Poesie e Commenti di Andrea Emo, Donatella Giancaspero, Letizia Leone, Gino Rago, Giuseppe Gallo, Lorenzo Pompeo, Alfonso Cataldi, Francesco Paolo Intini, Giorgio Linguaglossa

 

Donatella Giancaspero

Alla fine di aprile

L’intenzione di dire. Il fenomeno nuovo. L’evento.
Ma, di colpo, cade dalle mani la tazzina di porcellana.
Attraversando un flash, tocca il fondo.
Una lesione sul bordo per gli anni a venire.

A pranzo, in cucina, la sedia occupa il posto estraneo.
Sfilano i bar di passaggio. Le arance spremute nei vetri opachi.
Da un isolato all’altro, le parole sbirciano vetrine

– “per caso, senza l’idea di comprare qualcosa.
Cercando, magari una volta soltanto
e fuori stagione, un gelato al limone…”

Alla fine di aprile, i gabbiani qua intorno. Tanti.
Sui tetti. In cima ai comignoli. Appollaiati.
Chi punta il dito, in un ritaglio tondo di cielo

.

Letizia Leone

Epopea di cose solide e impermeabili al canto.
Le scale al buio fino al terzo piano. L’interruttore della luce del 1944.

Ecco la stanza. È una notte a pendolo di lampadina nuda e fogli di quaderno
Non numerati con la fossa in un rigo. Se leggi:un pensiero ti cade dall’occhio.

Alla parete un segno, un rosso, il tocco vermiglio di un frutto
Illividito tra le pere. La stagione della semina dei morti…da mano a mano

Da esiliato a esiliato.

.

Andrea Emo

Il pensiero e l’immagine

Non è vero che la poesia sia pura fantasia, pura immagine, che la filosofia sia puro pensiero. L’immagine senza pensiero è vuota, il pensiero senza immagine è muto. Ciò che non si saprà mai è questo: quale dei due sia l’origine o la speranza dell’altro. Ma questo è forse necessario. Poiché se il pensiero, guardandosi non vedesse in sé, come suo fine, l’immagine, e l’immagine, guardandosi, non vedesse in sé, come suo fine, il pensiero, forse all’uno e all’altra potrebbe sembrare di essere fondamento, costruzione o conclusione del tutto. Ma questo loro reciproco esser fondati sull’altro fa a noi intendere come pensiero e immagine siano la forma umana della contemplazione, che muta volto e delude se stessa.

(Q. 7, 1929)

Ogni immagine è immagine del nulla. E in questo senso l’immagine è ontologica.

(Q. 214, 1959)

In principio era l’immagine, e per mezzo di essa tutte le cose furono fatte. L’immagine è in principio (creatrice e creatura della propria negazione) quale può essere la causa dell’immagine? Forse soltanto la sua negazione; tutto ciò che è originato dalla sua negazione (come l’individuo, l’attualità) è originario, è in principio, ed è un principio. L’espressione non può essere poetica quando è originata da una causa o da un’intenzione. L’espressione deve essere originata soltanto dalla rinuncia ai suoi fondamenti, ad ogni fondamento, ad ogni causa e ad ogni effetto.

(Q. 288, 1965)

L’immagine è per definizione pallida, diafana, trasparente, ma essa non è astratta.

(Q. 306, 1967)

L’immagine, come la vita, è Ifigenia e Fenice – è sacrificio e resurrezione – un mistero che celebriamo in ogni istante con la respirazione, con il fuoco interiore che ci brucia. (Q. 319, 1968/1969)

Andrea Emo, In principio era l’immagine (A cura di Massimo Donà, Romano Gasparotti e Raffaella Toffolo), Bompiani, 2019.

 Gino Rago

“Se vuoi sapere
qualcosa dei pini –
vai dai pini.”

Era solito dire Matsuo Bashō; così è mi pare per i versi di Mauro Pierno.
Se vuoi sapere qualcosa della poesia di Mauro Pierno devi andare nei suoi intimi interstizi fra silenzio primordiale e parola di poesia, silenzio e parola che nelle spighe e nei papaveri rossi dell’ultimo distico trovano i loro simboli o meglio i loro eliotian-montaliani correlativi oggettivi. Il tutto, ha pienamente ragione l’amico Linguaglossa quando lo sottolinea nella sua ermeneutica,
confrontato, misurato con un tempo proposto sempre come ‘presente’.
Se Mauro Pierno decidesse infine di eliminare i numeri, da 1 a 10, questo suo lavoro che riproposto in distici ha una resa estetica travolgente potrebbe essere letto come un poema per omogeneità di lingua, di ritmi, di sillabazione stessa dei versi. Un poema, per omogeneità fono-prosodica dei distici. Se vuoi sapere qualcosa dei pini vai dai pini…

.

