Massimo Donà, La struttura aporetica del reale e del linguaggio poetico La struttura a polittico, La nuova poesia italiana, Poesie di Francesco Paolo Intini, Milaure Colasson, Gino Rago, Lucio Mayoor Tosi, Tomas Tranströmer

Giorgio Linguaglossa

Credo a questo punto sia opportuno verificare il significato del termine «interferenza» che sta avendo un grande ruolo nella costruzione della nuova poesia e del polittico in particolare:

il Sabatini Coletti
Dizionario della Lingua Italiana

Significato di «interferenza»
[in-ter-fe-rèn-za] s.f.
1 fis. Sovrapposizione di fenomeni; nelle telecomunicazioni, azione esercitata da una comunicazione su un’altra con conseguente disturbo || figure d’i., quelle formate per interferenza delle radiazioni ottiche

2 ling. Influenza esercitata da una lingua su un’altra

3 fig. Intervento indebito, intrusione: interferenze della politica nell’informazione.

Ecco cosa c’è scritto nella Treccani:

interferènza s. f. [dal fr. interférence, che è dall’ingl. interference, propr. «incrocio, conflitto (di interessi, ecc.)», der. di (to) interfere: v. interferire]. –

  1. Nel linguaggio scient. e tecn., il sovrapporsi di due fenomeni cooperanti e il conseguente sommarsi o elidersi dei loro effetti. In fisica, con riferimento a fenomeni vibratorî e ondulatorî: i. costruttiva, o positiva, quando gli effetti consistono in un reciproco rafforzamento; i. distruttiva, o negativa, quando si ha una riduzione reciproca dei singoli effetti (con questa accezione, anche assol. interferenza, senz’altra determinazione: i. della luce, o i. luminosa; i. di particelle).

In partic.: figure d’i., le figure luminose formate per interferenza delle radiazioni ottiche; frange d’i., v. frangia, nel sign. 4. Con sign. specifici, in altre discipline:

  1. Nella tecnica delle telecomunicazioni, qualsiasi azione che venga esercitata su una comunicazione da un’altra comunicazione o da un segnale estraneo, dando luogo, in conseguenza, a disturbi e ad alterazioni varie nella comunicazione che interessa. b.

In farmacologia, caso particolare di antagonismo, che interessa organismi molto semplici (unicellulari) e consiste nella inibizione alla penetrazione di un farmaco per la presenza di un’altra sostanza. c.

 In virologia, inibizione della crescita di un virus in cellule infettate da un altro virus. d. In genetica, il fenomeno per cui, nei cromosomi omologhi, non si verificano nei punti prossimi a uno scambio (crossing-over) altri scambî o si trovano con frequenza molto inferiore a quella teoricamente prevedibile. e. In matematica, la parte comune a due o più insiemi, detta anche intersezione. f.

In ottica cristallografica, colori d’i., figure d’i., colori, figure prodotti da sostanze cristalline birifrangenti osservate al microscopio polarizzatore con luce, rispettivamente, parallela e convergente. g. I. aerodinamica, lo stesso che induzione aerodinamica (v. induzione, n. 3 a). h. Con sign. analogo, ma più concreto, nelle costruzioni meccaniche, la compenetrazione dei due profili di una coppia di ruote dentate; anche, la differenza tra le dimensioni delle due parti di un accoppiamento fisso (le dimensioni della parte interna sono infatti sempre superiori a quelle della parte esterna per realizzare il forzamento). 2. estens. In semantica, una delle cause delle trasformazioni di significato d’una parola, consistente nel sovrapporsi d’un secondo significato a un primo in connessione con etimologie popolari o semidotte: per es., l’uso di inedia con il sign. di «tedio, noia» è dovuto prob. a una sovrapposizione di inerzia (un altro esempio di interferenza semantica è lo stesso verbo interferire).

Più generalmente, in linguistica, l’influenza che in singoli casi e come fenomeno individuale una lingua può esercitare su un’altra lingua in contatto, spec. in soggetti bilingui, portando a modificazioni fonetiche, morfologiche, sintattiche o lessicali; così, per es., a un italiano potrà accadere di dire art nouvelle per art nouveau, dando al fr. art il genere femminile dell’ital. arte; o di dire, per un erroneo calco, ma machine per ma voiture. 3. fig. Incontro di azioni, iniziative, interessi, idee diverse, per lo più discordanti, o che tendano comunque a influire l’una sull’altra determinando spesso un contrasto; più genericam., intromissione, inframmettenza: il potere giudiziario dev’essere sottratto a ogni i. del potere esecutivo; interferenze tra Chiesa e Stato, tra fatti politici e fatti economici; non tollero interferenze nei miei affari privati; la vita … era troppo oziosa perché non vi proliferassero il pettegolezzo e l’i. negli affari altrui (Primo Levi).

Massimo Donà

 La struttura aporetica del reale e del linguaggio poetico

Spezzo un giavellotto in favore della categoria dell’interferenza nel linguaggio poetico. Portiamo ad esempio il concetto dell’uno come uno che, in quanto posto come uno, si duplica in due… e così via di rinvio in rinvio ad altro e, quindi, di duplicazione in duplicazione, essendo la struttura della duplicazione la medesima della struttura dell’uno, al modo che l’identità dell’uno viene confermata nel suo duplicarsi immediato in due e in numeri infiniti. Così, non possiamo che concludere che nell’uno c’è l’infinito, ovvero, nel finito c’è l’infinito. È questa la struttura aporetica del reale che risuona anche nel linguaggio e nel linguaggio poetico in particolare.

(Giorgio Linguaglossa)

«Si pensi al circolo dell’interpretazione infinita (che ancora oggi tanti adepti e continuatori guadagna alla propria causa) – tanto per fare un esempio particolarmente significativo di tematizzazione della questione del “linguaggio” – e al suo teorizzatore: Hans Georg Gadamer.

