Una poesia inedita di Marina Petrillo e Donatella Giancaspero. Il paradigma della conservazione della poesia italiana del novecento, Due Interviste di Gino Rago sul Novecento poetico italiano, Futurismo, Ungaretti, Montale, Sanguineti, Cardarelli, Pavese, Nuova ontologia estetica

Foto selfie e foto varie

 

Una poesia inedita di Marina Petrillo

Un io gestatorio decaduto, morto al concetto di eterno.
Non rimane alcun frammento,

solo cellule amebiche poste ai limiti di un firmamento finito.
Inibita ogni azione,

anche la nascita. Memorie dissolte
in operoso dialogo interiore, lo sguardo volto e avvolto,

a stele di vento acido.
Inquieti i bambini vivono in universi paralleli,

gestatori, di cui smarrita è la memoria.
Non regna ascensione,solo litania prossima al vivere.

Il mistero, nel piangere bianco,
inclinato asse nella acquiescente vita abdicata.

Pericola il cardine posto a suggello di un dio imploso:
catastrofe morta al suo stesso suono.

Una poesia di Donatella Giancaspero

Le strade mai più percorse:
esse stesse hanno interdetto il passo
– alla stazione Bologna della metro blu, una donna. Sospesa.
In anticipo sulla pioggia –.

Qualcuno ha voltato le spalle senza obiettare,
consegnato alla resa gli occhi che tentavano un varco.

Le ragioni mai sapute vanno. Inconfutate 
– scampate al giudizio – per i selciati – gli stessi 
ritmati di prima – gli stessi – 
da martellante fiducia – nell’equivoco di chi c’era.

Per un’aria che non rimorde – l’ombra 
sulla scialbatura – avvolte da scaltrito silenzio.

Giorgio Linguaglossa

Il paradigma della conservazione della poesia italiana del novecento

Dalle interviste immaginarie di Gino Rago sulla poesia italiana del novecento quello che emerge è la straordinaria rettilineità dello sviluppo della poesia italiana del primo e secondo novecento (sembrano due secoli diversi), nel senso che ad una azione segue una reazione violenta ed oppositrice, che poi rifluisce naturalmente nell’alveo della tradizione. Il «nuovo» rifluisce tranquillamente nell’«antico». Questa è la vera damnatio memoriae della poesia italiana del novecento. Anche Sanguineti dopo il rivoluzionario libro d’esordio, Laborintus (1956), ritorna al paradigma della poesia del Pascoli, in un certo senso dimidiando e nullificando lo sforzo dell’opera d’esordio. Così anche Cesare Pavere dopo Lavorare stanca (1936) perde il bandolo della matassa, non sa più in che direzione proseguire e ritorna alla poesia lirica di Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi (1951) che, francamente, poteva farne a meno, un’opera lirica inutile che sconfessava l’opera d’esordio e segna il ritorno all’antico petrarchismo della poesia italiana.

Sei la vita e la morte.
Sei venuta di marzo
sulla terra nuda –
il tuo brivido dura.
Sangue di primavera
– anemone o nube –
il tuo passo leggero
ha violato la terra.
Ricomincia il dolore.

Il Futurismo, dopo lo scoppio improvviso e deflagrante del Manifesto del 1907, finisce subito dopo per rientrare nei ranghi della tradizione, ed ecco che spuntano fuori i crepuscolari e, in seguito, negli anni trenta il ritorno all’ordine de La Ronda con Cardarelli come capofila…

Come dire, c’è una linea di continuità della poesia italiana del novecento (primo e secondo) che si può spiegare con l’incapacità di trovare il percorso per un rinnovamento profondo e duraturo della poesia e delle sue istituzioni stilistiche. Una linea di continuità che si sviluppa attraverso segmenti di discontinuità che approdano alla fin fine nella continuazione della continuità conservatrice. Una continuità assicurata dalle discontinuità. C’è una sorta di paradigma della conservazione della poesia italiana del novecento, in linea con il conservatorismo della comunità nazionale e dei suoi esiti politici pur nella rottura avutasi con il fascismo, anzi, il fascismo con quel ventennio di stasi del libero dibattito e della libera ricerca intellettuale ha finito per aggravare certe caratteristiche conservatrici della poesia italiana del novecento.

Se aggiungiamo i trasformismi e i minimalismi di questi ultimi decenni, il quadro è completo. Il trionfo del conservatorismo elegiaco e minimalista ne è il necessario (storicamente) complemento. La fioritura del postruismo poetico epigonico di questi ultimi decenni e dei giorni nostri ne è la riprova più evidente.

Gino Rago
Novecento poetico italiano/7
Breve visita a un Redattore della Pagina Culturale di un quotidiano romano
(Poesia italiana de l’entre-deux-guerres, Ermetismo)

Domanda:
L’ermetismo, la poesia italiana de l’entre-deux-guerres

Risposta:
L’ermetismo, idea e stile direi ‘proverbiali’ del Novecento poetico italiano nella prima metà del ‘900, più precisamente come lei suggerisce fra la Prima e la Seconda guerra mondiale, oltre che scorciatoia nel tentativo di interpretazione della modernità poetica, ha avuto il grave torto di mettere a lungo in ombra altri modi diversi di fare poesia.

Domanda:
Per lungo tempo la poetica ermetica ha occupato il centro del Novecento poetico

Risposta:
E’ vero e finché la poetica ermetica è rimasta centrale ha dato a tutti l’impressione di essere la “norma”

Domanda:
Secondo i Suoi studi dove indagare per trovare le ragioni di tale fenomeno

Risposta:
L’ermetismo è stato guardato e sentito come unico erede di tutta la scuola poetica europea più innovativa, direi dal Romanticismo tedesco al Surrealismo, e per questa ragione tutto il resto e tutti gli altri modi di far poesia di conseguenza sembrarono “anomalie”.

