Poesie di Donatella Giancaspero, Maurizio Cucchi, Marina Petrillo, Lorenzo Pompeo, Commenti di Gino Rago e Giorgio Linguaglossa, L’impalcatura del pensiero poetante e l’economia monetaria dello stile

Donatella Giancaspero

Alla fine di aprile

L’intenzione di dire. Il fenomeno nuovo. L’evento.
Ma, di colpo, cade dalle mani la tazzina di porcellana.
Attraversando un flash, tocca il fondo.
Una lesione sul bordo per gli anni a venire.

A pranzo, in cucina, la sedia occupa il posto estraneo.
Sfilano i bar di passaggio. Le arance spremute nei vetri opachi.
Da un isolato all’altro, le parole sbirciano vetrine

– “per caso, senza l’idea di comprare qualcosa.
Cercando, magari una volta soltanto
e fuori stagione, un gelato al limone…”

Alla fine di aprile, i gabbiani qua intorno. Tanti.
Sui tetti. In cima ai comignoli. Appollaiati.
Chi punta il dito, in un ritaglio tondo di cielo.

*

Tre colpi dal piano di sopra

Tre colpi dal piano di sopra. Il quarto
fa vacillare uno studio del Gradus ad Parnassum*.
Insieme, qualcos’altro, ritratto
nell’intercapedine fra l’intonaco e un’eco di scale.

Chiodo su chiodo, gli sconosciuti
si cercano dentro il sentore delle stanze.
Nell’insistenza delle macchie sul soffitto.

Un intervallo di quinta discendente alla finestra.
Ci domandiamo che ora sarà da qui a trent’anni,
nelle smart home di risorti edifici.

Intanto, i treni cittadini irrompono nel rombo del temporale.
Un refrain senza indicazione di tempo replica in verticale
la sequenza del pianoforte sbalzato sul selciato.
Sotto gli occhi delle facciate, sospinto a mano.
Da una persiana all’altra.

*

Copio e incollo da Nuovi Argomenti le poesie di Maurizio Cucchi tratte dal suo ultimo libro, Sindrome del distacco e tregua, Mondadori, Lo Specchio, 2019.

(Giorgio Linguaglossa)

Maurizio Cucchi

Troppo spesso – pensavo – troppo,
troppo spesso noi animali ci affidiamo
alla bontà curiosa della nostra indole.

E laggiù dove andrò, remoto,
nella patetica smorfia verticale muore
l’impronta, e non lo sa, e replica
se stesso, ancora, nell’ultimo conato
costruttivo. Del resto
ci piace assaporare, puerili,
la più elementare forma di dominio,
espressione del nostro costume
e la natura ci ingombra, ci pesa ma consiglia
le terre più estreme, dove l’attrito procede
e si consuma ancora più violento
e fisico, più naturale.

*

Ma poi, e basta qualche ora,
dopo l’orrore della massa accodata,
ecco la tregua benefica che scioglie
la sindrome sinistra e pervasiva
del distacco.

Che paesaggio, piano, indifferente,
serenamente bigio nell’oceano,
nelle sue piccole bianche casine silenziose
e io, la spuma tranquilla alle mie spalle,
in appoggio, slittavo in un sorriso nel vento
di improvvisa adesione. Non totale
adesione, ma quasi.

*

da Il penitente di Pryp’jat’

Nella foto di Kostin lei è di spalle, avanza
con un bastone e un sacchetto nero,
curva, ingobbita nella sua veste scura
e un fazzoletto in testa in una strada
solitaria, di terra e ciuffi e sassi.
Vecchissima arranca verso un dove
di patria, un dove di pace e morte.

*

Su tutto spicca la grande insegna
bianca sul prato, a sovrastare
quasi trionfale, la desolazione:
Припять 1970, l’anno
della sua edificazione. C’erano
la via dell’amicizia dei popoli,
la via degli entusiasti, una città
privilegiata di tecnici e maestranze,
l’idea del futuro nei palazzi, nelle menti
delle famiglie, dei bambini
nei parchi e nelle scuole.

Lo spettacolo fu quello
di una luminescenza strana,
meravigliosa, dissero. I pompieri
accorsero, si tolsero le tute,
tutto. E morirono tutti.

*

Ma solo dopo 36 ore
l’intero popolo della nuova città
fu finalmente evacuato.

Cesio-137. La nube
seccava le mucose nella bocca
e tonnellate di materia radioattiva
furono sparse nel vento, portate
dal vento verso nord. Un rilascio
pari a duecento volte Hiroshima
e Nagasaki messe assieme.

Nel caos dell’esito attivo
si annusava l’odore della carne marcia,
si andavano moltiplicando orrori vari
al sistema osseo, al connettivo, al sistema
nervoso e circolatorio.

Videro galline dalla cresta nera,
il latte si rapprendeva in polvere
bianca, nacquero sette ermafroditi.
Una moria di animali negli orti
diventati bianchi, nella foresta
rossa. C’era chi sollevava
strisce di pelle dal suo corpo con le mani.

Una quiete sinistra e irrevocabile.

*

Ci si abitua, è… normale. Si gode
di una sopravvivenza minuziosa,
in un farcela giorno per giorno, strappando
ogni giorno come un frutto, come
un regalo in più da far fruttare.
Prezioso, inestimabile, ed è solo un giorno
sottratto al proprio nulla.
In una città deserto per filosofi.

*

Spostavo lento il dito sulla mappa,
sul colore verde chiaro del paese
così labile e remoto. Leggevo i nomi
strani delle oblast, delle città. Ecco
Rivne, Žytomyr, Ovruč, che cercavo,
e le venature di azzurro più a nord.
Così, mentre ero al tavolo, la carta
si ingigantiva, si ingigantiva, a un tratto,
a dismisura e diventava terra, diventava
un intrico di terra, boscaglia e di palude
che quasi mi inghiottiva nel suo verde
e ocra. Iniziava lì la corsa in gruppo
nel bosco, preceduto, io, da due figure
femminili, alte, rapide e in nero.

Fino a trovarmi solo, in superficie, tra la sabbia bianca e le sterpaglie, proprio di fronte a quella specie di trapezio bianco, con la scritta in cirillico e la data, in nero, 1970. Lì, di fronte, si è di colpo aperta una via di campagna, miserabile, poche baracche ai lati, e lei, la vecchia che avanza, solo in apparenza sopraffatta.

Io l’ho seguita, fino alla cittadina
storica e infestata, verso la casa
dell’architetto. Qui mi hanno cantato
la leggenda del fantasma
il penitente che si aggira
solitario dietro una chiesa e appare
di notte, le lunghe dita bianche, la faccia
piatta, l’occhio sformato, i lunghi capelli
biondi arruffati, nerovestito dalla voce
roca, traslucido e urlante.

*

L’epilogo quale che sia non conta. Mai.
Così il meccanismo, la banale trama. Conta
l’insistere virtuale sulla scena,
la rapsodia sparsa e sempre minuziosa
delle circostanze. Poi

perdo l’orientamento, senza paura,
certo, ma deluso, e il dito,
d’improvviso impaziente, torna
curioso a muoversi, a grattare,
prima di depositarsi ormai stremato sull’atlante.

*

Giuseppe, per gli amici “El Pinìn”, e un desiderio di ruvida serenità, per qualcuno rudimentale o selvaggia. Non so perché, ma comincio a infastidirmi di tutto ciò che
è lì per niente, che non ha, insomma, una stretta utilità concreta. E che, s’intende, non ha neppure un requisito di bellezza. Perché, dopo tutto, proprio la bellezza… la bellezza disinteressata… Ma asciutta, ardua, priva di leggiadre soste ornate, decorate. Sì, homo aesteticus, se si può dire, e non il solito infelice homo oeconomicus.

