Lucio Mayoor Tosi,TUBANO E SPORCANO – Trentacinque distici, Poesia, con un Appunto dell’autore

Lucio Mayoor Tosi Sponde

Lucio Mayoor Tosi, Sponde, 2017

Lucio Mayoor Tosi. Poeta lombardo, di sessant’anni, a tutt’oggi inedito.  Di professione artista, pittore e pubblicista. Collabora con L’Ombra delle Parole.

di Lucio Mayoor Tosi

Quando ho iniziato a sperimentare la scrittura in distici, sia nella forma chiusa del verso e sia in quella aperta del discorso prosastico, non ho tardato molto a comprendere che si stava profilando la possibilità di investigare sul “nuovo” della nuova ontologia estetica. 
Nella poesia NOE – uso questa sigla con molta serenità, avendolo approvato senza remore, conflitti interiori o altro – poesia fatta di stracci (in luogo del risaputo), gioca un ruolo determinante l’arresto del flusso creativo, lo STOP (disfania, concetto e figura retorica, parola coniata da Steven Grieco Rathgeb). 
La coscienza di poter disporre di maggiore, chiamiamolo così, spazio-tempo in avanti, consente che si faccia netto il rapporto di fiducia tra fine e inizio del verso; tra finte parole “mie” e altre che non hanno appartenenza. Poi destreggiarsi nel collage di parti del vissuto e del pensato; sdoppiamento della personalità, dialogo interiore tra parti amiche/nemiche; salvaguardia del pianeta e fuga per la salvezza – per quanto mi riguarda –. Riduzione dell’io nello spazio invariato dell’esistenza. 
La forma-distico che qui viene messa in campo non è dissimile dalla poesia breve Haiku ma, ad esempio, lascia spazio all’aforisma e in taluni casi può trattarsi di veri e propri incipit, che però possono essere autosufficienti. 
Nella forma breve, l’elemento sorpresa è dato con naturalezza. Basta sapere aspettare, praticare lo STOP: fumarsi una sigaretta, uscire per una passeggiata, pensare ad altro, non pensare affatto…

Mi fa tremare un poco l’idea di confidare questa “novità”, in anteprima qui – mi terrorizza l’idea che qualcuno possa reinterpretare distorcendo o semplificando l’austero comportamento che presiede la stesura di ogni distico – . 
Devo moltissimo all’impegno di tutti i poeti che hanno scritto su questa rivista.

Un Appunto di poetica

In questi distici a corto respiro ho voluto sperimentare le parole, una a una, mentre arrivano donate al cestino della spazzatura. Dopo il salto, eccole qui.

L’esperimento consiste nel dare prova di finitezza del pensiero, dentro sfilacciature di linguaggi presi a prestito da scaffali: romanzo, cinema, titoli, poesia.

È poesia, questa della NOE, fatta di tanti arresti. Anche due parole, un Salveregina… – Ma è così ovunque, nel panorama mediatico. Tanti non parlano nemmeno. 

Finte parole mie, altre di nessuno. Figurine per il collage. Sdoppiamento della personalità, cambio di parte amica/nemico; salvaguardia del pianeta e fuga per la salvezza.

Nel farlo mi sono posto sulla distanza Haiku-Ungaretti. Tra aforisma e senza-niente.  Risultato: un tremare di pensieri, resi sconclusionati dalla storia. Sotto il ponte Morandi.

Ringrazio la redazione e chi avrà bontà di leggere. 

Ha scritto Maria Rosaria Madonna:1

«In ultima istanza, la poesia non può essere raccontata se non dal punto di vista puramente storico; nella sua essenza è attività di fagocitazione di mondo, internalizzazione degli oggetti del mondo tramite il sistema segnico-simbolico qual è il linguaggio. Forse, alla fonte della Musa v’è una fissazione della libido allo stadio della cloaca, ciò che nell’età adulta si converte in sublimazione, conglomerato degli oggetti internalizzati in spirito linguistico; in fame di mondo, seppure di un mondo ridotto a lacerti fonematici che rammenta il mondo reale come lo specchio da toeletta rammenta lo specchio ustorio.

Dunque, è chiaro, la poesia può sorgere soltanto come risvolto negativo della prassi. La poesia è il risvolto negativo della prassi e specchio ustorio all’unisono».

1 Maria Rosaria Madonna Stige. Tutte le poesie (1990-2002) Progetto Cultura, Roma, 2018 pp. 148 € 12

Lucio Mayoor Tosi Composizione di immagini

Grafica di Lucio Mayoor Tosi

Commento di Giorgio Linguaglossa

A proposito del distico in poesia

Mi associo a quanto detto da Anna Ventura e Donatella Costantina Giancaspero riguardo all’invidia da cui dovrebbe guardarsi Lucio Mayoor Tosi. Non nascondo che io stesso quando ho letto pochi giorni or sono questi distici in anteprima, sono stato morso da un leggero attacco di invidia; mi sono chiesto: ma come ha fatto Lucio ad attingere, d’un colpo, questa perfezione del distico? Il fatto è, come sottolineato dalla Giancaspero, che Lucio ha un vantaggio su tutti noi, che è un «artista visivo» e che da una vita lui sperimenta con l’arte visiva ciò che noi stiamo tentando oggi con il distico e il frammento. E quindi è molto più avanti di noi in questo percorso ad ostacoli che è la nuova ontologia estetica. Perché si tratta di un vero percorso ad ostacoli dove però non vince soltanto chi arriva primo ma vince anche chi arriva secondo, terzo, quarto etcetera. Del resto, Lucio interpreta il distico in suo modo personalissimo che lo rende inimitabile, nessuno di noi potrebbe imitare il modo di scrivere distici di Lucio, susciteremmo soltanto riso e facezie. Alla base del distico di Lucio c’è il frammento. Il frammento precede il distico e lo fonda. Il frammento non lo si compra dal negozio di ferramenta, lo si trova dopo una lunga e meditata ricerca.

Alla base del concetto di frammento c’è la netta intuizione di che cos’è il letterale e il figurato e di come impiegarli in poesia. Leggiamo un distico preso a caso:

Ai miei amici del pianeta indaco. Prendete.
Sale alle caviglie. Un fil di fumo. L’oroscopo.

