Dalla ontologia negativa di Heidegger alla ontologia positiva del linguaggio poetico e del pensiero filosofico di Massimo Donà, Poesie di Giuseppe Gallo, Francesco Paolo Intini, Bartolo Cattafi, Nota critica di Giorgio Linguaglossa

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l’Essere è ciò che si dice

L’ontologia negativa di Heidegger era incentrata sull’assioma: «l’Essere è ciò che non si dice». Da qui il passo successivo è il silenzio come impossibilità di dire ed esperire il silenzio. La grande poesia di Eliot, La terra desolata (1922) e gli Ossi di seppia di Montale (1925) ne sono la eloquente esemplificazione; il non detto diventa più importante del detto, il non si dice più importante del si dice. Tutta l’impalcatura della colonna sonora della poesia primo novecentesca viene calibrata sul parametro del silenzio, di ciò che non si dice, di ciò che non può essere detto. Altresì, tutta l’impalcatura indicativo-ostensiva del linguaggio poetico primo novecentesco più maturo tende a periclitare nello spazio del silenzio quale «altro» indicibile per impossibilità del dicibile. L’intenzionalità significante tesa all’estremo tenderà a sconfinare nel silenzio dell’impossibilità del dire.

Il pensiero filosofico e la pratica poetica di questi ultimi anni, invece, pensa una ontologia positiva, per cui si può affermare che l’Essere è ciò che si dice. Ciò che non è detto sconfina non più nel silenzio del dire ma nel nulla dell’essere. Ci troviamo davanti ad una rivoluzione copernicana nella sfera del pensiero filosofico e del linguaggio poetico.

Le poesie presentate di Marina Petrillo e di Donatella Giancaspero, e, in generale, quelle della nuova ontologia estetica, sono una calzante esemplificazione di questa rivoluzione copernicana. Il dire che si esaurisce nel detto, il detto nell’esser stato detto, in un passato che non è più. Tutta l’impalcatura fraseologica e la denotazione proposizionale di ogni singolo verso indicano una compiuta ostensività della significazione, chiudono la significazione, e la riaprono nella proposizione seguente. Così, la poesia diventa composizione di singole componenti, frasi assiologicamente orientate che periclitano verso il nulla della significazione, che non possono sporgersi nel silenzio per la priorità del nulla che percepiscono, per la estrema vicinanza del nulla di cui hanno percetto.

Aggiungo una postilla per condensare questo pensiero. La nuova poesia si muove all’interno di un orizzonte del positivo significare, va alla ricerca del significato come di un positivo assoluto, e, proprio così facendo, rischia di venire inghiottita, ad ogni frase, nel significato positivo, nel positivo significare: un darsi che è un togliersi, un positivo che si rivela un negativo. Le fraseologie restano come appese ad una sospensione trascendentale, come sopra l’abisso del nulla dal quale provengono. Paradosso del paradosso: il positivo significare che periclita nel negativo significare, in quanto il discorso poetico si situa proprio sul crinale della differenza tra il così posto e il togliersi del così posto in non-posto.

Scrive Massimo Donà:

«Ecco perché non si può assolutamente dire che l’orizzonte della positività costituisce il presupposto a partire dal quale, solamente, qualcosa come una differenza può essere posto; infatti, non c’è “essere” se non nel darsi di una differenza – essendo proprio quest’ultima, ciò che ‘fa essere’.
Nessuna distinzione, dunque, tra il differire ontico ed il differire ontologico – come avrebbe invece voluto Heidegger: non essendo in alcun modo pensabile un essere, se non come essere dell’essente.
Di cos’altro possiamo dire che ‘è’, infatti, se non di questo o quel determinato? Nessun’altra esperienza dell’essere si dà mai all’uomo – stante che lo stesso essere in quanto essere si dà al pensiero sempre come “così e così determinato”; cioè come diverso dall’albero e dalla casa. Per cui, anche dire, dell’essere, “che è”, è dire l’essere di un determinato».1

La nuova ontologia estetica ha il vivissimo percetto della oppositività di tutte le parole, della belligeranza universale e del contraddittorio universale di tutte le parole in quanto provenienti da quella oppositività originaria che le rende «tutte possibili proprio in forza della sua specialissima natura – costituendosi essa, per l’appunto, come opposizione tra essere e nulla. Ossia, come opposizione tra l’esser positivo del positivo (la positività) e l’esser negativo del negativo (la negatività)».2

(Giorgio Linguaglossa)

1] M. Donà, L’aporia del fondamento, Mimesis, Milano, 2008, p. 32
2] Ibidem p. 33

Una poesia inedita di Marina Petrillo

Un io gestatorio decaduto, morto al concetto di eterno.
Non rimane alcun frammento,

solo cellule amebiche poste ai limiti di un firmamento finito.
Inibita ogni azione,

anche la nascita. Memorie dissolte
in operoso dialogo interiore, lo sguardo volto e avvolto,

a stele di vento acido.
Inquieti i bambini vivono in universi paralleli,

gestatori, di cui smarrita è la memoria.
Non regna ascensione,solo litania prossima al vivere.

