La fine del Progetto culturale egemonico-accademico di Le Parole e le Cose e la nascita della Nuova Ontologia Estetica. Commenti di Giuseppe Cornacchia, Mario M. Gabriele, Anna Ventura, Giuseppe Talìa, Giorgio Linguaglossa, Poesie di Nunzia Binetti, Sabino Caronia

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Giuseppe Cornacchia

Il poetico invece della poesia 2019

http://www.leparoleelecose.it/?p=35516
https://poesiafutura.wordpress.com/2019/05/01/il-poetico-invece-della-poesia-2019/
http://www.leparoleelecose.it/?p=34560

“Le Parole e Le Cose” versione 1 ha in effetti ricollocato la competenza specialistica in cima, a mo’ di classe col professore dietro la cattedra ed i banchetti in fila zitti ad ascoltare, travasando in rete parte della cultura scritta negli anni Dieci per la carta e da lì espulsa, devitalizzando di conseguenza la partecipazione della classe fino ad estinguerla. Ha in sostanza subito il mezzo più che cavalcarlo come fece “Nazione Indiana”, motivo per cui la vivacità si e’ trasferita sui social, anche per narcisismo ma essenzialmente come playground. La pretesa fondativa del tecnico competente abilitato a parlare rispetto all’onesto incompetente che deve solo ascoltare, oggi divenuta identità politica e sociale di massa, non ha aiutato ad indagare perché tanti competenti, seppur meglio equipaggiati degli incompetenti, sbaglino puntualmente le previsioni sul futuro esattamente come questi ultimi. Probabilmente il settarismo e la malafede bilanciano verso il basso la competenza, così come l’onesta’ bilancia verso l’alto l’incompetenza, facendo pari e patta nei fallimenti predittivi? Anche dal punto di vista teorico, il contributo vitalistico e’ stato qui marginale, anzi anti-vitalistico proprio nella visione di Guido Mazzoni e repressivo in quella di Gianluigi Simonetti. Nazione Indiana si chiuse sostanzialmente con la farsa a tavolino del New Italian Epic ed il miglior contributo teorico-letterario internettiano degli ultimi tempi arrivi dalla Nuova Ontologia Estetica di Giorgio Linguaglossa & sodali su L’”Ombra delle Parole”, un blog di vecchi che ha progressivamente affinato e reso presentabile la frustrazione mentre qui infuriavano Erinni e si proponevano come novità epigoni trentenni e quarantenni di epigoni cinquantenni e sessantenni, tutti ancora fermi al 1975 ed immersi nel rimpianto nostalgico. Siete stati pompieri ma la biblioteca in fiamme era forse vuota, i libri erano stati trafugati e portati altrove mentre qui si discuteva cenere?

Gif labbra occhi

Giorgio Linguaglossa

caro Giuseppe Cornacchia,

“Le parole e le cose” nasce come progetto culturale egemonico: impartire lezioni di letteratura e altro da una cattedra, dove ovviamente i cattedratici sono loro, i possessori della cultura «alta», i sacerdoti culturali, i quali si concedono al pubblico della rete internet per educarlo ed emanciparlo alla cultura d’élite. Impostazione tipica di una supernicchia culturale che intende la cultura come Verbo da non mettere in discussione e come Autenticità della lezione impartita agli sprovveduti utenti della rete. Le conseguenze di questo progetto sono state ovvie: l’esaurirsi di una esperienza fallimentare, quella supernicchia si è rivelata una scatola vuota dove non soltanto le previsioni sul «futuro» erano saccenti ed erronee, ma anche le diagnosi sul presente e il passato culturale erano stantie e accademiche, prive di alcuna capacità di elaborare una piattaforma di pensiero critico alternativo a quella elaborata nelle accademie e negli uffici stampa degli editori maggiori.