Non c’è dubbio che la prima proposizione (Ai miei amici del pianeta indaco) si pone come letterale di un figurato. C’è un significato? È il contesto che permette di procedere ad una corretta inferenza. Ciò che importa notare è che è molto difficile dire se si tratta di una proposizione letterale oppure di una proposizione figurata. Nella poesia di Lucio il letterale e il figurato funzionano come categorie proposizionalizzate della differenza semantica latente e manifesta. Il locutore, cioè l’autore è impegnato a perseguire le proposizioni per mettere in evidenza ciò che è detto in ciò che viene detto o se c’è altro dell’Altro per cui è centrale seguire il detto attraverso ciò che viene detto. Decifrare il senso di una o più proposizioni implica indicare ciò di cui è questione in quanto ciò che è in questione rimanda al problema del senso a cui un discorso, qualsiasi discorso, risponde.

Ogni singola proposizione, ogni singolo enunciato rimanda a ciò che è detto ad un tempo come letterale e figurato, e questa duplicità aumenta al quadrato ad ogni successivo passaggio proposizionale; ogni enunciato è risposta all’enunciato precedente ma in modo svincolato dalle necessità grammaticali imposte dal senso grammaticale. Ogni enunciato è una sostituzione dell’enunciato che il lettore si aspetterebbe. La conseguenza è una sorpresa, uno stupore continui. Il senso il lettore non lo trova mai nell’enunciato che risponde all’enunciato precedente, il senso è fuori, esterno, è allotrio. Ogni enunciato risponde in modo libero, e quindi criptico, all’enunciato precedente. Ogni enunciato agisce come uno scambio ferroviario, cambia la direzione del senso, lo svia, lo deraglia, lo ribalta e lo trasforma.

Diciamo la verità, l’enunciato «Prendete sale alle caviglie» non ha nulla in comune con l’enunciato precedente né con il seguente. Però in un certo senso, è collegato all’enunciato che lo precede e con quello che segue, e il lettore è costretto a seguire il lambiccato discorso del testo saltando da un binario all’altro. Il letterale è sempre senza sorprese, è la proposizione che designa ciò che è in quel modo singolarissimo della sua struttura frastica. L’enunciato letterale è perfettamente proposizionale, senza sorprese, riconoscibile, non fa questione, sarebbe vano ricercare in esso una interrogatività che è stata risolta, ma, paradossalmente essa sollecita una risposta altra, un enunciato altro inscritto nella testualità che ne completi il senso. Con questo procedimento il disticizzare della poesia ripropone l’antinomia del figurato e del letterale, ripropone la loro differenza problematologica, la loro dualità reciproca, l’insopprimibile contraddittorietà delle locuzioni frastiche indicizzate da un altissimo quoziente di figuratività.

Il distico consente al testo di «giocare» tra il letterale e il figurato in quanto ciò comporta la dualizzazione del senso, e la moltiplicazione del senso in quanto il senso si ha soltanto come una intelleggibilità complessiva del testo con tutte le sue interne contraddizioni frastiche e antinomie proposizionali.

Lucio Mayoor Tosi composizione con divano bianco

Lucio Mayoor Tosi

TUBANO E SPORCANO

Trentacinque distici

I.
Su Marte i biancospini, le scatole di montaggio vuote.
L’altoparlante ai piani alti. I semafori rossi.

.

II.
Vorrei parlare con voi, per un attimo, del Partito
Democratico.

.

III.
Nel campo delle meraviglie, dove vanno al pascolo
i nomi delle persone, un vecchio trattore abbandonato.

.

IV.
Oggi vento senza parole. Amore dice cose improbabili.
Un altro cioccolatino. Rosa dei venti. Volgersi, evolversi.

.

V.
Il tempo presente passato: sto per facevo; compito
di matematica, certezza senza frenesie. Nostalgia.

.

VI.
Il personaggio aprì la porta e disse piano: le camere
sono pronte. Troverete le chiavi in reception. Non fate così.

VII.
Fortuna è un colpo di spugna, caro ispettore.
Il papavero antico è già sulla porta.

.

VIII.
Sotto una cascata. Paura furibonda. L’impronta
delle Dolomiti.

.

IX.
Vieni a casa con me? Fino all’aeroporto.
Ci prendiamo un caffè amaro di china.

.

X.
Alla fine di un lungo ragionamento decidemmo
di incontrarci. Mano nella mano.

.

XI.
Se ne può fare a meno. Di tutto quello che scrivo.
Il come e il perché non interessano a tutti.

.

XII.
Non dispero di poterla incontrare, domani…
Lascio aperto il rubinetto, l’estremità del pontile.

.

XIII.
Maestro. Le rose per te sono sul camino stretto
della credenza, appena entri.

.

XIV.
La natura continua imperterrita a fiorire.
Questa la notizia. Genitori a cavallo siete avvertiti.

.

XV.
Il prossimo verso sta per arrivare. Già lo amo, come fosse
mio figlio al patibolo di entrambi. Ride la cicogna.

.
XVI.
Tra un po’ le vettovaglie. Pino e Margherita,
non allontanatevi! Un piatto vuoto qui, uno là…

.

XVII.
Mi vergogno, disse il poeta. Tortore amiche.
Sia dentro che fuori. Un lungo silenzio.

Lucio Mayoor Tosi Composition acrilic

Lucio Mayoor Tosi, Composition, acrilic

XVIII.
– Cinque. Arriviamo a dieci, ce la facciamo?
Un verso di cemento attraversò la strada.

XIX.
Nel labirinto scosceso dietro la Prefettura:
– Descriva nome e cognome. Baldo giovane.

.

XX.
Nulla riempie più del vuoto; se in un vasetto di vetro,
se sul ramo di foglie, se nel cammino sicuro.

.

XXI.
Ti regalo qualche distico, da portare a casa.
Dì che li hai trovati tu. E che stiamo tutti bene.

.

XXII
Seduti sul pianoforte, ubriachi, piegati in due
dalle risate. Uno si fece male alla caviglia.

.

