Poesia polittico di Gino Rago e Letizia Leone con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

Gino Rago

13 aprile 2019 alle 9.24

Un polittico in distici

[Il gesto estetico in Leone-Linguaglossa-Matusali-Ortona
nella fermezza di uno sguardo storico-socio-antropologico]

Emanuele Di Porto sul 404 con una scatola da 6

16 ottobre 1943 (al Ghetto di Roma la caccia agli Ebrei).
1024 anime. Senza strepiti. Senza perché.

Per alcuni neanche il tempo di cominciare a vivere.
Tornano in sedici dall’inferno dei forni.

15 uomini e una donna soltanto. E non parlano.
Tacciono per anni. Preferiscono guardare il Tevere.

Non odono da tempo voci umane.
Risentono cani che abbaiano. Soltanto cani. Nelle divise.

Dentro le svastiche. Negli stivali sempre tirati a lucido.
Non dimenticano i fili di fumo. Il cielo tagliato in due.
[…]
I migliori colori. Gli argenti sotto gli arazzi.
I ritratti. I paesaggi. Le nature morte.

Le tele di lino del Belgio alle pareti sono ricordi.
Un mondo muore quel giorno con loro.

Lasciano in eredità non oggetti senza vita ma cose.
Le cose dell’io frantumato. La coscienza calpestata.

La memoria umiliata. L’identità derisa.
La spoliazione. La musica forzata sulle fosse.

La babele di lingue.
[…]
Lasciano alla ruggine dei fili spinati brandelli di carne.
Numeri tatuati. Bandoni corrosi. Sabbie quarzifere. Carta pesta.

Segatura impastata con colla di pesce.
Stoppa. Smalti. Vernici.

Lenzuoli sovrapposti. Federe incollate.
Stoffe di tappeti. Sacchi. Cortecce. Reti di metallo.

I cenci cuciti alle intelaiature della Storia.
I materiali della disperazione. Il disastro.
[…]
Ripartono da qui l’Arte e la Poesia.
Da nuove parole di resti di stoffa.

Questi versi di scampoli,
Questi nuovi colori di scarti … I grumi di un Evento.

Su queste parole-immagini di stracci e vinavil
Pioveranno daccapo i fiori dai ciliegi.
[…]
30 settembre. Domenica. Dalle 10 alle 19
Arrivano quasi tutti, l’uno dopo l’altro.

Da Turcato a Paladino a Cascella,
Da Ontani a Guttuso a Rotella.

Allo Spazio espositivo di Piazza San Pancrazio,
Verso Villa Pamphili, N. 7,

Si appendono da soli alle pareti
Afro, Cucchi e Schifano.

Pizzi Cannella, Enotrio e Dorazio
Attendono Warhol, Capogrossi e Baj.

La fenomenologia dell’arte non tollera i ritardi.
Gillo Dorfles in un angolo al buio

Parla di Kandinsky, di Estetica, di Klee,
Di verde verticale a qualche grattacielo.
[…]
Uno schianto sull’asfalto. L’ultimo pino di Respighi,
Giosetta Fioroni bacia Goffredo Parise.

«A Via Flaminia … Stasera. Prima da Rosati,
Poi dai Fratelli Menghi. Tutti a cenare a sbafo …

Domani dalla De Donato. Al Ferro di Cavallo
Burri ed Emilio Villa regalano cartelle.

I volti narrano l’Io nei vapori,
Le storie dei momenti solitari».
[…]
A Santo Stefano del Cacco
Il dottor Ingravallo pasticcia con le lingue,

Carlo Emilio Gadda fa lo sciopero della fame,
Un vestito blu sul Piè di Marmo.

A Norimberga. Letizia Leone si veste di viola.
Un solo colore per tutto il dolore.

Il sangue. La carne. Il midollo.
I capricci di pochi. La morte del mondo.

Piazza dei Quiriti. Nei panni di Rugantino
Giulio Cesare Matusali intreccia le sue maglie,

Puro atto estetico, il gesto prima del progetto,
L’antilingua, la parola del Papa, il sonetto, il Belli.
[…]
Giorgio Linguaglossa getta monete nel Fontanone.
Cattura ombre e sole nel cavo della mano.

Wittgenstein dall’acqua:
«Gli oggetti semplici contengono l’infinito…»
[…]
Al Prenestino. Giorgio Ortona
Al tridimensionale aggiunge la Memoria,

La fermezza dello sguardo
Sugli orizzonti mobili del gusto,

Le visioni oltre il percettivo,
L’arte del giudizio, i fatti sui fattoidi.

L’Evento. L’Opera. Le mappe …
L’atto che ri-crea

Emanuele Di Porto sul 404 con una scatola da 6.

Poesie di Letizia Leone da Viola norimberga, Progetto Cultura, 2018 pp. 100 € 12

Letizia Leone 1 frase Viola nrimberga

Letizia Leone frase da Viola norimbergaLetizia Leone 2 frase Viola norimbergaLetizia Leone 4 frasi Viola norimbergaLetizia Leone Il diavolo...Giorgio Linguaglossa

13 aprile 2019 alle 14.20

Qualche considerazione sulla struttura a «polittico»

Un aneddoto. Stavo lavorando da alcuni anni attorno ad alcuni nuclei o singole strofe di alcune mie poesie suddivise da spazi corroborati dal segno […] e mi sono accorto che la mia poesia si stava sviluppando in direzione del polittico. Che cos’è il «polittico»? È una «composizione» dove elementi frastici e immaginativi convergono a formare un qualcosa che la mia intenzionalità non aveva previsto. E così è nata una nuova struttura, una nuova forma. Poi mi sono accorto che anche la poesia di Mario Gabriele, Lucio Mayoor Tosi, di Gino Rago, di Giuseppe Talia e di Giuseppe Gallo evolvevano ed evolvono nella medesima direzione, e anche la poesia di Donatella Costantina Giancaspero (anche se con diverse modalità di assemblaggio delle singole strofe) era indirizzata nella medesima direzione. In modo analogo ad esempio, molte composizioni di Mauro Pierno e Francesca Dono evolvono naturalmente verso la struttura a «composizione» e, similmente. anche la poesia di altri autori che ci seguono, ad esempio quella di Alfonso Cataldi e di Marina Petrillo… e allora mi sono accorto che c’è una logica ferrea nello sviluppo delle forme e delle strutture, una logica interna che prescrive certe regole. È il mosaico che decide delle singole tessere, non il contrario. Il «polittico» richiede, se non impone, il ribaltamento dei piani temporali e spaziali, richiede la «peritropé» (il capovolgimento), richiede tendenzialmente uno stile nominale che fa a meno dei verbi e della prima persona singolare, richiede l’ingresso di vari personaggi e di varie situazioni.

