Alcune Domande di Giorgio Linguaglossa a Vincenzo Vitiello, da Topologia del moderno, Poesie in distici di Giuseppe Talia, Gino Rago, Giorgio Linguaglossa

 

Giuseppe Talia

Caro Germanico,

oggi il sicomoro ha fatto frutti: cachi belli e rotondi.
Teofrasto, stupito, ne ha salvato l’immagine

in uno screenshot da pubblicare su facebook.
“Una simile piantaccia polverosa ha fatto frutti?”

Immediatamente la cia, la cei, il cicap
hanno rilasciato tutti un’agenzia.

Per la cia il fenomeno è probabilmente dovuto
alla velocità dei dati delle reti 5G, all’efficienza spettrale

della velocità di trasmissione della banda larga per cui
tra la radice del sicomoro, i rami in fibra convergente

si è creato un cloud e quindi Parmenide aveva ragione:
“una che “è” e che non è possibile che non sia…”

La cei ci va cauta. Per caso i frutti sanguinano?
Qualche cachi, in verità, presenta una maturazione

precoce: gli acidi, gli zuccheri e gli aromi rilasciano
una poltiglia dall’esocarpo crepato.

Non si registrano volti wanted dell’iconografia globale
se non per quel cachi in alto a destra che pare

assomigliare a San Carpoforo.
Comunque, nel dubbio, i fedeli hanno acceso alcune candele

sotto l’albero e l’industria dei gadget è già in opera.
Il cicap sguazza nella melma scivolosa della polpa.

Ne acquisisce campioni. Il Diospyros kaki desta sospetti.
Teofrasto continua a dire: “una simile piantaccia polverosa?”

(poesia postata il 26 novembre 2018)

.
Gino Rago

Due fazzoletti al 25 aprile

Rosso-bianco-verde. Due fazzoletti.
Uno sul collo di Calamandrei

L’altro su quello di mio padre prigioniero.
Hanno spaccato le lapidi dei loculi

Sono alla testa di tutti i cortei.
Mio padre disse NO al cibo, agli scarponi,

alla divisa cucita su misura.
Rimase negli stracci, nella fame,

nei pidocchi. Partì con altri a venticinque anni.
Tornò. La giovinezza mai vissuta

per sempre alle sue spalle.
[…]
Con Calamandrei
stasera mio padre senza farsi vedere

sarà forse a Marzabotto con i fratelli Cervi.
O forse a Porta san Paolo

o alle Ardeatine.
Da anni esce dalla tomba.

Si fa fiore tra i fiori mai secchi
sotto le croci di legno

sui prati, ai bordi dei fiumi, sulle montagne.
“La libertà. Il meglio fiore… Ma vuole sempre acqua”
[…]
Calamandrei e mio padre lo dicono sempre:
“la libertà… E’ di tutti. Anche di quelli

che la negarono a tutti.”

Alcune Domande di Giorgio Linguaglossa a Vincenzo Vitiello, da
Topologia del moderno, Marietti, edizione, 1992 pp. 249-251:

Domanda:

Il linguaggio rinvia ad altro o rinvia a se stesso?

Risposta:

«Il segno, si è detto, rinvia ad altro. Le lancette che si muovono sul quadrante dell’orologio indicano il tempo che scorre: Il tempo dell’attesa, o il tempo della memoria; il tempo degli astri: la levata del sole; o del mezzo meccanico: la velocità dell’auto. Sempre un tempo ch’è fuori dell’orologio. Sempre le lancette indicano altro. Il linguaggio, invece, parla di sé, indica sé, presenta se stesso. Può fare ciò che gli altri segni non possono. Certo la parola nomina l’altro, l’altro da sé: il profumo di un fiore, il colore di un tramonto, il sapore di un frutto. Cosa più distante dalla parola – quella della voce e quella della scrittura – che l’olfatto, la vista, il gusto? Pure la parola nomina l’odore, il colore, il sapore: Li nomina e li evoca. Presenta l’altro. Ed insieme presenta se stessa. La parola nomina la parola.