Perché non è economico il reale,
mentre cerchiamo in un estremo
patetico conato di ricrescere
verso l’abisso, ottusi, scossi
dalla sacra idiozia della moneta.
Mi basta, minimale e individuo
come sono, la più modesta
resilienza del soggetto.

*

Osservo dalla mia finestra la chiave di volta della casa di fronte e subito penso a un ritmo scandito perfetto, a una musica, insomma, a un movimento, un movimento del corpo. E insieme penso a una provvisoria matematica esattezza, e soprattutto a un campo più vasto, un campo aperto di possibilità molteplici, o forse infinite, un campo intrecciato di corrispondenze sottili e di rimandi, di percezioni sensoriali diverse, leggibili, appunto, come “foreste di simboli” ai più sconosciute, dove “profumi, colori e suoni” portano in sé il progetto compiuto di un pensiero nascosto.

*

Clairoir

Sono pronto, finalmente, a scivolare
in pace indietro, ma è sempre poco,
verso ciò che è stato e che non so,
che è, permane, pur senza visibile traccia
e mi ha generato anonimo, nei passi
anonimi, nell’anonimo circolare
nel mondo innumerevole in appellativi
e umili viscere di terrestre terra
remota e ovunque come in quell’anno,
in quel numero inciso lassù,
sotto i ferri ingegnosi del clairoir,
dov’è la croce, forse alchemica,
aerato e ancora nitido: 1721,
i Brandeburghesi. Quando le storie ricordano:
la famiglia reale britannica s’inoculò il vaiolo.

*

Ma qui,
in questa rugosa e fresca Europa,
delle infinite, sottili differenze,
che la lingua rivela nei fantastici
nomi – Bilbao o Oxford, Tallinn, Roma
o Trondheim, Timişoara o Brno
o Murmansk, è ancora il vasto,
inimitabile, storico territorio,
ideale e reale, autentico
nostro mutante habitat.

*

La materia si erge, si protende,
ed è insieme fitta, ottusa e acuta
e in queste forme di impeccabile
eleganza misteriosa, per noi,
labirintica e leggera.
Il suo corpo tende a ricomporsi,
nelle costruzioni sottili dell’arte,
come una scrittura musicale
antica o d’avvenire e sempre
da scoprire, perlustrare e amare.

Marina Petrillo

Una poesia inedita

(9 maggio 2019, alle 13.35)

Ci si sente forse sul ciglio
dell’immortalità tradotta ad effigie
o un pallido ciclo compone rinascite.

Donate una zolla di terra
al pauroso fragore del ciclo terrestre
in palpito di foglia morta al suo fiore.

Non soggiace Amore a spento atomo se
il nucleo trasale in ascensione inversa.
Chiamate i bambini a gran voce.

L’istante sconfigge ogni temporalità.
Indimostrabile teorema a diadema posto,
milizia in difesa di Bellezza.

Un albero attraversa lo sguardo.
Cauto, dilegua in rosei fiori e, a richiamo,
celebra del padre la memoria.

Non fui mai. Solo intrattenni dialogo
con l’anima in veste di luce abbagliata
da origami diurni graffiati a fosforo.

Così vedo allontanarsi la notte.

(Sia primo l’Essere che esce da se stesso per incontrare la parte di sé che non vedeva.)

Lorenzo Pompeo

Ars poetica

Il sipario di nebbia sale
e l’indocile evidenza
si spoglia delle sembianze:
davanti ai tuoi occhi sfila
una fila di colonne,
ai loro piedi scarpe rotte
e un vecchio indovino
con gli occhiali a specchio,
pronto a leggerti la mano.

Un vascello fantasma
appare e scompare,
lampeggia tra le costellazioni
il caso e il fato
se ne contendono il timone.

La sfera della penna rotola
sul lato oscuro del foglio,
dove le sillabe si accoppiano,
e ideogrammi luminosi
come fuochi d’artificio
si stampano sulla pelle. 

*

– Ho pensato di intervenire su “Ars poetica” di Lorenzo Pompeo eliminando le trappole delle associazioni sostantivo-aggettivo.
Ri-propongo “Ars poetica” in distici.

(Gino Rago)

Lorenzo Pompeo
Ars poetica

Un sipario di nebbia .
L’evidenza si spoglia delle sembianze:

davanti ai tuoi occhi sfila una fila di colonne,
ai loro piedi scarpe rotte.

L’ indovino con occhiali a specchio
pronto a leggerti la mano.

Un vascello fantasma appare e scompare,
lampeggia tra le costellazioni.

Caso e Fato
se ne contendono il timone.

La sfera della penna rotola sul lato oscuro del foglio.
Le sillabe si accoppiano.

Ideogrammi-fuochi-d’artificio sulla pelle.

Lorenzo Pompeo conosce assai bene poeti e poesia del Novecento poetico di Polonia, da Rózewicz a Herbert,da Milosz a Szymborska e a Ewa Lipska e ne ha tradotto con ottimi esiti svariati componimenti.

Ne ha ereditato la facoltà di catturare immagini e Lorenzo Pompeo stesso è ottimo fotografo, arriva al momento giusto e nel luogo giusto per fare scattare l’otturatore della sua macchina fotografica. I distici di “Ars poetica” (un titolo fortunato di Milosz che però finiva con il punto interrogativo, “Ars poetica?”, lo dimostrano: il poeta parte dalle immagini che fissa per sempre nel tempo e nello spazio.

Come in certi distici di Giorgio Linguaglossa, anche Lorenzo Pompeo ha come maestri gli occhi e come alleati il tempo e la luce.

Perciò le sillabe che si accoppiano nell’ars poetica si fanno ideogrammi-fuochi-d’artificio sulla pelle del poeta tesa come la pelle di un tamburo battente.

– Di rara bellezza, una perla, la poesia di Marina Petrillo con quegli origami graffiati a fosforo nella luce del giorno, l’unico modo per Marina, l’unico luogo in cui l’Essere che esce da sé può incontrare il lato al buio di se stesso.

Gino Rago

 Leggiamo ad alta voce una poesia di Maurizio Cucchi:

La materia si erge, si protende,
ed è insieme fitta, ottusa e acuta
e in queste forme di impeccabile
eleganza misteriosa, per noi,
labirintica e leggera.
Il suo corpo tende a ricomporsi,
nelle costruzioni sottili dell’arte,
come una scrittura musicale
antica o d’avvenire e sempre
da scoprire, perlustrare e amare.

se poi li analizziamo con distacco notiamo, senza sforzi, che in appena 11 versi l’autore o impiega ben 10 aggettivi qualitativi (fitta-ottusa-acuta-impeccabile-misteriosa-labirintica-leggera-sottili-musicale-antica)…

Giorgio Linguaglossa

L’impalcatura del pensiero poetante e l’economia monetaria dello stile

caro Gino,

hai fatto un esercizio intelligente sulla poesia di Lorenzo Pompeo: eliminando gli aggettivi hai estratto la quintessenza dagli oggetti presenti nella poesia. Così, gli oggetti possono risplendere di luce propria, e la tessitura del componimento risulta più salda, anche se più «fredda».