Domanda:
Con il minimo numero possibile di parole l’ermetismo italiano è stato…

Risposta:
Astrazione dalla realtà, intellettualismo, onirismo e visionarietà, aggressione alle strutture logiche della lingua comunicativa e aggressione al realismo sentimentale della tradizione letteraria, e altro

Domanda:
L’ermetismo, un fatto poetico soltanto italiano?

Risposta:
La poetica ermetica prima brevemente tratteggiata acquistò prestigio internazionale e divenne famosa anche per una serie di teorizzazioni ricche di fascino come quelle di Friedrich e di Raymond.

Domanda:
E in Italia?

Risposta:
Citerei per ora Giovanni Macchia, parlò degli ermetici come poeti di una generazione “senza maestri”, una generazione per la prima volta estranea a Carducci e soprattutto estranea a Pascoli e a D’Annunzio.

Domanda:
I maestri dunque non più i soliti e non più italiani…

Risposta:
I ‘maestri’, se di maestri è il caso di parlare, per la prima volta nella storia della poesia italiana erano soprattutto non italiani. E il solo riferimento poetico italiano possibile sembrò Leopardi.

Dovrei citare anche altri autori e altri studi, ma ora non posso, devo ultimare la correzione delle bozze di un lungo articolo-saggio che necessariamente dovrà apparire domani nel Supplemento di Cultura… 

Giorgio Linguaglossa

Ho lasciato (28 marzo 2019) su lapresenzadierato.wordpress.com stamattina questo commento:

caro Bruno Di Giuseppe Broccolini,

lasciamo stare quello che «la maggior parte degli addetti ai lavori» pensa intorno all’«enigma» della poesia, il parere della maggioranza quasi sempre coincide con le idee e i luoghi più comuni. La poesia se è nuova è sempre un enigma, si presenta come un incomprensibile, un inafferrabile. La nuova ontologia estetica. Di che si tratta? Ecco, un esempio probante è la poesia qui postata di Marina Petrillo, però si potrebbero dare molti esempi diversi di poesia NOE, ciascun poeta può elaborare, a partire dalla piattaforma NOE una propria personalissima poesia; noi non peroriamo una poetica normativa, come è avvenuto per la poesia delle post-avanguardie del novecento, poetiche posticce e costrittive perché indicavano un modello, un canone a cui bisognava attenersi. No, la particolarità della NOE è che ciascun poeta può sviluppare un proprio personalissimo linguaggio approfondendo in modo personale quelle caratteristiche del linguaggio poetico consentanee alla propria sensibilità. Si tratta, per l’appunto, di una «piattaforma» o, se si vuole, di una «officina», di una «agorà», di una sede ove accade la libera ricerca intellettuale. In questo modo il poeta ritorna ad essere un intellettuale, un artigiano consapevole della tecnica che usa, consapevole che la «tecnica» che impiega è nient’altro che il proprio linguaggio poetico, che la «tecnica» che usa è la propria peculiarissima «metafisica». Essere un poeta NOE non è una targa che si inchioda alla propria automobile ma un divenire coscienti che un linguaggio, il linguaggio poetico di Zanzotto è morto, il linguaggio dei postruisti milanesi e dei minimalisti romani è morto, e che si è creato lo «spazio» per un nuovo linguaggio poetico. Mi sembra una occasione sensazionale che un vero poeta non può rischiare di perdere.

Abbiamo nelle interviste a Giorgio Agamben pubblicate su questa rivista e nella poesia di Donatella Giancaspero e in quella di Marina Petrillo, esemplificata un modo, come lo definisce il filosofo, per situare il linguaggio nel suo luogo originario, là dove il linguaggio affiora al primo apparire, affiora come garanzia di se medesimo e nient’altro.

Penso che quanto dice il filosofo sia importantissimo per la «nuova poesia», se soltanto i «poeti» avessero l’umiltà e l’intelligenza di comprendere la profonda vastità di quel concetto di istituire la poesia nel luogo originario del linguaggio… concetto pregno e denso di significato.
Rileggiamo la parola del filosofo:

«In questione è qui il luogo proprio della filosofia: esso coincide con quello della Musa, cioè con l’origine della parola – è, in questo senso, necessariamente proemiale. Situandosi in questo modo nell’evento originario del linguaggio, il filosofo riconduce l’uomo nel luogo del suo divenire umano, a partire dal quale soltanto egli può ricordarsi del tempo in cui non era ancora uomo. La filosofia scavalca il principio musaico in direzione della memoria, di Mnemosine come madre delle Muse e in questo modo libera l’uomo dalla Teia moira e rende possibile il pensiero.»

Ecco, io penso che il «luogo proprio» della poesia coincida anch’esso «con quello della Musa, cioè con l’origine della parola… Situandosi in questo modo nell’evento originario del linguaggio», ma mentre la filosofia «scavalca il principio musaico in direzione della memoria, di Mnemosine», la poesia invece dimora nel «principio musaico in direzione della memoria, di Mnemosine». La differenza tra la filosofia e la poesia, sta tutta qui. Da allora, dal tempo mitico di non più coincidenza tra l’evento musaico del linguaggio e il linguaggio poetico, scocca la «poesia» come tentativo di ripristinare quell’accordo musaico tra il linguaggio e il linguaggio poetico.