Il polittico è quella struttura che contiene al suo interno altre micro strutture come ad esempio il distico, il polittico è una composizione di frammenti. Penso sia importante riflettere su questa questione perché la nuova ontologia estetica che stiamo esplorando ci spinge in una direzione che noi non avevamo preventivato. Il «nuovo» ci sospinge necessariamente in una direzione e non in un’altra, il «nuovo» è uno sviluppo del «vecchio» e soltanto un poeta che abbia orecchi per intendere se ne può accorgere.

Rileggendo queste poesie di Janusz Kotański mi sono accorto che c’è nel loro interno questa medesima tensione verso l’assemblaggio di singoli elementi frastici disparati, che sono però ancora allo stato inconscio, ancora in nuce. In particolare, nelle prime tre poesie di ispirazione «romana» si intuisce una pulsione verso l’allungamento della poesia e il suo svariare attraverso vari tempi e spazi.

Penso che il giudizio di Talìa su Janusz Kotański sia troppo severo; la direzione della ricerca del poeta polacco è quella giusta, ma è un percorso difficile, magari avessimo noi nella poesia italiana extra nuova ontologia estetica un poeta capace di visioni così ampie e avvolgenti come dimostra di avere Janusz Kotański!

Un ringraziamento profondo va alla traduttrice, Marzenna Maria Smolenska per il suo lavoro.

Sulla stipulazione del senso

Nella poesia di Gino Rago, come in quella di Letizia Leone, e in genere della nuova ontologia estetica la letteralità del discorso equivale alla autonomia semantica della frase che si lascia comprendere a partire da se stessa, che si esaurisce in se stessa, che non costituisce più questione nel campo di cui è questione, da cui l’enunciato assertivo non si dice come tale perché il problema è scomparso, inghiottito dagli enunciati assertivi che si sovrappongono in guisa di stratificazioni tettoniche.
L’assenza di interrogativi nel testo indica un livello di intelligibilità totale data per scontata. Ciò non implica che la struttura sintattica dell’asserzione derivi da quella dell’interrogazione, perché parlare è sempre un rispondere… si risponde sempre ancorché in modo implicito e inconscio ad una domanda latente o nascosta in quanto si concepisce l’interrogatività dello spirito come una categorizzazione grammaticale. Non fare uso di parole o clausole interrogative significa semplicemente che si trattano le questioni come se fossero risolte, come frasari assertivi, e di conseguenza, come se non dovessero apparire, ma che potrebbero, all’occorrenza, ripresentarsi di nuovo nel testo, perché ciò che è domanda non è detto come domanda e ciò che è risposta non è detto come risposta, ed entrambe: domanda e risposta sono strumenti grammaticali per ottenere la stipulazione del senso. La stipulazione del senso la si ottiene mediante il ricorso a frasari assertivi, giustapposti e ripetuti in molte guise… La stipulazione del senso tanto più assurda e ultronea è quanto più richiede frasari assertori. L’interrogatività dello spirito si esplica in frasari assertori.

Ecco perché la poesia che va di moda oggi è quella proposizionale, amusicale, posizionale cioè fondata sul proposizionalismo, sulla posizione, sulla giustificazione dell’io e della sua crisi, sull’ordine amicale promulgato dall’io in quanto ogni proposizione si giustifica da sé, ha in sé una organizzazione perifrastica che corrisponde alla organizzazione dell’io giustificatorio. L’io è un ottimo alibi per il discorso poetico da risultato. Si tratta di una poesia della giustificazione palesemente ideologica, della nuova ideologia che non vuole più mostrarsi come ideologia, ma che lo è, anzi, che è la peggiore delle ideologie perché non vuole presentarsi come tale. È una proposizionalità posta da quella istanza auto organizzatoria che va sotto il nome dell’io. Istanza posticcia ed effimera.

La poesia di Letizia Leone e di Gino Rago presuppone una domanda fondamentale che è stata silenziata, rimossa, soppressa dalla cultura e dall’io auto organizzatorio dell’istanza legittimante. Ne deriva che l’ordine assertorio della composizione a «polittico» è una risposta in sede stilistica della nuova forma-poesia alla rimozione cancellazione della domanda fondamentale che sta a monte del discorso. Il discorso poetico è sempre una risposta in sede estetica di altre domande extraestetiche. Osservare con la lente di ingrandimento che tipo di risposte dà il discorso poetico può gettare un fascio di luce su alcune problematiche rimosse della nostra cultura. L’interrogatività dello spirito è la componente fondamentale della nuova poesia che chiamiamo nuova ontologia estetica.

