La Poesia-polittico, Franco Intini, Gino Rago, Un dialogo in distici a distanza, Poesie di Mauro Pierno, Marina Petrillo, Commenti di Lucio Mayoor Tosi, Giorgio Linguaglossa, Giuseppe Gallo, Anna Ventura, Franco Intini

«5 giugno 1977. 

Vorrei scriverti, così semplicemente, così semplicemente. Senza che mai niente interrompa l’attenzione, a parte unicamente la tua, e ancora, cancellando tutti i tratti, anche i più inapparenti, quelli che marcano il tono, o l’appartenenza ad un genere (la lettera per esempio, o la cartolina), affinché la lingua rimanga segreta all’evidenza, come se essa si inventasse ad ogni passo, come se bruciasse all’istante, non appena un terzo vi mettesse gli occhi (a proposito, quand’è che accetterai di bruciare realmente tutto ciò, noi stessi?). È un po’ per banalizzare la cifra dell’unica tragedia che preferisco le cartoline, cent cartoline o riproduzioni nella stessa busta, piuttosto che una sola “vera” lettera.»1]

1] J. Derrida, trad. it. La carte postale, Mimesis, 2015, p. 37

Un esempio di una mia «poesia-polittico»:

bello angelo androgino

Albert scrive una cartolina alla sua amante/ sul retro c’è un angelo femmina con ali nere e giarrettiere/ che si volta verso il passato

Giorgio Linguaglossa

La lettera scarlatta

Madame Hanska scrive una lettera al suo amante,
Albert Montgomery tra le file degli inglesi. E passa ai tedeschi le notizie.

C’è scritto che ha disonorato la sua esistenza,
che lo detesta, lo odia…

Sigulla ha trovato il cofanetto dei bottoni
di madreperla della sua infanzia

nascosto in un pertugio della libreria di quercia
proprio dietro l’abbecedario. Ed è felice.

«Se ne può parlare – dice – là, dietro il sipario
c’è il Dieci di spade in attesa».

[…]

Albert scrive una cartolina alla sua amante
sul retro c’è un angelo femmina con ali nere e giarrettiere

che si volta verso il passato… Le scrive: «mia cara,
ho tanto da dirti, ma tutto è niente, più di tutto,

meno di niente – dirti tutto quello che ho, quello che non ho,
quello che forse avrò, e non avrò… tu sola, nuda…

con le ali nere dietro le spalle… ho tanto da dirti,
ma tutto dovrà stare qui nello spazio di questa

cartolina…»

[…]

Sigmund ha messo su una bottega delle bambole,
ripara occhi di madreperla, sottovesti ricamate, paltò.

Andrea recita il ruolo dell’androgino,
è diventato l’Otto di spade, indossa i pantaloni da cavallerizza

mentre il cavaliere di coppe smonta da cavallo,
assume le vesti di un umile fante…

[…]

Nietzsche si innamora di Andrea, diventa pazzo,
si trasferisce a Torino con una sua controfigura muliebre…

È che nel frattempo Hanska sbaglia destinatario,
la lettera la riceve un bellimbusto che la getta nel cestino

delle immondizie di via Gaspare Gozzi in Roma
dove abita lo scrivente che redige questa nota

il quale la recupera, la salva dalla pattumiera e la spedisce
al mittente, ma trent’anni dopo quando si è perduta

finanche la memoria di quell’amore infelice.

[…]

Adesso è il suo amante, il principe di Homburg,
che scrive una lettera ma ha perso l’indirizzo di Madame Hanska

la quale ha stabile dimora presso la casa di cura Villa Margherita,
ha dimenticato il suo amore e le ragioni del suo odio,

e finanche il proprio nome, non sa più chi sia
o non sia, o se mai sia stata…

gif tacchi a spillo single

Col nulla./ Con tre prese ben assestate,/ la terza al collo.

Mauro Pierno

Col nulla.
Con tre prese ben assestate,

la terza al collo.
Al limitare della stagione. Tra osso e osso.

Una recensione secca.
Una cravatta in tinta

fuoriuscita dal comò. Quella lingua mostrata
su i gradini di un altare, tra l’incedere

di una fessura cupa. La tortora dal verso fragile,
due gocce che di soprassalto

riconciamo a rigare,
il portellone di un auto

con un portabagagli
ancora più grande.

*

Franco Intini-Gino Rago
Dialogo in distici a distanza

Franco Intini

“Caro Rago
Nello studio di un tizio che conosco

apparve improvvisa una scritta:
“il dottore dalla mano tremante scrisse una ricetta che nessuno

sa decifrare ma la calligrafia si riconosce…”
Un verso di Tranströmer

incise la Tavola periodica
-Ogni chimico ne ha una appesa alle spalle

Il suo crocifisso-
Irruzione credo o entanglement nella sua vita

che si svolgeva altrove.
Era l’agave che cresceva sulla Murgia

o quella sincrona sul lungomare di Bari?
Il mio amico si chiedeva cosa c’entrasse

Mendeleev con Hegel.
Né l’uno né l’altro avevano mai sentito parlare di protoni

In quanto a proprietà invece
La pistola della legge dice il primo

Ma si potrebbe giurare sul secondo.”
[…]

Note: in cantina gira e rigira l’elettrone. Nel piccolo anello rimugina il protone. Sul letto di gelo assoluto si ascolta il suo gemito. La Boxe è vietata, non è ammesso lo scontro tra cani, galli, gladiatori, luci. Si scommette però. La probabilità è di casa. Si giura sul successo di vedere uno spettro. Quelli che giravano per l’Europa nessuno più li accelera e giacciono pesanti ai margini delle strade, segnati d’ oblio, di piombo le ossa. Questi invece sono snelli, di mente lucida, parlano in codice che il mio amico intende.

Franco (Intini)

gif tacchi a spillo

«Ma lasciamolo giocare, in fondo che male c’è»/ Insiste Bohr

Gino Rago
(Le parole… Uno sciame di protoni)

“Franco Intini mette in cantina
Il bosone di Higgs.

