Le installazioni ipoveritative e i video di Gianni Godi, Due poesie inedite di Giorgio Linguaglossa

 

Giorgio Linguaglossa

Nota a margine sulle istallazioni ipoveritative di Gianni Godi

Il 17 aprile 2019 sono andato a visitare la installazione ipoveritativa di Gianni Godi al Macro di Roma, in via Rebbio Emilia e sono entrato all’interno di un cubo cilindrico luminescente denominato dall’artista «Viaggio cilindrico nella materia». Alle pareti c’erano i manifesti della video-poesia o poesia volumetrica di Gianni Godi in bianco e nero. Sotto ai piedi uno specchio, sopra la mia testa un altro specchio. Due specchi che specchiavano il vuoto di sotto e di su. Una esperienza fun, ipoveritativa, surrazionale. Poi Gianni proiettava su uno schermo questo e altri video da lui prodotti. Ho trascorso il tempo a ridere di gusto. Commentavo con Gianni che trovato i suoi video divertenti e inesplicabili, un mix di truismo e di magia. E dicevo che oggi si deve accettare un certo tipo di arte che prende lo spunto dalla «superficie» del reale, che oggi sembra coincidere con il reale mediatico, si fabbricano quelle che Maurizio Ferraris chiama le «postverità» o, più esattamente, le «ipoverità», secondo i cui assunti «non esistono fatti ma solo interpretazioni», cioè un’arte che assume come incontrovertibile che le parole e le immagini siano libere rispetto alle cose, che le interpretazioni possano essere infinite e che l’arte diventa sempre più leggera, fino a diventare evanescente, perdere gravità fino a che le cose scompaiono dall’orizzonte degli eventi percepiti. Secondo il filosofo italiano, partendo da questo assunto si va a finire dritti in un «liberalismo ontologico poco impegnativo».1

Questo tipo di impostazione finisce necessariamente in quella che il filosofo Ferraris chiama «dipendenza rappresentazionale», ovvero «ipoverità», verità di secondo ordine, verità di seconda rappresentazione. Di questo passo, si finisce dritti nell’«addio alla verità».2 Le istallazioni di Gianni Godi, accettano una visione non veritativa del discorso artistico, quest’ultimo non corrisponderebbe più ad un referente che non sia se stesso. Ed entriamo a vele spiegate nella liberalizzazione della ontologia che diventa, di fatto, una epistemologia. Con la scomparsa della ontologia estetica nell’epistemologia si celebra anche il decesso del tradizionale discorso artistico che conservava un valore veritativo critico ed entriamo in un nuovo demanio secondo il quale l’istallazione cessa di contenere un valore veritativo tout court.

In tal senso, le istallazioni di Gianni Godi sono il proseguimento e la conclusione di quella parte della cultura artistica del secondo novecento che è approdata ad una pratica di non verità del discorso artistico, ed esattamente, al concetto di «ipoverità».

Scrive un filosofo del nostro tempo, Maurizio Ferraris: «Così, la postverità (potremmo dire la “post verità”, la verità che si posta) è diventata la massima produzione dell’Occidente. Quando si dice che oggi si producono balle in quantità industriale, la frase fatta nasconde una verità profonda: davvero la produzione di bugie ha preso il posto delle merci».3

Direi che il principio fondamentale di questo realismo post-veritativo è: la forma-artistica come produzione di ipoverità, di iperverità e di post-verità.

1 M. Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino, 2017, p. 122
2 Ibidem p. 122
3 Ibidem pp. 115,116

Scrive un filosofo italiano di oggi, Massimo Donà:

«Ciò che rende il linguaggio “segno del mondo” e il mondo “disponibile alla parola” è dunque quello stesso per cui il mondo è non-mondo e il linguaggio è non-linguaggio-atopon in cui il linguaggio si toglie e lascia essere il mondo, ma in cui, allo stesso modo, anche il mondo dissolve il proprio silenzio e si fa parola.
Solo in questo luogo-non-luogo può dunque abitare la condizione di possibilità del rapporto parola-mondo.»1

Il linguaggio, anche quello della poesia, è un linguaggio che si toglie. Ogni volta, in ogni istante di tempo, il linguaggio è Altro, non è più se stesso; il luogo del linguaggio è il non-luogo. Il luogo del linguaggio è fuori dell’io, coincide e de-incide l’io nel quale provvisoriamente si trova. La voce è la presenza del linguaggio, è Figura del presente. La impossibilità del linguaggio ad ospitare tutto il dolore del mondo coincide e de-incide la sua stessa possibilità di essere.

Si può scrivere in distici soltanto se si avverte il distico come una presenza subito seguito da una assenza, come una voce subito seguita da una non-voce.

Lo spazio che segue e precede il distico è il nulla del bianco della pagina che de-istituisce la presenza del distico.

L’antitesi della scrittura (il distico) e il bianco della non-scrittura, ripropone figurativamente e semanticamente l’antitesi e l’antinomia tra l’essere e il nulla.

Il distico istituisce visivamente il nulla.

Si tratta di una percezione singolarissima. Può scrivere in distici soltanto chi ha questa percezione singolarissima.

1 Massimo Donà, L’aporia del fondamento, Mimesis, 2008, p. 521

Due poesie inedite di Giorgio Linguaglossa

Disse che aggiustava le ombre

La bellissima Dama attraversa il Ponte di Rialto,
crinolina, paillette e ventaglio.

Avenaius si presentò con due doberman, al guinzaglio,
mi disse che avrebbe patteggiato la pena con il rito abbreviato,

che trattava con le ombre, del passato
e del futuro,

farfugliò qualcosa di indistinto in quella sua lingua di eptaedri,
disse che aggiustava le ombre, e gli ombrelli.

«È questo il mio mestiere».
In quel frangente uno scroscio di tormenta si abbattè sul ponte.

«La felicità sono i suoi fogli vuoti».

«Le sue parole, caro Signor poeta, sono ponti interrotti
i ponti delle parole che nessuno

sa dove condurranno».

Poi, per soprammercato, aggiunse delle frasi sconnesse,
del tipo:

«Ella accoppia sublime e immondizie
sigizie di correaltà, apparenta

Storia ed eoni, platonismi e crudeltà.
Storialità…»

.

inserisco qui una mia poesia, fatta con gli scampoli e gli scarti di altre mie poesie, frutto di spazzatura della spazzatura, quindi spazzatura di seconda mano. Non ho alcuna pretesa di fare il Bello, come tanti letterati illustri intendono, né di fare il Brutto. Assemblo semplicemente degli scarti in rigorosi distici. Scarti di scarti di altre mie poesie già fatte di scarti. Non voglio apparire né rivoluzionario né conservatore, né innovativo o altro di che… Non intendo provocare né apparire ingegnoso.