La poesia della Giancaspero risiede nella sua posizione. O meglio, nella posizione delle sue «questità delle cose»; in quel momento in cui le cose si liberano della loro datità e diventano significative, diventano linguistiche e iniziano a parlare. In questo «inizio» si situa l’«Enigma». La poesia occupa un «luogo» Zwischen (tra), tra due luoghi, la poesia sta in quell’abitare in quel luogo non-luogo posto tra due luoghi o più luoghi, in quelle disfanie, in quel frammezzo, in quel posizionamento delle parole tra il non-detto e il detto, tra il dicibile e l’indicibile. In quel luogo (Ort) che ancora non è luogo la poesia prende forma da una non-forma, da un ancora non-formantesi, nella problematicità del proprio inizio la poesia può prendere forma come appunto un ancora non-formato. La poesia si situa in quel «luogo» ancora non musaicamente accordato, istituisce così un nuovo accordo musaico… e inizia a parlare…

Gino Rago

Novecento poetico italiano/8
Un incontro-colloquio con un Ordinario di Letteratura Italiana al Caffè Letterario ‘Il Mangiaparole” di Roma

(Ungaretti, L’Allegria, Il sentimento del tempola poetica della parola pura)

Domanda:
Ungaretti, il primo Ungaretti, la prima stagione lirica ungarettiana.

Risposta:
Non vi è alcun dubbio: il miglior libro poetico di Ungaretti è il primo…

Domanda:
Ci aiuta a comprendere l’importanza de L’Allegria?

Risposta:
Ne L’Allegria il Novecento si rivela sia nella esperienza di quella prima guerra mondiale tecnicamente di dimensioni distruttive senza precedenti, sia nel fortissimo bisogno di modernità estetica assoluta.
Inoltre, proprio perché quel primo libro è il diario di un soldato diventa un documento umano disarmato e soprattutto antieroico e antiretorico in grado di farsi nello stesso tempo un raffinato laboratorio poetico di sconcertante originalità.

Domanda:
Un laboratorio letterario che Ungaretti situa nel cuore di quell’evento storico

Risposta:
Esattamente perché è nel cuore come Lei dice di quell’evento che si manifesta al massimo grado di intensità una nuova, irresistibile esigenza, l’esigenza di una vita direi elementare, una vita storicamente innocente da ricondurre al contatto fisico immediato con tutto quello che accade

Domanda:
Proviamo ad analizzare insieme qualche componimento ?

Risposta:
Volentieri. Propongo questo come esemplare

“Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
[…]
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita”

(Cima Quattro il 23 dicembre 1915)

Domanda:
Ungaretti, ermetico fin dalla prima ora, ancora sostengono in tanti

Risposta:
Sbagliano, sbagliano in pieno, ma non è la prima volta che certa critica prende abbagli…
Di ermetico in una poesia come questa non c’è niente… Nessuna letterarietà, nulla di oscuro, niente di allusivo. E poi l’Ermetismo nel 1915 non era ancora nato…

Domanda:
Dunque la fama peraltro di lunga durata di Ungaretti poeta

Risposta:
La fama indiscussa di Ungaretti per buona parte del Novecento poetico italiano è legata all’influenza profonda e diffusa di Sentimento del tempo, il suo secondo libro poetico del 1933. E’ in questo libro che nella sua originalità tecnica da qualcuno detta “genialmente semplice ed irripetibile” che Ungaretti cambia stile, diviene poeta puro e maestro sulle tracce di Valéry e di Mallarmé di quel ramo del tardo Simbolismo europeo giunto a noi come l’ Ermetismo italiano, destinato a dominare la nostra scena poetica fino agli inizi degli anni ’40 del Novecento letterario italiano

Domanda:
Salvo qualche rara eccezione …

Risposta:
Ha ragione, salvo rarissime eccezioni come ad esempio Penna e Pavese, senza dimenticare il nome di Saba, il più antimodernista e antinovecentista dei poeti italiani …

Domanda:
Ungaretti ermetico a partire da Sentimento del tempo del 1933 …

Risposta:
Sì, è esattamente così ed è sufficiente analizzare la prima strofa di “Isola” per comprendere pienamente la radicalità della svolta ungarettiana verso la poetica della parola ermeticamente pura:

“A una proda ove sera era perenne
Di anziane selve assorte, scese,
E s’inoltrò
E lo richiamò rumore di penne
Ch’erasi sciolto dallo stridulo
Batticuore dell’acqua torrida,
E una larva (languiva
E rifioriva) vide,
Ritornato a salire vide
Ch’era una ninfa e dormiva
Ritta abbracciata a un olmo.”

Domanda:
La analizziamo insieme, se Lei è d’accordo…

Risposta:
Le prometto che lo faremo insieme al prossimo nostro incontro, ora iniziano le mie corse per Roma… Ho due lezioni e gli studenti mi stanno aspettando.

Commento di Giorgio Linguaglossa

Sentimento del tempo (1933) è un’opera che dipinge il ritorno all’ordine di Ungaretti che, da questo momento in poi sarà un poeta minore del primo novecento; la chiave classicistica e il corrispettivo conservatorismo in politica rappresentano bene il quadro extraestetico di una involuzione estetica e poetica. Purtroppo è sempre così, quando un poeta si rende partecipe del ritorno all’ordine, la Musa scappa via, se la dà a gambe…

19 commenti

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19 risposte a “Una poesia inedita di Marina Petrillo e Donatella Giancaspero. Il paradigma della conservazione della poesia italiana del novecento, Due Interviste di Gino Rago sul Novecento poetico italiano, Futurismo, Ungaretti, Montale, Sanguineti, Cardarelli, Pavese, Nuova ontologia estetica

  1. giorgio stella

    La poesia di Martina Petrillo bestemmiata in santa pace (…) ‘inibita ogni azione // anche la nascita (…)’ ci ricorda a noi tutti che il raccordo socio-totale tra il niente e il nulla nn è archivio di binomio ma asse di latitanza dallo stesso… ‘il mistero, nel piangere bianco, (…) continua la Petrillo in un assetto privato di velo, acquista il senso dell’addio senza neanche avere avuto * il tempo dell’abbandono: credo questo la Martina Petrillo intendesse urgere in uno schema per quanto mi riguarda cardinale alla base dell’ente che assolutamente non lo prevede, non lo prevede bene.

