Janusz Kotański, Poesie, traduzione di Marzenna Maria Smolenska con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

Roma la Grande Bellezza della Grande decadenza vigilantes, guardie private, odalische, optimati, spintrie

Roma,la Grande Bellezza della Grande decadenza: vigilantes, guardie private, odalische, ottimati, spintrie…

Janusz Kotański è nato a Varsavia nel 1957, poeta, scrittore, saggista, storico, documentarista, esperto e autore dei ritratti di grandi personaggi della Chiesa Polacca, attualmente è Ambasciatore della Repubblica di Polonia presso la Santa Sede. Le sue poesie sono state pubblicate nelle seguenti riviste:

Akcent”, Arka”, Arcana”, Fronda”, Kultura Niezależna”, Migotania”,Nasza Rodzina” di Parigi, “Nowy Dziennik” di New York, Powściągliwość i Praca”, Przegląd Katolicki”, Tygodnik Powszechny”, Topos”; Tytuł”, Kwartalnik Artystyczny”, Christianitas”, 44”.

E raccolte nei volumi: Wiersze, [Poesie], Warszawa 1991; Krym i inne wiersze, [Crimea ed altre poesie ] Kraków 1993, 44  poesie, Warszawa 1999, Kropla, [Goccia] Warszawa 2006, Nic niemożliwego, [Niente impossibile] Warszawa 2011, Głos [Voce] Warszawa 2014Autore e realizzatore di alcuni documentari: Powstanie Kościuszkowskie 1794-1994 [Insurrezione di Kościuszko]; Burza 1944 – lekcja historii [La Tempesta 1944 – lezione di storia]; Chłop polski – historia ruchu ludowego [Contadino polacco – storia dei movimenti popolari]; 100 kilometrów na wschód od Lwowa [100 chilometri a est da Leopoli]; Kochany Panie Prezydencie [Caro Signor Presidente], Nieznane karty z historii Warszawy [Pagine ignote dalla storia di Varsavia]. Autore dei film Spotkania z komunizmem [Incontri con il comunismo] sulla storia dell’occupazione sovietica 1939-1941 dei territori della Polonia orientale di allora e di Quantilla sapientia regitur mundus sullo storico polacco Paweł Jasienica. Co-autore della pièce teatrale “Wierność” [Fedeltà] su padre Jerzy Popiełuszko presentata sulla Scena del Fatto del Teatro della Televisione Polacca TVP nel 2010; consulente per i contenuti storici degli spettacoli della Scena del Fatto ecc.

*

tradurre le poesie è un’impresa impossibile o quasi. Mai come in questo caso il binomio traduttore/traditore si dimostri più calzante. Tradurre le poesie è un’avventura affascinante anche se irta di pericoli e trappole tese dal linguaggio poetico e dal suo ritmo unico e difficilmente riproducibile. Tradurre le poesie di Janusz Kotański mi ha portato a toccare con mano entrambi i concetti. È stato un viaggio molto accattivante, una sfida, uno stimolo per la riflessione sulla poesia e il suo ruolo che io”

(Marzenna Maria Smolenska)

Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

Non è un caso che Janusz Kotański sia un poeta polacco perché soltanto un polacco può cogliere con tanta precisione gli aspetti minimi della non contemporaneità. Probabilmente ciò  è da addebitare alla scuola della poesia polacca che può contare tra i suoi numi tutelari un Rozewicz, un Milosz, un Herbert, un Krinicki, una Ewa Lipska e tanti altri poeti di inestimabile valore. La poesia polacca ha un albero genealogico molto diverso e distante dalla poesia italiana del novecento, il suo spettro tematico è notevolmente più ampio di quello della poesia italiana, tanto è vero che Janusz Kotański si può permettere di attingere alla fonte della storia della Roma antica per trarne delle lezioni per il presente. C’è nella poesia polacca questo atteggiamento, diciamo così, didattico e programmatico verso la poesia e verso la storia, cosa che alla poesia italiana manca invece del tutto. È un io decentrato qui che esplica la sua esperienza totale del mondo con tutti i cinque sensi, è l’esperienza del mondo quella che consente al poeta polacco di attingere un linguaggio universale, universalmente comunicabile. Così, Kotański si può permettere di raccontare con tranquillità la storia di un «centurione della XIX Legione» che torna a Roma dopo quaranta anni di schiavitù; con eguale disinvoltura ci può narrare del Caravaggio o di Ulisse che ritorna alle Isole Eolie. Le tematiche sono le più varie, ma tra di esse non rintracciamo mai l’io dell’autore, quell’io ormai è stato seppellito dagli eventi che hanno fatto seguito alla fine del novecento europeo. Soltanto la poesia italiana continua imperturbabile con il racconto delle adiacenze dell’io, una sorta di Flat tax elettorale di stampo tipicamente italiana. Il viaggio dell’io di Kotański è il viaggio delle tappe delle sue esperienze vitali e significative: la storia di un umile soldato di Roma fatto prigioniero dei germani può risultare più eloquente di centinaia di libri di poesia di oggi che ci raccontano  di insulsi fatti dell’io; lo sguardo del poeta polacco è ampio e profondo, si rivolge a tutto l’orizzonte degli eventi della storia europea, è una indagine a tutto campo sul senso della storia e sul senso di essere oggi  cittadino europeo della Unione Europea. In fin dei conti, siamo tutti europei, come eravamo un tempo lontano tutti cittadini dell’Impero di Roma, la storia si ripete ma si traveste di nuovi eventi, con nuove maschere, i barbari oggi sono qui tra di noi, come ci hanno raccontato Kavafis e Maria Rosaria Madonna. I barbari siamo noi.