Giuseppe Gallo

Il problema, carissimo Gino Rago, è che io non voglio più “sapere qualcosa dei pini…”, e ritengo che nemmeno a Pierno interessino, in prima istanza, né la “Primavera!”, né le “spighe… accorte” e tanto meno i “papaveri rossi”… ma solo il loro lato oscuro: il loro “esaurimento”. Segnalo una serie di sintagmi tratti dai versi di Mauro: “Improponibile”, “Stento la
mia”, “Sbarramenti”, “Poco sangue”, “Saranno rimasti in dieci…”, “Liberi di frenare”, “un vortice di consolanti nubi”, “un antefatto”, “Un apriscatole che gira nelle mani e non affonda…” e così via di seguito. In ogni concetto e in ogni immagine c’è qualcosa di non concluso… il vuoto si restringe sempre di più, ma il cerchio non si chiude mai! Né nell’Essere, né nel nichilismo. C’è sempre una percentuale di “residua commutazione”. Direi di più… Mauro Pierno afferma che di questa “batteria esausta”, che è l’uomo, e questa metafora sì, che mi interessa, sopravvive “solo l’8 %”. Soltanto un elemento fuoriesce dall’ambiguità, la pulvis, di cristiana memoria, la polvere… soltanto questa è “esattamente” quello che è, sia nello scorrere che nel diventare: il presente dell’uomo!
Grazie, Pierno!

*

Lorenzo Pompeo, da una crepa nel Cemento armato di Santa Pazienza (Progetto Cultura, 2029), in una e-mail inviata a Giorgio Linguaglossa e a me, dal lago termale di Heviz e da Budapest, annuncia la morte di Amleto. Un inedito nel quale, per stessa ammissione dell’autore, riecheggia di qua e di là Herbert.
(Gino Rago)

Lorenzo Pompeo

Amleto è morto

“Amleto è morto,
coperto da un lenzuolo
disteso sulle sembianze
di un giovane di belle speranze.
Il riflesso del suo bagliore
è un bozzolo imprigionato
nel fondo dell’oceano
di una piccola malinconia.

Amleto è morto
nelle fibre di un fazzoletto bianco
buttato su un marciapiede
e con lui l’onore di un principe
selvaggio e mite.
È morto contando
i granelli di sabbia del deserto,
osservando le coreografie
delle nuvole.

Amleto è morto
sotto un crocefisso annoiato
mentre tentava di decifrare
il geroglifico della propria esistenza
in un letto d’ospedale
di un paese sconosciuto.”

*

Grazie Gino! Non so perché e da dove mi è venuta questa lirica. So solo che, tornando in Italia mi sono sentito in dovere di fare questo annuncio. Quello che volevo dire, meglio di così non saprei dirlo…

(Lorenzo Pompeo)

Gino Rago

Viva gli sposi…
“[…]
«Tutta la mia vita in due date,
Il 4 maggio. Il 25 aprile.

Da tempo non festeggio
il primo giorno di maggio.

Oggi sono senza voce. I granata con l’Alessandria
hanno vinto 10 a 0.

Sento la carica, mi vuoi sposare?
Potremmo andare in chiesa

Solo con gli amici. Sull’altare
Il nostro cappellano militare.

Ci metto il vino, le fedi, i bucconotti, i panini.
Tu la torta, le zagare, il riso,

Importante è che ci sia il sole.
Partigiano. Tifoso di quel Torino,

Ti offro nozze a fichi secchi.
Antonietta, mi vuoi sposare?

Antonietta-mia-madre disse di sì…
Nessuno gridò viva gli sposi.
[…]
Di una pagina senza dolore
Rimane una stampa color seppia sbiadita.”

.

Francesco Paolo Intini

Contava i protoni

Il piacere fondamentale deve qualcosa alla simmetria
chi non capisce un asse rotante omette il mondo.

L’aria si fa meschina talvolta si gonfia per piangere e non tollera
Il ritorno sui passi, così lascia all’autunno gli occhi

Che diventi allume la spiga
Il ritmo letterario ritorni nella domus aurea.

Solo perché una regola prevede l’indice
Sia detto il significato dopo il significante.

Senza mai nominarlo ma contando a protoni
Hegel inventa il Tempo.

Contare è creare.

Nessun prussiano in giro, nè guerre
tolleranza zero. Aspergersi invece di cenere.

Due protoni non sono uno, così pensa il Sole
L’ immaginavi alla conta sulle dita?

Alle fronde dei salici lasciammo Quasimodo
Noi cercatori d’oro, invisi al canto del gallo.

Marmitte lavorano per noi,
Migliorano l’aspetto dei cadaveri

e scendono con dignità da scale lombarde
Monatto non t’avvicinare a Cecilia.

Il verso di sei protoni creò la chimica organica.
Meglio sarebbe stato lasciare uno iato o drogarlo di Litio.

Tra galassie fu accolto come idea balzana
Dentro s’impastava carne e vuoto. Gli Dei risero.

Ancora una volta il Sole raccontava barzellette
Era l’idiota che non si accorgeva delle circostanze.

Tieni stretti i tuoi protoni
Piuttosto che creare possibili uomini.

Inventa schiuma da barba per Giove
Che storia è se il creato si mette a creare?

Le leggi della statica sono buone per la volta a botte
Costruisci grattacieli e sosterrai l’equilibrio tra quasar.

Ti sia dato anche l’anello del Cern,
L’epoca delle postfazioni.

Ma inventa qualcosa che scorra dentro
e non sia l’immagine che è.