Giocatori di golf impugnano il bastone da golf

Un prato verde. Persone in tweed fumo di Londra
camminano in fila,

si tengono stretti alle spalle di chi precede.
« …….»

Avenarius suona il campanello di casa Cogito,
ha litigato con il Signor Retro.

Il Signor Google fuma un sigaro di Sesto Empirico
e il filosofo va su tutte le furie.

Persone in casacca gialla e pantaloni bleu giocano a golf,
giocano a golf.

Una pallina bianca rotola di qua e di là.
Un valletto percuote il gong.

Una folla tra la ghiaia, il prato verde e lo specchio.
Un pappagallo verde. Un orologio giallo.

Hockey in casacche striate, pantaloni bleu.
Palline bianche che rotolano sul tappeto verde

di qua e di là.
Giocatori di golf impugnano il bastone da golf.

33 commenti

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33 risposte a “Le installazioni ipoveritative e i video di Gianni Godi, Due poesie inedite di Giorgio Linguaglossa

  1. annaventura36@hotmail.com

    “In quel momento uno scroscio di tormenta si abbatté sul ponte”: quanto mi piace, questo verso! Ha qualcosa di catartico, di risolutivo. Ha la forza vitale delle parole onomatopeiche Ogni tanto ci vuole,”uno scroscio di tormenta”: per ricordarci che siamo vivi,che lottiamo contro le tentazioni della vanità e del conformismo,sempre alla ricerca di un assoluto che non esiste.” Cerchiamo l’assoluto, ci aspettano solo le cose”: E se l’assoluto fosse già nelle cose?

  2. Grazie Anna,
    per questa tua notazione che mi riempie di orgoglio detto da una poetessa come te. Le poesie testè postate sono una collazione di frammenti…
    Scrivevo qualche tempo fa:

    Il «frammento» compare all’improvviso, nell’immenso disordine degli oggetti, è esso stesso un prodotto di quel disordine, ma, affinché vi sia «frammento» esso deve sortire fuori da una marcatura del tempo. È il tempo il demiurgo del «frammento», suo capostipite e suo padrone. Nel «frammento» c’è tutta la potenza detonante del significante, ma come raggelato e immobilizzato, ed esso ci appare estraneo (Unheimlich), chiuso nell’ambra di un milione di anni millimetri e sepolto nella memoria. E l’assurdo è che il «frammento» ci guarda. Dal lontano passato sembra osservarci e, una volta libero dal nostro sottosuolo, esso ci domina dalla profondità della sua Contingenza.

  3. Gino Rago
    Giorgio Linguaglossa fotografo-poeta nella preminenza delle immagini

    Se mi soffermo emotivamente,prima, ma analiticamente, dopo, su questi 5 distici di Giorgio Linguaglossa
    “[…]
    Persone in casacca gialla e pantaloni
    giocano a golf.

    Una pallina bianca rotola di qua e di là.
    Un valletto percuote il gong.

    Una folla tra la ghiaia, il prato verde e lo specchio.
    Un pappagallo verde. Un orologio giallo.

    Hockey in casacche striate, pantaloni bleu.
    Palline bianche che rotolano sul tappeto verde

    di qua e di là.
    Giocatori di golf impugnano il bastone da golf.”

    posso fare mie queste parole di Michelangelo Antonioni:

    «Per maestri ho avuto i miei occhi».

    Perché?
    Per il motivo semplice che in questi 10 versi, distribuiti in 5 distici, l’amico Linguaglossa indossa i vestiti del fotografo e in pochi scatti cristallizza nel tempo e nello spazio frammenti di storia e di geografia antropologicamente definiti che consegna alla eternità.
    Mai come in questi 5 distici il poeta assume i connotati del fotografo ma non fa fotografie in bianco e nero, fa fotografie a colori per de-drammatizzare l’intero scenario in cui il fotografo-poeta si colloca.
    Si avvale di una tavolozza essenziale di appena 4 colori: il giallo di una casacca e di un orologio, il bianco della pallina da golf,
    il verde di un prato-tappeto e di un pappagallo, il bleu dei pantaloni…

    Con questi 4 colori il poeta-fotografo Giorgio Linguaglossa riconduce l’arte della fotografia al suo etimo originario: foto-grafia, vale a dire «scrivere con la luce».
    E quale è il luogo autentico di questi 5 distici se non la luce, anche se il poeta non la nomina?

    Ma la fotografia è un’arte?
    Forse addirittura è più che un’arte, se qualcuno ha detto che la fotografia è quel fenomeno solare in cui il poeta-fotografo collabora strettamente con il sole…
    Ma perché ho interpretato questi 10 versi spalmati in 5 distici paragonando il poeta al fotografo?
    Perché in questi versi Giorgio Linguaglossa si concentra sulla preminenza delle immagini, che qui si fanno più vere della stessa vita reale, immagini da sottrarre alla tirannia del tempo, il tempo delle luci e delle emozioni, degli uomini e delle cose, il tempo che scivola via tra le dita del fotografo-poeta.

    E’ il miracolo dell’attimo, ed è l’attimo che forse può salvarci …

    (gino rago)

  4. Per un inquadramento storico-filosofico della questione del «frammento», si legga qui: http://www.aperture-rivista.it/public/upload/alfieri28.pdf

    SUL FRAMMENTO
    Alessandro Alfieri nel saggio di cui al link sopra impresso, scrive:

    «Il frammento può venire compreso come la cifra caratteristica della modernità; il mondo moderno, infatti, si pone sotto il segno della dispersione, della deflagrazione del senso, della moltiplicazione delle prospettive… differenti modi per riferirsi alla secolarizzazione e alla laicizzazione della vita sociale avvenuta nella cultura occidentale compiutasi nel XIX secolo, e che ha trovato nella filosofia di Friedrich Nietzsche la più piena espressione. La morte di Dio, e la fine della visione platonico cristiana, è difatti la scomparsa del centro, la decadenza della verità assoluta, l’impossibilità di ricondurre la frammentarietà ad un’unità di senso.
    Il prospettivismo nietzschiano può venire interpretato come una promozione della frammentarietà di contro alle tesi di ordine metafisico, che rivendicano di venire recepite in una loro presunta verità indiscutibile e dogmatica. Infatti, è a partire proprio dalla filosofia di Nietzsche che, tra la fine dell’Ottocento e l’avvento del Novecento, alcuni autori svilupparono determinate e peculiari “filosofie del frammento” in grado di restituire dignità alle irriducibili singolarità che caratterizzano l’esperienza concreta di ciascuno.
    […]
    (Per Walter Benjamin) il filosofo, o come era solito dire lui, lo “storico materialista”, il critico o anche l’artista, deve puntare il suo sguardo su oggetti apparentemente non degni di attenzione, deve farsi “pescatore di perle” per concentrarsi però sugli stracci, sugli elementi trascurati dagli accademismi ufficiali, sui frammenti dispersi e abbandonati ai margini delle strade e cacciati dalle teorie rigorose. Benjamin interpreta perciò frammenti, e il luogo privilegiato dove a dominare sono frammenti è proprio la metropoli moderna, con le vetrine dei suoi passages e le sue luci a gas, capaci di investire il passante con choc percettivi continui.