XXIII.
Al tramonto: ieri non ti ho visto. Nemmeno
l’altro ieri. Forse domani. Tra un mese.

.

XXIV.
Il segreto delle bambole di Baltimora.
Origine del vizio. Antichi velieri.

.
XXV.
Dispiace per le parole non dette o dette male.
Ho un cane di traverso. Mezzo rimorso. A squadre.

.
XXVI.
Felice anno nuovo. Come stanno i ragazzi?
Barbara non c’è. E’ dal parrucchiere.

.
XXVII.
Ai miei amici del pianeta indaco. Prendete.
Sale alle caviglie. Un fil di fumo. L’oroscopo.

.
XXVIII.
Patina gialla di Paradiso. Le orecchie
dove batte il cuore. Il cervello di Frankestein.

.
XXIX.
L’interruttore dei suoni, per uno sbalzo di corrente
si fermò su Apocalisse. Poi alla sagra del vino.

.
XXX.
Senza parole colte. Senza binari assortiti.
La scatola vuota del tè, l’Amerigo Vespucci.

.

XXXI.
L’arrivo di bambine e bambini sul ventaglio delle prese
di corrente, come venditrici e venditori di ceralacca.

.
XXXII.
La preghiera delle 18:00. Attenti al cane.
Pensieri malevoli all’angolo di strada.

.
XXXIII.
Prima che faccia mezzanotte, tre ore vuote.
L’inconscio disvelato. Piccolo verme.

.
XXXIV.
Ancora il singhiozzo. Santo cielo. Della cricca
degli insonni. Ciliegia. Ci-liegia.

.
XXXV.
Questo è il mondo dei numeri.
Poeti sul balcone, tubano e sporcano.

36 commenti

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36 risposte a “Lucio Mayoor Tosi,TUBANO E SPORCANO – Trentacinque distici, Poesia, con un Appunto dell’autore

  1. Guardi allora mi incarti il XIV, il XXIX, il XXV
    in una confezione regalo. Gli altri, tutti, li prendo per me!

    Joneschiani. Quel tanto di assurdo ragionato.
    Oltre, oltre il paradosso.
    Evvai Tosy!

    Grazie OMBRA.

  2. Carlo Livia

    Aprile è il mese più crudele, riapre le ferite nell’anima dei borderline, e tornami a doler di mia sventura. Dovunque in esilio, fuori luogo, trascinando il carcere di nulla. Ma a Tosi non posso fare a meno di dedicare un affettuoso omaggio.

    CENERE

    E’ grigio eterno. La macchina dura, malata al posto del cielo. La furia di metallo al posto di Dio. Mia madre si affanna a salire, lasciando un solco di pena. I morti prendono alloggio nella pausa, fitta di pugnali femminili.

    L’Essere si lacera sul fondale scosceso. Grida: fuori dallo specchio! C’è l’orfano che uccide. La rosa inesorabile fuggita dal duomo. Che non ricordo più.

    Affilate le colpe del deserto. Dice il profeta vestito di arida pace. Col vento della scure come preghiera. Il padre intoccabile. Il suo sonno nero. Ritratto in lacrime che oscura le marine.

    L’estranea col peccato entra ed esce dal sogno. La musica dell’amata diventa verticale. Mi chiede l’ombra delle navate. O il viale dei quindici anni. Nella gabbia delle chitarre, con l’embrione infelice.

    Sono nel terzo silenzio. Senza promessa. Una vecchia macchina fruga nel mio cuore. Per addormentarmi nel lunario rosa. Passa un morbo triste. L’angelo che non mi ama.

    Carne rosea e riccioli d’oro. L’apparenza viziosa. Si accartoccia subito al vento degli ulivi. Dall’alto non ci vedono. Troppo nudi nel ripostiglio. Col lume votivo che piange nel millennio.

    Senza bambini. La giostra desolata.

  3. annaventura36@hotmai.com

    Per Lucio Tosi; Caro Lucio, tu sai quanto io apprezzi ogni tuo scritto; non sottovalutare mai il tuo valore, o gli invidiosi lo faranno con la forza degli ignoranti,pronti a qualunque scempio, pur di imporre se stessi a svantaggio di chi merita veramente.Gli ignoranti, i mediocri,gli ambiziosi senza merito conoscono l’arte di intrufolarsi attraverso qualunque pertugio.Ma il lettore non è stupido,come non erano stupidi gli ascoltatori della Lectura Dantis ,anche se spesso erano analfabeti.

  4. da sempre ammiro l’arte di Lucio. I miei complimenti più sinceri e veri.

  5. Giuseppe Gallo

    Con questi distici di “corto respiro” Tosi ha ricamato tramagli con i quali ha arpionato i “lacerti linguistici” della contemporaneità depositando, all’interno dei versi, un’ansia di poesia che coinvolge “il vento senza parole”, “L’Amore che dice cose improbabili”, i “pensieri malevoli all’angolo di strada” e questi Poeti che dalle ringhiere dei balconi o dalle crepe dissestate dei sottoscala, tubano, sporcando, e sporcano, tubando.
    Complimenti!

  6. Mario M. Gabriele

    Mattonelle poetiche di gres-porcellanato: il meglio che si possa avere per ibernare il linguaggio novecentesco e devitalizzato.

    Questi tracciati hanno un ritmo di base esfoliativo, sintetico, fatto di minimi proclami lampeggianti, senza confini perlustrativi, per una rottura definitiva con i modelli poetici tradizionali.

    Spero che non si creino, dopo la lettura di questi tuoi versi, conflitti culturali, non idonei ad una dialettica costruttiva, altrimenti si vengono a creare disturbi dell’umore non pertinenti.

    In questi distici sono evidenti l’integrazione e la correlazione con le variabili psicologiche e quelle ambientali.Si tratta del “disagio della nostra civiltà”,ossia di quella parte della nevrosi e dell’ansia che il consumismo ha istituzionalizzato, rendendo l’uomo sintetico e iperattivo.