La possibilità di carne umana è spavento
assenza d’assi, specchi e centri.

Come gira l’universo? ci darà piacere il verso
o sarà un inutile oziare di dei?

La coscienza ha un balzo di novantadue piani
La tavola di Hegel era incompleta. Semplice!

Non mangiavano Transuranici allo stesso tavolo
si era presi da una frenesia di apostoli allo sbando.

Che s’è fatto dunque a nutrire l’essenza?
L’istante è il sollecito della Legge.

C’è un obbligo alla fine un altro all’inizio
corda che vibra e cambia di tono.

Pagare per questo teatro del piacere?
come a Yalta

in Tempo e cianuro per le cecilie
nel bunker di Berlino?

Scopri lo specchio se ne hai memoria
o ferma l’asse che gira. Il Tempo se c’è.

Alfonso Cataldi

Qualche giorno fa, un po’ per gioco, ho pubblicato un mio testo recente su un gruppo Usenet che era molto attivo alla fine degli anni 90. Un utente commenta: “…e io salto da un’astronave a un’altra”. Il commento, che voleva essere ironico, sarcastico, inconsapevolmente coglie nel segno: al lettore arriva esattamente quello che volevo far arrivare. Tra i versi di Mauro Pierno, accade proprio questo: si salta continuamente da un’astronave a un’altra, da un sistema di riferimento a un altro. Lo scopo non è “cercare” la materia oscura, piuttosto viverla.

Giorgio Linguaglossa

Ecco un pensiero di Derrida estrapolato dal contesto filosofico-psicanalitico in cui è nato ma che noi possiamo applicare tranquillamente al nostro progetto di una «poesia-polittico» nella quale non solo il «pensato» trovi posto ma anche e soprattutto il «non-pensato», il «de-negato», l’«impensato», il «non-tematizzato», il «punto di vista scentrato», l’«incorporazione», etc.
Il semplicismo di una forma-poesia incentrata sul discorso assolutorio dell’io quale epicentro del reale è, dal nostro punto di vista, del tutto sussidiario; l’io è un «limite del mondo», come afferma Wittgenstein, non il suo centro, e nemmeno il suo epicentro. Nella «nuova poesia polittico», l’io è un punto di vista periferico tra innumerevoli, infiniti altri punti di vista periferici e scentrati. E nient’altro.

«Il semplicismo del “questo è stato pensato” o “questo non è stato pensato”, il segno ne è presente o assente. S è P.. Si sarà allora tenui nel rielaborare completamente tutti i valori. Essi stessi distinti (fino a un certo punto) e spesso confusi dell’impensato, del non-tematizzato, dell’implicito, dell’escluso sull’esempio della forclusione o della denegazione, dell’introiezione o dell’incorporazione, etc., silenzi che lavorano come tante tracce un corpus da cui sembrano “assenti”».1

1 J. Derrida, La carte postale. De Socrate à Freud et au-delà, 1980 Flammarion, Paris – trad it. La carte postale Da Socrate a Freud e al di là, Milano Mimesis, 2015 pp. 508 € 28, a cura di Luana Astore, Federico Massari Luceri e Federico Viri. p. 359

15 commenti

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15 risposte a “Poesie e Commenti di Andrea Emo, Donatella Giancaspero, Letizia Leone, Gino Rago, Giuseppe Gallo, Lorenzo Pompeo, Alfonso Cataldi, Francesco Paolo Intini, Giorgio Linguaglossa

  1. Scrive Pier Aldo Rovatti:

    «Per Carlo Sini, l’esercizio con cui dobbiamo cercare di entrare in sintonia con il ritmo del nostro esistere è una “iniziazione” del soggetto. Che cosa può significare? Chiamare la pratica della soggettività “iniziazione”, e farlo in un contesto filosofico, significa prendere congedo da un’idea semplice e tradizionale di “autocoscienza”: potenza del lumen ed efficacia degli specchi, il normale regime o registro delle immagini, o ancor meglio dell’immaginario, dovrebbero essere “sospesi”. Ma, di nuovo, che significa “sospendere” se non proprio, nell’atto stesso del sospendere (o dell’esitare), mettere in questione il dominio delle leggi ottiche del mondo-oggetto, il mondo “cosale” del pleroma che dà semantica e sintassi al nostro discorso comune?

    Allora il mettere fra parentesi, e il mettere tra parentesi le parentesi in un gioco distanziante e “abissale”, non potrà essere né gratuito né disinteressato, non potrà nutrirsi alla filo-sofia: nessuna amicizia e amore intellettuale per la verità, nessun rilancio sublimante (uno sguardo che si alza) verrà in soccorso all’esercizio, alla possibilità pratica di esso. Infatti, se qualcosa se ne può dire (poiché ha un suo rigore), è che, rispetto alla verità comunque intesa come una forma di “possesso” (reale o possibile), cerca un evitamento, una difesa, una resistenza: e ingaggia conseguentemente una lotta, o almeno una contesa, un contenzioso. Se si tratta di iniziarsi al soggetto come a ciò che ha da prendere ai nostri occhi una “figura inaudita”, ancorché noi lo siamo ogni giorno e in ciascun istante (dato che si tratterebbe di “ascoltare” qualcuno che ci dice che non siamo noi stessi ma altro, alterità), occorre predisporre uno spazio, dei margini, un’intercapedine, una zona di vuoto.