Il mistero, nel piangere bianco,
inclinato asse nella acquiescente vita abdicata.

Pericola il cardine posto a suggello di un dio imploso:
catastrofe morta al suo stesso suono.

Una poesia di Donatella Giancaspero

Le strade mai più percorse:
esse stesse hanno interdetto il passo
– alla stazione Bologna della metro blu, una donna. Sospesa.
In anticipo sulla pioggia –.

Qualcuno ha voltato le spalle senza obiettare,
consegnato alla resa gli occhi che tentavano un varco.

Le ragioni mai sapute vanno. Inconfutate
– scampate al giudizio – per i selciati – gli stessi
ritmati di prima – gli stessi –
da martellante fiducia – nell’equivoco di chi c’era.

Per un’aria che non rimorde – l’ombra
sulla scialbatura – avvolte da scaltrito silenzio.

Giuseppe Gallo

25 maggio 2019 alle 9.19

Caro Giorgio, trovo molto interessante l’appunto che esplichi sulla ontologia negativa di Heidegger: «l’Essere è ciò che non si dice» che oggi si rovescerebbe nel suo opposto “l’Essere è ciò che si dice.” e la sua estensione alle poesie di Marina Petrillo e di Donatella Giancaspero. Noto però, che i due assiomi hanno come radice sempre la parola e il linguaggio. Anche il “non si dice” ha bisogno di essere espresso alla stessa stregua di ciò “che si dice”. È sempre il linguaggio che deve parlare…
Leggo in questi giorni che sta per uscire, per le edizioni Le Lettere, Tutte le poesie di Bartolo Cattafi, (1922-1979) poeta meridionale che ha dato il meglio di sé dopo il 1960 con le raccolte L’osso, l’anima (1964) e L’ora secca del fuoco (1972). Che ne pensi della sua supposta “originalità”?
Approfitto dell’occasione per postare l’ultimo componimento che dovrebbe concludere l’esperienza di Zona gaming.

Zona gaming 10

Si va verso la pioggia
che incrudelisce sulle margherite.

Lilli, il tuo niente
versa la rabbia dentro un altro passo.

Non stato io a incontrare me stesso nelle parole.
L’invisibile si spalma sulle superfici.

Ricciolo di burro sul toast che ingromma. Caffè amaro
sopra le papille. Polvere per soffocare nel respiro.

Zona gaming
Entra nella tua mail… entra nella tua mail… trova un passaggio…

Siamo all’epilogo. Flatus vocis oltre l’istante.
La durata forse sei tu che insegui il desiderio.

L’uomo parla. O parlava?
I miei sogni in crisi: vivono un alfabeto

di incisioni e scalfiture.
Dov’è la bella luce delle lucertole?

Zona gaming
…intermittenza e persistenza delle interferenze…

L’ombra: un diaframma di polline.
L’allergia atopica squama ogni ventricolo.

Incunearsi, allora, nelle vene fino al sangue?
Gridare l’ira per quest’altra morte?

Anche Bianca Maria va nella pioggia
che incrudelisce l’aria dell’autostrada.

E Lilli senz’anima gironzola intorno alle siepi
con la carne del corpo inscatolata.

Zona gaming
…ninna nanna… ninna Nanni… ninna Nanni! (21/05/2019)

Giorgio Linguaglossa

caro Giuseppe Gallo,

della poesia di Bartolo Cattafi, (1922-1979) per quello che ricordo, l’ho letto tanti anni fa… penso che sia il classico poeta del sud inurbato al nord industriale e progredito che non è riuscito ad organizzare un proprio linguaggio poetico: da una parte il retaggio della retorica della poesia del sud, dall’altra la sirena di un linguaggio più progredito culturalmente e civilmente come quello del nord, lo hanno, come dire, confinato in un linguaggio approssimato e non concluso, un linguaggio acerbo, incompiuto, compresso. Se leggiamo qualche sua poesia ci rendiamo conto di questa acerbità che deriva da una incapacità o impossibilità ad organizzare un proprio linguaggio poetico diverso da quello coevo nel nord e diverso da quello che si faceva in quegli anni nel sud. Leggiamo due poesie. Se notate, anche il metro breve risulta ostico, acerbo, non definito per eccesso di definizione, dove gli a-capo sono vistosamente forzati e non naturali; direi che anche l’argomentazione ha qualcosa di «ingenuo». Ad esempio, gli ultimi due versi della seconda poesia sono frutto di una buona intuizione, ma gli mancava il linguaggio per poter sviluppare quella intenzione, e le immagini risultano come raggomitolate, compresse, sintatticamente forzate, forzose:

