Francesco Gallieri,  Brutti e Cattivi, parte seconda della trilogia, con una Nota introduttiva dell’autore: Regressione culturale, Indifferenza, Tecnologia

Gif Catastrofe

la superintelligenza artificiale

Francesco Gallieri, imprenditore e libero professionista, ha praticato e pratica l’ingegneria chimica dei prodotti solidi. Ha pubblicato, per i tipi di Elmi’s World, il suo primo libro di poesie Fuori dal coro. È fotografo, ha vinto il premio come miglior foto naturalistica al 13° Concorso Nazionale San Simone di Mirabello e come miglior foto di carro allegorico al 9° Trofeo Nazionale del Carnevale di Cento. Dipinge al computer con lo pseudonimo OPENHARTIG.

[Brutti e Cattivi” è il secondo libro della mia trilogia, Il Postumanesimo è il terzo, mentre La Trascendenza del Pigreco è il primo. Il libro della trilogia è di prossima pubblicazione]

 Nota introduttiva  di Francesco Gallieri

Il nostro indiscutibile successo come specie ha migliorato di molto la nostra condizione, ma ha anche introdotto una serie inedita di rischi esistenziali, di una gravità tale da far ritenere probabile la nostra estinzione, o il nostro regresso all’Età della Pietra.

Ci sono rischi esistenziali “naturali”, come la caduta di un meteorite, l’eruzione di un supervulcano o anche una pandemia, e rischi “antropogenici”, generati dall’uomo. Fra questi c’è indubbiamente il rischio di una guerra nucleare totale, ma altrettanto pericolosi sono l’Indifferenza, la regressione culturale e tecnologie fuori controllo

Indifferenza.

Oggi si parla solo di crescita, senza soffermarsi troppo sulle conseguenze che questo comporta.

E se qualcuno lo fa notare, solo in pochi si fermano a riflettere. Tutto per il momento va bene, basta che si consumi e si cresca, anche se in ambito sociologico sono state espresse numerose teorie critiche sulla degenerazione delle moderne società di massa ( Marcuse, Adorno, ecc ). Ma questo, posto che lo si conosca, alla prova dei fatti ai più non interessa.

Vi sono poi coloro che continuano a negare l’evidenza del pericolo di una crescita incontrollata e accusano di disfattismo chi si azzarda a parlarne.

Regressione culturale.

 Questo è più pericoloso dell’indifferenza. L’indifferenza può essere combattuta, la regressione culturale no.

Prendiamo ad esempio internet. Internet è il più esteso veicolo di cultura che l’umanità abbia mai avuto, non solo un’immensa biblioteca ma una rete pressoché infinita di relazioni culturali.

Il pericolo è insito nella degenerazione del livello delle relazioni. Le relazioni degenerano quando non si misurano più le persone sulla base di ciò che realmente sono o fanno, ma su ciò che dicono di essere o di fare. 

Quando gli elementi emotivi prendono il posto di quelli cognitivi, e la reazione istantanea come riflesso condizionato (cioè come pregiudizio) prevale sulla riflessione meditata  (il giudizio), e la percezione del presente del sè prevale sulla elaborazione del proprio essere nel tempo.

Quando milioni di persone connesse tra loro sono contemporaneamente isolate, introflesse verso se stesse, e cercano nella rete solo la conferma delle proprie opinioni, col conformismo dell’autoreferenzialità e il populismo delle opinioni settarie.

Gli aspetti negativi di internet sono solo una delle cause della indubbia e massiccia (delle masse) regressione culturale di oggi.

Regressione che è destinata ad aggravarsi sempre più, soprattutto per le reazioni alle conseguenze del catastrofico cambiamento climatico (desertificazione, migrazione incontrollabile di intere popolazioni, ecc.) e dell’esaurimento delle risorse disponibili.

La regressione culturale porta alla protervia dell’ignoranza, che porta inevitabilmente alla violenza e alla distruzione.

Tecnologie fuori controllo

L’enorme e rapidissimo sviluppo della tecnologia può portare a conseguenze incontrollabili o ad abusi  ideologici o terroristici, come virus letali creati dalla bioingegneria o minuscoli robot autoreplicanti (nanobot) fuori controllo creati dalla nanotecnologia. Ma la più grande minaccia a lungo termine al futuro dell’umanità è la superintelligenza artificiale.