    Le nostre metropoli, che proprio negli anni in cui scrive Benjamin stavano assumendo la fisionomia e l’assetto di quelle che sono diventate oggi, si caratterizzano per la velocizzazione inaudita dei ritmi di vita, dove a venire sacrificata è l’esperienza effettiva di ognuno di noi può fare del mondo, della realtà e dell’altro. Il mondo moderno è un mondo di frammenti impazziti, che alla “contemplazione” ha sostituito la “fruizione distratta” (…) Tale dimensione è in Benjamin sinonimo di rivoluzione: possibilità di riscatto da parte delle masse […]
    In Benjamin distrazione e attività non sono in contraddizione: i fenomeni che sembrano costringere ciascuno, per volontà del capitalismo, all’omogeneizzazione e alla passività generalizzata, sono gli stessi che possono condurre l’uomo alla sua tanto sospirata rivincita e affermazione. I frammenti sono perciò da un lato prodotti della cultura del consumo, della moda, della meccanizzazione dell’agire, ma su un altro livello sono anche promessa di futuro, possibilità offerta agli uomini di scardinare la storia dei vincitori e il tempo mitico del sempre-uguale.

    La frammentarietà che caratterizza il mondo moderno, oltre ad essere il contenuto ovvero il tema di gran parte della produzione benjaminiana, è al contempo anche fondamento formale e stilistico; Benjamin non ha più alcuna fiducia per il trattato esauriente e per il sistema, ed è la sua stessa produzione a essere espressione della medesima frammentarietà di cui parla, prediligendo per esempio la struttura saggistica su determinati argomenti e autori. Ma è soprattutto nella sua ultima grande opera, rimasta incompiuta, che tale frammentarietà assurge alla sua più piena espressione, ovvero i Passages, un “montaggio” di impressioni, idee, citazioni, riferimenti, “stracci” appunto, che nel loro accostarsi fanno emergere significati inediti, elementi che contribuiscono a sconfiggere quella fantasmagoria seduttiva in grado di anestetizzare il pensiero critico.
    Qui assume un ruolo essenziale il concetto di “immagine dialettica” dominante proprio nei Passages; l’immagine dialettica, che si oppone all’epochè fenomenologica, vive del suo perpetuo relazionarsi all’altro da sé. Non v’è possibile ontologia dell’immagine nell’assenza di relazione, anzi, è la stessa immagine che, affinché possa sopravvivere, pretende di essere messa in rapporto ad altro. È nell’immagine dialettica che temporalità ed eternità si fondono insieme, passato e presente si amalgamano:

    “Non è che il presente getti la sua luce sul passato, ma l’immagine è ciò in cui quel che è stato si unisce fulmineamente con l’ora in una costellazione. In altre parole: immagine è dialettica nell’immobilità. Poiché, mentre la relazione del presente con il passato è puramente temporale, continua, la relazione tra ciò che è stato e l’ora è dialettica: non è un decorso ma un’immagine discontinua, a salti. – Solo le immagini dialettiche sono autentiche immagini (cioè non arcaiche); e il luogo in cui le si incontra è il linguaggio“.1]

    Cogliere nel turbinio incessante e frenetico della modernità dei momenti di stasi improvvisi, delle “epifanie di senso”, capaci di illuminare di una luce differente ciò che invece ci sfugge repentinamente nella vita quotidiana dominata dalle regole del consumo: questo è il compito del filosofo dialettico e del critico della cultura; fissare lo sguardo sui frammenti per farne delle immagini dialettiche che rivelino i processi che li hanno determinati, le loro intenzionalità profonde, i loro valori allegorici e le opportunità che da esse si sprigionano.
    […]
    Ontologicamente, ed anche da un punto di vista logico-semantico, l’immagine può dire qualcosa, ha un senso e può comunicare con noi solo perché è da subito a contatto con altre immagini, in rapporto di identità o differenza con esse. D’altronde, è la conoscenza stessa che opera in questa maniera, affidandosi alla “relazione” e non alla “cosa in sé”. Per comprendere questo punto, torniamo a Nietzsche: “Le proprietà di una cosa sono effetti su altre ‘cose’; se si immagina di eliminare le altre ‘cose’, una cosa non ha più proprietà; ossia: non c’è una cosa senza altre cose, ossia: non c’è alcuna ‘cosa in sé’”.2]
    L’immagine rinvia continuamente a ciò che è altro da sé, slitta il suo senso ad un’altra immagine che rimanda a sua volta ad altre innumerevoli immagini. In questo terreno multiforme e frammentato, in assenza di un punto centrale e statico, la riflessione è demandata continuamente al suo passo successivo; questo processo consente al pensiero di vivere, di non esaurirsi in una risposta conclusiva, e di tenersi aperto all’indeterminato.

    1] W. Benjamin, I «passages» di Parigi, Einaudi, Torino, 2007, p. 516
    2] F. Nietzsche La volontà di potenza Bompiani, Milano, 2005, p. 308

  5. Mario M. Gabriele

    caro Giorgio,
    sono stato questa mattina a parlare con un l’Assessore alla Cultura chiedendogli di mettere negli spazi liberi, dei cassonetti di spazzatura, per gli stracci, gli scampoli, le merci scartate dai supermercati, i WC., i calzini forati, le buste di plastica, ecc, tutti di provenienza dei distici. La richiesta, in verità, era stata già accolta in precedenza, per il semplice fatto che tutto questo materiale faceva già parte del loro sistema di raccolta rifiuti, per un maggiore uso lessicografico.

