Poesie ipoveritative in Distici postate il 20 aprile 2019 di Mario M. Gabriele, Donatella Costantina Giancaspero, Carlo Livia, Guido Galdini, Silvana Palazzo con un video di Gianni Godi

(Video di Gianni Godi, oh come eravamo felici quando eravamo ubriachi)

Giorgio Linguaglossa

caro Mario Gabriele,

«Riassumendo, direi che è l’asseribilità della ragione che si è globalmente impossibilizzata. La contemporaneità si è talmente sforzata di trasformare il negativo in positivo, di fare di quest’handicap storico una caratteristica costitutiva: la mancanza di principio è così diventata una posizione di principio, la disseminazione una ricchezza, il soggetto una traccia; il linguaggio metaforico e vago l’essenza stessa del logos. Non è forse necessario far buon viso a cattivo gioco? Ma quest’impostazione mal nasconde la contingenza sulla quale pretende di erigersi. Essa vuol far passare per tratti essenziali ciò che è accidentale, ciò che proviene da uno stato di cose superato e negato, come se tale negazione fosse un aspetto costitutivo del nostro essere. Così, il fatto che l’antico principio del pensiero, l’uomo, sia morto in quanto tale, non significa né che il pensiero del principio sia vano o impossibile, né che l’uomo sia una traccia, una casella vuota, una mancanza. Questi termini traducono astoricamente un certo divenire, e non quel che in realtà siamo.

È sullo sfondo del cartesianesimo che sono nati tali concetti, concetti la cui apparente positività rimuove piuttosto un’impossibilità di superare ciò che è superato, di riempire ciò che è diventato realtà vuota, se non facendo del vuoto il pieno stesso che occorre recuperare, un vuoto del principiale che sarà positivizzato in realtà effettiva. Ma è paradossale continuare a operare con categorie che sappiamo non pertinenti, volendo fare di questa non-pertinenza un tratto pertinente di sostituzione. È paradossale dire che una certa realtà concettuale non ha più corso, e perpetuare in vuoto questa realtà con l’affermazione che il vuoto è appunto la realtà. Come possiamo contemporaneamente sostenere che il soggetto fondatore è indicibile in quanto tale, e fare di questo indicibile il senso stesso del discorso antropologico, se non della realtà umana stessa? Non si continua in tal modo a pensare a partire dagli stessi termini, ma invertiti? La traccia dell’origine, in Derrida, funzionerà esattamente come un che di originario: esso si produce occultandosi e diventa effetto; lo spostamento qui è produzione. La non-adeguazione dell’originario a se stesso attraverso un logos dell’originario è daltronde una vecchia idea del proposizionalismo che si trova già in Descartes, poiché la ratio cognoscendi non può porre in primo luogo ciò che è realmente primo; di qui il ritorno analitico all’origine, innato o a priori, che non possiamo mai delineare se non con uno scarto e un’eterna inadeguazione.»1

1 H. Meyer, Problematologia, Pratiche editrice, 1991 pp. 181-182

Donatella Costantina Giancaspero

Cari lettori e amici della rivista,
a voi tutti giungano i miei auguri più sentiti per una Pasqua serena e una altrettanto distensiva Pasquetta. Con gli auguri, la dedica di questi miei versi.

Un soir, l’âme du vin chantait dans les bouteilles…
(Charles Baudelaire)

Il vinaio

Il vinaio accanto alla stamperia
è il primo cliente della sua bottega.

Nelle mattine fredde, spunta una riga
di pigiama, dal maglione indurito.

Il sesso colposo gli ha tatuato un’ameba
sotto l’occhio; altre anneriscono in segreto.

Imbratta kleenex con latte condensato:
li semina per terra, a mezza luce,

tra il letto e il comodino
– per lui, che lo tradisce con uno più giovane –.

Salite, sabato sera, che vi faccio la trippa!

Da molti anni, il coltello del pane
è stato rimpiazzato.

Le coppette di vetro per la macedonia
sono rimaste in cinque

– quella sbreccata è finita nella spazzatura –.

La bottega è un buco. Una crepa
a misura di scalpello.

(Maggio 2018)

 Guido Galdini, Quattro poesie ipoveritative
Durante una visita alla mostra di Antonello da Messina (Milano, Palazzo Reale, Aprile 2019)

„Non colui che ignora l’alfabeto, bensì colui che ignora la fotografia, sarà l’analfabeta del futuro. La moda è il ritorno del sempre eguale nel nuovo.“

(Walter Benjamin)

In un certo senso, il distico segna il ritorno del sempre eguale nel nuovo distico che segue il precedente, il ritorno del revenant, è una spinta che segue ad una controspinta.

(g.l.)

San Gerolamo

il manto scende ad ondate
s’increspa sul pavimento

il leone passeggia nell’ombra
fuori c’è un cielo da oltrepassare

qualche uccello in planata
si avvicina all’azzurro

troppi libri e altri oggetti
ingombrano le mensole

il pavone non ha nessuna voglia
di esibire la ruota.

L’Annunciata

la mano destra si stacca
dal piano della tavola

è protesa per arrestare
la vicinanza di uno sconosciuto

l’altra mano trattiene il mantello
gli occhi hanno smesso di guardare.

Pietà (dal Museo Correr, Venezia)

il tempo ha sgretolato i volti di Cristo
e degli angeli che lo sorreggono
con le ali che pungono il cielo

il minuscolo teschio d’Adamo
è posato accanto all’albero rinsecchito

in piazza non c’è ancora nessuno
il mare è deserto di navi

un angelo si appoggia alla guancia
la mano di Cristo
che pende inerme dal polso

il costato ha una breve ferita.

.

Ritratti

bocche chiuse socchiuse
quasi aperte al sorriso

le guance in penombra
sono recise da pieghe verticali

i riccioli aggrovigliati
delle sopracciglia del volto di Torino
concludono l’ipotenusa dello sguardo.

Una poesia in distici di Carlo Livia dal libro in corso di stampa con Progetto Cultura, La malattia del cielo:

Carlo Livia

La prigione celeste

Dalla finestra di Mozart vedo la donna nuda che beve lacrime
divine in un cielo di astri divelti

e un vecchio bambino pazzo che trascina ridendo l’anima del
Grande assente.

a forza di dormire sull’orlo del precipizio, la mia anima si è
mutata in sette serafini ciechi

che baciano in sogno l’infelice sposa dell’Ultradio.
Ho attraversato tutto l’universo, cercando quella fessura del

tempo da cui affiora la morte
ma ho trovato solo lo splendore delle madonne silenziose

votate al blu.
Tutti i tabernacoli sospesi in alto mare s’inclinano lottando

contro un vento di frasi fatte
e versano in cielo una musica di carezze e desidèri di fanciulla,

tristi come la voce che mi sfiora in sogno
per dirmi che non è più qui.

