Questionario di 4 domande del 1995 sulla Interrogazione e la poiesis ai poeti di ieri e di oggi, Giorgio Linguaglossa, Francesco Paolo Intini, Gino Rago, Alfonso Cataldi, Giuseppe Talia, Plotino, Heidegger

Gif Donna sedutaGiorgio Linguaglossa

13 giugno 2019 alle 16:49

Trascrivo qui un Questionario di 4 domande che nel 1995 inviai ad alcuni autori; le risposte poi apparvero quel medesimo anno su un numero del quadrimestrale di letteratura Poiesis che a quell’epoca facevo con alcuni amici.

1) Vorrei porre la seguente domanda: se è vero che oggi la poesia è «libera», nel senso che non deve nulla a nessuno e che non deve rispondere a nessuno in quanto non v’è interrogazione o, detto in altri termini, mandato, se comunque è vero che la poesia sia soltanto l’impronta digitale di chi la scrive, e quindi un fatto «privato», ritiene che questa situazione storica sia favorevole o sfavorevole alla sopravvivenza della poesia?

2) Un tempo la poiesis (da poiéo= faccio) fu azione che, unita al canto divenne incantesimo, e unita alla mimica divenne dramma (drama da drao=faccio) rituale, cioè operazione magica, rappresentazione destinata a realizzare una presenza sacrale.

Oggi, nel laico mondo tecnologico, cosa è divenuta la poesia che ha ormai compiuto il divorzio dall’incantesimo, dal dramma rituale e dalla rappresentazione?

3) Il problema dell’interrogazione appare strettamente unito al quesito sull’ispirazione; se noi diamo a questa parola il significato etimologico, essa ci indica che la poesia sia qualcosa che nasce non dentro lo «spirito individuale» (formula infelice, lo ammetto) dell’uomo ma come qualcosa, un soffio, uno spirito? – che viene dal di fuori e si impadronisce dell’uomo; se noi riconosciamo al termine entousiasmos, entousiastes un significato affine a quello dell’ispirazione, cioè un qualificativo riferito alla Pizia vaticinante, «plena deo», non possiamo non riconoscere che l’essenza della poesia risieda fuori della poesia stessa, cioè nel mondo.

4) Ora, vorrei porre un problema, e precisamente: il legame che unisce il dentro con il fuori, cioè il mondo e la poesia, ovvero, il tempo e la temporalità della poesia, è un legame che vorrei chiamare istanza radicale o istanza temporale, che altro non è che quella problematica che il proprio tempo pone all’artista, come anche allo scienziato (anche se in modi differenti).

Quale è il Suo pensiero?

Un cordiale saluto. Giorgio Linguaglossa

Francesco Paolo Intini

14 giugno 2019 alle 22:34

domande interessantissime soprattutto l’ultima, caro Giorgio. La temporalità dello scienziato e dell’ artista che si confronta con il tempo secondo lo scienziato e l’artista. Da quello che posso arguire il tempo per il primo è qualcosa di misurabile, una delle sette grandezze fondamentali, una coordinata come quelle dello spazio. Per l’artista invece cos’è? Possiamo averne un’idea confrontando le loro opere?

Lo scienziato ha fiducia nella ripetizione dell’esperimento. Se le condizioni sono le stesse, il risultato finale sarà lo stesso.

Il tempo come successione di istanti uguali è garanzia di una successione di eventi uguali ad altri passati o futuri.

Si può dire lo stesso di un artista?
Come dire che se la Gioconda venisse dipinta oggi avrebbe i baffi.
Perché questa disparità?
E’solo perché la ripetibilità non è un concetto che appartiene all’arte o c’è qualcosa che riguarda la diversa concezione del tempo?

A parer mio è il concetto di successione di istanti tutti uguali a non avere a che fare con l’opera d’arte dove a c’entrare invece è il concetto di temporalità, ossia della problematica dell’epoca, ciò che emana dallo spirito del tempo.

Cosa c’è allora nella mente dell’artista se il tempo così concepito non gli lavora dentro? Probabilmente nulla, nient’altro che far zero il tempo a cui corrisponde un pensare per idee assolute come quelle della simmetria, valide nel definire i canoni di bellezza, per l’attrazione sessuale ma altrettanto valide in cristallografia e nella formazione dei legami chimici e in svariati altri campi. Il poeta non si discosta da questa linea di ricerca di entropia alla rovescia.

Se il tempo non esiste ogni epoca è uguale alle altre ed è legittimo, ultra attuale pensare in termini di polittico o di Commedia e di versi senza un verbo. Pensa tu allora cosa debba girare per la testa di uno che abbia abitudine per poesia ed esperimenti!

Alfonso Cataldi
15 giugno 2019 alle 15:12

Con lo studio del mondo subatomico, il concetto di tempo ha costretto a rimettere tutto in discussione, fino ad arrivare a descrivere fenomeni con equazioni in cui non esiste più la variabile tempo. Il tempo così come noi abbiamo imparato a conoscerlo e a misurarlo forse è un’illusione? Nei miei testi scrivo ormai quasi esclusivamente al tempo presente, anche azioni che la mia memoria o la memoria collettiva pone in tempi passati, superando così la convenzione che ci fa usare il tempo come classicamente ce lo hanno insegnato per meglio organizzare la nostra vita pratica. tutto esiste contemporaneamente? Ieri leggevo un’intervista dell’artista Mimmo Paladino, che fa “apparire frammenti di figure, mani, teste, elementi di una poetica che fonde spazi e epoche diverse, definendo un alfabeto di segni molto riconoscibili, che però non hanno un significato di senso univoco. Per Paladino l’artista dà vita a una materia informe che preesiste a lui. E’ un demiurgo, un essere dotato di capacità creatrice e generatrice, senza la quale “è impossibile che ogni cosa abbia nascimento”. Il demiurgo per eccellenza per Paladino è Don Chisciotte: “colui che vede cose che altri non vedono”.

Gino Rago

13 giugno 2019 alle 18:18

Benché avverta il peso ( in grado persino di schiacciarmi) delle 4 domande che Giorgio Linguaglossa srotola sul panno verde del piano inclinato del nostro tempo, tempo umano e tempo poetico, non posso sottrarmi all’invito impegnativo, sì, ma ineludibile e anche attraente dell’amico Linguaglossa se non altro per le questioni etico-estetiche ma anche tematico-stilistico-formali che le 4 domande linguaglossiane in sé contengono.

Vecchio Testamento

[contro il «no» che dentro mugghia]

La bella pittura postcubista?
Il nobile medium dell’olio?

Rimarrebbero forse le frasi piu turpi
Contro il «no» che dentro mugghia.
[…]
Nuove immagini da materiali nuovi.
Materiali eterocliti. Materiali poveri.

Il poeta del nuovo paradigma
Lascia in eredita lamiere malamente saldate.

Legni combusti. Cenci.
I segni d’amore o d’affinita per epoche remote.

I materiali effimeri. I materiali rozzi.
Le altre parole.
[…]
Le parole che negano
Sensazioni e idee della durata eterna.

I cenci. Gli stracci. Le velature.
Gli impasti. Le ombreggiature.

I sacchi vuoti
Ma pieni più di uomini vuoti.

[…]

Il ritorno an den Sachen selbst del poeta nuovo
Lascia in eredità l’arte del «no» libero

Contro il «sì» obbligato di Ferramonti e Belsen.
Viaggio incompiuto. Sorriso amareggiato.

E Milton che urla dal Paradiso Perduto: «E’ inferno.
Ovunque vada è inferno. Io stesso sono inferno.

Nessun uomo è un’isola».
[…]
Nuovo Testamento

[Vi lascio parole senza suono]

Vi lascio le schegge. Vi lascio il sole.
Vi lascio la grandine, la pioggia, il vento.

Vi lascio i cascami delle fonderie,
Le scorie radioattive,

La ricchezza del mondo in poche mani,
Le macromolecole di veleni.

Vi lascio le vernici, la plastica, i trucioli.
E il grafene.

Vi lascio parole senza suono,
I sentieri del dolore,

Le vie della mano sinistra,
Il catrame, le maschere, le colle,

L’alluminio in lamine per le scodelle dei cani,
Le limature, la calce viva, le polveri sottili.

Vi lascio il sorriso del prigioniero.
L’ansia d’azzurro di madri nel nero.

Vi lascio.
Vi lascio le stelle che brilleranno

E le schegge di quest’uomo nel fango.
Vi lascio il fango.

Vi lascio il canto d’un nuovo Big Bang.
E il Nulla che è tutto lo Spazio.

Vi lascio l’energia centripeta del Grande Scoppio,
L’estensione, l’esplosione, l’espansione dell’uomo

Nella Parola “altra” di Poesia.

Gino Rago

13 giugno 2019 alle 18:49

Una sintetica meditazione sulla parte finale della nota critica di Giorgio Linguaglossa sui versi che seguono:

[…]

Troppo spesso – pensavo – troppo,
troppo spesso noi animali ci affidiamo
alla bontà curiosa della nostra indole.

E laggiù dove andrò, remoto,
nella patetica smorfia verticale muore
l’impronta, e non lo sa, e replica
se stesso, ancora, nell’ultimo conato
costruttivo. Del resto
ci piace assaporare, puerili,
la più elementare forma di dominio,
espressione del nostro costume
e la natura ci ingombra, ci pesa ma consiglia
le terre più estreme, dove l’attrito procede
e si consuma ancora più violento
e fisico, più naturale.

Scrive Linguaglossa:

“Se si legge con attenzione questa composizione, ci accorgiamo che non è citato nemmeno un oggetto, tutte le espressioni appartengono al genere della decrescita felice del soliloquio plenipotenziario che è sito in un angolo remoto della mente; una ruminazione che non dice niente, che non parla al lettore, una composizione che si allontana dagli oggetti e si avvicina alla ruminazione interiore. Retropensieri di una retropia, o retropie di retropensieri, fate voi. Anzi, mi correggo, retrovie di retropie…”

E’ per me la certificazione della irreversibilità del coma etilico di un tipo di poesia che per anni abbiamo letto e visto scorrazzare da libro a libro, di antologia in antologia, di rivista in rivista…

Nelle vesti di medico legale Giorgio Linguaglossa ha poi fatto l’autopsia sul cadavere di questa poesia decretando la morte del cadavere freddissimo all’obitorio delle case editrici potenti dell’impero di creta della nostrana poesia.