    Per “lasciar essere” le cose, dobbiamo con molta fatica alleggerirci di molta zavorra, anche se ci dispiace (ecco la fatica) perché questa “zavorra” è fatta di saperi, strumenti, piccoli e grandi apparati vantaggiosi per la nostra personale potenza. Non si tratta di rinunciare a essi per chi sa quale “povertà”: bensì di ritirare identificazioni e investimenti, lateralizzare, togliere valore e importanza. Rispetto, per esempio, al credere che “conoscere è sempre un bene”. Il problema della “sospensione”, insomma il senso da attribuire alla “iniziazione”, si condensa sulla possibilità di praticare la persuasione (penso a Carlo Michelstaedter) che vi sono zone di “non consapevolezza” che non solo è opportuno conservare, ma che vanno “attivate” proprio per permettere al soggetto di entrare in gioco con se stesso». 2]

    2] Pier Aldo Rovatti Abitare la distanza, Raffaello Cortina, 2010, pp. 6,7

    Scrive Jacques Lacan:

    «Nella misura in cui il linguaggio diventa funzionale si rende improprio alla parola, e quando ci diventa troppo peculiare, perde la sua funzione di linguaggio.
    È noto l’uso che vien fatto, nelle tradizioni primitive, dei nomi segreti nei quali il soggetto identifica la propria persona o i suoi dei, al punto che rilevarli è perdersi o tradirli […]
    Ed infine, è dall’intersoggettività dei “noi” che assume, che in un linguaggio si misura il suo valore di parola.
    Per un’antinomia inversa, si osserva che più l’ufficio del linguaggio si neutralizza approssimandosi all’informazione, più gli si imputano delle ridondanze […]
    Infatti la funzione del linguaggio non è quella di informare ma di evocare.
    Quel che io cerco nella parola è la risposta dell’altro. Ciò che mi costituisce come soggetto è la mia questione. Per farmi riconoscere dall’altro, proferisco ciò che è stato solo in vista di ciò che sarà. Per trovarlo, lo chiamo con un nome che deve assumere o rifiutare per rispondermi.

    Io m’identifico nel linguaggio, ma solo perdendomici come un oggetto. Ciò che si realizza nella mia storia non è il passato remoto di ciò che fu perché non è più, e neanche il perfetto di ciò che è stato in ciò che io sono, ma il futuro anteriore di ciò che sarò stato per ciò che sto per divenire.»1]

    *
    Qualche considerazione sul «soggetto-polittico»

    Ciò che mi costituisce come soggetto, ecco la questione centrale. Non è dal soggetto che dobbiamo partire, ma dall’esterno, da ciò che ci rende soggetto, che sono gli Altri e l’Altro, è da qui che dobbiamo ripartire per una perlustrazione del cosa è il soggetto.
    Questo esercizio di porre da parte il soggetto è una vera e propria «iniziazione» come dice Rovatti. Il soggetto è veramente soggetto soltanto quando si sdoppia, si triplica, si quadruplica; quando il soggetto abbandona se stesso, prende le distanze dal se stesso, quando è impegnato a costruire una nuova soggettività, quando lateralizza se stesso, si decentra, quando subentra un altro soggetto che prende il posto del primo soggetto e lo mette tra parentesi.
    Quando tutto questo accade, allora il soggetto diventa pienamente se stesso in quanto è Altro e di Altri.
    Allora, da questa molteplicità di soggetti, da questo indebolimento del soggetto, proprio da qui può nascere un soggetto fortificato, un soggetto invincibile. Un soggetto nuovo. Un soggetto-polittico.
    Il soggetto che si riappropria del soggetto non finisce mai di essere soggetto ma lo diventa sempre di nuovo. E qui i problema della «identità» sa di calcolo combinatorio, calcolo stocastico. Gli enunciati analitici non li si può ridurre alla formula A è B. Ogni volta il soggetto ricomincia daccapo, riapre lo scarto con il proprio mondo pulsionale e rappresentativo.
    Il soggetto è a-musaicamente costituito, dal punto di vista musicale è eminentemente cacofonico.

    Scrive Derrida:

    «L’eterologia entra in gioco, ecco perché c’è forza, lascito e scena di scrittura, allontanamento di sé e denegazione, invio. Il proprio non è il proprio e se esso si riappropria è perché esso si disappropria – propriamente, impropriamente.
    […]
    Pensare sulla traccia,» dovrebbe essere, da un po’ di tempo a questa parte, riconsiderare le evidenze tranquille del “c’è” e “non c’è” “in” un “corpus” di eccedente, alla traccia, l’opposizione del presente e dell’assente, la semplicità indivisibile del limes o del tratto marginale».2
    (Giorgio Linguaglossa)

    1] J. Lacan Ecrits, 1966, Scritti I, trad. it. Einaudi, 1974, p. 293
    2] J. Derrida, op. cit. p. 359

  2. Su invito dell’amico Giorgio Linguaglossa posto questo polittico-filastrocca (in distici) che si fonda su bridazioni, intrecci, mescolamenti immagini-parole

    Gino Rago
    Superga. 4 maggio 1949

    Rosso-bianco-verde. Due fazzoletti.
    Uno sul collo di Calamandrei

    L’altro su quello di mio padre prigioniero.
    Hanno spaccato le lapidi dei loculi.