    Mi ha anche precisato, che da quando è in uso la NOE, c’è un recupero di tutte le risorse sintattiche, andando al fondo della questione, con una idea progettuale dell’acquisizione linguistica, tramite l’eliminazione delle barriere architettoniche tradizionali. Infatti c’è un apposito sportello, dove trasferire nella rete fognaria il bel verso, la retorica, la mitologia, l’iperbato, il soggetto, la continuità,la retorica ecc., come timbrificio tipografico.

    “Il distico”, con parole nostre o di autorevoli filosofi,” istituisce visivamente il nulla. Si tratta di una percezione singolarissima. Può scrivere un distico soltanto chi ha questa percezione singolarissima”. (Donà) Allora, caro Giorgio, dobbiamo considerarci degli ET, approdati su un pianeta dove gli aborigeni sono allo stato linguistico del pliocene.
    Il distico è una frazione della singolarità tecnologica, e chi non l’ha capito è già in uno stato di colliquazione.

  6. Una nota in distici sul libro poetico di
    Lorenzo Pompeo, Cemento armato di Santa Pazienza (Poesie 1993-2018),
    Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2019, pp 76, 12 euro
    (Prefazione di Giorgio Linguaglossa, postfazione di Marco Belocchi)

    Gino Rago

    A pagina 55 del suo cemento armato
    Lorenzo Pompeo domanda: “cos’è la poesia?”

    Una immagine. Forse vale più di cento parole.
    Ma la tortora presa nella foto poi continua il suo volo.

    Foto-grafia. Trasparenza d’una foglia,
    Bellezza d’una schiena,

    Verità del vivere in una forma di conchiglia,
    Nelle formiche sul tronco di un albero.

    Il bianco e nero, troppo carico di senso,
    Il colore de-drammatizza

    nella permanenza dell’ alleanza-scontro con la luce.
    Più possente di pagine e pagine scritte

    Una foto rivela un luogo, un rito, un volto, un evento.
    Racconta una storia. Fissa nel tempo lo stato dell’anima.

    Tutti i dipinti, tutta la storia dell’arte sullo sguardo in croce di Cristo
    il fotografo-poeta darebbe per una foto del Suo volto.

    (gino rago)

  7. Gianni Godi esce dal tempo, e sembra provenire dal futuro – indietreggiando, rivolto al nostro presente. Però sembra non avere memoria, tanto del presente, quanto del futuro. Di conseguenza, un po’ ne soffre la comunicazione. Anche perché i testi sono portati all’estremo della sconnessione… sconnessi ma, se riuniti, arrivano a comporre in mosaico; come ne La carne di Dante: tutta quella corporalità, come vista da dentro… non nelle pulsioni ma attraverso le domande.
    Dal punto di vista delle sole parole, sembra rispondere a un bisogno… di richiamo tra parole distanti una dall’altra.
    Distanza che è tempo. Mentre l’immagine, e pare ovvio – ma come erano ‘ovvi’ i volumi delle sculture di Pomodoro, cilindri, sfere… – sono spazio; spazio che contiene il mancante, vale a dire la memoria, o tutto ciò che, collettivamente, riteniamo debba costituire la memoria.
    Operazione complessa ma che, in qualche modo, sembra giocare d’anticipo; appunto, con il futuro. Come scrive Linguaglossa, nella prima di queste sue due poesie:
    “che trattava con le ombre, del passato
    e del futuro”

    Giorgio, che poi scrive:
    “Le sue parole, caro Signor poeta, sono ponti interrotti”.

    Ecco, qui si tocca un punto a mio avviso cruciale: questi ponti, ai fini della comunicazione, non andrebbero in qualche modo ricostruiti? E per poterlo fare, può davvero bastare un qualche sotterfugio carpito dal linguaggio? Alla seconda domanda risponderei che, sì, può anche bastare; a patto che almeno una delle voci sia differente. In modo figurato, possiamo delineare, come fa Giorgio Linguaglossa, la forma del fantasma dandogli un nome (evidentemente significante), ma potrebbe anche non essere così; che le voci non abbiano soggetto alcuno, perché distanziate dal tempo… e nella mente del poeta, da una sorta di sdoppiamento (pratica dolorosissima ma divertente).
    Scritto così, a cantiere aperto.

  8. cari amici,

    qui ormai stiamo fuori del «timbrificio tipografico» come si esprime con brillantissima espressione Mario Gabriele:

    «c’è un apposito sportello [ndr. la NOE], dove trasferire nella rete fognaria il bel verso, la retorica,l a mitologia, l’iperbato, il soggetto, la continuità,la retorica ecc., come timbrificio tipografico.
    “Il distico”, con parole nostre o di autorevoli filosofi,” istituisce visivamente il nulla. Si tratta di una percezione singolarissima. Può scrivere un distico soltanto chi ha questa percezione singolarissima”».

    E Lucio Mayoor Tosi:

    «Gianni Godi esce dal tempo, e sembra provenire dal futuro – indietreggiando, rivolto al nostro presente. Però sembra non avere memoria, tanto del presente, quanto del futuro. Di conseguenza, un po’ ne soffre la comunicazione. Anche perché i testi sono portati all’estremo della sconnessione… sconnessi ma, se riuniti, arrivano a comporre in mosaico…».

    Sia chiaro che la brillantina tipografica della poesia dei nostri giorni con iperbato fondato sull’io è roba da timbrificio tipografico, da dentifricio fono simbolico… noi qui stiamo facendo una cosa davvero nuova e rivoluzionaria. Ad esempio, prendere cognizione e possesso di un concetto elementare che in filosofia circola da almeno duecento anni, che «le parole sono ponti interrotti», che la procedura della colonna sonora di voler dare loro un senso con una colonna fono simbolica ben costruita come ha fatto il più grande poeta del novecento, Montale (almeno il primo Montale), è da archiviare con sollecitudine. Tutta la poesia riepilogativa ed epigonica che oggi come ieri continua acriticamente a confezionare confetti e confetture dell’io, è roba da indirizzare nella pattumiera della storia stilistica, roba da passatisti in vacanza colliquale. Pensare che il poeta possa o debba dare un senso alla poesia per il tramite dei suoi alambicchi fonosimbolici e tipografici è davvero una pia illusione di professorini innocui e vanagloriosi.

