L’impiego del polittico nelle poesie di Mario M. Gabriele e Giorgio Linguaglossa. Poesie, Commenti di Gino Rago, Lucio Mayoor Tosi, Nunzia Binetti

Foto selfie e foto varie

Leggiamo due poesie inedite di Mario M. Gabriele da Registro di bordo di prossima pubblicazione con Progetto Cultura di Roma:

Mario M. Gabriele

1

Centrum Palace: Hotel notturno
ci si arrivava in ogni ora del giorno e della notte.

Denise cercava la malinconia di Molière
tra le letterature straniere nella hall.

A Giulia dicemmo di stare alla larga dalle Epifanie
e dai giorni di Palmira.

Nel bonheur du your rimasero i fogli A 4-80
e un pamphlet mai finito.

Ludmilla ama le carezze.
Questa è una città che non ha cuore.

-Cara Evelyn, sto scrivendo un albero genealogico,
ma non ho molti punti di riferimento.

So che mio nonno e i suoi fratelli emigrarono negli Stati Uniti
vivendo chi a Waterbury e chi a Boston.

Se puoi aiutarmi a trovare altri nomi e indirizzi
scrivimi al 98 Copper Lantern Drive- U.S.A.-.

Passarono i trasmigranti dell’aldilà
riconoscendo la via, il numero civico, gli abbaini.

Da tempo sono fuori onda
oltre i tuberi,oltre i vasi di terracotta.

Al Berliner Ensemble tornò Brecht
con musica di Klaus Maria Brandauer.

Una pesante leggerezza si adagiò sul divano
con la psicostasia riportata da Forbes.

2

Convegno alle 20 di sera in Alba Chiara
con i primi workshops.

Weber parlò a lungo degli organismi astratti
e delle idiosincrasie puntando su una nuova Metafisica.

C’erano appunti di Extensions del mese di maggio.
Uno si fece avanti leggendo My Story.

Kriss portò le foto del Muro di Berlino
facendo il meglio di Bresson.

C’è chi ricordò i due Peiniger del III Reich
a caccia del soldato Charlie.

Ha smesso di piovere. Usciamo all’aperto.
Non ci sono le condizioni di attendere l’azzurro.

Prendiamo lo snowboard
per arrivare a Piazza dei Miracoli .

Attacco di venti gelidi dai Balcani
mentre gustiamo infusi di zenzero e curcuma.

L’aeroporto era chiuso.
Ricevo la tua foto con la casa e il barbeque.

Bussano alla porta. -Conrad, vedi chi è?-.
-Nessuno, Signore, sono i cardini che non reggono-.

-Si ricorda di me? Sono Giuditta, la governante dei Conti Mineo,
che prendeva il treno Berlino-Milano.

Erano anni imprevedibili.
Non sembrano che le cose siano cambiate da allora.

-Preferisco lo stile gabardine,-disse ancora Giuditta,
-fino a quando ne ha voglia Nostro Signore di Acapulco-.

Giorgio Linguaglossa

La poesia-polittico io la vedrei come un work in progress della fortune-telling book, un coacervo di bisbidis di quisquilie e di filosofemi, di post-it, di appunti sul recto di cartoline postali, di poscritti su attaches, di appunti persi e poi ritrovati.

«Ciò che preferisco nella cartolina, è che non si sa ciò che è davanti o ciò che sta dietro, qui o là, vicino o lontano, il Platone o il Socrate, recto o verso. Né ciò che importa di più, l’immagine o il testo, e nel testo, il messaggio, la legenda, o l’indirizzo. Qui, nella mia apocalisse da cartolina, ci sono dei nomi propri. S. e p., sull’immagine, e la reversibilità si scatena, diventa folle – te l’avevo detto, la folle sei tu – a legare. Tu travisi in anticipo tutto quello che dico, non ci capisci niente, ma allora niente, niente del tutto, o proprio tutto, che annulli subito, ed io non posso più smettere di parlare.

Si è sbagliato o non so cosa, questo Matthew Paris, sbagliato di nome come di cappello, piazzando quello di Socrate sulla testa di Platone, e viceversa? Sopra i loro cappelli, piuttosto, piatto o puntuto, come un ombrello. In questa immagine c’è qualcosa della gag. Cinema muto, si sono scambiati l’ombrello, il segretario ha preso quello del padrone, il più grande, tu hai sottolineato la maiuscola dell’uno la minuscola dell’altro sormontata ancora da un piccolo punto sulla p. Ne consegue un intrigo di lungo metraggio. Sono sicuro di non capirci niente di questa iconografia, ma ciò non contraddice in me la certezza di aver sempre saputo ciò che essa segretamente racconta (qualche cosa come la nostra storia, almeno, un’enorme sequenza dalla quale la nostra storia può essere dedotta), ciò che capita e che capita di sapere. Un giorno cercherò quel che c’è successo in questo fortune-telling book del XIII, e quando saremo soli, ciò che ci aspetta.
[…]
il racconto letterario è un’elaborazione secondaria e, perciò, una Einkleidung, si tratta della sua parola, una veste formale, un rivestimento, il travestimento di un sogno tipico, del suo contenuto originario e infantile. Il racconto dissimula o maschera la nudità dello Stoff. Come tutti i racconti, come tutte le elaborazioni secondarie, esso vela una nudità.
Ora qual è la natura della nudità che in tal modo ricopre? È la natura della nudità: lo stesso sogno di nudità ed il suo affetto essenziale, il pudore. Poiché la natura della nudità così velata/disvelata è che la nudità non appartiene alla natura e che possiede la propria verità nel pudore.