    Sono alla testa di tutti i cortei.
    Mio padre disse NO al cibo, agli scarponi,

    Alla divisa cucita su misura.
    Rimase negli stracci, nella fame,

    Nei pidocchi. Partì con altri a venticinque anni.
    Tornò. La giovinezza mai vissuta

    Per sempre alle sue spalle.
    […]
    Con Calamandrei
    Stasera mio padre senza farsi vedere

    Sarà forse a Marzabotto con i fratelli Cervi.
    O forse a Porta San Paolo,

    Forse a Via Tasso o alle Ardeatine.
    Da anni esce dalla tomba.

    Si fa fiore tra i fiori mai secchi
    Sotto le croci di legno sui prati,

    Alle rive dei fiumi, sulle montagne:
    «La libertà… Il meglio fiore…

    Ma vuole sempre acqua».
    […]
    Calamandrei e mio padre lo dicono ancora:
    «La libertà… E’ di tutti.

    Anche di quelli
    che la negarono a tutti.»
    […]
    Né al fronte né in prigionia.
    Né in guerra né in pace

    Nessuno mai lo aveva visto piangere.
    Fino al pomeriggio

    Del 4 maggio del 1949.
    Cielo di piombo. Superga.

    Tutti i suoi amici sapevano
    Della filastrocca di mio padre

    Ripetuta da solo per giorni
    Nei singhiozzi e nel muco:

    Bacigalupo,
    Ballarin, Maroso,

    Grezar, Rigamonti, Castigliano,
    Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola
    […]
    Le scarpe battute sui legni del Filadelfia.
    Lo sguardo di Valentino.

    Il segno d’intesa con il capo stazione.
    La tromba di Oreste Bolmida.

    Le maniche della maglietta
    Tirate su da Mazzola. La carica.

    Il quarto d’ora dei granata.
    Non ce n’era più per nessuno.

    Ma il 4 maggio del 1949 a Superga
    Il grande Torino andò in trasferta altrove.

    Per sempre.
    Mio padre fino alla morte ha ripetuto

    Senza mai farsi sentire
    La sua filastrocca: «Bacigalupo-Ballarin-Maroso

    Grezar-Rigamonti-Castigliano-Menti-Loik
    Gabetto-Mazzola-Ossola…»

    (gino rago)

    • A folle i cimeli della storia fioriscono,
      a maggio, e dentro un tumulto le parole socchiudono

      La museruola hanno messo al vento che mugola
      e non ne fa mistero, passa la palla

      alla nicchia del riccio, alla quiete del ricordo che in alto riposa
      e torna a spalancare bene le ciglia. Il rigore non passa.

      (il senso della filastrocca, della vita intera in due giorni ,della formazione recitata a memoria, la Storia,
      questa evocazione è unica.)
      Grazie GINO RAGO.

  3. Gianni Godi

    Grazie Giorgio! Trash Splendor: my trash passion!

    Il mer 1 mag 2019, 08:26 L’Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internaziona

  4. Nuntio vobis gaudium magnum;

    habemus Papam:

    Eminentissimum ac Reverendissimum Dominum,

    Dominum
    Chelsae Editions – New York

    Sanctæ Romanæ Ecclesiæ Cardinalem

    qui sibi nomen imposuit

    “How the Trojan War Ended I Don’t Remember…”

    An Anthology of Italian Poets in the Twenty-First Century

    Edited by Giorgio Linguagloss

  5. Da un polittico di parole nell’ entanglement linguistico estraggo questo brano

    “[…]
    Franco Intini mette in cantina
    Il bosone di Higgs.

    Con l’entanglement quantistico verso lo Zero assoluto
    un nuovo stato della materia è possibile?

    Einstein litiga con Bohr
    per l’azione fantasmatica a distanza.

    Non vuole che Dio continui a giocare
    A dadi con l’universo.

    «Ma lasciamolo giocare, in fondo che male c’è»
    Insiste Bohr.

    Einstein gli lancia un posacenere di alluminio in lamine.
    […]
    Nell’entanglement quantistico
    L’azione su un atomo entangled si riverbera sugli altri…

    In un polittico poetico in distici entanglati
    L’atto su un verso si propaga su tutti gli altri versi.

    Le parole. Forse una nube di atomi di rubidio.
    […]
    “Amleto è morto.”
    Ne dà l’annuncio Lorenzo Pompeo dall’Ungheria.

    Ma da Cracovia Lorenzo invia a Giorgio Linguaglossa
    versi di Ewa Lipska tradotti in italiano.