  7. Ho letto i tuoi distici più volte, Lucio. A una prima lettura, se ne sono fermati davanti a me (come se avessero vita propria) due o tre. Rileggendo, devo dire che in quasi tutti, c’è stato qualcosa che ha reclamato di essere visto, ascoltato, in una sua evidenza, bellezza (so che è parola inflazionata, ma serve a definire l’esperienza ). Ho pensato al riuso, riciclo e rielaborazione di materiali (come si fa in arte – oggi ho visto degli elementi d’arredo fatti di cartone ad es) Ho trovato molto interessanti i tuoi appunti di poetica, che fanno intuire come avviene per te, il percorso creativo. Soprattutto l’arresto, lo stop, non più visto come un problema, ma come una necessità. Un fermarsi, per poter andare oltre, far posto ai contrasti, alle irruzioni, abbandonando quel desiderio di continuità, di flusso ininterrotto, che può fuorviare o sminuire la forza e il contenuto dell’ispirazione. Complimenti, Lucio.

  8. Talìa

    Elegantissimi stracci, scampoli come su di una bancarella di mercato: scegli nel mucchio tessuti di cotone, di organza e trovi pure la seta.
    I versi sono piani, non c’è nessuna tensione, anche in quelli dove la struttura fono-sillabica rimanda agli haiku tutto si svolge senza complicazioni, versi sono per lo più piani, tranne qualche sdrucciola qui e là che funge da sincope, da singhiozzo, come se fossero i pensieri base del “cervello di Frankestein.”

    Nel campo delle meraviglie, dove vanno al pascolo
    i nomi delle persone, un vecchio trattore abbandonato.

    E tra tanti scampoli, si trova pure la seta.

  9. Nunzia Binetti

    Sono distici resi fulminanti, ma anche preziosi, dalla tecnica di un assemblaggio linguistico ri-creativo e con le tipiche caratteristiche di un bricolage, inconsueto, ma dettato da una pulsione liberatoria, che respinge ogni forma di auto-organizzazione dell’io narrante . Mi sono soffermata soprattutto sulla natura contrastiva e , direi , amabilmente schizofrenica e “ tremante” del distico XXXII , teso tra la “preghiera delle 18.00 ”, di per sé concettualmente rassicurante e l’inquietudine del pericolo di un “cane “ o di quei “pensieri malevoli “ all’angolo della strada . Mi complimento , Lucio Tosi .

  10. donatellacostantina

    Mi associo a quanto detto fin qui sulla qualità innovativa di questi 35 distici composti da Lucio Mayoor Tosi, un poeta che ha la fortuna di nascere artista visivo. La sua formazione culturale, infatti, e la sperimentazione quotidiana del colore lo pongono, a mio avviso, in uno status privilegiato nei confronti della poesia, consentendogli una percezione “verbale” capace di vedere oltre la parola stessa. Nella scelta di determinate cromie e nella creazione di spessori densamente materici, le sue composizioni acriliche ci rivelano già il carattere del suo versificare. Questa corrispondenza linguistica tra le due forme espressive, pittura e poesia, rende la personalità artistica di Tosi molto netta e ben distinta: in una parola, inimitabile. Un talento, il suo, così personale che nulla può togliere ad altri colleghi poeti, diversi da lui, ma certamente di pari ingegno.
    Per questo motivo, mi hanno molto colpita le parole che Anna Ventura ha rivolto a Lucio Mayoor Tosi in un accorato appello a guardarsi dagli invidiosi. Quelle parole forti mi fanno temere che Lucio possa essere (o forse essere stato già) bersaglio di invidia. Mi dispiacerebbe moltissimo. Sarebbe davvero triste…
    Ma che cos’è realmente l’invidia? Jacques Lacan dice che l’invidia “vera” è, in sostanza, “invidia della vita”. Massimo Recalcati, riportando il pensiero di Lacan, scrive che questa «prescinde dal riferimento a qualunque oggetto: è invidia della vita che consiste di se stessa, invidia dell’esistenza dell’Altro, dell’esistenza dell’Altro come altra forma di vita, della pura vita dell’Altro, della potenza vitale del suo desiderio […] La “vera” invidia è per la vita nel suo chiudersi su se stessa, per la vita dell’Altro come vita viva, come vita attiva, come vita che basta a se stessa». Recalcati usa una bella espressione: «È vita che odia la vita» Perciò l’invidioso gode così tanto a danneggiare l’altro: «il godimento di qualunque bene è trasceso in un godimento che implica il danneggiamento (non solo fisico, ma soprattutto morale) dell’invidiato». Beh, tutto questo è terribile!!
    Ma chi di noi non l’ha subita, almeno una volta, l’invidia? A dire la verità, io per prima, purtroppo… Oh, per carità!, non qui, dove per fortuna siamo tutti amici e solidali, ma altrove, in altri contesti che non starò qui a dire…
    Mah, ci vuole pazienza per vivere!
    Comunque, adesso, dopo questi discorsi tristi, ritorniamo all’Arte, rifacciamoci la bocca con cose belle. Quindi, è il momento della Musica. Dedico un brano all’amico Lucio Mayoor Tosi.
    Cecil Taylor (1929 – 2018), pianista jazz e, manco a farlo apposta, poeta, in una sua improvvisazione. Invito all’ascolto puro e semplice di questo originalissimo, straordinario interprete, senza lezioncina aggiuntiva. La maestra, eh!, l’ho già fatta anni fa, when I was young…
    A tutti voi,

    buon ascolto!!

  11. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/04/09/lucio-mayoor-tositubano-e-sporcano-trentacinque-distici-poesia-con-un-appunto-dellautore/comment-page-1/#comment-55490
    A proposito del distico in poesia

    Mi associo a quanto detto da Anna Ventura e Donatella Costantina Giancaspero riguardo all’invidia da cui dovrebbe guardarsi Lucio Mayoor Tosi. Non nascondo che io stesso quando ho letto pochi giorni or sono questi distici in anteprima, sono stato morso da un leggero attacco di invidia; mi sono chiesto: ma come ha fatto Lucio ad attingere, d’un colpo, questa perfezione del distico? Il fatto è, come sottolineato dalla Giancaspero, che Lucio ha un vantaggio su tutti noi, che è un «artista visivo» e che da una vita lui sperimenta con l’arte visiva ciò che noi stiamo tentando oggi con il distico e il frammento. E quindi è molto più avanti di noi in questo percorso ad ostacoli che è la nuova ontologia estetica. Perché si tratta di un vero percorso ad ostacoli dove però non vince soltanto chi arriva primo ma vince anche chi arriva secondo, terzo, quarto etcetera. Del resto, Lucio interpreta il distico in suo modo personalissimo che lo rende inimitabile, nessuno di noi potrebbe imitare il modo di scrivere distici di Lucio, susciteremmo soltanto riso e facezie. Alla base del distico di Lucio c’è il frammento. Il frammento precede il distico e lo fonda. Il frammento non lo si compra dal negozio di ferramenta, lo si trova dopo una lunga e meditata ricerca.