 L’unica volta che il blog si è trovato di fronte ad un intervento critico che non rientrava nei suoi schemi (un mio commento di alcuni anni fa nel quale sollevavo una domanda di metodologia critica), la discussione si è infilata subito in un tunnel di muro contro muro, il blog, nella persona della signora Claudia Crocco, si è dichiarato altezzosamente non disponibile a fornire alcuna spiegazione sulle questioni che avevo sollevato. La discussione che ne è seguita tra lo scrivente e gli avvocati d’ufficio della Crocco è andata a finire in un insulto scritto rivolto alla mia persona con conseguente mandato da parte mia al mio legale di fiducia per procedere a querela avverso le offese ricevute ai sensi dell’articolo del codice penale per il reato di diffamazione a mezzo stampa.

Esempio probante della incapacità culturale del blog di sostenere una discussione di livello critico elevato quando si profilava un interlocutore capace di mostrare le contraddizioni e le debolezze della sua impostazione culturale arroccata su una dogmatica intangibilità e superiorità di principio.

In un’altra occasione, ho sollevato alcune problematiche circa la poesia di Mario Benedetti; anche quella volta il blog decise di chiudere unilateralmente la discussione che stava prendendo, a suo parere, una direzione che non aveva preventivato.

Questo per dire della incapacità culturale e non volontà da parte della direzione del blog a sostenere una discussione su una posizione di pari dignità intellettuale, sulla presupposizione del dogma della superiorità della cultura chiericale di cui i suoi detentori si ritenevano possessori esclusivi e intangibili.

La posizione dell’Ombra delle Parole è tutt’altra, è un luogo di ricerca letteraria e filosofica e di libero confronto intellettuale, e sicuramente la rivista si è sempre resa disponibile a fornire ampia delucidazione delle proprie posizioni a chiunque le abbia rivolto delle questioni o considerazioni.

Anna Ventura

8 maggio 2019 alle 16:40

Mi piace tanto, questa frase: ”Siete stati pompieri ma la biblioteca in fiamme era forse vuota “Mi fa pensare a questo nostro continuo correre dietro alle parole, come il criceto intorno alla sua ruota: un lavoro apparentemente inutile, eppure importantissimo. Non sottovalutiamo il dono della parola,che distingue l’uomo tra tutte le creature della terra. Come tutti i doni, la parola nasconde più di un pericolo, Perciò dobbiamo conoscerla a fondo, meditare sulle possibilità varie che offre; è un delta immenso, ma navigarci dentro può essere esaltante.

giF 1975

Ecco qui un sonetto in romanesco di

Sabino Caronia

 A Linguagro’, ma va a magna’ er sapone,
nun me scoccia’, nun me sta a rompe er cazzo,
è da ‘na vita che me faccio er mazzo
pe resta’ sempre er solito fregnone.

Passi pe quelli che nun so pippette,
pe Gino Rago, Steven ed Arfredo,
passi pe tutti, puro pe Sagredo,
ma che c’entreno mo ste suffraggette.

Fossi ‘n’omo, vabbè! ma ‘na sciacquetta
ha da venicce a smove li sbadijj
a furia de libbracci e paroloni!

Fili, fili, lavori la carzetta,
lassi perde de dà boni conzijj,
abbozzi, e nun ce scocci li cojjoni.

Giorgio Linguaglossa

7 maggio 2019 alle 12:20

Se leggiamo una poesia di Mario Gabriele ci rendiamo conto che si tratta di fraseologie, spezzoni di dialoghi intersoggettivi tra un mittente, un destinatario e un terzo (che è l’occhio del lettore). La parola aspetta sempre di essere validata (autenticata) dall’Altro; è questa autenticazione che rende adeguata la parola a se stessa, la rende significante, e non l’oggetto; o meglio, l’oggetto viene identificato per il mezzo dell’Altro che convalida e autentica la parola come proveniente da un soggetto e diretta ad un oggetto. La parola è un atto, e in quanto tale presuppone un soggetto, il quale a sua volta per essere validato deve presupporre l’autenticazione dell’Altro.

La poesia di Gabriele, la struttura frastica impiegata in realtà vive in una gabbia sintattica che rende manifesto come la comunicazione sia semplicemente una finzione, un allestimento del discorso tra interlocutori estranei ed estraniati e che da questa gabbia non sia possibile sortire fuori in nessun modo.