«Lo spirito progredisce solo ponendo domande, e non razionalizzando deduttivamente risultati che non risulteranno più da nulla a forza di non risultare che da se stessi. Dove sarà allora il punto di partenza se ogni risultato deve risultare da un’altra cosa, e da un’altra ancora? La ragione allora si sosterrà solo per l’atto di forza di un punto di partenza imposto, ma, essendo Dio morto, non resterà più che una catena irrazionale di ragioni, dove si potrà rendere conto di tutto, nella catena, salvo della catena stessa come necessità iniziale di struttura. E tutto l’edificio sarà minato […]. Il punto debole della razionalità occidentale è il suo punto di partenza, poiché ciò che la fonda deve restare infondato o fondarsi da sé. La crisi della ragione oggi non è nient’altro che la crisi di una certa ragione, la ragione assertoria, o l’assertoricità come razionalità esclusiva, un’assertoricità che si deve imporre da sé».1

1 H, Meyer, De la problématologie. Philosophie, science et langage, Bruxelles, 1979 trad. Mario Porro, Pratiche Editrice, Parma, 1991 Problematologia, p. 171

16 commenti

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16 risposte a “ Poesia polittico di Gino Rago e Letizia Leone con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

  1. letizialeone

    Cari amici, “Viola norimberga” continua ad essere un cantiere aperto, moltissimi i fatti e i documenti. Qui di seguito tra virgolette viene riportata fedelmente la corrispondenza agghiacciante tra Himmler e il medico nazista Rascher con una mia traccia testuale ad apertura…

    Documento 1602 – 15 maggio 1941. Il dott. Rascher scrive a Himmler.

    C’è un timbro a sinistra.
    L’aquila chiusa in un cerchio sovrasta la svastica.
    L’uncino minaccia la circonferenza se non fosse per l’inchiostro scolorito.
    Illustrissimo Reichsführer.
    In forme gotiche e aguzze si possono inviare auguri.
    Usare la parola fiore.
    La lettera è dentro la storia o la storia è dentro la lettera?

    ” Illustrissimo Reichsführer,
    Vi ringrazio sentitamente per i cordiali auguri e per i fiori
    che mi avete inviato per la nascita del mio secondo figlio.

    Anche questa volta si tratta di un maschietto robusto.
    Appena mi sarà possibile Vi manderò una foto dei miei due rampolli.

    Poiché mi piacerebbe avere molto presto anche un terzo figlio,
    Vi sono molto grato, Illustrissimo Reichsführer,

    col Vostro aiuto il matrimonio è divenuto possibile.Vi ringrazio
    di tutto cuore per il regolare e generoso sovvenzionamento.

    Ma ora per un corso di perfezionamento, pongo la seria domanda:
    non sarebbe possibile mettere a disposizione per gli esperimenti del volo

    due o tre delinquenti abituali?
    Naturalmente i soggetti da esperimento possono morire. A grande altezza.

    Si tratta di esperimenti importantissimi. Non si possono condurre su scimmie.
    Come materiale da esperimento si potrebbero impiegare anche malati di mente.

    Egregio dott. Rascher,
    Posso comunicarVi che volentieri, com’è ovvio, dei prigionieri
    Saranno messi a disposizione per le ricerche sul volo a grandi altezze.

    Colgo l’occasione per inviarVi i miei più cordiali auguri
    Per la nascita di Vostro figlio. Heinrich Himmler

  2. cara Letizia,
    questo indicibile documento dell’orrore messo in distici acquista una spaventevole «bellezza» (direi quasi) stilistica. È semplicemente mostruoso!!!

  3. vincenzo petronelli

    Cari amici dell'”Ombra”, mi fa piacere intervenire su questo nuovo articolo del nostro Giorgio, in quanto trovo che il concetto di espressione poetica per polittici (secondo la sua felice definizione) riassuma con straordinaria efficacia icastica, l’intera “temperie” culturale della Nuova Ontologia Estetica, la sua decisiva innovatività nel panorama della poesia italiana.Ho già sottolineato sovente come consideri personalmente l’incontro con la Noe salvifico, sulla via di una “redenzione” rispetto ai modelli aviti di registro espressivo poetico, verso la quale ero già avviato e che in tale incontro ha trovato la sua consacrazione; vale a dire nell’incontro con l’idea palingenetica di un approccio filosofico – poetico capace di svincolarsi completamente dalla verbosità e dall’eccesso di “mestiere” poetico, per virare decisamente e definitivamente verso l’individuazione dell’essenza, di un “ubi consistam” in grado di fornire strumenti più appropriati ed intellettualmente più idonei al compito fondamentale della poesia, insito nella sua natura di indagatrice della condizione umana. Sto riflettendo spesso in questi giorni sul privilegio dell’ approccio della Noe, in relazione alla lettura di alcuni testi poetici sottopostimi da una mia amica per la selezione dei testi giunti per un reading poetico organizzato dalla sua associazione (manifestazioni dalla quali mi astraggo accuratamente di solito, ma avevo promesso a questa mia amica di darle una mano); mi si è presentato un quadro sconfortante in quanto, al di là di un problema di fondo che ritengo essere tipicamente italiano e cioè il vezzo di scrivere poesia per una sorta di ricerca di una propria legittimazione intellettuale (quasi fosse più una scorciatoia per ritagliarsi uno scranno da cui erigersi, e non già strumento principe di plasmazione della parola, del dire, della narrazione antropologica) con l’ossimoro di ritrovarsi testi scritti da gente con un’evidente desuetudine alla frequentazione reale della poesia, mi è apparso evidente come anche chi avesse dei contenuti più intelligibili da esprimere ed anche una certa conoscenza della poesia che non si fermasse ai classici modelli scolastici, non riuscisse però di fatto a scrollarsi dell’eccesso egocentrismo ed auto-adorazione, in cui purtroppo convergono tanti mali e limiti della nostra società odierna e che tante derive ci mostrano ogni giorno a cominciare dalla scenario politico. In tale cornice, accendere il mio computer e ritrovare le sollecitazioni delle proposte dell’ “Ombra” è un’operazione taumaturgica di riappropriazione del significato più profondo e reale della poesia, rischiarato in questo caso dalla lettura dei versi di due delle voci più autorevoli della Noe come Gino Rago e Letizia Leone, emblematici di un’indagine poetica vera in quanto tendente al trascendente, talmente trascendente nel suo bisogno di fornire risposte sull’agire esistenziale, da riuscire persino ad illuminare il suo apparente contrario e cioè il tragitto dell’uomo nella sua immanenza storica, colta con un’incisività che difficilmente si ritrova negli stessi testi di storia.
    Buonanotte ed un saluto a tutti.