 

I. Visioni

Finestre senza conforto
di pareti distrutte

Inferno di Bosch diviso in capitoli

Barriera
di veli numinosi minacciosi
inconfessabili

Corpi
in contaminazioni seriali

Poeti di improbabili metafisiche catacresi
oggetto – soccorso – d’inopia verborum.

Camaleonti
un occhio al passato e uno al futuro
– futuro? –

Visioni d’artista

o Apocalisse di Giovanni?

.

II . Estate

Una strada asfaltata che geme di sudore

materia che sembra non esistere
perché non è

evaporata stracciata saccheggiata

troppo fragile
per resistere al resto della storia

ancora viva ma che dovrà morire.

.

III. Mentre all’inferno

Sull’orlo di una crisi di civiltà
chi nega si rinchiude
incapace di capire

nel recinto dove irride gli avversari
come inutili cassandre ignoranti.

Mentre all’inferno qualcuno spinge
sempre più in basso

le Esperidi dalle mele d’oro
tramontano nei giardini avvelenati

uccise da un uomo
rosso come il peccato.

.

IV . L’angelo della morte

L’angelo della morte
quarto cavaliere dell’Apocalisse

volò sui muri indifferenti
scuotendo le nostre finestre

e ruggendo come un leone
le numerò per categorie.

Quante vite vorrai sterminare, Gabriele,
strappando la maschera dalla criniera
dei nostri boschi, ultimo rifugio?

Nel crepuscolo della nostra esistenza
le foglie si intrecciano smarrite

mentre le menzogne suonano più forte
fra le dorate rovine dell’autunno.

.

V. Uomini di terre di riporto

Uomini di terre di riporto – non consolidate –
malinconici manichini in fandanghi smidollati

posti a macerare
con zucchero e Cointreau

perché dimenticate la forza
della nostra poesia

nei sofisticati
rifugi
– vuoti d’aria d’ozio e di abbandono –

dove sarete alla fine distrutti, e rimossi,
come inutili inverosimili vittime sacrificali?

Qual è il culto a cui dedichereste
questa vostra futura immolazione?

L’agghiacciante risposta
è che non esiste, che non c’è.

 

I. Sentendo il vento

Sentendo il vento insinuarsi fra le pietre
penetrante come il dolore

– dove nessuna vita è possibile –
i pensieri si aggirano furtivi

come bulbi secchi
che non riescono a sbocciare.

 

VII. Bisognava pure far qualcosa

Bisognava pure far qualcosa,
ma questo qualcosa si è spezzato

conficcandosi in gola,
soffocando il respiro.

E così
incapaci di scegliere

è ineluttabile dimenticare.

Dimenticare,
che è poi la vera vergognosa essenza,
la nostra maledizione.

.

VIII. Nel ventre

Nel ventre aprirò crepe
per vedere cosa c’è dentro

ma temendo di trovare nelle viscere aperte
il grido senza speranza di opere d’arte

che nasceranno orfane.
E se è così,

reso incapace di vedere dal basso
l’apice di una poesia più elevata,

accetterò il vaticinio della mia impotenza.

.

IX. Gran Madre

Tu
che contieni il passato
e sei gravida del tuo futuro

che sei molto di più
della somma di noi
singole parti

essenza seminale
organo pulsante

matrice di vita
che sopravviverà comunque
alla pazzia dell’uomo

tu
terra, Gran Madre,

miserere nobis.

.

X. Imbavagliati per non gridare

Come la sposa di Lot
bianca ammonizione di sale

in lontanissime strade sassose
dopo aver sparso su tutta la terra

il sapore inutilmente amaro
della nostra algebra e della nostra geometria

imbavagliati per non gridare
ci rifugiamo nella tenebra
e l’insonnia

degli occhi chiusi nelle cisterne dell’anima
senza aspettare le nozze incerte

e il miele purificato nella voce
del lungo corteo delle vergini

sul filo della vita che verrà.
E così, sterili, e vergognandoci come ladri,

partiamo,
senza lasciare una traccia.

gif-women-colored

L’agghiacciante risposta
è che non esiste, che non c’è

XI. Può il seme

Può il seme
delle nostre lunghe meditazioni

tramutare le erbacce e le gramigne
in gigli di purezza?

Nei campi sconvolti
e nelle strade in frantumi
si è perduta la stagione dei fiori.

E noi, senza indugiare neanche in sogno,
dovremo cercare

l’ultimo seme non contaminato
cui confidare la nostra anima
senza radici.

.

