

mi piace questo tuo risultato, l’aver raggiunto le omofonie tra le sismografie dell’io, e lo hai raggiunto seguendo il tuo percorso, con le tue forze e il tuo talento. Sei un esploratore di sismogrammi. Riesci magnificamente quando cogli il primo insorgere dell’emergenza del reale, quella traumaticità che incombe sul soggetto parlante. È lì, in quel punto che si apre una faglia, la faglia che indica il vuoto originario dal quale tutti proveniamo, il vuoto costitutivo dell’Io che per noi risulta inaccessibile, nonostante tutti gli sforzi e i tentativi che da un secolo in qua sono stati fatti per acciuffarlo, fino agli esangui epigoni post-novecenteschi che ancora si illudono di fare cosa buona ad occuparsi dell’Io e delle sue adiacenze. La Cosa lacaniana che indica quell’oggetto perduto e inaccessibile. Ma da dove viene quella perdita che dà luogo alla inaccessibilità di Das Ding? La risposta la dà Lacan quando ci informa che proviene dall’azione del taglio, della coupure ad opera del significante; è il significante che genera la perdita e il vuoto che ne consegue.

La poesia della nuova ontologia estetica non è altro che questa rincorsa pazza e senza fine alla ricerca dell’oggetto perduto. E in questa rincorsa scopre che la Cosa sconfina nella non-Cosa, evidenziando il carattere di extimità della Cosa. E allora quella Cosa assume il carattere di Entfremdet, di alienato, «di estraneo a me pur stando al centro di me».

La tua poesia circoscrive anch’essa una estetica del vuoto e del nulla, si situa sull’orlo, ciò che Lacan chiama «bordatura del reale», e lo può fare soltanto situandosi nel punto originario, aurorale del linguaggio. Il tuo è il tentativo di produrre un incontro con il reale, e a farlo emergere nella zona linguistica ove solo esso è da sempre, almeno da quando esiste il linguaggio. Ed ecco l’Umheimlich freudiano, l’oggetto anamorfico che si fa avanti, che entra in scena caracollando… di qui la tua esigenza di introdurre degli interlocutori parlanti, degli Attori che sarebbero attanti, il tuo richiamarti a personaggi fantasmatici come «Germanico», a personaggi vivi e vegeti come Mario Gabriele. E se questo elemento è comune a tutti o quasi i poeti della nuova ontologia estetica, una ragione pure ci sarà, ed è da rinvenire, a mio avviso, in quella costante ricerca della Alterità, in quel bisogno di operare attraverso la chiamata in presenza dell’Altro, dell’Unheimlich, dell’Estraneo.

Giuseppe Talìa

Cari Lucio e Giorgio e cari amici tutti*,

ringrazio per le note di stima. L’officina dell’Ombra è stata per me la via di svolta, la consapevolezza che la Unheimlich, lo spavento, l’inquietante, il sinistro che avvertivo fin da piccolo potesse un giorno, passata la paura, divenire consapevolezza.
Devo tutto a Germanico-Linguaglossa, ad Alfredo de Palchi, a Mario M. Gabriele che all’inizio non riuscivo a capire e che rifiutavo: rifiutavo l’Unheimlich, ciò che mi spaventava, così come in precedenza avevo rifiutato Rimbaud e che invece tanta parte ha avuto nelle Vocali Vissute.
Non mi dilungo e vi abbraccio.

Una poesia di Marina Petrillo

Esilio

Non sgomenta il Sé ma l’Altrui deterge
a silenziato specchio, Monade

in eclisse di sopravvivenza
gesto rallentato di oberante idioma.

Trasceso al valico, sparuto al guado
intraprende a graffio il suo spavento supremo.

Se sia il presente natura
in altra forma esteso o gemmazione

risalente al superiore cammino
di anime a caso scelte

e lì tediate da alcun ricordo se non l’atonale
traccia di un risveglio amaro in umana veste.

Giorgio Linguaglossa

Anche il linguaggio di Marina Petrillo sfrigola e frigge quando entra in contatto con il nulla del reale. Lacan ci insegna che il soggetto, inteso come Moi, si sgretola per riemergere come Je, come entità residuale. E l’io di Marina Petrillo si scopre cristallizzato, irrigidito, muto in quanto entrando in contatto con il nulla prolifera un processo di de-soggettivazione nel quale il soggetto si scopre in preda ad una lallazione enigmatica di origine abissale.

L’incontro con il reale dà origine a questo linguaggio originariamente nutrito di vuoto, a-semantico, mancante di significante, dotato di una segnaletica semantica abissalmente involuta e interrotta, che cortocircuita di continuo all’interno del proprio inabissarsi. L’incontro con il reale mette in scena il soggetto divenuto squarcio all’interno della catena significante. In questo modo, il soggetto de-soggettivizzato di Marina Petrillo può parlare come una sibilla impazzita alla maniera di una lingua straniera, di una lallazione enigmatica, priva di telos, mera entità desiderante che non risponde più al significante e alle cose significate, e questo può accadere in quanto il significante della Petrillo è un plus-significante e un minus-significante, costretto a oscillare e a periclitare tra la presenza e l’assenza, tra un pieno e un vuoto del segno linguistico.

È l’alternanza di presenza e assenza, di pieno e di vuoto che produce nel soggetto la spinta desiderante, come accade nel gioco del rocchetto freudiano in cui il legame tra la madre e il figlio è un rapporto di avvicinamenti e allontanamenti (Fort!, Da!) del rocchetto che il bambino tiene tra le mani e che lancia di continuo avanti a sé e lo riacciuffa.

Di questo duplice movimento si parla anche nel Tao, secondo cui prima dell’Uno si ha il Vuoto supremo, il Soffio primordiale, e successivamente si generano lo Yin e lo Yang la cui interazione avviene tramite un vuoto mediano. Ed è in questo vuoto mediano, in questo nulla che si situa il linguaggio petrilliano il quale parla come una sibilla, parla per enigmi insondabili, perché quello, soltanto quello è il parlare del linguaggio poetico colto nel suo sorgere aurorale musaicamente accordato: il parlare per enigmi pus-significanti e minus-significanti.

Octavio Paz in conclusione al suo celebre saggio su Marcel Duchamp scrive:

«come il filosofo greco e come quei pochissimi uomini che hanno osato essere liberi, Duchamp è un clown. La libertà non è una conoscenza ma ciò che si trova dopo la conoscenza. Uno stato d’animo che non solo ammette la contraddizione ma che cerca in essa il suo fondamento. I santi non ridono né fanno ridere, ma i veri saggi non hanno altra missione che farci ridere con i loro pensieri e farci pensare con i loro scherzi. […] Saggezza e libertà, vuoto e indifferenza si risolvono in lui in una parola chiave: purezza. Purezza è quello che resta dopo tutte le addizioni e sottrazioni […]».
Le Néant parti, reste le Château de la pureté. (Paz 2000: 77)

Se si leggono le poesie di alcuni autori della nuova ontologia estetica: di Giuseppe Talia, Mario Gabriele, Mauro Pierno, Alfonso Cataldi, Lucio Mayoor Tosied altri non c’è dubbio che si tratti di autori clown, nel senso duchampiano, perché impongono una distanza tra la propria scrittura e la scrittura logometrica della tradizione post-novecentesca bene educata, creano un vuoto pneumatico che si frappone tra l’io e la scrittura celebrativa e auto celebrativa dell’io. Fanno una cosa molto semplice: sostituiscono l’io con il vuoto pneumatico. Ciò che resta è il linguaggio allo stadio del vuoto, il linguaggio sotto vuoto spinto.