Il tema nascosto de I vestiti nuovi dell’imperatore [fiaba di Andersen] è il tema nascosto. Ciò che l’Einkleidung formale, letterario, secondario vela e disvela, è il sogno di velamento/disvelamento, l’unità del velo (velamento/disvelamento), del travestimento e della messa a nudo. Tale unità si trova, in una struttura indemagliabile, messa in scena sotto la forma di una nudità e di una veste invisibili, di un tessuto visibili per gli uni, invisibile per gli altri, nudità allo stesso tempo apparente ed esibita. La medesima stoffa nasconde e mostra lo Stoff onirico, vale a dire anche la verità di ciò che è presente senza velo.»1

Se penso a certe figure della mia poesia: il re di Denari, il re di Spade, l’Otto di spade, il Cavaliere di Coppe, Madame Hanska, etc.; se penso a certi ritorni di figure di interni di certe poesie di Donatella Giancaspero o certi personaggi parlanti della poesia di Mario Gabriele che si ritrovano e si rincorrono da un libro all’altro non posso non pensare che tutte queste figure non siano altro che Einkleidung, travisamenti, travestimenti, maschere di una nudità preesistente, di una nudità primaria, della scena primaria, che non può essere descritta o rappresentata se non mediante sempre nuovi travestimenti, travisamenti, maschere, sostituzioni. Si ha qui una vera e propria ipotiposi della messa in scena della nudità primaria fatta con i trucchi di scena propri della messa in scena letteraria. E se questo aspetto è centrale in tutta la nuova ontologia estetica, una ragione dovrà pur esserci.

La verità del testo o il testo della verità? Questo è il problema. Qual è lo statuto di verità che si propone la nuova ontologia estetica? Penso che è da questo statuto di verità della NOE che dipenderà il tipo di scrittura ipoveritativa del discorso poetico. La posta in gioco qui è molto alta, è nientemeno che lo statuto di verità del discorso poetico non più fondato su alcuna manifestazione epifanica o semantica del linguaggio, ma sul suo fondo veritativo, sul fondo veritativo che la psicanalisi freudiana chiama la «scena primaria».

«A voler distinguere la scienza dalla finzione, si sarà infine ricorso al criterio della verità. E a domandarsi “che cos’è la verità”, si tornerà molto presto, al di là dei turni dell’adeguazione o dell’homoiosis, al valore di disvelamento, di rivelazione, di messa a nudo di ciò che è, come è, nel suo essere. Chi pretenderà da allora in poi che I vestiti non mettano in scena la verità stessa? la possibilità del vero come messa a nudo? e messa a nudo del re, del maestro, del padre, dei soggetti? E se l’imbarazzo della messa a nudo avesse qualche cosa a che vedere con la donna o con la castrazione, la figura del re interpreterebbe in questo caso tutti i ruoli.
Una “letteratura” può, dunque, produrre, mettere in scena e davanti a qualcosa come la verità. È dunque più potente della verità di cui è capace. Una “letteratura” simile si lascia leggere, interrogare, anzi decifrare a partire da schemi psicoanalitici che siano di competenza di ciò che essa produce da sé? La messa a nudo della messa a nudo, come la propone Freud, la messa a nudo del motivo della nudità così come sarebbe secondariamente elaborato o mascherato (eingekleidet) dal racconto di Andersen…».2

1] J. Derrida, op. cit. p. 39
2] Ibidem p. 414

*
Acutamente Lucio Mayoor Tosi dice che con il distico sembra che i versi vengano ad «incasellarsi», ed è vero, penso che il distico imponga, inconsciamente e consciamente una ferrea disciplina all’autore; richieda un cambio di passo (ecco perché ho inserito le immagini di gambe femminili che camminano con una andatura elegante e ritmica). Ecco il punto: il passo e il cambio di passo. Una poesia che non abbia in sé questo «passo» e questo «cambio di passo», è una poesia polifrastica generica come se ne legge a miliardi di esemplari. È il passo che detta il ritmo, e il ritmo detta il tipo di versificazione, non viceversa.
Prima viene il «soggetto polittico», bisogna lavorare sul «soggetto molteplice e moltiplicato», e solo in un secondo momento si potrà adire alla «poesia polittico», se è vero che la crisi del logos è la crisi del soggetto, è da qui che bisogna ripartire, è questo il luogo su cui occorre lavorare.
Per quanto riguarda il «polittico», poiché qualcuno sussurra che si tratti di un espediente di carattere sperimentale, dico questo: che ha completamente frainteso la ragione profonda del «polittico», cosa difficilissima a farsi, molto ma molto più agevole è fare una filastrocca basata sull’io e sulle sue ubbie; lì tutto è facile, basta mettere in riga qualche battuta di spirito… ma questa non è, ovviamente, poesia, sono chiacchiere.

Lucio Mayoor Tosi

Esserci e perdersi vanno di pari passo. E il logos abita il divenire, che è divenire tempo. Nel divenire, «Madame Hanska scrive una lettera al suo amante» (…) «ho tanto da dirti, / ma tutto dovrà stare qui nello spazio di questa / cartolina…». Il destinatario leggerà come districando una ragnatela; tutto sta nel fare in modo che i fili siano argentati, e/o conduttori di energia, perché l’essere non è oltre il pensare, l’ente, ma è il pensare stesso. Mentre Heidegger pensava l’ente, l’ente se ne stava pensato in quella strana maniera, propria di Heidegger.