Luce

Come avanza la luce
a onde
a segmenti
a spezzoni
fluttuazioni
a shrapnel
a trance rotolanti
a gorghi alla van gogh
a trucioli che si srotolano
a sberle in faccia
a ditate negli occhi
colpi bassi
tutto colpito
ci vuole stomaco
fegato per la luce.

Niente

È questo che porti arrotolato
con cura, piegato
in quattro, alla rinfusa
sgualcito spiegazzato
ficcato ovunque
negli angoli più oscuri.
Niente da dichiarare
niente
devi dire niente.
Il doganiere non ti capirebbe.
La memoria è sempre un contrabbando.

Francesco Paolo Intini

23 maggio 2019 alle 21.21

 “I linguaggi artistici sono quei tipi particolari di linguaggi che sono stati sottoposti ad una intensa problematizzazione interna. È attraverso la problematizzazione interna che i linguaggi si rinnovano, e una attività ermeneutica dei linguaggi artistici ha il compito di mettere in evidenza questa problematizzazione.”

In ordinate il tempo

[la probabilità]Un po’ scontata quasi immobile nelle risposte
Apparve la probabilità

Isabella sparì nel mare dei sargassi.
Che senso aveva somigliare al nulla?

Non sembrò rilevante il limite
in confronto alla memoria di un elettrone.

La premessa era che il complemento oggetto
diventasse soggetto. Occorreva uno stratagemma.

Sul ponte si provarono a risolvere equazioni.
Mettere il tempo in ordinate risollevava la prua.

Anche gli uomini sospirarono
quando videro San Salvador

corrispondere al 12 ottobre 1492
con probabilità maggiore del 95%.

*

[il porto ] Cominciò a sotterrarsi. Sembrava una marea
ma veniva divorato da una moltitudine di cefali.

Vennero a raccontare
il rodeo tra gli ami.

La pausa germogliò sulla lingua
e l’orizzonte si annodò a un peschereccio.

Perché colava acido dagli orologi?

Si trattava di organizzare una fuga
Ma gli uccelli non collaboravano.

Avrebbero dovuto?
Le panchine sciolsero i colombi.

Potevano portarsi
la memoria del cemento.

I bambini vennero sepolti e dimenticati
I palloncini si sgonfiarono e l’elio

Tornò nelle bombole senza dire nulla.
Monaco nelle visceri della terra.

Il sole si rifugiò in un acino di uva nera
L’opera contro le maestranze era iniziata.

I marescialli ordinarono
una strage dopo l’altra.

Si diffuse voce di pallottole kamikaze.
Ma non fu compreso il sacrificio.

La totalità delle guance si rigirava
mentre erano schiaffeggiate e sparivano.

I ricci ripresero i gusci
I polpi la schiuma sugli scogli.

*

[il meccanismo] Scricchiolò.
Perfino il palco avrebbe sparato proiettili

Dopo il nulla osta dell’impalcatura
Una formica lesse il suo dolore nel costato

Fu quello il momento dell’imbarazzo.
Il fuori scena immaginava Patty Smith

Ora si presentava con chele e abbondanza di tette
gridando la sua appartenenza al Diritto Universale.

Tra una fumata e l’altra si elesse un papa.
Dioniso in campo mise tutti d’accordo

Sgozzare un capro
non è soddisfare il bisogno di un Dio.

Aprì i microfoni
l’idra le sette teste da cui versò i dadi.

Si sarebbe ascoltato Lou Reed
o uno degli XI pilastri del marxismo.

Sfilarono per Berlino Est un’ultima volta
non s’erano mai visti becchini e carri funebri

nella stessa orgia lungo il muro.
A Piazza della Loggia il regime

a Piazza Fontana una teoria di ballerini e suicidi.
Il meccanismo prevede che le bombe esplodano.

Si è espanso l’universo
La luna è rimasta nuda nella deflagrazione.

Bomba sexy e napalm sull’Italia.
Alla fermata scende dal treno.

Schegge dai finestrini,
sul predellino, nel respiro di un frate.