Per quanto riguarda il secondo autore proposto, Maurizio Cucchi, con una sua poesia tratta dall’ultimo libro pubblicato quest’anno, condivido appieno il tuo giudizio: in appena 11 versi ci sono ben 10 aggettivi qualificativi! Siamo al trionfo dell’aggettivo! E al capitombolo del sostantivo! Ed è ovvio che quando il pensiero poetico si affida alla figurazione aggettivale, si indebolisce; e così accade che l’autore (qualsiasi autore), che tenti, in modo consapevole o inconsapevole, di riempire e otturare la latenza dei sostantivi con una sovra abbondanza di aggettivi al fine di contro bilanciare lo squilibrio tra i sostantivi e gli aggettivi, finisca per pagare un dazio elevato.

Ma qui è tutta l’impalcatura del pensiero poetante, l’economia monetaria dello stile, che rivela il proprio punto nevralgico proprio per quella latenza dei sostantivi, delle onoma e delle res sostituiti con una impalcatura aggettivale coloristica. Cucchi tenta sì di fare una poesia oggettiva, una poesia delle res, della «materia», infatti l’incipit vuole convincere il lettore che qui si fa sul serio, si tratta nientemeno che della «materia» che «si erge»… e via di questo passo… Il verbo altisonante «si erge» al riflessivo è una spia della inadeguatezza grammaticale e lessicale del vestito linguistico alla postura da poesia metafisica che vuole presentare il Verbo della nuova ontologia cucchiana: la «materia»… etc. etc.

Accade questo: meno l’oggetto è «letteralmente» detto, più deve dirsi «figurativamente». Quando invece più l’oggetto del testo è problematico, meno dovrebbe essere detto in forma letterale discorsiva. Cioè, più il testo poetico si de-letteralizza, più il rapporto col reale diventa problematico, e più la problematicità, che è dunque formale, si dà ad una argomentazione dialettico-figurativa. Quando invece lo si letteralizza, il testo tende ad assumere un vestito discorsivo assertorio. Ad esempio, in un testo iper-letteralizzato, più si scava il fossato tra il letterale e il figurato, più il testo tende ad immedesimarsi con la voce monologante risolutoria. Ovviamente, un testo analitico-risolutorio come questo propostoci da Cucchi tende per propria forza di gravità ad assumere un discorso assertorio discorsivo, a tradurre la intima problematicità del reale al mero piano letteralizzato e alla abbondanza di aggettivi, della colorazione aggettivale. Il testo in questo caso perde in enigmaticità ciò che acquista in letteralizzazione; perdendo di vista la complessità del reale, semplicizza l’oggetto, lo rende nello spazio e nel tempo unilineare e nel viaggio discorsivo imposto dalla ragione argomentante, dimenticando che un oggetto che si trova nel mondo è sempre un oggetto immerso in una infinita molteplicità di relazioni mondane e storiche. E il discorso letterale va sempre a sbattere contro il muro della semplicizzazione prospettica dell’oggetto.

Con la poesia di Marina Petrillo ci troviamo all’interno di un discorso poetico che rinuncia a priori a porre il poiein sul piano del discorso assertorio risolutorio dell’io monologante e della ragione discorsiva; già nel primo verso, l’avverbio «forse» getta un fascio di luce fosco e allusivo su ciò che si sta per dire in un alternarsi di enunciati predittivi e allusivi di indubbia caratura stilistica e tonale dove il tono assertorio viene sostituito da un discorso dubitativo, ellittico e incidentato. Ecco una poesia che non si fregia della discorsività fine a se stessa, come mezzo per il tono assertorio monologante dell’io che sta dietro le quinte in attesa di sporgere il capo, il testo cresce da se stesso, dall’interno della propria infermità e debolezza vocabologica e dall’interno della debolezza ontologica dell’oggetto del contendere. La «materia» qui è davvero materiata, è una materia mutante, mutagena e l’oggetto-poesia viene abbandonato (nel senso di Gelassenheit) nel suo farsi e nel suo destino di mera infermità vocabologica. Giungono a proposito le parole di Umberto Galimberti:

«Gelassenheit significa allora ritrovarsi nell’essere come pensosità purificata da ogni residuo soggettivistico, e quindi silente per l’inadeguatezza del linguaggio a disposizione, oppure affidantesi alla parola poetica che non enuncia ma evoca. Gelassenheit significa anche lasciar essere (ein-lassen), quindi non volere. Il silenzio, la parola poetica, il non volere si profilano così come possibilità alternative al calcolo, all’enunciato, alla volontà di potenza…».1

La poesia della Petrillo narra in modo figurato l’essere che esce da se stesso, che si sporge dal nulla e si trasforma in ente vivente, e diventa nulla. Poesia diametralmente opposta a quella del realismo topologico e normografico dell’autore precedente, qui la stessa struttura sintattica e grammaticale viene piegata alle esigenze di un dire che non può che essere allusivo ed evenemenziale. Rileggiamo la prima terzina:

Ci si sente forse sul ciglio
dell’immortalità tradotta ad effigie
o un pallido ciclo compone rinascite.

Con quel noi al riflessivo del primo verso che si sporge timidamente ad alludere, a indicare la sostanza profonda che caratterizza l’ente nella sua genesi e nella sua gestazione fenomenica nel tempo. È una poesia che si lascia condurre dalla severa articolazione in terzine da un linguaggio enigmatico perché l’enigma è la sostanza profonda dell’ente che sta per prendere forma nell’universo. Questo ci dice la poesia con un linguaggio che si affida alla massima potenza connotativa del piano figurato. Pensosità purificata da ogni residuo soggettivistico.

  • Galimberti, Il tramonto dell’Occidente, Feltrinelli, 2005, pp. 407 e segg.

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25 risposte a “Poesie di Donatella Giancaspero, Maurizio Cucchi, Marina Petrillo, Lorenzo Pompeo, Commenti di Gino Rago e Giorgio Linguaglossa, L’impalcatura del pensiero poetante e l’economia monetaria dello stile

  1. In alternativa, non dico alle poesie di Maurizio Cucchi ma alla poesia degli aggettivi, e a sostegno del polittico:

    Valvole.

    Un’ultima cosa da chiarire.
    La guardò e non aggiunse altro. Ma più tardi, a letto, lui
    pretese il rito sacrificale dell’orgasmo simultaneo.

    Ciò che Dio unisce in terra. Per queste e altre ragioni,
    tutte entusiasmanti. Quello era un avanzo di galera.
    Poi si mise a cantare: «La doccia è già finita, gli amici
    se ne vanno».

    Aveva da poco concluso un buon affare con una casa
    produttrice di arsenico. Le meraviglie del solleone.
    Come gli fosse venuta l’idea. Così, sul far della sera.

    I due erano ormai d’accordo. Non si trattava di fare
    più denaro, piuttosto di crearsi sempre nuovi guai
    in modo da dover DECIDERE. Perché questa era la pazzia,
    e forse anche il destino.

    Andassero a Messa. Non posso accompagnarti,
    ho le vertigini. È da un po’.
    Che piove. Su i freschi pensieri che l’anima schiude / novella.
    Hai visto la nuova di Gengis Khan? Le porse il cappellino.

    […]

    A maggio le rose e tutti quei complimenti. Chissà
    quali pensieri nella testa.

    Le stesse rose sul sofà. Non serve risposta. Corriere degli affitti:
    in meno di un’ora, Banca Avvenire. Sarò io la tua sorpresa.

    Un gruppo di majorette in equilibrio sulle rotaie del Frecciarossa.
    E’ pieno giorno, in lontananza si vedono le montagne.