Se il linguaggio è l’orizzonte dell’altro, questo orizzonte ha poi la particolare caratteristica di includere sé in sé, l’orizzonte nell’orizzonte. È uno spazio più grande di ogni spazio – perché autoinclusivo. Perciò è la condizione del pensiero. Del pensiero vero. Che è tale se ed in quanto è capace di accogliere sé in sé medesimo».

Domanda:

Può fare un esempio?

Risposta:

«Faccio un esempio: se dico che essenza della verità è il segno, il rimando ad altro, questa affermazione è vera solo a condizione ch’essa medesima sia tale: rimando ad altro. Se il pensiero che dice la verità, l’essere della verità, non includesse sé in se stesso, sé nell’essere della verità, resterebbe almeno una verità fuori della verità: la verità definita non sarebbe, non includerebbe la verità definiente. L’essere della verità sarebbe soltanto una verità parziale, limitata, che, non conoscendo il suo limite (dacché non include il definiente in sé, nulla sa di questo: neppure che “c’è”), non potrebbe che porsi come verità totale: come ciò che non è. Non sarebbe verità, ma errore. Solo il pensiero autoinclusivo è vero. Perciò ha bisogno del linguaggio: perché solo il linguaggio dice di sé. Di sé: dell’identità originaria. Dell’Identità che è all’origine del pensiero vero.

Il pensiero autoinclusivo è pensiero riflesso. Riflesso-riflettente. Il linguaggio che ad esso conviene è dunque il linguaggio della riflessione.
Ma si dà tutto questo – o è soltanto un’esigenza? Può ben essere che non ci sia verità se non nel pensiero e nel linguaggio autoincludentesi – ma si dà poi verità?
L’esigenza del discorso, del logo (pensiero e linguaggio) autoinclusivo cozza contro questo fatto – questo bruto, impuro fatto: che la parola che dice il linguaggio è sempre particolare, limitata. È un frammento del linguaggio, mai tutto il linguaggio. Il logo che parla, che dice, che nomina e definisce – non è mai tutto il logo. Tutto il logo che pur intende dire. L’intenzionato deborda da ogni lato, fuoriesce dall’intenzione. La riflessione spezza l’identità che è alla sua origine. L’orizzonte della riflessione si rivela troppo piccolo per accogliere in sé l’orizzonte riflesso. Il cogito non è pari al sum. Al sum del cogito, al sum cogitans.
Su questa dis-parità, su questa dis-equazione -la disparità, la disequazione tra linguaggio e parola, logo riflesso o intenzionato e logo riflettente o intenzionante – porta a meditare il pensiero di Heidegger. Il pensiero di Heidegger sull’essenza del linguaggio»

Domanda:

Il linguaggio è il linguaggio del’io? Possiamo dire che tra le due cose c’è equivalenza?

Risposta:

«Il linguaggio parla d’altro – d’altro e di sé. Normalmente d’altro: nomina ed evoca e presenta le cose – le cose del mondo, le cose nel mondo. E con le cose gli uomini – i parlanti. Ma quando parla di sé? Quando e dove?

Bisogna esser cauti nel rispondere. Non si può dire semplicemente nella poesia. Bisogna dire invece: nella poesia che parla della poesia. Se Heidegger privilegia Hölderlin è perché “Hölderlin ist uns in einem ausgezeineten Sinne der Dichter des Dichters”. Hölderlin poeta del poeta in senso eminente: perché? Perché la sua poesia ha per tema l’essenza del poetare.1]

Il linguaggio – ricorda Heidegger citando Hölderlin – è “der Guter Gefahrlichstes”. Il più pericoloso dei beni perché “wo Sprache, da ist Welt”. E solo dove è il linguaggio è il mondo: luogo di incontro dell’ente ed insieme di apparizione del non-ente; luogo di memoria dell’essere, e di oblio ed abbandono. Ora, se non è il linguaggio per l’uomo, ma l’uomo per il linguaggio – come accade, come avviene il linguaggio?