Una metà del cielo contiene tutte le nuvole
L’altra metà esatta, l’oro.

*

[la tigre] Dilagarono le belle notizie.
Raccontavano di cocci tornati bottiglie

Molte vedove continuarono a sperare
Che i mariti tornassero dalla Russia.

Tanti si sono dispersi perché non hanno riconosciuto
la stazione di Bologna.

Maggio è il mese delle maledizioni

Se rimane attaccato un papavero al suolo
bisogna strapparlo con le unghie.

Il frutto non ha diritto di successione
soltanto un’interpretazione a svantaggio del giglio.

Il freddo:
una lezione di caccia raccontata dai notai.

Il calore invece rovescia i piedi al di sopra del ghiaccio
La testa inchiodata al pack della glaciazione successiva.

Una punta di muffa nel pane annuncia
La tigre da mangiare.

(Francesco Paolo Intini)

Giorgio Stella

24 maggio 2019 alle 8.40

gentile Francesco Paolo Intini, compagno di questa tragedia, di questa sventura che c’é accaduta, la Poesia, leggo il suo poema e di certo non lo scordo; il dettato lo so, costa caro qui addirittura si sublima nei fossili di fatti storici di un’talia quasi da lei confinata nel suo inutile valore geografico, la passerella alla miss-italia ‘sfilarono per Berlino Est un’ultima volta’… in effetti se ‘Una punta di muffa nel pane annuncia / La Tigre da mangiare’ la fotografia non ha altri punti di fuga in questo suo alveare che mi pare possa proporre un’alternativa a tutto il miele che soffoca il bene nostro ancora di scrivere versi per i posteri bilocali che se risaliranno alla nostra specie da questi si interrogheranno se tanto sacrificio valse la pena a noi di trattenerci in quegl’ambienti

Francesco Paolo Intini

25 maggio 2019 alle 11.34

 ‘Una punta di muffa nel pane annuncia / La Tigre da mangiare’

Eh si è un verso amaro, tra i più duri di quelli osati sin qui. Che sia la poesia un osare di ferocia? Affacciarsi e trovare le piramidi in costruzione o uno shuttle di ritorno da una gita su venere non fa alcuna differenza? Il tempo ha davvero questa natura vigliacca di assistere il viaggio della luna triste e non alzare un dito? Chi serve il tempo, quale dio mescola eroina al latte di madre? cosa \dove osa questo dire che non dice. Dio è morto e dunque i capri non sanno cosa farsene di Dioniso, né dei suoi dadi? Metà esatta è assegnata alla sposa, l’altra metà ai non sposi, quanti sono? L’uno non comprende l’altro. L’interregno consiste di bosco d’ombra impura, senza cornice, sgorga spontaneo perché l’animale ha la sua mano. Senza volerlo sparpaglia i dadi da questa parte e dall’altra del Vetro. Resta l’ ermeneutica. Impossibile se ci aggiungi che esso è inter\rotto da una sutura del tempo.

Selavy

Col grado della perfezione al petto
nacque Duchamp.

Il secolo scodinzolò attorno.
Non dire, dire. Pensare piuttosto.

L’assist era partito:
E con tutta probabilità qualcuno avrebbe fatto goal

Legarono il 1917 perché non rimanesse senza merito
Era consuetudine premiare le capacità

Quella visibile nei trattati è la sua più probabile vittoria
Apparire in veste nobiliare lo sguardo perturbante

Ma poi si apprende, senza averne certezza
che preferiva il gioco degli scacchi

e dunque a fotogramma d’amante corrisponde
una mossa di Re

Ebbe questo in premio per aver rasentato
la massima incertezza

che i marmi del sepolcro tornassero rocce
e non morì mai

12 commenti

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12 risposte a “Dalla ontologia negativa di Heidegger alla ontologia positiva del linguaggio poetico e del pensiero filosofico di Massimo Donà, Poesie di Giuseppe Gallo, Francesco Paolo Intini, Bartolo Cattafi, Nota critica di Giorgio Linguaglossa

  1. giorgio stella

    Gentile Linguaglossa ormai totalmente entrato nell’ottica della NOE mi sono riscritto con un’altra meil all’OMBRA perchè ho perso tutti i dati del pc e ho dovuto crearmi questo accaunt posticcio: giorgio.stella75@gmail.com. Se gentilmente mi rimanda la sua potrò mandarLe il materiale in corso tra di noi. Buona domenica ora leggo quanto sopra, Grazie Giorgio Stella