Paweł Sobczyk  Janusz Kotanski Fotografia-16.jpg

foto del poeta Janusz Kotanski di Pawel Sobczik

Poesie di Janusz Kotański

Il centurione della XIX Legione torna a Roma dopo 40 anni di schiavitù, anno 49 della nostra era

sono vecchio oramai
confondo
le parole latine con quelle germaniche
questa non è la stessa Roma
non è lo stesso imperatore
(sempre che lo si possa considerare
il successore di Augusto)
non è il mio mondo

mentre mi accasciavo ferito
pensando che sarebbe stata la fine
mi ha sollevato da terra
un cavaliere biondo
infilando la lancia
nella ferita aperta
non mi ha ucciso

diventai schiavo
tra le foreste sperdute
cacciavo gli orsi
aravo i campi
fabbricavo gli scudi e le spade
e quando la mia audacia
conobbero i Cherusci

combattei
ah canti cupi
dei guerrieri mentre andavano all’attacco
gioia della carneficina in battaglia
ebbre danze notturne
tra i sacrifici offerti agli dei
di gente torturata
il mio cuore si è indurito
ero felice

come tutte le donne
amano i forti
ero forte

eppure la nostalgia si radicava
nell’anima
come una catena nel corpo
non riuscivo a dimenticare
gli ulivi
il sapore del vino
i templi di marmo
il mormorio del mare mite

sulla nave dei Frisi
mi sono introdotto in cambio dell’oro
a Treviri
le bianche mura cittadine
ho visto di nuovo
dei miei racconti
nessuno era particolarmente curioso
chi sono
un Romano o un barbaro
non lo so

sono vecchio già
e nessuno saprà
come moriva Varo
nella Foresta di Teutoburgo
furioso
soffocando nel sangue
e nella vergogna
in mezzo al nero fango
della disfatta

.
Trasea Peto lascia solitario il Senato romano , anno 59 dopo Cristo

Trasea non ha gradito
che i figli della lupa
abbiano venerato il matricida
disse allora
“che male può farmi Nerone
uccidermi al massimo
ma non riuscirà a farmi danno davvero”
all’imperatore queste parole
furono tempestivamente riferite
egli tacque

sei anni più tardi
il caldo sangue
dalle vene tagliate del senatore
tinse di rosso il pavimento dell’atrio
attestando la veridicità
della predizione del morente
e la buona memoria di Nerone

.
Ulisse ritorna alle Isole Eolie

una trireme tra le rocce
galleggianti sull’acqua
l’isola intera
dentro gli anelli
di pietre flottanti
in prossimità della costa
l’acqua bollente
i pesci che galleggiano con
le pance all’aria
le secche traditrici squassate

il sovrano in persona
si eleva nell’aria
assiso sul trono di pietra pomice
il re dei venti
dal volto vago
velato e cangiante
accanto a lui Boreas
figlio del nord
(dolce Zefiro è sparito)
sotto di lui nubi blu

e saette tonanti
(serpi di paura ai suoi piedi)
“che hai fatto
o Ulisse re dell’isola
ti ho dato un tesoro
che non ha prezzo per i naviganti
i venti”