  2. giorgio stella

    di tutt’altro tono, tono buono, i versi di Donatella Giancaspero… l’evidenza dell’assenza, dell’assenza stessa è tutelata dall’emergenza che la circosrcrive nella reclusione della clandestina, * condizione d’oltre * … ‘(…) consegnato alla resa gli occhi che tentavano il varco. // (…) Eccola qua la scheda! Proprio nel suo verso estremo si sorregge il panorama precario. Anche in un questo caso l’eco dovrebbe essere corale.

  3. Carlo Livia

    Gentile Giorgio Stella, il suo logos franto, irregolare, informe, la sua affabulazione onirica, visionaria, decomposta, abbacinante, inquietano e affascinano. Spero che voglia gradire questo umile tributo.

    FROM NOWHERE TO NOTHING

    Attraverso la notte sacramentale, nuda, trascinando l’anima del bambino morto. Un vecchio mi vede da lontano e grida. Vuole uccidermi, ma diventa di marmo.

    Cado nel groviglio francese. E’ piacevole. Divento Auschwitz. Con le cosce dell’uragano Gloria, e un sesso vermiglio con cavalli in fiore. Ritorno nel parco giochi. Un cipresso cieco, furioso, mi sbarra la strada. Ha tutti i morti in mano.

    La rugiada delle fanciulle è spesso viola. Segue le croci verso il buco nero, senza domande.

    La veste vergine si affaccia dall’incesto, spargendo protoni mortali. Sul davanzale intermedio traducono il sorriso in euro.

    Dall’amplesso centrale cade un si minore. Biondissimo. Inestricabile dai lunghi serpenti del profondo. Si staglia nel cielo lastricato di dei. Sul viale ormonale appena risorto.

    Nell’aria un uccello infelice. Diventa un peccato. O un flauto celeste, troppo sottile. Mi trafigge il cuore. Per fortuna mi addormento. In sogno attraverso le cascate.

    Entro nel bacio indicibile. Umido di morte scampata.

  4. È dunque probabile che la poesia che viene in mente

    al soggetto pensante, non scaturisca come le somme di un’addizione

    su cui ci si sia affaticati dopo aver tirato una riga sotto gli addendi.

    Questo è legittimo pensarlo per il pensiero ingenuo

    che pensa una poesia come un’addizione

    ma è illegittimo per un pensiero che si ponga criticamente davanti

    alla sommatoria di due addendi

    .

    (Giorgio Linguaglossa)

    Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

    Ho letto di recente una decina di libri di poesia pubblicati da Einaudi, Mondadori. Che dire? Sono scritti in una koinè comprensibile e anche condivisibile, confortevole, una koiné internazionale che ha il passaporto europeo e quindi idonea all’esportazione di un materiale lessicale e stilistico confortevole, lodevole, europeista. Tutto ok, tutto politicamente s-corretto. Meraviglioso! Non c’è niente da dire, niente, dico, da critico e ermeneuta della poesia. Appunto, non c’è niente da dire su di essi, e questo lo trovo, appunto, meraviglioso. Che altro potrei dire? Sono stupefatto dalla bravura degli autori… costoro scrivono per la nicchia, per lo specchio della nicchia, scrivono e vivono per la nicchia dello specchio, della riconoscibilità assicurata.

    Oggi che il «soggetto» periclita con collasso in quanto assediato dalle emittenti mediatiche, non può che parlare della propria debolezza, del proprio decesso, della propria invisibilità della propria urbana scorrettezza. Baudrillard scrive che «oggi la posizione del soggetto è diventata indifendibile». È davvero così? Siamo arrivati a questo punto? Al punto che la convulsione della soggettività, quella che un tempo si chiamava nevrosi, isteria, psicopatologia è scomparsa, affondata, dissolta per sempre da quella che è stata definita la strategia della disparizione del soggetto?

    Che cosa è accaduto? È accaduta la implosione della cultura del tardo novecento, quella cultura poetica che va da Patrizia Cavalli (Le mie poesie non cambieranno il mondo, 1974) e Valentino Zeichen (Area di rigore, 1974), e arriva ai giorni nostri, quella cultura della inferenza dell’io e della retorizzazione del soggetto che ha avuto in Italia e in Occidente una grande visibilità, si è esaurita nelle frange minoritarie del post-minimalismo, nei fenomeni mediatici delle scritture superficiarie.

    È con grande piacere quindi constatare che l’Ombra delle Parole prosegue il suo lavoro scoprendo dall’oblio e dalle cateratte degli epigoni poeti di indubbia caratura quali Giorgio Stella, Marina Petrillo, Donatella Giancaspero, Carlo Livia e tanti altri che ruotano intorno alla rivista. Ormai la poesia che si occupa delle adiacenze dell’io mi risulta veramente ostica, intollerabile, noiosissima, e poiché ricevo ogni giorno decine di libri di pseudo poesia al cui centro c’è l’intramontabile io, ecco, informo i gentili lettori di risparmiarsi di inviarmene copia o di inviarmi i PDF dei loro libri, queste produzioni esantematiche più affini al morbillo che ad una sana influenza, non mi interessano.