Giorgio Linguaglossa

13 giugno 2019 alle 19:47

Lo storico della romanità, Mazzarino, ci ricorda che nella polemica Contro gli Gnostici, Plotino (203/205-270 d.c.) prospetterebbe il contrasto tra spirito pagano e spirito cristiano come «un contrasto tra chi ama il mondo ritenendolo eterno pur con tutte le sue disuguaglianze, e chi invece non l’ama, predicandone la fine». Premesso che amare il mondo non significa accettarne le diseguaglianze e le ingiustizie ma amarlo nonostante le disuguaglianze e le ingiustizie, qui è in questione un prius, una cosa che sta prima della divisione dell’etica dall’estetica e dello stesso politico, si intende la disposizione all’apertura verso il mondo.

Il disprezzo del mondo proprio dello spirito giudaico-cristiano nutre in sé l’idea della rottura della temporalità. Il mondo esisterebbe non in sé ma in un per noi, in quanto soggetto a passiva subordinazione alla potenza del dominio sulla physis. La temporalità del dominio è la temporalità del dominio e del disprezzo.

Di contro alla concezione greca della «pienezza del Tempo», l’escatologia giudaico-cristiana piega il Tempo al «compimento del Kairos», fin alla palingenesi in un altro tempo, il tempo della redenzione e della resurrezione. La macchina calcolante della tecnica prende posto nella temporalità giudaico-cristiana come temporalità del dominio e annichilamento della physis.

Il pensiero di Heidegger intende questo quando scrive che occorre attraversare «la storia del nichilismo e della metafisica» per potere arrestarsi dinanzi alla ineffabilità dell’essere. Il perché dell’essere sarebbe intraducibile con i mezzi del logos.

Il concetto moderno di rappresentazione presuppone l’esperienza del cogito che dà forma e sostanza agli enti. Il principio pratico-produttivo del concetto di rappresentazione riduce il mondo a «immagine» (Bild) della cosa e a oggetto che sta di fronte (Gegenstand).

Il concetto classico di Teorein significa corteo, processualità che si dispiega. La nozione moderna di rappresentazione pone in termini invalicabili la distanza del punto di vista in quanto esterno all’ente, insomma, come cogito. E il concetto di arte che ne consegue sarebbe l’immagine esterna dell’oggetto che si forma sulla superficie retinica dell’occhio.

L’arte del Moderno sarebbe quindi un’arte dell’impressione o, al massimo concedibile, dell’espressione ma mai di penetrazione del mondo, si arresterebbe alla prenotazione di una immagine. L’arte del Moderno è sostanzialmente cartesiana da almeno tre secoli, e la psicologizzazione del cogito che ne fa il freudismo si configura come una variabile dipendente, un adattamento alle nuove circostanze storiche con le quali si presenta il cogito. L’epoca della psicologizzazione del cogito verrebbe a coincidere con l’epoca dell’attraversamento della metafisica.

Le recenti tendenze dell’arte del Dopo il Moderno sembrerebbero accentuare il processo di psicologizzazione dell’arte moderna, con il che si ha il trionfo dell’estetica da oreficeria e della diffusione dell’estetica fuori dal concetto dell’estetico. Così che se tutto è estetico, nulla è estetico. E l’arte non può che defungere.

«Le ispirazioni che non fanno anticamera vanno in fumo impotenti».

«Le opere parlano come le fate nelle favole: tu vuoi l’incondizionato, ti sia concesso l’irriconoscibile».

«L’estetica non può capire le opere d’arte se le tratta da oggetti ermeneutici. Mundus vult decipi».

(T.W. Adorno, Teoria estetica, Einaudi, 1970 p, 231 e segg.)

Lo sguardo che cade dalla poesia sul lettore deve essere come lo sguardo cifrato d’un marziano.

La poesia per essere vera, deve essere irriconoscibile.

L’arte che si sottrae al principio del montaggio è kitsch. L’arte è montaggio elevato all’ennesima potenza

Giuseppe Talìa

13 giugno 2019 alle 23:52

Lo storico della romanità, Mazzarino, ci ricorda che nella polemica Contro gli Gnostici, Plotino (203/205-270 d.c.) prospetterebbe il contrasto tra spirito pagano e spirito cristiano come «un contrasto tra chi ama il mondo ritenendolo eterno pur con tutte le sue disuguaglianze, e chi invece non l’ama, predicandone la fine».

Il vero cambio di paradigma sarebbe, non tanto “tutti dobbiamo morire”, quanto, invece, “tutti dobbiamo vivere.”

Celso, Il discorso vero, Adelphi

Risvolto del libro

Questo libro è una testimonianza decisiva dello scontro dottrinale fra Pagani e Cristiani. Celso, filosofo medioplatonico del II secolo, sferrò con Il discorso vero un attacco radicale contro lo scandalo della nuova religione che veniva dalla Palestina e pretendeva di sostituirsi a culti immemorabili. Col gesto di un aristocratico cosmopolita, lo osserviamo reagire all’invadenza della pìstis, della fede, là dove dovrebbe regnare soltanto la conoscenza. E insieme rivoltarsi contro la boria antropocentrica dei Cristiani, che gli appaiono simili «a un grappolo di pipistrelli, o a formiche uscite dalla tana, o a rane raccolte in sinedrio attorno a un acquitrino, o a vermi riuniti in assemblea in un angolo fangoso che litigano per stabilire chi di loro è più colpevole». Dalla parte cristiana, Celso incontrò, dopo qualche decennio, l’avversario più temibile: Origene. E, per un’ironia della storia, mentre Il discorso vero, nella sua interezza, andò perduto, ciò che sopravvisse furono i frammenti che Origene ne citava nella poderosa opera di confutazione che gli dedicò. In essi, qui presentati per la prima volta in edizione italiana, possiamo riconoscere, in tutto il suo vigore, la voce di una grande civiltà su cui incombe il declino, ma che non vuole rinunciare a se stessa.

Giuseppe Talia

Cari Germanico e Mario M. Gabriele,

Ho ritrovato una traccia che credevo perduta nella prosodia.
Una traccia audio di sovrapposizioni e interruzioni dialogiche.

Una speculazione arbitraria. Una disfluenza. Una violazione.
Qualcosa o qualcuno si è introdotto. Ho chiamato il 118.

Gli esiti contradditori e la loro durata temporale preoccupano.
Non sto bene. Non sta bene. Non si sta bene. La violazione

Degli spazi interlocutori, anomalie tecniche, interruzioni,
Rare presenze regolamentari, conversazioni polifunzionali.

Pre-occupano le hit estive problematiche/non problematiche
Tra intoppi e perturbazioni, lapsus linguae e calami stratiformi.

Una meteora pre-termine. Audioregistrazioni sub-corpus.
La pragmatica descrittiva di Geoffrey Leech che attribuisce enunciati.

Le parole sono polisemiche. Le espressioni allocutive. “Ci sei?”
Il parlante Zimmermann si sovrappone con violenza intenzionale.

Durata breve e violenta: i muscoli involontari, all’unisono,
Supportano il parlare corrente e le variazioni di tono e di volume.

Ascoltate (mi)

Alfonso Cataldi

Cari amici dell’Ombra,

Ho problemi temporanei di vista, ho dovuto fare un laser d’urgenza per problemi alla retina di un occhio. Posso leggere poco. Volevo riallacciarmi alla riflessione di Gino Rago sulla “bontà curiosa della nostra indole animale” e sulla necessità di dominio che siamo chiamati ad esercitare nei confronti della natura, dal grado di civiltà raggiunto, che non mettiamo in discussione, con un mio testo:

“Quel monile sciamanico…”
direbbe chi osserva il polso della maestra Milena.

«I suoi alunni e tutto il corpo insegnanti erano gli unici assenti»
comunica il collaboratore scolastico.

Tra i piatti da sparecchiare
Francesca termina l’ultima stesura sulle origini della 3a C.

A Pripyat gatti selvatici di ogni forma e dimensione
hanno occupato le abitazioni abbandonate.

Un gruppo di alieni in tuta e maschera antigas
prende appunti il sabato sera:

  • l’equilibrio del disastro nucleare.
  • Le bugie allungano il naso

Dopo mille peripezie
Pinocchio scopre che il segreto della vita è nell’amore. Umano?

Troppo umano confidarsi con il legno
sradicare silenziosi di fronte alla luna.

[a dx Donatella Giancaspero, Roma, San Paolo, 2017)

Giorgio Linguaglossa

14 giugno 2019 alle 16:46

L’articolo n. 1) del Manifesto della Nuova Poesia Metafisica, pubblicato sul n. 7 del quadrimestrale di letteratura “Poiesis” nel 1995 si apre con il precetto, in consonanza con la massima di Plotino, di amare l’esistenza del mondo:

1) Dobbiamo amare l’esistenza del mondo più del mondo stesso e l’esistenza dell’uomo più dell’uomo stesso. L’arte vera raffigura l’uomo intero al centro delle tre dimensioni. Il Senso abita l’intero, la totalità. La nostra casa è il mondo e la lingua che lo delimita. Ampliare la lingua ai limiti dell’indicibile significa ampliare il mondo e la nostra integrale umanità.

L’articolo ricalcava testualmente il primo articolo del terzo manifesto dell’acmeismo vergato da Osip Mandel’stam, il quale invitava ed ammoniva ad amare il mondo.

Ecco, dall’acmeismo mandelstamiano del terzo manifesto del 1919 ad oggi, siamo arrivati alla «poesia polittico» e alla «nuova ontologia estetica». C’è un filo rosso che comunica attraverso i secoli ed i millenni, e questo filo rosso è l’amore per il «mondo» inteso come esistenza delle cose che sono in esso.

Il mio pensiero è che con la «nuova ontologia estetica» e la «poesia polittico» siamo usciti fuori dalla poesia della tradizione giudaico-cristiana, che in questi ultimi secoli qui in Occidente si è sviluppata sulla matrice petrarchesca, per aderire ad una visione più antica, e quindi più attuale: la visione della poesia come Commedia, ovvero, in termini moderni, come «polittico» in grado di abbracciare tempi e spazi plurimi e diversissimi.

Giorgio Linguaglossa

15 giugno 2019 alle 17:04

Scrive Alfonso Berardinelli nel libro Poesia non poesia, Einaudi, 2008:

«La poesia in una certa misura cambia storicamente (ammettiamo per un momento che la storia esista), cioè non è sempre uguale a se stessa e va quindi descritta di nuovo quasi a ogni generazione (o epoca o periodo). Compito specifico dell’attività critica è appunto descrivere, registrare e valutare questi cambiamenti.