(in barba a Poseidone
agì Eolo
gli elementi discordanti
litigano e si accapigliano
come il mare con il vento
così i loro dei)
quello ch’è slegato
ti ho donato già legato
il sovraumano
ho donato all’uomo
in modo che tu potessi tornare
sull’isola natia
rivedere la consorte
ed assopirti accanto al fuoco”

E Ulisse si addormenta
non appena vede Itaca
in lontananza nella luce del mattino
più smagliante dello stesso mattino
si addormenta dopo giorni e notti
trascorsi al timone
con l’otre dei venti
stretto tra i piedi

navigavano in silenzio
(la paura si pasce nel silenzio)
a tutti loro finora ignoto
i remi fendevano le onde color del vino
li portavano finalmente
verso l’arcipelago natio
e loro ragionavano
“ quei tesori
che Eolo ha regalato al re
lui tirchio e furbo
non li dividerà”
(l’infelicità si impingua con la sfiducia)
finalmente cade addormentato
l’otre viene aperto
le mani cercano oro
armi vino

il vuoto
si tramuta in burrasca
incontenibile
inafferrabile
dalla mano invisibile
“che hai fatto
o re addormentandoti
in un momento inopportuno
io non sono il re
sono preda dei venti
hai ripristinato il caos
tu dici involontariamente
tanto maggiore è la tua colpa
ogni navigatore
ti ricorderà
bestemmiando
nelle mani di Poseidone
hai consegnato il mio dono”

non osa
ribattere
l’altero re di Itaca
ricevere un dono
e perderlo
non è cosa da uomini
ritorna sul ponte
(lo zolfo sta soffocando tutti
Il giallo pennacchio trema
come trema l’isola)

“ si salpi l’ancora
navigheremo là dove ci
porteranno le inquiete onde
Eolo ha di nuovo
consegnato nelle mie mani
il pesante otre
non riavrò mai più
un cuore libero”

e salparono
(le vele gonfie di vento)
Eolo li guardava da lontano
attraverso i fumi sulfurei
e le saette serpeggianti
dio dei venti
che si è fidato
di un re greco

.

L’amarezza di Michelangelo

ha risolto il dilemma
colore o disegno
non vede più
l’abisso tra
scultura e pittura
tiene il tutto
in mano sicura

desidera solo
che le sue liriche sottili
siano lodate
ai simposi
dai dotti poeti
quelli con le foglie di alloro
sopra le teste illustri
*

sul dipinto di Savòldo
la nascita di Cristo
c’è un dettaglio
che mi commuove

affacciato a una finestra in pietra
contempla la sacra famiglia
un pastore barbuto

ha visto abbastanza
ha vissuto abbastanza
sa di non essere degno
di stare stare vicino al Messia

ma non riesce a trattenersi
da invisibile
desidera essere lì
per evocare in eterno
la nascita di un Dio indifeso

.
Un sepolcro etrusco

amo anche
lo spesso deposito
di vino sul calice
difficile da lavare via
si direbbe che i due coniugi
abbiano appena finito di sorseggiare
un’inebriante pozione d’amore
precedendo il sonno mortale

Duccio dipinge la Maestà
“sono il pittore senese”
Duccio di Buoninsegna

sono pittore
servo Siena
altera e superba
la sua luce voglio portare
alle verdi valli della Toscana

che tutti i borghi
chinino il capo
dinnanzi alla tua dorata
maestà o Madonna
che si prostrino
i perfidi leoni fiorentini

allora trionferà
la nobile lupa
e la pace giusta
regnerà sulla terra
dai colli appenninici
fino al mar Tirreno
e la Toscana si addormenterà

.

Caravaggio dipinge David con la testa di Golia

beve e di nuovo
va su tutte le furie
il pittore Caravaggio

non appena giunto
alla città sotto il vulcano
già si deve dare alla fuga
inseguito dalle furie

vede con la mente
una testa mozzata
con una ferita sanguinante
sulla fronte
levata in alto
da un pensieroso ragazzo assassino

.
Poesie italiane
Pantofole

nel palazzo vescovile a Planty*
sono rimaste soltanto le pantofole
le avrà mai ricordate
a Roma
gli saranno mancate
quando la mattina si alzava
dal letto
(dietro dalla finestra
aspro profumo di cipressi
e non
di inebrianti lillà)
e alla clinica Gemelli
mentre con prudenza
muoveva i piedi
avrà sospirato
o mie vecchie pantofole
ho avuto fretta
e ho dimenticato
di infilarvi nella borsa

.