Il messaggio ritornerà dall’Altro al mittente locutore sì, ma in forma invertita, con un segno meno. E così via.

Mario M. Gabriele

7 maggio 2019 alle 12:58

Tutti abbiamo contribuito a togliere le barre di confine alla poesia degli ultimi decenni del secolo scorso. Qui mi piace ricordare alcuni Autori che si sono messi in prima linea a formalizzare una poesia nuova, come Lucio Mayoor Tosi, Giorgio Linguaglossa, Gino Rago, Donatella Giancaspero, con un tratto linguistico tutto personale, Letizia Leone, Edith Dzieduszycka, Steven Grieco Rathgeb, e poi Marina Petrillo, Carlo Livia, Giuseppe Talia ecc. chiedendo scusa per gli altri nomi non citati e. comunque, sempre rientranti in un laboratorio di attiva professionalità.

Considerare questi Autori autentici”disertori” della poesia storica, mi sembra azzardato. La loro spinta al rinnovamento nasce come esigenza del termine heideggeriano “Irfaran”, ossia : viaggiare, percorrere, attraversare, esplorare. Trattasi di un viaggio per trovare una via al lungo peregrinare di una poesia rimasta nel 900 dietro a strutture semiliquide.

La nuova ontologia estetica nasce come ribaltamento della stasi,come tutte le cose che non si trasformano restando semplici Icone. Ogni giorno Linguaglossa propone versi che, ad una prima lettura, presentano avanzamenti estetici molto sorprendenti.

A volte, alcuni testi hanno bisogno di maggiore attenzione nella versificazione; ma è un dettaglio che ogni autore può gestire, revisionando le proprie poesie. La NOE nasce dalla forza del pensare, e dalla necessità di andare verso una autenticità originaria. C’è chi pone dei dubbi, e chi si abitua alla lettura, ma trova un clima di freddo polare. Credo che con questi nostri testi, si siano apportate delle novità tecniche. con il polittico, la peritropé, il distico e il frammento.

A pensare bene, essi sono gli unici eventi straordinari nella realizzazione di una pratica linguistica intraducibile per chi è abituato a certi schemi già omologati. L’essenzialità del dire, la sintesi fonometrica, la disgiunzione tra un verso e un altro, lo scandalo della riducibilità del pensiero poetico, e ogni altra riappropriazione estetica, con un lungo elenco di minutaglie di vario genere, fanno da supporto ad una trasmissione del pensiero a scatto neuronale. È, in altre parole, l’azione del pensiero che muove il senso dell’Essere. Agitare allarmismi, circa la fine della poesia, non serve a nessuno.

Osserva Edoardo Boncinelli, che il vero centro motore di ogni essere, è la mente suddivisa in due settori: quello del pensiero e quello della fantasia. Da ciò può nascere nell’Arte e nella Scienza ogni cosa, per un bene comune senza barriere di vario genere.

“Il linguaggio” scrive Heidegger,” è la casa del’Essere e la dimora dell’Uomo” Se dimostriamo che i due termini sono divergenti, allora il viaggio del pensiero diventa un non Essere.e ogni cosa finisce in un tragico destino di morte.

Gif Bond

Giorgio Linguaglossa

7 maggio 2019 alle 15:06

Ho riletto queste poesie facendo un esercizio, mi sono messo nei panni di chi per tutta la vita ha scritto e scrive come i nipotini della suola milanese o come i nipotini del truismario romano. Ecco, da punto di vista dei panni della poesia uninominale e pronominale, queste poesie di Mario Gabriele e mie sembrano sortire fuori dall’Albergo a tre stelle abitato da marziani. Questi poveri letterati non riuscirebbero a capire niente della folgorante novità della impostazione e della esecuzione della nuova poesia qui presentata, si ritrarrebbero offesi e proconsolati dal dirompere delle novità poetiche presenti in queste poesie. Ma si tratta di novità che presuppongono quaranta e passa anni di ricerche, visto che il primo libro di Gabriele data 1972 e il mio 1992, ma solo perché non avevo ritenuto di dover pubblicare prima opere non mature.