Con l’entanglement quantistico verso lo Zero assoluto
Un nuovo stato della materia è possibile?

Einstein rimprovera Rutherford e Bohr
per l’azione fantasmatica a distanza.

Non vuole che Dio continui a giocare
Ai dadi con l’universo.

«Ma lasciamolo giocare, in fondo che male c’è»
Insiste Bohr.

Einstein gli lancia un posacenere di latta
O di un metallo pesante in lamine sottili.
[…]
Nell’entanglement quantistico
L’azione su un atomo entangled si riverbera sugli altri…

In un polittico poetico in distici entanglati
L’atto su un verso si propaga su altri versi.

Le parole… Uno sciame di protoni di rubidio.
[…]
“Amleto è morto.”
Ne dà l’annuncio Lorenzo Pompeo dall’Ungheria.

Ma da Cracovia Lorenzo invia a Giorgio Linguaglossa
versi di Ewa Lipska tradotti in italiano.

Virna Lisi e Marlene Dietrich entrano con Kafka
nello studio di Sabino Caronia,

Tre ombre nella consolazione della sera.
Faber Nostrum canta Il Bombarolo…
[…]
Pino Gallo arringa da Roma la Fata Morgana,
Sotto gli affacci di Scilla il mare si fa di olive acerbe.

Pino Talìa porta un Mattia Preti
Da Taverna a Firenze. Botticelli si inchina.

Francesca Dono da Biffi regala bergamotti,
Davanti alla Scala tutti si mettono in fila…

Una poesia di Mauro Pierno sul Corriere della Sera.
[…]
Visioni mistiche a san Francesco a Ripa.
Marina Petrillo davanti a Ludovica Albertoni.

Marmo. Drappeggio. Diaspro. La beata in estasi.
Verso l’altare della cappella

Marina abita parole d’amore.
Un raggio di sole sul marmo.

Le visioni. La tela di Gaulli. La finestra.
Bansky-street-artist: « How the Troian War Ended

I don’t Remember…
Edited by Giorgio Linguaglossa»

Letizia Leone a Mario Gabriele:
«Chelsae Edition. Miracolo.

Bellissima la cover della copertina»
[…]
Nello stencil sul muro a Spaccanapoli
Bansky dice a Benedetto Croce:

«So perché Ludovica è in estasi.
So anche perché ha le visioni … Junk food »

Il Mattino di Napoli in terza pagina:
«Al San Carlo torna Toscanini».

Dal palco al centro del teatro
Wagner evita lo sguardo di Verdi.

Sigfrido o Falstaff? Le Valchirie o Nabucco?
La Tebaldi litiga con la Callas.

Onassis va a letto con Jacqueline Kennedy.
L’isola greca è il centro del mondo.
[…]
Toscanini posa la bacchetta:
«A questo punto muore Liù.

Turandot finisce qui. Pechino è a lutto.
Il cancro alla gola ha ucciso il Maestro».

Creatura che crea nella luce sul mare
Marina Petrillo va incontro a Puccini.

Marina Petrillo

Gino Rago va incontro al mare
[…]

Si spoglia a tratti il mare
del suo profilo assente.

Non un alito di vento spira
tra le frastornate rocce .

Tacciono i bagliori del meriggio perduto
al fascino tardivo di uno sguardo.

Una foglia ondeggia precoce all’estivo viaggio
in sinfonia d’autunno.

A tratti torna a sbiadire una piccola onda
in lieve spumeggiare,

di cui la sparuta tellina, tornata al suo giaciglio,
coglie carezza.

gif due gambe due tacchi

Strano, strano è il polittico. Pare che i versi, piuttosto che darsi con stile, preferiscano incasellarsi

Lucio Mayoor Tosi

Strano, strano è il polittico. Pare che i versi, piuttosto che darsi con stile, preferiscano incasellarsi. E tutto ciò a me arriva freddo; anche se vi è la bizzarria, questo sì, di legare nello spazio bianco dei pixel (carta, addio) passato – immagini e lettere – come in vago ricordo, come (quasi) non-ricordo, e per non dire… Come se invece dello stile si preferisca l’applicazione di un metodo (soggetto-verbo: Onassis va… Toscanini posa… Turandot finisce, ecc.), con poche, ma sentite necessarie, interruzioni, o variazioni – oasi del lettore: ecco siamo alla resa dei conti; che però non arriva.. e chissà quale effetto sortisce nella sua mente, alla lunga. Davvero, non so. Epperò “Marina Petrillo va incontro a Puccini”, che è tutto dire da poeta, diviene un traguardo. Difficile, molto difficile. Bisogna essere buoni e attenti lettori, perché la prima non basta mai: questi a me sembrano casi in cui la lettura, abituata al tradizionale, fallisce. Anche Pierno, in prima lettura si rende enigmistico. Poi no, la stessa poesia… se non vedi non capisci. E questa potrebbe essere la regola.
E io che ieri sera, per distrarmi dagli orrori del vivere, mi davo ai boschi di Hölderlin…

Gino Rago

Fisica quantistica+Musica+Arti Figurative+Cronaca+Storia+Misticismo Barocco+Arti plastiche+Scontro di dive (Lisi-Dietrich) come urto fra Cinecittà e Hollywood+Compressioni ed Espansioni dell’universo+Letteratura+Personaggi-poeti vivi e personaggi-poeti non più vivi+tempi dilatati e tempi compressi+spazi-geografie nell’indefinito e nel familiare+fono-prosodie con al centro immagini+protoni entanglati come parole nell’entenglement+Altro=Polittico (o meglio, tentativo di polittico).
Per ora mi pare il max che si possa chiedere alla Parola di poesia se si vuole, per me, andare più in là e un pò più in alto di dove… osano le quaglie.