Il carnevale di Venezia interrotto nell’Anno Domini 1863

non è opportuna
questa insurrezione
mi divertivo a Venezia
a carnevale sull’acqua
andavo in gondola

volevo rivedere di nuovo le scuole
visitare le chiese
con la maschera d’oro sul volto
divertirmi all’opera

ed ecco il reclutamento
e lo scoppio (della rivolta)
non mi andava a genio
ma non bisogna filosofeggiare
mentre i fratelli muoiono

quindi per nave
con la ferrovia con i cavalli
e infine con la slitta
sono rientrato nella Patria
in fiamme

con quello con cui mi sarei divertito
nella città sulla laguna
ho finanziato una divisione
di obbedienti kosynierzy

di quello che feci
non voglio parlare
e i nomi non li tradirò
affinché nessuno insieme a me
in questo
viaggio siberiano
( il più lungo di tutti i viaggi)
cammini nella neve
facendo tintinnare le manette

Ponte dei sospiri

so perché sospirava
perché si disperava
il veneziano trascinato
lungo il bianco ponte nell’oscurità

non stava perdendo solo la libertà
ma anche la bellezza della città
che si apprestava a nasconderlo
in una cella in pietra
per anni
cieco come un’ostrica
sul fondo dell’Adriatico

14 commenti

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14 risposte a “Janusz Kotański, Poesie, traduzione di Marzenna Maria Smolenska con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

  1. Talìa

    Mi lascia perplesso questo autore polacco. Lo trovo, fondamentalmente, noioso, non tanto per i tentativi, impero romano, le città italiche, i grandi personaggi fino ai kosynierzy, quanto per una scialba prosa poetica, immagino, visto che non conosco il polacco, ovvero la traduzione in molti punti fallace:
    fabbricavo gli scudi e le spade
    e quando la mia audacia
    conobbero (?) i Cherusci.

    E poi la chicca delle chicche:
    “come tutte le donne
    amano i forti
    ero forte.”

    Di Legioni ne ho lette alcune di spettacolari, magari eccessivamente teatrali, ma, quantomeno, mi hanno tenuto sveglio.

  2. Talìa

    Leggo nella biografia: autore dei ritratti di grandi personaggi della Chiesa Polacca.

    Ci accomuna qualcosa. Io autore di ritratti di grandi personaggi della poesia italiana :-)))

  3. ginorago50

    Giovanni Ragno e Pino Talia sono perplessi di fronte alle poesie di

    Kotański, nella traduzione di Marzenna Maria Smolenska.
    Diverso appare di fronte alle stesse poesie il punto di vista di Giorgio Linguaglossa, così come a noi arriva dalla sua nota.
    Per ora, ma mi riprometto un rilettura di Kotański, mi limiterei a segnalare le 3 coordinate, ideologiche direi, entro cui inscrivere gli antefatti delle perplessità sulle poesie di Kotański:

    1- La storia letteraria è un libro di ricette.
    Gli editori sono i cuochi.
    I filosofi quelli che scrivono il menu.
    Gli scrittori e i preti sono i camerieri.
    I critici letterari sono i buttafuori.
    Il canto che sentite
    sono i poeti
    che lavano i piatti
    in cucina.
    (Simic)
    2- Adesso diciamo una cosa
    tremendamente reale.
    Siamo entrati tutti nel Grande Gelo,
    in una nuova epoca,
    nell’epoca della piccola glaciazione
    dove le parole le trovi sì
    ma raffreddate se non ibernate….
    (Linguaglossa)
    3- Il piacere sensoriale,
    a volte punito da un misto
    di ascetismo e di autoritarismo,
    è divenuto storicamente nemico
    immediato dell’arte.
    L’eufonia del suono,
    l’armonia dei colori,
    la soavità
    sono divenute
    pacchianeria
    e marchio dell’industria culturale…
    (Adorno)

    Dopo la bella prova di poesia espressa dai recenti distici di Lucio Mayoor Tosi non è semplice accogliere e gustare altri versi, a meno che non sia quella che un tempo si diceva “grande poesia”….