  2. giorgio stella

    La paternità heidiggeriana (…) ‘patrimonio per l’umanità’ in questa sede finalmente non è il manifesto di un’epoca e del suo protagonista semmai all’incontrario il WATE è al WATER… come tutti d’altronde nn si può pretendere di essere poeti senza mai poter saper cosa si dissero Celan e Heidegger nella baracca del vecchio filosofo,.. questa la mia distanza; la parola, paradossalmente in quell’ambiente non fu nota.
    giorgio stella

  3. Scegliamo qualche verso a caso di Francesco Paolo Intini:

    Bomba sexy e napalm sull’Italia.
    Alla fermata scende dal treno
    *
    Ora si presentava con chele e abbondanza di tette
    gridando la sua appartenenza al Diritto Universale

    È evidente che qui siamo dinanzi alla adozione del criterio oppositivo che sta al fondo del nostro comune modo di ragionare e che tutti adoperiamo quando parliamo, che dice: «è rosso, e dunque non è bianco». Intini impiega questo criterio logico e grammaticale per indicare che quanto c’è di massimamente determinato «è rosso», collima con quanto c’è di massimamente indeterminato: «non è bianco»; l’autore impiega una struttura frastica duale che obbedisce con il massimo rigore al criterio della opposizione permanente di tutte le determinazioni in quanto egalitarie ed equipollenti, e ne smaschera l’aspetto folle del linguaggio, l’essere il linguaggio la sede della massima confusione di tutte le cose, e cioè della massima contraddittorietà che invera l’incontraddittorietà che sta al fondo di tutte le cose e di tutte le determinazioni. Intini scopre così che il linguaggio, e il linguaggio poetico come corollario, non è la dimora dell’essere quanto la dimora temporanea della contraddittorietà incontraddittoria di tutte le cose e di tutte le differenze. E procede con il massimo rigore strutturando il suo discorso poetico in severissimi distici paralleli, con il che ottiene in tal guisa una struttura sghemba per costituzione, una struttura permanentemente sgemba e dissimmetrica. Il mondo è costituito da una gigantesca impalcatura di strutture sghembe e dissimmetriche e cacofoniche che cresce a dismisura in ragione della crescita dell’entropia dell’universo; scopre che la differenza e il differenziarsi è la forma oppositiva che permette il differenziarsi universale che corrisponde alla struttura oppositiva originaria che regge l’ordine dell’universo.

    Scrive Massimo Donà:

    «…in rapporto al problema delle infinite possibili forme del differenziarsi, non possiamo fare a meno di concentrare la nostra attenzione su quella che, in quanto forma oppositiva originaria, deve essere presupposta da tutte le altre forme particolari di oppositività (quali, ad esempio, quella che fa, di una nuvola, qualcosa di differente da un albero, oppure quella per cui, anche del tavolo su cui ora sto scrivendo, devo appunto dire che differisce da quello su cui scrivevo un minuto fa).

    Il fatto che ogni distinzione determinata presuppone l’opposizione originaria; quella in cui, a distinguersi, sono appunto l’essere (quello predicabile di ogni determinato, e dunque anche di quello costituentesi come “essere” di una certa determinazione) e il nulla – ogni oppositività si regge infatti solo in forza di una solida positività, che sappia fare, degli opposti, due “reali” determinazioni. Due determinazioni, cioè, “realmente” opponentesi. Perciò, queste ultime si oppongono solo in quanto la loro positività riesca a costituirsi come reale positività – e dunque, solo in quanto la loro positività (il loro essere) riesca davvero ad opporsi al nulla (da cui, solamente, essa può esser determinata, in quanto pura positività).

    Degli opposti, infatti, si può dire innanzitutto che ‘sono’; e dunque si può dire che sono così o così determinati, solo in quanto l’essere sia; ossia solo in quanto l’essere non sia un nulla. Questo, per quanto riguarda il “trascendentale”; ciò in relazione a cui tutte le determinazioni sono identiche (ciò che in tutte è identico), ma che in esse – o, in quanto semplicemente connesso ad esse – non è mai identico a se stesso (perché come abbiamo già visto, è esso stesso ad esser casa, albero nell’albero, e così via).