XII. Brutti e cattivi

Quanto è immanente l’istante
che si accoppia al malessere

che mi attanaglia vischioso,
si incolla ed annulla il desiderio

di chiedergli chi siamo,
e cosa siamo?

Intrappolati come mosche
in un ignobile destino

diventeremo soltanto
– inevitabilmente –

brutti e cattivi.

.

XIII. Non più innocente (poesia d’amore)

Dov’è finito l’amore innocente
che folleggiava all’alba
della mia adolescenza

e la leggerezza del suo peso
che mi rendeva grande

ora che aceto e fiele
hanno finito per lacerare

il velo della tua parvenza?
Ora che odio ogni giorno di più

il tuo corpo che arrivava soltanto per nutrire
il seme e le radici della sua lascivia.

Ora che i tuoi seni appuntiti come corna
se ne sono andati

lasciandomi freddo
come un albero in inverno

.

XIV. In questo unico luogo

In questo unico luogo adatto ai vivi,
uomini incatenati, catalogati e numerati

raccolgono frammenti di catrame
e cercano germogli di parole

da bulbi che marciscono
in dimore fatiscenti.

Parole corrotte di sentinelle desolate,
quando un braccio delicatamente abbandonato

accarezza le nostre opere
come fossero le ultime a morire.

E così, voce del nostro sconforto,
stona pure nel canto che si decompone,

e si spegne,

dimenticato.

.

XV. Cavalieri d’Italia ( paludi chiare )

Cavalieri d’Italia avocette folaghe
volpoche, fra tamerici e salicornie

nelle mie paludi chiare dormenti in ombra,
ah, quante volte con fionde ad elastici tirati

ho cercato di colpirvi – e di colpire il cielo.

Non per prendervi – ragazzo solitario –
soltanto per conoscere.

Ed ora forse che conosco un po’ di più
di questo mondo ormai sull’orlo di affondare

in paludi appiccicose malsane
implacabili e mortali

capisco che forse soltanto
la vera poesia può consolarci

e forse ritarderà di un po’
la nostra fine.

.

XVI. Se anche le maree

Se anche le ineluttabili maree
certezze dalle fondamenta di pietra

non si aprono più come coperchi di tesori
e tutto evolve sotto l’angelo della morte

nell’ira e nel delirio penetra e avvolge
inalando il respiro nelle viscere di zolfo

facendole sanguinare innaturali e vischiose
rigurgiti di passioni senza un germoglio

eccoci allora nel baratro
con un lamento così lungo

che terrorizza.

 

XVII. Manca il tempo ( paludi scure )

In pantani sedimentati
fra casoni e canne di palude

in boschi allagati gocciolanti
nebbie e luci misteriose

più scura e determinata
di una statua di bronzo

disperata dal guasto odore
presagio di morte di una umanità

che tenta inutilmente di salvarsi,
arriva pure lentamente, poesia:

ormai manca il tempo
di prosciugare la palude.

.

XVIII . Possiamo fermarci?

Possiamo fermarci,
noi, che uno alla volta fuggiamo

come pezzi di carta nel vento delle strade,
finestre aperte che si chiudono
in una lunga sottrazione?

Il sangue che si sveglia all’alba
e accende la fragile disperazione

della nostra testa colma di delitti
ci spinge a cercare il sonno
altrove.

Inutile nasconderci al riparo di sporche
inutili finestre

a combattere senza scopo
guerre senza fine.

.

XIX. Paludi nere

Agitatevi, contorcetevi pure nere paludi
rimestando mari di vita

che aspettavano di nascere
tesi verso il cielo che non potranno capire

soffocati inghiottiti
in trappole mortali.

Ma io alzerò al vento le mie ciglia
cariche d’acqua
e prenderò un’altra direzione

andrò a morire da qualche altra parte.

XX. Mai e poi mai ( poesia d’amore )

Mai e poi mai ti vedrò tornare indietro
anche se ti aspetterò

nutrendomi delle maree di novembre
e di lentischi solitari.

Vetri e soldini si perdono
nel bianco iridato delle schiume

che fluttuano nelle luci d’acqua
di questa baia abbandonata.

E lontano si perdono pensieri trasparenti,
struggente dolore

e rifugio impossibile
contro la disperazione della tua mancanza.

7 commenti

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7 risposte a “Francesco Gallieri,  Brutti e Cattivi, parte seconda della trilogia, con una Nota introduttiva dell’autore: Regressione culturale, Indifferenza, Tecnologia

  1. Ulisse? Un bugiardo inglese
    […]
    Angiolina. Bellissima. Una vita di seta gialla.
    Un cappellino. Tre rose o due nei capelli.