    Su questo poeta comunque mi interesserebbe la lettura e il parere di Lorenzo Pompeo, per me il massimo esperto di poesia polacca contemporanea e traduttore impeccabile.
    (gr)

  4. Qualche considerazione sulla struttura a «polittico»
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/04/12/janusz-kotanski-poesie-traduzione-di-marzenna-maria-smolenska-con-il-punto-di-vista-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-55693
    Stavo lavorando da alcuni anni attorno ad alcuni nuclei o single strofe di mie poesie suddivise da spazi corroborati dal segno […] e mi sono accorto che la mia poesia si stava sviluppando in direzione del polittico. Che cos’è il «polittico»? È una «composizione» dove elementi frastici e immaginativi convergono a formare un qualcosa che la mia intenzionalità non aveva previsto. E così è nata una nuova struttura, una nuova forma. Poi mi sono accorto che anche la poesia di Mario Gabriele, Lucio Mayoor Tosi, di Gino Rago e di Giuseppe Talia evolvevano ed evolvono nella medesima direzione, e anche la poesia di Donatella Costantina Giancaspero (anche se con diverse modalità di assemblaggio delle singole strofe) era indirizzata nella medesima direzione. In modo analogo ad esempio, molte composizioni di Mauro Pierno e Francesca Dono evolvono naturalmente verso la struttura a «composizione»,e similmente anche la poesia di altri autori che ci seguono, ad esempio quella di Alfonso Cataldi e di Marina Petrillo… e allora mi sono accorto che c’è una logica ferrea nello sviluppo delle forme e delle strutture, una logica interna che prescrive certe regole. È il mosaico che decide delle singole tessere, non il contrario. Il «polittico» richiede, se non impone, il ribaltamento dei piani temporali e spaziali, richiede la «peritropé» (il capovolgimento), richiede tendenzialmente uno stile nominale che fa a meno dei verbi e della prima persona singolare, richiede l’ingresso di vari personaggi e di varie situazioni.

    Il polittico è quella struttura che contiene al suo interno altre micro strutture come ad esempio il distico, il polittico è una composizione di frammenti. Penso sia importante riflettere su questa questione perché la nuova ontologia estetica che stiamo esplorando ci spinge in una direzione che noi non avevamo preventivato. Il «nuovo» ci sospinge necessariamente in una direzione e non in un’altra, il «nuovo» è uno sviluppo del «vecchio» e soltanto un poeta che abbia orecchi per intendere se ne può accorgere.

    Rileggendo queste poesie di Janusz Kotański mi sono accorto che c’è nel loro interno questa medesima tensione verso l’assemblaggio di singoli elementi frastici disparati, che sono però ancora allo stato inconscio, ancora in nuce. In particolare, nelle prime tre poesie di ispirazione «romana» si intuisce una pulsione verso l’allungamento della poesia e il suo svariare attraverso vari tempi e spazi.

    Penso che il giudizio di Talìa sia troppo severo; la direzione della ricerca del poeta polacco è quella giusta, ma è un percorso difficile, magari avessimo noi nella poesia italiana extra nuova ontologia estetica un poeta capace di visioni così ampie e avvolgenti come dimostra di avere Janusz Kotański!
    Un ringraziamento profondo va alla traduttrice, Marzenna Maria Smolenska per il suo lavoro.

  5. ginorago50

    Un polittico in distici
    [Il gesto estetico in Leone-Linguaglossa-Matusali-Ortona
    nella fermezza di uno sguardo storico-socio-antropologico]

    Gino Rago
    Emanuele Di Porto sul 404 con una scatola da 6

    16 ottobre 1943 (al Ghetto di Roma la caccia agli Ebrei).
    1024 anime. Senza strepiti. Senza perché.

    Per alcuni neanche il tempo di cominciare a vivere.
    Tornano in sedici dall’inferno dei forni.

    15 uomini e una donna soltanto. E non parlano.
    Tacciono per anni. Preferiscono guardare il Tevere.

    Non odono da tempo voci umane.
    Risentono cani che abbaiano. Soltanto cani. Nelle divise.

    Dentro le svastiche. Negli stivali sempre tirati a lucido.
    Non dimenticano i fili di fumo. Il cielo tagliato in due.
    […]
    I migliori colori. Gli argenti sotto gli arazzi.
    I ritratti. I paesaggi. Le nature morte.

    Le tele di lino del Belgio alle pareti sono ricordi.
    Un mondo muore quel giorno con loro.

    Lasciano in eredità non oggetti senza vita ma cose.
    Le cose dell’io frantumato. La coscienza calpestata.

    La memoria umiliata. L’identità derisa.
    La spoliazione. La musica forzata sulle fosse.

    La babele di lingue.
    […]
    Lasciano alla ruggine dei fili spinati brandelli di carne.
    Numeri tatuati. Bandoni corrosi. Sabbie quarzifere. Carta pesta.