Egli avrebbe voluto riconsegnare al logos quella ampiezza e quella realità che sembravano destinate a un irresolubile irrigidimento; di contro a un incontrastato dominio della filosofia del “concetto” (si pensi all’enorme influenza dell’hegelismo ottocentesco).

Ma, in realtà, anche questo tentativo doveva essere seriamente inficiato dalla sua vera e propria infondatezza teorica. Il circolo ermeneutico è quello che è solo in quanto per esso “identità definitoria” e “proliferazione delle differenze”, non sono in alcun modo coincidenti – anzi, solo in quanto formalmente separati, si ritiene possano costringere qualsivoglia forma di “unità” a ridefinirsi all’infinito, in corrispondenza alle sempre nuove modalità che la differenza di fatto produce (indipendentemente da ogni troppo prevedibile rispetto verso nomoi già esistenti).

Per Gadamer, infatti, “le possibilità finite della parola sono messe in rapporto con il senso che si manifesta come qualcosa che indica nella direzione di un infinito…”.1

Un esempio particolarmente significativo di tale destino sembra essere rappresentato, agli occhi di Gadamer, dalla parola poetica.
Già Hölderlin ha mostrato che l’invenzione del linguaggio di una poesia presuppone la dissoluzione totale di tutte le parole e le formule linguistiche consuete”.2

Ma, se, davvero, di contro alla dialettica del concetto (e qui il referente polemico è Hegel, ossia la sua concezione dialettica), l’esperienza ermeneutica comporta che “lo sviluppo del significato totale, che è l’obiettivo della comprensione, ci mette nella necessità di formulare un’interpretazione e di ritirarla subito di nuovo”3 – se non altro in quanto, “nell’evento del linguaggio, non ha la sua sede solo ciò che permane, ma anche il mutamento delle cose”4 -, allora, sempre nell’ottica gadameriana, il compito dell’interpretare (e dunque del linguaggio da cui il medesimo è reso in qualche modo possibile), espresso in termini logico-formali, si costituirà nell’incessante ridefinizione di un inesauribile rapporto tra identità (di fatto rinviante al senso in cui l’interpretante di volta in volta si ri-troverebbe ad essere – da cui il suo esser così com’è) e differenza (eccedenza “mai esauribile” del significato – perciò strutturantesi come modo dell’in-finito -, che differenzierebbe, ab alio, quello stesso senso unitario di cui sopra… e per effetto di un’originaria azione destituente da quello costitutivamente insussumibile e dunque illegiferabile).

Da ciò l’originarietà dell’azione reciprocamente determinante di una unità e di una molteplicità sempre non-contraddittoriamente concepite.
Che è proprio quanto abbiamo visto venire ab origine “negato” dall’aporeticità originariamente caratterizzante la struttura del linguaggio tout court; la stessa che mai ci consente una reale esperienza di libertà (libertà, se non altro, rispetto al contesto mondano) – magari fondata sul fatto che “il rapportarsi al mondo richiede che si sia staccati da ciò che nel mondo ci viene incontro al punto da poterselo rappresentare come esso è”.

la posizione gadameriana ha insomma ben poco a che vedere con l’aporia da noi messa in luce; anche perché, a costituirsi, in essa, è invero una palese oscillazione tra affermazioni che ribadiscono l’originaria linguisticità dell’esperienza umana, ovvero l’intrascendibilità del linguaggio (“né si può pensare di guardare dall’alto il mondo del linguaggio, giacché non c’è un punto di vista esterno all’esperienza linguistica del mondo, dal quale tale esperienza possa essere guardata oggettivamente”6) – dominio dell’identità! – e a critiche assunzioni di quella che viene riconosciuta come “apparenza immediata naturale” o “evidenza intuitiva”, e in quanto tale contrapposta all’artificiosità della costruzione linguistico-intellettuale; e valevole quindi come fonte d’esperienza tanto reale quanto quest’ultima
[…]
Si tratterà di sottolineare piuttosto, e nel modo più risoluto, come interrogarsi intorno alla questione del “linguaggio”, non significhi affatto porsi un problema metodologico e dunque preliminare rispetto alla vera e propria ricerca metafisica od ontologica che dir si voglia – quasi ci si dovesse interrogare dapprima sulle condizioni di dicibilità, e solo in un secondo tempo (e quasi indipendentemente dagli esiti di questa indagine preliminare) porsi il problema della “verità” o del “fondamento”… magari dimentichi del fatto che i risultati della prima parte della nostra ricerca dovrebbero valere anche per quel linguaggio che, solamente, consente di esprimersi in termini di fondamento, verità ontologia, identità e differenza.

Insomma, decidere del significato e della realtà del linguaggio è già un decidersi intorno all’essere di ciò che è, e, per quanto detto sino a questo punto, intorno al rapporto linguaggio mondo – e ciò è vero per il semplice fatto, appena ricordato, che la verità può essere detta solo nella misura in cui e nei limiti in cui il linguaggio “dica” davvero qualcosa (la verità non può essere tale se non anche in relazione a quella determinazione che chiamiamo “linguaggio” – il linguaggio, infatti, se è, è, come un tutto, secondo verità).

Ecco, da dove la necessità di un’analisi del linguaggio in grado di concepire il linguaggio medesimo come problema eminentemente filosofico – e l’importanza dei risultati sin qui conseguiti.

Una cosa è certa, comunque: stante che “il carattere di segno esiste qui solo connesso con qualcosa d’altro, che valendo come segno è anche qualcosa di per sé e ha quindi un suo autonomo significato, diverso da quello che ha come segno”8, allora il linguaggio (che, per quanto detto sino ad ora, coincide con ogni determinatezza, in quanto originariamente costituentesi come “significato”) non si configura come semplice struttura di “segni” (né di simboli o immagini che dir si voglia – la struttura del rimando è infatti sempre la medesima, di là dalla precisione o dalla sua più o meno consolidata univocità).
Nessuna “relazione”, infatti, riuscirebbe a giustificarne la supposta potenza indicatoria.