  4. La costruzione a «polittico» della nuova poesia
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/04/14/poesia-polittico-di-gino-rago-e-letizia-leone-con-il-punto-di-vista-di-giorgio-linguaglossa-2/comment-page-1/#comment-55779
    La testimonianza di Vicenzo Petronelli mi (ci) rinfranca, è importante perché strada facendo, cercando di qua e di là abbiamo trovato lo step successivo verso il quale la nuova ontologia estetica ci ha condotto: il «polittico»; la costruzione a «polittico» è la risultante geometrica di due forze che sono state scatenate, ovvero, il ribaltamento dei piani temporali e il ribaltamento dei piani spaziali. La conseguenza è che siamo approdati naturalmente al «polittico» quale nuova struttura della forma-poesia, sede dello «spazio espressivo integrale» di cui parlavamo due tre anni addietro e che adesso può essere ripreso con maggiore consapevolezza e rigore.

    Infatti, mi sono trovato in questi ultimi tempi a rimodulare e riformulare molte mie poesie verso la struttura a «polittico». E in tal senso sono portato a leggere la poesia di Mario Gabriele, di Gino Rago, di Letizia Leone, di Giuseppe Gallo, di Donatella Costantina Giancaspero, di Mauro Pierno, di Giuseppe Talia, di Francesca Dono e di altri che ci seguono. È il «polittico» che ci spinge verso la moltiplicazione dei piani temporali e spaziali, alla adozione della peritropè, dell’entanglement e alla abolizione della colonna sonora della poesia lirica o postlirica di questi ultimi decenni riepilogativi ed epigonici.

    Siamo inattuali? Forse sì, facciamo una poesia straniante? Penso di sì. Lasciamo la poesia riepilogativa nel suo sonno profondo, noi andiamo avanti.

  5. Un sonno profondo, una ferita sottratta al distacco imbrattato di pioggia e catrame.

    Attaccato ai fiori, ai giorni oscurati. Un chewing gum di alloro le corolle deposte, un fetore

    di scie annientate che ha smesso l’abisso e la storia in ammollo.

    (questo polittico per
    Letizia Leone e Gino Rago
    .)

    Grazie OMBRA.

  6. Documento 1602 – 15 maggio 1941. Il dott. Rascher scrive a Himmler.
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/04/14/poesia-polittico-di-gino-rago-e-letizia-leone-con-il-punto-di-vista-di-giorgio-linguaglossa-2/comment-page-1/#comment-55803
    Documento dell’orrore in distici

    […]
    Il respiro è cessato dopo 30 minuti.
    Al 4° minuto il soggetto sudava,

    al quinto sono subentrati i crampi,
    tra il 6° e il 10° il respiro si è fatto più rapido

    e il soggetto ha perduto i sensi.
    Dall’11° al 30° minuto la respirazione è rallentata

    fino a 3 respiri al minuto,
    poi è cessata del tutto.

    Nel frattempo è subentrata una fortissima cianosi
    accompagnata da schiuma alla bocca.

    L’elettroencefalogramma è stato registrato a intervalli
    di 5 minuti, in tre parti.

    Dopo la cessazione del respiro […] ininterrottamente […]
    fino a completa cessazione dell’attività cardiaca.

    Circa mezz’ora dopo la cessazione del respiro,
    inizio della resezione…

    Il pericardio è teso e rigonfio (occlusione cardiaca).

    Aperto il pericardio, si liberano a zampillo 80 cc
    di liquido chiaro, giallastro.

    Cessata l’occlusione, l’atrio destro comincia a pulsare
    fortemente,

    dapprima a un ritmo di 6 battiti al minuto,
    poi sempre più lentamente.

    20 minuti dopo l’apertura del pericardio,
    incisione dell’atrio dx.

    Per circa 15 minuti fuoriesce sangue,
    in zampillo sottilissimo.

    Quindi otturazione dell’incisione praticata sull’atrio
    per coagulazione del sangue,

    e nuova accelerazione dei battiti dell’atrio dx.

    Un’ora dopo, prelievo del cervello
    con completa recisione del midollo spinale.

    Quindi interruzione dei battiti dell’atrio
    per 40 secondi.

  7. Dialogo telefonico in distici
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/04/14/poesia-polittico-di-gino-rago-e-letizia-leone-con-il-punto-di-vista-di-giorgio-linguaglossa-2/comment-page-1/#comment-55804

    Alzo il ricevitore, e ascolto la seguente conversazione.

    «…non riesco a venire, ho bucato la gomma…
    vediamo se ce la faccio…

    ho chiamato il carro attrezzi… dai, togliti la gonna,

    sì, qui al cellulare… mi aspetti?, vai di fretta?
    – rumore di fondo: “sì, quella maledetta motocicletta…” -».

    «No, no, non c’entra la motocicletta, è una voce fuori campo,
    una interferenza…

    dicevi, amore?, dicevi qualcosa?,
    ah, sì, che hai bucato una gomma?

    anch’io, sì, ho bucato qualcosa, un chewing gum
    mi si è attaccato alla scarpa…

    ho bucato una ciambella…è che cammino male, i tacchi a spillo…
    sai, sono serena, in fin dei conti… sì, pensavo

    che non posso tenere due porte aperte contemporaneamente,
    devo scegliere, o l’una o l’altra… una porta,

    dico, la devo chiudere… devo chiuderla… capisci?
    o forse aprirla?, dicevi questo?, lo dicevi?

    non so… frrrrr [rumore di fondo]
    è caduta la linea…».