    Virna Lisi e Marlene Dietrich entrano nude
    nello studio di Sabino Caronia,

    Faber Nostrum canta Il Bombarolo…

    (gino rago)

    • Caro Rago

      Nello studio di un tizio che conosco
      apparve improvvisa una scritta:

      “il dottore dalla mano tremante scrisse una ricetta che nessuno
      sa decifrare ma la calligrafia si riconosce…”

      Un verso di Transtromer
      incise la Tavola periodica

      -Ogni chimico ne ha una appesa alle spalle
      Il suo crocifisso-

      Irruzione credo o entaglement nella sua vita
      che si svolgeva altrove.

      Era l’agave che cresceva sulla Murgia
      o quella sincrona sul lungomare di Bari?

      Il mio amico si chiedeva cosa c’entrasse
      Mendeleev con Hegel.

      Né l’uno né l’altro avevano mai sentito parlare di protoni
      In quanto a proprietà invece

      La pistola della legge dice il primo
      Ma si potrebbe giurare sul secondo.

      Note: in cantina gira e rigira l’elettrone. Nel piccolo anello rimugina il protone. Sul letto di gelo assoluto si ascolta il suo gemito. La Boxe è vietata, non è ammesso lo scontro tra cani, galli, gladiatori, luci. Si scommette però. La probabilità è di casa. Si giura sul successo di vedere uno spettro. Quelli che giravano per l’Europa nessuno più li accelera e giacciono pesanti ai margini delle strade, segnati d’ oblio, di piombo le ossa. Questi invece sono snelli, di mente lucida, parlano in codice che il mio amico intende.

      Grazie Gino Rago, grazie Ombra
      Franco

  6. Donatella Giancaspero

    Alla fine di aprile
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/05/01/poesie-e-commenti-di-andrea-emo-donatella-giancaspero-letizia-leone-gino-rago-giuseppe-gallo-lorenzo-pmpeo-alfonso-cataldi-francesco-paolo-intini-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-56804
    L’intenzione di dire. Il fenomeno nuovo. L’evento.
    Ma, di colpo, cade dalle mani la tazzina di porcellana.
    Attraversando un flash, tocca il fondo.
    Una lesione sul bordo per gli anni a venire.

    A pranzo, in cucina, la sedia occupa il posto estraneo.
    Sfilano i bar di passaggio. Le arance spremute nei vetri opachi.
    Da un isolato all’altro, le parole sbirciano vetrine

    – “per caso, senza l’idea di comprare qualcosa.
    Cercando, magari una volta soltanto
    e fuori stagione, un gelato al limone…”

    Alla fine di aprile, i gabbiani qua intorno. Tanti.
    Sui tetti. In cima ai comignoli. Appollaiati.
    Chi punta il dito, in un ritaglio tondo di cielo

    Anche Donatella Giancaspero costruisce per polittici le sue poesie. Va per terribili scorci e scorciatoie, per abbreviazioni, per fulminanti asimmetrie ed ellissi come nella poesia italiana degli ultimi cinquanta anni non si era mai visto. La poetessa romana preferisce al distico, i gruppi, strofe ben nutrite, complesse e compresse, in questo modo ottiene effetti di profondità spazio temporali. Frequentissimi son i punti, impiegati a spezzare lo strofeggiare pallido e assorto dei frequentatori della poesia narrativa di oggidì. Direi che la nuova poesia la si può riconoscere dall’impiego del punto; più frequente è il punto, più la poesia assume la connotazione sintattica della interruzione, della marcatura, della dissimmetria. Ogni emistichio o ogni singola tessera del verso ha un proprio peso specifico differente da quello di ogni altro emistichio o di ogni singola tessera frastica.

    Anche la sineddoche, la metonimia e la procedura straniante vengono impiegate frequentemente però in momenti strategici, in particolari luoghi delle singole strofe a sottolineare la forte morfologia della costruzione sintattica (la sedia occupa il posto estraneo./ …. Le arance spremute nei vetri opachi).

    La poesia tratta della descrizione di uno scorcio di Roma invasa dai gabbiani che ormai passeggiano tranquillamente in mezzo ai pedoni e al traffico della capitale alla ricerca del cibo delle pattumiere. Ma è anche la descrizione di una Stimmung, di una tonalità emotiva. La poesia non è una descrizione di un paesaggio, ma è la rappresentazione con mezzi poetici e tecnica da NOE della Stimmung della persona che sta là fuori e osserva tutto questo degrado. Eppure, c’è della bellezza in questo degrado, anzi, il degrado del nitido quadretto alla Pisis, ha qualcosa di accattivante, di emolliente e di repellente. Gli interni sono tutti disadorni (elemento questo tipico della poesia giancasperiana), per non dire squallidi, ma di uno squallore ricco di vita trattenuta, deflorata, consumata, violata, inautentica, sordida, felice…

    La Giancaspero non indulge mai ai buoni sentimenti, non alletta il lettore, non lo illude… è sempre oggettiva e disadorna nelle sue rappresentazioni. Nelle sue poesie non c’è mai un Inizio, come non c’è mai un Finale. Il Finale di partita è che non c’è, non si dà mai nessun Finale di partita, perché non c’è partita. Ovvio.