    Angiolina Fabris con un’amica davanti al Tommaseo.
    Sotto i portici un uomo. Doveva essere forse l’ombrellaio…

    La testa fra le mani. Assorto nella lettura.Joyce.
    Non vede neppure chi gli siede accanto.

    Lascerà Trieste, andrà forse a Parigi.
    Su molo Audace cantano i bersaglieri.
    […]
    Piazza della Borsa. Tempio della musica,
    Von Karajan da Pepi-Buffet con Arturo Toscanini.

    Un palco riservato. In prima galleria
    Wagner incrocia lo sguardo di Verdi.

    La Signora Schmitz se ne accorge,
    Finge di non vedere

    Alla biblioteca civica in Piazza Hortis
    Svevo comincia La coscienza di Zeno,

    Il nembo di Trieste si abbatte sulla via,
    La ventata di bora porta con sé anche il tuono.

    Rossellini. Roma-città-aperta. Un mitra nazista.
    La Gullace-donna-di-Calabria cade sui selci.

    Anna Magnani la ricorda al mondo.
    Più tardi ai rigori la Roma perde la Coppa.

    […]
    Ai tremila metri del Passo dello Stelvio
    Da una radio ad alto volume:

    «Un uomo solo è al comando…
    La sua maglietta è bianca e celeste,

    Il suo nome… Fausto Coppi.
    L’airone apre le ali, vuoto e polvere alle spalle,

    neve ai cigli della strada.
    Non acqua nella sua borraccia ma diamanti»
    […]
    Alla Berlitz School di Via san Nicolò
    Un irlandese:« Ulisse? Era un bugiardo inglese»

    (gino rago)

  2. Mi scrive un poeta di cui ometto il nome questa email:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/05/31/franceco-gallieri-brutti-e-cattivi-parte-seconda-della-trilogia-con-una-nota-introduttiva-dellautore-regressione-culturale-indifferenza-tecnologia/comment-page-1/#comment-57361
    Grazie Giorgio per il commento sincero,

    mi dici che devo trovare una mia lingua e credevo di averla proprio nell’uso di un vernacolo differente.
    Non mi offendo anzi!
    Dimmi se hai tempo cosa faresti e cosa significa scrivere in modo totalmente differente.
    Voglio stare fuori dai cento ed essere considerate l’uno
    Cercherò di partecipare al dibattito , ma sono sempre più estraniato, lontano da questo
    Forse Il dibattito stesso mi e’ straniero, ma faro’ il possibile

    Ti abbraccio

    Ecco la mia risposta:

    caro […],

    anch’io mi sento estraniato da me stesso, figuriamoci dalla poesia e dalla poesia italiana in particolare. «Tutti scrivono allo stesso modo», con questa espressione volevo dire che leggo sempre più spesso testi che posso ascrivere alla bella scrittura, e forse lo sono davvero, ma la bella scrittura è, sostanzialmente, calligrafia, estratto farmaceutico dell’idioma poetico, e tutti qui in Italia e in Occidente scrivono in idioma poetico. Quello che noi della nuova ontologia estetica tentiamo di fare è, si può dire, non scrivere in idioma poetico, e, possibilmente, correre il rischio di scrivere anche brutte poesie! È preferibile scrivere brutte poesie che belle poesie in idioma, nell’idioma facile facile e petrarchesco con cui tutti scrivono belle poesie. Il vernacolo a me non dice nulla di nuovo, e anche la presunta «immediatezza espressiva» la trovo una nozione posticcia, creata in laboratorio, artificiale… La poesia è sempre «mediazione», linguaggio mediato per eccellenza. Penso che bisogna sfatare il mito dell’«immediatezza espressiva», esso non è nient’altro che primitivismo ingenuo, è un atto barbarico, tolemaico; si pensa alla poesia come a un sistema solare che ha al centro il sole dell’io; nozione che considero veramente primordiale e primitiva. Non c’è nessun sole al centro del sistema solare della poesia.
    Se mi posso permettere, darei un consiglio ai poeti: quando avete finito di scrivere una poesia, togliete tutti i riferimenti all’io, convertite la prima persona in terza persona, togliete il 90% degli aggettivi e qualsiasi metafora non strettamente necessaria, togliete tutte le colorazioni. Quello che resta forse si può avvicinare alla cosa chiamata poesia.