D’altro canto, l’aporia non può certo venire indicata o in qualche modo significata; per quanto non si celi né si ritragga in qualche misteriosa ascosità. Ma da sempre si articoli piuttosto nel di-segno proposizionale in cui, solamente, il non-esistere di quel che esiste può annunciarsi e palesarsi per quello che esso veramente ‘non-è’.»*

* M. Donà, L’aporia del fondamento, Milano, Mimesis, 2008 pp.529 e segg.
1,2,3,4,5,6,7, cit da H.G. Gadamer, Wahreit und Methode, Tubingen, 1965 pp. 444, 446, 441, 425, 419, 429, 425

 Gino Rago

Nel corso di un colloquio-intervista con un poeta, assai noto al pubblico de L’Ombra delle Parole, mi è stata posta anche la:

Domanda

In poche parole come presenteresti un “Polittico poetico in distici”…? 
Ho provato dare questa:

Risposta 

In estrema sintesi direi:

Fisica quantistica+ Civiltà musicale+ Arti Figurative+ Cronaca+ Storia+ Misticismo Barocco+ Arti plastiche+ Scontro di dive (Lisi-Dietrich) come urto fra Cinecittà e Hollywood+ Compressioni ed Espansioni dell’universo+ Letteratura+ Personaggi-poeti vivi + Personaggi-poeti non più vivi+ Tempo dilatato + Tempo compresso+ Spazi-geografie nell’indefinito e nel familiare+ Fono-prosodie con al centro immagini+ Parole entanglate come protoni nell’entenglement+ Rottura delle associazioni sostantivi-aggettivi a favore dei sostantivi+ Soppressione definitiva del piccolo Io narcisistico e perdente come illusoria misura della storia e del mondo+ Valorizzazione del sostantivo+Immissione del parlato ( in forma di monologo o di dialogo) + Altro = Polittico (o meglio, tentativo di polittico, così come lo sto intendendo).

E’chiaro che non si approda al Polittico in distici senza l’attraversamento consapevole della esperienza poetica per “frammenti”.

Per ora il Polittico in distici (Religione-Arte-Letteratura-Poesia) mi pare il max che si possa chiedere alla Parola di poesia se si vuole, per me, andare più in là e un po’ più in alto di dove hanno fin qui osato e ancora osano… le quaglie.

E per non correre più il rischio in poesia di continuare a sentire dappertutto ruggiti… di agnelli, rischiando di annegare nella profondità … di una pozzanghera.

Gino Rago
Nuovo tentativo di un polittico poetico in distici
La Regina-dei-cartoni a Via Marsala dialoga con Giorgio Linguaglossa

[…]
Samuel Beckett: «Giunge una voce dal buio a qualcuno.
Immagini»

Una voce. Un ascoltatore. Il buio.
Il rito perduto nella caverna.

Beckett:«Evoco la mancanza del rito.
Fuoco. Musica. Danze. Parole rituali.

Dei. Cavalli o bisonti sulla roccia nella caverna.
Tutto il villaggio che danza pregando.

Totalità simbolica. Immobilità nello spazio.
La gravità. Uomini non morti

Perché uomini mai vissuti.
La voce al buio resiste,

Ritornerà l’era dei poeti,
Godot… Metà God, metà Charlot… »
[…]
Linguaglossa scambia lo sgabello per un trono:
«E’ un trono vero, non è uno sgabello…

E’ il trono della Regina-dei-cartoni
a Via Marsala-Stazione Termini…

Ma qui non c’è un come.
Non ci sono né un dove né un quando.

Il significante qui non ha significato.
Le parole non sono più in nessun contesto»

Linguaglossa: «Mia Regina-dei-cartoni-a-Via-Marsala,
quale per te il senso della vita…?»

«Passare il tempo…En attendant Godot.
Ma ieri non è arrivato, oggi non arriva …»
[…]
Una foglia nuova su un albero,
Vladimiro a Estragone:

«Avresti dovuto essere un poeta».
Estragone: «Lo sono stato. Si vede, no?

Non vedi gli stracci?
Le mie parole sono state stracci».
[…]
Picasso nelle grotte:
«Dopo Altamira la pittura è solo decadenza.

Religione-Arte-Poesia. Registri entanglati.
Mescolamenti di silenzi e pause.

Citazioni di teologia. Turpiloqui.
Fili metafisici. Incomunicabilità ….»
[…]
Morandi fa la corte alla Regina-dei-cartoni.
A Via Marsala allinea brocche-bottiglie-tazze.

Linguaglossa di nascosto prega per un’ombra.
La Regina-dei-cartoni-a-Via Marsala:

«La vita … Passer le temp
En attendant Godot»
[…]
A Viale Ostiense. Una finestra. Una musica.
Donatella Costantina Giancaspero. Luigi Nono.

Un coro. Una voce di soprano:
«Ricorda cosa ti hanno fatto in Auschwitz.

Il canto dell’arrivo. Il canto di Lili Tofler.
Il canto della sopravvivenza»

Una colonna di fumo verso Piramide Cestia.
Una nuvola, tenebre per i carnefici,

Luce verso la salvezza per i sommersi.
[…]
Beckett rimprovera Proust:« La memoria involontaria…
Si uccide la Morte se si uccide il Tempo»

Una stella sulla strada di Gabriele e Linguaglossa
Verso la grande casa tra gli aranci:

«Chi sei?»
«Flamurt, non sono più schiavo di Roma sulla trireme …

Ho liberato me stesso dal dubbio.
Gli schiavi sono al bar in Via Galvani»

Lorenzo Pompeo fotografa una scarpa.
Galleggia sul Tevere.