    Alla base del concetto di frammento c’è la netta intuizione di che cos’è il letterale e il figurato e di come impiegarli in poesia. Leggiamo un distico preso a caso:

    Ai miei amici del pianeta indaco. Prendete.
    Sale alle caviglie. Un fil di fumo. L’oroscopo.

    Non c’è dubbio che la prima proposizione (Ai miei amici del pianeta indaco) si pone come letterale di un figurato. C’è un significato? È il contesto che permette di procedere ad una corretta inferenza. Ciò che importa notare è che è molto difficile dire se si tratta di una proposizione letterale oppure di una proposizione figurata. Nella poesia di Lucio il letterale e il figurato funzionano come categorie proposizionalizzate della differenza semantica latente e manifesta. Il locutore, cioè l’autore è impegnato a perseguire le proposizioni per mettere in evidenza ciò che è detto in ciò che viene detto o se c’è altro dell’Altro per cui è centrale seguire il detto attraverso ciò che viene detto. Decifrare il senso di una o più proposizioni implica indicare ciò di cui è questione in quanto ciò che è in questione rimanda al problema del senso a cui un discorso, qualsiasi discorso, risponde.

    Ogni singola proposizione, ogni singolo enunciato rimanda a ciò che è detto ad un tempo come letterale e figurato, e questa duplicità aumenta al quadrato ad ogni successivo passaggio proposizionale; ogni enunciato è risposta all’enunciato precedente ma in modo svincolato dalle necessità grammaticali imposte dal senso grammaticale. Ogni enunciato è una sostituzione dell’enunciato che il lettore si aspetterebbe. La conseguenza è una sorpresa, uno stupore continui. Il senso il lettore non lo trova mai nell’enunciato che risponde all’enunciato precedente, il senso è fuori, esterno, è allotrio. Ogni enunciato risponde in modo libero, e quindi criptico, all’enunciato precedente. Ogni enunciato agisce come uno scambio ferroviario, cambia la direzione del senso, lo svia, lo deraglia, lo ribalta e lo trasforma.

    Diciamo la verità, l’enunciato «Prendete sale alle caviglie» non ha nulla in comune con l’enunciato precedente né con il seguente. Però in un certo senso, è collegato all’enunciato che lo precede e con quello che segue, e il lettore è costretto a seguire il lambiccato discorso del testo saltando da un binario all’altro. Il letterale è sempre senza sorprese, è la proposizione che designa ciò che è in quel modo singolarissimo della sua struttura frastica. L’enunciato letterale è perfettamente proposizionale, senza sorprese, riconoscibile, non fa questione, sarebbe vano ricercare in esso una interrogatività che è stata risolta, ma, paradossalmente essa sollecita una risposta altra, un enunciato altro inscritto nella testualità che ne completi il senso. Con questo procedimento il disticizzare della poesia ripropone l’antinomia del figurato e del letterale, ripropone la loro differenza problematologica, la loro dualità reciproca, l’insopprimibile contraddittorietà delle locuzioni frastiche indicizzate da un altissimo quoziente di figuratività.

    Il distico consente al testo di «giocare» tra il letterale e il figurato in quanto ciò comporta la dualizzazione del senso, e la moltiplicazione del senso in quanto il senso si ha soltanto come una intelleggibilità complessiva del testo con tutte le sue interne contraddizioni frastiche e antinomie proposizionali.

  12. Cari amici,
    perdonerete se rispondo solo adesso ai vostri commenti, è che mi sentivo, mi sento, come pesce per gratitudine sospeso fuori dall’acqua… Quindi lo dico con Piero Ciampi: “vi porterei a cena / sulla Luna”.

    Ho voluto questa scrittura monca di tutto, posta così, sul piatto come sushi, cibo raffinato, anche se composto di tante parole gettate, quelle che di solito mancano alle proposizioni serie. Ammetto di averlo fatto per sfida e per gioco, però dentro la cella del distico; che funge da lente di ingrandimento per le parole; tutte importanti, brevi ma come singhiozzi, involontarie, fuggevoli… Quelle Parole, che arrivano solitarie, a volte due/tre, che ancora sembrano niente, nemmeno frammenti.

    Credo di avere sviluppato prima, in pittura, la capacità di stare e saper cogliere nell’invisibile il fuggevole, l’irrilevante… Pensare che la scienza ci lavora non da oggi ma da secoli. Infatti come pittore mi sento amico degli antichi atomisti, impegnato allo stesso modo, per esperienza sensibile; e come gli scienziati di oggi, questi nel dare ragione, io nel gioire e trovare la forma per il frizzante della luce dentro i corpi e nell’aria (per me le parole sono atomi del pensiero, pensiero che quindi avrebbe fisicità).

    Nella lente del distico le immagini sembrano riflessi delle parole. Quasi miraggi. Deve essere stato così anche per Tomas Tranströmer, poeta magnificamente imaginifico… Se solo conoscessi lo svedese, perché sospetto che anche a Lui le immagini siano state date, suggerite dalle parole… che certo arrivano da finestre aperte, ma sono le parole “vento, nave, cortile, pianoforte…” Ecco, può essere che la traduzione ci sposti direttamente all’immagine, al miraggio, e che venga saltato qualche passaggio fondamentale, per meglio comprendere… anche se poi sì, conta per tutti di più l’insieme che si è creato.