Giorgio Linguaglossa

La «struttura a polittico» è, di fatto, una struttura circolare. Se esaminiamo il primo verso della mia poesia polittico, c’è scritto:

Madame Hanska scrive una lettera al suo amante,
Albert Montgomery…

Quindi, si tratta di una lettera che Madame Hanska scrive ad un suo amante usato per tradirlo, trafugare dei segreti militari per passarli poi ai tedeschi. Penso che la poesia narri, con le categorie lacaniane, la struttura della fuga del significante dal significato e del significato dal significante (lo spostamento del segreto da una parte all’altra dei contendenti esemplifica come la trasmissione di un messaggio equivale alla trasmissione di un significante da un referente all’altro, da un ambito all’altro). Infatti, il primo verso dell’ultima strofa capovolge l’account, ribalta i piani immaginativi e simbolici, sarà un altro amante di Hanska, il principe di Homburg a scrivere una lettera a lei indirizzata:

Adesso è il suo amante, il principe di Homburg,
che scrive una lettera…

E qui il cerchio si chude. Hanska è il significato dei due significanti (dei due amanti); Hanska, come soggetto significato, è il prodotto della collisione divergenza dei due significanti (dei due amanti); e la storia, o meglio le storie che si incapsulano e si incasellano l’una dentro l’altra, o meglio, l’una fuori dell’altra, (assume) assumono la veste del significante che indica sempre qualcosa d’altro in quanto la legge del significante è che «manque à sa place», manca di un luogo, ed è costretto a peregrinare da un luogo ad un altro, da una storia ad un’altra alla ricerca di un significato-senso.
La poesia-polittico è dunque una costruzione complessa ma niente affatto gratuita.
Lucio Mayoor Tosi
Oh oh, avevo ben capito che Madame Hanska era di filo argentato (e conduttore, soggetto e fonte di energia). Ma ora che comprendo l’architettura della ragnatela, del componimento – sulla poesia non discuto, figure alate e cavalieri piacciono anche a me; e il valore umano, diciamo pure terrestre, il pathos – ora, con la giusta distanza, anche questa cinematografia complessa, il polittico, mi diventa trailer di lungometraggio (di nostra poesia, in quanto trailer è frammento di). Beh, non vedo come si possa scrivere diversamente, se non abbandonando il secolo appena trascorso e le sue macerie.

Ad un cenno della contessa Popescu

Un’aria perlata in un bosco di cedri.
Giardino. La musa Calliope suona il flauto mentre Clio

avvicina il volto alla rosa. In lontananza,
un peristilio ad arco nella campagna romana.

All’improvviso, fa il suo ingresso trionfale la bellissima
Achamoth con le ali nere e le giarrettiere.

Ad un cenno della contessa Popescu
risuona un’aria flautata.

Un pastorello raffigurato nell’orologio meccanico che la bisnonna
ha donato a mio padre.

[…]

Dupin ha rimesso la lettera al suo posto,
sulla scrivania. La Regina è salva, Dio salvi la Regina.

Anche il Re è salvo. God save the King.
La lettera è giunta a destinazione, è tornata al mittente.

Mio padre scrive una lettera dal fronte a mia madre:
«Dalla Russia con amore. Tornerò presto».

Madame Hanska tesse con il filo argentato la tela.
C’è una scucitura, però. È qui, caro Lucio, ma lei non lo sa.

Il bocchino d’avorio con l’anello d’oro, la cipria nel portacipria,
la matita per gli occhi, il rossetto…

Qui c’è uno strappo, una lacerazione…

[…]

Il musicante da trivio ha richiuso il flauto nella custodia,
si soffia il naso, si siede al tavolino del sotoportego,

ordina un Campari. Dei nani strimpellano mandolini,
Behemot saltella sulle zampe posteriori.

È scesa la notte, i camerieri ripiegano le tovaglie, tolgono le stoviglie.
La festa è finita. Gli avventori se ne vanno.

L’andatura atetica della «nuova poesia» è fatta di vacillamenti, di zoppicamenti, di passi all’indietro (ma dove?); un passo in avanti e due all’indietro. Si va per passi laterali, per tentativi, per scorciatoie, per smottamenti laterali, e ribaltamenti e ritrosie, per tracciamenti di sentieri che si rivelano Umweg e ritracciamenti all’indietro, di lato… È che non essendoci più una fondazione sulla quale fondare il discorso poetico, anch’esso se ne va ramengo, senza un mittente e senza un destinatario, contando unicamente sulla destinazione: si invia, si destina qualcosa a qualcuno pur sapendo che non giungerà nulla a nessuno, la destinazione è priva di destino, si vive alla giornata seguendo il Principio di Piacere del Principio Postale, la spedizione della cartolina, delle cartoline è un in sé privo del sé, una destinazione priva di destino.

Il «polittico» si presenta come una sommatoria di cartoline, di invii, di rinvii, di post-it, di scripta improvvisati. Si tratta di un meccanismo di invii e di tracciati destinati allo sviamento e all’evitamento, dove il messaggio, che reca impresso il desiderio, la pulsione, non arriva mai a destinazione in quanto per definizione freudiana inibito alla meta, e il Principio di Piacere che ha prodotto il desiderio approda infine al Principio di Realtà. E così facendo perpetua il meccanismo di riproduzione del capitale del piacere non ottenuto mediante la riproduzione del piacere in piacere sublimato, piacere tras-posto, tras-ferito.

Gino Rago

L’immagine-pensiero nei versi di Giorgio Linguaglossa fotografo-poeta

Mi soffermo emotivamente, prima, e analiticamente, dopo, su questi cinque distici di Giorgio Linguaglossa

“[…]
Persone in casacca gialla e pantaloni bleu
giocano a golf.

Una pallina bianca rotola di qua e di là.
Un valletto percuote il gong.

Una folla tra la ghiaia, il prato verde e lo specchio.
Un pappagallo verde. Un orologio giallo.

Hockey in casacche striate, pantaloni bleu.
Palline bianche che rotolano sul tappeto verde

di qua e di là.
Giocatori di golf impugnano il bastone da golf.”

Potrei fare tranquillamente mie queste parole di Michelangelo Antonioni:

«Per maestri ho avuto i miei occhi».

Perché?
Per il motivo semplice che in questi dieci versi distribuiti in cinque distici l’amico Linguaglossa indossa i vestiti del fotografo e, in pochi scatti, cristallizza nel tempo e nello spazio frammenti antropologicamente definiti di storia e di geografia da consegnare alla eternità.