    Come scrive Lucio Mayoor Tosi, qui siamo in un «cantiere aperto», c’è chi afferra dal passato e dalla memoria frammenti di significato, come fa Donatella Costantina Giancaspero, e chi invece recupera dal non-tempo degli spezzoni, delle zattere linguistiche un tempo significative come fa Gianni Godi nelle sue poesie volumetriche, e chi come Gabriele riutilizza e rimette in circolo lacerti e sintagmi dei cartelloni pubblicitari della cultura occidentale ridotti ad elementi frastici non più significativi. La sostanza della NOE è varia e ampia, ciascun poeta può scandagliare i propri strumenti espressivi in piena libertà. Aver paura del «nulla» che ci si trova di fronte, indietreggiare, come fa Claudio Borghi, respingere il «nulla» accusandoci di «nichilismo», implica una fuga dalla realtà del nostro tempo e una fuga dalle proprie responsabilità stilistiche e formali. Lo spirito umano conosce soltanto le idee, demonizzare le idee significa demonizzare il mondo.

  9. Invito tutti i Presenti a postare proprie poesie ipoveritative. Grazie.

    Esempio di poesia ipoveritativa in distici
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/04/19/le-installazioni-ipoveritative-e-i-video-di-gianni-godi-due-poesie-inedite-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-56210
    Ibidem dichiara alla Dama in maschera la sua passione
    sul Ponte dei Sospiri. Le nere gondole sciabordano

    mentre Zeppelin vola in basso, sempre più in basso
    e De Sideribus osserva il cielo stellato.

    L’ultimo Lied di Lili Marlen, il coro di soldati l’accompagna.
    Madame Hanska fa entrare gli ufficiali nel salotto color fucsia.

    Fa ingresso la bella Anais con la volpedo blu.
    Fanno ingresso i Commissari in impermeabile lucido.

    Fa ingresso Anaconda con la pelliccia di tigre
    Sesto Empirico fuma un puzzolente sigaro italiano,

    il filosofo è un gran maleducato, sbatte sempre le finestre
    e le porte con strepito quando esce dalla sua tana,

    chiama la poesia del suo tempo, «timbrificio tipografico»
    e il pensiero, «ologramma filosofico».

    Anche Franz Hopferding sbatte i tacchi quando esce di scena,
    ha un debole per le camicie brune del Führer e per Anais,

    passa il tempo a svaligiare le banche, ha tanti derivati
    nel suo portafoglio titoli della BCE quante stelle in cielo.

    Scrivo una lettera alla mia amata e guardo in cinemascope
    il film della mia vita, lo srotolo all’incontrario,

    c’è Mario Gabriele che prende il caffè, c’è Gino Rago
    a Trieste al bar degli artisti che legge il giornale,

    Avenarius conversa amabilmente con il Signor K.
    giocano a dadi con la clessidra mentre Miss Andreade

    riceve gli ospiti del sonno nel salotto color fucsia,
    L’androgino cincischia con gli anelli smaltati:

    «abito nella capitale del continente, la città decerebrata
    e degenerata…»

    Tutto avviene contemporaneamente, mentre il bambino
    monta sulla giostra, sale sul cavallo a dondolo,

    scavalca il davanzale della finestra
    e scompare oltre la cornice del quadro.

    • Mario M. Gabriele

      Sorprendente poesia con alcuni enunciati di classe economica:come nel distico : ” ha tanti derivati / nel suo portafoglio titoli della BCE”, che ricordano il linguaggio di un promoter finanziario, tra citazioni di nomi storici, ironia, eventi noti e sconosciuti, gestiti da un’abile regia attenta alle misurazioni estetiche.

      • caro Mario Gabriele,

        «Riassumendo, direi che è l’asseribilità della ragione che si è globalmente impossibilizzata. La contemporaneità si è talmente sforzata di trasformare il negativo in positivo, di fare di quest’handicap storico una caratteristica costitutiva: la mancanza di principio è così diventata una posizione di principio, la disseminazione una ricchezza, il soggetto una traccia; il linguaggio metaforico e vago l’esenza stessa del logos. Non è forse necessario far buon viso a cattivo gioco? Ma quest’impostazione mal nasconde la contingenza sulla quale pretende di erigersi. Essa vuol far passare per tratti essenziali ciò che è accidentale, ciò che proviene da uno stato di cose superato e negato, come se tale negazione fosse un aspetto costitutivo del nostro essere. Così, il fatto che l’antico principio del pensiero, l’uomo, sia morto in quanto tale, non significa né che il pensiero del principio sia vano o impossibile, né che l’uomo sia una traccia, una casella vuota, una mancanza. Questi termini traducono astoricamente un certo divenire, e non quel che in realtà siamo.

        È sullo sfondo del cartesianesimo che sono nati tali concetti, concetti la cui apparente positività rimuove piuttosto un’impossibilità di superare ciò che è superato, di riempire ciò che è diventato realtà vuota, se non facendo del vuoto il pieno stesso che occorre recuperare, un vuoto del principiale che sarà positivizzato in realtà effettiva. Ma è paradossale continuare a operare con categorie che sappiamo non pertinenti, volendo fare di questa non-pertinenza un tratto pertinente di sostituzione. È paradossale dire che una certa realtà concettuale non ha più corso, e perpetuare in vuoto questa realtà con l’affermazione che il vuoto è appunto la realtà. Come possiamo contemporaneamente sostenere che il soggetto fondatore è indicibile in quanto tale, e fare di questo indicibile il senso stesso del discorso antropologico, se non della realtà umana stessa? Non si continua in tal modo a pensare a partire dagli stessi termini, ma invertiti? La traccia dell’origine, in Derrida, funzionerà esattamente come un che di originario: esso si produce occultandosi e diventa effetto; lo spostamento qui è produzione. La non-adeguazione dell’originario a se stesso attraverso un logos dell’originario è daltronde una vecchia idea del proposizionalismo che si trova già in Descartes, poiché la ratio cognoscendi non può porre in primo luogo ciò che è realmente primo; di qui il ritorno analitico all’origine, innato o a priori, che non possiamo mai delineare se non con uno scarto e un’eterna inadeguazione.»1

        1 H. Meyer, Problematologia, Pratiche editrice, 1991 pp. 181-182

    • donatellacostantina

      Cari lettori e amici della rivista,
      a voi tutti giungano i miei auguri più sentiti per una Pasqua serena e una altrettanto distensiva Pasquetta. Con gli auguri, la dedica di questi miei versi.

      Un soir, l’âme du vin chantait dans les bouteilles…
      (Charles Baudelaire)

      Il vinaio

      Il vinaio accanto alla stamperia
      è il primo cliente della sua bottega.

      Nelle mattine fredde, spunta una riga
      di pigiama, dal maglione indurito.

      Il sesso colposo gli ha tatuato un’ameba
      sotto l’occhio; altre anneriscono in segreto.

      Imbratta kleenex con latte condensato:
      li semina per terra, a mezza luce,

      tra il letto e il comodino
      – per lui, che lo tradisce con uno più giovane –.