Seit ein Gesprach wir sind
Und hören können voneinander 2]

Il linguaggio avviene come dialogo. L’avvento del linguaggio è l’avvento della comunità. Della storia. Già per questo il linguaggio è essenzialmente «ascolto”. In uno scritto più tardo, su cui torneremo, Heidegger, rilevando la medesimezza di pensiero e linguaggio, e così la prossimità di Denken e Dichter, scriverà: «Ogni pensare è prima di tutto un ascoltare, un lasciarsi dire e non un interrogare».

Per ogni lato il linguaggio supera la parola. È un bene – per quanto sia più pericoloso. Un bene, e cioè: un dono. Il linguaggio è donato. Donato a chi compie la più innocente operazione: al poeta. Unschuldigste definisce Hölderlin l’occupazione del poeta: la più innocente, incolpevole dell’uomo. Perché ai poeti non si può far carico di nulla: «Der Dichter ist ausgesetz den Blitzen des Gottes”. Esposto ai fulmini del dio, il poeta accoglie quanto a lui è dato accogliere.

…und Winke sind
Von Alters her die Sprache del Götter 3]

Cenni, non parole. Il linguaggio – il linguaggio originario: degli dei – non si dà alla parola, comunica per cenni. Il fulmine di Giove illumina, per un attimo, l’oscurità del Cielo. Ed è per questa illuminazione che l’uomo scopre la sua appartenenza alla Terra. Allora veramente, propriamente dà testimonianza di sé, del suo esser-ci, quando scopre la sua intimità (Innigkeit) alla Terra, al mondo. Alle cose, che in questa intimità si rivelano come sono: in contrasto, im Widerstreit. Unite da ciò che le separa.

Ma in conflitto, im Widerstreit, non sono soltanto le cose; un più originario conflitto è all’opera nel linguaggio. Heidegger ci mette sulla traccia di questo più originario polemos già quando parla dell’essenza della poesia che Hölderlin dichter und neu stiftet. Questa essenza, nuovamente fondata sulla poesia di Hölderlin, non è – dice – zeitlos; al contrario: appartiene al tempo, e ad un determinato tempo. Alla durftige Zeit: un tempo della povertà e del bisogno, degli dei fuggiti e del dio venturo – dell’abbandono e dell’attesa.

L’appartenenza alla Terra è quindi lontananza dal Cielo. V’è un’amicizia – philìa – tra i divini e i mortali; insieme una profonda inimicizia li separa. E nel linguaggio sono entrambe, Concordia e Discordia: il lampo, Blitz, della parola che illumina e la celeste oscurità del linguaggio che ne è illuminato.

C’è da chiedersi, però, se sia storico questo conflitto, o non appartenga invece all’essenza dell’uomo e al destino dell’essere.
Con questa domanda ci inoltriamo nell’altro scritto di Heidegger cui s’è fatto cenno. Lo scritto dal titolo: L’essenza del linguaggio.»

1] Hölderlin und das Wesen der Dichtung, in EH, 33-48 (da questo testo sono tratte le citazioni da Heidegger e da Hölderlin)
2] «Da quando un dialogo noi siamo / E possiamo ascoltare l’uno dall’altro».
3] «… e cenni sono/ Dal tempo antico il linguaggio degli dei».

Giorgio Linguaglossa

Penso che la «parola» poetica scocchi al e dal «discorso» mediante una scintilla. Una scintilla che subitaneamente diventa incendio. Quello che altri chiama ispirazione, è in realtà una scintilla. Ma qui si pone un problema che è stato sfiorato sia da Michel Meyer che da Vincenzo Vitiello: come fare per giungere alla scintilla? Ecco, direi che la scintilla è un dono degli dei (non di dio, si badi); allora, non resta che propiziarci la benevolenza degli dei. La ricerca filosofica e di poetica ha questo senso, quello di procacciarci la benevolenza delle Muse, che sono delle dee particolarmente bizzose e ritrose; fuggono a gambe levate dove il poeta getta ponti levatoi per catturarle, non sopportano alcuna violenza, alcuna effrazione.