Verso il mare racconta la sua storia.
[…]

Nota.
Gentile Redazione de L’Ombra delle Parole, Cari poeti de L’Ombra,

ho desiderato nel polittico in distici ” La Regina-dei-cartoni-in-via-Marsala dialoga con Giorgio Linguaglossa” fare quattro passi con l’autore irlandese perché Samuel Beckett è stato l’unico grande del Novecento letterario universale a comprendere la necessità di ripristino del legame teatro-poesia.

Tutto il suo teatro è stato l’impegno di evocare, tragicamente, il rito (perduto) avvertendone la mancanza.

Tornare cioè alla Origine, che è poi ciò che a suo tempo il nostro Linguaglossa, in un suo scritto, indicava come necessità di ricreare il mito-poesia, non il mito in poesia, ma la poesia stessa come mito.

E l’ Origine in Samuel Beckett era ricordare che il teatro greco, e non soltanto, nasce nella caverna con un fuoco, un sacerdote che pronuncia le parole del rito, con l’intero villaggio che prega e danza di fronte ai tori, o ai bisonti, o ai cavalli, disegnati sulla pietra della stessa caverna:
un rito propiziatorio nella totalità simbolica.

Soltanto il polittico poetico in distici può aspirare a questa totalità, tornando alle origini del rapporto onnicomprensivo teatro-poesia (polittico, non componimenti lunghi o brevi in distici…) in cui Religione-Arte-Poesia riescono a essere un tutt’uno.

Lucio Mayoor Tosi

Tutto sorride. Messo l’insetticida alle porte,
salutato ragni, formiche. Combinato niente.

Mamma. L’anima dell’autotrasporti infila
tre monetine e aspetta. Tre notti e giorni.

Tempo di queste parti. Brevi rotazioni
del globo. Sua Maestà la Regina in gonna

pallone anni 60’. La maionese in tubo.
L’ostrica che non si apre. Batman e Robin

in una nuvola di fumo. I misteri del mondo
aspettano chi se li inventerà. Abbiamo

in palio diverse bottiglie. Ma chissà dove sono
adesso. In quale materia OSCURA. Rimini.

Al parcheggio del viale, dove tossiscono
gli alberi. E fa freddo.

Nessuna apparizione. Il passato vento.
Certe storie, quando finiscono

anni e anni dopo che sono successe.
E niente. Un ghiribix alla frutta.

Va respirato. Ti fa contare le molecole.
Come fossero vene. E gli alberi.

Luce che si fa, in sollevato mare.

Acrobat,
pinna di cobalto.

Giorgio Linguaglossa

Gli oggetti interferiscono continuamente gli uni con gli altri e l’io è l’arbitro di una partita sconosciuta nella quale l’io assume la parvenza di un ruolo ma in realtà è assente.

Potremmo parafrasare così: quando l’io è assente, lì compaiono gli oggetti; quando l’io è presente, lì scompaiono gli oggetti. Siamo agli antipodi di quanto asseriva nel 1952 Luciano Anceschi quando licenziava la sua prima antologia della poesia milanese degli oggetti. Nella nuova poesia gli oggetti affiorano (abreazione degli oggetti potremmo definirla) quando l’io è latente, quando l’io si assenta, quando siamo distratti perché siamo nel traffico o una amica ciarliera ci parla del tempo o altre amenità. Solo allora gli oggetti possono salire in superficie dal profondo dell’inconscio dove sono depositati da tanto tempo che ce ne eravamo dimenticati.

Gli oggetti della memoria possono ricomparire soltanto quando il tempo dell’oggi si prende una vacanza. Gli oggetti sono carichi di tempo, sono sedimentazione del tempo, e solo il tempo può decidere quando ricomparire, e può decidere anche quando farli scomparire.

L’ultimo verso della mia poesia postata sopra dice:

[il proiettile] colpisce alle spalle mia madre che raccoglie la cicoria.

Questo è un ricordo vero, stampato nella mia memoria di quando bambino avevo tre anni ed eravamo poverissimi, mio padre disoccupato, mia madre anche e la sera si cenava con la cicoria che mia madre raccoglieva nei campi. Il dopoguerra è stato terribile, l’Italia distrutta dal fascismo, mio padre che aveva fatto il soldato in Russia sempre più comunista arrabbiato, non c’era di che mangiare. Ricordo ancora il sapore meraviglioso della cicoria bollita senza olio (costava troppo!) con il pane degli sfilatini (allora era il pane dei poveri). Questo è un ricordo vero. I miei genitori io e mio fratello attorno alla tavola e si mangiava pane e cicoria. Maledetto Salvini e tutti i fascisti inconsapevoli di oggi che ci stanno portando verso una nuova e antica povertà…. maledetti tutti coloro che appoggiano il regime salviniano… bruti brutti inconsapevoli…

Una poesia inedita di Milaure Colasson

Son petit pain au chocolat
Le matin

Doit acheter des cigarettes
Peut-etre résister

Le merle chante au centre du silence
Solitude sans silence

Sa photo à coté du lit
È definitivo
Coup de poignard,

Putride le déclin
Convulsif le temps
Elle tressaille engloutie
Au fin fond de son lit

La chambre est rouge

*

La sua ciambella al cioccolato
Al mattino

Deve comprare le sigarette
Forse resistere

Il merlo canta al centro del silenzio
Solitudine senza silenzio

La sua foto accanto al letto
È definitivo
Colpo di pugnale

Putrido il declino
Convulso il tempo
Lei rabbrividisce
inabissata in fondo al suo letto

La stanza è rossa.

(traduzione di Edith Dzieduszycka)

Francesco Paolo Intini

 Appunti di caccia

Stanco di chi non offre che parole, parole senza lingua
Sono andato sull’isola coperta di neve
Non ha parole il deserto.
Le pagine bianche dilagano ovunque!
Scopro orme di capriolo sulla neve.
Lingua di parole.(*)

Tutto quel vuoto per contenere un uovo
Rutherford ne rimase sgomento

Non pensava alla competizione accademica
Si sarebbe perso se avesse seguito uno dei suoi dardi

Planck fu contento
Tranströmer pure

Tutto questo silenzio per un capriolo
Il resto è Scandinavia.