Mai come in questi cinque distici il poeta assume i connotati del fotografo; ma non fa fotografie in bianco e nero, fa fotografie a colori per de-drammatizzare l’intero scenario in cui il fotografo-poeta si colloca e si avvale di una tavolozza essenziale di appena 4 colori: il giallo di una casacca e di un orologio, il bianco della pallina da golf, il verde di un prato-tappeto e di un pappagallo, il bleu dei pantaloni…

Con questi 4 colori il poeta-fotografo Giorgio Linguaglossa riconduce l’arte della fotografia al suo etimo originario: foto-grafia, vale a dire «scrivere con la luce». E quali sono i luoghi poetici autentici di questi 5 distici se non la luce e il tempo, anche se il poeta non li nomina?
Ancora in tanti si chiedono:«Ma la fotografia è un’arte?».
La risposta è che la fotografia è forse addirittura più che un’arte se qualcuno ha detto che la fotografia è quel fenomeno solare in cui il poeta-fotografo collabora strettamente con il sole e con il tempo.

Ma perché ho interpretato questi 10 versi spalmati in 5 distici paragonando il poeta al fotografo?

Perché in questi versi Giorgio Linguaglossa si concentra sulla preminenza delle immagini, che qui si fanno più vere della stessa vita reale, immagini da sottrarre alla tirannia del tempo, il tempo delle luci e delle emozioni, degli uomini e delle cose, il tempo che scivola via tra le dita del fotografo-poeta.

La preminenza della immagine rivelata e rilevata in questi cinque distici che insieme stiamo analizzando è direi, come succede in tutti gli altri polittici di Linguaglossa, per il fotografo-poeta il suggello dei due grandi protagonisti di ogni foto-distico poetico:
il tempo e la luce, i due fattori imprescindibili del nuovo corso della poesia del «soggetto-polittico» i quali proprio quando vengono cristallizzati nella immagine fanno di questa, ricordando Emo, il luogo poetico, unico, nel quale si fondono «Ifigenia e Fenice» nell’attimo propizio, nell’attimo favorevole alla epifania che il poeta-fotografo coglie con il suo gesto estetico.
È il miracolo dell’attimo. Ed è l’attimo che forse può salvarci …

Nunzia Binetti

Sono favorevole ad una poesia – polittico, perché nuova e , come dice Gino Rago capace di ben cogliere l’attimo, ma temo che possa, alla fine, risultare quasi algida. Marina Petrillo ha arginato molto bene questo rischio. Non so se mi sbaglio.

Gin Rago

L’inedito che riporto da cui ho estratto i 5 rigorosi distici cui mi sono analiticamente accostato nel commento precedente a questo è stato proposto il 19 aprile 2019 su L’Ombra…

Giorgio Linguaglossa

Giocatori di golf impugnano il bastone da golf
Un prato verde. Persone in tweed fumo di Londra

camminano in fila,
si tengono stretti alle spalle di chi precede.

« …….»
Avenarius suona il campanello di casa Cogito,
ha litigato con il Signor Retro.

Il Signor Google fuma un sigaro di Sesto Empirico
e il filosofo va su tutte le furie.

Persone in casacca gialla e pantaloni bleu giocano a golf,
giocano a golf.

Una pallina bianca rotola di qua e di là.
Un valletto percuote il gong.

Una folla tra la ghiaia, il prato verde e lo specchio.
Un pappagallo verde. Un orologio giallo.

Hockey in casacche striate, pantaloni bleu.
Palline bianche che rotolano sul tappeto verde

di qua e di là.
Giocatori di golf impugnano il bastone da golf.

20 commenti

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20 risposte a “L’impiego del polittico nelle poesie di Mario M. Gabriele e Giorgio Linguaglossa. Poesie, Commenti di Gino Rago, Lucio Mayoor Tosi, Nunzia Binetti

  1. Se leggiamo una poesia di Mario Gabriele ci rendiamo conto che si tratta di fraseologie, spezzoni di dialoghi intersoggettivi tra un mittente, un destinatario e un terzo (che è l’occhio del lettore). La parola aspetta sempre di essere validata (autenticata) dall’Altro; è questa autenticazione che rende adeguata la parola a se stessa, la rende significante, e non l’oggetto; o meglio, l’oggetto viene identificato per il mezzo dell’Altro che convalida e autentica la parola come proveniente da un soggetto e diretta ad un oggetto. La parola è un atto, e in quanto tale presuppone un soggetto, il quale a sua volta per essere validato deve presupporre l’autenticazione dell’Altro.

    La poesia di Gabriele, la struttura frastica impiegata in realtà vive in una gabbia sintattica che rende manifesto come la comunicazione sia semplicemente una finzione, un allestimento del discorso tra interlocutori estranei ed estraniati e che da questa gabbia non sia possibile sortire fuori in nessun modo.

    Il messaggio ritornerà dall’Altro al mittente locutore sì, ma in forma invertita, con un segno meno. E così via.

  2. Mario M. Gabriele

    Tutti abbiamo contribuito a togliere le barre di confine alla poesia degli ultimi decenni del secolo scorso. Qui mi piace ricordare alcuni Autori che si sono messi in prima linea a formalizzare una poesia nuova, come Lucio Mayoor Tosi, Giorgio Linguaglossa, Gino Rago,Donatella Giancaspero, con un tratto linguistico tutto personale, Letizia Leone, Edith Dzieduszycka, Steven Grieco, e poi Chiara Catapano, Carlo Livia, Giuseppe Talia ecc. chiedendo scusa per gli altri nomi non citati e. comunque, sempre rientranti in un laboratorio di attiva professionalità.