  5. donatella giancaspero

    Mi piace accostare la mia poesia “Le strade mai più percorse” a un brano di Luciano Berio (1925 – 2003), Sequenza XIII, “Chanson”, per fisarmonica, composta nel 1995 – ’96 per Teodoro Anzelotti, che la interpreta in questo video.

  6. Dalla ontologia negativa di Heidegger alla ontologia positiva del linguaggio poetico e del pensiero filosofico
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/05/24/una-poesia-inedita-di-marina-petrillo-il-paradigma-della-conservazione-della-poesia-italiana-del-novecento-due-interviste-di-gino-rago-sul-novecento-poetico-italiano-futurismo-ungaretti-montale/comment-page-1/#comment-57275

    Una poesia inedita di Marina Petrillo

    Un io gestatorio decaduto, morto al concetto di eterno.
    Non rimane alcun frammento,

    solo cellule amebiche poste ai limiti di un firmamento finito.
    Inibita ogni azione,

    anche la nascita. Memorie dissolte
    in operoso dialogo interiore, lo sguardo volto e avvolto,

    a stele di vento acido.
    Inquieti i bambini vivono in universi paralleli,

    gestatori, di cui smarrita è la memoria.
    Non regna ascensione,solo litania prossima al vivere.

    Il mistero, nel piangere bianco,
    inclinato asse nella acquiescente vita abdicata.

    Pericola il cardine posto a suggello di un dio imploso:
    catastrofe morta al suo stesso suono.

    Una poesia di Donatella Giancaspero

    Le strade mai più percorse:
    esse stesse hanno interdetto il passo
    – alla stazione Bologna della metro blu, una donna. Sospesa.
    In anticipo sulla pioggia –.

    Qualcuno ha voltato le spalle senza obiettare,
    consegnato alla resa gli occhi che tentavano un varco.

    Le ragioni mai sapute vanno. Inconfutate
    – scampate al giudizio – per i selciati – gli stessi
    ritmati di prima – gli stessi –
    da martellante fiducia – nell’equivoco di chi c’era.

    Per un’aria che non rimorde – l’ombra
    sulla scialbatura – avvolte da scaltrito silenzio.

    L’ontologia negativa di Heidegger era basata sull’assioma: «l’Essere è ciò che non si dice». Da qui il passo successivo è il silenzio come impossibilità di dire ed esperire il silenzio. La grande poesia di Eliot, La terra desolata (1925) e gli Ossi di seppia di Montale (1927) ne sono la eloquente esemplificazione; il non detto diventa più importante del detto, il non si dice più importante del si dice. Tutta l’impalcatura della colonna sonora della poesia primo novecentesca viene calibrata sul parametro del silenzio, di ciò che non si dice, di ciò che non può essere detto. Altresì, tutta l’impalcatura indicativo-ostensiva del linguaggio poetico primo novecentesco più maturo tende a periclitare nello spazio del silenzio quale altro indicibile per impossibilità del dicibile. L’intenzionalità significante tesa all’estremo tenderà a sconfinare nel silenzio dell’impossibilità del dire.

    Il pensiero filosofico e la pratica poetica di questi ultimi anni, invece, pensa una ontologia positiva, per cui si può affermare che l’Essere è ciò che si dice. Ciò che non è detto sconfina non più con il silenzio del dire ma con il nulla dell’essere. Ci troviamo davanti ad una rivoluzione copernicana nella sfera del pensiero filosofico e del linguaggio poetico.

    Le poesie presentate di Marina Petrillo e di Donatella Giancaspero sono una perfetta esemplificazione di questa rivoluzione copernicana. Il dire che si esaurisce nel detto, il detto nell’esser stato detto, in un passato che non è più. Tutta l’impalcatura fraseologica e la denotazione proposizionale di ogni singolo verso indicano una compiuta ostensività della significazione, chiudono la significazione, e la riaprono nella proposizione seguente. Così, la poesia diventa composizione di singole componenti, frasi assiologicamente orientate che periclitano verso il nulla della significazione, che non possono sporgersi nel silenzio per la priorità del nulla che percepiscono, per la estrema vicinanza del nulla di cui hanno percetto.

    Aggiungo una postilla per condensare questo pensiero: la nuova poesia si muove all’interno di un orizzonte del positivo significare, va alla ricerca del significato come di un positivo assoluto, e, proprio così facendo, rischia di venire inghiottita, ad ogni frase, nel significato positivo, nel positivo significare: un darsi che è un togliersi, un positivo che si rivela un negativo. Le fraseologie restano come appese ad una sospensione trascendentale, come sopra l’abisso del nulla dal quale provengono. Paradosso del paradosso: il positivo significare che periclita nel negativo significare, in quanto il discorso poetico si situa proprio sul crinale della differenza tra il così posto e il togliersi del così posto in non-posto.

    Scrive Massimo Donà:

    «Ecco perché non si può assolutamente dire che l’orizzonte della positività costituisce il presupposto a partire dal quale, solamente, qualcosa come una differenza può essere posto; infatti, non c’è “essere” se non nel darsi di una differenza – essendo proprio quest’ultima, ciò che ‘fa essere’.
    Nessuna distinzione, dunque, tra il differire ontico ed il differire ontologico – come avrebbe invece voluto Heidegger: non essendo in alcun modo pensabile un essere, se non come essere dell’essente.
    Di cos’altro possiamo dire che ‘è’, infatti, se non di questo o quel determinato? Nessun’altra esperienza dell’essere si dà mai all’uomo – stante che lo stesso essere in quanto essere si dà al pensiero sempre come “così e così determinato”; cioè come diverso dall’albero e dalla casa. Per cui, anche dire, dell’essere, “che è”, è dire l’essere di un determinato».1