  7. donatella giancaspero

    Cari amici,
    per prima cosa, voglio ringraziare Giorgio Linguaglossa per aver pubblicato la mia poesia “Alla fine di aprile” e per averla commentata così bene. Inoltre, condivido moltissimo il pensiero del filosofo Andrea Emo citato qui nel post. E tengo a evidenziarlo:

    «Non è vero che la poesia sia pura fantasia, pura immagine, che la filosofia sia puro pensiero. L’immagine senza pensiero è vuota, il pensiero senza immagine è muto. Ciò che non si saprà mai è questo: quale dei due sia l’origine o la speranza dell’altro. Ma questo è forse necessario. Poiché se il pensiero, guardandosi non vedesse in sé, come suo fine, l’immagine, e l’immagine, guardandosi, non vedesse in sé, come suo fine, il pensiero, forse all’uno e all’altra potrebbe sembrare di essere fondamento, costruzione o conclusione del tutto. Ma questo loro reciproco esser fondati sull’altro fa a noi intendere come pensiero e immagine siano la forma umana della contemplazione, che muta volto e delude se stessa».

    Credo che questo discorso possa applicarsi alla mia poesia.
    Proprio in questi giorni, dopo un lungo (e direi estenuante) lavoro di ricerca e di riflessione, ho composto un testo. La mia ricerca si è incentrata sulla storia urbanistica e sociale di un luogo della periferia romana, sulla filmografia che lo descrive (principalmente quella di Pier Paolo Pasolini), nonché su alcune tecniche cinematografiche essenziali. Ma non solo. Nella scrittura mi sono trovata ad affrontare proprio quella stretta e misteriosa connessione tra pensiero e immagine di cui parla Andrea Emo. È stato in funzione di questa che ho stabilito la mia ricerca lessicale e sintattica. I dati oggettivi derivati dal lavoro teorico preparatorio si sono mescolati con i frammenti di una mia vaga memoria personale: più che di veri, coscienti ricordi, si tratta di flash, di echi, in certi casi soltanto di sensazioni: tutto ciò che la mente è stata in grado di recuperare, sollecitata anche dalla visione delle immagini reperite nel web.

    *

    Lungo piano sequenza

    Nel colore digitale, la sfocatura dello spazio:
    gente, alberi, automobili. Le scritte e i murales dei writers.
    Un software smonta i semafori, i parcheggi lungo il marciapiede…

    Sulla sponda destra dell’asfalto, una landa sbiancata.
    E un accenno nero di arco, tra gli sterpi, oltre il senso della Storia.
    Di contro, la campata vuota del Boomerang. I monoliti stellati.

    Su Google Maps, via Lucio Sestio evoca il mercato rionale.
    Lungo piano sequenza di luce, col cinquanta* che sfonda.
    Il bianco e nero sui volti. La fissità del moto.

    Antonietta, dietro le verdure. Il coltello nella tasca ruvida
    e l’offerta consueta per la bambina di passaggio:
    non si spiega il filo teso dei palloncini oscillanti al vento.

    Tra i banchi, se ne veste un vecchio ragazzo con la faccia da ladro,
    la maglietta bucata. Ne stacca uno per due lire…
    Un punto bianco, nel bianco: sopra la torre di largo Spartaco.

    ___________________________________________________________
    *Pier Paolo Pasolini, Poesie mondane, in Tutte le Poesie, vol. I (Mondadori, 2003)

  8. Marina Petrillo va incontro a Puccini
    […]
    Visioni mistiche a san Francesco a Ripa.
    Marina Petrillo davanti a Ludovica Albertoni.

    Marmo. Diaspro. Drappeggio. La beata in estasi.
    Verso l’altare della cappella

    Marina abita parole d’amore.
    Un raggio di sole sul marmo.

    Le visioni. La tela di Gaulli. La finestra.
    Bansky-street-artist: « How the Troian War Ended

    I don’t Remember…
    Edited by Giorgio Linguaglossa»

    Nello stencil a Spaccanapoli
    Bansky dice a Benedetto Croce:

    «So perché Ludovica è in estasi… Junk food »
    […]
    Sul Roma di Napoli:
    «Al San Carlo torna Toscanini»

    Dal palco al centro del teatro Wagner evita lo sguardo di Verdi.
    Sigfrido o Falstaff? La Tebaldi litiga con la Callas.

    Toscanini posa la bacchetta:
    «A questo punto muore Liù.

    Turandot finisce qui. Pechino è a lutto.
    Il cancro alla gola ha ucciso il Maestro».

    Creatura che crea nella luce sul mare.
    Marina Petrillo va incontro a Puccini.

    (gino rago)

    • Marina Petrillo

      Gino Rago va incontro al mare
      […]

      Si spoglia a tratti il mare
      del suo profilo assente.

      Non un alito di vento spira
      tra le frastornate rocce .

      Tacciono i bagliori del meriggio perduto
      al fascino tardivo di uno sguardo.

      Una foglia ondeggia precoce all’estivo viaggio
      in sinfonia d’autunno.

      A tratti torna a sbiadire una piccola onda
      in lieve spumeggiare,

      di cui la sparuta tellina, tornata al suo giaciglio,
      coglie carezza.