Ma d’altra parte la poesia conserva una sua identità di principio, se non di fatto. È interessante notare che almeno da un quarto di secolo la continuità fra oggi e ieri sembri stare a cuore agli autori più di quanto avvenisse (per esempio) negli anni sessanta, decennio apocalittico e presuntivamente rivoluzionario, quando la nozione, l’identità, la tradizione della poesia venivano contestate e sottoposte a un giudizio radicale in termini di critica marxista (e avanguardista) della società borghese».

Il ragionamento salomonico di Berardinelli è qui vistosamente ironico verso questi anni di stagnazione e recessione del pensiero critico sulla poesia, il critico romano dice cose ovvie, tanto ovvie da non poter essere confutate: che oggi nessuno o quasi si occupa di critica, anzi, la stessa parola è caduta in disuso e in dispregio. Io di solito se qualcuno mi chiama critico, interloquisco subito dicendo che non sono un critico, ma un calzolaio della poesia e che i miei strumenti sono i chiodi e il martello, oltre, naturalmente, l’incudine. Anzi, lo strumento più importante è l’incudine, lo strumento immobile contro il quale il martello può battere.

Sembra incredibile lo stupore e la meraviglia di quanti dinanzi alla nuova ontologia estetica gridano metempsicosi e apocatastasi, questo fattore dovrebbe farci venire l’orticaria per la stupida ottusità che rivela una mentalità che manifesta orrore verso un pensiero critico dell’esistente. Come spiegare a questi signori che la nuova ontologia estetica non è nulla di definito ma è un percorso, un cammino in una certa direzione…

Ho saputo che è corsa voce a Milano e in certi ambienti romani, di non dare troppo credito alla ricerca intrapresa dall’Ombra, di non farne parola o menzione per nessun motivo, di erigere una barriera di silenzio. Buffo vero? Soprattutto meschino oltre che auto liquidatorio, ma che rivela bene con che tipo di personaggi abbiamo a che fare oggi, con quelle persone che hanno le mani in pasta… come tanti Lotti che maneggiano e maneggiano al CSM per le prebende e le nomine politiche…

Per fortuna questa sembra essere la tegola definitiva per Renzi e i renziani i quali adesso possono andarsi a fondare un partitino personale…

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29 risposte a “Questionario di 4 domande del 1995 sulla Interrogazione e la poiesis ai poeti di ieri e di oggi, Giorgio Linguaglossa, Francesco Paolo Intini, Gino Rago, Alfonso Cataldi, Giuseppe Talia, Plotino, Heidegger

  1. Giorgio Linguaglossa

    cari Francesco Paolo Intini e amici e interlocutori,

    non vi nascondo che all’epoca le risposte dei letterati a queste quattro domande furono, dal mio punto di vista fortemente insoddisfacenti e riduttive. A quel tempo, siamo nel 1996, cominciai a prendere coscienza che era pleonastico e anzi controproducente sollevare questioni o istanze che avrebbero potuto insospettire ed irritare le istituzioni stilistiche. Infatti, di lì a poco ricevetti una cartolina postale di Zanzotto il quale mi comunicava che «non sono interessato alla direzione presa dalla rivista» (ndr, il quadrimestrale di letteratura Poiesis, che a quell’epoca dirigevo). Quello fu il suggello, l’imprimatur della sentenza: alle istituzioni stilistiche vigenti non interessava e (non interessa) che si mettano sul tappeto questioni «allotrie», e comunque, non formulate secondo le convenzioni chiesastiche della ortodossia culturale. Ne presi atto.

    Sono passati 23 anni e la situazione del cultural lag non è cambiata, anzi, sembra peggiorata. il conformismo nazional elitario delle istituzioni stilistiche ha raggiunto l’apice. E la riprova ne è che sull’articolo sulla poesia e la storia culturale di Mario Lunetta, nessuno dei suoi amici o estimatori ha sentito la necessità di scrivere un commento anche di due righe per ricordare le battaglie del poeta romano degli ultimi cinquanta anni, battaglie che si possono anche non condividere (e infatti il sottoscritto non condivideva affatto molte sue posizioni culturali e di poetica), ma il rispetto e la riconoscenza per un poeta intellettuale come Mario Lunetta dovrebbe essere fuori discussione anche da chi non la pensava come lui.

    Penso che le 4 Domande del 1996 andavano al cuore delle questioni del fare poesia, ieri come oggi. L’Interrogazione fondamentale, di che cosa si tratta? Ma, esiste veramente? o è una fandonia inventata da un poetucolo? Ecco, qui, proprio su questo punto ci si gioca il testimone del passaggio dalla generazione dei Fortini, dei Pasolini, dei Bigongiari a quelle che hanno occupato le posizioni delle cosiddette istituzioni stilistiche. La caduta del tasso di intelligenza delle questioni teoriche e filosofiche presso le generazioni che sono seguite è stata perpendicolare e catastrofica. Gli autori educati ed edulcorati di oggi non sono in grado di dire niente di significativo sulla questione della Interrogazione fondamentale, non hanno né la competenza (non essendo poeti), né la cultura filosofica necessaria per affrontare un tale argomento.

  2. L’accusa di metempsicosi si spiega solo in riferimento al fantasma, e ho idea che accada per il modo in cui talvolta viene esplicitato. Nelle poesie NOE vi sono esempi innumerevoli. Per questa e altre questioni d’accusa, il fatto è che sembra mancare il lettore creativo-attivo a cui queste poesie sono rivolte; un lettore capace di non prendere tutto alla lettera, al quale anche la categoria della metafora sia venuta a noia. Non ci si accorge dell’apertura che si crea grazie all’uso del frammento; che probabilmente viene inteso come ennesimo escamotage strutturalistico, mentre invece è l’esatto contrario, in quanto la “nuova” struttura serve esattamente a de-strutturare, creare varchi, consentire dissonanze altrimenti impossibili. Si dirà che ne va del “senso”, evidentemente. Già, come se il senso fosse un uccellino da tenere in gabbia…
    In effetti, caro Giorgio, sembra un paradosso, quello di de-strutturare ricorrendo a una nuova, seppur labile e soggettiva, strutturazione. Ma questi sarebbero tecnicismi; e arrivo a dire che sembra un parlare da pittori (quello che tu dici del ciabattino), come faceva De Chirico quando recensiva una qualche mostra d’altri: l’impasto, la scelta del colore (tutto quel «bitume» in Caravaggio); epperò è necessario: più fisica che metafisica.

  3. L’agorà ha una fuga, un
    cortocircuito riconoscibile. Un

    gusto memorabile. Una cialda.
    Un passo double che arricchisce

    la sintassi, la pagina labile di un pensiero,
    questo profumo di nocciola.

    La gelateria noe
    infondo la trovi sempre all’ombra.

    (La nostra rivoluzione,
    proposta: mangiare un sano gelato tutti insieme. Poeti dell’Ombra.)

    Dove, quando?

    Un abbraccio caro.
    GRAZIE OMBRA.

  4. Giorgio Linguaglossa

    A proposito della Domanda Fondamentale

    È accaduto questo: due giorni fa, facendo pulizia tra montagne di carte e fotocopie, mi sono imbattuto in una bozza di poesia composta, credo, nel 1986-1987. Una bozza palesemente (dal mio punto di vista attuale) non riuscita, o parzialmente riuscita, ma che mi ha rivelato come già a quell’epoca tentavo di muovermi lungo una direzione di ricerca ancora a me ignota, verso, diciamo, una poesia «astratta», secondo la quale è scomparso l’io, o meglio, l’io c’è ma è un io che cogita dal e sul reale.

    Ve la ripropongo perché penso sia interessante più per i limiti del tentativo che non per gli esiti riusciti. Penso che degli esiti riusciti ci siano, soprattutto perché il tentativo era agli inizi e a quell’epoca non possedevo gli strumenti stilistici e filosofici di oggi, della nuova ontologia estetica; da rimarcare che il tentativo è rimasto inedito, anzi, ho dimenticato lo scarabocchio tra le mie carte e lì è rimasto fino all’altro ieri.

    Questa poesia mi ha dimostrato in modo inequivocabile che già allora ero alla ricerca di un mio immaginario (porte, finestre, imposte che sbattono, il tappeto, il tempo, la dama in maschera, il cicisbeo, etc.) e che tutte queste icone erano un tentativo di rispondere già allora ad una Domanda Fondamentale.

    L’improvviso spalancarsi della finestra.
    Lo sbattere delle imposte

    Le tende scosse da un vento gelido che muove il pesante arazzo.
    Un’onda lo ripercorre a ritroso contrando lo sviluppo dell’azione.

    All’indietro è più chiaro lo svolgimento, gli snodi.
    Se non fosse per la polvere del salotto

    che sale a nugoli, per il tappeto sul pavimento,
    per i refoli del tempo,

    oggi non sarei qui dinanzi alla coda del pavone
    che s’inarca, al cicisbeo che china la parrucca

    sulla mano della dama in maschera
    inghirlandata dal guardinfante,

    al lacchè che scodinzola ai suoi piedi
    nel meriggio polveroso.

    L’unica libertà che mi sono preso riscrivendola è la riscrittura in distici che la rende più attuale, più NOE.

    E allora, qualcuno mi domanderà: Qual è la Domanda Fondamentale che mi muoveva all’epoca.? Ecco, la risposta è che non lo so. Il poeta, l’artista si muove sempre in obbedienza alla immediatezza e alla incontraddittorietà dell’esperienza estetica e dell’apparire, e lo fa in modo inconscio. Non c’è niente da fare, non si può dire in altro modo se non che all’epoca andavo cercando il mio «immaginario»; sì, proprio come un pescatore getta le reti perché va cercando i suoi pesci, io avevo gettato la mia rete a mare perché andavo alla ricerca delle mie immagini, delle mie icone, che altro non sono che la traduzione in icone linguistiche di quella Domanda Fondamentale che premeva nel mio inconscio e che allora non conoscevo ma che oggi, a distanza di più di trenta anni mi appare chiarissimo.

    In margine del foglio compariva questo appunto:

    L’ambito estetico, o ciò che definiamo esperienza estetica non è affatto disgiunto dall’ambito di ciò che nominiamo «fisico», dalle sue proprietà chimiche e fisiche e quindi dalle matematiche che li interpretano. E ciò accade non perché gastronomia fa rima con astronomia (che pure non è privo di senso), quanto per ragioni molto più profonde.

    L’arte è un modo di studiare e rappresentare la fisica delle cose, la relazione tra le cose, al pari della matematica, ma senza la finalità del dominio sulle cose che le matematiche hanno in sé. L’arte rappresenta le cose e le relazioni tra le cose ma senza alcun dominio su di esse.