    Infatti, l’esser sempre diverso da sé, in ogni determinazione, è l’esser-sempre-diverso-da-sé da parte dello ‘stesso’ essere; in modo tale che nessuno scarto vi sia mai tra l’esser identico e l’esser diverso dell’essere; appunto perché, ad esser sempre diverso “è”, per l’appunto, sempre e solamente l’identico.
    Perciò dobbiamo soffermarci, innanzitutto, su quella opposizione (che tutte le altre rende possibili) che dice in senso proprio il contrapporsi dell’essere al nulla.
    D’altra parte, qualsivoglia forma della differenza implica l’immediata istituzione della positività – quella stessa per cui, solamente, ogni differenza si costituisce come reale differenza. Da cui la “positività” dei differenti; i quali, se da un lato possono in qualche modo differire solo in quanto positivamente essenti, dall’altro – si badi bene! – sono tali per cui, solo nella loro relazione reciproca, riescono a farsi veramente differenti.

    Come dire che, è proprio il differire a costituirsi come condizione imprescindibile affinché i differenti siano i differenti che sono; e dunque, essi ‘sono’ per un tale differire – ossia, è proprio quest’ultimo a farli positivamente esistenti.

    Ecco perché non si può assolutamente dire che l’orizzonte della positività costituisca il presupposto a partire dal quale, solamente, qualcosa come una differenza può esser posto; infatti, non c’è “essere” se non nel darsi di una differenza – essendo proprio quest’ultima, ciò che ‘fa essere’.»1

    1 M. Donà, op. cit. pp. 31-32

  4. Ottima e condivisibile interpretazione. Grazie Giorgio. L’entropia locale può essere di un certo tipo, diminuire se necessario in un cristallo come in un verso estremamente ordinato. Ciò che conta è l’economia del tutto che invece porta l’entropia ad aumentare sempre e dunque alla contraddizione del differenziarsi all’infinito. Così facendo , secondo quanto da me recepito, il distico diventa l’arma più potente in mano al poeta e la struttura a polittico del suo procedere l’ approccio più consono a cogliere la natura caotica del reale con lo strumento del probabile. Un caro saluto, ciao.

    [LE VISCERI DI CARTESIO] (a proposito della poesia di Marina Petrillo)
    Rimase immobile tentando di mangiarsi le visceri
    Non s’era mai visto una bottiglia prendere sul serio

    La dannazione della propria anima
    e rigirarla a perfezione,

    Il tempo fa giochi di concia
    poi passano le condanne a lasciare

    Argomenti che diventano Si o No.
    Essere cristallo, una risposta semplice al nulla.

    Lo sguardo impietrito di Dio dal cielo di Michelangelo
    l’immortalità e la damnatio del lavoro.

    Si va per catene di montaggio fino al quarto cielo
    Qui si attendono istruzioni su come interpretare le fondamenta.

    Alzano la mano i poveri di spirito. Paolo è atterrito.
    Gli altri rimangono nella contestazione.

    Questa volta non c’è nulla da trasformare
    Gli esperimenti dunque non hanno senso.

    Azzerare tutto è improbabile
    Si viaggia per teoremi su come eliminare la memoria.

    La termodinamica non sbaglia un colpo.
    Rimane solo l’osservatore dunque e il gioco fittizio di parole.

    Ricostruire le possibilità dopo averle divorate
    dove c’era lo spazio si metta il tempo.

    Tra le quattro forze se ne trovi una
    che dia impulso ad un istante

    Essere uguale Nulla
    Nulla che diventa Essere.

  5. caro Francesco Paolo Intini,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/05/26/dalla-ontologia-negativa-di-heidegger-alla-ontologia-positiva-del-linguaggio-poetico-e-del-pensiero-filosofico-di-massimo-dona-poesie-di-giuseppe-gallo-francesco-paolo-intini-bartolo-cattafi-nota/comment-page-1/#comment-57307
    penso con te e con molti altri poeti che ci seguono che il miglior modo per interpretare in poesia, nelle arti figurative e nel romanzo il mondo di oggi sia quello di darsi una piattaforma categoriale entro la quale costruire la nuova poesia. In questa direzione di ricerca il distico, il polittico, la scansione temporale e spaziale, l’interferenza, la sovrapposizione dei tempi e degli spazi, la peritropè, l’estraneazione, la disfania, la diafania, l’atopismo, l’esistenzialismo… tutte queste categorie e molte altre che non sto qui a riepilogare sono indispensabili per la costruzione della nuova poesia. Altrimenti si continua a fare la poesia epigonica e agonica degli ultimi decenni…

    Francois Hartog è tra gli storici odierni colui che ha riflettuto con maggior acume su questi problemi [presente, comunicazione, memoria]