(testo Carlo Livia:Layout 2 19/04/2019 20:23 Pagina 20)

gif tacchi a spillo.gif

Il movimento ritmico dei piedi in cammino si può ragguagliare al distico quale struttura binomiale che si muove nel tempo e nello spazio

Poesie nella versione in distici di Silvana Palazzo dal libro in corso di stampa con Progetto Cultura, Il poeta descrive la vita

Silvana Palazzo

Può un pensiero diventare poesia?
ed il pensare

divenire poetare?
Quali qualità deve avere il poeta

per essere reputato tale?

*

Ma che valore hanno le poesie?
Scriverle non è un mestiere e

fingere di farle non conviene
visto che nessuno le compra…

*

La poesia nessuno la vuole
fa fatica finanche a camminare

non sta in piedi perché
nessuno la vuol capire

anche se è la massima espressione
dell’essere umano…

*

La poesia?
troppo inconsistente

breve ma perturbante
ti ferisce dolcemente

anche con un carico pesante..

*

Cos’è necessario a che le parole
diventino poesia?

L’abilità nel costruirla o
la forza del cuore?

*

Se la poesia è un’apertura d’anima
al mondo…
basta aprirsi per essere poeti?

*

Sono entrata in una poesia,
ho camminato a lungo tra le parole,

ho sostato tra le righe,
per capire rigo per rigo,

per lasciarmi imbrattare d’inchiostro e di parole e
per sapere quello che il poeta

voleva comunicare…
ma forse, ciò che voleva dire

era qualcosa d’altro…

Mario M. Gabriele

Ti parlo, ma non mi ascolti.
Come è andata con Omar? Si è innamorato di Salomè?

Allora si spiega tutto
perché ha ucciso il serpente a sonagli.

La signora Hanna odia i positivisti
dopo aver letto la Pontificia Opera Cristiana.

Ogni giorno cerco nella cassetta
una piuma dal cielo.

Piqueras e Sweneey
non attendono le donne di Michelangelo

All’ultima curva della strada aspetto Milena
con Panetti e Shoppers.

Guardo il vestito, la maglietta a pailettes.
Controllo i Covered Bonds e le fake news.

Tommy è venuto a potare la siepe
per lasciare il posto al ruscus di Settembre.

Mark Strand si è rifatto ai quadri di Edward Hopper
diventando spiritualista.

Guardando la camera da letto di Van Gogh
sono riuscito a dormire senza EN.

Il Servizio urbano si è rinnovato
inaugurando vicoli con l’insegna: La tomba è il bacio di Dio.

25 commenti

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25 risposte a “Poesie ipoveritative in Distici postate il 20 aprile 2019 di Mario M. Gabriele, Donatella Costantina Giancaspero, Carlo Livia, Guido Galdini, Silvana Palazzo con un video di Gianni Godi

  1. Un tentativo di Polittico Ipoveritativo in Distici

    [a Lorenzo Pompeo, a Michele Mocciola, a Marina Petrillo, a Donatella Costantina Giancaspero
    e a chi come loro scrive con la luce.
    ]

    Buona Pasqua a tutti/tutte

    Gino Rago
    Cosa è la verità..
    .
    […]
    A pagina 55 del suo cemento armato
    Lorenzo Pompeo domanda: “cos’è la poesia?”

    Una immagine. Forse vale più di cento parole.
    Ma la tortora presa nella foto poi continua il suo volo.

    Foto-grafia. La trasparenza d’una foglia,
    la Bellezza d’una schiena,

    La verità del vivere in una forma di conchiglia,
    Nelle formiche sul tronco di un albero.

    Il bianco e nero, troppo carico di senso,
    Il colore de-drammatizza

    nella permanenza dell’ alleanza-scontro con la luce.
    Una foto. Un luogo, un rito, una ruga, un evento.

    Una storia. Lo stato dell’anima nella luce del tempo.
    Tutti i dipinti, tutta la storia dell’arte sullo sguardo in croce di Cristo

    il fotografo-poeta scambierebbe con una foto,
    una foto soltanto del Suo volto.
    […]
    Un dismatriato della fratria.
    La sua ombra in sogno:

    «Ero straniero
    E mi avete accolto.

    Ho avuto fame
    E mi avete dato il pane.

    Ho avuto sete
    E mi avete dato l’acqua.

    Ero nudo
    E mi avete vestito.

    Ero nella malattia
    E mi avete visitato.

    Ero in carcere
    E siete venuti a trovarmi.

    Ero nel buio
    E avete acceso una candela.

    Ero sotto il peso della Croce.
    Michele ha evitato un’altra mia caduta».

    Michele Mocciola il Cireneo.
    Il buon Samaritano nella com-passione.

    Il suo gesto fa ingresso nella Storia.
    Pasqua rimuove le màcine a ogni sepolcro.

    Vesti senza cuciture sulle pietre.
    La luce mette ali al sudario.

    Le mani del pastore odorano di pecore.
    […]
    Marina scrive con la luce. Gioca con le ombre
    Collabora in silenzio con il sole.

    La cosa da sola non è niente, l’oggetto meno di niente
    Senza luce né tempo.

    La luce nel tempo tras-forma. Nobilita.
    Glorifica anche il volto di Pasolini

    Da solo in una notte
    Sui bordi d’un prato senza erba…

    Marina Petrillo. La volontà da imporre
    A miliardi di molecole di luce inconsapevoli.

    Azzurrità verticale. Creatura creante.
    Materia redenta.
    […]
    Vicino a un grande specchio
    Nella foto di Degas si vede Mallarmé.

    E’ in piedi contro il muro.
    Renoir è sul sofà.

    Nello specchio (come fantasmi)
    Lo stesso Degas ( con la sua camera )

    E la moglie di Mallarmé (con sua figlia).
    Paul Valery entra dopo lo scatto.

    Ora guarda la stampa che Degas gli ha regalato:
    “Il prezzo di questa opera d’arte?”

    Nove lampade a gas
    E un istante di completa immobilità.

    Donatella Costantina Giancaspero fotagrafa
    La foto di Degas.

    Pone sulla stessa linea di mira mente,occhi e cuore.
    Trattiene il fiato e scatta.

    Nella foto della foto di Degas
    Donatella Costantina ha messo tutto.

    I libri. I viaggi. Gli amori.
    Gli appuntamenti mancati. Le promesse mantenute.
    […]

    Avanza in silenzio. Non impugna il gladio.
    Pilato si fa largo tra la folla.

    “Tu dici di portare la verità al mondo.
    Cosa è la verità…”

    Nessuna risposta. L’acqua in un catino.
    Ponzio Pilato si lava le mani.

    “Padre perché mi hai abbandonato.”
    Tutta la terra trema.

    In tre dividono la tunica.
    Poi uno squarcio. La luce.

    Barabba in Galilea ruba polli.
    Si ubriaca. Sgozza agnelli.