    Chi non lo vorrebbe un cane mastino che infila le zanne
    negli occhi porpora; mentre noi lontani, forse nemmeno
    su quegli yatch.

    Prima di morire dimenticherò tutto, anche di essere nato.
    In questo siamo simili: noi come tutti gli altri, la gente. Resta

    l’Impero, numeri e mattoni. Non un libro, un filo di biancheria.
    Le cose andranno avanti per conto loro. Il vecchio mondo

    delle pustole; ai musei per il food, il semifreddo. Ricordi?
    Vent’anni meno, l’anticomunismo in vasetti lilla. E a breve
    torneranno i marziani.

    […]

    Uno così non lo metti sul pianoforte della bidonville?
    La brutta cera del mango e tutte quelle fesserie
    che si dicono, mentre le capre si fingono nel paesaggio.
    Biancore d’architetti fin sulle posate.

    Paradiso inferno, in mezzo nuvola rosa: l’appetito
    vien danzando. Offerta molteplice. Guerra di cavie
    contro ogni cosa arrivi dal sud. La chiamano tecnologia,
    plastica nei mari.

    Poeti, clavicole. Sai, tutte quelle asperità. Asperità.
    D’accordo, faremo narrazione in finta pelle. Gabbiani
    e vecchie limousine. Non vedo l’ora di avere al governo una miss

    in gabardine, che sappia il fatto suo. Una che pare uscita
    dal fon ma decisiva sull’orientamento dei social. Come farsi
    venire il cancro e quali rimedi. Lui tesse una corda di chitarra,

    le canzoni della mia giovinezza. Quella altrui, del parroco,
    la prima sigaretta in chirurgia.
    Nella moria anche i bachi da seta. Nobel per la Pace. Il marcio

    in plasma, premi al miglior retrobottega. Come avere denaro,
    vero e finto. Attaccarsi alle mandibole. Due mesi luglio. Indonesia.
    Ti piace? Lei sulla chiatta di Barbablù, come fosse sua. Saluta,

    anima di nessuno e droni variopinti. – Se Maometto non va
    al mare… Al mare, al mare! Gridarono tutti. Tanti col braccio teso
    verso Roma, Parigi, come ci fosse qualcosa.

    […]

    Si sentirono anche il giorno dopo. Qualsiasi pensiero, e io vengo.
    Sono tua. Svanisci-mi. Donami le costole. Fa di più l’orgasmo
    ragionato, il primato della gazzella sul divenire scosceso
    di una certezza.

    L’assoluto in vitro a cui dono corpo e preghiere.
    L’asma e lo strapotere dei figli. Gli anni trascorsi a battere
    nei pied-à-terre, come femmina ciclista, solo con la vocazione.

    Calcolo e scudiscio. Ma sono mamma.
    Lui aveva da poco concluso un buon affare con quelli
    dell’usa e getta. Nel radersi il mento gli scoppiò il cuore.

    È la telefonia.

    (May – mag 2019)

    • Un piacere leggerti Lucio.
      Grazie.

      • Grazie, Mauro. E’ normale che nell’ottica NOE si considerino le poesie nella loro interezza, alla stregua di oggetti, anzi di «cose»; in questa circostanza, da valutare, direi visivamente, ponendole di fianco alle poesie di Maurizio Cucchi, che sono di fumosa ma bella scrittura. Può sembrare un comportamento ingenuo, orgogliosamente infantile, anche acritico,quello di voler confrontare ma c’è di mezzo una questione complessa, sulla quale credo si debba fare chiarezza, quella del bello: se sia bastevole o non, piuttosto, una questione totalmente da rivedere. Perché riesco a immaginare che la poesia NOE possa sembrare talvolta brutta… a mio modo di vedere, particolarmente il polittico; anche se, a voler restare nel canone, è evidente che vi sono poesie NOE che hanno stile – quelle di Mario M. Gabriele, ad esempio – ma anche in queste di oggi non manca bellezza; ne danno prova la diamantina Petrillo, e in molti versi la Giancaspero. E quando leggo, di Lorenzo Pompeo “Un vascello fantasma appare e scompare, / lampeggia tra le costellazioni”, capisco subito di essere uscito, dove l’aria è più respirabile, fresca.
        Di contro, Maurizio Cucchi scrive:

        Sono pronto, finalmente, a scivolare
        in pace indietro, ma è sempre poco,
        verso ciò che è stato e che non so,
        che è, permane, pur senza visibile traccia
        e mi ha generato anonimo (…)

  2. Tutti autori validi: mi ha colpito in particolare la lirica di Marina Petrillo.

  3. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/05/13/poesie-di-donatella-giancaspero-maurizio-cucchi-marina-petrillo-lorenzo-pompeo-commenti-di-gino-rago-e-giorgio-linguaglossa-limpalcatura-del-pensiero-poetante-e-leconomia-moneta/comment-page-1/#comment-57037
    La rivoluzione dello spazio espressivo formale-integrale della nuova forma-poesia

    Dopo questa poesia di Lucio Mayoor Tosi, non sarà più possibile mettere passivamente le parole in un contenitore oggetto e lasciare che il risultato avvenga in modo, diciamo, naturale, ma in realtà con le parole sempre teleguidate dalla presupposizione dell’io normografo e storiografo. Non sarà più possibile pensare la parola, il metro e l’enunciato come unità stabili dalla parte di un soggetto. La «nuova poesia polittico» di Tosi esce fuori dagli schemi ortodossi della poesia novecentesca; pensa la parola, il metro e l’enunciato come unità metastabili che non stanno più dalla parte di un soggetto. E qui, arrivati a questo punto, tutto viene rimesso in gioco, tutte le categorie con le quali eravamo abituati a pensare la poesia della tradizione novecentesca italiana saltano come sulla dinamite, non resta nulla di integro di tutte quelle cose lì perché siamo entrati in un nuovo universo, siamo entrati in un nuovo mondo e la poesia non poteva continuare ad ignorarlo.

    La «struttura polittico» richiede un nuovo universo concettuale. Non è possibile aderire a questo nuovo tipo di forma-poesia se non ci si è sbarazzati delle nozioni un tempo ritenute «stabili» di soggetto, di oggetto, di parola, di metro, di pentagramma uninominale unilineare ora invece saltate in aria in mille pezzettini, in mille frantumi. La «nuova poesia» non può che accettare di avere a che fare d’ora in poi che con i frantumi, non può rifiutarsi di accettare le condizioni poste dal nuovo mondo, non può più rifiutarsi di entrare in consonanza con il mondo della nuova civiltà che prende forma sotto i nostri occhi; c’è bisogno di una nuova musica, c’è bisogno, come scrive Agamben, di una musica musaicamente accordata, e per far questo occorrono nuovi strumenti, nuovi strumentisti, una nuova orchestra e un nuovo direttore d’orchestra, bisogna avere il coraggio di abbandonare alle ortiche tutte le idee che avevamo accarezzato fino a stamattina sulla poesia come ce l’avevano insegnata. Ecco, quella è la poesia del passato, nobile sì, ma del passato.