    Segatura impastata con colla di pesce.
    Stoppa. Smalti. Vernici.

    Lenzuoli sovrapposti. Federe incollate.
    Stoffe di tappeti. Sacchi. Cortecce. Reti di metallo.

    I cenci cuciti alle intelaiature della Storia.
    I materiali della disperazione. Il disastro.
    […]
    Ripartono da qui l’Arte e la Poesia.
    Da nuove parole di resti di stoffa.

    Questi versi di scampoli,
    Questi nuovi colori di scarti … I grumi di un Evento.

    Su queste parole-immagini di stracci e vinavil
    Pioveranno daccapo i fiori dai ciliegi.
    […]
    30 settembre. Domenica. Dalle 10 alle 19
    Arrivano quasi tutti, l’uno dopo l’altro.

    Da Turcato a Paladino a Cascella,
    Da Ontani a Guttuso a Rotella.

    Allo Spazio espositivo di Piazza San Pancrazio,
    Verso Villa Pamphili, N. 7,

    Si appendono da soli alle pareti
    Afro, Cucchi e Schifano.

    Pizzi Cannella, Enotrio e Dorazio
    Attendono Warhol, Capogrossi e Baj.

    La fenomenologia dell’arte non tollera i ritardi.
    Gillo Dorfles in un angolo al buio

    Parla di Kandinsky, di Estetica, di Klee,
    Di verde verticale a qualche grattacielo.
    […]
    Uno schianto sull’asfalto. L’ultimo pino di Respighi,
    Giosetta Fioroni bacia Goffredo Parise.

    «A Via Flaminia … Stasera. Prima da Rosati,
    Poi dai Fratelli Menghi. Tutti a cenare a sbafo …

    Domani dalla De Donato. Al Ferro di Cavallo
    Burri ed Emilio Villa regalano cartelle.

    I volti narrano l’Io nei vapori,
    Le storie dei momenti solitari».
    […]
    A Santo Stefano del Cacco
    Il dottor Ingravallo pasticcia con le lingue,

    Carlo Emilio Gadda fa lo sciopero della fame,
    Un vestito blu sul Piè di Marmo.

    A Norimberga. Letizia Leone si veste di viola.
    Un solo colore per tutto il dolore.

    Il sangue. La carne. Il midollo.
    I capricci di pochi. La morte del mondo.

    Piazza dei Quiriti. Nei panni di Rugantino
    Giulio Cesare Matusali intreccia le sue maglie,

    Puro atto estetico, il gesto prima del progetto,
    L’antilingua, la parola del Papa, il sonetto, il Belli.
    […]
    Giorgio Linguaglossa getta monete nel Fontanone.
    Cattura ombre e sole nel cavo della mano.

    Wittgenstein dall’acqua:
    «Gli oggetti semplici contengono l’infinito…»
    […]
    Al Prenestino. Giorgio Ortona
    Al tridimensionale aggiunge la Memoria,

    La fermezza dello sguardo
    Sugli orizzonti mobili del gusto,

    Le visioni oltre il percettivo,
    L’arte del giudizio, i fatti sui fattoidi.

    L’Evento. L’Opera. Le mappe …
    L’atto che ri-crea

    Emanuele Di Porto sul 404 con una scatola da 6

    (gino rago)

  6. «Scusate questa informazione»
    Ecco cosa scrive Giorgio Agamben sull’arresto di Assange:
    Giorgio Agamben
    L’arresto di Julian Assange

    «Ho incontrato Assange due anni fa nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra e ripensando a quanto mi ha raccontato durante il nostro incontro credo che si possa capire perché oggi è stato arrestato. Assange mi ha riferito che stava indagando sull’uso che Google si preparava a fare dell’immensa quantità di informazione di cui dispone. Si trattava, secondo Assange, di vendere a società di assicurazione e ai Servizi segreti dati sugli interessi, i desideri, i consumi, lo stato di salute, le letture, insomma sulla vita in ogni suo aspetto di milioni di individui. Secondo Assange – e io credo che si possa condividere il suo giudizio – questo avrebbe significato un incremento senza precedenti delle possibilità di controllo da parte dei poteri economici e polizieschi sugli esseri umani. In questione nell’arresto di Assange non è quindi soltanto il desiderio di punire le inchieste passate di Wikileaks, ma di impedire l’indagine tuttora in corso, che evidentemente viene percepita dagli interessati come una minaccia. È anche per questa ragione che occorre esprimere senza riserve la propria solidarietà con Assange.».