    (gino rago)

    • Il bisogno della Nuova Poesia di tornare alla Grande Narrazione
      https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/04/21/poesie-ipoveritative-in-distici-postate-il-20-aprile-2019-di-mario-m-gabriele-donatella-costantina-giancaspero-carlo-livia-guido-galdini-silvana-palazzo-con-un-video-di-gianni-godi/comment-page-1/#comment-56301
      Al fondo della struttura binomiale del distico e del «polittico in distici» c’è il bisogno di tornare alla Grande Narrazione, proprio quella che Lyotard aveva invece derubricato come impossibile. Mediante il «polittico» la Grande Narrazione ridiventa un obiettivo della nuova poesia; che sia NOE o no perde di importanza, ma non è per caso che soltanto la nuova ontologia estetica senta il bisogno di esprimersi mediante il «polittico», c’è una stringente necessità delle cose che spinge verso il «polittico» come la struttura più idonea ad ospitare la diversità e la molteplicità.

      Alla base del distico c’è il positivo significare del verso così e così determinato in rapporto con il verso seguente e precedente, anch’esso determinato così e così ma in modo tale da determinarsi come negazione dell’esser così degli enunciati precedenti e seguenti. A viene seguito dal NON-A nella forma del proprio negativum, nella forma, appunto, del proprio esser come tolto. B viene seguito dal NON-B, nella forma, appunto, del proprio esser come tolto.

      L’assoluta identità di ogni enunciato sconfina come l’esser per altro di ogni enunciato identitario, ragione per cui ogni enunciato identitario sconfina e contraddice il precedente e il seguente. È la stessa struttura identitaria e contraddittoria del distico che spinge il poeta in questa direzione, è la forza costrittiva e magnetica della sua struttura interna.

      Il «polittico» di Gino Rago che era partito da un punto preciso del cosmo, dal libro di Lorenzo Pompeo appena edito con Progetto Cultura:

      A pagina 55 del suo Cemento armato
      Lorenzo Pompeo…

      finisce con un topos dell’immaginario mondiale, con Barabba libero che scorrazza per il mondo e la storia:

      Barabba in Galilea ruba polli.
      Si ubriaca. Sgozza agnelli.

      Nel mezzo del «polittico» c’è di tutto e di più, ci sono due poetesse della NOE: Donatella Costantina Giancaspero e Marina Petrillo, vive e vegete, c’è Lorenzo Pompeo, vivo e vegeto che ha appena pubblicato un libro, ci sono

      I libri. I viaggi. Gli amori.
      Gli appuntamenti mancati. Le promesse mantenute.

      in mezzo ai morti Valéry, Mallarmé, Degas, Renoir con le foto e le foto delle foto che si scambiano di posto, in mezzo ai luoghi del mondo che si scambiano il testimone della presenza, poiché la presenza è la figura della assenza, così come l’ente è la figura del ni-ente, il quale ni-ente è ancora, incontraddittoriamente una figura dell’essere e della vita, la presenza dell’essere.

      Il positivo significare degli enunciati prende la forma del negativo significare, perché soltanto attraverso il negativum, il positivum significare può esplicare la sua potenza detonativa, perché questo mondo così com’è coincide con il non-mondo e de-incide il non-mondo, e l’uno coincide con i molti e noi non siamo altro che l’orizzonte del differenziarsi mondano che produce identità e non identità, la storia e la storialità, e quindi la molteplicità a partire dalla singolarità.
      Tutto questo ci racconta il «polittico» e molto altro.

      • Mario M. Gabriele

        Superate le categorie del Moderno e del Postmoderno, ci resta poco da istituire nella forma poetica. Acquisito il senso del Polittico, della Peritropé, del Distico e del Frammento, mi pare di intravedere altre riflessioni e recuperi estetici, come ad esempio il ritorno alla narrazione.

        La modernità di oggi si è scrollata di dosso le vecchie legittimazioni estetico- filosofiche, strutturali,politiche,sociali, ed economiche.
        La fine della narrazione è legata a diverse concause. Il fatto è che riportarla in auge non sembra il momento più opportuno, a meno che non ci si limiti a mini racconti nella introduzione al Polittico, ma anche così si viene a determinare uno scollamento del”quadrilatero” di cui parlavo in un precedente post, tanto che la peritropè, il distico e il frammento finiscono con l’essere semplicemente materiali di natura interruttiva dovendo tutto differenziarsi dalla narrazione.

        Alla luce di quanto detto si ritorna al passato, che conferiva alla narrazione,i caratteri della stabilità classica e chiara e di vecchio estetismo.

        • Tiziana Antonilli ha scritto sulla poesia di Mario Gabriele:
          https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/04/21/poesie-ipoveritative-in-distici-postate-il-20-aprile-2019-di-mario-m-gabriele-donatella-costantina-giancaspero-carlo-livia-guido-galdini-silvana-palazzo-con-un-video-di-gianni-godi/comment-page-1/#comment-57586
          Poesie traboccanti di personaggi, icone, avatar, donne e uomini provenienti dal mondo mediatico, lembi di quadri, squarci di canzoni, frasi in spagnolo e in inglese. C’è, inoltre, la galleria dei luoghi comuni, incastonati nella creazione poetica, a marcare la differenza tra lingua stantìa e lingua creativa. Siamo nel corpo della poesia di Mario Gabriele. I componimenti procedono per accumulo di visioni laterali, al lettore il compito di integrarle in un affresco unico, che è poi la vita nella sua molteplicità. Un verso asciutto e lancinante irrompe quando meno te l’aspetti, viatico per cogliere la profondità dell’esistenza.
          La lettura continua, i frammenti si inseguono fino al verso successivo che taglia la carne.
          Poesia ricca quella di Mario Gabriele, tanto nascosta dal mondo rutilante dei media, quanto nascosto è l’autore. Pur essendo entrambi di Campobasso, infatti, ho conosciuto Gabriele tramite Giorgio Linguaglossa che ne aveva scoperto il talento. È una situazione davvero rara nel mondo votato all’apparire e alla esibizione nel quale viviamo. Anche così si cambia, in meglio, il mondo.
          (Tiziana Antonilli)

          • Mario M. Gabriele

            cara Tiziana,
            nella presentazione del tuo volume Le stanze interiori da parte di Linguaglossa a Campobasso, non mi è stato possibile intervenire non avendo letto nulla del tuo volume, per poterne parlare. Avevo portato con me una copia del mio commento espresso sulle tue opere precedenti, ma mi sembrava fuori luogo parlarne in quella occasione. Ti chiedo scusa, apprezzando il tuo impegno poetico che è molto impegnativo. Con cordialità.

            • Mario Gabriele

              Faccio seguito al tuo commento critico sulla mia poesia, che è forse l’unica cosa che ancora mi rimane in questo mondo in colliquazione.
              Ho apprezzato molto il tuo pensiero, che assembla, in maniera eccellente, le varie fasi delle mie dislocazioni oggettive, formali, linguistiche, tra personaggi e fantasmi, citazioni, e personaggi femminili e storici, che rivivono nel frammento e nel distico, come presenza-assenza. Ti ringrazio sinceramente augurandoti un buon lavoro poetico.

    • Marina Petrillo

      A stregua di vento riappare
      l’antico candore.