    «Le strutture ideologiche postmoderne, sviluppate dopo la fine delle grandi narrazioni, rappresentano una privatizzazione o tribalizzazione della verità» (Maurizio Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino, 2017, p. 113

  8. letizialeone

    Il fatto di adattare questa criminosa corrispondenza, autentico documento dell’orrore al calco stilistico del distico non nasce da una intenzione di travestimento estetico. Tutt’altro: lo spazio, l’interruzione, la cesura versale del distico ne amplifica la percezione e dunque l’oscenità. Il documento è la traccia, la registrazione che vuole sfuggire alla “privatizzazione e tribalizzazione della verità” ma si pone a fondamento, “ Grund” di un discorso testuale “altro”.
    Ne coglie perfettamente l’essenza Vincenzo Petronelli quando rileva nei testi “il tragitto dell’uomo nella sua immanenza storica, colta con un’incisività che difficilmente si ritrova negli stessi testi di storia.”
    Giorgio in questa trasposizione versale della documentazione clinica e anatomica degli esperimenti ci fa percepire il vertice dell’orrore, l’anti-sublime della verità storica senza filtri.

    • Marina Petrillo

      LORO NON SONO NEL SILENZIO DELL’ATTESA. SONO GIA’
      IL SILENZIO.
      Insolito che per entrambe le raccolte poetiche, sia in Viola Norimberga che in Stige, torni il trans-generazionale. Come se una parola ultima giungesse da ogni epoca e tentasse il ripristino di un equilibrio, labile, impossibile. La storia purificata del suo potenziale di dolore, atroce complice con la morte, diviene solo insieme di atomi alla deriva, privi di nucleo. Sedazione dello Spirito attraverso epoche buie da dove esseri gridano il proprio sopruso. Il Male invariabile, non necessario, sciorina il suo rosario. Inconcludente deriva di una Fonte abissale dove l’umano si bagna più volte. Ma non è consentito bagnarsi due volte nello
      stesso fiume: il poeta tenta di celebrare l’assenza/presenza di male astraendo la parola dal tempo lineare. Si immerge nel livido mattino di un glaciale inverno, fregiandosi degli antichi riti, di conoscenze sapienziali
      dimentiche di se stesse per poi tornare a diluire il suo lamento in astratta forma.
      Celeste, senza conoscere l’azzurrità.
      Plumbea, senza aver attraversato lo Stige. Indenne, cade ogni gesto in ritmo incostante. Diario di carnefici inetti alla colpa, moltitudine di innocenti confinati al silenzio di un orrore umano non svelato.
      Deriva di parole lacerate nel mezzo, linguaggio post- terreno distillato in vitree ampolle. Veleni ed antidoti in un unico solco, canto generatosi in mattini di visioni soggiacenti ad un intelletto umorale, instabile e spesso
      vacuo.

      Visione antipodica all’estasi. Indicibile.

      L’istante, nella sua purezza, sconfigge
      ogni temporalità.

      Non soggiace Amore al suo atomo se,
      a nucleo indefinito

      trasale in ascensione inversa.
      Chiamate i bambini a gran voce.

      Potranno sentire il palpito di una foglia
      morta al suo fiore.

      Marina P.

  9. Antonio Sagredo

    nulla di nuovo sul fronte romano?… chissà, forse di nuovo c’è qualcosa…

    qui ci sono i nipotini di Lautreamont (e non è poco l’assassinio e la tortura come arte); un po’ di Kafka della Colonia penale;, familiarità con gli aspetti clinici – il bisturi dei distici – di Gottfried Benn risorti con tanto surrealismo trapassato e superato con sadiche istantanee dii putrefazione corporali; un po’ di americanismo: stile ingenuo e fotografato ma non approfondito; una occhiata a un consunto occhio di bue di Gianni Celati ecc. ……
    direi realizzati con maliziosa perizia… è quasi tutto un secolo rappresentato e vivisezionato all’ombra delle parole, quasi un post-tutto pasticciato… ma da notare l’estrema conoscenza delle parti in gioco, e dunque stilizzazione dei canoni conoscitivi della poetica novecentesca e non è da poco…
    insomma operazione riuscita? vedremo gli sviluppi e poi onoreremo gli autori…

    sottolineo la riconoscenza al Linguaglossa di M. R. Madonna e di Helle Busacca, credo anticipatrici in poesia di qualcosa di ciò che leggiamo oggi…

    “ Ripartono da qui l’Arte e la Poesia
    Da nuove parole di resti di stoffa “

    Ma tutto mi sa di domestico torpore, tutto è cucito in una cameretta: anticamera di qualcosa più in là di indefinito… anti-sala dove la nomenclatura di nomi e di luoghi era prerogativa futurista – e qui nulla di nuovo – e allora “apolittico”? … e la «peritropé» non è forse il metodo di rovesciare girando intorno a ciò che è già capovolto?
    —————————————–
    Ma la “Notte di Pipel” di wieseliana pro-memoria fattuale è qui dietro l’angolo con questi versi che più o meno armonici ribaltano l’orrore facendone intravedere altri – di orrori – sempre più indicibili:
    La notte di Pipel

    Insonne come un bimbo è il sangue:
    notturna oscurità del suono.
    La morte deturpi pure ogni risurrezione,
    stampi tutto quando decreta il Fato.

    E dalla corda vibrano tutti i tuoi perché natali.
    La lingua è rossa: è la seconda volta che muori, Dio!
    Ma di che cosa è fatto l’uomo, mascherina?
    Di acqua torbida che condanna e impera.

    E sei tutt’uno, solo, col nodo scorsoio, angelo mio,
    strattoni la piccola arteria raggelata – sbalordita!
    E non è la passione per l’ultimo verso,
    non è il trucco che ritrova il suo soggetto.

    Come la terra non sa più di riccioli e castelli in aria,
    come tutto è, sarà, un contrappunto al divino.
    Gli occhi scimmiottano profetici balbettii.
    Le dita si sgolano, schizzano, come fi-o-c-chi!

    antonio sagredo

    Roma, 28/12/1995

  10. vincenzo petronelli

    Ringrazio Giorgio e Letizia per gli attestati di stima. La realtà è che la Noe mi ha travolto – con i suoi stimoli dalla forza d’urto dirompente e corrosiva nei confronti dei comodi sentieri dei modelli corrivi di poesia, rispetto ai quali avvertivo la necessità dell’individuazione di alternative “ritempranti” – e coinvolto nella ricerca di un’identità poetica che mi ha fatto riassaporare l’essenza della poesia, costringendomi per estensione ad un lavoro entusiasmante di rielaborazione e ri-metabolizzazione della radice stessa della mia personalità intellettuale: e di ciò non potrò che ringraziarvi sempre infinitamente.Lunga vita alla Noe!