Resta il fatto che per quaranta anni la poesia italiana è rimasta presso ché immobile. Era assai problematico produrre opere nuove perché i tempi non erano maturi. Non che i tempi siano oggi più permissivi di quaranta anni fa, ma è che a distanza di quaranta e cinquanta anni si osserva il panorama del passato con maggiore distacco e anche con maggiore obiettività.

Giuseppe Talìa

7 maggio 2019 alle 22:40

Scrivere per polittico non è facile, non è facile scrivere un buon polittico.

Di esempi lodevoli la rivista ne è piena: Mario M. Gabriele, Linguaglossa, Rago e Donatella Giancaspero che pare, quest’ultima, muoversi per immagini filmiche, vari ciak assemblati.

E’ pur vero che speso il risultato è freddo. Ma freddo, poi, per chi?

E da diversi giorni che il pensiero pensa al polittico. I tentativi sono al momento vani: intendo vana la riuscita di un buon polittico.

Nunzia Binetti

8 maggio 2019 alle 1:26

Concordo con te, Talìa, scrivere polittico non è facile ed è cosa che richiede esercizio, ma si può fare. Tu, Giorgio, poi, non sbagli nell’attribuirmi l’uso smodato della copula e sugli effetti che ingenera. Il testo da me proposto, risale a qualche anno fa e non escludo di rivisitarlo, magari servendomi del distico. La NOE mi affascina, è un progetto in cui credo, nonostante richieda impegno e lavoro . A tutti un saluto.

Ho rielaborato il testo eliminando copula e una deissi. Attendo pareri. Grazie.

L’azzurro ha nel suo dentro un grammo di viola
che distinguo -stupe-facente anestesia.

Nel verde sottobosco (sfacelo, rimessa di morte convessa),
qualsiasi volo si spollina.

Ne esco vinta, tra-secolata, pendolare,
come da un rientro dagli scavi di Canosa.

Giorgio Linguaglossa

cara Nunzia,

già con le eliminazioni della copula e di una deissi il testo se ne è avvantaggiato, è cambiato di sana pianta. È quello che dico da sempre: che il distico ti obbliga a cambiare il modo di pensare e di scrivere che abbiamo introiettato dalla pessima pseudo poesia che, nolente o volente, leggiamo tutti i giorni. Ma si tratta di pessima poesia, pessime fraseologie usate e abusate.

Il distico è un esercizio di rigore, è una riforma del modo di pensare, di agire e di mettere le parole su carta. Se poi dal distico si fa il passo successivo (ma non è strettamente necessario), cioè si passa al «polittico», allora si compie il salto decisivo, il salto in alto intendo, ma ci si deve arrivare per gradi, e ciascuno a proprio modo, seguendo il proprio battito cardiaco e il proprio respiro. Molti ci hanno accusato di fare di tutta l’erba un fascio, di predicare bene le cose che facciamo male, ma io lascio cadere queste accuse perché provengono dal preconcetto di chi dinanzi alle difficoltà della ricerca si ritira nel proprio guscio e va sul sicuro, o almeno crede di andare sul sicuro.

In realtà, senza ricerca, senza alzare l’asticella delle difficoltà non si va da nessuna parte, si ricade sul noto e sul notorio, si ripercorrono le strade già percorse. E poi, anche in letteratura occorre coraggio, occorre valutare e fronteggiare il rischio del fallimento, dell’insuccesso. Nulla si dà per garantito, nessun risultato è garantito da una cambiale o da un BOT emesso dal governo. Quando leggo le fraseologie della poesia che vanno di moda oggi mi viene da sorridere per la pochezza e la vacuità di quei registri espressivi. Anche in poesia, come in ogni pratica intellettuale e imprenditoriale, occorre coraggio, ma, se mi guardo attorno, vedo che è proprio la qualità che difetta alle giovani generazioni. Incredibile, siamo molto più coraggiosi noi nati agli attorno agli anni cinquanta che non i più giovani nati dagli anni settanta in poi.