    Sulla stipulazione del senso

    Nella poesia di Gino Rago, come in quella di Letizia Leone, e in genere della nuova ontologia estetica la letteralità del discorso equivale alla autonomia semantica della frase che si lascia comprendere a partire da se stessa, che si esaurisce in se stessa, che non costituisce più questione nel campo di cui è questione, da cui l’enunciato assertivo non si dice come tale perché il problema è scomparso, inghiottito dagli enunciati assertivi che si sovrappongono in guisa di stratificazioni tettoniche.
    L’assenza di interrogativi nel testo indica un livello di intelligibilità totale data per scontata. Ciò non implica che la struttura sintattica dell’asserzione derivi da quella dell’interrogazione, perché parlare è sempre un rispondere… si risponde sempre ancorché in modo implicito e inconscio ad una domanda latente o nascosta in quanto si concepisce l’interrogatività dello spirito come una categorizzazione grammaticale. Non fare uso di parole o clausole interrogative significa semplicemente che si trattano le questioni come se fossero risolte, come frasari assertivi, e di conseguenza, come se non dovessero apparire, ma che potrebbero, all’occorrenza, ripresentarsi di nuovo nel testo, perché ciò che è domanda non è detto come domanda e ciò che è risposta non è detto come risposta, ed entrambe: domanda e risposta sono strumenti grammaticali per ottenere la stipulazione del senso. La stipulazione del senso la si ottiene mediante il ricorso a frasari assertivi, giustapposti e ripetuti in molte guise… La stipulazione del senso tanto più assurda e ultronea è quanto più richiede frasari assertori. L’interrogatività dello spirito si traduce in frasari assertori.

    Ecco perché la poesia che va di moda oggi è quella proposizionale, amusicale, posizionale cioè fondata sul proposizionalismo, sulla posizione, sulla giustificazione dell’io e della sua crisi, sull’ordine amicale promulgato dall’io in quanto ogni proposizione si giustifica da sé, ha in sé una organizzazione perifrastica che corrisponde alla organizzazione dell’io giustificatorio. L’io è un ottimo alibi per il discorso poetico da risultato. Si tratta di una poesia della giustificazione palesemente ideologica, della nuova ideologia che non vuole più mostrarsi come ideologia, ma che lo è, anzi, che è la peggiore delle ideologie perché non vuole presentarsi come tale. È una proposizionalità posta da quella istanza auto organizzatoria che va sotto il nome dell’io. Istanza posticcia ed effimera.

  7. Giulia Rivelli

    Il signor Talia credo che abbia ragione da vendere, e credo anche che sia stato troppo gentile nei riguardi di questo autore polacco. E comprendo anche l’operazione di recupero che realizza il signor Linguaglossa. Mentre il signor Rago fa un poco come Pilato: evita un giudizio netto.
    Il punto è che questo autore polacco sembra fuori del tempo, mi paiono i suoi versi così antiquati che se non fossero tali sarebbero egualmente bocciati dalla sottoscritta; e non credo di essere sola a esternare il mio giudizio.

    • La signora Giulia Rivelli, alias Antonio Sagredo, è pregata di astenersi di esternare giudizi sommari, tanto sbrigativi quanto superficiali, ma che almeno abbia la capacità di saper argomentare i suoi giudizi negativi.

  8. La sua rievocazione storica sa di stampante 3D. Procede per frames,
    Li lascia anche bene in vista.
    Non giurerei che gl’importi molto delle storie che racconta; o forse sì, ma per ragioni estetiche; postmoderno, pop, sottilmente ironico. Pensato apposta per le valchirie.
    Mi ha convinto la poesia “Ulisse ritorna alle Isole Eolie”. Poesia scomposta, come scritta con punti immaginari:

    Una trireme tra le rocce.
    Galleggianti sull’acqua.
    L’isola intera.
    Dentro gli anelli.
    Di pietre flottanti.
    In prossimità della costa.
    L’acqua bollente.
    I pesci che galleggiano con.
    (…)

    Il gioco si ripete anche nelle altre poesie, solo con più intervalli di giornalismo. Questi sì annoiano un po’:

    non stava perdendo solo la libertà
    ma anche la bellezza della città
    che si apprestava a nasconderlo

    Poeta molto interessante, Janusz Kotański.