      E’ un tremito ardente
      un colpo acquietato da un’alba

      sbiadita e, a tratti, inattesa
      nel furore del giorno.

      Si percorre in smerigliata pendenza
      il cammino e non v’è traccia

      ma segno invisibile
      polvere d’oro in prodiga ascesa.

      Poi, il silenzio nell’opera in sé creata e indivisa
      svettante all’apice di una brulicante attesa

      paga della carezza infinita del suo Dio
      a volto riflesso.

      (da” materia redenta”)

      Grazie infinite Gino, per la levità del tocco delle tue parole. Il sensibile ascolto nel silenzio trasmutato in luce. Marina P.

  2. Considero il video Oh come eravamo felici quando eravamo ubriachi di Gianni Godi un vero capolavoro. Si noti la struttura binomiale del video: due personaggi: Adamo ed Eva immersi nel canneto del Paradiso terrestre; si notino i movimenti delle loro teste, verso destra e a sinistra, all’unisono; la postura delle braccia, conserte, di entrambi, la tonalità di oboe sommerso della voce di entrambi; l’inesplicabilità delle loro voci che si fondono con i rumori di fondo del Paradiso terrestre, e anche i colori delle riprese, dei volti di Adamo ed Eva, inconsapevoli della loro felicità. Forse la vera felicità può abitare l’inconsapevolezza…

  3. La cultura è spazzatura e l’arte ne dipende come la nettezza urbana dall’immondizia

    La cultura è spazzatura e l’arte ne dipende come la nettezza urbana dall’immondizia. Parlare di contenuto di verità a proposito dell’arte moderna è come parlare di immondizia dello spirito.
    L’oggetto dell’estetica è qualcosa che non sta né qua né là. E l’arte non ha modo di acciuffarlo, se non con l’accalappiacani, o l’acchiappafarfalle. In ciò, il concetto di arte è affine a quello delle nuvole. È un concetto rarefatto. È un concetto meteorologico.

    L’arte che vuole essere fondazionale, si ritrova ad essere funzionale, perché l’arte non fonda più alcunché tranne la propria metessi con lo spirito fatto di immondizia. Così, l’arte scopre la propria natura meteorologica e merceologica. L’arte suprema è la forma suprema di merceologia dello spirito.

    L’arte suprema di Baudelaire ha mostrato che quella «promesse du bonheur» che essa promette è, in realtà, una truffa, in quanto essa è sempre meno sicura della propria esistenza e della propria sopravvivenza nella società delle merci. L’arte però risponde alla propria insussistenza con il ritorno del rimosso, ripresentando ogni volta quella promessa fedifraga sapendo della menzogna ma tacendo. Ed ecco come il silenzio si insinua nella sua struttura con il ritorno del rimosso. Baudelaire ci ha mostrato in maniera indiscutibile quanto quella promessa di felicità sia una truffa dello spirito servile e quanto la pacchianeria sia vicina all’arte nella sua più alta forma di espressione.

    «L’oggetto dell’estetica si determina come indeterminabile, negativo. Perciò l’arte ha bisogno della filosofia, che la interpreta, per dire ciò che essa non può dire e che però può esser detto solo dall’arte, che lo dice tacendolo. I paradossi dell’estetica le sono dettati dall’oggetto: “Il bello richiede forse l’imitazione schiavistica di ciò che nelle cose è indeterminabile” (P. Valéry) […]
    Il momento ripetitivo del gioco è copia del lavoro non libero, così come la forma di gioco che domina al di fuori dell’estetica, lo sport, ricorda obblighi pratici ed adempie incessantemente la funzione di abituare incessantemente gli uomini alle esigenze della prassi…» (Adorno Teoria estetica)

    In una parola, il Bello, concetto arcaico e ingenuo, presuppone sempre la borsa della spesa, la sporta piena di delizie dolciarie da supermarket. Dà l’illusione del piacere dell’immediatezza. E invece è il piacere dell’immondizia. Il momento del piacere nella fruizione di un’opera d’arte, non può essere intuitivo né immediato se non nella forma rozza del realismo ingenuo, che ingenuo non è perché sottoposto alla mimica e alla mimesi del «reale». Quindi, il problema si ripresenta sempre allo stesso modo. E risponde alla medesima domanda: Quest’arte è realistica? È rispondente ai criteri di ciò che intendiamo per realismo?
    Il fatto è che nell’epoca del crescente impoverimento dello spirito soggettivo, di fronte al factum brutum dell’obiettività sociale, l’arte è costretta a dichiarare bancarotta e a recedere a ironizzazione dello stile floreale, a parodia dello stile.

    Quindi, stabilire che cos’è il «reale» e che cosa intendiamo per reale è sempre prioritario per l’arte che non voglia apparire in funzione decorativa o utilitaristica. Però, l’arte che va a letto con il «reale» recita la parte della concubina fedifraga, e non è neanche tanto seria quanto vorrebbe apparire. Epperò, la poca serietà dell’arte è sorella della sua natura fedifraga.

    «Mediante la moda l’arte va a letto con ciò cui è costretta a rinunciare e ne trae forze che si atrofizzano sotto la rinuncia; senza di questa, tuttavia, l’arte non ci sarebbe. L’arte, come apparenza, è il vestito di un corpo invisibile. La moda è il vestito come assolutezza. In questo la moda e l’arte si capiscono». (Adorno, op. cit. p.447)

    Direi che la moda è il vestito del corpo visibile, e l’arte di quello invisibile.

    «Il concetto di corrente alla moda – moda e arte moderna sono termini linguisticamente affini – è un caso disperato« (Adorno, op. cit. p.447)
    Nell’ambito della comunicazione globale, arte e nettezza urbana vanno a braccetto. Quel tanto di spirito soggettivo che trasuda dai suoi belletti, richiama alla mente l’abito della Signora Sosostris.

    15 marzo 2019 alle 13:39
    Un consiglio per i giovani poeti:

    Frequentate l’obitorio più spesso, lì c’è qualcosa che la Musa non disdegna.
    Ma ci sono anche la discariche abusive frequentate dai gabbiani e dal Signor Socrate, il quale apprezza fuori misura questo moderno peripato…