6 commenti

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6 risposte a “La fine del Progetto culturale egemonico-accademico di Le Parole e le Cose e la nascita della Nuova Ontologia Estetica. Commenti di Giuseppe Cornacchia, Mario M. Gabriele, Anna Ventura, Giuseppe Talìa, Giorgio Linguaglossa, Poesie di Nunzia Binetti, Sabino Caronia

  1. “Osserva Edoardo Boncinelli, che il vero centro motore di ogni essere, è la mente suddivisa in due settori: quello del pensiero e quello della fantasia. Da ciò può nascere nell’Arte e nella Scienza ogni cosa, per un bene comune senza barriere di vario genere.

    “Il linguaggio” scrive Heidegger,” è la casa del’Essere e la dimora dell’Uomo” Se dimostriamo che i due termini sono divergenti, allora il viaggio del pensiero diventa un non Essere.e ogni cosa finisce in un tragico destino di morte.”

    EXIT

    Il giorno che decisero
    abbandonarono il fuoco.

    Lasciarono Socrate al posto di schiavo
    la balbuzie non fu più maledizione.

    Il pipistrello non si mosse dalla caverna
    dove poteva succhiare sangue a sé stesso.

    Il miagolio si estinse tra i gatti
    l’orinatoio nacque quel giorno

    Mentre uomini senza cuore
    risalivano alla luce.

    Si assistette al riverbero degli specchi
    immagini senza virtualità sbarcarono da Occidente.

    Perché sprecare il tendine dell’occhio?
    L’osso, la ragione sono fatti per guardare.

    Maxwell concepì gli uccelli
    cantarono il Logos a Dio.

    Non ci fu ira, né cacciata dall’Eden
    Adamo porse la mela.

    (Francesco Paolo Intini)

  2. Buongiorno, Ho ricevuto il cross-post e ringrazio Giorgio Linguaglossa per aver ripreso questo mio pezzullo. Anche in poesia, come in svariati ambiti della vita pubblica italiana, dovremmo smettere di fare fumo e concentrarci sull’arrosto. In particolare, la poesia italiana soffre da molti anni di un progressivo “technical debt”, ossia una distanza sempre crescente dalle migliori pratiche settoriali a livello mondiale, ma per fortuna la vostra NOE proverà a colmare parte del divario e pazienza se l’intero micro-mondo editoriale nazionale rimarrà indietro, oramai mi sembrano tutti parecchio sfiatati o storditi (due eccezioni dignitose: il grosso lavoro laboratoriale nelle scuole medie della riccionese Isabella Leardini e la libreria di sola poesia ed eventi Millelibri a Bari, gestita eroicamente da Serena di Lecce). La nuova, seconda versione di Le Parole e Le Cose sul web mi pare inizialmente meno repressiva ma forse reducistica, per cui toccherà ad altri anche nei prossimi mesi. Buon lavoro a voi dunque, la rivisitazione tecnica in senso NOE di vostri stessi testi, scritti in passato, e’ la miglior maniera per proporre casi di studio a supporto della già importante teoria. Saluti, Giuseppe.

    • caro Giuseppe Cornacchia,
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/05/11/la-fine-del-progetto-culturale-egemonico-accademico-di-le-parole-e-le-cose-e-la-nascita-della-nuova-ontologia-estetica-commenti-di-giuseppe-cornacchia-mario-m-gabriele-anna-ventura-giuseppe-talia/comment-page-1/#comment-57010
      ecco alcune considerazioni sul progetto di una nuova ontologia estetica e, conseguentemente, di una nuova poesia.

      4 gennaio 2017 alle 11:01

      Vorrei scagliare una freccia in favore della scrittura per «frammenti».
      Che cosa significa? E perché il frammento? E perché il «polittico»?

      Innanzitutto, diciamo che la «struttura a polittico» della forma-poesia è quella che consente la rappresentazione della coesistenza contemporanea di più presenti e di più punti di vista; il «polittico» è una struttura eminentemente dialettica che implica la presupposizione della presa di congedo del soggetto dagli oggetti, l’accettazione della de-fondamentalizzazione del soggetto, con tutte le conseguenze che si possono trarre in sede estetica.