    Il fisico Jules Henri Poincaré era convinto che qualsiasi problema fisico potesse trovare una soluzione soltanto se si individuassero e si cercassero le matematiche adatte. «La fisica sperimentale – scriveva – è la sorgente unica di ogni nostra conoscenza. Essa non ci fa conoscere le cose, ma i rapporti fra le cose… il fisico matematico riveste poi questa sostanza con la forma, cioè con l’abito matematico che consente di verificare se il tipo di rapporto proposto dal fisico sperimentale sia effettivamente passibile del rigore richiesto dall’apparato matematico. La fisica sperimentale sta alla fisica matematica come il modello all’artista».

    • Caro Giorgio nel 1996 non mi occupavo di poesia. Fu un periodo abbastanza lungo di mancanza di zolfo che iniziò sul finire dei 70 e doveva terminare solo un decennio fa. –Mi prendevo cura per vivere, come ora, della vita di altri elementi – Ad esplosione avvenuta, cominciai a muovere timidissimi passi di alieno con respiratore di gomma in acquitrini infidi, lasciando sassolini sul mio cammino per il ritorno sempre imminente. Quelle paludi che lasciavo di fanghi da cui trarre preziosi mi richiamavano, ero sempre l’ippopotamo fuori del suo elemento, l’impacciato cronico sotto il peso degli anni, quegli stessi dove la Poesia, a mia insaputa, invece si prendeva cura dei tanti narcisi sparsi per mari e monti per farli crescere e prosperare e creare infiniti specchi d’argento. Credo che l’istanza, già l’avessi nel momento dell’uscita solo che bisognava ripulirla del terreno del compiacimento altrui, del successo a tutti i costi, dell’emulazione, dell’adulazione ed infine della superbia propria dell’Io . Un bel giro insomma nel paradiso del conformismo per privarsi di un pensiero che santificasse l’abbondanza delle messi e la santa competizione. Tutt’oggi non so ancora se valga la pena stringere in un libro le mie fragili spighe d’orzo che perdono consistenza, man mano che diventa insistente la domanda se i tempi della poesia e della scienza siano conciliabili e se non lo sono perché insistere. Si tratta di un approccio probabilistico e non perentorio, definitivo e per sempre, alla questione fondamentale del trovarsi uomo in questa epoca affidandosi a pochi strumenti come il distico, il polittico, la cancellazione o quasi del verbo che viene dall’educazione a considerare il mondo estremamente più ricco dell’ io, mai riconducibile a concetto già fatto e pronto per essere incamerato ma pur sempre sfuggente e sorprendente. Ed in definitiva è il mondo stesso che chiama e soffia, nello scienziato attraverso la curiosità, nel poeta tramite l’ispirazione. Si tratta di formulare in poesia una nuova equazione che faccia uso di lettere e relazioni, una volta stabilito che lo zero è l’Io.

  5. E’ bello, e sorprendente, quando alla luce di una nuova consapevolezza, d’improvviso appare il percorso (la domanda); non posta in avanti, ma che giunge a rischiarare quanto, per svariate ragioni, non potevamo allora comprendere. A me è successo in pittura, quando capii di aver trovato (sì, eureka!), e subito mi ricordai di alcune ricerche visive di quando avevo 18 anni. Era già tutto risolto, e non lo sapevo.

  6. Talìa

    Omofonie. Diremo quasi omografie. Tra tutte, quali ne scegli?
    Dipende dal contesto: il miglio cerale è meglio di un miglio marino.

    Il miglio si compra agevolmente (leggere provenienza, uso di
    Pesticidi, muffe, confezione sottovuoto e la somma del tutto
    Con la fatica e il sudore).

    Un miglio marino, invece, è pari a 1852 metri, 1254 km corrispondono
    A 779,1995 miglia. Tale la distanza tra la Libia e Lampedusa.

    Giorgio Perlasca di vite ne salvò circa cinquemila, ebrei ungheresi.
    Schindler ne salvò circa 1.100 dallo sterminio. La Mare Jonio appena

    Poco più di settanta, e nel frattempo, settanta volte settanta sono
    Annegati nel Cenotafio Nostrum. Il vascello fantasma della St. Louis

    si aggira ancora tra i marosi con il suo carico di defunti, o Germanico,
    Tacito percorre miglia e miglia proprio come sulle rive del Nilo.

    • Oltre lo steccato. Il nuovo paradigma, dove si arriva a dire senza dover dire, nemmeno in poetico. Aggiro la ragione e me ne servo. Come dire tutto con uno sguardo. E dei versi ricordi il loro gesto. Complimenti.

  7. Caro Giuseppe Talia,
    mi piace questo tuo risultato, l’aver raggiunto le omofonie tra le sismografie dell’io, e lo hai raggiunto seguendo il tuo percorso, con le tue forze e il tuo talento. Sei un esploratore di sismogrammi. Riesci magnificamente quando cogli il primo insorgere dell’emergenza del reale, quella traumaticità che incombe sul soggetto parlante. È lì, in quel punto che si apre una faglia, la faglia che indica il vuoto originario dal quale tutti proveniamo, il vuoto costitutivo dell’Io che per noi risulta inaccessibile, nonostante tutti gli sforzi e i tentativi che da un secolo in qua sono stati fatti per acciuffarlo, fino agli esangui epigoni post-novecenteschi che ancora si illudono di fare cosa buona ad occuparsi dell’Io e delle sue adiacenze. La Cosa lacaniana che indica quell’oggetto perduto e inaccessibile. Ma da dove viene quella perdita che dà luogo alla inaccessibilità di Das Ding? La risposta la dà Lacan quando ci informa che proviene dall’azione del taglio, della coupure ad opera del significante; è il significante che genera la perdita e il vuoto che ne consegue.

    La poesia della nuova ontologia estetica non è altro che questa rincorsa pazza e senza fine alla ricerca dell’oggetto perduto. E in questa rincorsa scopre che la Cosa sconfina nella non-Cosa, evidenziando il carattere di extimità della Cosa. E allora quella Cosa assume il carattere di Entfremdet, di alienato, «di estraneo a me pur stando al centro di me».
    La tua poesia circoscrive anch’essa una estetica del vuoto e del nulla, si situa sull’orlo, ciò che Lacan Chiama «bordatura del reale», e lo può fare soltanto situandosi nel punto originario, aurorale del linguaggio. Il tuo è il tentativo di produrre un incontro con il reale, e a farlo emergere nella zona linguistica ove solo esso è da sempre, almeno da quando esiste il linguaggio. Ed ecco l’Umheimlich freudiano, l’oggetto anamorfico che si fa avanti, che entra in scena caracollando… di qui la tua esigenza di introdurre degli interlocutori parlanti, degli Attori che sarebbero attanti, il tuo richiamarti a personaggi fantasmatici come «Germanico», a personaggi vivi e vegeti come Mario Gabriele. E se questo elemento è comune a tutti o quasi i poeti della nuova ontologia estetica, una ragione pure ci sarà, ed è da rinvenire, a mio avviso, in quella costante ricerca della Alterità, in quel bisogno di operare attraverso la chiamata in presenza dell’Altro, dell’Unheimlich, dell’Estraneo.

    • Talìa

      Cari Lucio e Giorgio e cari amici tutti*,
      ringrazio per le note di stima. L’officina dell’Ombra è stata per me la via di svolta, la consapevolezza che la Unheimlich, lo spavento, l’inquietante, il sinistro che avvertivo fin da piccolo potesse un giorno, passata la paura, divenire consapevolezza.
      Devo tutto a Germanico-Linguaglossa, ad Alfredo de Palchi, a Mario M. Gabriele che all’inizio non riuscivo a capire e che rifiutavo: rifiutavo l’Unheimlich, ciò che mi spaventava, così come in precedenza avevo rifiutato Rimbaud e che invece tanta parte ha avuto nelle Vocali Vissute.
      Non mi dilungo e vi abbraccio.

  8. Una poesia di Marina Petrillo

    Esilio

    Non sgomenta il Sé ma l’Altrui deterge
    a silenziato specchio, Monade

    in eclisse di sopravvivenza
    gesto rallentato di oberante idioma.

    Trasceso al valico, sparuto al guado
    intraprende a graffio il suo spavento supremo.

    Se sia il presente natura
    in altra forma esteso o gemmazione

    risalente al superiore cammino
    di anime a caso scelte

    e lì tediate da alcun ricordo se non l’atonale
    traccia di un risveglio amaro in umana veste.

  9. Anche il linguaggio di Marina Petrillo sfrigola e frigge quando entra in contatto con il nulla del reale. Lacan ci insegna che il soggetto, inteso come Moi, si sgretola per riemergere come Je, come entità residuale. E l’io di Marina Petrillo si scopre cristallizzato, irrigidito, muto in quanto entrando in contatto con il nulla prolifera un processo di de-soggettivazione nel quale il soggetto si scopre in preda ad una lallazione enigmatica di origine abissale.

    L’incontro con il reale dà origine a questo linguaggio originariamente nutrito di vuoto, a-semantico, mancante di significante, dotato di una segnaletica semantica abissalmente involuta e interrotta, che cortocircuita di continuo all’interno del proprio inabissarsi. L’incontro con il reale mette in scena il soggetto divenuto squarcio all’interno della catena significante. In questo modo, il soggetto de-soggettivizzato di Marina Petrillo può parlare come una sibilla impazzita alla maniera di una lingua straniera, di una lallazione enigmatica, priva di telos, mera entità desiderante che non risponde più al significante e alle cose significate, e questo può accadere in quanto il significante della Petrillo è un plus-significante e un minus-significante, costretto a oscillare e a periclitare tra la presenza e l’assenza, tra un pieno e un vuoto del segno linguistico.

    È l’alternanza di presenza e assenza, di pieno e di vuoto che produce nel soggetto la spinta desiderante, come accade nel gioco del rocchetto freudiano in cui il legame tra la madre e il figlio è un rapporto di avvicinamenti e allontanamenti (Fort!, Da!) del rocchetto che il bambino tiene tra le mani e che lancia di continuo avanti a sé e lo riacciuffa.

    Di questo duplice movimento si parla anche nel Tao, secondo cui prima dell’Uno si ha il Vuoto supremo, il Soffio primordiale, e successivamente si generano lo Yin e lo Yang la cui interazione avviene tramite un vuoto mediano. Ed è in questo vuoto mediano, in questo nulla che si situa il linguaggio petrilliano il quale parla come una sibilla, parla per enigmi insondabili, perché quello, soltanto quello è il parlare del linguaggio poetico colto nel suo sorgere aurorale musaicamente accordato: il parlare per enigmi pus-significanti e minus-significanti.