    [la memoria a differenza del ricordo non è selettiva e il suo luogo non è la coscienza, ma l’inconscio, il quale – Freud insegna – non dimentica nulla. Questo è formato da tracce mnestiche indelebili, inaccessibili alla coscienza, le quali rimangono nella loro forma originaria del tutto ignote. Il sistema preconscio-cosciente non possiede affatto il suo passato e non può sopportarne l’apprendimento; esso è in massima parte rimosso e può diventare cosciente solo in ricordi di copertura, vale a dire in ricordi caratterizzati d una particolare chiarezza unita all’insignificanza del loro contenuto. Tali ricordi di copertura sono formazioni di compromesso tra l’inconscio e la coscienza…]

    Elaborando la nozione di regime di storicità. Non tutte le società pensano il rapporto tra passato, presente e futuro allo stesso modo. In Occidente, nel giro di tre secoli si sono delineati diversi regimi di storicità a seconda del peso assegnato a differenti dimensioni temporali. Fino al 1789 il regime di storicità egemonico era di tipo passatista, nel senso che l’intelligibilità del presente e del futuro dipendeva dalla conoscenza del passato. In seguito, fino agli anni Sessanta del Novecento, ha prevalso un regime futurista, nel senso che l’intelligibilità del passato e del presente dipendevano dall’avvenire, il quale si presuppone migliore di tutto ciò che lo ha preceduto.

    Questo futuro può avere diversi contenuti: può essere la nazione, il popolo, il proletariato, la pace universale, la tecnologia; si dà per scontato che esso sarà migliore di ciò che lo ha preceduto, perché questa è la legge dell’evoluzione storica. In questo contesto il passato non è più un modello da imitare (come nel passatismo), ma il suo studio costituisce ancora un fattore di importanza primaria, perché consente la conoscenza delle dinamiche progressive che hanno consentito di giungere fino all’età presente.

    A partire dagli anni Sessanta si entra in un altro regime di storicità caratterizzato dall’egemonia del presente sul passato e sul futuro. Hartog introduce il neologismo “presentismo” per caratterizzare questo regime in cui l’immediatezza e la simultaneità intese come dimensione globale acquistano un ruolo preponderante, anche a causa dell’economia mediatica».1

    1Mario Perniola, Miracoli e traumi della comunicazione, Einaudi, 2009, p. 36,37

  6. giorgio stella

    gentile, la sua poesia come confermato ieri è la fine della stessa, nel poema.
    siamo daccordo poichè lo stesso nn ha parametri di riferimento in merito: il massimo della NOE. attenzione alla ‘stretta’, un poeta ‘famoso’ nello almanacco nn specchio mondadori la ‘medesima’ era ‘casa nell’ombra’.il verso è confermo medesimo … questo la avvale della coscienza prossima ad accadere provvida, la NOE informa mi permetta Linguaglossa anche di queste bilopoetiche nel campo.
    un abbraccio giorgio stella

  7. caro Giorgio Stella,

    Il problema è nel linguaggio, nella forma del suo apparire. Che cosa significa l‘apparire del linguaggio? Significa questo: che il suo apparire è la relazione significante nel suo sorgere. E nient’altro.
    Il linguaggio poetico sarebbe dunque questo apparire della relazione significante nel suo sorgere. Ma la relazione significante che si istituisce nel linguaggio poetico obbedisce alla legge della infrazione e della effrazione del noto, cioè del rapporto già significato, e quindi del significato non più significante.
    La NOE ha vivissima questa consapevolezza di questo plesso problematico.
    Lasciamo la parola al filosofo Massimo Donà:

    «La proprietà relazionante appare come quel certo ente nel suo originario farsi, per la sua stessa determinatezza, presenza di un altro (il suo referente). Valendo essa medesima, appunto, come l‘esser sé e l’esser un certo altro da sé da parte di un ente non destinato a perdersi nell’altro da esso stesso reso manifesto (di cui esso è appunto ‘apparire – o, che è lo stesso, che appare “per esso”). In quanto, se esso non apparisse (perdendosi appunto nel suo ‘significato’ – al modo dell’apparire tematizzato da Heidegger) non si darebbe relazione alcuna.

    La relazione appare dunque solo nel relazionarsi reciproco di due determinazioni esse stesse innanzitutto apparenti (anzi, la relazione, in senso proprio, non è altro che l’apparire – in questo caso determinantesi nella forma di una indicatività unirezionale- di due determinazioni).