 Giuseppe Talìa

Ecco il gruppo PUNK della Nuova Poesia Ontologica, i clown, i nuovi clown che lottano per un diritto “Se si leggono le poesie di alcuni autori della nuova ontologia estetica: Giuseppe Talia, Mario Gabriele, Mauro Pierno, Alfonso Cataldi, Lucio Mayoor Tosi ed altri”.

Da notare nel video la staticità dei componenti del gruppo rispetto alla musica e al testo e quel “schiacciare le zanzare” del passato ‘900 e attuale post- novecento, più che ben educato fastidioso.

24 commenti

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  1. Giorgio Linguaglossa

    Mario Perniola

    La tracotanza comunicativa e il dispositivo tecnologico.

    «”La più grande opera d’arte immaginabile al mondo”; con questa espressione il compositore Karlheinz Stockhausen commentò l’evento-matrice che inaugura una nuova età di miracoli e traumi: gli attentati compiuti l’11 settembre 2001 attribuiti all’organizzazione islamica al-Aq’ida, diretta dal miliardario Osama bin Laden. La frase di Stockhausen segna da un lato la fine delal comunicazione intesa come provocazione, il cui modello è stato per tutti gli anni Novanta rappresentato dall’arte, e l’ingresso in un nuovo tipo di comunicazione, che si presenta come assolutamente seria e massimamente effettuale, pur rimanendo, come gli altri tipi di comunicazione che l’hanno preceduta, insensata e futile. Da dove deriva questa tracotanza comunicativa, questo neodispotismo autoritario, che annulla il principio fondamentale della civiltà giuridica anglosassone, stabilito fin dalla Magna Charta del 1215 e riaffermato solennemente nel secolo XVII, l’Habeas corpus, cioè la facoltà di ogni cittadino di conoscere le cause del suo arresto?

    Chi, per spiegare quella che appare un’incredibile regressione della civiltà occidentale, ha ripreso e rielaborato il concetto di stato d’eccezione inventato dal politologo tedesco Carl Schmitt, secondo cui ogni legge è sospesa quando lo stato è minacciato, non ha capito che l’essenziale della questione oggi è comunicativo, non politico: vale a dire appartiene a un registro di storicità essenzialmente differente da quello dell’azione storica, al quale la società occidentale sembra impossibile ritornare, nonostante il miracolo e il trauma (a seconda dei punti di vista), di una guerra infinita con tutti gli eccidi, le stragi, i massacri e gli obbrobri d’ogni genere che questa comporta. Con l’11 settembre 2001 non siamo entrati in uno stato d’eccezione, ma in uno stato di valutazione arbitraria e tendenziosa, iniqua e settaria, che completa il lavoro di deregolamentazione e di destabilizzazione della civiltà occidentale avviato col Sessantotto e continuato nei decenni successivi. In altre parole, non siamo affatto usciti dal mondo futile ed effimero della comunicazione.»1

    1 M. Perniola, Miracoli e traumi della comunicazione, Einaudi, 2009 pp. 117,118

  2. Giorgio Linguaglossa

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/06/20/16-18-giugno-2019-dialoghi-e-commenti-di-vari-autori-sulle-4-domande-del-1996-poesie-di-giuseppe-talia-marina-petrillo-mauro-pierno-ce-una-domanda-fondamentale-che-muove-la-poies/comment-page-1/#comment-57681
    A proposito della «tracotanza comunicativa» di cui fa cenno Mario Perniola, e della poesia comunicazionale (aggiungo io) che va di moda oggi e che sembra trionfare in ogni dove senza incontrare resistenza (tranne qualche sporadico oppositore come Mario Lunetta o Roberto Bertoldo, confinati anch’essi nel silenziario), io penso che occorra ripristinare un argine contro questa fluidificazione del pensiero comunicazionale da truismario portatile.

    L ’estraneazione è la categoria base della «nuova poesia»

    L’estraneazione è l’introduzione dell’estraneo nel discorso poetico; lo spaesamento è l’introduzione di nuovi luoghi nel luogo già conosciuto; il mixage di iconogrammi e lo shifter, la deviazione improvvisa e a zig zag sono gli altri strumenti in possesso della musa di Mario Gabriele. Queste sono le categorie sulle quali il poeta di Campobasso costruisce le sue colonne di icone in movimento. Il verso è spezzato e interrotto, segnato dal punto e dall’a-capo è uno strumento chirurgico che introduce nei testi le istanze «vuote»; voglio dire che i simboli, le icone, i personaggi sono solo delle figure, dei simulacri di tutto ciò che è stato agitato nell’arte e nella poesia del novecento, non esclusi i film, anche quelli a buon mercato, le long story, le short story… sono flashback a cui seguono altri flashback che magari preannunciano icone-flashback… non ci sono né domande, come invece avviene nella poesia ultima di Gino Rago, né risposte come avviene, a volte, in alcune mie composizioni.

    Altra categoria centrale è il traslato,

    mediante il quale il pensiero sconnesso o interconnesso a un retro pensiero è ridotto ad una intelaiatura vuota, vuota di emozionalismo e di simbolismo. Questo «metodo» di lavoro introduce nei testi una fibrillazione sintagmatica spaesante, nel senso che il senso non si trova mai contenuto nella risposta ma in altre domande mascherate da fraseologie fintamente assertorie e conviviali. Lo stile è quello della didascalia fredda e falsamente comunicativa che accompagna i prodotti commerciali e farmacologici, quello delle notifiche degli atti giudiziari e amministrativi; Mario Gabriele scrive alla stregua delle circolari della Agenzia dell’Erario o delle direttive della Unione Europea, ricche di frastuono interlinguistico con vocaboli freddi e distaccati, dal senso chiaro e distinto. Eppure, proprio in virtù di questa severa concisione referenziale è possibile rinvenire nei testi, di soppiatto e appena visibili, come nella filigrana delle banconote, delle fraseologie spaesanti e stranianti appena percettibili, appena ridondanti.

    Ma tutto questo armamentario retorico era già in auge nel lontano novecento, nella poesia di Mario Gabriele non c’è nulla di nuovo, eppure è nuovo, anzi, nuovissimo il modo con cui viene pensata la nuova poesia che abbiamo denominato nuova ontologia estetica. È questo il significato profondo del distacco della poesia di Gabriele dalle fonti novecentiste; quelle fonti si erano da lunghissimo tempo disseccate e producevano foglie secche, pagine immobili, elegie mormoranti, chiacchiere da bar dello spot nel migliore dei casi, tutta quella tradizione (lirica e antilirica, elegia e anti elegia, neoavanguardie e post-avanguardie) non producevano più nulla che non fosse epigonismo, scritture di maniera, manierate e lubrificate.
    Mario Gabriele dà uno scossone formidabile all’immobilismo della poesia italiana degli ultimi decenni, e la rimette in moto. È un risultato entusiasmante, che mette in discussione tutto il quadro normativo della poesia italiana…

    Altro scossone formidabile lo dà la poesia-pensiero di Gino Rago che ruota attorno alla interrogazione fondamentale: il vuoto, l’essere, l’esistenza, il nulla, il senso dell’essere e della poesia con l’ausilio del traslato e della metafora.