Però il poeta non può soltanto stare in posizione statica ed estatica di attesa, deve fabbricarle le condizioni affinché l’attesa divenga fruttuosa. Per dirla tutta, il poeta non deve sostare né soltanto sulla «parola», né soltanto sul «discorso»; entrambi: parola e discorso sono acerrimi avversari, sono sempre in conflitto, dove c’è l’una non c’è l’altro; infatti sono di genere opposto: femminile (la parola) e maschile (il discorso). Se il poeta cerca la parola nuova senza aver prima fabbricato ponteggi e gru per arrivare alla parola, finisce per impiegare la parola vecchia, quella già consumata dal discorso, e la Musa fuggirà a gambe levate; se invece punterà sul «discorso», sarà la «parola» a sottrarsi in quanto quel «discorso» è il discorso della tradizione, il discorso in posizione di rigor mortis.

Non c’è dubbio che il poeta si troverà così sballottato e distratto tra la «parola» e il «discorso», prigioniero castigato dall’ostilità e dalla conflittualità tra i due contendenti. Il risultato sarà la parola in rigor mortis, con la conseguenza che userà la parola come succedaneo di una tradizione (di un discorso) già nato consunto.
E allora, come fare per evitare di diventare prigioniero inerme tra questi duellanti? Dirò che il poeta deve costruirsi una casa, una abitazione che lo protegga dalle intemperie e dalle tensioni che si sprigionano dalla collisione tra la «parola» e il «discorso», dovrà munirsi anche di un buon parafulmine e di un portone blindato per impedire alle parole consunte e consumate di fare ingresso nella sua abitazione, invaderla e ottundere la stessa possibilità di adire ad una parola poetica autentica.

foto L'interruttore della luce del 1944 nella sede della famigerata Polizia Tedesca in via Tasso a Roma...cose di settantacinque anni fa ti guardano, cariche di pathos.

[l’interruttore della luce nelle stanze della tortura della Gestapo in via Tasso, Roma, 1944]

Giorgio Linguaglossa

La stanza disadorna di Cogito

Un pulsante. Un ronzio. L’interruttore della corrente elettrica.
Una stanza vuota e bianca.

Dal soffitto, una lampadina, sul tavolo tazzine
con macchie di caffè, bottiglie vuote, tovaglioli di carta.

«Egregio Cogito, gli altri cadono nel tempo,
io invece sono caduto dal tempo, una jattura, mi creda, non da poco.

Sono disperato, sì, non ho altri che Lei; dopotutto questo tempo
siamo diventati amici», disse il Signor K.

Era pensieroso, forse addirittura addolorato…
Il filosofo non si scompose.

Era già tardi però, il sole se ne era andato per i fatti suoi,
aveva deciso di disertare la bacheca del giorno.

Sull’attaccapanni era steso un asciugamani a quadretti
e una giacca risalente alla guerra fredda.

«Ella è il prodotto di coloro che l’hanno preceduta»,
disse Cogito sottovoce,

ma scacciò via quel pensiero, per disperazione,
per distrazione o, semplicemente, per dimenticanza…

10 commenti

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10 risposte a “Alcune Domande di Giorgio Linguaglossa a Vincenzo Vitiello, da Topologia del moderno, Poesie in distici di Giuseppe Talia, Gino Rago, Giorgio Linguaglossa

  1. Una poesia di Donatella Giancaspero postata stamane su Facebook.

    Alla fine di aprile

    L’intenzione di dire. Il fenomeno nuovo. L’evento.
    Ma, di colpo, cade dalle mani la tazzina di porcellana.
    Attraversando un flash, tocca il fondo.
    Una lesione sul bordo per gli anni a venire.