      Salite, sabato sera, che vi faccio la trippa!

      Da molti anni, il coltello del pane
      è stato rimpiazzato.

      Le coppette di vetro per la macedonia
      sono rimaste in cinque

      – quella sbreccata è finita nella spazzatura –.

      La bottega è un buco. Una crepa
      a misura di scalpello.

      (Maggio 2018)

  10. Guido Galdini, Tre poesie ipoveritative
    Durante una visita alla mostra di Antonello da Messina (Milano, Palazzo Reale, Aprile 2019)

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/04/19/le-installazioni-ipoveritative-e-i-video-di-gianni-godi-due-poesie-inedite-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-56211
    „Non colui che ignora l’alfabeto, bensì colui che ignora la fotografia, sarà l’analfabeta del futuro. La moda è il ritorno del sempre eguale nel nuovo“ — Walter Benjamin
    In un certo senso, il distico segna il ritorno del sempre eguale nel nuovo distico che segue il precedente, il ritorno del revenant, è una spinta che segue ad una controspinta.
    (g.l.)

    San Gerolamo

    il manto scende ad ondate
    s’increspa sul pavimento

    il leone passeggia nell’ombra
    fuori c’è un cielo da oltrepassare

    qualche uccello in planata
    si avvicina all’azzurro

    troppi libri e altri oggetti
    ingombrano le mensole

    il pavone non ha nessuna voglia
    di esibire la ruota.

    L’Annunciata

    la mano destra si stacca
    dal piano della tavola

    è protesa per arrestare
    la vicinanza di uno sconosciuto

    l’altra mano trattiene il mantello
    gli occhi hanno smesso di guardare.

    Pietà (dal Museo Correr, Venezia)

    il tempo ha sgretolato i volti di Cristo
    e degli angeli che lo sorreggono
    con le ali che pungono il cielo

    il minuscolo teschio d’Adamo
    è posato accanto all’albero rinsecchito

    in piazza non c’è ancora nessuno
    il mare è deserto di navi

    un angelo si appoggia alla guancia
    la mano di Cristo
    che pende inerme dal polso

    il costato ha una breve ferita.

  11. Una poesia in distici di Carlo Livia dal libro in corso di stampa con Progetto Cultura, La malattia del cielo:

    La prigione celeste

    Dalla finestra di Mozart vedo la donna nuda che beve lacrime
    divine in un cielo di astri divelti

    e un vecchio bambino pazzo che trascina ridendo l’anima del
    Grande assente.

    a forza di dormire sull’orlo del precipizio, la mia anima si è
    mutata in sette serafini ciechi

    che baciano in sogno l’infelice sposa dell’Ultradio.
    Ho attraversato tutto l’universo, cercando quella fessura del

    tempo da cui affiora la morte
    ma ho trovato solo lo splendore delle madonne silenziose

    votate al blu.
    Tutti i tabernacoli sospesi in alto mare s’inclinano lottando

    contro un vento di frasi fatte
    e versano in cielo una musica di carezze e desidèri di fanciulla,

    tristi come la voce che mi sfiora in sogno
    per dirmi che non è più qui.
    *
    testo carlo livia:Layout 2 19/04/2019 20:23 Pagina 20

    • stefano d'angelo

      Ciao Giorgio,molto bello il sito, ma ho avuto già modo di leggere alcuni numeri cartacei della Rivista. Devo dire che supera negli assunti Arsenale, è sicuramente più ” concreta” e punta direttamente alla “cosa in sè”. Ps: Ho letto anche alcune tue poesie in rete e, perdonami l’ardire, ma credo proprio che facciamo parte della stessa scuola di pensiero, anche se non ci siamo più frequentati per anni !

  12. poesie nella versione in distici di Silvana Palazzo dal libro in corso di stampa con Progetto Cultura, Il poeta descrive la vita
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/04/19/le-installazioni-ipoveritative-e-i-video-di-gianni-godi-due-poesie-inedite-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-56213
    Può un pensiero diventare poesia?
    ed il pensare

    divenire poetare?
    Quali qualità deve avere il poeta

    per essere reputato tale?

    *

    Ma che valore hanno le poesie?
    Scriverle non è un mestiere e

    fingere di farle non conviene
    visto che nessuno le compra…

    *

    La poesia nessuno la vuole
    fa fatica finanche a camminare

    non sta in piedi perché
    nessuno la vuol capire

    anche se è la massima espressione
    dell’essere umano…

    *

    La poesia?
    troppo inconsistente

    breve ma perturbante
    ti ferisce dolcemente

    anche con un carico pesante..

    *

    Cos’è necessario a che le parole
    diventino poesia?

    L’abilità nel costruirla o
    la forza del cuore?

    *

    Se la poesia è un’apertura d’anima
    al mondo…
    basta aprirsi per essere poeti?

    *

    Sono entrata in una poesia,
    ho camminato a lungo tra le parole,

    ho sostato tra le righe,
    per capire rigo per rigo,

    per lasciarmi imbrattare d’inchiostro e di parole e
    per sapere quello che il poeta

    voleva comunicare…
    ma forse, ciò che voleva dire

    era qualcosa d’altro…

    • Mario M. Gabriele

      Spero che questo mio testo ipoveritativo nato sic et simpliciter, si accosti all’invito di Linguaglossa in questo post.
      ————
      Ti parlo, ma non mi ascolti.
      Come è andata con Omar? Si è innamorato di Salomè?

      Allora si spiega tutto
      perché ha ucciso il serpente a sonagli.

      La signora Hanna odia i positivisti
      dopo aver letto la Pontificia Opera Cristiana.

      Ogni giorno cerco nella cassetta
      una piuma dal cielo.

      Piqueras e Sweneey
      non attendono le donne di Michelangelo

      All’ultima curva della strada aspetto Milena
      con Panetti e Shoppers.

      Guardo il vestito, la maglietta a pailettes.
      Controllo i Covered Bonds e le fake news.

      Tommy è venuto a potare la siepe
      per lasciare il posto al ruscus di Settembre.

      Mark Strand si è rifatto ai quadri di Edward Hopper
      diventando spiritualista.

      Guardando la camera da letto di Van Gogh
      sono riuscito a dormire senza EN.

      Il Servizio urbano si è rinnovato
      inaugurando vicoli con l’insegna: La tomba è il bacio di Dio.

  13. Giuseppe Gallo

    Lilli

    Lilli sorrise alle macchie sul muro,
    aveva intravisto il colbacco di Lenin.