    Considerare questi Autori autentici”disertori” della poesia storica, mi sembra azzardato. La loro spinta al rinnovamento nasce come esigenza del termine heideggeriano “Irfaran”, ossia : viaggiare, percorrere, attraversare, esplorare. Trattasi di un viaggio per trovare una via al lungo peregrinare di una poesia rimasta nel 900 dietro a strutture semiliquide.
    La nuova ontologia estetica nasce come ribaltamento della stasi,come tutte le cose che non si trasformano restando semplici Icone. Ogni giorno Linguaglossa propone versi che, ad una prima lettura, presentano avanzamenti estetici molto sorprendenti.

    A volte, alcuni testi hanno bisogno di maggiore attenzione nella versificazione; ma è un dettaglio che ogni autore può gestire, revisionando le proprie poesie. La NOE nasce dalla forza del pensare, e dalla necessità di andare verso una autenticità originaria.C’è chi pone dei dubbi, e chi si abitua alla lettura, ma trova un clima di freddo polare.Credo che con questi nostri testi, si siano apportate delle novità tecniche. con il polittico, la peritropé, il distico e il frammento.

    A pensare bene, essi sono gli unici eventi straordinari nella realizzazione di una pratica linguistica intraducibile per chi è abituato a certi schemi già omologati. L’essenzialità del dire, la sintesi fonometrica, la disgiunzione tra un verso e un altro, lo scandalo della riducibilità del pensiero poetico, e ogni altra riappropriazione estetica, con un lungo elenco di minutaglie di vario genere, fanno da supporto ad una trasmissione del pensiero a scatto neuronale. E’, in altre parole, l’azione del pensiero che muove il senso dell’Essere. Agitare allarmismi, circa la fine della poesia, non serve a nessuno.

    Osserva Edoardo Boncinelli, che il vero centro motore di ogni essere, è la mente suddivisa in due settori: quello del pensiero e quello della fantasia. Da ciò può nascere nell’Arte e nella Scienza ogni cosa, per un bene comune senza barriere di vario genere.

    “Il linguaggio” scrive Heidegger,” è la casa del’Essere e la dimora dell’Uomo” Se dimostriamo che i due termini sono divergenti, allora il viaggio del pensiero diventa un non Essere.e ogni cosa finisce in un tragico destino di morte.

  3. Ho riletto queste poesie facendo un esercizio, mi sono messo nei panni di chi per tutta la vita ha scritto e scrive come i nipotini della suola milanese o come i nipotini del truismario romano. Ecco, da punto di vista dei panni della poesia uninominale e pronominale, queste poesie di Mario Gabriele e mie sembrano sortire fuori dall’Albergo a tre stelle popolato da marziani. Questi poveri letterati non riuscirebbero a capire niente della folgorante novità della impostazione e della esecuzione della nuova poesia qui presentata, si ritrarrebbero offesi e proconsolati dal dirompere delle novità poetiche presenti in queste poesie. Ma si tratta di novità che presuppongono quaranta e passa anni di ricerche, visto che il primo libro di Gabriele data 1972 e il mio 1992, ma solo perché non avevo ritenuto di dover pubblicare prima opere non mature.

    Resta il fatto che per quaranta anni la poesia italiana è rimasta presso ché immobile. Era assai problematico produrre opere nuove perché i tempi non erano maturi. Non che i tempi siano oggi più permissivi di quaranta anni fa, ma è che a distanza di quaranta e cinquanta anni si osserva il panorama del passato con maggiore distacco e anche con maggiore obiettività.

  4. Nunzia Binetti

    Ho letto con entusiasmo , Giorgio, questo discorso sulla relazione che intercorre nei versi, che hai appena proposto, tra luce e tempo. Sono versi che procedono per fotogrammi istantanei , gradevolissimi. Ho appena ripescato questa mia poesia. Essa probabilmente condensa i concetti che hai sviluppato con estrema chiarezza nella tua nota. La propongo in attesa di eventuali conferme o smentite sulla sua possibile attinenza alle tue argomentazioni . In questi miei versi sono i colori – luce / ombra -a dare un senso al tempo , quasi a cronometrarlo e ad oggettivarlo. Un saluto a te e agli amici di questo ottimo laboratorio.

    Se l’azzurro ha nel suo dentro
    un grammo di viola che distinguo
    stupe-facente anestesia
    è nel verde sottobosco
    (sfacelo, rimessa di morte convessa),
    dove
    qualsiasi volo si spollina
    che ne esco vinta
    tra-secolata, pendolare, come
    da un rientro dagli scavi di Canosa. *

    *Canosa di Puglia, centro ricco di scavi archeologici, limitrofo alla famosa Canne della Battaglia(dove Annibale nel 216 a.C. sconfisse i Romani )

  5. cara Nunzia,
    non so quando tu abbia scritto questa poesia, ma qui vi è un chiaro intendimento di quanto andiamo dicendo e facendo (una benefica influenza della NOE), innanzitutto i colori: l’azzurro, il viola e il verde, rispettivamente al 1°, 2° e 4° verso; al 3° verso invece nella parola «anestesia» si nasconde il bianco dell’anestesia, il colore di tutti i colori. La poesia narra questo trapassare dei colori in altro… Anche la «morte convessa» è una metafora inusitata, che richiama e rafforza lo stato della «anestesia», il biancore che non è detto esplicitamente ma che è alluso e richiamato da tutto il componimento. È il tuo modo originale di procedere, di trattare il linguaggio, con quella insistenza sulla copula è a rafforzare lo statuto del reale, ma invece è vero il contrario, ogni qual volta in una poesia compare la copula il risultato finale è un indebolimento del reale piuttosto che un rafforzamento del reale. È come se tu tentassi di cementare il reale con la copula, quel reale che sfugge da tutte le parti…

    Scrive giustamente Mario Gabriele: «La NOE nasce dalla forza del pensare, e dalla necessità di andare verso una autenticità originaria». La NOE è una poetica fortemente intrisa di intellettualità.