    A pranzo, in cucina, la sedia occupa il posto estraneo.
    Sfilano i bar di passaggio. Le arance spremute nei vetri opachi.
    Da un isolato all’altro, le parole sbirciano vetrine

    – “per caso, senza l’idea di comprare qualcosa.
    Cercando, magari una volta soltanto
    e fuori stagione, un gelato al limone…”

    Alla fine di aprile, i gabbiani qua intorno. Tanti.
    Sui tetti. In cima ai comignoli. Appollaiati.
    Chi punta il dito, in un ritaglio tondo di cielo

  2. grazie. molto interessante e mi ci sono ritrovata in tutte queste considerazioni

  3. Riprendo da poetarumsilva alcuni pensieri del filosofo Andrea Emo sull’immagine in poesia e in filosofia, perché mi sembrano molto pertinenti e centrate anche riguardo alla ricerca di una nuova poesia fondata sull’immagine, sul frammento e sul polittico…

    Andrea Emo
    Il pensiero e l’immagine

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/04/27/alcune-domande-di-giorgio-linguaglossa-a-vincenzo-vitiello-da-topologia-del-moderno-poesie-in-distici-di-giuseppe-talia-gino-rago-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-56442
    Non è vero che la poesia sia pura fantasia, pura immagine, che la filosofia sia puro pensiero. L’immagine senza pensiero è vuota, il pensiero senza immagine è muto. Ciò che non si saprà mai è questo: quale dei due sia l’origine o la speranza dell’altro. Ma questo è forse necessario. Poiché se il pensiero, guardandosi non vedesse in sé, come suo fine, l’immagine, e l’immagine, guardandosi, non vedesse in sé, come suo fine, il pensiero, forse all’uno e all’altra potrebbe sembrare di essere fondamento, costruzione o conclusione del tutto. Ma questo loro reciproco esser fondati sull’altro fa a noi intendere come pensiero e immagine siano la forma umana della contemplazione, che muta volto e delude se stessa. (Q. 7, 1929)

    Ogni immagine è immagine del nulla. E in questo senso l’immagine è ontologica. (Q. 214, 1959)

    In principio era l’immagine, e per mezzo di essa tutte le cose furono fatte. L’immagine è in principio (creatrice e creatura della propria negazione) quale può essere la causa dell’immagine? Forse soltanto la sua negazione; tutto ciò che è originato dalla sua negazione (come l’individuo, l’attualità) è originario, è in principio, ed è un principio. L’espressione non può essere poetica quando è originata da una causa o da un’intenzione. L’espressione deve essere originata soltanto dalla rinuncia ai suoi fondamenti, ad ogni fondamento, ad ogni causa e ad ogni effetto. (Q. 288, 1965)

    L’immagine è per definizione pallida, diafana, trasparente, ma essa non è astratta. (Q. 306, 1967)

    L’immagine, come la vita, è Ifigenia e Fenice – è sacrificio e resurrezione – un mistero che celebriamo in ogni istante con la respirazione, con il fuoco interiore che ci brucia. (Q. 319, 1968/1969)

    Andrea Emo, In principio era l’immagine (A cura di Massimo Donà, Romano Gasparotti e Raffaella Toffolo), Bompiani, 2019.

  4. letizialeone

    Grazie, una lettura interessantissima così come i testi proposti di Talia, Rago, Linguaglossa e Donatella Giancaspero. Tento di ricollegarmi in una sorta di consonanza d’ispirazione a certe immagini diafane o trasparenti o percezioni sottili: stanze, interruttori, frutti…belli e rotondi, Ardeatine…e ancora invasa dall’aura della visita alla sede della Gestapo in via Tasso di due giorni fa questi distici tentano di riprendere il filo di questo discorso poetico collettivo:

    Epopea di cose solide e impermeabili al canto.
    Le scale al buio fino al terzo piano. L’interruttore della luce del 1944.

    Ecco la stanza. È una notte a pendolo di lampadina nuda e fogli di quaderno
    Non numerati con la fossa in un rigo. Se leggi:un pensiero ti cade dall’occhio.

    Alla parete un segno, un rosso, il tocco vermiglio di un frutto
    Illividito tra le pere. La stagione della semina dei morti…da mano a mano

    Da esiliato a esiliato.