    Elena per scendere scelse i gradini più comodi.
    Ormai dipingeva in grigio solo scale in salita.

    La primavera era sopraggiunta in treno.
    E i papaveri si vergognavano di rosseggiare in città.

    – La morte non sa che può fare male,
    ha ancora i calzoni corti e la minigonna di Mary Quant!-

    Oggi non è più oggi.
    …attenda in linea…

    Le carpe d’argento assalivano le barche dalle sponde.
    Se non hai parole non puoi avere fantasmi.

    Si scrive soltanto il passato
    per sorreggere la potestas e l’auctoritas.

    La voce è un gesto: la bocca mi baciò tutto tremante…
    ma dopo, quando si spara…

    Intorno alle acacie si agita la luce,
    il pappagallo la sfoglia come un libro.

    Ha imparato a leggere lungo la traversata.
    …è un’inchiesta sulla qualità del servizio…

    La morte è una scavezzacollo… deve fare esperienza.
    Ha ancora i calzoni corti e la mini gonna di Mary Quant.

  14. Alfonso Cataldi

    “Pratiche da niente” in fila indiana dentro il dormiveglia.
    Il contabile richiude il guardaroba.

    – Le adozioni bruciavano alle spalle del convento
    gli americani impararono gli orari delle prove corali.

    Philomena interpreta il destino da una foto-testamento
    nulla può aggiungere l’indagine di un serial killer.

    Il corpo è sepolto al punto di partenza.

    «Nessun riflesso ha inciso le pupille della Virgin Morena»
    conferma l’entourage di Rafael Torija.

    Due ex continuano a studiare i dettagli dell’abbronzatura.
    Al presidio scarseggiano i mantelli taglia XXL.

    È sufficiente un’altra notte di scampoli cuciti
    a una madonnina che sta nel palmo d’una mano.

  15. Talìa

    A Mario M. Gabriele e Godi

    “Ehi dude! Close to me.”
    “No, se non sei tra i miei contatti!”

    Io sono un gi pi esse, non sono più un essere.
    Il re è morto. Lunga vita ai microcip.

    Arriva il vento. Il vento. Il vento.
    Anemossssssssss… Kathorosssssssss…

    Il freddo di ponente. Il caldo di levante.
    Il vento morente. Il vento emergente.

    Arriva. Arriva. Arriva.
    Sfarina i fondali.

    Un doppio vincolo ci unisce.
    Earls Court è un amore barbaro.

    Nel medioevo tecnologico,
    Era u
    Ora i.

    Questi doni ho in tasca per gli ospiti:
    fiori freschi e frutta secca, qualche tribolo.

    A Fontainebleau il fantasma di Gurdjieff
    impastava cocci dell’essere con smalti di vita.

    Mi viene facile incollare i pezzi Ikea e Brico.
    Braco (non dovrei cercare alleanze foniche).

    Le gengive di Sanguineti mi masticano.
    Mario M. Gabriele mi possiede.

    Le parole sono pietre e vivo circondato da un muro a secco.

    • Mario M. Gabriele

      caro Talia,
      sei un vero professionista della parola, moderna e mai atavica.I termini commerciali come Ikea, Brico, e del mondo tecnologico riferito ai micro cips e gi pi esse, fanno parte di una discontinuità ideologica e lessicale all’interno della poesia, che estirpa tutte le radici fonologiche connesse con i vecchi paradigmi. Non c’è dubbio che con queste libere coesistenze linguistiche, si possa andare oltre certi regimi estetici già consolidati, ma è da accogliere con piacere l’uso prevalentemente nuovo che fai del verso, come idealità nuova, dal tratto verbo-iconico.

      • Talìa

        Caro Mario.
        anche io “Ogni giorno cerco nella cassetta/una piuma dal cielo.”
        Oggi, per una serie di circostanze la piuma è discesa.

        Grazie per il nuovo. Nel distico mi trovo comodo.

  16. Una foto di Degas

    Vicino a un grande specchio
    Nella foto di Degas si vede Mallarmé.

    E’ in piedi contro il muro.
    Renoir è sul sofà.

    Nello specchio (come fantasmi)
    Lo stesso Degas ( con la sua camera )

    E la moglie di Mallarmé (con sua figlia).
    Paul Valery entra dopo lo scatto.

    Ora guarda la stampa che Degas gli ha regalato:
    “Il prezzo di questa opera d’arte?”

    Nove lampade a gas
    E un istante di completa immobilità.

    Donatella Costantina Giancaspero fotagrafa
    La foto di Degas.

    Pone sulla stessa linea di mira mente,occhi e cuore.
    Trattiene il fiato e scatta.

    Nella foto della foto di Degas
    Donatella Costantina ha messo tutto.

    I libri. I viaggi. Gli amori.
    Gli appuntamenti mancati, le promesse mantenute.

    (gino rago)

    • donatellacostantina

      Grazie, Gino Rago.
      Fra tante foto che ho qui, non ricordavo più di averne scattata una anche alla “Foto di Degas”. Oppure, l’avevo smarrita, vai a capire… Ma vedo che tu l’hai ritrovata. Molto bene, ti ringrazio! La metterò insieme alle altre mie foto di viaggi, di amori, di promesse e appuntamenti mancati. Istantanee di istanti. Frantumi di vita. Vita in frantumi. Lampi al magnesio.

      Une bonne soirée à toi, à Degas, à les amis…

  17. METTERE I BAFFI ALL’ IO

    1-INFER
    RIATE

    Salme:
    Si muovono navi verdi. Di olio la pioggia

    Donne irriducibili alle inferriate.
    Un punteruolo rosso in ceppi. Due proconsoli di Cesare.

    Socrate assorbito dalle cicute.
    vendono palme a Barabba

    La banda delle cinque fa a meno degli orologi, borghesi per giunta.
    Il tempo lo è.

    La legge invece è capitalista.
    Una centuria suggerisce a degli ulivi di far largo alla xylella.

    dal Salento a Gerusalemme.
    Le successioni sanno di catena alimentare

    dov’è Gesù?

    Dio è morto
    Io è morto.

    Un pianoforte perde i denti. Musica di Schubert nelle vie di Bari.
    Negli uffici stampano registri in codice binario.

    Faber. L’asino, il muro del ‘61
    sulla via del mare omaggiano la carovana del re.

    Giuda in su.
    Il Duce in giù.