***

(leggendo Donatella Giancaspero)

“Onorare il piano- Esclamò l’ orologio a muro-
Tra una nota e l’altra la passione”.

Qualcosa arriva nel cortile.
C’è un lucertola che mangia un gatto .

Erba e ombra che si allungano
fino al Gradus ad Parnassus.

Finisce con una conta di martello.
Due a uno per il nulla.

Talvolta tacchi, respiri
assomigliano ad orbitali.

Silenzi di trent’anni salgono alla gola.
Refrain e miagolio.

Irruzione di treni, velocità che mischiano improvvisi.
Pubblicità risale il palo diventando tuono.

I cobra hanno ragioni
per starsene sui grattacieli.

Il piano batte secoli e smart home.
precede e segue il piacere degli sconosciuti.

***
(Te
resa)

Il quanto della prassi disse a Teresa:
-Bisogna dissotterrare una tigre.

La storia se ne sta sotto un fico
e riempie la savana di muggiti.

Rotolarono gli orizzonti intorno al pube
giocando a Dio al posto dell’ Io.

I colpi dei cacciatori rimasero affissi al soffitto
oltre c’erano cigni che ridevano.

Il paradiso non si lascia bucare facilmente
l’etica è la più dura delle dee

ma non sa cavarsela con le trame segrete
l’intestino è invaso continuamente da chiodi .

Teresa ha una molotov
tra i seni.

Non sapeva come venir fuori dall’ entropia
lasciandosi macerare da grillotalpe.

In fondo il miracolo è sempre incompleto
Se lo fosse non si glorierebbe nessuno.

La prassi ritornò nel suo giaciglio
Nemmeno la poesia sopportò il fiato.

Sulla metropolitana viaggiano le figure.
Le culla cercando il sonno.

Mandrie di avventori scaldano la bambina.
Finirà per rimanerne schiacciata.

***
(Postfatto del 2014)

Nemmeno sa d’esistere
eppure litigano i carcerati per uno sguardo.

Qui è bandito chi risale il Cranio
e la lince ha sapore donna.

Anche i punteruoli fuggono dalle palme
lasciando giganti a ringraziare Dio

Solo questa ragazza va su e giù per il viale
ignara che la bellezza brucia il desiderio dei ladri.

Le carceri hanno bocche da sfamare
fuochi e brande su cui deporre l’ orgia.

Mentre la ragazza coccola la colomba del paradiso
accendendo Venere in ogni letto.

È’ stagione di succo d’uomo e cellulosa questa.
A marzo i figli giocheranno per il viale

manifesti e fichi dell’asfalto
ignari di correre ed esistere.

***
Inquieto cacciare l’ Io
i piccoli giardini hanno respiro d’Eden

e l’autunno ha tragedie che s’inseguono.
Storcersi, seccarsi, accartocciarsi

sembra non sappiano fare altro
che somigliare al tormento.

Anche nel delitto- ora- e l’indizio
in un graffito sul retro del teatro

di ailanto che mostra chi colpire
nella mandria d’uomo.

***

Dalla finestra della stanza n. 27/qualcuno spara un proiettile,/il quale attraversa il muro, esce dalla porta/ e colpisce alle spalle mia madre che raccoglie la cicoria. (Linguaglossa. Stanza N 27)

“lo stemma sul sapone non dice la verità
qui tutto è d’altri

questi usano il letto come scrigno di valori
consumano amore recitando orgasmi del dio Pan

nessuno parla, rumore di soldi infine
Adamo Eva tutto in fretta

poi la donna si abbandona al pianto
l’uomo apre la valigia consulta qualcuno

decide la fine di un tizio
due cifre ed un click sul notebook:

Ci sarà un volo suicida da un grattacielo
il destino sarà impietoso sul far del giorno

rose rosse da un’ altra parte
e due versi dolci”

(*)-I versi di Tomas Tranströmer hanno per titolo “Dal marzo ‘79” e sono tratti da Poesia dal silenzio (2011) a cura di M.C. Lombardi, Crocetti editore. Sono da considerarsi come l’inizio della caccia? Il vuoto intorno al nucleo mise in moto la creatività di scienziati dai nomi illustri. Il silenzio di Tranströmer intorno al capriolo di cui intuisce l’esistenza, potrà fare altrettanto per la poesia? Bohr, Heisenberg, De Broglie e tanti altri della schiera, scriveranno versi. Probabilmente.

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10 risposte a “Massimo Donà, La struttura aporetica del reale e del linguaggio poetico La struttura a polittico, La nuova poesia italiana, Poesie di Francesco Paolo Intini, Milaure Colasson, Gino Rago, Lucio Mayoor Tosi, Tomas Tranströmer

  1. Giorgio Linguaglossa

    14 agosto 2018

    La storicità debole nella quale oggi ci troviamo

    Scrive Lucio Mayoor Tosi:

    «Quanto alle parole non so. Per il fatto che oggi ti vengono date gratis, sembra non abbiano alcun valore; però, scegliendo e accostando “scarti”, rifiuti, qualche rimanenza d’epoca, ecco, riprendono vita. Sembrano altre. Certo, si noteranno i rappezzi, i rammendi, le cuciture, ma forse un giorno non lontano proprio di quest’arte del riutilizzo – contraria agli sprechi e alla sovrabbondanza – si parlerà positivamente. Per quel che NON si ha da dire, queste componenti vanno benissimo.»