  4. Mario M. Gabriele

    Caro Giorgio,
    la contemporaneità vista nelle sue forme di fenomeni culturali e spirituali, così come la quotidianità, vanno considerate in un unico organigramma con finalità diverse. La logica è al servizio dell’uomo. La sperimentazione è necessaria per contestare la verificazione.Un ruolo importante nella storia umana è l’avanzamento culturale. Più si scoprono mondi ignoti e più la scienza ha pause di riflessione e momenti di rottura. Ciò influisce sul cammino della ricerca e della conoscenza.
    Collegare Tempo e Spazio all’uomo significa aver già determinata la sua sorte all’origine: da qui l’inessenza dell’essere storico. L’uomo, con il suo limite culturale e scientifico, non ha mai spiegato il mistero dell’attimo e del Mondo. A meno che non subentri la filosofia cristiana. Il fatto è che anche il pensiero debole ha un suo deficit.
    Abbandonata la metafisica, abbiamo ridotto l’esistente e il preesistente, fermandoci sulla forza di gravità che ha geometrizzato i pianeti, dandone un significato creativo.
    Un ruolo significativo per la storia è per l’umanità è la depoliticizzazione del soggetto nell’economia mondiale e nel capitalismo, soppressivo della libertà. La globalizzazione e il pensiero liberale restano due fattori di realismo conflittuale da lasciare praticamente insoluta qualsiasi soluzione.
    Sembrerà un gioco da ragazzi o da pazienti sul lettino di Freud, ma la Weltanschauung , ossia la visione del mondo, non di tipo giudaico-cristiano, ha allargato ogni confine. Il binomio essere-verità è il punto nodale nel dualismo Teologia e Razionalismo critico.Se veramente vogliamo dare un senso anche alla poesia e alla letteratura, non possiamo che citare Freud quando nel saggio Il poeta e la fantasia (1909) ha spiegato l’Arte come un fenomeno di compensazione del desiderio, collocandola in una posizione intermedia tra la realtà frustrante e la fantasia appagatrice.

  5. Talìa

    Complimenti vivissimi alla poesia di Donatella Costantina Giancaspero, Il Vinaio.
    In particolare questo gruppo di distici ci fa pensare che c’è sapienza e maestria:

    Imbratta kleenex con latte condensato:
    li semina per terra, a mezza luce,

    tra il letto e il comodino
    – per lui, che lo tradisce con uno più giovane –.

  6. L’uomo che non sceglie: Pilato

    “Ecce Homo. Lui o Barabba.”
    “Barabba”. L’urlo dalla folla di zeloti.

    A Ponte sant’Angelo tutto trema.
    L’occhio vede ciò che la mente conosce.

    Un ragazzo si tuffa nel Tevere.
    “Suonava il violino a Porta Portese.

    Era triste in questi giorni.
    Lo conoscevo. Era il nipote prediletto di Barabba…”
    […]
    In ogni contrada:
    «Elì, Elì, lemà sabactàni?»

    Da allora qualcuno spezza ogni giorno il pane:
    «Mangiatene tutti. E’ il mio corpo.»

    Offre il vino:«Bevete.
    Per tutti è il mio sangue.»

    Nelle scritture, nei versi, nelle immagini,
    Nelle forme del tempo-illusione

    Il canto si fa sangue. Il logos si fa carne.
    E la Parola torna ad abitare in mezzo a noi.

    Un ex-voto segreto di poeti. Pino Gallo e Pino Talìa.
    A piedi nudi. Dalla Certosa di Serra San Bruno

    Al Santuario in salita di Polsi. Canti nella polvere.
    Francesca Dono è già in cima con il Tenente Drogo.

    Il Deserto dei Tartari in Calabria è la fiumara.
    Per la prima volta Dino Buzzati vede il mare.

    Barabba si finge migrante fra i migranti.
    Giorgio Linguaglossa lascia il Paradiso,

    Con Mario Gabriele torna a Campobasso.
    Nevica sui palazzi di Piazza degli Eroi-senza-lavoro,

    Aspettando Godot rubano la pipa a un pupazzo di neve.
    Lucio Mayoor Tosi. A Ponte Milvio cerca i colori del pavese.

    La Poesia. La nuova alleanza. La Pasqua.
    La Festa nell’uomo che sposta le pietre.

    (gino rago)

    • Mario M. Gabriele

      Esprimere nei nostri tempi il senso della Pasqua nella Storia degli eventi antichi e moderni,con la più significativa onomastica al’interno della Bibbia e della società odierna, è come fare un reportage sulla storia dell’Uomo e del suo cammino verso la Salvezza.

      Ora qui non siamo in un convegno su Teodicea e Filosofia analitica,per discutere il senso del Mondo e della Trascendenza,ma ad un percorso dichiaratamente poetico che permette citazioni di personaggi e frasi di natura evangelica,come nella rappresentazione della Cena con Cristo e gli Apostoli.Nel testo di Gino Rago entra un po’ di Ontologia come rapporto con l’essere umano e la tradizionalità delle Fede e laddove qualche pensiero ateo dovesse inserirsi, mi va di ricordare il famoso saggio di Max Planck quando affermava che scienza e religione non sono in contrasto.

      Ho molto gradito il tuo testo poetico, caro Gino. Ci sono temporalità diverse.” La Pasqua è la festa dell’uomo che sposta le pietre”: verso avvolto di metafora, ma che comunque è decriptabile dai lettori. Sembra di leggere una pagina di Bereshit. In altre parole, c’è una raffigurazione storica e contemporanea della Passione di Cristo e di quella umana, direi universale.

    • Talìa

      Tra le notizie di oggi, tra kamikaze sparsi per il mondo, premier con in braccio un fucile, accoltellamento vari e qualche gossip, che al Cnr e Università di Firenze è stato messo a punto il primo supersolido, “rigido come una tazzina e liquido come un caffè.”
      La notizia della sensazionale scoperta messa a punto dalla meccanica quantistica è stata riportata anche dalla trasmissione TGR Leonardo su Rai 3.
      Ricercando nella mia memoria, la comparazione della sensazionale scoperta con il Mito, mi è venuta in mente la figura dell’Ermafrodito.

      Ora, il polittico, trittico, quadrittico etc. etc. della poesia di Rago replica, partendo dall’assunto biblico, il solido con il liquido. La geolocalizzazione di eventi, personaggi e luoghi conducono gli eventi, tra passato e presente, in un non-luogo, in quanto tutti i luoghi sono sospesi “nelle forme di un tempo-illusione”, e la metafora che confeziona gli ingredienti, dall’Ecce Homo alla pietra spostata, contiene una seconda metafora (un ulteriore polittico, trittico, quadrittico), quella di una cena o convivio süaṡo.

      Grazie Gino.

      • Ottimi, appaganti,arricchenti i 2 interventi/commenti di Mario Gabriele e di Pino Talìa sul mio dittico che nelle loro presenze di “meditazione attive” individua l’asse portante del dittico stesso, con le presenze non meno importanti di Francesca Dono, di Pino Gallo, di Lucio Mayoor Tosi e di Giorgio Linguaglossa…

        Il Tenente Drogo del Deserto dei Tartari, e lo stesso Dino Buzzati (che doveva approdare alle altitudini non già fisico-geografiche ma di alta spiritualità di Polsi per scoprire il mare…) non sono simbolicamente meno importanti nella economia estetica generale del dittico Ecce Homo il cui nucleo centrale rimane la Festa (della Pasqua- Poesia) nel cuore dell’uomo che sposta le pietre.