Giorgio Linguaglossa

moltissima poesia romano milanese, di Pordenone e Mantova e altre località della villeggiatura poetica disseminate in Italia è una poesia che un tempo si definiva “onesta”, cioè una poesia turistica, si parla del corpo (proprio) delle relazioni amorose, delle relazioni topografiche, di quelle toponomastiche, degli alberi, delle targhe delle automobili, delle gambe della Minetti nel migliore dei casi. Si tratta di una poesia «onesta», nel senso che ciascuno fa quello che può e che crede, ma l’onestà non basta a fare una poesia, così come l’onestà non basta a fare dei politici capaci, come vediamo nei 5Stelle, però è già qualcosa.

Ho scritto a un mio amico che mi aveva inviato una sua raccolta per un parere, che ero imbarazzato, molto, perché si notava che aveva cessato di fare ricerca, e che quello era il suo peggior libro di poesia, e lo sconsigliavo di darlo alle stampe, anzi, lo consigliavo di riprendere seriamente la ricerca espressiva e linguistica. Si trattava di una poesia low cost.

Esemplificando un po’ potremmo dire che c’è una poesia low cost che si può acquistare in ogni buon supermercato dello stile narrativo, in specie in epoche di saldi e compri tre paghi due: abbassando il registro stilistico, lo schema prosodico, espungendo le metafore, le metonimie, le anadiplosi, le catacresi, le anafore etc., desertificando la tradizione, succede che alla poesia non rimanga altro da fare che registrare, come succede in alcuni autori contemporanei, le ubbìe della vita quotidiana: una sorta di cronachismo borderline del tipo: “al mattino quando si alza a mio marito gli puzza l’alito”, oppure una sorta di iperrealismo ingenuo del tipo: “fontana, finestra, albero, mare”.

Si tratta di un vero e proprio deposito di «tecniche» stilistiche a buon mercato ampiamente provate e assimilate dal corpo sociale della piccola comunità letteraria, e in tal senso queste tecniche sono ampiamente leggibili e digeribili. Per il vero, il problema della costruzione di una «nuova» poesia richiede un investimento di pensiero molto più elevato e una gestazione molto più complessa che gli autori del minimalismo e dell’iperrealismo non si sognano neanche nella anticamera del cervello di tentare.

Penso che sia vero quello che scrive Lucio Mayoor Tosi, in questi nostri tentativi poetici sembra che le parole si siano raffreddate e così anche lo stile, non c’è nessuno sbalzo emotivo, non si rinviene alcuno stato emozionale, tutti i testi sono integralmente assorbiti nella linguisticità di uno stile che non concede spazio alcuno ad alcuna emozione. Possiamo dire che la nuova linguisticità ha decapitato la facile emozionalità. Mi sembra un ottimo risultato.

Ecco qui una testimonianza resa da Franco Di Carlo sull’ultimo Progetto poetico di Pasolini, qualche mese prima del suo assassinio. Da quell’anno [1975] la poesia italiana è stata incapace di operare un vero e profondo rinnovamento :

«L’11 Gennaio 1975, in un incontro nella Biblioteca Comunale di Genzano di Roma, Pasolini ci confidò e informò che il suo Progetto filosofico-poetico sarebbe stato quello di dedicarsi totalmente alla poesia (come aveva già fatto tra il ’41 e il ’60), dopo aver completato e realizzato altri due tre films. In realtà, con Trasumanar e organizzar (1971) fino a La nuova gioventù (1975), era già evidente che il Progetto, già ideato e programmato, fin dall’inizio degli anni Sessanta, era giunto ad un punto di non-ritorno: la transumanazione, eternizzazione e “santificazione” (il Mistero) di se stesso in quanto Poeta attraversò la sua Pragmatica Azione e Organizzazione del “Fare Poetico”: per scrivere nuova poesia sarebbe stato necessario il Rinnovamento del Linguaggio Poetico e della Lingua della Poesia, attraverso la mescolanza (alchemica) Plurilinguistica e Pluristilistica di Atti Espressivi e di Stile, secondo l’Esempio il Modello e il Paradigma Dantesco (Divina Mimesis), di provenienza alto-colta, medio-parlata, giornalistica e mass-mediatica: un messaggio e un linguaggio non-chiaro, criptico, ancipite, Ambiguo (“finché è vivo”), che solo con e dopo la morte sarebbe dovuto divenire Espresso, essere esplicito. Con questa strategia “comunicativa” e con questo Codice Espressivo-Formale, tutto da decifrare, Pasolini consegnò i Segni-Segnali-Archetipi dell’unicità e irripetibilità del suo Progetto filosofico-poetico-esistenziale (e con questo noi intendiamo una sua possibile “solitaria avanguardia personale“), ben consapevole ormai della definitiva inesistenza del pubblico della poesia e dell’avvento e sviluppo di un universo orrendo e di una società e politica degradate e in rovina, dove sta già avvenendo la borghesizzazione del proletariato ed anche la proletarizzazione della borghesia, con conseguente omologazione e massificazione antropologica, esistenziale, linguistico-espressiva e culturale.»

gif bella in reggiseno

Bellissima questa espressione,”andar più in là

Anna Ventura

Bellissima questa espressione,”andar più in là, e un po’ più in alto di dove osano le quaglie”. Ci si potrebbe scrivere un racconto, forse anche un romanzo,una autobiografia,un trattatello sulla difficile arte di esistere e di comunicare. Io mi sento come una quaglia a cui le ali sono state tagliate continuamente,ma continuamente sono rinate.

Giuseppe Gallo

Carissimo Giorgio, ciò che Pasolini profetizzava agli inizi degli anni ’60, “avvento e sviluppo di un universo orrendo e di una società e politica degradata e in rovina,… con conseguente omologazione e massificazione antropologica, esistenziale, linguistico-espressiva e culturale” ormai è uno stato di fatto… è in piena fioritura. E ciò non è dovuto tanto alla eliminazione del conflitto di classe quanto, piuttosto, all’apparizione sulla scena sociale di un nuovo soggetto antropologico: l’uomo medio! Che non significa uomo di mezzo, o uomo portato alla mediazione e alla tolleranza di qualsiasi genere… tutt’altro! Ecco quanto scriveva Pasolini: “Ma lei non sa cos’è un uomo medio? È un mostro. Un pericoloso delinquente. Conformista! Colonialista! Razzista!” (P.P.Pasolini, “La ricotta”, in Alì dagli occhi azzurri, 1962) 57anni addietro!