  10. Giorgio Linguaglossa

    Octavio Paz in conclusione al suo celebre saggio su Duchamp scrive:

    «come il filosofo greco e come quei pochissimi uomini che hanno osato essere liberi, Duchamp è un clown. La libertà non è una conoscenza ma ciò che si trova dopo la conoscenza. Uno stato d’animo che non solo ammette la contraddizione ma che cerca in essa il suo fondamento. I santi non ridono né fanno ridere, ma i veri saggi non hanno altra missione che farci ridere con i loro pensieri e farci pensare con i loro scherzi. […] Saggezza e libertà, vuoto e indifferenza si risolvono in lui in una parola chiave: purezza. Purezza è quello che resta dopo tutte le addizioni e sottrazioni […].»
    Le Néant parti, reste le Château de la pureté. (Paz 2000: 77)

    Se si leggono le poesie di alcuni autori della nuova ontologia estetica: di Giuseppe Talia, Mario Gabriele, Mauro Pierno, Alfonso Cataldi, Lucio Mayoor Tosied altri non c’è dubbio che si tratti di autori clown, nel senso duchampiano, perché impongono una distanza tra la propria scrittura e la scrittura logometrica della tradizione post-novecentesca bene educata, creano un vuoto pneumatico che si frappone tra l’io e la scrittura celebrativa e auto celebrativa dell’io. Fanno una cosa molto semplice: sostituiscono l’io con il vuoto pneumatico. Ciò che resta è il linguaggio allo stadio del vuoto, il linguaggio sotto vuoto spinto.

  11. Talìa

    Ecco il gruppo PUNK della Nuova Poesia Ontologica, i clown, i nuovi clown che lottano per un diritto “Se si leggono le poesie di alcuni autori della nuova ontologia estetica: “Giuseppe Talia, Mario Gabriele, Mauro Pierno, Alfonso Cataldi, Lucio Mayoor Tosi ed altri “.
    Da notare nel video la staticità dei componenti del gruppo rispetto alla musica e al testo e quel “schiacciare le zanzare” del passato ‘900 e attuale post- novecento, più che ben educato fastidioso.

  12. Gino Rago
    Che cosa salvare del ‘900? Ho pensato di mettermi a camminare, per un breve tratto, con

    Tzvetan Todorov per una storia delle idee su e di un secolo alla ricerca della
    MEMORIA DEL MALE nella TENTAZIONE DEL BENE

    “Mi ricordo del primo gennaio 1950: avevo undici anni, e poiché la data rappresentava già una cifra abbastanza tonda, mi domandavo con qualche inquietudine, seduto ai piedi di un albero di Natale che allora si chiamava albero di Capodanno, se avrei raggiunto quella data altrimenti più tonda che è il primo gennaio 2000. Era talmente lontano, mezzo secolo ancora da attendere! Sarei sicuramente morto prima. Ora ecco che un batter d’occhio più tardi quest’altra data è arrivata, e mi incita, come tutti, a pormi la domanda: che cosa bisogna conservare di questo secolo? Dico proprio secolo, anche se si cambia contemporaneamente di millennio: quest’ultimo non si lascia afferrare, l’altro sì.
    Il «Times Literary Supplement», periodico letterario londinese, ci sollecita ogni anno a scegliere il «libro dell’anno»; alla fine del 1999 chiedevano anche il «libro del millennio». Ho giudicato la questione così futile che non ho mandato alcuna risposta. Il secolo, invece, produce senso: è la nostra vita più quella dei nostri genitori, tutt’al più dei nostri nonni. Un secolo è il tempo accessibile alla memoria degli individui.
    Non sono uno «specialista» del ventesimo secolo, come può esserlo uno storico, un sociologo, un politologo, né voglio diventarlo adesso. I fatti, almeno nelle loro grandi linee, sono noti; oggi, come si dice, li si trova in tutti i buoni manuali. Ma i fatti in sé non rivelano il loro senso, che è ciò che m’interessa. Non vorrei sostituirmi agli storici, che già fanno bene il loro lavoro, ma riflettere sulla storia che essi stanno scrivendo. Il mio sguardo sul secolo è quello non di uno «specialista», ma del testimone interessato, dello scrittore che cerca di capire il proprio tempo. Il mio destino personale determina in parte il punto d’approccio che scelgo, e ciò in duplice modo: per le peripezie della mia esistenza e per la mia professione. In due parole: sono nato in Bulgaria e ho vissuto in questo paese fino al 1963, mentre era sottomesso al regime comunista; da allora abito in Francia. Per un altro lato, il mio lavoro professionale concerne i fatti della cultura, della morale, della politica, e pratico, più particolarmente, la storia delle idee. La scelta di ciò che vi è stato di più importante nel secolo, di ciò che quindi permette di costruirne il senso, dipende dalla vostra identità. Per un africano, per esempio, l’avvenimento politico decisivo è sicuramente il colonialismo, e poi la decolonizzazione. Anche per un europeo – e qui mi occuperò essenzialmente del ventesimo secolo europeo, facendo solo brevi incursioni negli altri continenti – la scelta è ampiamente aperta. Alcuni direbbero che l’avvenimento maggiore, sulla lunga durata, è ciò che è chiamato la «liberazione delle donne»: la loro entrata nella vita pubblica, la loro presa di controllo della fecondità (la pillola) e, al tempo stesso, l’estensione dei valori tradizionalmente «femminili», quelli del mondo privato, sulla vita dei due sessi. Altri privilegeranno la diminuzione drastica della mortalità infantile, l’allungamento della vita nei paesi occidentali, gli sconvolgimenti demografici. Altri ancora potrebbero pensare che il senso del secolo è deciso dalle grandi conquiste della tecnica: dominio dell’energia atomica, decifrazione del codice genetico, circolazione elettronica dell’informazione, televisione.
    Sono d’accordo con gli uni e con gli altri, ma la mia esperienza personale non mi dà nessun chiarimento supplementare su questi temi; essa mi orienta piuttosto verso una scelta diversa. L’avvenimento centrale, per me, è la comparsa di un nuovo male, di un regime politico inedito, il totalitarismo, che, al suo apogeo, ha dominato buona parte del mondo; che oggi è scomparso in Europa, ma per nulla in altri continenti; e i cui strascichi restano presenti fra noi. Vorrei quindi interrogare qui, innanzitutto, le lezioni dello scontro fra il totalitarismo e il suo nemico, la democrazia.

    Presentare il secolo come dominato dalla lotta fra queste due forze implica già una distinzione di valori che non tutti condividono. Il problema deriva dal fatto che l’Europa non ha conosciuto un totalitarismo ma due, il comunismo e il fascismo; che questi due movimenti si sono violentemente opposti, sul terreno dell’ideologia e poi sui campi di battaglia; che ora l’uno ora l’altro si sono visti avvicinare agli stati democratici. I tre raggruppamenti possibili fra questi regimi sono stati tutti praticati una volta o l’altra. In un primo tempo, i comunisti considerano insieme i loro nemici (tutti dei capitalisti!), le democrazie liberali e il fascismo distinguendosi come forma moderata e forma estrema del medesimo male. A metà degli anni Trenta, e più ancora durante la seconda guerra mondiale, la distinzione cambia: democratici e comunisti formano allora un’alleanza antifascista. Infine, qualche anno prima dello scoppio della guerra, e soprattutto dopo la sua fine, è stato proposto di considerare fascismo e comunismo come due sottospecie del medesimo genere, il totalitarismo, parola rivendicata all’inizio dai fascisti italiani. Tornerò più avanti sulle definizioni e sulle delimitazioni; ma è già chiaro, dall’articolazione globale che scelgo, che questa terza distinzione ai miei occhi è la più illuminante.

    La scelta dell’avvenimento maggiore restringe sensibilmente il mio tema. Non solo mi limiterà per l’essenziale a un unico continente, il mio, ma il secolo stesso si abbrevia un po’: il suo periodo centrale va dal 1917 al 1991, anche se bisognerà risalire indietro e, per altro verso, interrogarsi sul suo ultimissimo decennio. Fatto più importante, mi limito a un solo avvenimento della vita pubblica, lasciando nell’ombra tutti gli altri, come vita privata, arti, scienze o tecniche. Ma la ricerca del senso ha sempre un prezzo: essa procede per scelta e messa in relazione – che avrebbero potuto essere altre. Il senso che credo di intravedere non esclude quello degli altri – vi si aggiunge, nel migliore dei casi. Il mio punto di partenza, la duplice affermazione secondo cui il totalitarismo è la grande innovazione politica del secolo e che esso è anche un male estremo, comporta già una prima conseguenza: bisogna rinunciare all’idea di un progresso continuo, al quale credevano alcuni grandi spiriti dei secoli passati. Il totalitarismo è una novità, ed è peggio di ciò che lo precedeva.

    Ciò non prova affatto che l’umanità segua inesorabilmente una china discendente, ma solo che la direzione della storia non è sottomessa ad alcuna legge semplice né, forse, ad alcuna legge tout court. Lo scontro fra totalitarismo e democrazia, come quello fra le due varianti totalitarie, comunismo e nazismo, costituisce il primo tema della mia inchiesta. Il secondo ne deriva per il fatto stesso che questi avvenimenti appartengono per l’essenziale al passato e sopravvivono fra noi solo grazie alla memoria. Ora, quest’ultima non è affatto assimilabile a una registrazione meccanica di ciò che accade; essa ha forme e funzioni fra cui è obbligatorio scegliere, la sua istituzione conosce fasi che possono subire perturbazioni specifiche, essa può essere assunta da attori differenti e condurre ad atteggiamenti morali opposti.
    La memoria è sempre e necessariamente una buona cosa, e l’oblio una maledizione assoluta? Il passato permette di capire meglio il presente o serve il più delle volte a nasconderlo? Le memorie del secolo saranno dunque, a loro volta, sottoposte a esame.

    Infine, anche se si tratta innanzitutto di riflettere sul senso di questo avvenimento centrale, mi vedo obbligato a prendere conoscenza anche del passato più immediato, quello posteriore alla caduta del Muro di Berlino, per interrogarlo alla luce degli insegnamenti scaturiti dall’analisi precedente. Una volta vinto il totalitarismo, sarebbe sopravvenuto il regno del bene? O nuovi pericoli incombono sulle nostre democrazie liberali? L’esempio che scelgo qui è tratto dall’attualità recente, poiché si tratta della guerra in Iugoslavia e, più specificamente, degli avvenimenti nel Kosovo. Il passato totalitario, il modo in cui si perpetua nella memoria, infine le luci che getta sul presente formeranno dunque i tre tempi dell’inchiesta che segue.