  5. moltiplicazeri

    grazie, par poter colloquiare con Poesia nello sviluppo

  6. Ecco qui un «polittico» composto con spezzoni e frammenti di altre poesie distrutte dall’hacker e da me miracolosamente ripescati dalla memoria. Quindi, si tratta di duplicati di scarti e di frammenti che forse non hanno né capo né coda, o forse hanno una coda, ma senza alcun capo… Lo stile è nominale; ho eliminato tutti i verbi inutili e gli aggettivi esornativi. Ho lasciato i nomi e le immagini.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/04/27/alcune-domande-di-giorgio-linguaglossa-a-vincenzo-vitiello-da-topologia-del-moderno-poesie-in-distici-di-giuseppe-talia-gino-rago-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-56467
    La scala a chiocciola

    Agenti della Vopos con impermeabili scuri.
    camminano rasente il muro.

    Torrette di avvistamento in una fuga senza fine.
    A sinistra, il muro, a destra, il muro

    costruito da giganti per i pigmei per il paese dei pigmei.
    Cogito è qui. È qui.

    Prigionieri, gendarmi, hangar, corridoi, cancelli azzurri,
    uniformi, celle, sbarre, altri cancelli,

    pavimento epossidico, letto, tavolo,
    lampadina, soffitto, oblò, cortili passeggio,

    cellule fotoelettriche, torce elettriche, riflettori.

    Il muro, tetragono, fuoriesce dalla finestra
    ed entra dentro la cella del filosofo…

    […]

    Il re di denari bacia la dama in maschera.
    Il cicisbeo del Tiepolo accenna un inchino che non avviene.

    La dama manda un sms a Vermeer, Pietro Longhi ritrae la damigella
    in posa col papà mentre Mozart compila il 740,

    si reca al Caf, ma dimentica qualcosa, torna indietro,
    e si perde nel traffico della Vienna imperiale.

    […]

    “Il negozio di mio padre. A destra, la scala a chiocciola
    che conduce alla guerra di Troia”.

    Pensai questo pensiero impensabile…

    Sapevo che il filosofo avrebbe comunque vinto la partita,
    sarebbe andato fino in fondo; che cosa aveva da perdere ormai…

    ma scacciai subito quel pensiero, per paura, forse,
    per disperazione, per distrazione,

    o per dimenticanza.

    *

    Il «polittico» abita la pluralità dei tempi e degli spazi. Più spazi e più tempi convergenti costruiscono la casa del «polittico», altrimenti non si ha «polittico». C’è un filo conduttore che unisce quei tempi e quegli spazi, ma non è neanche detto che ci sia. Molto probabilmente ci sono una molteplicità di fili conduttori che si dipanano dal «polittico», c’è un tessuto di fili che tiene insieme il «polittico». Ma, anche se non ci fosse, non importa, perché l’arte è finzione, finzione che qualcosa accada; e finzione significa rappresentazione.

    «Vero è che la permanenza è propria del tempo considerato nella sua totalità. Come tale il tempo non scorre, non cambia. Cambia, scorre, ciò che è nel tempo».1]

    1] V. Vitiello, op. cit. p. 203

  7. giuseppina.palo@libero.it

    Gentile Giorgio,

    sono Giuseppina.

    Complimenti per la vostra attività letteraria.

    Vi invio questa poesia in movimento per sapere cosa ne pensate.

    Per leggerla bisogna cliccare Scarica.

    Un caro saluto.

    > WordPress.com

  8. Leggiamo con attenzione questa poesia di Giuseppe Talia.

    Giuseppe Talia

    Caro Germanico,

    oggi il sicomoro ha fatto frutti: cachi belli e rotondi.
    Teofrasto, stupito, ne ha salvato l’immagine

    in uno screenshot da pubblicare su facebook.
    “Una simile piantaccia polverosa ha fatto frutti?”

    Immediatamente la cia, la cei, il cicap
    hanno rilasciato tutti un’agenzia.

    Per la cia il fenomeno è probabilmente dovuto
    alla velocità dei dati delle reti 5G, all’efficienza spettrale

    della velocità di trasmissione della banda larga per cui
    tra la radice del sicomoro, i rami in fibra convergente

    si è creato un cloud e quindi Parmenide aveva ragione:
    “una che “è” e che non è possibile che non sia…”

    La cei ci va cauta. Per caso i frutti sanguinano?
    Qualche cachi, in verità, presenta una maturazione

    precoce: gli acidi, gli zuccheri e gli aromi rilasciano
    una poltiglia dall’esocarpo crepato.