    La nuova ontologia estetica ha il vivissimo percetto della oppositività di tutte le parole, della belligeranza universale e del contraddittorio universale di tutte le parole in quanto provenienti da quella oppositività originaria che le rende «tutte possibili proprio in forza della sua specialissima natura – costituendosi essa, per l’appunto, come opposizione tra essere e nulla. Ossia, come opposizione tra l’esser positivo del positivo (la positività) e l’esser negativo del negativo (la negatività)».2

    1] M. Donà, L’aporia del fondamento, Mimesis, Milano, 2008, p. 32
    2] Ibidem p. 33

  7. Giuseppe Gallo

    Caro Giorgio, trovo molto interessante l’appunto che esplichi sulla ontologia negativa di Heidegger: «l’Essere è ciò che non si dice» che oggi si rovescerebbe nel suo opposto “l’Essere è ciò che si dice.” e la sua estensione alle poesie di Marina Petrillo e di Donatella Giancaspero . Noto però, che i due assiomi hanno come radice sempre la parola e il linguaggio. Anche il “non si dice” ha bisogno di essere espresso alla stessa stregua di ciò “che si dice”. È sempre il linguaggio che deve parlare…
    Leggo in questi giorni che sta per uscire, per le edizioni Le Lettere, Tutte le poesie di Bartolo Cattafi, (1922-1979) poeta meridionale che ha dato il meglio di sé dopo il 1960 con le raccolte “L’ossa, l’anima” (1964) e “L’ora secca del fuoco” (1972). Che ne pensi della sua supposta “originalità”?
    Approfitto dell’occasione per postare l’ultimo componimento che dovrebbe concludere l’esperienza di Zona gaming.

    Zona gaming 10

    Si va verso la pioggia
    che incrudelisce sulle margherite.

    Lilli, il tuo niente
    versa la rabbia dentro un altro passo.

    Non stato io a incontrare me stesso nelle parole.
    L’invisibile si spalma sulle superfici.

    Ricciolo di burro sul toast che ingromma. Caffè amaro
    sopra le papille. Polvere per soffocare nel respiro.

    Zona gaming
    Entra nella tua mail… entra nella tua mail… trova un passaggio…

    Siamo all’epilogo. Flatus vocis oltre l’istante.
    La durata forse sei tu che insegui il desiderio.

    L’uomo parla. O parlava?
    I miei sogni in crisi: vivono un alfabeto

    di incisioni e scalfiture.
    Dov’è la bella luce delle lucertole?

    Zona gaming
    …intermittenza e persistenza delle interferenze…

    L’ombra: un diaframma di polline.
    L’allergia atopica squama ogni ventricolo.

    Incunearsi, allora, nelle vene fino al sangue?
    Gridare l’ira per quest’altra morte?

    Anche Bianca Maria va nella pioggia
    che incrudelisce l’aria dell’autostrada.

    E Lilli senz’anima gironzola intorno alle siepi
    con la carne del corpo inscatolata.

    Zona gaming
    …ninna nanna… ninna Nanni… ninna Nanni! (21/05/2019)

    • “L’invisibile si spalma sulla superficie.”
      La sostanza è contraddistinguere
      neuroni. Appartenere alla celebrazione.
      Connettersi nella confusioni delle immagini, nella messa antica del pensiero.
      Questa patina invisibile che cela
      la conoscenza.
      Quanta stanchezza e quanta bellezza.
      “Dov’è la bella luce delle lucertole?”

      Grazie Giuseppe Gallo. Un saluto caro.
      Grazie OMBRA.

  8. caro Giuseppe Gallo,

    della poesia di Bartolo Cattafi, (1922-1979) per quello che ricordo, l’ho letto tanti anni fa… penso che sia il classico poeta del sud inurbato al nord industriale e progredito che non è riuscito ad organizzare un proprio linguaggio poetico: da una parte il retaggio della retorica della poesia del sud, dall’altra la sirena di un linguaggio più progredito culturalmente e civilmente come quello del nord, lo hanno, come dire, confinato in un linguaggio approssimato e non concluso, un linguaggio acerbo, incompiuto, compresso. Se leggiamo qualche sua poesia ci rendiamo conto di questa acerbità che deriva da una incapacità o impossibilità ad organizzare un proprio linguaggio poetico diverso da quello coevo nel nord e diverso da quello che si faceva in quegli anni nel sud. Leggiamo due poesie. Se notate, anche il metro breve risulta ostico, acerbo, non definito per eccesso di definizione, dove gli a-capo sono vistosamente forzati e non naturali; direi che anche l’argomentazione ha qualcosa di «ingenuo». Ad esempio, gli ultimi due versi della seconda poesia sono frutto di una buona intuizione, ma gli mancava il linguaggio per poter sviluppare quella intenzione, e le immagini risultano come raggomitolate, compresse, sintatticamente forzate, forzose:

    Luce

    Come avanza la luce
    a onde
    a segmenti
    a spezzoni
    fluttuazioni
    a shrapnel
    a trance rotolanti
    a gorghi alla van gogh
    a trucioli che si srotolano
    a sberle in faccia
    a ditate negli occhi
    colpi bassi
    tutto colpito
    ci vuole stomaco
    fegato per la luce.

    Niente

    È questo che porti arrotolato
    con cura, piegato
    in quattro, alla rinfusa
    sgualcito spiegazzato
    ficcato ovunque
    negli angoli più oscuri.
    Niente da dichiarare
    niente
    devi dire niente.
    Il doganiere non ti capirebbe.
    La memoria è sempre un contrabbando.