    Ho scelto di mescolare a questa riflessione sul bene e sul male politici del secolo un richiamo di alcuni destini individuali fortemente segnati dal totalitarismo, che tuttavia hanno saputo resistergli. Gli uomini e le donne di cui parlerò non sono del tutto diversi dagli altri. Non sono né eroi né santi, e neppure dei «giusti»; sono individui fallibili, come voi e me. Tuttavia hanno seguito tutti un itinerario drammatico; hanno tutti sofferto nella loro carne, e al tempo stesso hanno cercato di far passare il frutto della loro esperienza nei loro scritti. Costretti a vedere da vicino il male totalitario, si sono mostrati più lucidi della media e, grazie al loro talento come alla loro eloquenza, hanno saputo trasmetterci ciò che avevano imparato, senza tuttavia mai diventare dei perentori distributori di lezioni. Queste persone provengono da paesi diversi, Russia, Germania, Francia, Italia, e tuttavia qualcosa li accomuna. Da un autore all’altro (anche se ci sono sfumature) si ritrova lo stesso sentimento, quello di uno spavento che non conduce alla paralisi; e anche uno stesso pensiero, per il quale trovo una sola etichetta appropriata, quella di “umanesimo critico”. I ritratti di Vasilij Grossman e di Margarete Buber-Neumann, di David Rousset e di Primo Levi, di Romain Gary e di Germaine Tillion sono lì per aiutarci a non disperare.

    Come ci si ricorderà un giorno di questo secolo? Sarà chiamato il secolo di Stalin e di Hitler? Sarebbe accordare ai tiranni un onore che non meritano: è inutile glorificare i malfattori. Gli si darà il nome degli scrittori e dei pensatori che erano da vivi i più influenti, che suscitavano più entusiasmo e controversia, quando a cose fatte ci si accorge che si sono quasi sempre ingannati nelle loro scelte e che hanno indotto in errore i milioni di lettori che li ammiravano? Sarebbe un peccato riprodurre nel presente gli errori del passato.
    Per parte mia preferirei che si ricordassero, di questo cupo secolo, le figure luminose di alcuni individui dal destino drammatico, dalla lucidità impietosa, che hanno continuato malgrado tutto a credere che l’uomo merita di rimanere lo scopo dell’uomo.”

    Alla fine della passeggiata saluto Todorov all’ombra di un pioppo tremulo e su sua richiesta lo lascio con sé stesso, anche per il suo desiderio di riprendere fiato. In me, un senso di leggerezza inconsueta al termine del monologo di Todorov per tutta la camminata: i dubbi sovrastano qualche sparuta anguilla di certezza. E mi sento più vivo. Nel dubbio mi ricarico. Fatte le debite proporzioni e stabilite le necessarie differenze, il dubbio è in me ed è nell’economia generale della mia vita ciò che Sciascia è stato per Camilleri, su ammissioni reiterate dello stesso Camilleri:
    “Quando sento le mie batterie scariche leggo o ri-leggo Leonardo Sciascia…”

    (gino rago)

    • Mario Gabriele

      Un bel pezzo di storia privata, pneumonologica, perchè respira il Tempo del Male e del Bene, come una riflessione teologica. che investe la morale, la politica, la cultura, la libertà, la Morte e il Dolore. e poi Auschwitz,Hiroshima, il senso del Male,validato da Sant’Agostino Non c’è stato e non ci sarà per noi, un lieto fine, Nella concezione del nostro Essere abbiamo coinvolto la Teodicea e l’Antiteodicea. Un giorno Freud pensò che la weltanschauung avrebbe cambiato il Mondo, mentre nascevano nuove forme di spiritualità tipo New Age, che si rivelarono solo un fenomeno estemporaneo e che lo stesso Freud si convinse in seguito del carattere illusorio del suo pensiero, ammettendo che anche egli corresse dietro ad una illusione. Siamo e resteremo soggetti interscambiabili con la vita e la morte, con gli accadimenti sociali, economici e della personalità in continua successione.

  13. Sono contento che si dica del “clown”, è una delle voci che (mi) parlano dentro. La voce del Clown è di linguaggio corrente, ed è utile per rovesciare prospettive, venirne fuori. Ma va tenuta a bada, perché non ha rispetto di niente e nessuno, e a lasciarla dire tante volte scade nell’inezia e nella volgarità. Gilles Deleuze, questo diceva (dell’ironia): «Chi per virtù d’arte è poeta tragico, dev’essere anche poeta comico».

    • Voci eccellenti di clown sono anche quelle di Donatella Costantina Giancaspero, Francesca Dono, Edith Dzieduszycka. E che dire dell’immensa Anna Ventura?

      • donatella giancaspero

        Grazie mille, Lucio Mayoor Tosi, per avermi nominata e inclusa tra le “voci eccellenti”!!!… “di clown”? Non so se sono un clown… Forse la mia maschera somiglia piuttosto a quella di Pierrot, un… “Pierrot Lunaire”!!!

        • “Autori clown”, lo scrive Giorgio. Clown bianchi, dico io. E clown donne, ammesso che il genere… ma vedo che sei d’accordo.

          • donatella giancaspero

            Con i complimenti di Petr Král:

            “Chère Donatella, grand merci pour votre poème, qui me plaît beaucoup. Bonne chance à toute la série que vous avez commencée! […] Avec toutes mes amitiés, Petr K.”

            “L’homme qui se lève la nuit”

            à Petr Král

            L’homme qui se lève la nuit
            il se détache des ténèbres comme un automate.
            Il remplit du robinet de la cuisine
            un demi-verre. Il boit le tout en un seul coup
            Alors, retourne au lit.

            Une goutte reste sur le fond
            – en attente de sécher jusqu’à demain –.
            Il reflète la lumière d’une cuisine dans le bâtiment en face,
            le seul à trahir la façade – dans le noir,
            la vérité d’un trompe-l’œil –.

            Depuis un certain temps, le rideau sur la scène est manquant,
            jeté dans les coulisses, avec des costumes d’une autre pièce.

            Au centre, le lustre est vissé
            sur le monologue de la veillée obligatoire
            – le verre embué –.
            Aux premières loges, le seul spectateur dort.

            *
            © Donatella Giancaspero, testo e traduzione

            L’uomo che si alza di notte

            L’uomo che si alza di notte
            si stacca dal buio come un automa.
            Dal rubinetto della cucina riempie
            metà bicchiere. Lo beve in un sorso.
            Poi, torna a letto.

            Resta una goccia sul fondo
            – in attesa di seccare fino a domani –.
            Riflette la luce di una cucina nel palazzo di fronte,
            unica, a tradire la facciata – nel buio,
            la verità di un trompe-l’œil –.

            Da qualche tempo, manca il sipario alla scena,
            gettato dietro una quinta, con i costumi di un’altra recita.

            Al centro, il lampadario si avvita
            sul monologo della veglia obbligatoria
            – il vetro annebbiato –.
            In prima fila, l’unico spettatore dorme.

  14. Un equilibrio. La costanza della ricerca ha un equilibrio. La tragedia sul piedistallo della gioia.

    Un canto equivoco. Che sente le voci ed i fantasmi. L’onda e l’offesa.

    Alfredo è lì sul piedistallo.
    La gioia canta a squarciagola.

    (Volevo salutare e abbracciare Alfredo De Palchi. E tutti voi per gli stimoli incessanti)
    GRAZIE OMBRA.

  15. @ Gino Rago
    Mi fa pensare lo storicismo, questo modo di porre in ordine il passato imprevisto – il passato incontrovertibile – con logica tale per cui tutto ciò che era in divenire “diviene”; così che le parole – democrazia e totalitarismo – finiscono col farsi conservative. E dunque il nuovo, che come il passato è un divenire, dovrà nascere in “cattività”, in gabbia? Che valore hanno democrazia e totalitarismo, se è dimostrato che il primo è un bene deteriorabile, e l’altro, male assoluto –contro natura è ogni forma di oppressione– non è durevole? Hanno ancora senso le categorie, per me ottocentesche, di bene e male?
    Sono però d’accordo con Gino Rago, che sia di conforto e insegnamento almeno la storia degli individui, il loro pensiero e l’esempio. Ma sono altresì convinto che nuove parole stiano per nascere, seppure nel giardino della spazzatura, di colore, forma e significato diversi; aggiornate e filosoficamente evolutive. Non ancora trovate ma in costruzione. E mi scarico del dubbio: unisco in me occidente e oriente. E torno a disegnare.

  16. Tornando al pioppo tremulo alla cui ombra del ristoro lo avevo lasciato, trovo Todorov in uno stato quasi di rapimento, mi fa cenno di ripassare più tardi:
    “Vorrei continuare ad ascoltare il monologo di

    Karl Löwith su un argomento che mi sta a cuore:
    IL NICHILISMO EUROPEO…”

    Nel mezzo del progresso vertiginoso realizzatosi nel domi­nio e nello sfruttamento del mondo grazie ai moderni mez­zi tecnici inventati nel XIX secolo, si è affermata in tutti gli spiriti più sensibili d’Europa la consapevolezza della man­canza di uno scopo della loro esistenza, e un pessimismo spi­rituale che all’inizio fu interpretato soltanto come debolez­za, fino a quando Nietzsche non diede al nichilismo, inteso come «logica della decadenza», una svolta attiva sotto il cui segno ci troviamo tuttora.

    Il «risveglio» tedesco, con cui si pensava di aver superato il nichilismo, (1) è la logica divenuta attiva della decadenza e della dissoluzione; è una «rivolu­zione del nichilismo», come l’ha definita Rauschning. Intorno alla metà del secolo scorso, il nichilismo ha trova­to la sua espressione più significativa in Flaubert e in Baude­laire. Dopo aver compiuto la Tentazione di S. Antonio, in cui il Santo è tentato da tutte le fedi e le superstizioni che sono sta­te escogitate nel nostro mondo, egli cominciò a ordinare e ad analizzare il caos scientifico della cultura del XIX secolo.
    Egli progettò di redigere un compendio della stupidità umana, che doveva essere una ironica glorificazione di tutto ciò che era stato approvato nel corso del tempo.
    Il risultato di questo as­surdo studio fu il romanzo Bouvard e Pécuchet.