    Non si registrano volti wanted dell’iconografia globale
    se non per quel cachi in alto a destra che pare

    assomigliare a San Carpoforo.
    Comunque, nel dubbio, i fedeli hanno acceso alcune candele

    sotto l’albero e l’industria dei gadget è già in opera.
    Il cicap sguazza nella melma scivolosa della polpa.

    Ne acquisisce campioni. Il Diospyros kaki desta sospetti.
    Teofrasto continua a dire: “una simile piantaccia polverosa?”

    (poesia postata il 26 novembre 2018)

    Abilissimo mixage di lessicalità di varia provenienza: lessico della tradizione filosofica e religiosa: Teofrasto, Parmenide, «radici di sicomoro», la Cei, San Carpoforo; lessico derivato dal demanio scientifico: Diospyros kaki, esocarpo; lessico della civiltà mediatica e tecnologica di oggi: la cia, la cei, il cicap, screenshot, facebook; il tutto conglomerato in un discorso poetico vergato in forma di missiva ad un interlocutore di oggi ma riferito ad un tale Germanico, noto generale dell’imperatore Tiberio poi finito in circostanze sospette su una nave che veleggiava verso i Parti. Si tratta di una nuova forma di poesia che in Italia non è mai stata scritta prima di Giuseppe Talia e anche del sottoscritto il quale ha vergato anch’egli delle poesie siffatte. Si tratta di una poesia che non insegue il senso, e neanche il non senso, che non sfoggia abilità di significanti, che non si intrattiene con le ambiguità dei significanti; nel testo non c’è nulla di ambiguo, lo statuto del discorso è chiarissimo: una missiva ad un generale romano su questioni confusamente attinenti al mondo di oggi, il che aggiunge paradossalità al paradosso. È una tipica poesia ultronea, nel senso che va oltre il senso, se anche ne abbia qualcuno. Una poesia ipoveritativa, o iperveritativa? Può darsi, non lo escluderei. A me sembra una poesia attualissima, che ci parla delle questioni di oggi, ma in modo, direi, fuori cornice, fuori quadro, evitando di cimentarsi con un contesto storico o semantico che le fornisca una credibilità o uno statuto di leggibilità. In verità, si tratta di un genere di poesia che vuole sottrarsi ad ogni statuto di riconoscibilità poetica, almeno, allo statuto oggi in vigore nelle istituzioni stilistiche bene educate.

  9. Due fazzoletti al 25 aprile

    Rosso-bianco-verde. Due fazzoletti.
    Uno sul collo di Calamandrei

    L’altro su quello di mio padre prigioniero.
    Hanno spaccato le lapidi dei loculi.

    Sono alla testa di tutti i cortei.
    Mio padre disse NO al cibo, agli scarponi,

    Alla divisa cucita su misura.
    Rimase negli stracci, nella fame,

    Nei pidocchi. Partì con altri a venticinque anni.
    Tornò. La giovinezza mai vissuta

    Per sempre alle sue spalle.
    […]
    Con Calamandrei
    Stasera mio padre senza farsi vedere

    Sarà forse a Marzabotto con i fratelli Cervi.
    O forse a Porta san Paolo

    O alle Ardeatine.
    Da anni esce dalla tomba.

    Si fa fiore tra i fiori mai secchi
    Sotto le croci di legno sui prati,

    Ai bordi dei fiumi, sulle montagne:
    «La libertà… Il meglio fiore…

    Ma vuole sempre acqua».
    […]
    Calamandrei e mio padre lo dicono sempre:
    «La libertà… E’ di tutti.

    Anche di quelli
    che la negarono a tutti.»
    […]
    Né al fronte né in prigionia.
    Né in guerra né in pace

    Nessuno mai lo aveva visto piangere.
    Fino al pomeriggio

    Del 4 maggio del 1949.
    Cielo di piombo. Superga.