  9. ginorago50

    Caro Giorgio Linguaglossa,

    dal tuo commento delle 7.30 di stamattina 14 aprile 2019, deduco che Giulia Revelli è in realtà Antonio Sagredo; o mi sbaglio?

    Ma visto e considerato che lo stile della signora Revelli è perfettamente coincidente con quello di Giovanni Ragno (G. R.), coincidenza suggerita dai loro commenti apparsi reiteratamente su L’Ombra, domando:
    anche Giovanni Ragno è in realtà Antonio Sagredo?

    (gr)

    • Talìa

      Boh, io sono troppo ingenuo e diretto per capire questi giochini, Revelli o Ragno etc.
      Non mi interessa proprio essere una qualche pedina dello scacchiere poliziesco. Come anche il sospetto di servire alla causa per il tempo che servi.
      Chi mi conosce, e mi conosce per quel che scrivo, dovrebbe sapere e capire che io do giudizi solo per quel che leggo. Mio gusto.

      Poi c’è Google, che rintraccia ogni mio interesse o desiderio e lo vende al miglio offerente. E l’ho scritto, mi pare. Giorgio, dammene atto, sono strato il primo in questa rivista a dirlo, in poesia.

  10. Anche Giovanni Ragno è un intestatario di nome di Antonio Sagredo.

  11. La poesia di Letizia Leone e di Gino Rago presuppone una domanda fondamentale che è stata silenziata, rimossa, soppressa dalla cultura e dall’io auto organizzatorio dell’istanza legittimante. Ne deriva che l’ordine assertorio della composizione a «polittico» è una risposta in sede stilistica della nuova forma-poesia alla rimozione cancellazione della domanda fondamentale che sta a monte del discorso. Il discorso poetico è sempre una risposta in sede estetica di altre domande extraestetiche. Osservare con la lente di ingrandimento che tipo di risposte dà il discorso poetico può gettare un fascio di luce su alcune problematiche rimosse della nostra cultura. L’interrogatività dello spirito è la componente fondamentale della nuova poesia che chiamiamo nuova ontologia estetica.

    «Lo spirito progredisce solo ponendo domande, e non razionalizzando deduttivamente risultati che non risulteranno più da nulla a forza di non risultare che da se stessi. Dove sarà allora il punto di partenza se ogni risultato deve risultare da un’altra cosa, e da un’altra ancora? La ragione allora si sosterrà solo per l’atto di forza di un punto di partenza imposto, ma, essendo Dio morto, non resterà più che una catena irrazionale di ragioni, dove si potrà rendere conto di tutto, nella catena, salvo della catena stessa come necessità iniziale di struttura. E tutto l’edificio sarà minato […]. Il punto debole della razionalità occidentale è il suo punto di partenza, poiché ciò che la fonda deve restare infondato o fondarsi da sé. La crisi della ragione oggi non è nient’altro che la crisi di una certa ragione, la ragione assertoria, o l’assertoricità come razionalità esclusiva, un’assertoricità che si deve imporre da sé». 1

    1 H, Meyer, De la problématologie. Philosophie, science et langage, Bruxelles, 1979 trad. Mario Porro, Pratiche Editrice, Parma, 1991 Problematologia, p. 171

  12. Leggo Kotański come se il tempo fosse stato abolito dalle coordinate della vita sulla terra e dunque ci si ritrova in epoche che non sono passato\presente\futuro ma pezzi\monumenti\ episodi avvenimenti scoordinati l’uno dall’altro come parti di un magma irresolubile. In realtà ciò che scrive è il resoconto di una scoperta archeologica in cui il poeta si distanzia dal freddo racconto della scienza. L’archeologia è l’occasione per il poeta di dire che tutto ciò che in qualche modo passa per le mani dell’uomo rimane vivo per sempre e dunque interagisce con ognuno di noi, sia esso Ulisse o l’ignoto centurione o Michelangelo. L’interesse per la data non è lo stesso per l’etichetta che lo scienziato appone sui frammenti per ricostruire esattamente i tasselli dell’evoluzione ma l’occasione per rivivere dall’interno di essa la simultaneità degli eventi in cui un istante vale l’altro e sono solo in rapporto dialettico l’uno con l’altro. Il calcolo storico dice che Michelangelo è venuto dopo il centurione. Il poeta distingue le fiammelle che s’innalzano nel rogo che brucia e su ognuno appone un’ effimera etichetta che brucia con i vestiti e le circostanze dei personaggi raccontati per consegnarci le stesse passioni di sempre. Ciao

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