      (Marina Petrillo)

  9. Copio e incollo queste poesie inviatemi da Giorgio Stella.
    Si tratta di testi scritti probabilmente in una condizione febbricitante o in una condizione mentale alterata dall’alcool o da sostanze stupefacenti. Cmq c’è qualcosa di interessante in questo interregno della ragione dal quale sembrano provenire questi testi:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/05/01/poesie-e-commenti-di-andrea-emo-donatella-giancaspero-letizia-leone-gino-rago-giuseppe-gallo-lorenzo-pmpeo-alfonso-cataldi-francesco-paolo-intini-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-56820
    Giorgio Stella

    DENTE DEL PORTO DI NEVE

    Per Luigi Bressan accanto al caminetto

    Quando io sarò morta /tu gioca pure con la mia anima
    (ELSE LASKER-SCHULER)

    Riflesso il passaggio
    Come sagoma di petto
    D’airone diretto
    Alla clessidra dei tarocchi
    Riflessi nelle Pissidi
    Meridiane delle cere

    #

    Diretto un effetto di noce
    Nel cocco del chicco di cava
    La betoniera rotea
    Il cuneo della forma in casco
    Di medesima gemella caduta

    #

    Asso pioniere della falce
    Che miete il grasso
    Unto di dolore
    Nel segno della croce-ore.

    #

    Mandami via accanto alla
    Passeggiata biforca se
    Sagoma vuole stemma
    La chimica infetta lana

    #

    Pia larva antica di nutrice
    Il tempo della divisione è
    Quella stagione in cui si
    Lascia tutto perché
    Il nulla è di nessun niente

    #

    Di spazio nel tempo la
    Radice è tronco di trono
    Metti assieme l’insieme
    Del niente nel tutto netto

    #

    Avviene il parto dell’insieme
    Delle terme butterate dai
    Sinistri mancini il concime
    Del vetro tagliato a specchio e
    Netto sarà il lordo taglio
    Delle mammelle che
    Allattano la tela del ragno-miele

    #

    Vagina ubriaca di fegato rancido
    In polo d’atlante fuori sede
    Di neve si mischia la mimica
    Organica fessura al buco del becco di bacco –
    Altrove: Non si registrano classi di
    Inutili bocche da sfamare con rossetto-smalto

    #

    La vacca monta la rosa panoramica dell’asse di nozze
    Praticata viva la torcia nell’ombra e la carezza
    Nella flebo della porta accanto al siero dell’
    Ultimo Santo breve se corto il seme accanto alle vene

    #

    La montanara suona la campana a vicenda della chiesa
    Che con il caglio e il miele il latte dolce delle cose
    Accudirà la pasta a ventaglio della piega
    A notte di pietra nella gemma del fiore
    La carta a corte di Lamù breve nel tango di Bubù

    (Giorgio Stella 2 Maggio 2019 circa 16&30-17&14)

  10. annaventura36@hotmail.com

    “In questo interregno della ragione”,dice benissimo Giorgio Linguaglossa. Molte opere d’arte sono nate “per intervalla insaniae”;l’importante è che non siano andate perdute.Prima o poi, qualcuno riuscirà a decifrarle.Come le foglie della Sibilla,daranno a ciascuno il responso che egli si aspetta. Perchè la risposta è sempre inclusa nella domanda.e ognuno legge quello che vuole leggere.

  11. antonio sagredo

    da: Archeologia della Poesia

    Poema (di un) idiota

    Una luce
    una gemma rischiara
    su una pietra tombale
    un ossicino
    d’un bambino levigato d’aceto
    traccia dolore noia e disprezzo.
    Potente l’aurora
    non si turba della notte serena
    e scopre la gioia
    nascosta nell’insieme dei cocci
    come sterco nei cuori
    che fiocca sincero.

    Sono un personaggio tarlato
    diverso per un frac di pelle
    dall’attore sincero
    come un gatto per il pelo
    dal cane
    con due palpebre rossicce.

    Sono buchi i miei occhi
    e i fori del naso
    a pezzetti dai fori del maso
    la mia poesia barcolla.

    Sono fori più cupi e profondi
    i tremori e i timori dell’anima incerta
    di diversa natura
    di diverso potere d’acchito.

    Il teatro, come me, la mia casa diviene
    come un pesce fresco di poco
    o come una marmellata balorda.

    Sono fori nella gente
    le mie parti
    come occhiate di vetro
    le mie battute arrugginite
    e i gesti stracciati per forza
    e le voci serrate
    come bianco su nero.
    Sono fori i capestri
    e i topi di fogna
    e le bandiere inzuppate d’eroi
    sono fori le mie parole
    e le mie poesie
    i miei pensieri lasciati in disparte.

    A. S. 1968

  12. Questa traccia di bosone
    evidenzia la falla inutile, la cucina,

    tre quattro sedie di serenità. Il tavolo di traverso nel taglio della luce. I resti delle fette

    biscottate all’albicocca. Sul tagliere. Spalmate le briciole della fisica ininterrotta,

    un furto di parole variopinte, Higgs che
    chiude e apre la dispensa.

    Grande OMBRA. Grazie.

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