  6. La demitizzazione delle immagini
    […]
    Mario De Rosa e Mauro Pierno demitizzano le immagini,
    con Derrida stabiliscono alleanze,

    incarnano la critica del linguaggio.
    Nelle differenze

    le sfumature della verità.
    […]
    L’entropia della lingua lacerata,
    L’estetica nella materia nuova che si forma

    Max Ernst dal catalogo di Edith Dzieduszycka
    Strati astratti-collage:

    “Se sono le piume a fare il piumaggio
    Non è la colla a fare un collage…”
    […]
    Mario Gabriele e Giorgio Linguaglossa
    sanno che Dio è nel particolare,

    decostruiscono il linguaggio scritto, parlato,
    visivo, pensato…

    Incandescenza o congelamento
    l’immagine non dura in assenza del pensiero.
    […]
    Brodskij non ama Derrida…
    Edith stropiccia fogli di La Pepubblica.

    Il silenzio esplode come apocalisse
    al centro di Via Giulia, alla Galleria André

    (gino rago)

  7. Talìa

    Scrivere per polittico non è facile, non è facile scrivere un buon polittico.
    Di esempi lodevoli la rivista ne è piena: Mario M. Gabriele, Linguaglossa, Rago e Costantina che pare, quest’ultima, muoversi per immagini filmiche, vari ciak assemblati.
    E’ pur vero che speso il risultato è freddo. Ma freddo, poi, per chi?

    E da diversi giorni che il pensiero pensa al polittico. I tentativi sono al momento vani: intendo vana la riuscita di un buon polittico.

  8. Nunzia Binetti

    Concordo con te ,Talìa, scrivere polittico non è facile ed è cosa che richiede esercizio, ma si può fare. Tu, Giorgio, poi, non sbagli nell’attribuirmi l’uso smodato della copula e sugli effetti che ingenera. Il testo da me proposto, risale a qualche anno fa e non escludo di rivisitarlo , magari servendomi del distico. La NOE mi affascina, è un progetto in cui credo , nonostante richieda impegno e lavoro . A tutti un saluto.

  9. Nunzia Binetti

    Ho rielaborato il testo eliminando copula e una deissi. Attendo pareri. Grazie.

    L’azzurro ha nel suo dentro un grammo di viola
    che distinguo -stupe-facente anestesia.

    Nel verde sottobosco (sfacelo, rimessa di morte convessa),
    qualsiasi volo si spollina.

    Ne esco vinta, tra-secolata, pendolare,
    come da un rientro dagli scavi di Canosa.

  10. cara Nunzia,

    già con le eliminazioni della copula e di una deissi il testo se ne è avvantaggiato, è cambiato di sana pianta. È quello che dico da sempre: che il distico ti obbliga a cambiare il modo di pensare e di scrivere che abbiamo introiettato dalla pessima pseudo poesia che, nolente o volente, leggiamo tutti i giorni. Ma si tratta di pessima poesia, pessime fraseologie abusate.

    Il distico è un esercizio di rigore, è una riforma del modo di pensare e del modo di mettere le parole su carta. Se poi dal distico si fa il passo successivo (ma non è strettamente necessario), cioè si passa al «polittico», allora si compie il salto decisivo, il salto in alto intendo, ma ci si deve arrivare per gradi, e ciascuno a proprio modo, seguendo il proprio battito cardiaco e il proprio respiro. Molti ci hanno accusato di fare di tutta l’erba un fascio, di predicare bene le cose che facciamo male, ma io lascio cadere queste accuse perché provengono dal preconcetto di chi dinanzi alle difficoltà della ricerca si ritira nel proprio guscio e va sul sicuro (o almeno crede di andare sul sicuro).

    In realtà, senza ricerca, senza alzare l’asticella delle difficoltà non si va da nessuna parte, si ricade sul noto e sul notorio, si ripercorrono le strade già percorse. E poi, anche in letteratura occorre coraggio, occorre valutare e fronteggiare il rischio del fallimento, dell’insuccesso. Nulla si dà per garantito, nessun risultato è garantito da una cambiale o da un BOT emesso dal governo. Quando leggo le fraseologie della poesia che va di moda oggi mi viene da sorridere per la pochezza e la vacuità di quel registro espressivo. Anche in poesia, come in ogni pratica intellettuale e imprenditoriale, occorre coraggio, ma, se mi guardo attorno, vedo che è proprio la qualità che difetta alle giovani generazioni. Incredibile, siamo molto più coraggiosi noi nati agli inizi degli anni cinquanta che i giovani nati dagli anni settanta in poi.

  11. La demitizzazione delle immagini
    Parerga und Paralipomena
    […]
    Mario De Rosa e Mauro Pierno demitizzano le immagini,
    con Derrida stabiliscono alleanze,

    incarnano la critica del linguaggio.
    Nelle differenze

    le sfumature della verità.
    […]
    L’entropia della lingua lacerata,
    L’estetica nella materia nuova che si forma,

    Max Ernst dal catalogo di Edith Dzieduszycka
    Strati astratti-collage:

    “Se sono le piume a fare il piumaggio
    Non è la colla a fare un collage…”
    […]
    Mario Gabriele e Giorgio Linguaglossa
    sanno che Dio è nel particolare,

    decostruiscono il linguaggio scritto, parlato,
    visivo, pensato…

    Incandescenza o congelamento
    l’immagine non dura in assenza del pensiero.
    […]
    Brodskij non ama Derrida…
    Edith stropiccia fogli di La Pepubblica.

    Il silenzio esplode come apocalisse
    al centro di Via Giulia, alla Galleria André.
    […]
    Achtung! Achtung…! Banditi!
    Stasera alle 21 al Teatro Eliseo.

    Un solo spettacolo.
    Arthur Schopenhauer presenta

    «Parerga und Paralipomena»
    Una poetessa dei Parioli dai tacchi a spillo:

    «Meglio Attanasio-Cavallo vanesio.
    Preferisco la coppia Rascel-Delia Scala»
    […]
    Ready made. Fontana-Urinoir. Smalto.
    Vernici ceramiche su terracotta bianca.