        Tuttavia, ho inteso mettere in marcia a piedi nudi soltanto Pino Gallo e Pino Talìa per un ex-voto dei poeti da Serra San Bruno a Polsi… Una bella distanza che i 2 poeti coprono benché scalzi grazie alla forza linguistica che li sostiene e guida; anche Giorgio Linguaglossa e Mario Gabriele sono in movimento e la loro fatica è anch’essa durissima perché li ho messi in marcia nella neve, sotto la neve, tra Paradiso e aspettando Godot…

        Forse si può fare poesia e critica letteraria anche così…

        (gino rago)

  7. Ho ritrovato una delle tante poesie che l’hacker mi aveva cancellato. Eccola:

    Poesia del 2014 di Giorgio Linguaglossa

    Anahit

    Era forse il mese di aprile.
    La casa dei nonni tra gli aranci in fiore.

    – È il mio ricordo più antico –
    Un’ombra entrò nella stanza n° 27 dell’Hotel Astoria.

    Mi porse un foglio.
    C’era scritto: «È irrevocabile».

    «Cosa – chiesi – è irrevocabile?»,
    ma l’ombra

    così come era giunta, scomparve nell’oscurità.

    […]

    Un interno al 77mo piano di un grattacielo di New York.
    Il violinista apre esitante la custodia di mogano,

    imbraccia il violino.
    «Cosa devo suonare?», chiede all’angelo gobbo.

    «Un capriccio di Paganini, il primo, allegro con brio».
    Di colpo, il violino sopprime la cornice dell’ombra

    lo spartito del sonno scompare, il violinista vola nell’aria,
    ritorna nella sua casa bianca che dorme nel bosco.

    Frugo nella tasca interna della giacca.
    Non ho più con me la foto di Enceladon…

    [..]

    Mio padre ha lottato con le ombre.
    Dietro il muro bianco, c’è lui che lotta con le belve.

    C’è un leopardo che gli ringhia contro.
    Nascosto dietro la finestra, dietro la porta,

    c’è un nano gobbo che lo insulta.
    Dei gendarmi aizzano dobermann contro di lui.

    Io gli grido di stare attento.
    Grido da dietro la parete del muro bianco.

    Ma lui non può udirmi.
    Perché è dall’altra parte della parete.

    […]

    «Adesso si può chiudere il sipario», mi dice
    un’ombra di qua dall’oscurità.

    [Ci sono delle ombre prigioniere nelle gabbie di ferro].
    Ma io non ascolto, continuo a frugare

    nelle tasche interne della giacca.
    Faccio un passo oltre la soglia.

    Siamo nel secolo XXI.
    Uno studio fotografico. Una donna nuda

    [In bianco e nero. Una modella di Vogue?]
    cammina con i tacchi a spillo su un pavimento

    di linoleum bianco su sfondo grigio chiaro. Un fotografo
    scatta delle fotografie, in tutte le posizioni.

    “Non ho mai visto una donna così bella”,
    pensai “se non a Venezia nell’acqua alta:

    Una dama in maschera solleva il vestito sopra il ginocchio…”,
    ma dimenticai quel pensiero.

    Poi qualcuno cambiò fotogramma
    e pensai ad altro.

    Prese un altro film dalla cineteca.
    E riavvolse il nastro.

    […]

    La dama veneziana si cambia d’abito.
    Noi, al di qua dello spazio e al di là del tempo,

    ammiriamo i suoi merletti di trine
    i capelli color rame a torre sul suo volto in maschera.

    Intanto, dietro il muro bianco c’è mio padre
    che gioca con i serpenti.

    […]

    Hotel Astoria.
    Nel sogno ci sono quindici possibilità. Quindici stanze.

    Mio padre imbraccia il violino.
    Un corridoio. Ci sono quindici porte chiuse,

    ma io ho una sola chiave.

    […]

    Mi affaccio ad una finestra.
    Un centauro galoppa su un prato verde di cartolina.

    Un pittore dipinge sulla tela un sole spento.
    Una dama veneziana passeggia sul Ponte di Rialto.

    È mia madre.
    Tocco nella tasca interna della giacca

    la foto di Enceladon.
    È sempre lì, dove l’avevo dimenticata.

    […]

    Un altro passo all’indietro.
    Il libro della felicità lo sta scrivendo il pittore.

    Un cavalletto e una tela bianca.
    Dalla parete di destra una debole luce filtra dalla finestra.

    Il pittore dipinge il volto della sua amante.
    Una prostituta di Trastevere. Le chiede di stare in posa.

    E scivola anche lui nel sonno.

    • Giorgio Linguaglossa [replay di un post dell’aprile 2016]

      Vorrei scagliare una freccia in favore della scrittura per «frammenti». Che cosa significa? E perché?

      Innanzitutto, un presente assolutamente presente non esiste se non nella immaginazione dei filosofi assolutistici. Nel presente c’è sempre il non-presente. Ci sono dei varchi, dei vuoti, delle zone d’ombra che noi nella vita quotidiana non percepiamo, ma ci sono, sono identificabili. Così, una scrittura totalmente fonetica non esiste, poiché anche nella scrittura fonetica si danno elementi significanti non fonetizzabili: la punteggiatura, le spaziature, le virgolettature, i corsivi ecc.

      La scrittura per «frammenti» implica l’impiego di una decostruzione riflessiva, la quale nella sua propria essenza, segue il tempo del «Presente» che sfugge di continuo, che si dis-loca. Il dislocante è dunque il «Presente» che si presenta sotto forma del «soggetto» significante (ricordiamoci che per Lacan il soggetto si instaura come rapporto con un significante e l’altro). Ma, appunto, proprio per l’essere una macchinazione significante, il «soggetto» non può mai raggiungere il pieno possesso del «significato».

      In base a queste premesse, una scrittura logologica o logocentrica, non è niente altro che un miraggio, il miraggio dell’Oasi del Presente come cosa identificabile e circoscritta, con il versus che segue il precedente credendo ingenuamente che qui si instauri una «continuità» nel tempo. Questa è una nobile utopia che però non corrisponde al vero.

      Io dico una cosa molto semplice: che l’utilizzazione intensiva ad esempio della punteggiatura e degli spazi tra le strofe produce l’effetto non secondario di interrompere il «flusso continuo» che dà l’illusione del Presente; produce lo spezzettamento del presente, la sua dis-locazione, la sua locomozione nel tempo. Introduce la differenza nel «presente».

      Il non dicibile abita dunque la struttura del «presente», fa sì che vengano in piena visibilità le differenze di senso, gli scarti, le zone d’ombra di cui il «presente» è costituito.

      Alla luce di quanto sopra, se seguiamo l’andatura strofica della poesia di Mario Gabriele, ci accorgeremo di quante interruzioni introdotte dalla punteggiatura ci siano, quante differenze introdotte dalla dis-locazione del discorso poetico, interpretato non più come flusso unitario ma come un immagazzinamento di differenze, di salti, di zone d’ombra, di varchi:

      Nonna Eliodora da giugno era scomparsa.
      Stranamente oggi non ho visto Randall.
      Mia amata, qui scorrono i giorni
      come fossero fiumi e la speranza è così lontana.
      Dimmi solo se a Boston ci sarai,
      se si accendono le luci a Newbury Street.
      Era triste Bobby quando lesse il Day By Day.
      Oh il tuo cadeau, Patsy, nel giorno di Natale!