Franco Intini

Alcune riflessioni su una tazzina di porcellana che si rompe in casa di una poetessa

Duchamp non era tipo che si arrabbiava.
Se il tempo aveva deciso di firmare la sua opera non poteva che fargli piacere. Ebbe solo un sussulto davanti al Grande Vetro ma poi tornò tranquillo al gioco degli scacchi. La frattura definitiva era stata lanciata nell’ universo, il parallelo di vetro poteva reggere il confronto con Plank?
Capì che Dio in persona talvolta ci mette l’ arguzia.

Dopo non fu più lo stesso.

Una tazzina di porcellana ripete il fatto dopo un secolo, cadendo dalle mani di una poetessa presa da pensieri nuovi, fenomeni tutti da enunciare.
Espressione di una legge universale che necessita di una successione di eventi o semplice variazione brusca dell’entropia?

La sedia occupa il posto estraneo.

I fatti strani accadono semplicemente perché da un universo si passa in un altro di cui non possediamo il linguaggio.
Cos’ è l’estraneo?
In cucina tutto è nostro, appartiene al sistema familiare. Il frigo, le sedie, la lavastoviglie ruotano intorno ad un centro di gravità. Talvolta qualcosa si discosta, prende la via del disimpegno, appare l’altro come se ci fosse sempre stato alle costole qualcosa per togliere il cuore dal petto.

Funziona così: il nulla onnipresente si sostituisce alla prestazione. Il frigo perde acqua, ne risente la conoscenza, girano discorsi sull’utile\non utile. Scoprire l’ambiguità dell’affezione è imbarazzante. L’estraneo è il nulla? Di fronte a esso si arrende il calcolo.

Dei due solo l’uno è misurabile, l’altro è un’assurdità. Cadiamo in contraddizione quando affidiamo ad una copula il nulla?
Il fenomeno però è delimitato e descritto perfettamente: variazione di ordine come per la tazzina. Un lapsus che sa l’atroce della faglia di Sant’Andrea.

Il figliol prodigo tornò mai alla sua casa?

La simmetria si perde se a camminare sono le vetrine? Accade però di vedere le parole sbirciare le vetrine, immergersi nel caso e cercare un gelato a limone, come se qualcosa le avesse liberate dalla dipendenza umana.
La tazzina, la sedia sono dunque i costituenti del vaso che contiene il Soggetto?

I gabbiani già sanno queste cose. Il tempo ha segnato anche la loro porcellana. Il profumo dell’acqua marina è nel passato ora ri\siedono in posti estranei, periferie prive di significato eroico, dove non è possibile gonfiare le ali controvento e schizzare nell’oltremare. La specie compete con colombi, topi e gazze su residui umani. Una frattura incolmabile, uno iato interrompe la continuità.

Ma ancora più terribile è il dito di chi non ha più nome. Sia esso Dio\ Io o qualunque Non-Io che punta michelangiolesca\mente il centro di un cielo, anch’esso irreversibilmente diviso\lesionato sebbene in tondo perfetto. Ciò che resta fuori è non detto, crema nera, un massimo dell’ intenzione di dire. Null’altro.

Chissà chi è creato e chi creatore.

Lucio Mayoor Tosi

Oggi è diversa solitudine. Il fatto breve, appena accennato si dilegua. L’immagine, per poterci stare nel verso, posta per intero, va ripiegata, accartocciata; ciò potrebbe essere dovuto al tempo attenzionale, che il poeta percepisce – non penso all’improbabile lettore ma segnatamente al tempo storico – per intuito, breve, da dedicare alle vie di fatto; quindi un po’ dovunque, nelle parole, segnato da inconsistenza.
L’immagine, più riconoscibile delle parole, sta nell’insieme come vissuto. E le parole al vento.

C’è spazzatura e spazzatura. Personalmente, dovendo scegliere preferisco il nonsense portato all’eccesso, che si trova oltre il paradossale: fai la spesa, l’amico dei posteri, serenata celeste… E’ come avere in testa un magazzino, nel tempo stipato di cose, rese ormai inadatte a qualsiasi utilizzo. E’ come che la Musa non ci faccia caso; d’altronde, quello era lo spazio riservato alla decorazione… alla ripetizione, al tema caro che caratterizzava il poeta – naturalista, esistenzialista, socialista, mistico, e chi più ne ha.

L’intento è falsamente descrittivo, se figurativo non è neppure esistenziale. Scrive infatti Donatella Giancaspero:

“L’intenzione di dire. Il fenomeno nuovo. L’evento.
Ma, di colpo, cade dalle mani la tazzina di porcellana”.

13 commenti

Archiviato in critica dell'estetica, critica della poesia, nuova ontologia estetica, Senza categoria

13 risposte a “La Poesia-polittico, Franco Intini, Gino Rago, Un dialogo in distici a distanza, Poesie di Mauro Pierno, Marina Petrillo, Commenti di Lucio Mayoor Tosi, Giorgio Linguaglossa, Giuseppe Gallo, Anna Ventura, Franco Intini

  1. L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:
    Ho scritto a un mio amico che mi aveva inviato una sua raccolta per un parere, che ero imbarazzato, molto, perché si notava che aveva cessato di fare ricerca, e che quello era il suo peggior libro di poesia, e lo sconsigliavo di darlo alle stampe, anzi, lo consigliavo di riprendere seriamente la ricerca espressiva e linguistica. Si trattava di una poesia low cost.
    G.LINGUAGLOSSA

  2. A proposito, la poesia-polittico io la vedrei come un work in progress della fortune-telling book, un coacervo di bisbidis di quisquilie e di filosofemi, di pos-it, di appunti sul recto di cartoline postali, di poscritti su attaches, di appunti persi e poi ritrovati.

