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Janusz Kotański, Poesie, traduzione di Marzenna Maria Smolenska con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

Roma la Grande Bellezza della Grande decadenza vigilantes, guardie private, odalische, optimati, spintrie

Roma,la Grande Bellezza della Grande decadenza: vigilantes, guardie private, odalische, ottimati, spintrie…

Janusz Kotański è nato a Varsavia nel 1957, poeta, scrittore, saggista, storico, documentarista, esperto e autore dei ritratti di grandi personaggi della Chiesa Polacca, attualmente è Ambasciatore della Repubblica di Polonia presso la Santa Sede. Le sue poesie sono state pubblicate nelle seguenti riviste:

Akcent”, Arka”, Arcana”, Fronda”, Kultura Niezależna”, Migotania”,Nasza Rodzina” di Parigi, “Nowy Dziennik” di New York, Powściągliwość i Praca”, Przegląd Katolicki”, Tygodnik Powszechny”, Topos”; Tytuł”, Kwartalnik Artystyczny”, Christianitas”, 44”.

E raccolte nei volumi: Wiersze, [Poesie], Warszawa 1991; Krym i inne wiersze, [Crimea ed altre poesie ] Kraków 1993, 44  poesie, Warszawa 1999, Kropla, [Goccia] Warszawa 2006, Nic niemożliwego, [Niente impossibile] Warszawa 2011, Głos [Voce] Warszawa 2014Autore e realizzatore di alcuni documentari: Powstanie Kościuszkowskie 1794-1994 [Insurrezione di Kościuszko]; Burza 1944 – lekcja historii [La Tempesta 1944 – lezione di storia]; Chłop polski – historia ruchu ludowego [Contadino polacco – storia dei movimenti popolari]; 100 kilometrów na wschód od Lwowa [100 chilometri a est da Leopoli]; Kochany Panie Prezydencie [Caro Signor Presidente], Nieznane karty z historii Warszawy [Pagine ignote dalla storia di Varsavia]. Autore dei film Spotkania z komunizmem [Incontri con il comunismo] sulla storia dell’occupazione sovietica 1939-1941 dei territori della Polonia orientale di allora e di Quantilla sapientia regitur mundus sullo storico polacco Paweł Jasienica. Co-autore della pièce teatrale “Wierność” [Fedeltà] su padre Jerzy Popiełuszko presentata sulla Scena del Fatto del Teatro della Televisione Polacca TVP nel 2010; consulente per i contenuti storici degli spettacoli della Scena del Fatto ecc.

*

tradurre le poesie è un’impresa impossibile o quasi. Mai come in questo caso il binomio traduttore/traditore si dimostri più calzante. Tradurre le poesie è un’avventura affascinante anche se irta di pericoli e trappole tese dal linguaggio poetico e dal suo ritmo unico e difficilmente riproducibile. Tradurre le poesie di Janusz Kotański mi ha portato a toccare con mano entrambi i concetti. È stato un viaggio molto accattivante, una sfida, uno stimolo per la riflessione sulla poesia e il suo ruolo che io”

(Marzenna Maria Smolenska)

Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

Non è un caso che Janusz Kotański sia un poeta polacco perché soltanto un polacco può cogliere con tanta precisione gli aspetti minimi della non contemporaneità. Probabilmente ciò  è da addebitare alla scuola della poesia polacca che può contare tra i suoi numi tutelari un Rozewicz, un Milosz, un Herbert, un Krinicki, una Ewa Lipska e tanti altri poeti di inestimabile valore. La poesia polacca ha un albero genealogico molto diverso e distante dalla poesia italiana del novecento, il suo spettro tematico è notevolmente più ampio di quello della poesia italiana, tanto è vero che Janusz Kotański si può permettere di attingere alla fonte della storia della Roma antica per trarne delle lezioni per il presente. C’è nella poesia polacca questo atteggiamento, diciamo così, didattico e programmatico verso la poesia e verso la storia, cosa che alla poesia italiana manca invece del tutto. È un io decentrato qui che esplica la sua esperienza totale del mondo con tutti i cinque sensi, è l’esperienza del mondo quella che consente al poeta polacco di attingere un linguaggio universale, universalmente comunicabile. Così, Kotański si può permettere di raccontare con tranquillità la storia di un «centurione della XIX Legione» che torna a Roma dopo quaranta anni di schiavitù; con eguale disinvoltura ci può narrare del Caravaggio o di Ulisse che ritorna alle Isole Eolie. Le tematiche sono le più varie, ma tra di esse non rintracciamo mai l’io dell’autore, quell’io ormai è stato seppellito dagli eventi che hanno fatto seguito alla fine del novecento europeo. Soltanto la poesia italiana continua imperturbabile con il racconto delle adiacenze dell’io, una sorta di Flat tax elettorale di stampo tipicamente italiana. Il viaggio dell’io di Kotański è il viaggio delle tappe delle sue esperienze vitali e significative: la storia di un umile soldato di Roma fatto prigioniero dei germani può risultare più eloquente di centinaia di libri di poesia di oggi che ci raccontano  di insulsi fatti dell’io; lo sguardo del poeta polacco è ampio e profondo, si rivolge a tutto l’orizzonte degli eventi della storia europea, è una indagine a tutto campo sul senso della storia e sul senso di essere oggi  cittadino europeo della Unione Europea. In fin dei conti, siamo tutti europei, come eravamo un tempo lontano tutti cittadini dell’Impero di Roma, la storia si ripete ma si traveste di nuovi eventi, con nuove maschere, i barbari oggi sono qui tra di noi, come ci hanno raccontato Kavafis e Maria Rosaria Madonna. I barbari siamo noi.