    Tutti i suoi amici sapevano
    Della filastrocca di mio padre

    Ripetuta da solo per giorni
    nel muco e nei singhiozzi:

    Bacigalupo,
    Ballarin, Maroso,
    Grezar, Rigamonti, Castigliano,
    Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola
    […]
    Le scarpe battute sui legni del Filadelfia.
    Lo sguardo di Valentino.

    Il segno d’intesa con il capo stazione.
    La tromba di Oreste Bolmida.

    Le maniche della maglietta
    Tirate su da Mazzola. La carica.

    Il quarto d’ora dei granata.
    Non ce n’era più per nessuno.

    Ma il 4 maggio del 1949 a Superga
    Il grande Torino andò in trasferta altrove.

    Per sempre.
    Mio padre fino alla morte ha ripetuto
    Senza mai farsi sentire
    La sua filastrocca: «Bacigalupo-Ballarin-Maroso

    Grezar-Rigamonti-Castigliano-Menti-Loik
    Gabetto-Mazzola-Ossola…»
    […]
    In 31 perirono a Superga.
    Nessun superstite.

    Qualcuno di nascosto scrisse su una pietra:
    « Solo il fato li vinse»
    […]
    Rosso-bianco-verde. Il fazzoletto al collo di mio padre.
    Dopo le croci sui prati e sui monti al 25 aprile

    Mio padre a maggio sale anche a Superga.

    (gr)

  10. Penso da tempo che ogni nuova poesia porti con sé una propria Grundstimmung (per Heidegger una «tonalità emotiva fondamentale») che dà alla poesia non soltanto una tonalità dominante ma anche una individualità tono-fono-simbolica individuale e inimitabile. Però è paradossale che i singoli modi di fare poesia siano incomunicabili proprio in quanto trattasi di individualità assolute, vasi in comunicanti, asimmetrici; di qui la estrema problematicità nell’individuare le singole Grundstimmung. Di solito accade che quando sei nella nuvola tonale di una Grundstimmung non riesci ad uscirne se non a prezzo di ostacoli molto grandi e con grandissima fatica; più grande di tutti è la difficoltà di superare il proprio gusto pregresso, abbandonare le confidenze musicali acquisite, l’accordo musaico della tradizione. La «tradizione», da questo punto di vista, è il repertorio delle «voci» che hanno parlato musaicamente, ovvero, musicalmente, ma che oggi non ci parla più se non come un repertorio di voci morte. Di qui la necessità di rivivificare la tradizione come Ueberlieferung, come trasmissione della tradizione.

    In tutte le epoche, ma nella nostra in particolare, si assiste al fenomeno dell’epigonismo di massa per cui un certo linguaggio poetico che, a detta dei più, contiene una «tonalità emotiva fondamentale», tenda ad essere replicato all’infinito dalle tecniche di riproduzione di massa ma al punto più basso, quello raggiungibile appunto dalle masse e quello consentibile dalle istituzioni pubbliche e private che veicolano quel linguaggio musaico e musicale. Penso che le moderne democrazie dell’Occidente non si distinguano in nulla, da questo punto di vista, dalle demokrature di stampo putiniane, orbaniane e trumpiane. Lo scarsissimo livello «musaico» delle democrazie occidentali trova il suo equivalente nello scarsissimo livello «musaico» della poesia che esse producono. Il fenomeno è fisiologicamente diverso da quello che filosofi come Horkheimer e Adorno tratteggiavano negli anni cinquanta quando parlavano di «industria culturale» e di «società di massa», oggi le nostre demokrature si avvalgono in larghissima scala della pessima musica che si veicola nel loro ambito, in tal modo trovano più agevole imporre una pessima politica demagogica e una demagogia millantatoria. Il decadimento del linguaggio «musaico» in auge nelle nostre democrazie occidentali è e sarà, presumibilmente, un fenomeno stabile indispensabile per la stabilizzazione e la standardizzazione delle democrazie al loro livello più basso, al livello appunto delle demokrature.

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