    «La mossa del cavallo», la categoria di Sklovskij

    L’analogia con il gioco degli scacchi intendeva mettere in rilievo che, mentre tutti i pezzi si muovono secondo percorsi rettilinei, il cavallo procede mediante mosse oblique, con scarti laterali che spiazzano le aspettative e le attese dell’avversario. Questo procedere di fianco, laterale, questa continua lateralizzazione è, secondo Sklovskij, tipico del procedimento artistico e in particolare della poesia: lo spiazzamento, appunto, lo straniamento.
    Questa categoria ermeneutica e ontologica è stata un colpo di genio del critico formalista Viktor Sklovskij che l’ha enucleata dalla poesia russa degli anni Venti e, in particolare, dalla poesia di Majakovskij.

    «La mossa del cavallo» è stata ampiamente impiegata e collaudata dalle avanguardie del primo novecento e dalle neoavanguardie del secondo novecento. Qui da noi i Novissimi, in particolare Antonio Porta, Alfredo Giuliani e Nanni Balestrini (Elio Pagliarani è un poeta sostanzialmente narrativo, legato ad una sola voce narrante), l’hanno impiegata ma in una funzione squisitamente linguistica, endogena al linguaggio; ma questa cognizione era riduttiva perché risolveva alla lunga la grande novità della categoria sklovskiana nell’ambito di un gioco di prestigio tutto all’interno del linguaggio, la neoavanguardia non riusciva né a vedere né a immaginare che la categoria poggiasse le sue fondamenta su uno zoccolo ontologico ed ermeneutico e che non era soltanto un «fatto» o «atto» linguistico; ciò che alla neoavanguardia appariva come il linguistico era in realtà soltanto l’ultima pellicola dell’epitelio, sfuggiva al pensiero della neoavanguardia la profondità del sostrato ontologico del concetto.

    Invece, la poesia di Mario Gabriele, di Gino Rago, di Anna Ventura, di Steven Grieco Rathgeb, mia, di Donatella Giancaspero, di Giuseppe Talia, di Letizia Leone ma anche di altri autori che hanno iniziato con noi questa ricerca, ruota intorno ad un punto fondamentale: che «la mossa del cavallo» è strettamente imparentata con la «estraneazione» e poggia su un fondamento ontologico, il fatto linguistico è una conseguenza di un pensiero estetico che pensa non soltanto il linguistico ma anche l’ontologia, come avviene presso la nuova ontologia estetica che presta la sua attenzione anche ad altre categorie come il tempo interno (oltre quello comunemente noto come esterno), lo spazio (ma quello individuato dalle linee interne piuttosto che da quello indicato dalle linee esterne), il quadridimensionalismo, che è una categoria ontica e ontologica.

    Anche la poesia di Anna Ventura, come quella della Szymborska, poggia su questa categoria, ma nella poetessa dell’Aquila essa viene impiegata con maggiore parsimonia, in consonanza con il suo discorso poetico che è più narrativo consequenziale che non presso altri autori.

    Premesso quanto sopra, è ovvio che la poesia della tradizione del secondo novecento italiano imperniata sull’io lirico o anti lirico, non poteva recepire questa problematica, anzi, la ha espulsa dal suo orizzonte di pensiero. L’io lirico si limita ad operare una esternazione del racconto in prima persona, il tutto incentrato e organizzato dall’io lirico che coincide con l’io parlante e con l’io ontologico, nella convinzione che le tre cose siano interscambiabili, anzi che siano una sola persona, che formino una identità. Penso che da questo macroscopico equivoco, anzi, da questo errore filosofico dipenda tutta l’attrezzatura conformistica di cui è piena quella poesia….

    Jakobson ha scritto che «il cammino della metafora è l’associazione creativa per affinità e per contrasto». Mi chiedo, non è quello che fa la nuova ontologia estetica?

    • Caro Giorgio,
      i miei testi poetici sono come lampada a raggi fotonici, indirizzati verso chi si porta addosso il -male di vivere- e la tua critica lo rivela tutte le volte che leggi una mia poesia.
      Non so scrivere altro, come divagazione estemporanea e pittorica, e quant’altro. Mi rifaccio sempre ad una decostruzione gnoseologica, di cui ogni elemento si lega autonomamente ad un discorso ontologico di orientamento heideggeriano, ma pullulante di lessemi che la società tecnologica ci ha abituati da tempo.

      Ecco il motivo per cui mi avvicino al tuo brillante esame critico, quando scrivi che la mia poesia è costruita lessicamente” alla stregua delle circolari della Agenzia delle Entrate o delle Direttive della Unione Europea”, ovviamente non per minimizzare l’assunto estetico, ma per mirare ad un modello poetico di contrapposizione contro l’edilizia linguistica che ancora oggi pervade il grande Distributore Automatico della Tradizione.
      Mi sto accorgendo solo ora, che con Ritratto di Signora, (2015), L’Erba di Stonehenge (2016), La porte ètroite (2013), In viaggio con Godot (2018), e tra poco con Registro di bordo, abbia unificato un linguaggio pluriconverso, unitario e positivista,
      In linguistica il concetto di struttura si è sempre diversificato da quello precedente, realizzando classificazioni diverse, sia diacroniche che sincroniche. Da Saussurre bisogna apprendere molto degli insegnamenti di questo maestro che intuì come la lingua è una forma non una sostanza dove si distinguono l’espressione, ossia quella dei significanti, e il piano del contenuto, quello dei significati.
      Certamente un autore non si giudica soltanto per un post poetico apparso su Riviste e in un reading. Qui, vorrei citare Charles Mauron che volle identificare la personalità inconscia dell’Autore a partire dall’analisi dei suoi scritti.
      Attraverso la sedimentazione di più testi vengono fuori fili di associazione nel rapporto tra le immagini e le multiforme figure grammaticali, (metafore, ipotiposi, ecc.) il cui richiamo consente di giungere alla ”Personalità dell’autore”, quell’ombra che ad ogni istante si stacca dal fondo del subconscio per salire in superficie.

      Quanto alla moltitudine di frasari, citazioni, varia toponomastica e oggettistica anglosassone, tutte queste cose non fanno parte che di un continuo aggrovigliarsi di plurisensi, dove l’inconscio si permette qualunque mescolanza o slittamento da un significato all’altro. Per meglio coordinare quanto esposto, una eventuale trascrizione dei miei 3 polittici, farebbero da guida al lettore, a meno che tu non abbia altri progetti di connessione. Cordialmente, Mario.

      • Giorgio Linguaglossa

        caro Mario, posta qui tu stesso i tuoi tre polittici, così il mio discorso viene ad essere esemplato in termini meno astratti. Grazie.

        • 1 (Polittici)

          Mi perdoni, Signora Swanson!
          Non volevo toglierle il clip dalla memoria.