    Ancora grazie, anche per i consigli (Anna, ci starò attento). Tra l’altro, alcuni di voi hanno saputo tratteggiare la fisionomia del lettore NOE, anch’essa da rivedere.
    Vi offro allora due versi, monostici? uno facile da vedere, l’altro forse più difficile (anche perché il secondo è triste):

    Il tempo e la sua coda di animale.

    Il grado delle supplenze inciso sulla scorza del lavandino.

  13. Talia

    Ma stiamo scherzando? Io sono sconcertato dalle affermazioni di Ventura, riprese da Giancaspero e rielaborate da Giorgio sull’invidia che qualcuno o più proverebbero per Lucio. Questi sospetti o accuse a chicchessia sono pericolosissime, per chi le fa, per chi le subisce, per chi se ne sente vittima, è come dire a qualcuno che porta sfiga. E poi, se si hanno sospetti o certezze si abbia il coraggio di fare i nomi, argomentare.
    Mi dissocio da questa deriva.

    Lucio io nei tuo confronti ho un senso di possesso, nel senso che vorrei avere una delle tue mattonelle, mi piacciono tutte e tu lo sai.

    • caro Giuseppe Talia,
      ma sia io che Anna Ventura e Donatella Costantina Giancaspero stavamo celiando, ovviamente! nessuno di noi nutre invidia per la bravura di Lucio, ci mancherebbe! la nostra era una ironia socratica e amara per la mediocrità delle persone che scrivono o credono di scrivere versi. Figurati che una poetessa di Milano di recente mi ha chiesto: «Come mai tu Giorgio sei così odiato a Milano?», e io le ho risposto: «Non lo so, l’ultima volta che sono andato a Milano era il 1994, però, rasserenati, son più odiato a Roma dove vivo».

  14. @ Giuseppe
    vorrebbero che mi liberassi dal pensiero di non essere un gran letterato. Che con la poesia questo non avrebbe a che fare… anche se invero io soffro per le parole che mi mancano… mi mancano, accidenti! la rabbia di dover abbandonare un verso… Però credo di avere risolto. E’ tutta questione di fiducia.
    Tu sei un tassello fondamentale per la buona ricerca che stiamo facendo su questa orgogliosa rivista. Il cielo ci guarda. Torneranno mai a casa gli spermatozoi?

    • Talìa

      Lucio, la mia prostata (si può dire prostata? E’ poetica?) è impazzita, impazzita veramente!!! Gli spermatozoi sono l’ultima preoccupazione, ma andiamo avanti. Scriviamo, nonostante la minzione, portiamo con impegno il progetto. Anche un granello di sabbia in balia del vento può diventare una roccia.

  15. annaventura3336,òhotmail.com

    Amenissima l’affermazione della poetessa che ti sa “odiato a Milano”.Quale Milano? Quella delle ringhiere, o quella dei salottini letterari?Sappia ,la signora,che noi ci vogliamo tutti bene,proprio perchè non abbiamo nessun bene materiale da spartirci,nessun proclama da supportare:Ci bastano le parole;con le quali, comunque, non si scherza.

  16. Inevitabile, qui tutto va a finire in poesia. Emoticon.

  17. Fuori di polemica… Per tutti noi:
    (Criste le face eppó l’accocchie)😂😂😂

    Sul distico:
    non riesco a convincermi a pieno del suo utilizzo. Argomentarlo non è facile.
    Una gabbia troppo concettuale. Si avvicina alla serialità. Ad un modus operandi.
    La NOE ha scoperto la maniera di comunicare
    la propria incomunicabilità.
    E allora?! Imitiamoci.

    Riduttiva la mia interpretazione?

    Penso agli attenti profili che seguono l’ombra…
    Il distico rende una voce, simile ad un’altra.

    Sono attratto dal parlare libero, ma ontologico.
    Si corre il rischio di essere compresi, un guaio…

    Grazie OMBRA…

  18. letizialeone

    Distici esemplari. Complimenti a Lucio Tosi e concordo pienamente con l’affermazione che questa scrittura densissima, concentrata e pur rarefatta, appartenga anche al pensiero visivo. Come queste sue opere pittoriche di accompagnamento. Scrive Gillo Dorfles che l’opera d’arte contiene un messaggio che è carico, oltre che di dati significanti, anche di dati irrazionali, difficilmente concettualizzabili. “Questo genere di informazioni necessitano ovviamente d’una diversa dimensione sensoriale…”
    Rileggerò con la calma che merita questa scrittura. Il distico in Lucio è la forma necessaria nella quale sviluppare il suo discorso “poietico”

  19. Della serie: (Criste le face eppó l’accocchie!)

    Superato il verso libero, mando a capo i pensieri quando battono il margine
    destro, o/e interrompo
    a piacimento il pensiero corroso, degradato.

    Dalla discarica pubblica, privata
    armeggio parole, Cose Di Altre Case, così campeggia la scritta all’ingresso di un rigattiere, che “acquistiamo”

    La composizioni dopo Satura è una
    controcomposizione… Forse adesso lo becco il pensiero…e allora

    C. H. I. E. D. O.
    perché mai la poesia cosi scomposta non può comodamente restare nella sua forma antica,
    nel pensiero fluido di come aggrada all’acquirente?

    Penso che il frammento faccia parte della tecnica pittorica, cosi come della stessa composizione musicale, esistono limiti della cornice e delle note….

    (Sono arrivato a Bari…)
    Grazie OMBRA…

    • Caro Mauro, tu non pensi che la fatidica “prima lettura” possa essere quella sbagliata, di prima della nuova ontologia estetica? Molti tuoi versi, se letti di seguito, possono sembrare oscuri… ma se letti ponendo attenzione al frammento, quindi assecondando le interruzioni, acquistano significato; un diverso piacere estetico.

      • Certo. Dici che il frammento agevola la compressione, le ripartenze. Favorisce gli esercizi respiratori, tra un verso e l’altro. Le rianimazioni necessarie alle parole per sopravvivere. Vero!!!!
        In brevità annunciamo la morte di un verso, nel suo sistema tradizionale, lo rianianimiamo e lo riammazziamo, il verso dopo…Vero!!!