    Provocazione di Marcel Duchamp,
    L’orinatoio al Centre Pompidou.

    «Cosa è l’arte? Ha un ruolo l’artista?»
    La poetica della bellezza in un Urinoir.

    Gabriele a Linguaglossa:
    “I vespasiani a Roma un tempo

    gareggiavano con il Colosseo”
    Franco Manzoni espone scatolette…
    […]
    (gino rago)

  12. Giuseppe Gallo

    Anch’io ho qualche problema ad affrontare di petto “il polittico”. Bisogna essere dei bravi, bravissimi artigiani, della parola, o meglio del “discorso” e del componimento. Comunque, seguo, con piacere l’evolversi della discussione. Questa mia ultima Zona gaming per significare la mia attenzione…

    Zona gaming 9

    …il piacere è tutto bio…
    nella speranza che l’immagine esaurisca il pensiero.

    Scatola vuota e occhi sospesi in alto a dondolo
    per distrarre la morte.

    “Ma lei non sa cos’è un uomo medio?
    È un mostro. Un pericoloso delinquente.

    Conformista! Colonialista! Razzista! Schiavista! *(P.P.Pasolini)
    Bisogna danzare per accedere all’inganno.

    Zona gaming
    …configurazione in corso…

    Cosa dirò agli altri? È da ieri che ti cerco!
    Nell’erba nera e dietro le saracinesche.

    Alla fine di ogni urlo: andata e ritorno. Andata e ritorno.
    Finché la metafora non crepa…

    Dai giacigli degli stagni sui nostri corpi i tuffi delle rane.
    E la carne di acqua, immobile, senza stupori di superficie.

    Zona gaming
    Ciò che manca è il final blow.

    Avendo sempre voluto vedere la vita…
    ora assistiamo a fatti di morte.

    Non c’è più diversità.
    E nessuno è al di là dei fiori e delle loro farfalle.

    Con affetto, Elisa. Con amore, Mary.
    Con una strisciata di rabbia, Giorgio.

    L’orizzonte fra una pagina e l’altra
    ignorando “quello che va e quello che non va..” (A. Onofri)

    Zona gaming
    …ho la tastiera a pezzi… (Nunzia Binetti, 6/05/2019)

    • caro Giuseppe Gallo,

      il segreto della NOE è molto semplice: io è un po’ di tempo che sto rivedendo mie vecchie poesie e continuo a cancellare verbi e aggettivi… il segreto è nel cancellare questi due elementi. Non ce n’è alcun bisogno. Anzi, proporrei a tutti un esercizio sulle proprie poesie, di scriverne una versione cancellando il 95% dei verbi e degli aggettivi…

  13. Antonio Sagredo mi ha inviato questo stralcio di uno scritto comparso su Le parole e le cose, credo. È interessante perché denota il fatto che qualcuno ha sbirciato qui nell’Ombra delle Parole e si è trovato di fronte a dei marziani, quelli della nuova ontologia estetica :

    Il poetico invece della poesia 2019

    http://www.leparoleelecose.it/?p=35516

    https://poesiafutura.wordpress.com/2019/05/01/il-poetico-invece-della-poesia-2019/

    http://www.leparoleelecose.it/?p=34560

    Le Parole e Le Cose versione 1 ha in effetti ricollocato la competenza specialistica in cima, a mo’ di classe col professore dietro la cattedra ed i banchetti in fila zitti ad ascoltare, travasando in rete parte della cultura scritta negli anni Dieci per la carta e da li’ espulsa, devitalizzando di conseguenza la partecipazione della classe fino ad estinguerla. Ha in sostanza subito il mezzo piu’ che cavalcarlo come fece Nazione Indiana, motivo per cui la vivacita’ si e’ trasferita sui social, anche per narcisismo ma essenzialmente come playground. La pretesa fondativa del tecnico competente abilitato a parlare rispetto all’onesto incompetente che deve solo ascoltare, oggi divenuta identita’ politica e sociale di massa, non ha aiutato ad indagare perche’ tanti competenti, seppur meglio equipaggiati degli incompetenti, sbaglino puntualmente le previsioni sul futuro esattamente come questi ultimi. Probabilmente il settarismo e la malafede bilanciano verso il basso la competenza, cosi’ come l’onesta’ bilancia verso l’alto l’incompetenza, facendo pari e patta nei fallimenti predittivi? Anche dal punto di vista teorico, il contributo vitalistico e’ stato qui marginale, anzi anti-vitalistico proprio nella visione di Mazzoni e repressivo in quella di Simonetti. Nazione Indiana si chiuse sostanzialmente con la farsa a tavolino del New Italian Epic ed il miglior contributo teorico-letterario internettiano degli ultimi tempi arrivi dalla Nuova Ontologia Estetica di Giorgio Linguaglossa & sodali su L’Ombra delle Parole, un blog di vecchi che ha progressivamente affinato e reso presentabile la frustrazione mentre qui infuriavano Erinni e si proponevano come novita’ epigoni trentenni e quarantenni di epigoni cinquantenni e sessantenni, tutti ancora fermi al 1975 ed immersi nel rimpianto nostalgico. Siete stati pompieri ma la biblioteca in fiamme era forse vuota, i libri erano stati trafugati e portati altrove mentre qui si discuteva cenere?