      Nella «nuova poesia», non c’è un senso compiuto, totale e totalizzante e unidirezionale. Il senso si decostruisce nel mentre si costruisce. Non si dà il senso ma i sensi. Una molteplicità di sensi e di punti di vista. Come in un cristallo, si ha una molteplicità di superfici riflettenti. Non si dà nessuna gerarchia tra le superfici riflettenti e i punti di vista. Si ha disseminazione e moltiplicazione del senso. Scopo della lettura è quello di mettere in evidenza gli scarti, i vuoti, le fratture, le discontinuità, le aporie, le strutture ideologiche e attanziali piuttosto che l’unità posticciamente intenzionata da un concetto totalizzante dell’opera d’arte che ha in mente un concetto imperiale di identità. La nuova poesia e il nuovo romanzo sono alieni dal concetto di sistema che tutto unifica, che tutto «identifica» (e tutto nientifica) e riduce ad identità, che tutto inghiotte in un progetto di identità, che tutto plasma a propria immagine, in vista di una rivendicazione dell’Altro e della differenza come grande impensato della tradizione filosofica occidentale. In questa accezione, la decostruzione è una conseguenza della riflessione filosofica di Martin Heidegger. Infatti il disegno della seconda sezione di Sein und Zeit (1927) – rimasta alla fase di mera progettazione, per la caratteristica inadeguatezza del linguaggio della metafisica – risuonava come una “distruzione della storia dell’ontologia”, in nome di una ontologia fenomenologica capace di assumere di «lasciar/far vedere il fenomeno per come esso si mostra» (Derrida) – a far luogo da un linguaggio rinnovato alla radice (ripensato), filosoficamente (nell’accezione ordinaria del termine) scandaloso.

      Un esperimento

      Mi sono permesso di fare un esperimento con la poesia di Mario Gabriele

      Ho diviso la poesia in 8 strofe o frammenti e poi ho ricomposto i frammenti (o strofe) con un’altra disposizione e conseguenzialità logico estetica, questo per dimostrare che la poesia dei nostri giorni è molto diversa da quella dell’Alcyone (1903) di D’Annunzio postata stamane, lì non è possibile alcuna divisione e ricomposizione dei versi per la semplice ragione che la poesia è un flusso continuo dove il precedente ha una sua ragion d’essere ontologica che non può essere sostituita da altro brano o strofe senza compromettere il tutto e rischiare di far crollare la costruzione estetica del poema.

      Le due poesie di Mario Gabriele e di Steven Grieco Rathgeb, ricomposte da me e da Ubaldo De Robertis, possono vivere mediante varie ricomposizioni. Come nel giovo del puzzle, le singole tessere possono trovare diversi alloggiamenti tanti quanti sono i contesti diversi. La suddivisione in frammenti e la successiva ricomposizione dei medesimi costituisce la VERIFICAZIONE DELL’ESPERIMENTO. Esso dimostra che la poesia di oggi è ontologicamente mutata rispetto a quella di inizio secolo. La poesia moderna è già frammento al suo nascere. Le composizioni possono essere smontate e rimontate secondo il gusto e le preferenze dei singoli lettori. È incredibile, il lettore può intervenire cambiando l’ordine polifrastico degli addendi.

      .

      Per chi non l’abbia ancora capito, qui siamo dinanzi ad una vera e profonda novità della poesia contemporanea: essa è «frammento» e la sua procedura ontologica è la ricomposizione di «frammenti». Ciò non vuol dire che la poesia dei nostri giorni abbia perso qualcosa rispetto alla poesia della tradizione o che sia migliore o peggiore. Direi molto semplicemente che essa ha mutato il suo codice genetico, è diventata una cosa molto diversa, che offre delle possibilità espressive incredibilmente ampie e imprevedibili. Qui non siamo più nella forma aperta teorizzata da Umberto Eco nel 1962, abbiamo fatto un passo ulteriore, qui siamo nella forma composta di polinomi frastici che si dividono e si possono ricomporre seguendo diversi criteri compositivi.

      Siamo davanti ad una mutazione genetica della poesia contemporanea.

      Poesia originale di Mario M. Gabriele

      Una fila di caravan al centro della piazza
      con gente venuta da Trescore e da Milano
      ad ascoltare Licinio:-Questa è Yasmina da Madhia
      che nella vita ha tradito e amato,
      per questo la lasceremo ai lupi e ai cani,
      getteremo le ceneri nel Paranà
      dove abbondano i piranha,
      risaliremo la collina delle croci
      a lenire i giorni penduli come melograni,
      perché sia fatta la nostra volontà.-
      Un gobbo si fermò davanti al centurione
      dicendo:- Questo è l’uomo che ha macchiato
      le tavole di Krsna, distrutto il carro di Rukmi,
      non ha avuto pietà per Kamadeva,
      rubato gioielli e incenso dagli altari di Nuova Delhi.-
      -Allora lasciatelo alla frusta di Clara e di Francesca,
      alla Miseria e alla Misericordia.
      Domani le vigne saranno rosse
      anche se non è ancora autunno
      e spunta il ruscus in mezzo ai rovi-, così parlò Licinio.
      Un profumo di rauwolfia veniva dal fondo dei sepolcri.
      Carlino guardava le donne di Cracovia,
      da dietro i vetri Palmira ci salutava
      per chissà quale esilio o viaggio.
      Nonna Eliodora da giugno era scomparsa.
      Stranamente oggi non ho visto Randall.
      Mia amata, qui scorrono i giorni
      come fossero fiumi e la speranza è così lontana.
      Dimmi solo se a Boston ci sarai,
      se si accendono le luci a Newbury Street.
      Era triste Bobby quando lesse il Day By Day.
      Oh il tuo cadeau, Patsy, nel giorno di Natale!

      Ricomposizione in frammenti della stessa poesia ad opera di Giorgio Linguaglossa

      1) Mia amata, qui scorrono i giorni
      come fossero fiumi e la speranza è così lontana.

      2) Dimmi solo se a Boston ci sarai,
      se si accendono le luci a Newbury Street.
      Era triste Bobby quando lesse il Day By Day.
      Oh il tuo cadeau, Patsy, nel giorno di Natale!

      3) Questa è Yasmina da Madhia
      che nella vita ha tradito e amato,
      per questo la lasceremo ai lupi e ai cani,
      getteremo le ceneri nel Paranà
      dove abbondano i piranha,
      risaliremo la collina delle croci
      a lenire i giorni penduli come melograni,
      perché sia fatta la nostra volontà.

      4) Nonna Eliodora da giugno era scomparsa.
      Stranamente oggi non ho visto Randall.