    2-CE N’È PER TUTTI.

    la motozappa crea il dopoguerra
    Berlino 1945, campo di sterpaglia

    Su Hiroshima cresce l’ailanto
    pianta alleata

    scrivere la storia
    con la matita di un pipistrello

    senza spiegazioni
    appendersi a un filo d’erba

    e poi quali sono le ragioni
    del contadino?

    il motore vale
    una pompa peristaltica

    quanti figli ha fatto per la guerra?
    Tanti che nessuno li conta a pranzo

    Bios ci sa fare con queste cose
    L’arte è un fatto mentale

    Leonardo morto
    Vale un colombo su Monna Lisa

    3-MIRACLE

    Premessa:

    Francesco d’Assisi
    Albert Einstein

    Difficile camminare sull’acqua
    Come viaggiare in un buco nero

    l’acqua inghiotte luce
    Un buco nero la mortalità

    Cos’ è singolare?

    NELL’ANNO 2100

    Fu costruito il primo Santo robot
    Lo chiamarono Francesco

    perchè parlava con gli uccelli, un effetto
    dell’Elio II che scorreva nelle sue vene

    progettato per fare miracoli
    invertiva la freccia degli eventi

    tornò ad Assisi
    abbracciando stimmate e povertà

    l’italia ne rimase sconvolta,
    nessun ministro della lega

    fu visto il duce sotto la pensilina
    piazzale Loreto tornare vuota

    a Dongo non successe nulla
    Claretta ricomposta

    Bambina innamorata
    del suo principe

    Praga rifiorì nel nulla
    il patto di Varsavia dissolto

    molti mali ritornarono nelle ortiche
    Compreso Himmler che mai nacque

    Né si vide Mengele
    Operare sui bambini

    La tecnologia del miracolo
    Rimise in piedi il palazzo vescovile

    Francesco è senza sacco, ora
    dinnanzi a Bernardone

    Le ricchezze, i sontuosi panni
    La mercanzia donata ai poveri

    Da qualche punto però si torna
    Anche il tempo è onda

    il calore va e viene
    l’ istante si conserva

    se inverti la rotta il cancro sparisce
    la radiografia non ha più traccia

    solo la Memoria
    rimane intatta

    risorge
    muore

    (Francesco Polo Intini)

  18. Monsieur Gurdjjieff.

    « Fanculo, mi diverto. Georges
    Ivanovič.». La notte si avvicina.

    Il popolo è affamato. Esce il Re sul balcone.
    Prende il pane; lo spezza, e dice:

    «Tenete…».

    Più delinquente, che bravo ragazzo.
    Superpiù della poesia.

    Liberi, solo se pazzi. Allucinati.
    Ma liberi. Sole del Nord.

    Portami a casa. Disse Georges.
    Ma rideva sotto i lunghi baffi.

    Ho la sifilide.

    (Mayoor, oggi. Spero bene.

  19. edith dzieduszycka

    Ricordava il cicaleccio futile da vecchia bambina viziata
    della donna stravaccata sul sedile di fronte.

    Dialogo quotidiano fatto di piccoli dettagli insignificanti,
    di banalità cronaca silenzi. Destino insieme unico e universale.

    Miliardi di corpi già sprofondati e altri destinati a sprofondare.
    Senza nemmeno pensarci. Anche loro. Inesorabilmente.

    Tutti quei corpi in movimento frenetici aggressivi
    pronti ad affrontarsi e a combattersi,

    a sopprimersi a vicenda anticipando i tempi
    per ubbidire a chi sa quale oscura legge?

    Di quale peso d’ossa, di quale massa di polvere
    caricano una terra indifferente?

    Quella terra sempre più gravida e sempre più pesante?
    Fino a quando reggerà un tale carico?

    Attraversò la strada, rialzò il collo del suo giaccone
    e guardò in alto la facciata di casa sua.

    Vide il rettangolo illuminato della finestra del soggiorno.
    Gli sembrò di vedere il muoversi di una tenda.

    e il passar dietro di un’ombra.
    Ma forse era la finestra dell’appartamento vicino?

    E.D.
    Estate 2017 – Estratti sparsi dal romanzo Intrecci – Genesi – 2016

  20. letizialeone

    Auguri di buone festività pasquali a tutti gli amici dell’Ombra! Mi dedicherò alla lettura dei vostri distici ipoveritativi dal mio ritiro per trarne, come sempre, ispirazione.

    pellegrinare euclideo su strade di pane indurito. Porta il sussurro
    alla tua pietra. Grumo torsolo spessore toro e astragalo di ogni colonna

    d’intelletto. Persa solarità della speculazione screzia.

  21. Buona Pasqua a tutti!!

    fr.0

    L’acqua del giardino inonda le piante. Formato trenta secondi. Milioni di metri in solchi asciutti.

    A Berlino hanno detto : tutto normale.I vermi si spingono dentro le mele. Aciduli nei tunnel scavati.

    Nulla di buono. Ricordi quel gambale di gomma ? Il colore sporco si è allungato per i pantaloni.

    Sulla maglia muta e quadrata. Otto anni di palline al canestro da basket. Un concentrato di lanci .

    Instabili all’orizzonte caffèlatte. L’area di servizio strofina con la benzina lattine e cannucce .

    Padroni a caso della spazzatura. Non ci capiscono niente neanche loro. Ciao care eliche.

    Di notte la direzione si fa a tentoni. Le mie ciabatte grugniscono divise.

  22. Mario M. Gabriele

    cari Amici,
    non esiste in questo post, all’interno del distico e del frammento, una sola poesia che sia in distonia con i testi presentati. Sembra un teatro di voci dove la vocalità si articola su linguaggi quasi pre-futuri.

    Tutto questo lo si deve agli esiti poetici di Giorgio Linguaglossa, Gino Rago,Donatella Costantina, Guido Galdini, Carlo Livia, Silvana Palazzo, Giuseppe Gallo, Alfonso Cataldi, Giuseppe Talia, Franco Intini, Lucio Mayoor Tosi, Editdzieduszycka e Francesca Dono: un vero e proprio Gruppo NOE, senza sbaragli irreversibili, anzi, devo dire di non trovare debolezze estetiche, ma approvvigionamenti linguistici di singolarità tecnologica.

    A questo approdo concorrono, evidentemente, consensi unanimi, fuori da ogni composizione artificiosa e lirica; e penso pure ad una opzione metaletteraria che non va abbandonata.

    Ciò lo dico perché ci stiamo lavorando da tempo, per proporre un nuovo modo di fare ricerca sotto un’unica sigla, che può incontrare anche pareri discordi, senza ricorrere a giudizi Keep Out, che avviliscono ogni fare poetico.Grazie e Buona Pasqua a tutti.

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