    La «struttura polittico» richiede il concetto di simultaneità nell’istante di tempo, di molteplicità di voci, di sintagmi, di relitti verbali, di rumori verbali, di interferenze, la compresenza simultanea di tempi e di spazi diversissimi, richiede però una grande responsabilità in capo al poeta ed anche una grande capacità di accordare tutte le «voci», le voci dell’inconscio, quelle della memoria ormai disabitata e le voci della radura internettiana dei giorni nostri; una grande capacità di accettare nella forma-poesia di dover convivere con la disparità, l’eterogeneo, l’interruzione, il salto, la peritropé, l’inciso, la cerniera parentetica, e anche con la metonimia e la metafora disposte però in un nuovo concetto di metratura dello spazio e del tempo, un nuovo concetto del pentagramma musicale.
    Si tratta di una rivoluzione dello spazio espressivo formale-integrale della nuova forma-poesia che qui ha luogo.
    Dobbiamo salutare la poesia del glorioso novecento con dei fazzoletti rossi, agitando fazzoletti rossi.

    Pier Aldo Rovatti

    «Non sarà più possibile trattare le parole nei limiti di un linguaggio oggetto, perché se da qualche parte esse fanno sentire il loro peso, sarà dalla parte del soggetto: lungi dall’eclissarsi, come molti nietzschiani vorrebbero far dire al testo di Nietzsche, il “soggetto” diviene tanto più importante come questione per tutti (e di tutti) quanto più l’uomo rotola verso la X (con la spinta che Nietzsche ci aggiunge di suo). Passivo, quasi-passivo, attivo nella passività; soggetto-di solo in quanto (e a questa condizione) di sapersi-scoprirsi soggetto-a… La frase di Nietzsche documenta, come tutte quelle che poi la ripetono, una condizione della soggettività, di cui sarebbe semplicemente da sciocchi volerci sbarazzare (sarebbe un suicidio teorico)… Ma sappiamo anche che è innanzi tutto e inevitabilmente una questione di linguaggio, e che l’effetto davanti al quale preliminarmente ci troviamo è un effetto di parola». 1]

    1] 2] Pier Aldo Rovatti, Abitare la distanza, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2007, pp. XX-XXI

    Il soggetto è quel sorgere che, appena prima,
    come soggetto, non era niente, ma che,
    appena apparso, si fissa in significante.
    L’io è letteralmente un oggetto –
    un oggetto che adempie a una certa funzione
    che chiamiamo funzione immaginaria
    il significante rappresenta un soggetto per un altro significante

    (J. Lacan – seminario XI)
    *
    L’«Evento» è quella «Presenza»
    che non si confonde mai con l’essere-presente,
    con un darsi in carne ed ossa.
    È un manifestarsi che letteralmente sorprende, scuote l’io,
    o, sarebbe forse meglio dire, lo coglie a tergo, a tradimento.

    Il soggetto è scomparso, ma non l’io poetico che non se ne è accorto,
    e continua a dirigere il traffico segnaletico del discorso poetico

    La parola è una entità che ha la stessa tessitura che ha la «stoffa» del tempo.

    La costellazione di una serie di eventi significativi costituisce lo spazio-mondo.

    Con il primo piano si dilata lo spazio,
    con il rallentatore si dilata e si rallenta il tempo.

    Con la metafora si riscalda la materia linguistica,
    con la metonimia la si raffredda.

    Nell’era della mediocrazia ciò che assume forma di messaggio viene riconvertito in informazione, la quale per sua essenza è precaria, dura in vita fin quando non viene sostituita da un’altra informazione. Il messaggio diventa informazionale e ogni forma di scrittura assume lo status dell’informazione quale suo modello e regolo unico e totale. Anche i discorsi artistici, normalizzati in messaggi, vengono silenziati e sostituiti con «nuovi» messaggi informazionali. Oggi si ricevono le notizie in quella sorta di videocitofono qual è diventato internet a misura del televisore. Il pensiero viene chirurgicamente estromesso dai luoghi dove si fabbrica l’informazione della post-massa mediatica. L’informazione abolisce il tempo e lo sostituisce con se stessa.
    È proprio questo uno dei punti nevralgici di distinguibilità della Nuova Ontologia Estetica: il tempo non si azzera mai e la storia non può mai ricominciare dal principio, questa è una visione «estatica» e normalizzata; bisogna invece spezzare il tempo, introdurre delle rotture, delle distanze, sostare nella Jetztzeit, il «tempo-ora», spostare, lateralizzare i tempi, moltiplicare i registri linguistici, diversificare i piani del discorso poetico, temporalizzare lo spazio e spazializzare il tempo…

    Ovviamente, ciascuno ha il diritto di pensare l’ordine unidirezionale del discorso poetico come l’unico ordine e il migliore, obietto soltanto che la nostra (della NOE) visione del fare poetico implica il principio opposto: una poesia incentrata sulla molteplicità dei «tempi», sul «tempo interno» delle parole, delle «linee interne» delle parole, del soggetto e dell’oggetto, sul «tempo» del metro a-metrico, delle temporalità non-lineari ma curve, confliggenti, degli spazi temporalizzati, delle temporalisation, delle spazializzazioni temporali; una poesia incentrata sulle lateralizzazioni del discorso poetico. Ma qui siamo in una diversa ontologia estetica, in un altro sistema solare che obbedisce ad altre leggi. Leggi forse precarie, instabili, deboli, che non sono più in correlazione con alcuna «verità», ormai disabitata e resa «precaria».

    La verità, diceva Nietzsche, è diventata «precaria».

    Il «fantasma» che così spesso appare nella poesia della «nuova ontologia estetica», si presenta sotto un aspetto scenico. È il Personaggio che va in cerca dei suoi attori. Nello spazio in cui l’io manca, si presenta il «fantasma».
    Dal punto di vista simbolico, è una sceneggiatura, il «fantasma» è ciò che resta della retorizzazione del soggetto là dove il soggetto viene meno; il fantasma è ciò che resta nel linguaggio, una sorta di eccedenza simbolica che indica una mancanza.

    L’inconscio e il Ça rappresentano i due principali protagonisti della «nuova ontologia estetica». Il soggetto parlante è tale solo in quanto diviso, scisso, attraversato da una dimensione spodestante, da una extimità, come la chiama Lacan, che scava in lui la mancanza. La scrittura poetica è, appunto, la registrazione sonora e magnetica di questa mancanza. Sarebbe risibile andare a chiedere ai poeti della «nuova ontologia estetica», mettiamo, a Steven Grieco Rathgeb, Anna Ventura, Mario Gabriele o a Donatella Costantina Giancaspero che cosa significhino i loro personaggi simbolici, perché non c’è alcuna significazione che indicherebbero i fantasmi simbolici, nulla fuori del contesto linguistico. Nulla di nulla. I «fantasmi» indicano quel nulla di linguistico perché Essi non hanno ancora indossato il vestito linguistico. Sono degli scarti che la linguisticità ha escluso.

    I «fantasmi» indicano il nulla di nulla, quella istanza in cui si configura l’inconscio, quell’inconscio che appare in quella zona in cui io (ancora) non sono (o non sono più). L’essenza dell’inconscio risiede non nella pulsione, nell’essere istanza di quel serbatoio di pulsioni che vivono sotto il segno della rimozione, quanto nella dimensione dell’io non sono che viene a sostituire l’io penso cartesiano. La misura di questa dimensione è la sorpresa, l’esser colti a tergo. Tutte le formazioni dell’inconscio si manifestano attraverso questo elemento di sorpresa che coglie il soggetto alla sprovvista, che, come nel motto di spirito, apre uno spazio fra il detto e il voler-dire. Come nei sogni, dove l’io è disperso, dissolto, frammentato fra i pensieri e le rappresentazioni che lo costituiscono, così l’inconscio è quella istanza soggettiva in cui l’io sperimenta la propria mancanza. Come aveva intuito Freud: l’inconscio, dal lato dell’io non sono è un penso, un penso-cose, esso è formato da Sachevorstellung, è costituito da rappresentazioni di cose. La formula «penso dove non sono» è la formula dell’inconscio, che si rovescia in un «non sono io che penso». È come se «l’io dell’io non penso, si rovescia, si aliena anche lui in qualcosa che è un penso-cose».