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foto del poeta Janusz Kotanski di Pawel Sobczik

Poesie di Janusz Kotański

Il centurione della XIX Legione torna a Roma dopo 40 anni di schiavitù, anno 49 della nostra era

sono vecchio oramai
confondo
le parole latine con quelle germaniche
questa non è la stessa Roma
non è lo stesso imperatore
(sempre che lo si possa considerare
il successore di Augusto)
non è il mio mondo

mentre mi accasciavo ferito
pensando che sarebbe stata la fine
mi ha sollevato da terra
un cavaliere biondo
infilando la lancia
nella ferita aperta
non mi ha ucciso

diventai schiavo
tra le foreste sperdute
cacciavo gli orsi
aravo i campi
fabbricavo gli scudi e le spade
e quando la mia audacia
conobbero i Cherusci

combattei
ah canti cupi
dei guerrieri mentre andavano all’attacco
gioia della carneficina in battaglia
ebbre danze notturne
tra i sacrifici offerti agli dei
di gente torturata
il mio cuore si è indurito
ero felice

come tutte le donne
amano i forti
ero forte

eppure la nostalgia si radicava
nell’anima
come una catena nel corpo
non riuscivo a dimenticare
gli ulivi
il sapore del vino
i templi di marmo
il mormorio del mare mite

sulla nave dei Frisi
mi sono introdotto in cambio dell’oro
a Treviri
le bianche mura cittadine
ho visto di nuovo
dei miei racconti
nessuno era particolarmente curioso
chi sono
un Romano o un barbaro
non lo so

sono vecchio già
e nessuno saprà
come moriva Varo
nella Foresta di Teutoburgo
furioso
soffocando nel sangue
e nella vergogna
in mezzo al nero fango
della disfatta

.
Trasea Peto lascia solitario il Senato romano , anno 59 dopo Cristo

Trasea non ha gradito
che i figli della lupa
abbiano venerato il matricida
disse allora
“che male può farmi Nerone
uccidermi al massimo
ma non riuscirà a farmi danno davvero”
all’imperatore queste parole
furono tempestivamente riferite
egli tacque

sei anni più tardi
il caldo sangue
dalle vene tagliate del senatore
tinse di rosso il pavimento dell’atrio
attestando la veridicità
della predizione del morente
e la buona memoria di Nerone

.
Ulisse ritorna alle Isole Eolie

una trireme tra le rocce
galleggianti sull’acqua
l’isola intera
dentro gli anelli
di pietre flottanti
in prossimità della costa
l’acqua bollente
i pesci che galleggiano con
le pance all’aria
le secche traditrici squassate

il sovrano in persona
si eleva nell’aria
assiso sul trono di pietra pomice
il re dei venti
dal volto vago
velato e cangiante
accanto a lui Boreas
figlio del nord
(dolce Zefiro è sparito)
sotto di lui nubi blu

e saette tonanti
(serpi di paura ai suoi piedi)
“che hai fatto
o Ulisse re dell’isola
ti ho dato un tesoro
che non ha prezzo per i naviganti
i venti”

(in barba a Poseidone
agì Eolo
gli elementi discordanti
litigano e si accapigliano
come il mare con il vento
così i loro dei)
quello ch’è slegato
ti ho donato già legato
il sovraumano
ho donato all’uomo
in modo che tu potessi tornare
sull’isola natia
rivedere la consorte
ed assopirti accanto al fuoco”