  9. Spero arrivi presto anche per me, il momento in cui rientrerò nella tradizione:

    Mou.

    Alla console, il mago delle terapie urge il beneplacito
    e altre componenti: Sua Riluttanza in bagno di sudore

    e sotto le arcate, il gruppo delle Bluebell. Il pubblico
    degli scarafaggi aspetta giudiziosamente il momento

    sublime, quando la nave andrà a schiantarsi; e partirà
    la sirena; scoppieranno tanti palloncini colorati; le mani

    di Sua Santità, un tremito d’ossa: Ecco! E non c’è niente.
    Ma questo è straordinario. Questo, in una casa piena

    di rattoppi, dove a sera s’allungano come caramelle
    Mou le sanguinacee, e batte il tacco l’ortolano.

    (May – mag 2019)

  10. Il pubblico
    degli scarafaggi aspetta giudiziosamente il momento

    sublime, quando la nave andrà a schiantarsi

    24 ore dopo avere scritto questi versi, vengo a sapere dell’esito delle elezioni europee. Oggi, chi sta dalla parte delle istituzioni non ha vita facile; anche Di Maio, che avrebbe principalmente l’obiettivo di moralizzare la vita pubblica, ne ha fatto le spese. Mentre sale pericolosamente l’uomo di popolo, che vestito con felpe e camicia fuori dai pantaloni, riesce a convincere che il pensiero liberista sia un toccasana per lavoratori, poveri, emarginati e imprenditori vessati dalle tasse.

    • caro Lucio,
      Di Maio non ha mai letto i Quaderni di Gramsci, non ha letto nulla e non sa nulla del concetto di “egemonia” culturale e politica, e i suoi aiutanti sono un poco male acculturati per afferrare la subalternità culturale e politica dei5Stelle rispetto alla Lega di Salvini. I 5 Stelle sono i valvassini del Conte, portano armi e bagagli delle armate del nord. Almeno fino a quando il nord non si sveglierà da questa ubriacatura.

      • “La conoscenza è lo strumento del cambiamento (…) Studiare, capire, aggiornarsi significa conquistare libertà!”
        Con queste parole, dalla piattaforma Rousseau, gli eletti in Parlamento ringraziano, umilmente, quanti hanno votato per confermare Luigi Di Maio a capo do Movimento, nonostante la sconfitta elettorale. Il mio “NO” era tra il 20% di quanti erano in disaccordo.

        Il Movimento 5 stelle è un’anomalia, un imprevisto della Storia. E come tale andrebbe cancellato. Oppure farà da sé, come è stato per L’Uomo qualunque. Su questo siete tutti d’accordo… come la critica, quando ignora, e di fatto cancella, poeti che meriterebbero più attenzione. Il nuovo, se ha una qualche ragione di esistere, non ha mai avuto vita facile.

  11. Guido Galdini

    Questo commento non è strettamente in tema con li sito (ma strettissimanente con l’attualità).
    Stamattina ho visto in rete un nostro governante che bacia un crocefisso e ringrazia qualcuno su in alto.
    Mi è subito venuto in mente questo pezzo del primo Bob Dylan, With God on our side, che percorre la storia americana, sempre con Dio dalla propria parte.

    Si può accedere al testo cliccando su “Mostra altro” dalla pagina di Youtube.
    Buon ascolto e buona lettura.

  12. Scrive Mauro Pierno: “Connettersi nella confusione delle immagini”. E dice bene, “Connettersi”. Non vedere, che porterebbe a descrivere, ma «essere» tra le immagini; se l’essere è parola.

  13. Gino Rago
    In memoria di Joseph Roth
    Un necrologio in distici a 100 anni esatti dalla sua morte
    ( 27 maggio 1939 )

    «Conceda Dio a tutti voi, a voi santi bevitori,
    Una morte lieve».*
    […]

    Un cavallo lipizzano alzò per un istante
    La zampa destra in segno di commiato.

    Il lampadario cadde sui legni della sala del valzer,
    Shearazade pianse.

    La contessa W. della milleduesima notte
    Sgranò gli occhi dai riflessi di violette e miosotide.

    E tutti i presenti se ne innamorarono.
    […]
    La mattina del 23 di un mese di primavera
    Nel 1939 cadde a terra di schianto.

    Come Andreas
    Nella leggenda del santo bevitore.

    Era nel caffè Tournon.
    Aveva scritto per anni e bevuto calvados

    Fino a perdere il senno.
    Non fu portato nella sagrestia

    Della chiesa di Santa Teresa
    Ma all’ ospedale Necker.

    Lo legarono con cinghie al letto
    Come l’ ultimo dei mendicanti.

    Dalla sua cartella clinica:
    “Non-ha-ricevuto-nessuna-cura”
    […]
    Il 27 dello stesso mese morì.
    Il giorno 30 il funerale al cimitero Thiais.

    Nei sobborghi di Parigi
    Le pietre si fecero parole.

    Un messo di Otto d’ Asburgo
    Pretendente al trono d’Austria

    Elogiò in lui
    «Il-fedele-combattente-della-Imperial-Regia- Monarchia».

    Un comunista gli rispose con rabbia
    Che il morto era stato «Joseph il rosso».

    Un sacerdote cattolico benedisse la salma.
    Tutti gli ebrei presenti furono offesi

    Dal fatto che un ebreo
    Che discendeva da generazioni di devoti ebrei

    Fosse costretto in una religione non sua.
    […]
    Forse il morto fu contento dello schiamazzo
    Sulla sua tomba di periferia,

    Era stato monarchico e rivoluzionario, ebreo e cattolico,
    Pagano e musulmano.