      Diciamo che un presente assolutamente presente non esiste se non nella immaginazione dei filosofi assolutistici. Nel presente c’è sempre il non-presente. Ci sono dei varchi, dei vuoti, delle zone d’ombra che noi nella vita quotidiana non percepiamo, ma ci sono, sono identificabili. Così, una scrittura totalmente fonetica non esiste, poiché anche nella scrittura fonetica si danno elementi significanti non fonetizzabili: la punteggiatura, le spaziature, le virgolettature, i corsivi ecc.

      La scrittura per «frammenti» implica l’impiego della decostruzione riflessiva, la quale nella sua propria essenza, segue il tempo del «presente» che sfugge di continuo, che si dis-loca. Il dis-locante è dunque il «Presente» che si presenta sotto forma del «soggetto» significante (ricordiamoci che per Lacan il soggetto si instaura come rapporto con un significante e l’altro). Ma, appunto, proprio per l’essere una macchinazione significante, il «soggetto» non può mai raggiungere il pieno possesso del «significato», questo è bene dirlo e ripeterlo sempre.
      In base a queste premesse, una scrittura logologica o logocentrica, non è niente altro che un miraggio, il miraggio dell’Oasi del Presente come cosa identificabile e circoscritta, con il versus che segue il precedente credendo ingenuamente che qui si instauri una «continuità» nel tempo. Questa è una nobile utopia che però non corrisponde al vero.

      Io dico una cosa molto semplice: che l’utilizzazione intensiva ad esempio della punteggiatura e degli spazi tra le singole strofe produce l’effetto non secondario di interrompere il «flusso continuo» che dà l’illusione del «presente»; produce lo frantumazione del presente, la sua dis-locazione, la sua locomozione nel tempo, anzi, nei tempi, nelle temporalità. Introduce la differenza nel «presente».

      Il non dicibile abita dunque la «struttura del presente», fa sì che vengano in piena visibilità le differenze di senso, gli scarti, le zone d’ombra, le disfanie, le diafanie di cui il «presente» è costituito.

      Alla luce di quanto sopra, se seguiamo l’andatura strofica della poesia di Mario Gabriele, ci accorgeremo di quante interruzioni introdotte dalla punteggiatura ci siano, quante differenze introdotte dalla dis-locazione del soggetto e del discorso poetico ci siano, interpretato non più come flusso unitario, come avveniva nella vecchia ontologia estetica del novecento ma come un immagazzinamento di coesistenze e di differenze, di salti, di zone d’ombra, di varchi, di ponteggi tra le varie temporalità e le varie spazialità:
      .
      Nonna Eliodora da giugno era scomparsa.
      Stranamente oggi non ho visto Randall.

      Mia amata, qui scorrono i giorni
      come fossero fiumi e la speranza è così lontana.

      Dimmi solo se a Boston ci sarai,
      se si accendono le luci a Newbury Street.

      Era triste Bobby quando lesse il Day By Day.
      Oh il tuo cadeau, Patsy, nel giorno di Natale!

      Nella «Nuova poesia», non c’è un senso compiuto, totale e totalizzante e unidirezionale. Il senso si decostruisce nel mentre che si costruisce. Nella poesia della nuova ontologia estetica, non si dà il senso, come nella poesia della tradizione italiana novecentesca, ma i sensi. Una molteplicità di sensi e di punti di vista. Come in un cristallo, si ha una molteplicità di superfici riflettenti. Non si dà nessuna gerarchia tra le superfici riflettenti e i punti di vista. Si ha disseminazione e moltiplicazione del senso nei sensi. Scopo della scrittura è quello di mettere in evidenza gli scarti, i vuoti, le fratture, le faglie, le discontinuità, le aporie, le strutture ideologiche e attanziali piuttosto che l’unità posticciamente intenzionata da un concetto totalizzante dell’opera d’arte che ha in mente un concetto imperiale di identità.