    La relazione linguistica (forma determinata dell’apparire) appare quindi come lo stesso farsi due dell’uno; della determinazione di volta in volta manifesta (il farsi due tanto del significante che del significato).
    Il significante appare ed è apparire del significato, ma viene fatto apparire esso medesimo, in quanto apparire del significato, dal significato – che è quindi a sua volta apparire del significante (che appare, appunto, in quanto fatto apparire da quest’ultimo).
    Ma così, a disegnarsi, è appunto la forma universale dell’apparire. Per cui, davvero, il linguaggio non può essere assolutamente inteso come una tra le determinazioni che appaiono – ma piuttosto come lo stesso apparire di tutto ciò che appare. E dunque, davvero – ma solo in questo preciso senso -, nulla appare se non “per il linguaggio”.
    È per il linguaggio che le cose appaiono come “significati”…».1

    1 M. Donà, op. cit. p. 562

  8. Una poesia di MIlaure Colasson, traduzione di Edith Dzieduszycka:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/05/26/dalla-ontologia-negativa-di-heidegger-alla-ontologia-positiva-del-linguaggio-poetico-e-del-pensiero-filosofico-di-massimo-dona-poesie-di-giuseppe-gallo-francesco-paolo-intini-bartolo-cattafi-nota/comment-page-1/#comment-57318

    Les couleurs dansent
    Rouges violettes les fleurs
    Sur le balcon

    Sarah dans le tunnel
    …………..sombre
    Mal de vivre

    Que de photos éparpillées sur le sol
    Archéologie du passé

    Son rimmel a coulé
    Un autre theatre

    Le thé est trop chaud
    À se bruler les entrailles

    Pamela sourit
    L’ enfant se calme

    Dans le cercueil
    De marbre son corps
    Devenu si petit

    Avec un chiffon
    Efface la mémoire
    …………échappatoire

    I colori ballano
    Rossi violetto i fiori
    sul balcone

    Sarah dentro il tunnel
    ………. buio
    Mal di vivere

    Quante foto sparpagliate sul suolo
    Archeologia del passato

    Si è sciolto il suo rimmel
    Altro teatro

    Troppo caldo il tè
    Da bruciarsi le budella

    Pamela sorride
    Il bambino si calma

    Nella bara
    Di marmo il suo corpo
    Diventato così piccolo

    Con uno straccio
    Cancella la memoria
    …….Scappatoia

  9. Può sembrare una annotazione minimal, laterale… avevo letto quella definizione di «ontologia negativa di Heidegger, “l’essere è ciò che non si dice”» almeno 15 anni fa. E non ero riuscito a capire tutta la novità rivoluzionaria che conteneva. Poi, leggendo alcuni filosofi di oggi e, in particolare, L’aporia del fondamento (2009) di Massimo Donà, mi sono reso conto che la scoperta di essere giunti ad una ontologia positiva ha conseguenze rivoluzionarie anche sui linguaggi artistici. È stato come un fulmine.

    Allora, ho ripensato a tutti i miei tentativi poetici di questi ultimi 35 anni, e tutto mi si è fatto chiaro: la ricerca di un nuovo modo di espressione, che sia sul piano delle arti figurative, musicale e letterario, non può non poggiare su questo punctum fermissimum: l’ontologia positiva.

    M;i meraviglia che questo piccolissimo assunto sia sfuggito ai commentatori della rivista, ma qui siamo veramente alla presa di coscienza di una rivoluzione copernicana delle pratiche artistiche.

    • • è la Circolarità Ermeneutica che presiede il dialogo;

      • è il dialogo che apre alla soluzione problematologica;

      • il dialogo è l’essenza della poiesis;

      • l’incontro è sempre un incontro con l’Altro, l’Altro e l’alterità sono componenti essenziali della poiesis;

      • “θεραπεύεσθαι δὲ τὴν ψυχὴν ἔφη, ὦ μακάριε, ἐπῳδαῖς τισιν, τὰς δ’ ἐπῳδὰς ταύτας τοὺς λόγους εἶναι τοὺς καλούς” “L’anima, o caro, si cura con certi incantesimi, e questi incantesimi sono i discorsi belli” Platone nel Carmide – 157/a;

      • “Il linguaggio è la casa dell’essere e nella sua dimora abita l’uomo”, Martin Heidegger;

      • “L’essere, che può essere compreso, è linguaggio”, H.G. Gadamer;

      • la relazione è fatica ed implica che “dire è u-dire”, Umberto Galimberti.

  10. In giro sui copricapo, nelle distinte, tra le parentesi. Il gioco del silenzio.

    Nell’ apostrofo della carta da parati inamovibile. Un post-it appiccicato sulla

    schiena. Kukua piccola africana. In lingua nobile lo stesso verso senza alcuna determina.

    Lo stesso rumore indistinto di piatti, forchette, voci umane nel sottosuolo di un fast food.

    Il lusso di un motore a folle
    nella concentrazione. Un odore forte, lontano.

    GRAZIE OMBRA.

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