    «Ciò che preferisco nella cartolina, è che non si sa ciò che è davanti o ciò che sta dietro, qui o là, vicino o lontano, il Platone o il Socrate, recto o verso. Né ciò che importa di più, l’immagine o il testo, e nel testo, il messaggio, la legenda, o l’indirizzo. Qui, nella mia apocalisse da cartolina, ci sono dei nomi propri. S. e p., sull’immagine, e la reversibilità si scatena, diventa folle –
    te l’avevo detto, la folle sei tu – a legare. Tu travisi in anticipo tutto quello che dico, non ci capisci niente, ma allora niente, niente del tutto, o proprio tutto, che annulli subito, ed io non posso più smettere di parlare
    Si è sbagliato o non so cosa, questo Matthew Paris, sbagliato di nome come di cappello, piazzando quello di Socrate sulla testa di Platone, e viceversa? Sopra i loro cappelli, piuttosto, piatto o puntuto, come un ombrello. In questa immagine c’è qualcosa della gag. Cinema muto, si sono scambiati l’ombrello, il segretario ha preso quello del padrone, il più grande, tu hai sottolineato la maiuscola dell’uno la minuscola dell’altro sormontata ancora da un piccolo punto sulla p. Ne consegue un intrigo di lungo metraggio. Sono sicuro di non capirci niente di questa iconografia, ma ciò non contraddice in me la certezza di aver sempre saputo ciò che essa segretamente racconta (qualche cosa come la nostra storia, almeno, un’enorme sequenza dalla quale la nostra storia può essere dedotta), ciò che capita e che capita di sapere. Un giorno cercherò quel che c’è successo in questo fortune-telling book del XIII, e quando saremo soli, ciò che ci aspetta.»

    «…il racconto letterario è un’elaborazione secondaria e, perciò, una Einkleidung, si tratta della sua parola, una veste formale, un rivestimento, il travestimento di un sogno tipico, del suo contenuto originario e infantile. Il racconto dissimula o maschera la nudità dello Stoff. Come tutti i racconti, come tutte le elaborazioni secondarie, esso vela una nudità.
    Ora qual è la natura della nudità che in tal modo ricopre? È la natura della nudità: lo stesso sogno di nudità ed il suo affetto essenziale, il pudore. Poiché la natura della nudità così velata/disvelata è che la nudità non appartiene alla natura e che possiede la propria verità nel pudore.
    Il tema nascosto de I vestiti nuovi dell’imperatore [fiaba di Andersen] è il tema nascosto. CIò che l’Einkleidung formale, letterario, secondario vela e disvela, è il sogno di velamento/disvelamento, l’unità del velo (velamento/disvelamento), del travestimento e della messa a nudo. Tale unità si trova, in una struttura indemagliabile, messa in scena sotto la forma di una nudità e di una veste invisibii, di un tessuto visibili per gli uni, invisibile per gli altri, nudità allo stesso tempo apparente ed esibita. La medesima stoffa nasconde e mostra lo Stoff onirico, vale a dire anche la verità di ciò che è presente senza velo.»

    Se penso a certe figure della mia poesia: il re di Denari, il re di Spade, l’Otto di spade, il Cavaliere di Coppe, Madame Hanska, etc.; se penso a certi ritorni di figure di interni di certe poesie di Donatella Giancaspero o certi personaggi parlanti della poesia di Mario Gabriele che si ritrovano e si rincorrono da un libro all’altro non posso non pensare che tutte queste figure non siano altro che Einkleidung, travisamenti, travestimenti, maschere di una nudità preesistente, di una nudità primaria, della scena primaria, che non può essere descritta o rappresentata se non mediante sempre nuovi travestimenti, travisamenti, maschere, sostituzioni. Si ha qui una vera e propria ipotiposi della messa in scena della nudità primaria fatta con i trucchi di scena propri della messa in scena letteraria. E se questo aspetto è centrale in tutta la nuova ontologia estetica, una ragione dovrà pur esserci.

    La verità del testo o il testo della verità? Questo è il problema. Qual è lo statuto di verità che si propone la nuova ontologia estetica? Penso che è da questo statuto di verità della NOE che dipenderà il tipo di scrittura ipoveritativa del discorso poetico. La posta in gioco qui è molto seria, è nientemeno che lo statuto di verità del discorso poetico non più fondato su alcuna manifestazione epifanica o semantica del linguaggio, ma sul suo fondo veritativo, sul fondo veritativo che la psicanalisi freudiana chiama la «scena primaria».

    «A voler distinguere la scienza dalla finzione, si sarà infine ricorso al criterio della verità. E a domandarsi “che cos’è la verità”, si tornerà molto presto, al di là dei turni dell’adeguazione o dell’homoiosis, al valore di disvelamento, di rivelazione, di messa a nudo di ciò che è, come è, nel suo essere. Chi pretenderà da allora in poi che I vestiti non mettano in scena la verità stessa? la possibilità del vero come messa a nudo? e messa a nudo del re, del maestro, del padre, dei soggetti? E se l’imbarazzo della messa a ndo avesse qualche cosa a che vedere con la donna o con la castrazione, la figura del re interpreterebbe in questo caso tutti i ruoli.
    Una “letteratura” può, dunque, produrre, mettere in scena e davanti a qualcosa come la verità. È dunque più potente della verità di cui è capace. Una “letteratura” simile si lascia leggere, interrogare, anzi decifrare a partire da schemi psicoanalitici che siano di competenza di ciò che essa produce da sé? La messa a nudo della messa a nudo, come la propone Freud, la messa a nudo del motivo della nudità così come sarebbe secondariamente elaborato o mascherato (eingekleidet) dal racconto di Andersen…».3]