    • caro Giuseppe Conrnacchia,
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/05/07/limpiego-del-polittico-nelle-poesie-di-mario-m-gabriele-e-giorgio-linguaglossa-poesie-commenti-di-gino-rago-lucio-mayoor-tosi-nunzia-binetti/comment-page-1/#comment-56955
      Le parole e le cose nasce con il proposito di impartire delle lezioni di letteratura e altro da una cattedra, dove ovviamente i cattedratici sono loro, i possessori della cultura alta, i sacerdoti culturali, i quali si concedono al pubblico della rete internet per educarlo ed emanciparlo alla cultura d’élite. Impostazione tipica di una supernicchia culturale che intende la cultura come Verbo da non mettere in discussione e come Autenticità della lezione impartita agli sprovveduti della rete. Le conseguenze di questa impostazione sono state ovvie: l’esaurirsi di una esperienza fallimentare, quella supernicchia si è rivelata una scatola vuota dove non soltanto le previsioni sul «futuro» erano saccenti ed erronee, ma anche le diagnosi sul presente e il passato culturale erano stantie e accademiche, prive di alcuna capacità di elaborare una piattaforma di pensiero critico alternativo a quella elaborata nelle accademie e negli uffici stampa degli editori maggiori.

      L’unica volta che il blog si è trovato di fronte ad un intervento critico che non rientrava nei suoi schemi (un mio commento di alcuni anni fa nel quale sollevavo una domanda di metodologia critica), la discussione si è infilata subito in un tunnel di muro contro muro, il blog, nella persona della signora Claudia Crocco si è dichiarata altezzosamente non disponibile a fornire alcuna spiegazione sulle questioni che avevo sollevato. La discussione che ne è seguita tra lo scrivente e gli avvocati d’ufficio della Crocco è andata a finire in un insulto rivolto alla mia persona con conseguente mandato da parte mia al mio legale di fiducia per procedere a querela avverso le offese ricevute ai sensi dell’articolo del codice penale per il reato di diffamazione a mezzo stampa.

      Esempio probante della incapacità culturale del blog di sostenere una discussione di livello critico elevato quando si profilava un interlocutore capace di mostrare le contraddizioni e le debolezze della impostazione culturale arroccata su una dogmatica intangibilità e superiorità di principio.

      Un’altra volta, ho sollevato alcune problematiche circa la poesia di Mario Benedetti; anche in quella occasione il blog decise di chiudere unilateralmente la discussione che stava prendendo, a parere della direzione del blog, una direzione che non aveva preventivato.

      Questo per dire della incapacità culturale e non volontà da parte della direzione del blog a sostenere una discussione su una posizione di pari dignità intellettuale, sulla presupposizione del dogma della superiorità della cultura di cui i suoi detentori si ritenevano possessori esclusivi e intangibili.

      La posizione dell’Ombra delle Parole è tutt’altra, è un luogo di ricerca letteraria e filosofica e di libero confronto intellettuale, e sicuramente la rivista si è sempre resa disponibile a fornire ampia delucidazione delle proprie posizioni a chiunque le abbia rivolto delle questioni o considerazioni.

  14. annaventura36@hotmail.com

    MI piace tanto, questa frase:”Siete stati pompieri ma la biblioteca in fiamme era forse vuota “Mi fa pensare a questo nostro continuo correre dietro alle parole,come il criceto intorno alla sua ruota:un lavoro apparentemente inutile, eppure importantissimo.Non sottovalutiamo il dono della parola,che distingue l’uomo tra tutte le creature della terra.Come tutti i doni, la parola nasconde più di un pericolo, Perciò dobbiamo conoscerla a fondo,meditare sulle possibilità varie che offre; è un delta immenso, ma navigarci dentro può essere esaltante.

  15. Sì, cara Anna Ventura, il pezzo, brillante, è di Giuseppe Cornacchia, un autore di talento (dire poeta è quasi un misfatto). Bella la sua definizione di «Siete stati pompieri ma la biblioteca in fiamme era forse vuota».

    È proprio così, forse ci stiamo affannando a gettare acqua sulla Biblioteca in fiamme, senza renderci conto che forse era vuota, ci sono rimasti solo gli scaffali vuoti…

  16. Alfonso Cataldi

    Ricordo un giorno la domanda di Giorgio a Mario Gabriele su come nascono le sue poesie, ma non ricordo se c’è stata una risposta. Ancora oggi mi chiedo dove Mario pesca questa fantasmagoria di personaggi e situazioni che s’incastrano, si fanno lo sgambetto, si fanno l’occhiolino. Leggo questi testi con gli stessi occhi di mia figlia di fronte a un film di Harry Potter.

  17. “È il miracolo dell’attimo. Ed è l’attimo che forse può salvarci …”
    GRAZIE Gino.

    Si avverano inavvertiti i sogni
    in una Dolly resofonica.

    Più fermi di una pecora immobile
    che bruca avida e pacifica.

    Rielaborazione odierna del 2014
    https://ridondanze.wordpress.com/2014/03/25/ridondanze-30

    Grazie OMBRA

  18. APPUNTI SU UNA CAPINERA E SU UN MICROSCOPIO

    Bisogna togliere gli abiti da lavoro
    e quelli da sbarco in un altro continente.

    L’essenza muove i passi
    non ama l’inquadratura.

    Il geco depone gli abiti del diluvio
    lillà nelle forze di soccorso.

    Pensare domani
    un elettrone intorno ad oggi.

    L’ailanto affila le punte
    farà in tempo a frustare Gesù.

    ***

    Il nido è fermo.
    La madre ha gioia incalcolabile

    dalla materia oscura un gatto al giorno.

    Miagola la luce tra le betoniere.
    Rosso scende dagli steli.

    ***

    Una capinera eccita la Magnani
    ma senza colpi di mitraglia

    la linfa torna nel terreno
    le vene perdono mercurio

    la mano della gru saluta i caduti

    ***

    Le teorie incrociano le braccia.
    Strike alla stazione XI.

    Bisogna essere una capinera
    Alla velocità di un buco.

    I figli non amano il pensiero
    quando uomini e dei s’inchiodano a vicenda.

    Il passato anima lo specchio
    Trema il futuro al pensiero XII.

    Woodstock tra fili d’erba.
    La prassi rompe il tempio.

    ***

    Il Dio di domani, quello di oggi
    cambierà anche il passato?

    (Francesco Paolo Intini)

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