      La nuova poesia e il nuovo romanzo sono alieni dal concetto di sistema unidirezionale che tutto unifica, che tutto «identifica», e tutto nientifica e riduce ad identità, che tutto inghiotte in un progetto di identità, che tutto plasma a propria immagine, in vista di una rivendicazione dell’Altro e della differenza come grande impensato della tradizione filosofica occidentale.

      In questa accezione, la decostruzione è una conseguenza della riflessione filosofica di Martin Heidegger. Infatti il disegno della seconda sezione di Sein und Zeit (1927) – rimasta alla fase di mera progettazione, per la caratteristica inadeguatezza del linguaggio della metafisica – risuonava come una “distruzione della storia dell’ontologia”, in nome di una ontologia fenomenologica capace di assumere di «lasciar/far vedere il fenomeno per come esso si mostra» (Derrida) – a far luogo da un linguaggio rinnovato alla radice (ripensato), filosoficamente (nell’accezione ordinaria del termine) scandaloso.

  3. antonio sagredo

    “Siete stati pompieri ma la biblioteca in fiamme era forse vuota”
    ——————
    Forse era vuota in fiamme la biblioteca
    Forse in fiamme la biblioteca era vuota
    Forse la biblioteca era in fiamme… vuota?
    Vuota la biblioteca… era in fiamme?
    Era in fiamme vuota la biblioteca… forse?
    Era vuota la biblioteca forse in fiamme

  4. Rileggo questo sonetto in romanesco di

    Sabino Caronia

    A Linguagro’, ma va a magna’ er sapone,
    nun me scoccia’, nun me sta a rompe er cazzo,
    è da ‘na vita che me faccio er mazzo
    pe resta’ sempre er solito fregnone.

    Passi pe quelli che nun so pippette,
    pe Gino Rago, Steven ed Arfredo,
    passi pe tutti, puro pe Sagredo,
    ma che c’entreno mo ste suffraggette.

    Fossi ‘n’omo, vabbè! ma ‘na sciacquetta
    ha da venicce a smove li sbadijj
    a furia de libbracci e paroloni!

    Fili, fili, lavori la carzetta,
    lassi perde de dà boni conzijj,
    abbozzi, e nun ce scocci li cojjoni.

    e dico subito che il sonetto è un genere che non pratico, ma di sonetti ne ho letti tanti e in questo recentissimo di Sabino Caronia sento che la ragione ultima, intima della sua arte non è meno alta dell’arte del Belli, anche se per esecuzione del metro e dello stile qui Sabino Caronia si approssima al Pascarella, più che a Trilussa o allo stesso Belli.

    La stessa ironia, o auto-ironia, che traspare dal sonetto caroniano
    ci avvicina proprio al Cesare Pascarella per la riflessione profonda sull’uomo distribuita, come in Pascarella, sulle due sfaccettature del sorriso sulle labbra ma avendo negli occhi una lacrima, sapendo cogliere nei fatti e nel destino degli uomini nello stesso tempo la parte tragica e la parte comica, con distacco e con passione.

    (gino rago)

  5. Adele Cambria **

    Ragazzi di Sicilia, compagni,
    possibile che questa terrazza
    prua notturna sull’acqua
    vietata alla mia adolescenza
    supina/ribelle
    di donna
    PICCOLOBORGHESE
    MERIDIONALE
    io la conquisti ora con voi
    dopo anni
    e non ho rughe sulla faccia
    compagni
    ma bandiere nel cuore
    e rosse
    squillano finalmente le mie vene
    con voi dopo il comizio
    disadorno
    caparbio
    nello slargo
    tra le case povere di Scilla
    in vista al mare
    e perfino i televisori tacevano
    mentre, con parole, ci andavamo riconoscendo
    di pelle fraterna.
    .
    In AA. VV., La parola elettorale. Viaggio nell’universo politico maschile, Roma, Edizioni delle donne, 1976

    **
    Ad Adele Cambria non piaceva di piacere a molti, le piaceva piacere soltanto ai pochi cui lei piaceva.
    In poche icastiche & fermissime parole la chiarezza di una scelta di campo e di una poetica non soltanto letteraria. Adele mancherà alla umanità pensante e amante.

    (gino rago)

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