    1] J. Derrida, op. cit. p. 39
    2] Ibidem p. 414
    3] Ibidem p. 414

  3. Acutamente Lucio Mayoor Tosi dice che con il distico sembra che i versi vengano ad «incasellarsi», ed è vero, penso che il distico imponga, inconsciamente e consciamente una ferrea disciplina all’autore; richieda un cambio di passo (ecco perché ho inserito le immagini di gambe femminili che camminano con una andatura elegante e ritmica). Ecco il punto: il passo e il cambio di passo. Una poesia che non abbia in sé questo «passo» e questo «cambio di passo», è una poesia polifrastica generica come se ne legge a miliardi di esemplari. È il passo che detta il ritmo, e il ritmo detta il tipo di versificazione, non viceversa.
    Prima viene il «soggetto polittico», bisogna lavorare sul «soggetto molteplice e moltiplicato», e solo in un secondo momento si potrà adire alla «poesia polittico», se è vero che la crisi del logos è la crisi del soggetto, è da qui che bisogna ripartire, è questo il luogo su cui occorre lavorare.

    Per quanto riguarda il «polittico», poiché qualcuno sussurra che si tratti di un espediente di carattere sperimentale, dico questo: che ha completamente frainteso la ragione profonda del «polittico», cosa difficilissima a farsi, molto ma molto più agevole è fare una filastrocca basata sull’io e sulle sue ubbie; lì tutto è facile, basta mettere in riga qualche battuta di spirito… ma questa non è, ovviamente, poesia, sono chiacchiere.

  4. Esserci e perdersi vanno di pari passo. E il logos abita il divenire, che è divenire tempo. Nel divenire, “Madame Hanska scrive una lettera al suo amante” (…) “ho tanto da dirti, / ma tutto dovrà stare qui nello spazio di questa / cartolina…». Il destinatario leggerà come districando una ragnatela; tutto sta nel fare in modo che i fili siano argentati, e/o conduttori di energia, perché l’essere non è oltre il pensare, l’ente, ma è il pensare stesso. Mentre Heidegger pensava l’ente, l’ente se ne stava pensato in quella strana maniera, propria di Heidegger.

  5. Caro Lucio,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/05/05/la-poesia-polittico-franco-intini-gino-rago-un-dialogo-in-distici-a-distanza-poesie-di-mauro-pierno-marina-petrillo-commenti-di-lucio-mayoor-tosi-giorgio-linguaglossa-giuseppe-gallo-anna-vent/comment-page-1/#comment-56889
    la «struttura a polittico» è, di fatto, una struttura circolare. Se esaminiamo il primo verso della mia poesia polittico, c’è scritto:

    Madame Hanska scrive una lettera al suo amante,
    Albert Montgomery…

    Quindi, si tratta di una lettera che Madame Hanska scrive ad un suo amante usato per tradirlo, trafugare dei segreti militari per passarli poi ai tedeschi. Penso che la poesia narri, con le categorie lacaniane, la struttura della fuga del significante dal significato e del significato dal significante (lo spostamento del segreto da una parte all’altra dei contendenti esemplifica come la trasmissione di un messaggio equivale alla trasmissione di un significante da un referente all’altro, da un ambito all’altro). Infatti, il primo verso dell’ultima strofa capovolge l’account, ribalta i piani immaginativi e simbolici, sarà un altro amante di Hanska, il principe di Homburg a scrivere una lettera a lei indirizzata:

    Adesso è il suo amante, il principe di Homburg,
    che scrive una lettera…

    E qui il cerchio si chude. Hanska è il significato dei due significanti (dei due amanti); Hanska, come soggetto significato, è il prodotto della collisione divergenza dei due significanti (dei due amanti); e la storia, o meglio le storie che si incapsulano e si incasellano l’una dentro l’altra, o meglio, l’una fuori dell’altra, (assume) assumono la veste del significante che indica sempre qualcosa d’altro in quanto la legge del significante è che «manque à sa place», manca di un luogo, ed è costretto a peregrinare da un luogo ad un altro, da una storia ad un’altra alla ricerca di un significato-senso.

    La poesia-polittico è dunque una costruzione complessa ma niente affatto gratuita.

    • Oh oh, avevo ben capito che Madame Hanska era di filo argentato (e conduttore, soggetto e fonte di energia). Ma ora che comprendo l’architettura della ragnatela, del componimento – sulla poesia non discuto, figure alate e cavalieri piacciono anche a me; e il valore umano, diciamo pure terrestre, il pathos – ora, con la giusta distanza, anche questa cinematografia complessa, il polittico, mi diventa trailer di lungometraggio (di nostra poesia, in quanto trailer è frammento di). Beh, non vedo come si possa scrivere diversamente, se non abbandonando il secolo appena trascorso e le sue macerie.

      • Ad un cenno della contessa Popescu

        Un’aria perlata in un bosco di cedri.
        Giardino. La musa Calliope suona il flauto mentre Clio

        avvicina il volto alla rosa. In lontananza,
        un peristilio ad arco nella campagna romana.

        All’improvviso, fa il suo ingresso trionfale la bellissima
        Achamoth con le ali nere e le giarrettiere.

        Ad un cenno della contessa Popescu
        risuona un’aria flautata.

        Un pastorello raffigurato nell’orologio meccanico che la bisnonna
        ha donato a mio padre.

        […]

        Dupin ha rimesso la lettera al suo posto,
        sulla scrivania. La Regina è salva, Dio salvi la Regina.

        Anche il Re è salvo. God save the King.
        La lettera è giunta a destinazione, è tornata al mittente.

        Mio padre scrive una lettera dal fronte a mia madre:
        «Dalla Russia con amore. Tornerò presto».

        Madame Hanska tesse con il filo argentato la tela.
        C’è una scucitura, però. È qui, caro Lucio, ma lei non lo sa.