  11. Il polittico è viaggio nel mare aperto… finché regge la libido. Letizia Leone e Gino Rago sembrano dare il meglio di loro stessi quando affrontano il dramma, molto efficaci nel tono alto. Non è da tutti.

  12. ginorago50

    Dalla mia relazione, al Caffè Letterario “Il Mangiaparole”, nella serata in onore della poesia di Letizia Leone, la sera del 13 aprile 2019, in compagnia di Giorgio Linguaglossa, estraggo taluni punti salienti:

    Gino Rago
    Un invito alla lettura di
    Letizia Leone, Viola Norimberga, Edizioni Progetto Cultura,
    Roma, 2018, pp. 98, 12 euro

    Entriamo in medias res leggendo insieme alcune

    poesie di Letizia Leone stratte da Viola Norimberga

    Un cubetto di ghiaccio del 1943. O per meglio dire:
    un dado di gelo, urla, ciottoli con dentro l’alba che affiora,
    l’insensata montagna dei delitti.
    Vai a sbattere sulla barriera glaciale della Storia. 
    Perfino la poesia diventa cera, 
    la poesia vera, che è un tappo per le orecchie.
    Le Ballate di cera di Schiller furono i tappi di Primo Levi.
    Una, due, tre molliche di silenzio fino ai timpani.
    Senza suono la musica delicata della memoria.
    Abbassa il volume di queste raffiche dell’appello.
    Ancora tracce fresche 
    sui fondali immensi delle miniere del Male?

    Il “Processo dei medici” di Norimberga per Crimini contro l’Umanità si svolse dal 9 dicembre 1946 al 19 luglio 1947. Nei 18 volumi degli Atti si parla anche di esperimenti disumani come il trapianto di ossa e le iniezioni di pus.

    *

    L’archivio ardente:
    Dodicimila pagine di febbre.
    I fogli s’assottigliano in fessure
    Di fatti in controluce: esperimenti
    Mentre l’inverno ci divora.
    In risalita rantoli e lamenti.
    Questa parola spacca gli schedari.
    I documenti di Norimberga sono le ali
    del più vorace voluminoso orrore.

    *

    I Supremi Principi
    urtano contro valigie e occhiali 
    sparsi a terra.
    Servirebbe fuoco trasparente per la Veglia
    e l’occhio di vetro del complice
    – io non lo sapevo! –
    sbarrato in eterno.

    *

    La via ai morti? 
    Appena chiusa la porta. 
    Una volta era nel vaso dei gerani
    ma capitò anche tra due parole stracciate da un giornale
    per incartare le uova.
    I cimiteri sono vuoti.

    *

    Mi fermo.
    Aspetto il buio.
    Il sole ai piedi e le tenebrose lucertole.
    Questa Storia 
    non si può scrivere a mezzogiorno.

    *

    Così la tomba si espande in lunghezza
    in un sistema di corridoi e di porte.
    Versi senza anestesia.
    Verticali stanze
    di chi da tempo è senza nome
    se il numero ha corroso fino all’osso.
    Come l’incisione sui mattoni
    l’urna si fa rovente.
    Trasforma questa cifra in una lettera. 
    Ricostruisci un nome. 
    Annotalo sul tuo pezzo di carta.

    *
    Credo che per una piena comprensione di questa opera poetica di Letizia Leone torni utile ai lettori di Viola Norimberga mettere insieme alcuni frammenti, soltanto in apparenza dispersi e quasi estranei, accogliendoli tutti come antefatti necessari al clima,all’atmosfera dei temi laceranti che questo libro affronta, confrontandosi con il Processo di Norimberga contro i criminali nazisti:

    – Elie Wiesel
    (“Auschwitz non può essere spiegato perché l’Olocausto trascende la storia”)

    – Agnes Heller
    (Inadeguatezza della scrittura di fronte ad Auschwitz. Il genocidio degli ebrei  come salto nel Male, gigantesco ma del tutto irrazionale)

    – Jankélévitch 
    (Silenzio su Auschwitz, perché indicibile)

     – Levinas
     (“Il solo senso di Auschwitz è che non ne ha”).

    – L’opera di Peter Weiss, fondata sui verbali del processo di Norimberga ad aguzzini nazisti,nella quale un sopravvissuto rivela una verità che nessuno ha osato né osa respingere, da riportare integralmente in questa per me efficacissima forma:

     «Se eravamo in tanti
      nel Lager 
     e se furono tanti 
     a portarci dentro 
     il fatto si dovrebbe capire 
     ancora oggi. 
     Molti di quelli destinati a figurare come Haftlinge* 
     erano cresciuti con gli stessi principi 
     di quelli 
     che assunsero la parte di guardie. 
    Si erano dedicati alla stessa nazione 
     impegnandosi per uno sforzo per un guadagno comuni 
     e se non fossero finiti 
    Haftlinge *
    sarebbero potuti riuscire guardie. 
     Smettiamo di affermare con superiorità
    che il mondo dei Lager ci è incomprensibile.
      Conoscevamo tutti la società 
    da cui uscì il regime 
     capace di fabbricare quei Lager.
      L’ordine che vi regnava 
     ne conoscevamo il nocciolo 
     per questo riuscimmo a seguirlo
      nei suoi ultimi sviluppi 
     quando lo sfruttatore poté
     esercitare il suo potere
    fino a un grado inaudito
    e lo sfruttato
     dovette arrivare a fornire
    la cenere delle sue ossa»

    *(prigioniero) 

    Si ottiene come risultato finale della scrittura poetica di Letizia Leone ciò che realmente è stata la storia dell’umanità ad Auschwitz, come in altri campi di sterminio: una storia unica, indicibile, incommensurabile.