    Parlando della poesia e dei poeti venuti dopo Composita solvantur di Fortini (1994) ho fatto dei nomi di autori delle generazioni seguenti e li ho definiti come coloro che hanno «minore consapevolezza storica» del novecento e della tradizione. Un interlocutore mi ha chiesto che cosa volessi significare dichiarando Fortini come «l’ultimo poeta storico» del novecento. Ecco, io credo di averlo già spiegato. Cercherò di ripetermi, questo è un punto fondamentale per poter afferrare il concetto secondo cui tutta la poesia che è venuta dopo l’ultima opera di Fortini è in qualche modo «minore», minore in quanto non più saldata nella tradizione del novecento. È questo il punto. Non volevo essere offensivo nei confronti dei poeti venuti dopo il 1994, anzi, capire questo punto è indispensabile per acquisire consapevolezza storica della propria «debole storicità». Non ho voluto affatto essere intimidatorio o diseducato, volevo soltanto essere franco, schietto. E ripartire da qui.

    Mi ci metto ovviamente anch’io tra coloro che si trovano in una «condizione di debole storicità», io che sono nato nel 1949, mi trovo coinvolto a pieno titolo in questa condizione di «debolezza ontologica», io come tutti, come tutti voi, nessuno escluso. Così, spero di avere escluso dalle mie parole qualsiasi intento diminutorio e/o intimidatorio.

    Il problema una volta posto sul tavolo di dissezione, bisogna vivisezionarlo, osservarlo con attenzione prima di fare una diagnosi e una prognosi. Noi le nostre diagnosi e prognosi le abbiamo fatte con la «nuova ontologia estetica», una piattaforma che segna un momento di ripresa di consapevolezza, una ripresa «forte» pur nell’ambito di una condizione di «debolezza ontologica» della nostra condizione attuale. Quale sia l’orizzonte degli eventi di questa condizione di «debolezza ontologica» lo ha bene illustrato il pezzo di Lucio Mayoor Tosi citato all’inizio.

    Il pensiero poetico e filosofico non ha più alcun oggetto se non l’erranza della metafisica, l’eclissarsi della metafisica, con annesso e connesso il bagaglio degli strumenti retorici ed ermeneutici che quella metafisica portava con sé. Ciò comporta una presa di consapevolezza che quella metafisica non è più utilizzabile, che dobbiamo andare al fondo della crisi di quella metafisica per poterla abbandonare nella sua interezza. Soltanto abbandonandola in piena consapevolezza possiamo alleggerirci e andare oltre, oltre il novecento. Noi possiamo soltanto raccogliere quegli «stracci» che il novecento ci ha lasciato in dono, in eredità, ma con la consapevolezza che si tratta, appunto, di stracci, di relitti e che è con queste «cose» che noi dobbiamo edificare.

    I classici dell’ottocento e del novecento ci appaiono sempre più lontani, estranei, perdono la loro aura di modelli, di costrittività, di esemplarità. Sono pensati come un relittuario di presenze-assenze, di simulacri, di ordini di valori conchiusi, lontani, inaccessibili, un ordine di valori devalutati, appartenenti ad un passato già passato che è inutile perlustrare, ripercorrere, indagare, che forse è più utile porre tra parentesi, dimenticare.

    Dobbiamo intendere la Tradizione come distinzione di Tradition e Ueberlieferung (trasmissione). La trasmissione dei valori si è interrotta, si è inceppata, e non vale più il volerla rimettere in moto come se fosse un guasto al motore. A mio avviso, è qualcosa di più di un «guasto», qualcosa di diverso: siamo entrati tutti in un «nuovo orizzonte di eventi», in una condizione di «storicità indebolita», di «consapevolezza indebolita», di un ulteriore «indebolimento dell’essere». Con le parole di Heidegger: «ciò di cui non ne resta più nulla», in cui, nella scia di un pensiero post-metafisico, non resta altro da fare che una rinegoziazione di un passato che non si consegna se non nella forma di una latenza, di una ri-memorazione, di una ripresa, di un ri-pensamento di ciò che è scomparso, sprofondato nella latenza… nella forma del frammento, di uno specchio vuoto che riflette un altro specchio vuoto, di un vuoto contenuto in un altro vuoto. La «distruzione della ontologia» è già stata compiuta nel novecento, ciò che resta spetta ai poeti fondarlo. Ciò che resta della metafisica come destino si è già compiuto. «Che cosa pensiamo, allora, quando ri-memoriamo l’essere? Possiamo pensare l’essere solo come gewesen, solo come non (più) presente»,1 ciò che è latente ma che dalla latenza ci chiama e ci ri-chiama al nostro essere-qui, adesso. Da qui, da questa consapevolezza, è nata la «nuova ontologia estetica».

    1] G. Vattimo La fine della modernità, Garzanti, 1985, p. 182

  2. Copio e incollo queste poesie di Giorgio Stella inviate alla mia email, composte stamattina, all’alba:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/05/20/massimo-dona-la-struttura-aporetica-del-reale-e-del-linguaggio-poeticola-struttura-a-polittico-la-nuova-poesia-italiana-poesie-di-francesco-paolo-intini-milaure-colasson-gino-rago-lucio-mayoor-t/comment-page-1/#comment-57197
    A Giorgio Linguaglossa, Fante di coppe,
    Asso di reame, l’autore dedica
    .