          Alle cinque Lola vola via.
          Watson la segue con l’ombrello di Mary Poppins.

          Il cielo questa mattina era così triste
          da lasciare acqua -fontana nei giardini.

          E’ stato un lavoro delicato,da peritropé,
          con aghi e fil rouge.

          Pound ha provato a rimettere le scarpine.
          Non credo voglia fare jogging.

          Si inasprisce l’aria di mele guaste.
          Gli occhi della Signora Rowinda non incantano più.

          Le distanze non sono mai parallele
          neanche a leggere Postkarten.

          Con la tua mente puoi andare oltre il buco nero
          a sintetizzare l’universo con un Haiku.

          Non regalarmi Gilet.
          Se ci riesci, portami le ossa di Rimbaud!

          Oh, Mon Dieu! Quanti Woodoo e streghette
          tolgono il profumo ai fiori di Bach!

          Ci pensavo da due giorni. Questa sera vado da Ilena
          e le dico di considerare la sera come il mattino.

          -Abbiamo una squadra sul Calvario-, disse il Governatore.
          -Basteranno due o tre chiodi per muovere il cielo!-

          L’autopsia dirà chi ha ucciso la giovinezza
          e in quale Ambasciata si è rifugiato l’assassino.

          Ti assomiglia in positivo la gardenia.
          Possibile un trasloco nell’anima.

          Larry si diverte a disegnare cartoline Christmas.
          La roccia non ha muschio per il presepe.

          (…)

          Abbiamo chiesto strofinacci per il passato.
          Il tempo resiste ad ogni attacco.

          Il dado si fermò sul rosso.
          La memoria è un ammasso di rottami.

          Diletta da Rotterdam si fermò un mese
          nella Episcopal Church a parlare con gli angeli.

          Michael Rottmayr è con Abele a Vienna
          nella Osterreichische Galerie.

          Nessuno sa quanto tempo resteremo quaggiù!
          Hai visto come si sfolla il quartiere?

          Il decano di Amburgo ha letto le terzine di Frost
          per la conoscenza della notte.

          Dormi se vuoi, così ti abitui alla morte.
          Adam tornò a rivedere la barista di Fellini.

          -Cara Denise, sono Duchamp e mi piacerebbe
          sostare con te nel soggiorno-.

          Si scivola nel metrò.
          Anche Malone muore, azzerati i mitocondri.

          Oh, guarda qui, Mariette! Ci sono ancora le t-shirts del 68
          e una retrospettiva canora di Bessie Smith!

          Le croisette de Paris nei galà dello chateau
          scambiavano l’omelette per il sushi!

          Chi lasciò la parola si avvicinò al Verbo
          chiedendone una nuova.

          Madame O’Brian mi fa compagnia la notte
          in quel dolce paese che non dico.

          Milena scrive da Harvard:
          -neanche qui abbiamo trovato Nonna Eliodora-.

          Caro Signor Bernard, spero di essere stato chiaro.
          La sirenetta di Copenaghen è una donna di incontri e reviews.

          (…)

          Che sappiamo del Galateo in bosco?
          Poesia. Zona keep out!

          A Frankfurt am Main ci siamo fermati
          a comprare le affinità elettive nello Skyline.

          E’ destino che non ci si incontri mai.
          Eppure oggi c’è il cambio di stagione!

          Abbiamo trovato serpenti nel giardino.
          Lucy mi volle con sé a cercare l’erba sotto la pietra.

          La stanza accumula fumi, appanna lampade e vetri.
          I miei morti sono quelli che non ricordo.

          Miss Olson non è più tornata tra noi.
          Le abbiamo mandato una chiave. Lei sa come aprire la porta.

          Chi apprezzò la sera amò anche il giorno.
          Il lupo è sotto le mura. Attenta, Signorina Rosemary!

          Magda von Hattingherg scrisse a Rilke:
          -Caro Amico, ho scoperto la Storia del buon Dio-.

          -Mister Gruman- disse un bodyguard,- la folla è alle porte!-.
          E Gelinda dal balcone che gridava:- dillo a me il tuo peccato-.

          • Giorgio Linguaglossa

            caro Mario,

            è che il tuo lessico così sistemato dentro la camicia di forza del distico brilla proprio per la propria inadeguatezza ontologica a dire qualcosa che non sia meramente pleonastico e felicemente virtuale, ormai i linguaggi della nostra mondità si rivelano per quello che sono: una superficie di gelatine linguistiche dove convivono senza collidere le superfici riflettenti dell’esserci costretto alla afasia disorganizzata qual è divenuto il nostro mondo. Il tuo è il più rigoroso e compiuto linguaggio della mondità telematica, della metafisica meta stabile, del positivo significare, che è un significare disseminato e moltiplicato dalla insensatezza cui ormai sono relegati i linguaggi della mondità telematica.

            A proposito del linguaggio della tua poesia mi viene in mente quanto asserisce Giorgio Agamben quando ci parla del linguaggio poetico di oggi che non può che essere, a suo avviso, che un linguaggio «musaicamente non accordato», un linguaggio disseminato di interruzioni, di lapsus, di deviazioni, di referti di decessi di significati già avvenuti; un linguaggio fatto per le comunicazioni di breve gittata, un linguaggio di ponti interrotti e di segmenti non significativi. Con questo linguaggio non sarà più possibile mettere in piedi un qualsiasi linguaggio poetico significativo dal senso compiuto come è avvenuto per la poesia della «nobile» tradizione, non sarà possibile comunicare alcunché di comunicabile in assoluto. Ecco le ragione per cui il «polittico» è la sola casa dell’essere linguistico, la sola casa oggi possibile e abitabile, e dovremo accostumarci all’idea di dover dimorare sotto i cornicioni pericolanti di questo edificio malmesso e terremotato. Non abbiamo altra scelta che dimorare in questa mondità infirmata.

            L’oblio della memoria, che tanta parte della nuova poesia occupa, è l’altro modo con cui si rende manifesto l’oblio della verità, il velamento con il quale la verità viene esposta nel linguaggio come sua custodia, una esposizione che sa di intemperie e di precarietà.

            • Giorgio Linguaglossa

              Intorno alla nozione di «verità» può essere utile quanto scrive Massimo Donà:

              «tanto per Heidegger quanto per Severino, a rendere possibile l’alienazione e il nichilismo è la stessa verità; ovvero la sua contraddizione intrinseca (la contraddizione C per Severino e l’ambivalenza di un essere che appare sempre e solamente nell’ente e come ente), ovvero, la sua costitutiva ambivalenza o doppiezza. Perciò, di fatto, tanto Heidegger quanto Severino finiscono per perpetuare quell’antichissima idea (risalente a Platone, ma ancora più chiaramente a Plotino, ma forse già ad Eraclio e ad Anassimandro), costitutivamente metafisica, secondo cui l’essenziale, da ultimo, avrebbe a che fare con una sorta di misteriosa ed indecifrabile “identità” che tutte le parole continuano indefesse a distinguere e
              differire. Ma che, in quanto avvolta dalle differenze che la indicano, non si presenta mai al di fuori della differenza».