    Esemplari dunque appaiono questi versi di Letizia Leone, proposti in distici:

    “Mi fermo.
    Aspetto il buio.

    Il sole ai piedi e le tenebrose lucertole.
    Questa Storia

    non si può scrivere a mezzogiorno.
    Prigioniero ti rendo il bocciolo

    Di mestizia.
    Il calco bruciante della sua forma.

    Il vapore potrebbe
    condensare nelle tue iniziali

    nelle vocali gonfiare.
    Decifrare i Rotoli

    Dell’elettrocardiografo.
    Bisogna pregare, lo so.

    Si può imparare.”

    (da Letizia Leone, Viola Norimberga, pagina 29)

    Sulla qualità della stessa scrittura che Letizia Leone adotta e sul suo stile come scelte linguistiche e tonali, molto ci dice la Prefazione al libro di Giorgio Linguaglossa,specialmente quando il prefatore segnala a se stesso, segnalandolo a tutti:

    «[…] È ancora possibile scrivere poesia. Letizia Leone lo fa con un senso di orrore e di disappunto, come un senso di colpa, con un linguaggio rigido, irrigidito da quella da quella immane tragedia per l’umanesimo europeo e per la cultura…».

    Ma misurandosi con questa tragedia che linguaggio occorre adottare? Ecco il grande dilemma che Letizia Leone ha dovuto affrontare e superare. Nella consapevolezza che la parola è importante soprattutto per chi la usa, Letizia Leone ripudia ogni declinazione di canto e fa ‘parlare’ i frammenti di uno specchio ridotto in frantumi raccattandone le immagini.

    E Giorgio Linguaglossa in prefazione proprio su queste cifre linguistiche di Letizia Leone in Viola norimberga giustamente rivela che saranno le immagini, le successioni dei fotogrammi, i montaggi dei frammenti dell’orrore a farsi poesia.

    Erebo

    Notte
    La faccia blu.
    Un cupido appesantito
    Dalla faretra di cenere
    Scocca le frecce della colpa
    sullo scandalo
    ebreo del tuo corpo.
    Erebo
    Notte
    il sonno e il sasso
    dei torturatori
    sazi.
    Eremo.
    Notte ebrea
    nell’erebo Nazista.

    (da Letizia Leone, Viola Norimberga, pag. 76)

    Versi essenziali, parole nude nella loro verità, senza scadimenti nella melliflua retorica o nella cenere patetica dell’elegia: parole-immagini che tengono uniti i due grandi tempi del poeta quando si confronta con il Male assoluto affidato a uomini banali: il tempo della clessidra e il tempo della biologia (o tempo interno-creativo) delle parole scelte dal poeta di fronte alla indicibilità, unicità, incommensurabilità di questo Male.
    Ed è esempio di poesia espansa perché abbatte muri e costruisce ponti linguistici tra l’uno e i molti; tra l’Io e il Noi; tra poesia e prosa; tra parola e immagine; tra il ‘900 e ciò che gli è sopravvenuto, abbattendone il carattere antinomico.

    A proposito di «poesia espansa» ricordo che prendemmo coscienza, dalla Prefazione della stessa Letizia Leone all’Antologia “Alla luce di una candela…” (G. Perrone editore, 2018), della crisi della “comunità” , secondo Jean-Luc Nancy. Secondo il quale

    «[…] al decentramento del mondo (all’emergere di nuove megalopoli e di nuovi poli di riferimento) si aggiungono altri tipi di «decentramenti» fra cui

    – i decentramenti della città (focalizzati verso ciò che le è esterno);

    – il decentramenti della casa (dove computer e televisore prendono il posto del focolare);

    – i decentramenti dell’individuo stesso, dotato come è di strumenti di comunicazione (cuffie, telefoni cellulari ) che lo tengono permanentemente in contatto con l’esterno e, per così dire, fuori da sé stesso[…]».

    In tali scenari del post- postmoderno, la letteratura, la poesia, la saggistica e i loro linguaggi che pesci potranno o dovranno prendere?

    Anche su queste nuove emergenze problematiche la conversazione Linguaglossa-Agamben è in grado di darci tra le righe alcune risposte, le quali, in fondo, convergono proprio verso i punti fondamentali del nuovo modo o tentativo di scrivere poesia, genericamente dichiarato come «nuova ontologia estetica».

    Ma va da sé che gli esiti estetici delle prove di poesia che ne derivano sono un’altra cosa rispetto alla presa di coscienza d’una nuova fenomenologia dell’arte che la poesia degli ultimi decenni, in Italia, peraltro non ha registrato…
    E allora versi come questi, laconicamente icastici, puliti di Letizia Leone:
    “[…]
    Senza suono la musica delicata della memoria.
    Abbassa il volume di queste raffiche dell’appello.”

    non soltanto sono comprensibilissimi ma diventano persino indispensabili, visto e considerato che parliamo di poesia espansa, o di poesia diffusa, forse da prima del 2013.

    Lo ribadiamo. Una poesia espansa è poesia in grado di costruire ponti:

    – tra l’uno e i molti;

    – tra l’Io e il Noi;

    – tra poesia e prosa;

    – tra parola e immagine;

    – tra il Novecento e ciò che gli è sopravvenuto.

    E Roland Barthes, più volte proposto da L’Ombra delle Parole, convergendo su molti dei punti nodali della conversazione- intervista Agamben-Linguaglossa, in una sorta di grado zero della Letteratura del Nuovo Secolo, lo conferma :

    «E’ soltanto nell’esistenza sociale che antinomie come

    – soggettivismo e oggettivismo

    – spiritualismo e materialismo

    – attività e passività
    perdono il loro carattere antinomico».