    Due piccoli borghesi, di buona indole, intelligenti e onestamente preoc­cupati di darsi una cultura superiore, dopo essere stati un tempo scrivani in un ufficio, percorrono, nella loro sede di campagna, acquistata per un caso fortunato, tutto quanto il la­birinto del sapere accumulato – dall’arte del giardinaggio, dalla chimica e dalla medicina fino alla storia, all’archeologia, alla politica, alla pedagogia e alla filosofia -, per ritornare in­fine al loro antico mestiere di scrivani, trascrivendo dei rias­sunti tratti dai libri inutilmente studiati. L’intera opera si muo­ve, nello stile di una haute comédie, nel regno della cultura estraniata, per giungere infine alla conoscenza assoluta che tutta quanta la nostra cultura è priva di senso. Dottrine di du­rata secolare sono chiarite in poche righe, sviluppate e abbat­tute nel confronto con altre dottrine, le quali a loro volta ven­gono chiarite e annientate con altrettanta acutezza e vivacità.

    Di pagina in pagina, di riga in riga, sorge una conoscenza, e subito ecco che un’altra si innalza a sua volta, abbatte la pri­ma, e cade essa pure colpita dalla sua vicina. Nell’abbozzo della conclusione dell’opera rimasta incompiuta, Pécuchet delinea un quadro cupo, e Bouvard uno roseo del futuro del­l’umanità europea. Secondo il primo, si sta avvicinando la fi­ne dell’umanità, che è venuta perdendo il suo valore, in un cli­ma di generale affievolimento.

    Ci sono tre possibilità:

    1) il ra­dicalismo reciderà ogni legame con il passato, e da ciò seguirà un dispotismo inumano;
    2) nel caso in cui vinca l’assolutismo teistico, perirà il liberalismo, da cui l’umanità è stata domina­ta dopo la Rivoluzione francese, e si verificherà un rovescia­mento;
    3) se perdurano le convulsioni, che durano dal 1789, tali movimenti tempestosi ci trascineranno via a forza.

    Non vi saranno allora più né ideale, né religione, né morale; e l’Ame­rica conquisterà il mondo.

    Secondo l’opinione del secondo, l’Europa sarà rinnovata dall’Asia, si svilupperà una tecnica imprevista di comunicazioni, con sottomarini e mongolfiere, e sorgeranno nuove scienze che consentiranno all’uomo di ri­durre le forze dell’universo al servizio della civiltà, e di emigrare su altri pianeti, quando la Terra sia stata sfruttata sino alla fine. Con la miseria cesserà anche il male, e la filosofia di­venterà religione”.

    Più contento dell’altra volta mi dirigo a passo lentissimo verso il lungomare.
    Doppia contentezza: i miei dubbi sono aumentati.

    (gino rago)

  17. Giorgio Linguaglossa

    Stamane ho telefonato al servizio TIM del 187 per segnalare un guasto alla linea telefonica di mia madre. Ho detto alla signorina dall’altra parte del filo che mia madre ha 98 anni, vive da sola, è auto sufficiente ma non può stare senza il telefono. La signorina mi ha fatto i complimenti per la salute di mia madre, al che io ribattuto che mia madre, nata nella notte di Natale del 1921 ha visto il padre tornato dalla prima guerra mondiale senza una gamba, lasciarsi morire in preda all’angoscia… ha visto i bombardamenti degli alleati a Catania dove abitava, lo sfascio del fascismo che aveva portato il Paese alla guerra e la distruzione dell’economia del Paese e il dopoguerra di fame e stenti; ha visto la lenta e miserabile ripresa del Paese nel dopoguerra, ha vissuto nella guerra fredda, lei comunista con suo marito calzolaio comunista, ha partecipato alla vita nazionale da comunista e ha partecipato alla edificazione della debole democrazia italiana, e poi ha visto i figli andare lontano da casa per cercare lavoro, ha visto il crollo del muro di Berlino e gli aerei di Bin Laden contro le twin tower… adesso mi chiede che cosa significano le parole sovranismo e nazionalismo, e io le ho risposto che significa il ritorno dell’irrazionalismo, il padre del fascismo e del nazismo, e che non sappiamo se l’Italia riuscirà a restare dentro l’Europa e il contesto sovra nazionale che finora ha garantito pace, crescita economica degli stati (tranne l’Italia).

    Cari amici, la crisi che attraversa il nostro Paese è la parte finale della crisi del novecento e del post-novecento, e la soluzione non è affatto scontata, le forze che stanno alla base della crisi e che l’hanno determinata continuano ad operare, la storia non si ferma e noi possiamo solo tentare di arrestare o ritardare il compiersi degli eventi negativi e tentare di favorire il compiersi degli eventi positivi. Al momento, le mie sensazioni sono molto negative, gli italiani non hanno ancora compreso la gravità e la portata della crisi (la crisi della poesia italiana è un piccolo epifenomeno della crisi nazionale e mondiale). Mi rinfranca il fatto che noi (dell’Ombra delle Parole) combattiamo per la difesa della democrazia e per il rinnovamento culturale del Paese e della poesia italiana. Questo è il nostro compito storico e questo noi stiamo facendo.

    Due giorni fa al salotto letterario in casa di Edith Dzieduszycka ho detto ad un interlocutore che si dichiarava editore, con voce ferma e compita che non ho intenzione di tenere relazioni con fascisti, para fascisti, cattolici clericali destristi che appoggiano i fascisti e laici che collaborano con i razzisti e fascisti che hanno casa nel mio Paese, che la democrazia è la sola casa che voglio abitare fondata dalla lotta al nazifascismo e sulla Costituzione repubblicana. All’editore lì presente il quale mi forniva un nome a suo parere della cultura italiana che lui si vantava di aver pubblicato, ho replicato: «ho scritto in pubblico che quel signore da lei nominato è un cialtrone. Non ho altro da aggiungere. Il signore in questione se ritiene di essere stato diffamato da me mi può citare in giudizio per diffamazione».

    Il condensato di questa filippica è che: alla mia età non ho più nulla da perdere, voglio fare chiarezza e vivere con chiarezza massima e con autenticità, dicendo e scrivendo sempre e in ogni occasione quello che penso.

  18. Giorgio Linguaglossa

    Il presente testo è solo un breve estratto dal saggio pubblicato da:
    CreateSpace Indipendent Publishing, Seattle 2014.
    https://www.amazon.it/Sincretismi-Dellindicibile-Battiato-Sgalambro- Gurdjieff/dp/1507726171/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3% 95%C3%91&keywords=sincretismi+indicibile&qid=1560799878&s=books&sr=1-1
    ISBN-10: 1507726171
    Copyright, Lucio Giuliodori 2014.
    http://www.luciogiuliodori.net

    All are lunatics, but he who can analyze his
    delusion is called a philosopher.

    Ambrose Bierce

    Dopo la filosofia:
    Manlio Sgalambro e la poesia del non senso.

    «Che mi importa della filosofia? Di ciò che sta oltre mi importa»1.

    «Oggi il filosofare non ha più la possibilità di seguire una linea dritta, perfetta, precisa, perché altrimenti diventa geometria – e non ci sono filosofie geometriche, adesso. Questa parte iniziale del Duemila non ha filosofie, o ha filosofie meramente accademiche. E quindi non resta che accentuare il capriccio, accentuare la variazione. E richiamarsi all’epifania joyciana. Ho fatto una specie di piccolo duello con questo altro tipo di filosofare, privilegiando il non-senso, il non-significato. E’ come se a un tratto il cavallo si fosse sbrigliato, avesse perso le redini – ma volontariamente – e se ne andasse al galoppo
    cercando di entrare e di uscire, qua, là… Un pensiero “sbrigliato”»2.

    Se per Gurdjieff era fondamentale che il padrone facesse sentire la sua voce al cavallo, se cioè per lui un cavallo sbrigliato equivaleva a un uomo non solo addormentato ma perso proprio negli abissi della sua buia inconsapevolezza, per Sgalambro è invece auspicabile, volontariamente, perdere le redini3 – è probabile che il filosofo aveva in mente la metafora gurdieviana quando pronunciò queste parole4. Ebbene: perché? Perché come si additava già nel primo paragrafo non si cerca il sistema, la verità (filosofica), piuttosto la si vuole evitare ai fini di un guadagno che ha nella libertà di espressione e di contraddizione il corifeo di una messe di atteggiamenti volti alla salvaguardia del singolo, di quell’iniziato per cui la filosofia non è «sistematica verità» ma musica da camera. Dopo la morte di Dio, dopo la fine delle ideologie, dopo la fine dei grandi sistemi, dopo l’idealismo, dopo lo smarrimento dell’esistenzialismo, dopo il nichilismo, che cosa resta davvero? Lo sguardo di un filosofo disincantato quale Sgalambro che ha assorbito questo tracollo del pensiero filosofico – o forse questo innalzamento, verso il capriccio, verso l’insignificanza (quale significanza ulteriore) – che si è visto svanire di dosso il Novecento congedantesi silenziosamente tra sillogismi dell’amarezza e «pacche sull’anima», dove e cosa può scrutare? La «filosofia» è sull’orlo di un abisso, questo ci sta dicendo Sgalambro. E ce lo sta mostrando con la sincerità più assordante, quella di chi è sempre stato al di là della «filosofia», pur sprofondandoci dentro. Dall’isola benedetta del mondo non accademico il pensatore siciliano può asserire:
    «L’esilità di una filosofia è inversamente proporzionale al peso che può sostenere. Diafane, spettrali addirittura possono essere quelle che prendono di petto la morte o l’essere. Mentre una filosofia che si impegna a capire il cigolio di una porta che si apre lentamente, il rumore di un passo nella notte, fa sforzi sovrumani. Questi temi hanno la struttura di un capello, appartengono al mondo del piccolo. Bisogna prenderli in mano e avvicinarli all’occhio perché li veda e all’orecchio perché li oda. Ma un rumore di passi può mandare l’eco dell’intero universo»5.

    Via i grandi temi, via i sistemi, vie le ontologie, le soteriologie e quant’altro: l’attenzione deve spostarsi a quei varchi quadrimensionali, come li chiamerebbe Florenskij, da cui sbirciare il reale, perché è lì, proprio lì che lo stesso reale si srotola giù nella sua interezza macrocosmica, ed ecco che la filosofia si fa poesia, magia perfino, in quanto non è più nemmeno richiesto un impianto di pensiero per comprenderlo, spiegarlo o addirittura «incastrarlo» dialetticamente, teoreticamente, analiticamente: se ne incarica la sensibilità, il disincanto del percipiente. Esattamente come nella celebre Stagione all’inferno:

    «Mi abituai all’allucinazione semplice: vedevo molto chiaramente una moschea al posto di un’officina, una scuola di tamburi tenuta da angeli, calessi per le vie del cielo, un salotto in fondo a un lago; i mostri, i misteri; un titolo di vaudeville faceva sorgere davanti a me terrori.
    Poi spiegai i miei sofismi magici con l’allucinazione delle parole!
    Finii col trovare sacro il disordine del mio spirito»6.