    Il «fantasma» inaugura quella dimensione della mancanza che si costituisce nella struttura grammaticale priva dell’io, cioè della dimensione della parola come luogo in cui il soggetto «agisce».A questo punto apparirà chiaro quanto sia necessario un indebolimento del soggetto linguistico affinché possa sorgere il «fantasma». Nella «nuova ontologia estetica» non c’è più un soggetto padronale che agisce… nella sua struttura grammaticale l’io si è assottigliato o è scomparso. O meglio, il soggetto viene parlato da altri, incontra la propria evanescenza.


    Donatella Giancaspero
    È presto. Poco prima dell’alba

    È presto. Poco prima dell’alba.
    A quali inconsueti cammini si affida il risveglio
    e gli interrogativi, replicati dallo specchio
    – ora il tempo scredita il cielo. Brusco ricusa la luce –
    A quali percorsi incita il treno prescelto – oppure toccato in sorte…

    Un ordine stacca il convoglio. Brevemente
    accelerando, scorre nei vetri.
    Allo sguardo retrogrado.
    Rettilineo incontro al giorno.
    Fino al mare.

    Molte strade si animano da qui.
    Ristanno un po’, davanti a chi chiede la direzione
    qual è.
    Prendono tempo: ascoltano il passo.
    Il cuore come pulsa.

    *

    It’s early. Just before dawn

    It’s early. Just before dawn.
    To what unusual paths does the awakening belong to
    and the questions repeated by mirrors
    – time now discredits the sky. Roughly discredits the light –
    To what trips does the taken train lead to – or else selected by choice…

    An order detaches the convoy. Briefly
    accelerating, it glides on glasses.
    To the eye looking backward.
    Rectilinear encounter in daytime.
    Up to the sea.

    From here many roads free the soul.
    Pausing a bit before one who asks for direction
    what is it.
    Taking their time: they hear the step.
    How the heart beats.

    © 2018 English translation by Adeodato Piazza Nicolai. All Rights Reserved.

    [È presto. Poco prima dell’alba]

    Ermeneutica di Giorgio Linguaglossa

    La poesia di alto livello raffigura sempre la lentezza. La lentezza è un atto belligerante perché vuole sottrarre tempo al tempo. La severa interpunzione adottata in questo testo di Donatella Costantina Giancaspero accentua la lentezza dello scorrimento frastico. È lentezza che obbliga il lettore al rallentamento dell’atto della lettura. Il metro agisce in modo diametralmente opposto a quello delle scritture dell’agorà che puntano alla retorica dell’informazione, cioè ad un corredo di parole e immagini che devono raggiungere il fruitore nel più breve tempo possibile, in modo fulmineo, e in modo fulmineo scomparire nell’atto del consumo, nell’atto dell’ok. La lentezza della poesia moderna, invece, da Les Flueurs du mal in poi, obbliga il lettore a ritornare indietro con l’occhio durante la lettura, a procedere in senso inverso: una volta da sx a dx, e indietro, da dx a sx. È un atto che, letteralmente, va «contro» il tempo, il tempo dell’informazione e delle merci, il tempo del consumo del tempo. Se leggiamo questa poesia della «nuova ontologia estetica», ci accorgiamo di questo fenomeno: qualcosa ci costringe a ripercorrere a ritroso lo scorrimento della frase, ad andare indietro, contro il tempo. Il tempo cessa così di essere un «utilizzabile», al contrario, diventa un «inutilizzabile», non può più essere consumato ma diventa qualcosa che è estraneo alla logica del consumo.

    • Nunzia Binetti

      Carissimo Giorgio, ho letto con piacere ed attenzione le tue considerazioni e penso che in questi versi che ora propongo( scritti diversi anni fa) sia condensato il tuo pensiero sulla poesia Nuova. Anche il titolo riflette ,stranamente, il tuo dire circa la NOE. Ne sono alquanto stupita e credo che ” inconsciamente” il mio ribellismo alla poesia della tradizione sia davvero esploso nel momento in cui scrissi il componimento seguente. E’ stata una fortuna per me imbattermi nella linea di pensiero dell’Ombra che ringrazio.

      PULSIONI

      Caffè, si beve amaro al pomeriggio. .
      Singhiozza il tempo nella sera.

      Tachicardia dei falò accesi dai guardiani
      nei cantieri neri.

      Fuochi fatui nei cimiteri. I mostri delle notti
      per i pendii scoscesi tesi all’eterno. (Terrore!).

      Afrore di botti aperte al consumo.
      -Non valgo per te neanche una mela-

      La prospettiva della morte, tentazione
      o spinta propulsiva.

      E’ il femminile di ciò che è contingente
      o guerra.

      • Cara Nunzia,
        penso che sia evidente che la tua ricerca espressiva era già orientata, tanti anni fa, nella direzione di ricerca di un rinnovamento delle forme espressive nella quale è impegnata la nuova ontologia estetica. Le cose sono nell’aria che respiriamo, vivono nel tempo, e un artista di livello non può non percepire dei bisogni nuovi, non può sottrarsi all’esigenza di esprimersi in un nuovo linguaggio più adatto, più consono ai tempi. La poesia dell’io, la poesia confessione, la poesia della ricerca dell’io nelle adiacenze della propria identità, ecco, tutte queste strade si erano già esaurite ai primi anni novanta del novecento. Già in quegli anni era chiaro che non si potesse continuare all’infinito a fare poesia di ricerca dell’io e di introspezione psicologica. Il libro di esordio di Magrelli, Ora serrata retinae (1980) aveva già esaurito le residue possibilità espressive che prendevano ad oggetto le problematiche dell’io e delle sue adiacenze. Maria Rosaria Madonna, la più intelligente e dotata poetessa degli anni novanta, con Stige (1992) liquida tutte quelle soluzioni psicologico-adiacenziarie e sceglie di esprimersi con una «neolingua» inventata di sana pianta, un connubio tra il latino chiesastico tardo antico e un italiano in bozzolo, antico o antichizzato.

        Riporto un brano di E.M. Cioran:

        «Non è bene che l’uomo si ricordi a ogni istante di essere uomo. Già è male concentrare l’attenzione su se stessi; ma è peggio ancora concentrarla sulla specie, con uno zelo da ossessi: significa attribuire alle miserie arbitrarie dell’introspezione un fondamento oggettivo e una giustificazione filosofica. Finché ci si limita a torturare il proprio io, si può sempre pensare che si ceda a un capriccio; ma quando tutti gli io diventano il centro di una rimuginazione senza fine, indirettamente si ritrovano generalizzati gli inconvenienti della propria condizione ed eretto a norma, a caso universale, il proprio accidente».1]

        1] E,M, Cioran, La chute dans le temps, Gallimard, Paris, 1964, trad it a cura di Mario Andrea Rigoni, La caduta nel tempo, Milano 1994 p. 1

  4. Gianni Godi

    Grazie Giorgio, per tutti gli articoli che leggo con piacere…e anche per i video che fanno da corollario! Un abbraccio! *Gianni Godi* Tricolor

    Il giorno lun 13 mag 2019 alle ore 08:05 L’Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internaziona

  5. Antonio Sagredo

    Ho sempre affermato – e più volte glielo detto personalmente – che Donatella Giancaspero è una brava poetessa; di certo fra le migliori che sono in Italia, Il suo verso non solo è ben congegnato ma è anche arioso, ben calibrato, e somiglia a certi colpi della batteria che creano suoni in apparenza dissonanti ma sapientemente armoniosi… sono dunque una musica a se che contiene il senso e il ritmo e l’orchestrazione generale. In questo l’aiuta la sua conoscenza musicale, che in poesia è tradotta da piani descrittivi-linguistici, che a loro volta determinano arie, atmosfere, sensazioni… e il tutto è un mondo gradevole con un po’ di velata tristezza.