        Il bocchino d’avorio con l’anello d’oro, la cipria nel portacipria,
        la matita per gli occhi, il rossetto…

        Qui c’è uno strappo, una lacerazione…

        […]

        Il musicante da trivio ha richiuso il flauto nella custodia,
        si soffia il naso, si siede al tavolino del sotoportego,

        ordina un Campari. Dei nani strimpellano mandolini,
        Behemot saltella sulle zampe posteriori.

        È scesa la notte, i camerieri ripiegano le tovaglie, tolgono le stoviglie.
        La festa è finita. Gli avventori se ne vanno.

        L’andatura atetica della «nuova poesia» è fatta di vacillamenti, di zoppicamenti, di passi all’indietro (ma dove?); un passo in avanti e due all’indietro. Si va per passi laterali, per tentativi, per scorciatoie, per smottamenti laterali, e ribaltamenti e ritrosie, per tracciamenti di sentieri che si rivelano Umweg e ritracciamenti all’indietro, di lato… È che non essendoci più una fondazione sulla quale fondare il discorso poetico, anch’esso se ne va ramengo, senza un mittente e senza un destinatario, contando unicamente sulla destinazione: si invia, si destina qualcosa a qualcuno pur sapendo che non giungerà nulla a nessuno, la destinazione è priva di destino, si vive alla giornata seguendo il Principio Postale, la spedizione della cartolina, delle cartoline.

        Il «polittico» è una sommatoria di cartoline, di invii, di rinvii, di post-it, di scripta improvvisati. Si tratta di un meccanismo di invii e di tracciati destinati allo sviamento e all’evitamento, dove il messaggio, che reca impresso il desiderio, la pulsione, non arriva mai a destinazione in quanto per definizione freudiana inibito alla meta, e il Principio di Piacere che ha prodotto il desiderio approda infine al Principio di Realtà. E così facendo perpetua il meccanismo di riproduzione del capitale del piacere non ottenuto mediante la riproduzione del piacere in piacere sublimato, piacere tras-posto, tras-ferito.

  6. L’immagine-pensiero nei versi di Giorgio Linguaglossa fotografo-poeta

    Se mi soffermo emotivamente,prima, ma analiticamente, dopo, su questi 5 distici di Giorgio Linguaglossa
    “[…]
    Persone in casacca gialla e pantaloni
    giocano a golf.

    Una pallina bianca rotola di qua e di là.
    Un valletto percuote il gong.

    Una folla tra la ghiaia, il prato verde e lo specchio.
    Un pappagallo verde. Un orologio giallo.

    Hockey in casacche striate, pantaloni bleu.
    Palline bianche che rotolano sul tappeto verde

    di qua e di là.
    Giocatori di golf impugnano il bastone da golf.”

    potrei fare tranquillamente mie queste parole di Michelangelo Antonioni:
    «Per maestri ho avuto i miei occhi».
    Perché?
    Per il motivo semplice che in questi 10 versi distribuiti in 5 distici l’amico Linguaglossa indossa i vestiti del fotografo e in pochi scatti cristallizza nel tempo e nello spazio frammenti antropologicamente definiti di storia e di geografia da consegnare alla eternità.

    Mai come in questi 5 distici il poeta assume i connotati del fotografo; ma non fa fotografie in bianco e nero, fa fotografie a colori per de-drammatizzare l’intero scenario in cui il fotografo-poeta si colloca e si avvale di una tavolozza essenziale di appena 4 colori: il giallo di una casacca e di un orologio, il bianco della pallina da golf, il verde di un prato-tappeto e di un pappagallo, il bleu dei pantaloni…

    Con questi 4 colori il poeta-fotografo Giorgio Linguaglossa riconduce l’arte della fotografia al suo etimo originario: foto-grafia, vale a dire «scrivere con la luce». E quali sono i luoghi poetici autentici di questi 5 distici se non la luce e il tempo, anche se il poeta non li nomina?

    Ancora in tanti si chiedono:«Ma la fotografia è un’arte? »

    La risposta è che la fotografia è forse addirittura più che un’arte se qualcuno ha detto che la fotografia è quel fenomeno solare in cui il poeta-fotografo collabora strettamente con il sole e con il tempo.

    Ma perché ho interpretato questi 10 versi spalmati in 5 distici paragonando il poeta al fotografo?

    Perché in questi versi Giorgio Linguaglossa si concentra sulla preminenza delle immagini, che qui si fanno più vere della stessa vita reale, immagini da sottrarre alla tirannia del tempo, il tempo delle luci e delle emozioni, degli uomini e delle cose, il tempo che scivola via tra le dita del fotografo-poeta.

    La preminenza della immagine rivelata e rilevata in questi 5 distici che insieme stiamo analizzando è direi, come succede in tutti gli altri polittici di Linguaglossa, per il fotografo-poeta il suggello dei due grandi protagonisti di ogni foto-distico poetico:
    il tempo e la luce, i due fattori imprescindibili del nuovo corso della poesia del «soggetto-polittico» i quali proprio quando vengono cristallizzati nella immagine fanno di questa, ricordando Emo, il luogo poetico, unico, nel quale si fondono «Ifigenia e Fenice» nell’attimo propizio, nell’attimo favorevole alla epifania che il poeta-fotografo coglie con il suo gesto estetico.

    E’ il miracolo dell’attimo. Ed è l’attimo che forse può salvarci …

    (gino rago)

  7. Nunzia Binetti

    Sono favorevole ad una poesia- polittico, perché nuova e , come dice Gino Rago capace di ben cogliere l’attimo , ma temo che possa, alla fine, risultare quasi algida. Marina Petrillo ha arginato molto bene questo rischio. Non so se mi sbaglio.

  8. Nota.
    L’inedito che riporto da cui ho estratto i 5 rigorosi distici cui mi sono analiticamente accostato nel commento precedente a questo è stato proposto il 19 aprile 2019 su L’Ombra…

    Giorgio Linguaglossa
    Giocatori di golf impugnano il bastone da golf

    Un prato verde. Persone in tweed fumo di Londra
    camminano in fila,

    si tengono stretti alle spalle di chi precede.
    « …….»