    Tale istinto al lato noumenico del reale ricorda le memorie del già citato filosofo russo Pavel Florenskij, che da bambino vedeva prodigi e misteri ad ogni angolo del reale, semplici sassi bucati erano per lui un irrinunciabile invito al viaggio: «in essi intuivo le forze delle tenebre originarie in cui era nato ogni essere, e quel che desideravo era penetrarvi e stabilirmici dentro. […] Come vi sentivo una risposta ai miei pensieri di bambino, e come riconobbi in quegli “dèi” i miei sassi misteriosi»7 .
    Lo stesso Gurdjieff sosteneva che in ogni cosa, uomo compreso, vi si poteva scorgere l’intero universo: da qui partiva il percorso conoscitivo fatto di corrispondenze, di simbolismi svelati8, anch’essi magicamente piuttosto che analiticamente, come si pertiene ad ogni vero simbolismo – come insegnerebbe lo stesso Jung. E d’altronde la conoscenza che si srotolava da tali varchi noumenali era di fatto indicibile – e questo è un tratto che pertiene a tutte le filosofie tradizionali, l’indicibilità è una categoria dell’esoterismo stesso9, a tale proposito Gurdjieff puntualizza: «La conoscenza pura può essere trasmessa: ma, essendo espressa in simboli, è ricoperta da essi come da un velo; che per coloro che desiderano vederla, e sanno come guardare, diventa trasparente»10.

    Sgalambro sostiene che

    «Il vecchio racconto di Schelling – “nelle cose dorme uno spirito gigante…” – esalta il momento in cui lo spirito si sveglia e riconosce nelle cose sé stesso. Ma è tempo, pare, che lo spirito torni ad addormentarsi in esse, e s’acquieti in un sonno senza più sogni. Appena scosso da impercettibili movimenti che indicano il palpitare tranquillo del suo cuore»11.

    Quale il compito della filosofia dunque?

    «Far pervenire a una certa illuminazione su una capocchia di spillo. Non i grandi sistemi, l’ambizione delle grandi e perverse filosofie novecentesche che cercavano di produrre una Weltanschauung completa. Io credo che si debba procedere così ormai, che si debba andare alla ventura»12.
    Senza il cavallo appunto: a briglie sciolte.
    Ciò che rende estremamente interessante il percorso di Battiato è questo suo trovarsi a proprio agio tra la filosofia di un cocchiere padrone, severissimo e inappuntabile e quella di un cocchiere che si compiace dell’assenza assoluta di cavalli, di direzioni, di realtà. Se il sincretismo è far convivere visioni differenti, in Battiato esso si accentua sino alle sue estreme possibilità ed è in esse che l’artista siciliano trova il massimo guadagno, lì piomba il suo senso, lungo il periplo di significati che tra gli antipodi e gli archetipi sfidano se medesimi in una scherma che è danza, derviscia probabilmente. Ma una danza «aerea» perché come dichiara Sgalambro, ricordando un celebre brano dello stesso Battiato, la filosofia va intesa (vissuta) come volo, verso gli uccelli bisogna tendere:

    «Verso gli uccelli, appunto, verso questi esseri che fanno scomparire anche il linguaggio che si capisce “a volo”. Oggi la filosofia, per me, deve presentarsi come qualcosa che balla, come una piccola danza, una piccola danzatrice che piroetta e fa piroettare il pensiero. Ecco, il pensare che diventa una specie di piroetta»13.

    La danza presuppone l’assenza dello sforzo intellettuale dal momento che non si comprende più col pensiero, forse con i «centri superiori» di cui parla Gurdjeff.
    Osho disse che «un saggio che non sa danzare non è un vero saggio»: il che del fenomeno, per dirla con Schopenhauer, va colto in volo oltre che al volo, mit einem schlag, per citare ancora il filosofo di Danzica (uno dei «maestri» di Sgalambro). Per questo la filosofia in Sgalambro diventa poesia, per questo Battiato lo ha invitato a scrivere i testi delle sue canzoni, per questo ha continuato a farlo per un ventennio, perché dentro la canzone risiede un mondo e quel mondo è sufficiente a spiegare tutto non avendo bisogno di argomenti, basti pensare che per Gurdjieff la legge dell’ottava musicale spiega l’intero universo…

    Spesso, erroneamente, si tende a definire Sgalambro nichilista o più «precisamente» pessimista non carpendo però, come già segnalato in precedenza, che un filosofo attento alle danze dei microcosmi non può essere né pessimista né ottimista, può semmai essere icastico, causidico e ammaliante come solo lui sa essere: «Il pessimismo ormai ce lo siamo lasciato alle spalle, abbiamo superato il pessimismo come anche l’ottimismo, e questo superamento è la noncuranza verso l’uno e l’altro. E’ una specie di leggerezza»14.

    Seppur l’esito è giocoso e non drammatico Sgalambro afferma comunque che questa «leggerezza ti schiaccia. Però ti deve schiacciare, perché se tu non paghi non puoi entrare. Come a teatro»15. Il prezzo del filosofo: vedere, sentire come, quando e quanto il mondo gli crolla addosso, in ogni istante, in ogni cigolio di porta, in ogni passo nella notte: a quale scopo un pessimismo qui? Il mondo crolla a priori, costantemente, come in un dipinto surrealista, come in In The Walk-in Closet di Ville Löppönen. Ma d’altronde se non crollasse non esisterebbe nemmeno la filosofia e/o la poesia che avverte questo tracollo mentre il resto del mondo continua a guardarlo cieco. Ecco che la sensibilità che scorge il peso del reale potrebbe essere avvicinata a quella che Šestov chiamava «la seconda vista»: accentuare i sensi d’altronde era uno degli obiettivi gurdjieviani. Lo stesso Sgalambro dichiara: «Un’idea non mi sembra veramente attendibile se non appaga anche i miei sensi»16.

    In un orizzonte, psicofisico e «psicocosmico» (parafrasando il brano Shekelton), in cui ad essere protagonista non è più l’intelletto ma tutto il mondo interiore in sé, il sincretismo si configura quale periplo necessario dove la poesia, la magia e l’arte di raccontare e di vivere l’indicibile, soppiantano la stessa filosofia ormai obsoleta e superata dai suoi stessi superamenti immobili e da un reale che, al cospetto di autori così imponenti, fa cadere ogni velo, traboccando noumeni.

    1 M. SGALAMBRO, Anatol, Adelphi, Milano 1990, p. 54.
    2 Da un’intervista di Maurizio Assalto tratta dal sito del filosofo: http://sgalambro.altervista.org/
    3 Ovviamente, anche se si usano le medesime immagini del cavallo e delle briglie, l’impostazione è chiaramente del tutto diversa, per Gurdjieff essa poggia su di un piano essenzialmente psicologico ed inerisce a tecniche di trasformazione interiore che includono anche l’uso del corpo, per Sgalambro la questione è relativa esclusivamente alla sfera noetica e il disordine a cui egli anela è in realtà un atto di sberleffo a tutte quelle filosofie sistematiche, morali o semplicemente religiose, che col loro tenere a bada il cavallo in realtà addormentano la mente stessa, la libertà di pensiero, di contraddire quel pensiero in libertà.
    4 O forse il Mito della biga alata di Platone?
    5 M. SGALAMBRO, La conoscenza del peggio, Adelphi, Milano 2007, p. 76.
    6 A. RIMBAUD, Una stagione all’inferno, a cura di G. A. Bertozzi, Newton, Roma 1995, p. 59.
    7 P. FLORENSKIJ, Ai miei figli, a cura di N. Valentini, Mondadori, Milano 2003, p. 81. E ancora in un’altra delle lettere che spediva ai figli dal lager, raccontando loro la sua giovinezza: «determinanti furono le ricerche di quei luoghi in cui il battito del mondo si percepiva con maggiore chiarezza, in cui le voci ultraterrene della natura parlavano più distintamente. […] La mia attenzione, però, si inchiodava con una forza incontrastabile a tutto ciò che lasciava trasparire un’evidente protofenomenicità. L’inconsueto, il mai visto, lo strano quanto a forme, colori, odori e suoni, tutto ciò che era molto grande o molto piccolo, quanto era lontano, quanto violava i confini chiusi del consueto, che irrompeva nel già visto, era una calamita, e non dirò per la mia mente, poiché si trattava di qualcosa di più profondo, ma per tutto il mio essere». Ivi, p. 207.
    8 «Rendendosi conto dell’imperfezione e della debolezza del linguaggio ordinario, gli uomini che possedevano la conoscenza oggettiva hanno cercato di esprimere l’idea dell’unità sotto forma di “miti”, di “simboli”, e di “aforismi” particolari che, trasmessi senza alterazione, hanno tramandato questa idea da una scuola all’altra, sovente da un’epoca all’altra». P. D. OUSPENSKIJ, cit., p. 31.
    9 Cfr. J. HOLMANN, Il ritorno della filosofia perenne. La suprema visione dell’esoterismo occidentale, tr. it. di e. Farsetti, Arethusa, Torino 2011.
    10 P. D. OUSPENSKIJ, cit., p. 315.
    11 M. SGALAMBRO, cit., p. 104.
    12 Dall’intervista di Maurizio Assalto tratta dal sito del filosofo, cit.
    13 Ibidem.
    14 Ibidem.
    Sembra di ritrovare un’eco nel dadaismo evoliano: «Non è pessimismo: si tratta di aver veduto. Nella conoscenza squallida abbiamo ritrovata la nostra realtà, l’io che è al di fuori della vita di tutti i giorni, l’illusione e la malattia e tutto il resto: e l’estraneità, la brutalità e la non proprietà di tutte le cose che si chiamano spirituali: pensiero, sentimento, fede». J. EVOLA, Arte astratta. Posizione teorica, dieci poemi, quattro composizioni, Maglione e Strini, Roma 1920. pp. 6, 7.
    15 Dall’intervista di Maurizio Assalto tratta dal sito del filosofo, cit.
    16 M. SGALAMBRO, Dialogo teologico, Adelphi, Milano 1993 , p. 48.

  19. Nell’oltre sarà follia. Lo sentono anche i cavalli.

    Sul pianologico, in compagnia dei gatti.

    Vieni, sono Buddha.

    (MayClown-tre minuti fa)

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