  6. La partecipazione ultima ha le pulsazioni contate. Petali di margherita,
    l’amore davvero ha un fondo, il forziere
    violato. Un altro disimpegno,
    la coda che scodinzola.
    La parte ultima letteralmente
    prensile, il sonno
    con la forma chiusa del pane.

    Grazie OMBRA.

  7. Nunzia Binetti

    A me pare che la nuova poesia proposta dalla NOE sia paragonabile alla composizione dodecafonica in ambito musicale. La musica dodecafonica ha, infatti, una struttura fortemente frammentaria, allusiva, priva di una unità discorsiva o armonica al contrario della musica classica tradizionale . Mi piacerebbe sapere se qualcuno di voi pensi allo stesso mio modo o se il parallelo che avanzo sia fuori strada. Molto belli i versi qui proposti. Bravi tutti gli autori. In particolare vorrei complimentarmi con la Giancaspero e la Marina Petrillo.
    Sempre molto esaustivo, tu, Giorgio. Bravissimo !.
    Un saluto.

    • Marina Petrillo

      Grazie infinite, Nunzia, per l’apprezzamento…
      Come fosse latente l’immortalità. Un vizio di forma portato alla luce e poi dimenticato. Nel guizzo che intercorre tra l’infinito tradotto ad istante e l’erosa memoria, si illumina l’inespresso sentire.
      Marina P.

  8. Un autore mi ha mandato queste definizioni della poesia di Emilio Villa. Copio e incollo:

    «poesia è evanescenza, condanna a vita, … liberté sur parole, … guida cieca a un antico enigma, … poesia è trattazione dinamica e sussultoria, … poesia è la più scampagnata cosmologia scucita, strafelata, sdrucita, …poesia è dimenticarsi dimenticanza, … poesia è se-parare sé dal sé, … poesia è costrizione al remoto, … poesia è sfondamento, … poesia è bruciare – partorire nello stesso gesto, … ricordare di transesserci di traverso a spartiacque, … poesia è impotenza infinita, … poesia è intersezione interiezione intersezione interruzione,… poesia è una carognata, scarto strombo sterro, … poesia è diagonale, … poesia è pigrizia irrigidita, … è terrore sul fondo delle retoriche, … poesia è liberazione dalla conoscenza, … poesia è sfrenamento, sfaso, minaccia potenziale, spacco, rapina, distruzione, … poesia è aggressione, … poesia è lotta contro la notte, … poesia è attrito con la pelle del Drago, ecc…”
    Ma poi conclude con un colpo di spugna: “poesia è così / è così e così /
    e così via.”».

    Io penso che di questo passo si potrebbe continuare per centinaia, migliaia di pagine a dire cos’è la poesia senza arrivare a capo di nulla. Il problema, da critico e da lettore umile e semplice è non «che cos’è la poesia», ma «che cos’è questa poesia qui che sta scritta in questo libro qui».
    Tutto il resto è vento.

  9. La «struttura polittico» è una struttura prospettica.

  10. Alcune annotazioni sulla poesia “Tre colpi dal piano di sopra “di Donatella Giancaspero

    Mette sullo stesso piano la perfezione dell’arte pianistica col “fai da te” del ripristino del mobile rotto, con l’affissione di un quadro al muro da parte di sconosciuti abitanti del piano di sopra.

    La comunicazione attraverso i muri rappresenta un dato interessante e fondamentale del rapporto tra individui massificati.

    Si comunica per interferenze. Il pensare è costituito da figure d’interferenza. Portano messaggi codificati che spesso esprimono rabbia, indifferenza, insopportabilità fondati su presupposti inconsci da inautenticità ma non solo.

    In altra forma però pensare per interferenze è anche il modo per catturare la poesia altrui. In questo senso cessa il bisogno di scoprire il significato, la lettera, il senso delle scelte proposte. Resta il bit della volontà di esserci o se si preferisce il quanto d’energia tra una nota e l’altra di ogni spartito, che scalda ed eccita l’attività mentale di chi legge.

  11. Ieri pomeriggio il distacco definitivo da un mio fedele amico. Per 37 anni, in tutte le stagioni, al tavolino all’aperto sul Corso di questa cittadina sul mare, mi ha benedetto la nuova giornata con il “suo” caffè, un caffè nel quale Franco metteva il mondo intero… E’ morto al Policlinico Umberto I° di Roma.
    Conosceva L’Ombra delle Parole. Era orgoglioso di sapermi nella Redazione. Da qui vorrei così ricordarlo.

    Per Franco (“del Bar Centrale”)
    In memoriam

    Franco ha scritto tutta la sua vita
    nel tempo e nella luce.

    Nella luce del tempo, nel tempo della luce.
    Amava i colori, da un aroma soltanto

    indovinava uomini e stagioni.

    Gli bastava un arcobaleno
    o la striscia all’orizzonte

    del blu-cobalto del mare
    per sentire dentro

    l’incanto dell’eterna primavera.

    Franco respirava con il mare.

    Per noi su quest’altra sponda,
    la sponda desolata che dicono dei vivi,

    ora che Franco non c’è
    il mondo ha perduto i suoi colori.

    Faticheremo a lungo
    prima di risentire in noi la festa del mondo.

    Franco, amico, come amici si era
    soltanto tra gli uomini di un tempo,

    sarai nel nuovo regno
    per sempre abbagliato dalla Luce.

    Torna quando puoi nel nostro sogno
    a ridarci la tua calda compagnia.

    La morte in noi
    ora è la saracinesca che non si alza

    al Bar Centrale, nostra gioia
    fin dall’aurora.

    (gino rago)

  12. Il distico di Lorenzo Pompeo rivisitato da Gino Rago è di tipo dichiarativo illocutorio:

    Un vascello fantasma appare e scompare,
    lampeggia tra le costellazioni.

    È una immagine a se stante che si lega al contesto in quanto enunciato conchiuso in sé ma dialogante e collegato con tutti gli altri enunciati.
    Questo per chiarire quale è il procedimento della nuova ontologia estetica.

    Se prendiamo un brano quale che sia di una poesia di Cucchi ci accorgiamo subito che esso è di tipo argomentativo con al centro l’io normografo e ottico che tutto ricomprende e tutto regola come un panopticon della mappa della descrizione. Leggiamo:

    Che paesaggio, piano, indifferente,
    serenamente bigio nell’oceano,
    nelle sue piccole bianche casine silenziose
    e io, la spuma tranquilla alle mie spalle,
    in appoggio, slittavo in un sorriso nel vento
    di improvvisa adesione. Non totale
    adesione, ma quasi.

    Si tratta di due concezioni opposte: l’una che pone l’io al centro del «paesaggio» e della descrizione, l’altra che pone l’io in posizione sussidiaria o laterale, che lo de-centralizza; ed è quello che fa la poesia della nuova ontologia estetica.