            • La poesia di M. Gabriele ci rimette ognuno al nostro posto, “come di fronte a una montagna, a una sinfonia di Beethoven”

  3. Giorgio Linguaglossa

    Penso che pensare ad una «nuova poesia» implichi pensare una nuova metafisica, una nuova metafisica poetica. Nuove iconostasi, nuovi iconosimboli, nuove icone, nuova sintassi, nuovo lessico, nuova metrica, nuovo pentagramma sonoro…
    Insomma, pensare un nuovo modo di indagare il modo d’essere poetico dell’ente nel nuovo mondo tecnologico. Pensare un nuovo modo di poetare fondato sulla differenza problematologica tra l’essere e il nulla. Pensare secondo una ontologia positiva, significa pensare un poetare che ponga stabile dimora in un positivo significare, che altro non è che un negativo significare.
    Non so se la verità possa esser «salvata», sono portato a pensare che essa si salverà da sé o non si salverà affatto, ma non per via dell’intervento salvifico dell’ente, quanto per il non-intervento di alcun ente…

    Il 1929, anno della stesura del Kantbuch e della celebre Prolusione universitaria, è decisivo per comprendere come per Heidegger la filosofia sia nella sua essenza una metafisica: il filosofare viene inteso in questi testi come l’attuazione esplicita di quel trascendere dell’ente verso l’essere che costituisce per il filosofo di Messkirch la metafisica implicita in ogni esserci. Con il cambiamento di paradigma dell’ontologia dall’essere all’evento, appare l’idea spesso fraintesa del superamento (Uberwindung) della metafisica. Ciò non significa però, nelle intenzioni di Heidegger, una negazione delle filosofie tramandate, ma il loro ripensamento attraverso la radicalizzazione del domandare, volto ora a sondare la verità dell’Essere. Se è vero che il pensiero heideggeriano dell’Essere abbandona la prospettiva trascendentale-orizzontale, questo non deve essere inteso come una rinuncia all’idea di metafisica.

    Nel corso su Hölderlin del 1934-35 Heidegger parla, infatti, esplicitamente di un’altra metafisica, che si configura come altra rispetto a quella del passato, in quanto non più impostata sull’idea dell’essere come qualcosa di trascendente oltre l’ente, ma sulla «differenza ontologica tra l’Essere e l’ente», il quale può divenire il luogo del salvataggio della verità.
    L’essere dell’ente che viene alla presenza è un processo che conduce dal nascondimento al non-nascondimento; e poiché ciò non può significare, per Heidegger, il mostrarsi e l’assentarsi dell’eterno, né può significare che tale processo sia il farsi innanzi e l’assentarsi di ciò che, essendo, può incominciare ad apparire e cessare di apparire (perché in al caso l’essere di ciò-che-è non significherebbe lo stesso che il suo apparire, ma il suo essere un non-niente che può apparire e scomparire), ne segue che il venire alla presenza e l’uscire dalla presenza è, insieme, il passare dal niente all’essere e viceversa.1 Se in Heidegger si può riscontrare un considerare l’elaborazione dei problemi ontici (innanzitutto, l’esserci o il non esserci di Dio) come una possibilità, vi è pure, soprattutto nello Heidegger della maturità, un altro versante che conduce verso la dissoluzione del tradizionale carattere epistemico (stabile) dell’essere.

    Scrive Severino: «L’essere-Ereignis non è più fondamento dell’ente, ma […] quel lasciarlo essere, ovvero quel vuoto che consente all’ente di divenire […] è il vuoto, in cui consiste l’apparire, a rendere possibile il vuoto in cui consiste il non-essere e secondo cui si struttura il divenire cioè il senso fondamentale che l’Occidente ha assegnato al divenire».2 Come gli atomisti, per salvare l’evidente divenire di ogni ente, pongono la necessità del vuoto, così questo Heidegger […] nega l’essere epistemico […] perché se esso fosse, non potrebbe esserci quel vuoto, quel nulla che consente agli enti di divenire. Si tratta di uno Heidegger che procede nella direzione segnata dal principio che sottende l’intero arco del pensiero occidentale, per cui l’essere è un accidente dell’essenza, qualcosa che fa composizione con essa trattenendola provvisoriamente nell’esistenza. Ed ecco che la stessa luce dell’essere, di cui egli parla, si presta ad essere considerata come separabile dall’ente che appare: «L’essere si sottrae in se stesso mentre si scopre nell’ente»3. Ebbene, questa luce dell’essere presenta ancora analogie col lume dell’intelletto della tradizione metafisica. Fermo restando che, per Heidegger, l’essere è tempo, e che l’essere primo del tempo (e dell’essere) non implica che esso sia l’ente supremo, e neppure che sia sempre, che sia eterno, ciò non toglie che questo essere si configuri come la stessa condizione ontologica dell’attualità del pensiero: sottraendosi, lasciando vuoto il campo, fa essere il divenir altro in cui consiste, sorgendo dal proprio nulla, l’apparire degli enti.

    1 E. Severino, Immortalità e destino, Rizzoli, Milano 2006, p. 169
    2 M. Heidegger, La questione della tecnica, in Saggi e discorsi, Mursia, Milano 1976, p. 19.
    Dal che appare che, in effetti, Heidegger continua ad intendere la produzione nel senso stabilito da Platone, ossia come ciò che fa passare una qualsiasi cosa dal niente all’essere (Convivium, 205 b-c). Inoltre, anche Heidegger è costretto a pensare che l’essere non è [= non significa] l’apparire […] perché […] non si esclude semplicemente che al di fuori dell’apparire l’essente appaia, ma si esclude anche che sia, che sia un non niente (E. Severino,La filosofia futura, cit., pp. 309-311).
    3 M. Heidegger, Il detto di Anassimandro, in ID., Sentieri interrotti, La Nuova Italia, Firenze 1968, p. 314.
    Cfr. 28 anche E. Severino, Dike, Adelphi, Milano 2015. Parte prima. M. Heidegger, I problemi fondamentali della fenomenologia, cit., p. 312.

  4. Al centro del monologo di Todorov, al quale Giorgio Linguaglossa rende l’onore delle armi collocandolo ad apertura della pagina odierna de L’Ombra delle Parole, onorando indirettamente anche il mio lavoro di ricerca di pensieri forti sul ‘900, si trova l’espressione “autori dell’umanesimo critico”, vale a dire autori come Primo Levi e come Vasilij Grossman che dallo SPAVENTO non sono passati alla PARALISI: cioè, non hanno fatto marcire il pensiero, nel Novecento.
    E se il pensiero marcisce, meglio (peggio), e se anche il pensiero marcisce…?