    E bevitore, sebbene non santo.
    Abitò da solo il regno-del-non-dove

    Nella stanza del Bioscopio universale.
    […]
    «La morte simbolista di Roth…
    Come quella nel ‘28

    Di Nina Ivanovna Petrovskaja
    Della Bohéme russa in esilio a Parigi.

    Aprì da sola il gas nello squallore
    D’un albergo d’un quartiere popolare».
    […]
    Joseph Roth, inabile anche alla morte,
    Vita-non-vita d’un sopravvissuto

    Alla fine di un mondo, di una lingua,
    Di una storia.

    Scrivendo divenne monarchico.
    Sempre scrivendo divenne devoto.
    […]
    Voleva credere e divenne credente.
    Ma forse cercava soltanto sé stesso

    Nei frammenti della Finis Austriae
    Alla fine il naufragio.

    Viso tumefatto. Piedi gonfi.
    Bottiglie vuote in fila di calvados e gin.

    Tentò di scacciare da sé l’anticristo.
    […]
    L’incenso di tutte le chiese.
    Moriva di maggio l’uomo.

    Nasceva il-soldato-della-penna
    In-servizio-permanente-effettivo.

    Da quel giorno Joseph Roth è di tutti.

    (gino rago)

    * [La leggenda del santo bevitore]

  14. Bio-bibliografia essenziale di Joseph Roth

    Joseph Roth, scrittore e giornalista austriaco del primo Novecento,
    non è una figura letteraria molto conosciuta, oltre l’area linguistica tedesca, se non per il racconto autobiografico più noto, ovvero Die Legende vom heiligen Trinker, (La leggenda del santo bevitore) scritto nel 1939, diventato celebre anche grazie all’omonimo film (del 1988) di Ermanno Olmi.

    Nasce nel 1894 da una famiglia ebraica in Galizia, nella città di Brody, che ora si trova in Polonia ma che a quell’epoca apparteneva al groviglio di stati che componeva l’impero Austro-Ungarico.

    Nel 1913 arriva a Vienna, la grande capitale, per studiare germanistica all’università. In condizioni economiche davvero precarie inizia, grazie alla sua abilità stilistica, una collaborazione con il giornale Österreichs Illustrierte Zeitung dove vengono pubblicati i suoi primi articoli e le sue prime poesie. Scoppia la Grande guerra ma Joseph è un pacifista.

    Si arruola solo nel 1916 e vive in una caserma di Vienna come addetto Ufficio stampa dell’esercito. Anche in questo periodo scrive. Le sue parole vengono pubblicate sul quotidiano Der Abend e sul settimanale Der Friede. Il direttore di quest’ultimo sarà colui che, terminato il conflitto, recluterà Roth come collaboratore per le pagine culturali del Der Neue Tag. Qui descrive nei suoi articoli la vita quotidiana della gente nella Vienna del dopoguerra come una sorta di cronaca cittadina, spesso trasposta in chiave metaforica.

    Nel 1920 il giornale chiude e il giornalista si reca nella più vivace Berlino dove lavora per il Berliner Börsen-Courier prima e successivamente per alcuni anni come corrispondente culturale nel più conosciuto Frankfurter Zeitung dove inizierà una corrispondenza con Stefan Zweig che diventerà suo mecenate. Nella redazione di questa importante testata sviluppa numerosi reportages, che spesso lo portano a Parigi, in Albania, in Polonia e anche in Italia.

    La vita sentimentale dello scrittore è molto travagliata. Sposa a Vienna Friederike (Friedl) Reichler che lo segue a Berlino. Ma la vita mondana e frenetica dello scrittore, oltre alla sua morbosa e insana gelosia, provocano nella moglie una forte crisi tale da destabilizzarla quasi completamente. Roth dopo i primi sensi di colpa conosce diverse donne con le quali intrattiene numerose relazioni.

    Con l’ascesa al potere di Hitler nel 1933, data la sua origine ebraica, è costretto ad emigrare. Dapprima si trasferisce in Francia, poi nei Paesi Bassi e infine nuovamente in Francia.

    Nonostante in Germania i suoi libri vengano bruciati, nei Paesi che lo ospitano, rispetto a molti altri scrittori emigrati, continua ad avere la possibilità di pubblicare opere.

    Nel 1936 incontra la scrittrice Irmgard Keun con la quale vive a Parigi, ma nel 1938 si lasceranno. Tra il 1937 e il 1939 la situazione economica, oltre alla salute di Roth, peggiorano. Beve e viene trasferito all’ospizio dei poveri. Il 27 maggio 1939 muore a Parigi per polmonite.

    Raffinato cantore della finis Austriae, della dissoluzione dell’impero austro-ungarico ( quell’Impero che fu in grado di riunire popoli di origini disparate, con lingue, religioni, tradizioni diverse) benché egli stesso fosse nato alla periferia dell’impero, nell’odierna Ucraina, lascia alla letteratura universale svariate opere (La cripta dei Cappuccini, La marcia di Radetzky, La milleduesima notte, La leggenda del santo bevitore).

    ( a cura di ) gino rago

  15. Li vedi quei punti Bernard? Pioveranno.
    Hai nulla da abbinare al mar rosso?

    Alla sequenza del fiato? A James che il banjo
    suona con dita croccanti?

    Sputano fuoco. Sono spuntati gli elmetti a Golconda.

    hanno le facce più lisce e i dadi sottratti
    non serve più radere.

    GRAZIE OMBRA.

  16. annaventura36@hotm ail.com

    “A James che il banyo suona con dita croccanti”: l’aggettivo “croccante”trova una sua ennesima collocazione; sempre ineccepibile.Un “croccante” non si nega a nessuno.

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