    #

    Aspetta… la ringhiera è uncinata l’ala in
    Bocca alla finestra aperta, aspetta… La congestione
    Tra la ventola e il mirino aspetta…
    La comunione di queste attese aspetta l’usura delle ore
    E c’ha paura

    #

    Frantume del velo nel lume l’orto del cielo
    Avanti il corpo somiglianza di volo
    Arso nell’andar via all’ultimo secondo atto
    Di scena doppiata dall’allattata bocca alata nei materni nervi

    #

    Quando dal coccio cammina il cemento,
    lo specchio addosso di lanterna, l’arte della torre siamese,
    correrla vicina all’unica sembianza possa valere provvida
    questa scorciatoia ha portato via da tutto nel niente il nessuno del nulla
    e la perdente gara di trincee in maree annega la gavetta di conchiglia

    #

    Colpita dal fuori e nutrita da dentro se stessa concepita è gemella –
    Dalla vetrina spara dall’arca è cellula – Nel bastione di rione
    C’è un canile dove l’amarezza giunge al cuore della catena;
    Capita così di poter vedere queste ossa dette sopra sommate ai lotti
    Annaffiati a ventaglio/clausura per occasionale medaglia
    Di moncherino cucito a mano dalle dita dell’altra

    #

    Aspetta che apra la miniera… I caschi gialli con la luce in coppa all’armatura
    Delle nozze loro … Mentre la creta scola, l’Acqua Santa!
    Aspetta che un’ora vale l’altra per se stessa
    Denunciata dal tornello federale … Che brutta plastica il peso della differenziata batteria
    O i cessi per i medicinali scaduti fuori all’intermittenza della croce della farmacia,
    alle volte trema altre la salta

    ROMA 20 Maggio 2019, alba/mattina alta.

    • caro Giorgio Stella,
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/05/20/massimo-dona-la-struttura-aporetica-del-reale-e-del-linguaggio-poeticola-struttura-a-polittico-la-nuova-poesia-italiana-poesie-di-francesco-paolo-intini-milaure-colasson-gino-rago-lucio-mayoor-t/comment-page-1/#comment-57203
      la poesia italiana di questi ultimi decenni ha, di fatto, abdicato alla sua funzione problematizzante, si è rifugiata nella referenzializzazione in modo tale che l’oggetto non diventava più questione perché inglobato nel discorso del soggetto. Nella misura in cui il rapporto con il reale si s-problematizzava, la forma-poesia tendeva alla referenzializzazione e diventava narrativa. E il soggetto si scopriva quale operatore ecologico privilegiato del discorso poetico. Ciò implicava che si parlasse molto di più del soggetto e dei suoi ruoli e delle sue funzioni e del suo posto nell’universo situandolo al centro del sistema solare copernicano.
      La poesia italiana da Bertolucci de La capanna indiana a Bacchini e agli ultimi continuatori di quella impostazione è ancora tutta incentrata, come raggomitolata sul soggetto, quel soggetto che la psicoanalisi e la filosofia avevano messo fuori questione. E il soggetto veniva automaticamente ri-messo in questione proprio perché si pensava in modo acritico che fosse la questione principe, la questione incipitaria; ma, nella misura in cui il soggetto cessava di funzionare come principio, il principio cessava di esserlo, principio rispetto a se stesso e al mondo. E il mondo diventava un pallido riflesso di quel soggetto che aveva cessato di funzionare come principio.

      Ma con l’insorgere e il proliferare dei linguaggi del mondo attuale quella identificazione con il referente era irrimediabilmente spezzata, infranta, e la catena dei significanti veniva ad occupare la posizione centrale ed esclusiva; di qui l’imperialismo del panlogismo dello sperimentalismo del secondo novecento.

      Il soggetto si vedrà ormai subordinato al logos, un logos le cui leggi finivano per autonomizzarsi. La relazione significante-significato stigmatizzava in positivo il negativo cioè che il garante di quella relazione, il soggetto, aveva fatto fiasco. Con la sua iscrizione semantica il locutore cessava di essere il fondatore, con la conseguenza che bastava fare un altro passo per scoprire che quella relazione che garantiva l’iscrizione semantica, aveva perso di validità e il processo della significazione si scopriva altamente vulnerabile alle scalfitture, alle lacerazioni dovute alla avvenuta scissione tra il significante e il significato, una scissione dirompente che finiva per aprirsi a dismisura. E il soggetto si scopriva essere un mero luogo retorico, luogo tropologico, operatore linguistico privo di legittimità e di alcuna garanzia fondazionale. Il soggetto, lungi dall’essere risposta problematologica, e antropologica, diventava chiusura del discorso, si referenzializzava, diventava luogo retorico, si retoricizzava.

      Il tuo linguaggio poetico vive tutto nella e sulla linea di demarcazione di questa scissura che si apre a dismisura tra il significante e il significato, è un operatore problematologico che indica la chiusura di qualsiasi legato di senso della proposizione poetica.
      Il soggetto che interroga se stesso.
      La NOE chiude definitivamente alla introspezione psicanalitica del soggetto ripiegato su di sé alla ricerca di un briciolo di «autenticità». La nuova ontologia estetica è un discorso altamente finzionale, come dice Lucio Mayoor Tosi, altamente artificiale e artificioso. E non può che esserlo stante le premesse del discorso. E la forma-poesia diventa un discorso altamente artificioso e artificiale.

  3. Mi pare che ci sia un valido tentativo di destrutturare il testo sfuggendo così a una ‘narratività’ che sembra avere il predominio. In particolare Gino Rago rende essenziali le ‘figure’. Una strada e non una scappatoia: vale la pena seguirla.

  4. Essenzialità delle figure, attraverso la definizione spaziotemporale delle immagini, cristallizzate fondamentalmente se non esclusivamente attraverso i sostantivi e una “strada” anziché una scappatoia che merita d’essere percorsa e seguita … Ringrazio tanto Luciano Nanni per l’acutezza dello sguardo che ha saputo posare sulla mia ricerca poetica, la quale, a onor del verso, è stata possibile grazie alla lunga, impegnata, appassionata collaborazione con Giorgio Linguaglossa, con L’Ombra d.P., con gli altri e le altre compagni/compagne di questo viaggio attraente e senza una precisa meta…
    (gino rago)

  5. copio e incollo da FB un post di Donatella Giancaspero:

    Donatella Giancaspero
    7 h ·
    YouTube

    PER NANNI BALESTRINI

    Cari amici, desidero condividere con voi il mio pensiero per Nanni Balestrini, scomparso oggi, 20 maggio 2019, all’età di 83 anni, riproponendo un mio piccolo contributo pubblicato sulla rivista L’Ombra delle Parole (11 – 2 – 2017), dove cito le parole di Balestrini stesso a proposito dei suoi famosi collage verbo-visivi degli anni Sessanta, raccolti nel libro Qualcosapertutti. Completa la citazione il video illustrativo.