        Però è il vuoto che abbaglia,caro Tosy, il vuoto vitale, l’interspazio, -meglio lo connota il grande Gino -Gino Rago, il vuoto musicale e cinematografico della Giancaspero, della sig.da Ventura,
        il vuoto abissale della Dono, il vuoto storico di Giorgio Linguaglossa, della Leone, il tuo vuoto comico, il vuoto delle parole di Giuseppe Talia, di Giuseppe Gallo…il vuoto celeste di Antonio Sagredo, il vuoto culturale di Gabrieli, il vuoto di infinito della Catapano e Steven
        Grieco…(a proposito ma dove stanno?)…

        Il vuoto….(sono tornato a Ruvo)…

        Grazie OMBRA

        • Intendevo dire che il fremmento non si può leggere di seguito, alla maniera solita; che qualcosa cambia anche per il lettore.

          • Ripartito…e il riquadro di scrittura si restringe. L’invito ad utilizzare poche parole.

            Un abbraccione caro Lucio…
            È vero la forma polittico fa il paio con la forma secca della poesia, il verso libero.

            Anch’io che sto scrivendo con l’iPhone faccio una azione simile a tanti qui intorno che utilizzano il mezzo per altri scopi. Mandiamo messaggi, scambiamo foto, studiamo, giochiamo…
            ci contraddistingue l’uniformità!

            Affermo che la forma è unica, la forma del pensiero dico, il fluire della parola…

            I lacerti di DNA del linguaggio devono per forza aggregarsi…costituire un corpo.

            Adesso smetto caro Lucio…
            Il pregio della NOE è questo confronto che avvicina agli altri.
            Gli altri che ascoltano.

            Grazie OMBRA.

            Bari, Bari Centrale.

  20. -elogio dei rifiuti-

    lei si è fatta avanti tre volte. Un giorno con i fiori. Per due secoli con un vassoio di alberi.I termosifoni erano freddi.

    Indifferenti e spenti nelle bolle fish del tempo.Un cono di cornflakes.
    Le pagnotte in cucina. Diamine quanti specchi a gas!

    Un corpo si scioglie sotto la giacca. L’altro rinasce dalle parole morte. Alternati in abiti verdi e tacchi ogm.

    Boom delle cose urbane. Il padrone di casa ha rimesso la stoffa sul pavimento. Poi dietro una tenda maiuscola.

    Stessa storia di sempre. Sono le cinque . Lei inciampa lungo le scale rovinate.Strega diamantina della bellezza.

    Siamo in 25 e nessuno dice: ciao mà va tutto bene.Tombini aperti. Giornali europei.

    La notte prende una Rolls-Royce per illuminare la strada. Il mondo
    tra una stronzata e l’attesa fredda dell’estate .

    Giove e Venere. I canguri e le buste della pancia.Un documentario di vicende.Accedi da Adobe Flash Player.

    La grammatica viene a malapena. Niente di preciso. Garriti di zanzare sulla spiaggia sporca. Li seguo attraverso il silenzio.

    Gli occhi superflui. Regolabili ai rifiuti .

  21. I frammenti a distici di Lucio Mayoor Tosi trovano per me il modello per ora insuperato nel Roland Barthes all’indomani della morte della madre: la cerca nei frammenti dove ogni frammento è autonomo e compiuto ma pronto ad incastrarsi in pienezza d’armonia con i restanti in maniera da costituire un’opera poematica omogenea per tono e per stile, nella permanente, come dice lo stesso Barthes, “presenza dell’assenza”. Tutti i commenti che precedono questo mio breve pensiero sui distici di L. M. Tosi concordano su un punto: Tosi stabilisce un relazione osmotica, dinamica, reversibile immagine-parola e lo fa, per me, secondo questa meditazione di Brodskij:

    “Le immagini rappresentano il contro movimento delle parole. C’è un rapporto debitorio tra le immagini e le parole, o un rapporto creditorio, uno squilibrio della contabilità, della partita doppia…” ,
    che la nostra Ombra ha adottato come significativo strillo.

    E siamo nel campo della transavanguardia e/o nel postmoderno avanzato della contaminazione dei diversi linguaggi, pittura-letteratura-fotografia-musica…

    Ma io propendo per la poesia del polittico ad ampio respiro (ne sono testimonianza taluni ben riusciti componimenti recenti dell’amico Linguaglossa) interpretabile soltanto in chiave di campo o spazio espressivo integrale, il polittico, appunto, che fin qui è stato l’unico modo di tagliare definitivamente con il ‘900, mentre altre esperienze poetiche rischiano di spingere il Novecento anche in questi primi 20 anni del nostro Secolo,
    come a loro tempo fecero per esempio Saba e Gozzano spingendo l’Ottocento poetico nel ‘900…

    Lucio Mayoor Tosi chiede alla parola il massimo e in molti dei sui 35 distici questo massimo riesce a ottenerlo giocando sulle dinamiche immagini-parole, parole-immagini, in una dialettica viva e dagli esiti esteticamente alti.

    (gr)

    Puoi utilizzare le creden

    • Caro Gino,
      anch’io mi muovo nella direzione del polittico, anche monotematico, per quanto possibile data la fammentazione, ecc. E capisco la tua preferenza. Tuttavia, anche nella forma poesia ho tendenza a chiudere nel distico ogni pensiero. Ogni verso, distico o strofa, per me dovrebbe poter vivere di vita propria, bastarsi. Ecco perché questo esperimento in 35 distici; 35 accadimenti, per non so quanti frammenti… Le parole fanno da traino alle immagini che abbiamo nella memoria, nostra e collettiva; accade all’istante, quasi all’unisono con la parola.Non credo di saper descrivere un’immagine… anzi, poco mi interessa; sarebbe come se in pittura tornassi al livello artigianale del figurativo ( faccio anche illustrazione, non hai idea di quanti cieli, alberi, volti, ecc. io abbia disegnato, centinaia, migliaia… non mi interessa più). Ora è un’altra narrazione. Ho memoria visiva, tendo a dimenticare le parole… le parole bussano alla memoria, ma la memoria è immagine. Non penso a immagini stravaganti, non mi piace nemmeno avere immaginazione; preferisco, ma questo lo facciamo tutti, il teletrasporto. L’essere, fosse anche sula luna.