      5) Una fila di caravan al centro della piazza
      con gente venuta da Trescore e da Milano
      ad ascoltare Licinio:-

      6) Un gobbo si fermò davanti al centurione
      dicendo:- Questo è l’uomo che ha macchiato
      le tavole di Krsna, distrutto il carro di Rukmi,
      non ha avuto pietà per Kamadeva,
      rubato gioielli e incenso dagli altari di Nuova Delhi.-

      7) Un profumo di rauwolfia veniva dal fondo dei sepolcri.
      Carlino guardava le donne di Cracovia,
      da dietro i vetri Palmira ci salutava
      per chissà quale esilio o viaggio.

      8) -Allora lasciatelo alla frusta di Clara e di Francesca,
      alla Miseria e alla Misericordia.
      Domani le vigne saranno rosse
      anche se non è ancora autunno
      e spunta il ruscus in mezzo ai rovi-, così parlò Licinio.

  8. annaventura36@hotmail.com

    Caro Giorgio, ogni tanto fai bene a tornare alla casa dei nonni tra gli aranci in fiore; e lascia che tutti quei riccioli ti restino sulla testa. Buona Pasqua, dovunque tu sia.Io sto qua, cuocio l’agnello ,sono tentata di fare una pupa di Pasqua, di quelle con l’uovo sulla pancia e i confettini sul vestitino.Abbiamo avuto un lutto, in famiglia nessuno ha voglia di festeggiare,ma io ho imparato a convivere con la sofferenza cerco di offrire quello che sono ancora in grado di fare.

  9. annaventura36@hotmail.com

    Per Donatella Costantina-Carissima, come puoi leggere nella mia risposta a Giorgio,abbiamo avuto un lutto, in famiglia.Per quanto l’abitudine al dolore mi abbia resa forte,il dolore è un veleno che penetra a fondo, riesce a evocare anche i fantasmi di quelli che lo hanno preceduto.Ma con tutto bisogna convivere.Tu hai sensibilità,in telligenza, cultura,giovinezza,devi andare sempre avanti.Anche da sola.Buona Pasqua, cara,con tutti i tuoi violini, Anna

    • donatellacostantina

      Grazie per il pensiero, cara Anna Ventura!
      Soltanto adesso posso leggere le tue parole, avendo dedicato l’intera giornata di Pasquetta, come pure quella di Pasqua, ai miei affetti più cari.
      Di ritorno da questi, ancora di più mi rattrista, mi addolora, sapere che sei stata colpita da un lutto proprio in un periodo che dovrebbe recare serenità e gioia a tutti, credenti o atei, non fa differenza. Difatti, per me la Pasqua è sinonimo di festa: esprime un senso della festa che contiene già in sé un carattere sacro. Perché esiste sacralità anche nel lato profano della ricorrenza: è la sacralità di certi valori comuni a tutti noi, tra i quali primeggia quello del ritrovarsi, dello stare insieme, per condividere amore e gioia, anche soltanto intorno a una tavola ben apparecchiata, gustando qualche prelibatezza della nostra tradizione culinaria.
      Poi, onorata la festa, si torna alla vita di sempre con una ricchezza in più. Però, per sentirla questa ricchezza, per capirne il senso, occorre sensibilità, quella che tu mi riconosci: e te ne sono grata. Chi è povero, purtroppo, resta povero. Resta vuoto; anzi, se posso permettermi un ossimoro, direi che rimane pieno di solitudine: una solitudine arida, sterile, ben diversa da quella che anima la migliore creatività. Ed è quella che io amo. Andrej Tarkovskij, parlando ai giovani, diceva che dovrebbero “imparare a stare da soli”, che dovrebbero “cercare di passare quanto più tempo possibile da soli”, rifuggendo il rumore, il frastuono inutile. È un’osservazione che non riguarda solo i giovani, ma anche noi adulti, mi pare. Spesso, infatti, si sta insieme agli altri unicamente per non sentirsi soli e questo fatto Tarkovskij lo definisce “un brutto sintomo”. Al contrario, bisogna “imparare fin dall’infanzia come trascorrere del tempo con se stesso. Questo – e qui viene il concetto più bello di Andrej – non significa che bisogna essere solitari, ma che non bisogna annoiarsi con se stessi, perché le persone che si annoiano in compagnia di se stesse mi sembrano in pericolo, dal punto di vista dell’autostima”. Che profondità di pensiero, mamma mia!! Lo condivido alla stragrandissima!!! Infatti io amo moltissimo la mia solitudine, e maggiormente adesso che, nonostante l’apparenza, giovane non sono più (purtroppo o per fortuna, o, magari, tutte e due le cose insieme).
      La giovinezza, quella anagrafica, di sicuro non mi appartiene. Io inganno gli altri e m’illudo di ingannare me stessa, ritoccando le foto (ah! ah! ah! ah!), oppure postandone qualcuna non troppo recente, come questa qui che vedi… Forse, con più probabilità, potrei sentirmi giovane nell’animo, giovane dentro, come si dice. Ma, in sostanza, posso dire che non mi sento né giovane, né vecchia. A questo punto della vita, mi sento matura… beh, insomma, diciamo un po’ più avveduta, via…
      Cara Anna, in attesa di poter condividere con te e con gli amici lettori l’imminente uscita de Il Mangiaparole n. 5, che ti vede protagonista in un bellissimo articolo firmato da Giorgio Linguaglossa, ti invio un affettuoso abbraccio e un sentito pensiero che ti sia di conforto in questo difficile momento della vita.
      A presto…

  10. carissima Anna Ventura,

    la tua umanità, che ammiro, è il frutto della tua saggezza e degli eventi avversi che hai dovuto affrontare; tutto ciò ti rende una persona unica, amabile e umana. Grazie per le parole di incoraggiamento che hai avuto per me e per Donatella Costantina, lei sì ha un talento davvero straordinario per la poesia e doti umane rarissime. Mi piace scrivere queste cose in pubblico perché è molto raro che dei poeti di alto profilo come te, Donatella Costantina Giancaspero, Mario Gabriele, Gino Rago… e tutti gli altri che ruotano attorno a questa rivista, dicevo che è molto raro che un fatto del genere si verifichi… là fuori, nel mondo, nel piccolo mondo degli auto poeti c’è ipocrisia, narcisismo, e piccineria, se non vera e propria viltà. tutti si proclamano auto poeti e si circondano di piccole o grandi coorti di vessilliferi… noi invece siamo una famiglia e una bottega, qui si sta assieme senza ipocrisia e senza calcoli, qui si impara l’arte difficilissima di come scrivere una poesia e di come si diventa poeti…

  11. annaventura36@hotmail.com

    “Siamo una famiglia e una bottega”: che bella espressione, Giorgio: dice più di una intera pagina di chiarimenti.Dice che, forse,i momenti gloriosi in cui noi Italiani,nel bene e nel male,ci siamo distinti nel mondo,non sono tramontati:La barbarie ci sfiora, ma non ci distrugge;
    abbiamo un patrimonio inesauribile di bellezza e intelligenza ;nessuno potrà portarcelo via.

  12. L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:
    UN POST IMPORTANTE
    Il frammento, le voci, l’umanità,la forza, la critica, la passione.
    Donne e Uomini della Nuova Ontologia Estetica.
    GRAZIE OMBRA.

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