    Avenarius suona il campanello di casa Cogito,
    ha litigato con il Signor Retro.

    Il Signor Google fuma un sigaro di Sesto Empirico
    e il filosofo va su tutte le furie.

    Persone in casacca gialla e pantaloni bleu giocano a golf,
    giocano a golf.

    Una pallina bianca rotola di qua e di là.
    Un valletto percuote il gong.

    Una folla tra la ghiaia, il prato verde e lo specchio.
    Un pappagallo verde. Un orologio giallo.

    Hockey in casacche striate, pantaloni bleu.
    Palline bianche che rotolano sul tappeto verde

    di qua e di là.
    Giocatori di golf impugnano il bastone da golf.

  9. Nunzia Binetti

    Mi scuso per l’assenza di maiuscole e punteggiatura nel mio commento, ma ho la tastiera a pezzi.

  10. […]
    E se insieme ci accostiamo a questi 3 nuovi distici di “Ad un cenno della contessa Popescu” di Giorgio Linguaglossa
    “[…]
    Il musicante da trivio ha richiuso il flauto nella custodia,
    si soffia il naso, si siede al tavolino del sotoportego,

    ordina un Campari. Dei nani strimpellano mandolini,
    Behemot saltella sulle zampe posteriori.

    È scesa la notte, i camerieri ripiegano le tovaglie, tolgono le stoviglie.
    La festa è finita. Gli avventori se ne vanno.”

    o a questo distico di Marina Petrillo
    “[…]
    Tacciono i bagliori del meriggio perduto
    al fascino tardivo di uno sguardo.”

    oppure a questi di Mauro Pierno
    “[…]
    Una recensione secca.
    Una cravatta in tinta

    fuoriuscita dal comò. Quella lingua mostrata
    su i gradini di un altare[…]”

    o anche questi di Franco Intini
    “[…]
    apparve improvvisa una scritta:
    “il dottore dalla mano tremante scrisse una ricetta che nessuno

    sa decifrare ma la calligrafia si riconosce…”
    Un verso di Tranströmer

    incise la Tavola periodica
    -Ogni chimico ne ha una appesa alle spalle

    Il suo crocifisso-
    Irruzione credo o entanglement nella sua vita[…]”

    non avverto né l’algido né l’incandescente, una festa composta di nuances piuttosto, come se i versi fossero tante nuvole nel lento degradare di sfumature, nel tempo e nella luce…
    Nuances di significato e di stile, di apparato lessicale e di tono… E altro.
    Senza sospetti, anche se quella del sospetto è l’arte diffusa della nostra epoca.

    (gino rago)

  11. TURBAMENTI o QUASI

    Funziona così mio caro Rago:
    un lembo avvolge la Terra. lo spin è turbato.

    Non si cura l’Africa, tanto meno l’America.
    Chi ha osato dare un nome?

    Dopo tutto possiamo porre
    una meta al ruotare dei bracci?

    Solo scogli su un magma. Mettere in risalto alcune schegge,
    colorare i pantaloni dei clown. Cucire strade a grattacieli.

    Vengono da molto lontano ma sono qui a negare
    L’intenzione di asserire.

    Il cielo ha bolle di vaiolo. Passa un fiore di melograno.
    Perché i morti tornano nel RAV dell’immondizia?

    Avresti giurato sull’inceneritore non sulla resurrezione
    Dei reni. Tutto si è svolto sotto i nostri occhi.

    C’era olio nelle pupille. Nessun cono.
    Basta niente per farle entrare nel sonoro.

    Un tratteggio perfetto è sufficiente
    per generare Monna Lisa.

    Nel quadro il segreto delle tasse
    ora resta da capire chi ha dato il nome alle cose.

    Perché chiamarle se sono perfette?
    La Rivoluzione d’ottobre lo è stata

    C’è un riverbero nel tempo, turbare il giroscopio non vale
    Se rallenta e poi ci ferma.

    Lenin ha giocato nel cortile di casa
    Ma è meglio toglierlo dalla circolazione.

    Quadri così bisogna preservarli dalla consunzione
    E giocarli al momento opportuno.

    Non farli crepare di reni e imbalsamarli.
    Il treno corre ancora, dunque non c’è stato un arrivo.

    Nessun discorso ha infiammato i bolscevichi
    Quanto l’alta velocità.

    Chi l’ha vista alla stazione di Pietroburgo
    Giura di aver visto Napoleone ad Austerlitz.

    Come faremo senza nomi? L’angoscia è la stanza
    al penultimo piano della Casa dello studente.

    Eskimo, comunismo, lezioni. Bari è un nome.
    Toglilo dai fermenti vivi.

    Elimina la pallina del ping pong dai tavoli.
    Il lembo è qui, non s’è mai mosso.

    Il bar fagocita tazzine e chimica inorganica
    Radio Tirana emana Rivoluzione culturale.

    Un “Che” di vivo si nasconde sotto la lingua
    Il magma risale, agita gli scarafaggi di sanpasquale.

    Al ritorno del signore le spose si misero ad urlare.
    Nessuna era pronta.

    Scostare i nomi dalle prese
    restando fulminati.

    (Tutto ciò doveva finire all’anno zero.
    Il pianeta gemello ha avuto lo stesso turbamento o non c’è stata forza sufficiente?
    Si è alzato il verso dalla sua tomba o il fascio è passato senza scontrarsi?
    Il grande Torino non s’è mai frantumato, né annichilito, torna tra noi periodicamente.
    Il Tempo è la teoria dei buchi.
    L’eroismo nelle gambe, il passaggio preciso di Valentino. L’allenamento al dolore ha preso il sopravvento. “Indistruttibile” è il nome della particella e passa indisturbata.
    E’ come un’ostia, si fa sottile. Nessuno che la rallenti nemmeno Superga se alza un monte )

    (Francesco Paolo Intini)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.