E Ulisse si addormenta
non appena vede Itaca
in lontananza nella luce del mattino
più smagliante dello stesso mattino
si addormenta dopo giorni e notti
trascorsi al timone
con l’otre dei venti
stretto tra i piedi

navigavano in silenzio
(la paura si pasce nel silenzio)
a tutti loro finora ignoto
i remi fendevano le onde color del vino
li portavano finalmente
verso l’arcipelago natio
e loro ragionavano
“ quei tesori
che Eolo ha regalato al re
lui tirchio e furbo
non li dividerà”
(l’infelicità si impingua con la sfiducia)
finalmente cade addormentato
l’otre viene aperto
le mani cercano oro
armi vino

il vuoto
si tramuta in burrasca
incontenibile
inafferrabile
dalla mano invisibile
“che hai fatto
o re addormentandoti
in un momento inopportuno
io non sono il re
sono preda dei venti
hai ripristinato il caos
tu dici involontariamente
tanto maggiore è la tua colpa
ogni navigatore
ti ricorderà
bestemmiando
nelle mani di Poseidone
hai consegnato il mio dono”

non osa
ribattere
l’altero re di Itaca
ricevere un dono
e perderlo
non è cosa da uomini
ritorna sul ponte
(lo zolfo sta soffocando tutti
Il giallo pennacchio trema
come trema l’isola)

“ si salpi l’ancora
navigheremo là dove ci
porteranno le inquiete onde
Eolo ha di nuovo
consegnato nelle mie mani
il pesante otre
non riavrò mai più
un cuore libero”

e salparono
(le vele gonfie di vento)
Eolo li guardava da lontano
attraverso i fumi sulfurei
e le saette serpeggianti
dio dei venti
che si è fidato
di un re greco

.

L’amarezza di Michelangelo

ha risolto il dilemma
colore o disegno
non vede più
l’abisso tra
scultura e pittura
tiene il tutto
in mano sicura

desidera solo
che le sue liriche sottili
siano lodate
ai simposi
dai dotti poeti
quelli con le foglie di alloro
sopra le teste illustri
*

sul dipinto di Savòldo
la nascita di Cristo
c’è un dettaglio
che mi commuove

affacciato a una finestra in pietra
contempla la sacra famiglia
un pastore barbuto

ha visto abbastanza
ha vissuto abbastanza
sa di non essere degno
di stare stare vicino al Messia

ma non riesce a trattenersi
da invisibile
desidera essere lì
per evocare in eterno
la nascita di un Dio indifeso

.
Un sepolcro etrusco

amo anche
lo spesso deposito
di vino sul calice
difficile da lavare via
si direbbe che i due coniugi
abbiano appena finito di sorseggiare
un’inebriante pozione d’amore
precedendo il sonno mortale

Duccio dipinge la Maestà
“sono il pittore senese”
Duccio di Buoninsegna

sono pittore
servo Siena
altera e superba
la sua luce voglio portare
alle verdi valli della Toscana

che tutti i borghi
chinino il capo
dinnanzi alla tua dorata
maestà o Madonna
che si prostrino
i perfidi leoni fiorentini

allora trionferà
la nobile lupa
e la pace giusta
regnerà sulla terra
dai colli appenninici
fino al mar Tirreno
e la Toscana si addormenterà

.

Caravaggio dipinge David con la testa di Golia

beve e di nuovo
va su tutte le furie
il pittore Caravaggio

non appena giunto
alla città sotto il vulcano
già si deve dare alla fuga
inseguito dalle furie

vede con la mente
una testa mozzata
con una ferita sanguinante
sulla fronte
levata in alto
da un pensieroso ragazzo assassino

.
Poesie italiane
Pantofole

nel palazzo vescovile a Planty*
sono rimaste soltanto le pantofole
le avrà mai ricordate
a Roma
gli saranno mancate
quando la mattina si alzava
dal letto
(dietro dalla finestra
aspro profumo di cipressi
e non
di inebrianti lillà)
e alla clinica Gemelli
mentre con prudenza
muoveva i piedi
avrà sospirato
o mie vecchie pantofole
ho avuto fretta
e ho dimenticato
di infilarvi nella borsa

.

Il carnevale di Venezia interrotto nell’Anno Domini 1863

non è opportuna
questa insurrezione
mi divertivo a Venezia
a carnevale sull’acqua
andavo in gondola

volevo rivedere di nuovo le scuole
visitare le chiese
con la maschera d’oro sul volto
divertirmi all’opera

ed ecco il reclutamento
e lo scoppio (della rivolta)
non mi andava a genio
ma non bisogna filosofeggiare
mentre i fratelli muoiono

quindi per nave
con la ferrovia con i cavalli
e infine con la slitta
sono rientrato nella Patria
in fiamme

con quello con cui mi sarei divertito
nella città sulla laguna
ho finanziato una divisione
di obbedienti kosynierzy

di quello che feci
non voglio parlare
e i nomi non li tradirò
affinché nessuno insieme a me
in questo
viaggio siberiano
( il più lungo di tutti i viaggi)
cammini nella neve
facendo tintinnare le manette

Ponte dei sospiri

so perché sospirava
perché si disperava
il veneziano trascinato
lungo il bianco ponte nell’oscurità

non stava perdendo solo la libertà
ma anche la bellezza della città
che si apprestava a nasconderlo
in una cella in pietra
per anni
cieco come un’ostrica
sul fondo dell’Adriatico

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