    Penso sia chiaro che si tratta di due concetti di poesia completamente agli antipodi, da cui derivano due modi molto diversi di impostare il discorso poetico, uno incentrato sulla ontologia poetica del secondo novecento, l’altro incentrato su una nuova idea di ontologia estetica.

    • Aspettiamo sempre il ritorno del bravo Cucchi dell’inizio. Fa ben sperare il verso “Non totale / adesione, ma quasi”.

      • Alfonso Cataldi

        Non c’è nulla da aggiungere sull’analisi delle differenze tra le poesie di Cucchi, e le tue, Lucio, che ha fatto Giorgio.
        Quello che posso dire io, è che dalla data di pubblicazione dell’articolo, le poesie di Cucchi le ho lette la prima sera, le tue le rileggo ogni sera.

  13. Condivido e faccio mie le interpretazioni analitico-comparative dei versi di Lorenzo Pompeo e di Cucchi messe in campo da Giorgio Linguaglossa e se possibile rincarerei la dose segnalando in aggiunta a quanto affermato dall’amico Giorgio Linguaglossa che nei versi di Cucchi viene totalmente ‘ignorato’ il metodo per frammenti e in più proprio sul piano fono-prosodico lo stesso Cucchi non si discosta minimamente dalle prosodie italiane del tardo Novecento, un tardo ‘900 all’insegna dell’epigonismo praticato a lungo da Raboni. Insomma, mentre Cucchi trascina il ‘900 poetico anche nel nuovo secolo XXI, questo in corso, Lorenzo Pompeo soprattutto adottando il distico e facendo uscire l’Io dal tessuto poetico, si vuole fermamente distaccare dal far poesia del tardo ‘900.

  14. La Mega Crisi quale causa efficiente della nuova ontologia estetica

    Occorre prendere molto sul serio la tesi di fondo di Freud sulla paranoia. Secondo Freud il delirio non è la malattia stessa, ma un tentativo di guarigione. E qual è la “malattia” vera che lo psicotico delirante cerca di medicare? Risponde Freud: “Esperienze primarie di terrore, frammentazione e invasione”. Il delirio, soprattutto se sistematizzato, finisce col dare ordine e senso a un’esperienza di caos insopportabile. È possibile pensare sulla scia di Lacan, che questa reazione accada quando il soggetto si trova di fronte a un evento o a una situazione in cui non può più ignorare il “buco”, quel significante escluso, in significante – la paternità – a cui non corrisponde alcun significato. Ora, questo confronto col “buco” può produrre lo sfaldarsi completo dell’assetto di senso del soggetto.

    Questo preambolo per dire che al di sotto dell’esperienza della nuova ontologia estetica c’è una situazione di lacerazione, frammentazione, de-fondamentalizzazione del soggetto, espressioni proto tipiche del nostro tempo di Mega Crisi.

    Voglio dire che noi non ci saremmo mai imbattuti nella NOE se non vivessimo in un periodo di grande crisi (economica, politica, sociale e spirituale, e quindi anche stilistica), alla quale dobbiamo in qualche modo rispondere, trovare un senso alla crisi e malgrado la crisi; anche perché l’unico modo di uscire da una crisi devastante come quella che l’umanità sta vivendo nel nostro tempo, è attraversarla, trovare un senso alla crisi. Anche il non-senso sarebbe una risposta plausibile alla crisi che stiamo vivendo. Le bombe deflagrate nello Sri Lanka ci riguardano molto da vicino. La guerra civile della Libia ci riguarda molto da vicino. La guerra civile (strisciante) che da almeno un anno affligge l’Italia è un sintomo evidentissimo di questa Grande Crisi.

    Ecco, io sono del parere che questa Mega Crisi sia la causa efficiente della NOE. Noi tutti scriviamo la poesia che scriviamo in preda ad una frantumazione e de-valorizzazione di tutti i valori ai quali facevamo riferimento fino appena a ieri. Ecco, tutti quei valori, improvvisamente, oggi non valgono più, sono andati in disuso, sono stati rottamati. Oggi noi abbiamo di tutti quei valori soltanto delle schegge, dei rottami, dei frammenti, nient’altro ci resta di integro, tutto è stato frantumato e rottamato. La NOE non può che riflettere questa Mega Crisi dei valori e delle parole (che quei valori portano). Non è affatto colpa nostra né forse neanche merito nostro se abbiamo abbracciato una nuova ontologia estetica. Probabilmente, anzi, sicuramente dopo di noi verranno altre ontologie estetiche, il mondo non si ferma certo alla NOE, ma adesso, in questo preciso momento segnato dalle lancette dell’orologio della storia, è il momento della NOE.

    Forse la NOE è una risposta insufficiente alla Mega Crisi che investe il nostro Paese da molti anni, ma è pur qualcosa, è che bisogna proseguire rafforzare la risposta in sede estetica a questa Mega Crisi.

  15. Mario M. Gabriele

    Forse hai ragione, Giorgio, quando parli di MegaCrisi che attanaglia l’intera umanità. La Televisione è diventata la cronaca quotidiana di tutti i tipi di violenza. La Giustizia è benevola in tutti i reati. La Baby Gang sono diventate quelle del Bronx.La nostra mente si è evoluta in fantasia e scienza. Ma quanti neuroni dell’Uomo di Neandertal ci sono ancora in noi? Gli sviluppi tecnologici sembrano azzerare l’arretratezza culturale. Il tumore lo stanno sconfiggendo con il calore. Le grandi case farmaceutiche americane alzano il profitto aumentando il prezzo dei medicinali.

    Fanno un accordo sul nucleare e tutto torna come prima.Il quadro umano, economico ed esistenziale è cambiato completamente.Si sta forse realizzando una fusione e introgressione genetica del genoma di Neandertal nella mente dell”homo sapiens?
    Si chiede Stanislas Dehaene: “Siamo tutti neuroni riciclati?.L’uomo è un animale in grado di superare molti dei limiti imposti dalla natura. In poche decine di migliaia di anni ha sviluppato una immensa varietà di costruzioni culturali: come è stato possibile? Perché è stato capace di “riciclare” strutture cerebrali arcaiche, riconvertendole per i suoi nuovi scopi”.

    Ogni progetto culturale diventa fenomeno estrattivo della mente tra genetica e cultura. E’ da qui che possiamo esercitarci in un fecondo intreccio di procedimenti cognitivi, anche se il distico, il frammento e quant’altro ascrivibili alla Nuova Ontologia Estetica non sono altro che fenomeni riciclati dai neuroni neandertaliani.

  16. caro Mario,
    una volta chiesero a Umberto Eco che cosa si dovesse scrivere per restare nella memoria della letteratura, ed Eco rispose che bisognava scrivere un’opera che restasse come mito e che venisse tramandata come un mito.
    Ecco, anche io penso che occorra fare un’opera che resti come mito, il mito della nostra epoca di crisi. Ma per raggiungere quest’obiettivo occorre allestire una rappresentazione mitica della nostra epoca. Della nostra epoca di crisi. Ma la rappresentazione deve essere mirabolante, eclatante, stupefacente, ma non per stupefare quanto per sorprendere. Un’opera che sorprenda per la sua inattualità. Ecco, se mi guardo indietro alla poesia degli ultimi cinquanta anni vedo poco, ma qualcosa vedo, vedo l’opera di Helle Busacca, I quanti del suicidio (1972) Stige. Tutte le poesie (1980-1996) di Maria Rosaria Madonna, 2018, poi metterei la poesia di Anna Ventura e la tua. E poi la poesia di Roberto Bertoldo, tra i meno anziani, diciamo…

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