    Un lavoro letto da poco (non ricordo l’autore/autrice) parlava di “Dopo i titoli di coda.”«Terminato il film, naturalmente il film del Novecento, lo schermo ancora resta illuminato, ma le immagini di prima non scorrono più e non si vedono ancora nitidamente quelle nuove…
    Ma un nuovo film sta per cominciare…»

    Può essere già la poesia di Viola Norimberga di Letizia Leone il film nuovo che sta per comiciare…

    Nel fecondo legame poesia-arte di Letizia Leone-Giorgio Ortona va rilevato il carattere “storico” delle loro espressioni creative, con ciascuno dentro il proprio linguaggio, poiché nei rispettivi lavori artistici si avvalgono entrambi di documenti storici inoppugnabilmente veri, autentici, non smentibili da nessuno (Il processo di Norimberga, il rastrellamento della comunità ebraica del ghetto di Roma del 16 ottobre 1943).

    Nella cifra ‘storica’ delle loro creazioni poetico-artistiche giocano un ruolo direi decisivo le personali coordinate esistenzial-psicologico-immaginative del poeta e dell’artista nella incandescenza dello scontro fra tempo interiore
    del poeta e dell’artista e il tempo esteriore della storia, approdando alla quarta dimensione dell’opera quando al tridimensionale del mondo Letizia Leone e Giorgio Ortona convocano nell’opera la Memoria.
    Come?
    Col il gesto, il gesto estetico, un gesto più forte del Male stesso. Un gesto estetico più forte della Morte.

    (gino rago)
    Roma, Caffè Letterario “Il Mangiaparole”, 13 aprile 2019

    P.S.
    Ho potuto postare questa nota usando il pc di un amico. Il mio personale pc qui a Roma è praticamente è inservibile. Spero di farlo riparare al più presto.
    (gr)

    Libri in vetrina
    (a cura di) Gino Rago

    Segnalo come fonte preziosa da cui attingere elementi di meditazioni profonde su quell’antisemitismo che, nel Secolo appena trascorso, il ‘900, si è spinto fino all’atrocità dei campi di sterminio nazisti, vergogna incancellabile sull’intera storia della nostra civiltà:

    Roberto Piperno,
    Sull’antisemitismo, con un’antologia di testi antiebraici, Editrice La Giuntina, Firenze, 2008, pagg. 288, 16 euro

    Questo libro si avvale di un ampio saggio storico introduttivo che l’autore Roberto Piperno affianca efficacemente ad una ricca, precisa, ben articolata antologia di scritti antiebraici, (a partire dalla seconda metà dell’ 800 fino ai giorni nostri), come base sulla quale edificare la convinzione che una più sicura e più diffusa conoscenza delle motivazioni sulle quali si fonda l’antisemitismo possa contribuire alla necessità, sempre più stringente, di porre fine a queste secolari persecuzioni allo scopo di favorire l’avanzamento generale della società contemporanea.

    Perché, come giustamente sostiene Roberto Piperno, il problema ebraico non è soltanto «ebraico» ma è,al contrario, un problema di piena, completa realizzazione delle democrazie. E questo saggio lucido, rigorosamente sviluppato, è perfino necessario nel raggiungimento del severo e luminoso traguardo della maturità democratica, della «democrazia compiuta», in grado di resistere a ogni tentativo negazionistico.

    Uno dei punti di forza di questo libro è lo stile adottato dall’autore, ove per “stile” sono da intendere l’armamentario linguistico, la nitidezza di scrittura, le scelte tonali.

    (gino rago)

  13. Scrive un filosofo italiano di oggi, Massimo Donà:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/04/14/poesia-polittico-di-gino-rago-e-letizia-leone-con-il-punto-di-vista-di-giorgio-linguaglossa-2/comment-page-1/#comment-55817
    «Ciò che rende il linguaggio “segno del mondo” e il mondo “disponibile alla parola” è dunque quello stesso per cui il mondo è non-mondo e il linguaggio è non-linguaggio-atopon in cui il linguaggio si toglie e lascia essere il mondo, ma in cui, allo stesso modo, anche il mondo dissolve il proprio silenzio e si fa parola.
    Solo in questo luogo-non-luogo può dunque abitare la condizione di possibilità del rapporto parola-mondo.»1

    Un mio commento.

    Il linguaggio, anche quello della poesia, è un linguaggio che si toglie. Ogni volta in ogni istante di tempo, il linguaggio è Altro, non è più se stesso; il luogo del linguaggio è il non-luogo. Il luogo del linguaggio è fuori dell’io, coincide e de-incide l’io nel quale provvisoriamente si trova. La voce è la presenza del linguaggio, è Figura del presente. La impossibilità del linguaggio ad ospitare tutto il dolore del mondo coincide e de-incide la sua stessa possibilità di essere.

    1 Massimo Donà, L’aporia del fondamento, Mimesis, 2008, p. 521

  14. Sul distico dico un pensiero molto semplice:

    che si può scrivere in distici soltanto se si avverte il distico come una presenza subito seguito da una assenza, come una voce subito seguita da una non-voce.

    Lo spazio che segue e precede il distico è il nulla del bianco della pagina che de-istituisce la presenza del distico.

    L’antitesi della scrittura (il distico) e il bianco della non-scrittura, ripropone figurativamente e semanticamente l’antitesi e l’antinomia tra l’essere e il nulla.

    Il distico istituisce visivamente il nulla.

    Si tratta di una percezione singolarissima. Può scrivere in distici soltanto chi ha questa percezione singolarissima.

  15. Giuseppe Gallo

    Le tue ultime riflessioni sul distico, carissimo Giorgio, ben si accordano con quanto io premettevo a Zona gaming, ovvero:”… io credo che solo tra una frase e l’altra, in questi interspazi, ci sia quel vuoto che ha bisogno di essere colmato.”
    Questo vuoto, che tu dici essere “Lo spazio che segue e precede il distico è il nulla del bianco della pagina” ( o della parola scritta del distico) e allude all’antitesi e all’antinomia tra l’essere e il nulla.
    A me sembra, però, che non si tratti del distico in quanto tale, ma di qualsiasi “frase” che il poeta, “dissolvendo il proprio silenzio”, abbia creato un rapporto tra le parole.

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