    Per introdurre il libro “Qualcosapertutti. Collage degli anni ’60” (Genova, Il Canneto Editore, 2010), una raccolta delle sue prime opere verbo-visive, Nanni Balestrini scrive:

    «All’inizio degli anni ’60 scrivevo poesie in cui facevo un uso abbondante di citazioni, anche di titoli di giornale, e mi è venuto così spontaneo di ritagliarli, combinarli, incollarli su dei grandi fogli. Un’operazione che mi permetteva di uscire dalla soffocante pagina del libro, non a caso chiamata gabbia, con la sua banale linearità tipografica che permette un’unica direzione di lettura. Quei collage aprivano invece a una lettura molteplice, in tutte le direzioni possibili, su una superficie in cui gli occhi si potevano muovere come guardando la pittura di un quadro. E offrendo anche una visione complessiva, grafica e materica: un’altra dimensione estetica che si aggiungeva a quella della parola, letta e intesa come suono, ritmo e significato […]».

    *
    Ricordo che per questo mio omaggio a Nanni Balestrini fui molto attaccata (e a sproposito) da una persona sciocca e ignorante… Ma pazienza: purtroppo, chi si accosta alla cultura in modo aperto e ricettivo è sempre nel mirino di qualcuno (stupido)…

  6. Talìa

    Siamo figli tuoi, Nanni.
    RIP.

  7. Da Vogliamo tutto in poi… Grazie, Nanni.

  8. Poesia di Nanni Balestrini
    Apologo dell’evaso

    La massima della mia azione difforme,
    infausto al popolo il fiume
    che al cinema videro spopolare

    il delta, i fertilissimi campi
    e i più nocivi insetti (chiara
    minaccia ai vizi dei governanti!)

    Fra i pampini ovunque liberi
    Testi poetici
    galleggiavano, gonfi – e si fa vano
    l’ufficio dello storicò. Ma saremo

    a lungo preservati dal morso
    del tafano azzurro, da iniezioni
    di calciobromo, dall’unghie della zarina?

    Lucenti strani corpi
    violano il cielo; sbanda
    il filo di formiche diagonale

    nel cortile riemerso; ancora
    il sole sorge dietro
    la Punta Campanella incustodita

    dai finanzieri corrotti e un argine
    ultimo crolla. Lode
    a un’estate di foco. S’io fossi

    la piccola borghesia colata
    nelle piazze fiorite e nei dì
    di festa che salvi c’ignora

    dalla droga e dalla noia per un po’
    d’uva lavata in mare
    presso la marcia catapulta; rifugiati

    al primo tuono nelle gelaterie – chi fuggirei?
    Passato il temporalaccio d’agosto
    i graspi giungono a riva

    fra i remi ai contrabbandieri salpati
    nel novilunio e anzitutto conviene
    (usciti dal vico cieco chiamammo

    e orme erano ovunque
    dell’abominevole uomo delle nevi)
    fare l’amore intanto

    che sui porti la Via Lattea dilata.
    Il Po nasce dal Monviso;
    nuvole… ma di ciò, altra volta.

    (Da I Novissimi. Poesie per gli anni ’60, a cura di A. Giuliani, Einaudi, Torino, 1965)

    (13 terzine con versi-macchine-di-Calver o versi-arte-cinetica-Munari, ma assai distanti dalla poetica e dalla estetica della poesia-frammento e ancor di più, per me, distante dal polittico in distici…ma rimangono intatti nella loro forza il gesto, l’urlo, il furore nell’ansia di futuro per le sorti della nostra poesia. Questa è la mia idea)

    (gino rago)

  9. È morto Nanni Balestrini. Viva Balestrini e il suo progetto utopico di cambiare la poesia e il mondo.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/05/20/massimo-dona-la-struttura-aporetica-del-reale-e-del-linguaggio-poeticola-struttura-a-polittico-la-nuova-poesia-italiana-poesie-di-francesco-paolo-intini-milaure-colasson-gino-rago-lucio-mayoor-t/comment-page-1/#comment-57213

    Dietro le spalle di Balestrini c’è quel formidabile sommovimento del ’68 che voleva cambiare il mondo e, quindi, anche la poesia. Dopo di lui ci saranno gli anni di piombo e l’epoca del piccolo cabotaggio in poesia: la parola innamorata, il ritorno delle rime valdughiane, il ritorno della poesia degli oggetti (senza una ricerca filosofica su quei misteriosi oggetti), la poesia del corpo, la poesia del quotidiano, la cosiddetta poesia neoorfica, la poesia della contraddizione, la poesia adamitica, etc. tutte ipotesi auto pubblicitarie. Non c’è poi tanto da rammaricarsi se tutto questo coacervo di buoni propositi auto pubblicitari siano finiti nel cassonetto delle rigatterie letterarie. Non serve un critico per esaminare tutta questa letteratura auto pubblicitaria, serve un sociologo della poesia da intrattenimento.

    Se una lezione si può trarre dalla lezione di Balestrini (che, cmq di fronte ai nani di oggidì appare un gigante), è che senza impegnarsi per una poesia che voglia cambiare il mondo e il mondo della poesia, si produce soltanto kitsch e trash, intrattenimento pubblicitario. Penso che per cambiare la poesia di oggi (sostanzialmente auto pubblicitaria e pusillanime) occorra impegnarsi per cambiare il mondo della poesia e il mondo. Non c’è un’altra via. Non si dà alcuna scorciatoia.

    Oggi la mancanza di principio è diventata una posizione di principio, una rendita di posizione, come quella della poesia che si dice «maggioritaria» perché prodotta dagli uffici stampa delle più influenti case editrici.

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