    Scrivevo il 5 sett. 2016:

    Proviamo a pensare la poesia come una «composizione musicale», come una «polifonia», come un «polittico», o come un «sistema polifonico», con voci di contralto, di tenore, di basso etc., con «voci» interne ed esterne, dell’io e di altri; proviamo a pensare di rimodulare i «toni» a secondo della posizione delle «parole» all’interno di un sistema dinamico qual è il verso; proviamo a pensare questo sistema dinamico come «sistema in movimento»; proviamo a immaginare la composizione non come un sistema statico-lineare. Se pensiamo alla cosa chiamata poesia in termini di polifonia entro un sistema spaziale, ed anche di organizzazione formale ma all’interno di un sistema spaziale… ecco che il tempo verrà da sé. In fin dei conti, lo spazio e il tempo (lo afferma Einstein) sono correlati. Proviamo a pensare al poeta come un compositore di musica in uno spazio vuoto, in uno spazio in espansione. Proviamo a pensare alla parola in termini di «massa sonora», e di inserire questa «massa» in un circuito orbitale che ruota attorno ad un astro anch’esso in movimento… Insomma, io credo che abbiamo molto da imparare dalla critica musicale e da musicisti come Ligeti e Giacinto Scelsi.

  3. Se anche le ineluttabili maree
    certezze dalle fondamenta di pietra

    non si aprono più come coperchi di tesori
    e tutto evolve sotto l’angelo della morte

    nell’ira e nel delirio penetra e avvolge
    inalando il respiro nelle viscere di zolfo

    facendole sanguinare innaturali e vischiose
    rigurgiti di passioni senza un germoglio

    eccoci allora nel baratro
    con un lamento così lungo

    che terrorizza.

    Di tutte salverei questa, perché mi sembra possa indicare una via da percorrere: senza mio/tuo/suo, noi e voi, che complicano inutilmente già che il lettore tende da sé a identificarsi. A volte basta niente e anche meno, del pesante corredo trattenuto nell’io. Basta la traccia del discorso, e la poesia viene incontro.
    Tuttavia in questa poesia non manca il coraggio di entrare nel buio di sentimenti e l’angoscia: e un po’ invidio, perché questi sentimenti sono a me preclusi in quanto condizionato da pensiero positivo. Penso alla poesia come a un percorso fortemente de-condizionante…

  4. Condivido il parere di Lucio Mayoor Tosi,
    la poesia: «senza mio/tuo/suo, noi e voi», ne guadagna. Siamo talmente condizionati da queste mirabolanti particelle, da questi pronomi nominali e personali, che rispuntano sempre di nuovo ad ogni frase senza che ce ne accorgiamo in ogni momento della nostra giornata. Penso anch’io che Francesco Gallieri debba lavorare ancora in vista della de-costruzione piuttosto che della costruzione (sempre figlia di un pensiero positivo che vuole dichiarare ciò che è bene e ciò che è male). C’è in Gallieri il coraggio di prendere una posizione forte, di alzare il tono del discorso, di sollevare questioni, e gliene va dato atto… però il discorso poetico non è soltanto un positivo significare ma anche e soprattutto un negativo significare, un mettere tra parentesi, un prendere le distanze, un prendere congedo, un allontanarsi dall’io e dal noi e dal voi e dal loro… operazione che si sottrae al rapporto debitorio-creditorio cui soggiacciono tutte le espressioni linguistiche dei giorni nostri, figlie indocili dell’economia monetaria del lessico e dello stile.

  5. pubblico qui una email a me inviata da Mario Gabriele:

    mariomgabriele@libero.it
    ven 31 mag, 12:48 (21 ore fa)
    a me

    Caro Giorgio,

    desidero condividere con te e con gli Amici della NOE, un evento che non avrei mai potuto immaginare accadesse.

    Alcuni dei miei Polittici, saranno pubblicati sul quotidiano La Repubblica, redazione napoletana – La Bottega della Poesia-, che ha ripreso assieme alle altre redazioni, il suo discorso sulla poesia di oggi in campo nazionale, ogni sabato.

    Grazie a te, se il mio lavoro ha contribuito a creare una nuova ontologia estetica, con l’uso del frammento, le citazioni, ii rapporto eliotiano dei vivi con i morti, attraverso una combinazione interlinguistica e malumorosa del mondo.