    Provo a far dare una risposta a Manlio Sgalambro.
    (gino rago)

    Manlio Sgalambro
    (Marcisce anche il pensiero)

    NOTA DI PASSAGGIO

    Io vivo alla fine dell’impero romano
    In un giardino di ciliegie che sprizzano
    il loro succo sulla mia faccia slavata.
    Perfido Stilicone, barbaro multiforme,
    i monaci cantano il Vespro nel tempio di Giove.
    Intonano i cori The Declin and Fall.
    Dolce Sole di Emesa, Elagabalo,
    a quattordici anni Imperatone di Roma
    come ti invidio e ti onoro.
    Celebravi pietanze invece di battaglie
    per questo ti aborriscono gli storici.
    Confondevi l’ordine dei climi
    e facevi ministri mimi e ballerini.
    Onoro imperatori neghittosi e feroci.
    Che importa la nobile indole di Tito,
    se con Commodo regna ovunque la pace?
    Vaga per i mari come putrida barca
    l’Impero, e io mi diletto a un verso
    di Nerone.
    Svicolo per viuzze, zaffate di profumi
    e fetidi unguenti, mentre leggo
    The Anatomy of urines di James Hart
    assieme al Vangelo secondo San Matteo.
    Un Catalepton liber occidentale
    e la Dialectica di Garlando Computista.
    Mi beo di sulfuree intese con i pianeti
    e in un istante attraverso l’orbita
    dei cieli. Odo un canto di Saffo all’orizzonte.
    Che gioia, ricomincio, ritorno, mi assottiglio.
    Sono spirito puro. Tigre mi risveglio.
    Muffe, odori eziologici purificati da lirici
    antropoidi e violini tzigani. A tre passi
    la demenza avanza.

  5. ASSOLUTO NULLA

    Gli orologi smisero di misurare il tempo.
    la scimmia, il caso si eccitarono di altezze.

    I neutroni della prassi sparati contro il plutonio
    liberarono gas esilarante.

    Tuttavia le rivoluzioni-Robespierre riebbe la sua testa-
    furono incapaci di creare un elettrone.

    Del giro attorno al nucleo rimase una lacrima vuota.
    L’alienazione divenne oro del paradiso.

    Pianse Schrödinger
    il violino senza corde.

    Lenin, giocatore di scacchi, balzò fuori del suo balsamo.
    Nessun assoluto nulla.

  6. Antonio Sagredo

    <<>>
    Si tratta ovviamente di Roman Jakobson…
    ma più che cammino si tratta di “itinerario” e per “affinità” intende ” associazioni” sonore e ritmiche dove i “tratti distintivi” di ciascuna parola cedono il passo alle diverse e infinite forme della parola stessa. Jakobson afferma questo fin da giovanissimo e geniale linguista agevolato dalle amicizie coi più importanti poeti russi , specie con Majakovskij il sodalizio è più fruttuoso poco dopo la pubblicazione di “Come far versi”… ma già nel 1929 il che raccoglie i migliori linguisti dell’epoca capeggiato parzialmente dallo stesso Jakobson dà un nuovo e sconvolgente significato al concetto desueto e consunto di metafora, inquinato come è da ottocentesche formulazioni…
    … la metafora allora diviene e deve essere “partecipazione linguistica” – non solo con l’epoca – universalmente riconosciuta in primis dai poeti e poi dagli studiosi, proprio come aveva predetto il “continente Chlebnikov” a tutt’oggi sconosciutissimo, e a cui ci si deve ancora riferire, come fecero allora i linguisti e gli strutturalisti europei.
    Chlebnikov ristruttura l’antica lingua paleoslava con vicende moderne a tutto spiano attraverso la strategia delle associazioni multietniche che producono quasi autonomamente proprio per affinità e contrasto reciprochi i nuovi orizzonti linguistici senza confini… (principio che Ponund si sognava di realizzare!)
    grazie A. S.

  7. Antonio Sagredo

    scusate dopo “ma già nel 1929 il ” segue : >Circolo linguistico di Praga<

    ………ma già nel 1929 il Circolo linguistico di Praga che raccoglie i migliori linguisti dell’ epoca capeggiato parzialmente dallo

  8. Dedico a Mario M. Gabriele, e al suo polittico in questa pagina:

    Nel campo visivo, i polittici di Mario Gabriele si presentano per la categoria a “distico chiuso”: formazione batterica in riarmo, composta per lo più da reduci della Grande narrazione – ora capaci di perdersi in un fiore, tra le scarpe e il Carrefour. L’ambivalente perfidia.

    Se ci si apposta sulla mezza poesia, poi dovrebbe essere facile. Disse soddisfatto. – Ricordi, Mario, Il bel tramonto di mezza poesia? Quel finire di coccinelle dopo la devastazione. “Spettro di demenza. E spettro di martirio”. Come scrivono le trottole. Senza una nuvola.

    Il distico chiuso e la narrazione. L’importanza del “fil rouge”. Come accorpare una serie di distici. E perché li si dovrebbe accorpare. Maschi con femmine, nello stato di diritto. Il ponte delle sorprese e altre attività… – Vedi, caro Mario? Ormai sto tra le buche.

    Il fantasma della narrazione logistica. Il senso e le vie di fuga. Lo scaccomatto. Perdersi in un barile. Dire NO alle streghe mandanti. Non dire bugie. Dirle bene.

  9. Mi sono appuntato questi versi, alcuni decisivi sulla memoria:

    “Mi perdoni, Signora Swanson! // Non volevo toglierle il clip dalla memoria”… “La memoria è un ammasso di rottami”… “Milena scrive da Harvard: // -neanche qui abbiamo trovato Nonna Eliodora-… E questa, che per le icone fa pensare a Giorgio Linguaglossa: “Caro Signor Bernard, spero di essere stato chiaro. // La sirenetta di Copenaghen è una donna di incontri e reviews.
    Infine: “E’ stato un lavoro delicato,da peritropé, // con aghi e fil rouge”.

    Nella terza parte del polittico si dà tutto in comicità: “A Frankfurt am Main ci siamo fermati // a comprare le affinità elettive nello Skyline”…. “E’ destino che non ci si incontri mai. // Eppure oggi c’è il cambio di stagione!” … e commedia: “-Mister Gruman- disse un bodyguard,- la folla è alle porte!-. // E Gelinda dal balcone che gridava:- dillo a me il tuo peccato-.”

    Non si finirebbe più. Solo non capisco perché qualcuno dovrebbe avere l’impudicizia di voler risalire alla ”Personalità dell’autore”. O certo, avrò saltato qualche buona lettura.

  10. giorgio stella

    Del 900 italiano europeo poetico nn si può salvare niente avendolo avanti assimilato tutto i classici lo hanno portato alle estreme conseguenze. La NOE nn chiede di essere assolto o condannato (perchè la poesia è una condanna) inutile citare la fonte, l’ordine del tempo nn può cooesistere con l’almanacco del giorno dopo a cui è paradossalmente presente.

  11. Fermiamoci per un attimo a costruire idealmente l’universo con tutte le caratteristiche che lo compongono.
    Se lo diciamo a Frate Angelino, lui risponde: ma perché ti poni tante domande? Non sei contento di vedere tutto questo ben di Dio?.
    – Certo, -gli rispondo-, ma sono più affascinato da questo problema che del lato B di Nicole Kidman, anche se a volte mi distrae un po’.
    Ma se non mi ponessi queste domande non ci sarebbero né poeti, né filosofi e né scienziati-.
    Peter Atkins su Micromega n. 7 del 2010 pagg 3-15, sulla natura dell’universo così si esprime: la scienza si affida ad esperimenti. Ciò che viene accettato può essere sempre confutabile con un’altra tesi. La religione, invece, non ha contraddizione. mentre il cervello umano è troppo debole per giungere a questo Credo.

    L’illuminismo ha fatto uscire l’uomo dal suo stato antropomorfico dandogli la spinta all’analisi e all’osservazione.
    La filosofia continentale, quella generalmente proveniente dal XX secolo, non ha fatto altro che creare sigle filosofiche, quali l’esistenzialismo, la fenomenologia, il decostruzionismo, il post-strutturalismo e il post-modernismo, come a significare che tutte le vie di interpretazione dell’Essere dovessero confluire nella ricerca di un Soggetto.
    La logica della scoperta scientifica sta appunto nella verificazione e successiva falsificazione.
    L’uomo prende coscienza dell’Essere solo in un periodo che va dal 200 a.C. e l’800. La filosofia è la madre delle verificazioni, al di la di tutte le varie discipline come: La filosofia teoretica, la Logica, la Metafisica, l’Ontologia, l’Epistemologia, la Filosofia del linguaggio la Teologia e la Fisica.
    Rimane sempre un punto interrogativo. Chi siamo? Con la scoperta della finitudine del Soggetto e dei suoi mutamenti storici, culturali e scientifici, si è venuta a determinare il grande contrasto tra fede e ragione con tutta una serie di funzioni critiche dei cosiddetti valori rilevabili in John Dewey e di critica sociale in Habermas e Marx.

    Qualunque filosofia o scienza o Metafisica ha solo il senso di creare un mondo che cambia continuamente, in generazioni che si susseguono nella continua ricerca di tesi e dubbi. Si può giungere a comprendere l’Inconoscibile e il Progettista dell’Universo se manca il suo Essere mentre è presente soltanto la sua Opera? E che senso hanno Spazio e Tempo? Vita e Morte, il fallimento dell’Operazione se tutto va in disfacimento?. –Tu- disse il professore ad un alunno- non conosci il teorema di Hawking –Penrose.
    -Ma perchè,-professore- disse l’alunno, dopo aver seguito le lezioni su Spazio e Tempo, -non passare come lezione alla Città del sole di Tommaso Campanella, per quel poco che ci può riscaldare, se alla fine tutto il pensiero finisce con l’essere debole?-
    -Ecco vede, mentre gli altri fanno i filosofi, gli architetti, gli scienziati, Io, struttura reversibile e nullificante-, continuò l’alunno -,scrivo versi, faccio poesia così come la fecero, per la prima volta, i poeti sotto la dinastia Han nel 205 a.C. e proseguita poi nel corso dei secoli fino ai nostri giorni con diverse sigle, forme, strutture, idealità, rappresentazione della vita quotidiana ecc. Che cosa turba di più l’uomo? Senza dubbio la certezza e la consapevolezza del nostro limite umano. Il filosofo Emanuele Severino, oltrepassa il guado della stagnazione e della mineralogia delle ossa, aprendo la continuità del’Essere in uno scenario criosferico alternativo a ogni fede, dando così il senso di un pensiero relativo al destino dell’eternità di tutti gli essenti col suo Cerchio dell’apparire.

    Ogni poeta è un minicreatore, con propri sensori metafisici e ultrasensitivi. C’è chi descrive il proprio IO e il proprio mondo, e ci pone domande, alla pari dei filosofi e di Leopardi sul destino del Mondo, che più assillano lì’uomo. Ma c’è un altro aspetto che investe la frequenza letteraria in poesia,ed è l’esercizio di prima mano, come quella del falegname che livella il legno per creare il mobile.
    Ora il problema che ha posto Giorgio Linguaglossa, con la Nuova Ontologia Estetica, e tutta la serie di apparati tecnici, estetici, filosofici, strutturali, fonologici, tridimensionali, tra significato di tempo interno e tempo esterno, è una direttiva specificatamente orientata verso una ragione d’essere del verso, non più problematica con le sue corrispondenze tradizionali, considerato lo stato di refrigerazione nel quale si sono mummificati oggetti e cose, parole e versi: tutto sommato una grande industria del Vuoto, dove aleggiano pulci e zecche, tra opzioni di mera letteratura e volontà di non uscire fuori da certi parametri ossidativi.
    Sembrerà contraddittorio leggere certi risultati estetici con quelli di linguaggio minoritario e autobiografico, eppure al di là dei baillame dei mezzi linguistici adoperati, resta la perenne linea di demarcazione novecentesca come ritratto in differita per smorzare le nuove luci e imporre il silenzio.

    • Sono di quelli che pensano che l’Universo non abbia avuto inizio. E che esistono particelle più piccole della loro lunghezza d’onda; nel senso che non occupano alcuno spazio. Gli manca questa dimensione; sebbene in quanto nulla, la attraversino. Anzi, la pervadono. E’ da provare ancora l’esistenza di un ente oltre l’ente, ma a ragione lo si dovrebbe chiamare “Ente spaziale”… voglio dire, se l’ente non è ciò che lo rappresenta. Si scherza.

    • Il paradiso della tecnica, come lo chiama Severino, sarà capace di portare sulle proprie spalle il peso del “diventare altro” senza verità incontrovertibile (irrinunciando alla verità del proprio statuto concettuale) , come è stato il mito per l’uomo arcaico, o sarà in grado di trovare criticamente un senso nuovo che è dentro ognuno di noi, che l’uomo non ha mai praticato, che il linguaggio fino ad ora non ha ancora testimoniato?

    • Si può giungere a comprendere l’Inconoscibile e il Progettista dell’Universo se manca il suo Essere mentre è presente soltanto la sua Opera? E che senso hanno Spazio e Tempo? Vita e Morte, il fallimento dell’Operazione se tutto va in disfacimento?.

      Caro Gabriele, sono domande fondamentali attorno alle quali non basta una vita per trovare risposta. Dal mio punto di vista quello su cui non ho motivo per dubitare è il principio termodinamico per cui il disordine dell’universo è in continuo aumento. In altri termini non ho dubbi che andando indietro nella storia dell’universo debba incontrare un momento in cui l’ordine diventi il massimo possibile per esempio quello di un cristallo perfetto allo zero assoluto. Cosa possa essere in realtà questo stato non ho la minima idea né in che relazione sia con la teoria del big bang e come più in generale si possa rendere coerente con il principio di conservazione dell’energia. Nasce però un problema. Come può questo stato trasformarsi nel suo contrario senza creare qualche contraddizione? Nell’ipotesi che lo stato primordiale sia completamente fermo e ghiacciato è davvero scontato che la causa che lo porta in uno stato di disordine appartenga alla stessa sua natura? Se lo fosse conterrebbe un principio di disordine tale da diminuire il suo stato di ordine perfetto. Ma allora cos’è questo principio di disordine che perturba il sistema verso un aumento continuo di entropia? Ricostruendo il nostro universo vediamo da una parte la provenienza da quello stato iniziale e da un’ altra qualcosa che non c’era inizialmente ma che negli stati successivi invece c’è. Ciò che abbiamo sotto gli occhi dunque ha due fonti capaci di relazionarsi tra loro attraverso un linguaggio il cui ultimo effetto è di creare disordine ma che passa attraverso una storia ed è capace di contenere al suo interno l’ intero universo compresa la vita. Resta il mistero di quale tra i due noi potremmo chiamare essere e di ciò che invece chiameremmo non essere e resta con loro, grandissimo, anche il mistero delle fonti, la prima in relazione al tempo come assenza di storia, la seconda in relazione al passaggio dal nulla all’essere. Del primo non possiamo dire che sia l’universo come lo conosciamo dal momento che è fermo e spento, del secondo non possiamo dire che sia Dio dal momento che proviene dal nulla. Ma tra i due il più strano è davvero il secondo che all’improvviso compare violando il principio che nulla si crea o si distrugge e nemmeno si aggiunge. Stranezze? poco rigore? riformulazione di un vecchio argomento? forse . Ciao