    Il tuo apporto critico e poetico ha generato un Progetto, non più ipotetico ma concreto, grazie anche all’adesione di coloro che ne hanno intuito la novità. Tu hai creduto in me, mettendo il meglio della tua critica ed io ti ringrazio sentitamente, (lo stai facendo ancora oggi ora con i miei Polittici su Carteggi Letterari).

    A tutti coloro che, in un certo modo si riconoscono nella NOE, dico solo di credere in ciò che scrivono, perché i risultati alla fine premiano; basta solo “realizzare nel massimo dell’arbitrio, il massimo del rigore; operando insomma una letteratura di poesia che contenga al suo interno polisenso la consapevole TEORIA CRITICA del proprio prodursi” (Mario Lunetta) abbandonando il novecentismo linguistico non più idoneo nel nostro Tempo, le foto shop, i selfie. i bitumi del passato, le chiacchiere impressionistiche, tanto per fare bozzetti da New Dada.

  6. Scrive Witold Gombrowicz in Diario:

    “Scarta con rabbia e con orgoglio tutta l’artificiosa superiorità che la tua situazione ti assicura. La critica letteraria non equivale al sentenziare di un uomo sul conto di un altro uomo (chi mai ti ha dato questo diritto?), ma è invece lo scontro di due personalità con diritti esattamente uguali. Non giudicare, dunque. Descrivi soltanto le tue reazioni. Non scrivere mai dell’autore e nemmeno della sua opera, bensì di te stesso in rapporto all’opera o all’autore.
    […]
    L’arte in cui siamo immersi, in cui sguazziamo felici e che spacciamo in pillolette soporifere, è ormai una enorme colla. Da protesta e impulso alla liberazione, sta diventando una camicia di forza. Cos’è che rende stupidi gli sforzi più estremi dell’intelligenza? Perché alla fine dei periodi più grandiosi di Essere e tempo ci si sente solleticare da una strana voglia di sghignazzare? E perché fuggiamo dai capolavori esposti nei musei e ci fermiamo a guardare incantati un bidone sfondato dell’immondizia o una scritta su un muro? ”

    Io proporrei di affidare la critica letteraria ad un algoritmo, avremmo dei risultati eccellenti sulla struttura retorica delle opere, una descrizione dei tropi impiegati e delle figure retoriche accurata, completa.

    La critica letteraria che rientra nel genere della critica della cultura è collassata sotto il suo stesso peso definitorio, quel linguaggio è diventato un non-linguaggio, uno pseudo-linguaggio. Anche i linguaggi critici si usurano, e dopo un po’ non significano più niente.

    Anche il pensiero di Gombrowicz secondo cui l’autore e il critico si trovano sullo stesso piano, sono «due personalità con diritti esattamente uguali», è nient’altro che una convenzione arbitraria.
    E poi: «non giudicare» equivale a giudicare, sono esattamente sullo stesso piano; nessuno che abbia un briciolo di buon senso può affermare di aver diritto di parola su un’opera, perché il suo diritto è equipollente al non-diritto. Parlare di «diritto» per esprimere una critica è un atto di ingenua barbarie, mostra inconsapevolmente la barbarie da cui legittimamente proviene.

    Come aveva già stabilito Adorno, la critica della cultura è spazzatura non meno della cultura di cui si tratta. Non c’è soluzione, non c’è una via di fuga dalla spazzatura e dall’immondezzaio che non sia spazzatura e immondezzaio.

    La critica che si fa oggi alle opere d’arte è accompagnamento musicale sulla via dell’immondezzaio. Nient’altro.

  7. Scrive Francesco Gallieri:

    le Esperidi dalle mele d’oro
    tramontano nei giardini avvelenati

    La poesia di Gallieri traccia un itinerario nel tramonto, e lo fa lasciando tracce, onde sonore, segni cacofonici perché la poesia moderna non può essere mai pacificata, tende al brutto e al cacofonico come meta naturale. La poesia che voglia apparire «bella» resta presa dal kitsch e dal pessimo gusto dal quale non sfuggono neanche «le cose di pessimo gusto» di gozzaniana memoria, anche la cose di pessimo gusto sono orribili, e al poeta non restano che pochi stracci, tracce delle Esperidi, echi di un passato senza nostalgia. Gallieri sente con acuta consapevolezza il peso e il pericolo di tutta questa bruttura, e reagisce stilisticamente come può, con le forze che ha, con gli stracci che gli restano. E questo è un grande segnale di maturità poetica.

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