      • Mario Gabriele

        Ho letto con interesse il suo intervento che indaga sul senso del mondo e dell’esistenza umana. Nessun libro ci spiegherà nulla in proposito. La biblioteca universale è aperta ad ogni ora del giorno e della notte. C’è chi bussa, e chi trova le porte chiuse.La riflessione filosofica è un contenitore di contenuti: quasi un supermarket di idee e di problemi per cercare un punto condivisibile,se mai lo si trovi.

      • L’INVERNO PERFETTO

        La scacchiera in ordine, prima fila degli opliti
        il Re sul trono.

        Nell’ inverno puro nessuna volpe
        graffia la porta, il ruggito ha steli secchi.

        Tutto in poche mosse di gas fermo.
        Gongola Duchamp, Il DADA all’ombra.

        Mancano cerchi nel lago.
        Il tempo appartiene al jazz.

        La bizzarria rattrista Bucefalo.
        Blocco dell’alfiere.

        Basta uno specchio per muoversi da un binario all’altro
        Perché lasciare la posizione?

        Le Regine giocano per simmetria.
        Nasce la geometria se uno solo dei soldati avanza.

        C’è l’11 settembre nella macchina perfetta.
        Si fermerà qualcuno a Piazza Fontana.

        Un metrò che parte nel 1920
        da cui scende una borsa di pelle.

        Il tempo è una perdita nel serbatoio
        arbitrario andare avanti nel giardino.

        Ma Cesare sconfigge Vercingetorige
        e il corpo di Saddam penzola dalla torre.

        Poi una fluttuazione della ragione
        piccolo passo per un uomo.

        Ready made al Central Park
        l’acqua nei polmoni di un bambino.

        L’irrequietezza di un pedone forse
        Impossibile da controllare dalle retrovie.

        (Francesco Paolo Intini)

  12. Giorgio Linguaglossa

    Cari amici,

    io penso che il pluriverso non ha un significato, e non ha neanche un significante, Il pluriverso c’è sempre stato e sempre ci sarà. Attualmente non possiamo ipotizzare altro. E poi: perché dovrebbe finire? Non c’è alcuna ragione che finisca. Le leggi che reggono l’universo sono molteplici, e cambiano a secondo dello sviluppo dell’universo, della galassia, delle galassie…
    Un ritorno a Parmenide? Come hanno ipotizzato Heidegger e Severino? E perché no? Tutto sta a indentificare questo misterioso «essere» che starebbe alla base del «tutto». Ma ha ancora senso la parola «tutto»? ha ancora un significato?

    «La gravità è un’illusione. La materia oscura non esiste. E l’univer­so funziona come un ologramma. A queste radicali conclusioni è giunto, dopo uno studio di sei anni, Erik Peter Verlinde, fisico teorico all’Università di Amsterdam, le cui idee sulla gravità sono radicalmente diverse da quelle accettate, che si rifanno a Newton e Einstein.»
    (cfr. https://www.focus.it/scienza/scienze/materia-oscura-erik-peter-verlinde)

    Al momento sono anch’io convinto che l’universo funziona come un ologramma. E tutto ciò che appare nella presenza è ciò che pertiene all’apparire in un istante di tempo, cioè all’ologramma.

    Viviamo in un’epoca di giganteschi rivolgimenti nella concezione dell’universo e stiamo attendendo delle verifiche sperimentali che contribuiranno alla rivoluzione di un nuovo paradigma… E in tutto questo frangente la poesia italiana continua a fare i giri di valzer attorno all’io che sempiterno e semovente osserva le meraviglie del cielo stellato ed altre consimili baggianate che mi gettano nello sconforto e nella noia più tetra.

    Proprio ieri una poetessa francese, Milaure Colasson, che ha letto con ammirazione le poesie di Mario Gebriele, mi ha detto che ha trovato la sua poesia di eccellente livello, anzi, di più… io le ho risposto che lo so, l’ho sempre saputo e che lo scrivo di continuo: a mio avviso Gabriele è il poeta più innovativo che abbiamo in opera in Italia, ha fondato un nuovo paradigma, ha alzato l’asticella delle difficoltà della poesia italiana ad una altezza per gli altri inarrivabile, per tutti coloro (una massa amorfa e sterminata) che continuano a fare poesia della confessione dell’io e ad osservare le stelle, nonché le targhe delle macchine…

  13. Giorgio Linguaglossa

    Il problema è di parlare in poesia del «finito». Considerare una parola, un nome come indicazione di un «finito». Finora invece la poesia ha considerato il «nome» (cioè il «finito») all’interno di una colonna sonora che lo portava con sé, lo faceva viaggiare dentro la carlinga del discorso sintattico semantico unidirezionale. Ma, è ovvio che questa è una convenzione, un patto di solidarietà tra il lettore e un emittente, secondo il quale il ricevente accoglie il «nome» come facente parte di un discorso tenuto da un io plenipotenziario che stabilisce le gerarchie dei significati e dei significanti. Questo, detto in breve.

    Ebbene, la nuova ontologia estetica infrange questa convenzione pattizia, ci dice che quella convenzione non è più in vigore e che la nuova poesia ne farà a meno. Penso che sia legittimo. Nessuno ci potrà negare la facoltà di pensare e operare in costanza di caducazione di questa convenzione.

    Se non si comprende questo assunto di base, non si comprende nulla della nuova poesia NOE, e si continua ad operare secondo quel rispettabilissimo patto che è stato in vigore nell’era copernicana dell’io governatore che arriva dall’inizio del Novecento con il deflagrare delle avanguardie fino ai giorni nostri postremi ed epigonici.

    Adesso, con l’ontologia positiva, ne siamo fuori. La poesia dell’ontologia negativa di Heidegger ha dato risultati brillanti ma, quella ontologia fa parte ormai del passato, un passato glorioso, ma passato.

    Il «finito», ogni volta che lo nominiamo, è già nell’«in-finito». E già qui siamo fuori della ontologia negativa, siamo entrati in un altro demanio concettuale. Il discorso poetico richiede la predicazione del finito, una predicazione che non avrà mai fine e che pone stabilmente il «finito» nell’«infinito». Se riusciamo a pensare il discorso poetico in questi termini, non potremo mai più fare poesia come lo si è fatto nella tradizione poetica occidentale.
    Sono stato chiaro?

    E con questo penso di aver risposto in qualche modo ad Antonio Sacco che mi chiedeva lumi sulla NOE, il tempo, interno, il tempo esterno, lo spazio, la tridimensionalità, la quadri dimensionalità, la disfania etc.

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