  22. La Nuova Poesia?
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/04/09/lucio-mayoor-tositubano-e-sporcano-trentacinque-distici-poesia-con-un-appunto-dellautore/comment-page-1/#comment-55578
    Scrive Mauro Pierno:

    La NOE ha scoperto la maniera di comunicare
    la propria incomunicabilità

    Non c’è dubbio che possono capire qualcosa di ciò che stiamo scrivendo e facendo soltanto coloro che già stanno camminando, magari in solitudine, lungo lo stesso percorso della nuova ontologia estetica. Wittgentsein nelle sue Bemerkungen ha scritto questo pensiero che cito a memoria: che si può comprendere qualcosa soltanto se siamo già orientati in quella direzione. Voglio dire che chi è orientato a fare poesia corporale o poesia comunicazionale o poesia dell’io e altre mille consimili sfaccettature della tautologia poetica, non potrà mai capire la portata e l’importanza del lavoro che stiamo facendo. Il fatto che, lentamente ma in modo costante aumentano i follower della rivista e, soprattutto, chi cerca di seguirci nella propria pratica poetica, tutto ciò è positivo, vuol dire che stiamo facendo breccia nel muro di gomma della antiquata classe dominante degli ottimati interessati a mantenere saldamente nelle proprie mani lo status quo.

    Il nostro obiettivo è fare la nuova poesia, creare degli spazi problematici, seminare il terreno con le idee… prima o poi qualche germoglio apparirà.

    Le mie frasi citate da Gino Rago, che qui ringrazio (le avevo dimenticate), le può capire soltanto chi è già in viaggio nella nostra medesima direzione:

    “Le immagini rappresentano il contro movimento delle parole. C’è un rapporto debitorio tra le immagini e le parole, o un rapporto creditorio, uno squilibrio della contabilità, della partita doppia…”

    L’importante a questo punto di arrivo è non demordere, non lasciare stare, non farsi prendere dalla disillusione. Stiamo costruendo qualcosa di importante per la poesia italiana, di questo dobbiamo essere consci e fieri, dobbiamo esserne consapevoli.
    Il punto di arrivo deve essere il nuovo punto di ripartenza.
    Ricordate cosa mi ha scritto un poeta di Milano al quale avevo inviato qualcosa di importante riguardante la nuova poesia: “Non mi interessa”.
    Ovvio, il loro interesse è lo status quo, il silenzio su tutto ciò che si muove.

    La nuova poesia italiana siamo noi, dobbiamo esserne consapevoli e saper accettare tutte le responsabilità che derivano da una tale presa di coscienza.

  23. Una gioia per gli occhi le immagini delle creazioni di Lucio Mayoor Tosi, che vedo oggi anche mutate. Qualche riflessione mia, che non vuole insegnare nulla a nessuno, ma solo condividere idee. La poesia non ha cittadinanza, può essere ovunque. Credo che una struttura poetica sia intimamente legata al contenuto e all’artista che la esprime (forse lontano richiamo crociano, non so, ma recuperato come resto, dopo il percorso critico e rivoluzionario del novecento – lo spirituale nell’arte è sempre vitale). Mi sembra preziosa l’idea di una struttura aperta, modulabile e versatile, a specchio, a rimando – l’idea del polittico è sempre affascinante, perchè complessa e fruibile in modi e per scopi diversi – dà i particolari, l’idea dell’insieme e la sintesi. Una struttura che sia maturata a livello di cammino personale, di prove ed errori poetici, di coraggio e sperimentazione. Di valutazione, senza pregiudiziali. Che abbia una “cornice” aperta, duttile e sensibile alle contaminazioni di tutti i generi (penso ad artisti che hanno stravolto e liberato il colore e i supporti stessi). Vale anche per la scrittura poetica. Le parole corrono, fare davvero è estremamente difficile, se ci si mantiene onesti. Un’ultima cosa, il rapporto tra parola e immagine è quanto di più stretto e originario (nato insieme) possa esserci. Un saluto a tutti.

  24. annaventura36@hotmail.com

    “La NOE ha scoperto il modo per comunicare la propria incomunicabilità”.Che bella affermazione, Mauro Pierno! Meglio della scoperta dell’acqua calda, Sto scherzando:la tua affermazione è serissima,importante,Da sempre l’uomo cerca di comunicare,ma la cosa non è facilissima, e percorre una strada dove l’equivoco è costantemente in agguato.Perciò bisogna avere l’umiltà di parlare sempre gli uni con gli altri,chiarendo gli equivoci volta per volta.Gli uomini delle caverne lo facevano con la clava,mezzo più rozzo, ma forse più efficace,

  25. La prima neve!
    appena da piegare
    le foglie dell’asfodelo.

    (Haiku di Bashō)

    E’ del XVII secolo, e guarda come ancora respira bene…
    Pare che all’inizio Bashō assunse diversi nomi d’arte, tra questi ci fu Tosei.
    Il nome Bashō significa banano, pseudonimo di poeta inutile, “o almeno affezione per le cose inutili”(Wkp).
    Bashō era maestro zen.

    Il mio nome, siccome mi vanto sempre, è Mayoor. Significa Pavone. Ho iniziato a scrivere con continuità nel 2005, dopo aver partecipato a diversi ritiri Zen.
    Allora non pensavo a Bashō, a questi distici mi ha condotto l’Ombra delle parole: per l’impronta filosofica che contraddistingue questa rivista, e l’operatività che ne consegue.

  26. Un salto mistico. Prendere una strada. La radura, a mezz’aria travolgendo onde

    sulla groppa, accelerando,
    perdendo l’istinto, senza posa, acquisendo

    un profumo di tiepido sole disperso.
    Nella l’aria una soglia, sorridendo. Un principio

    di marea di termini intravisti. Trasbordo di rive. Un giardino all’angolo opposto, la casa

    infondo con un interruttore rotto. La mano
    sollevata in segno di saluto. Le ripartenze.

    Grazie Lucio Mayor Tosi, GRAZIE OMBRA.
    “Allora non pensavo a Bashō, a questi distici mi ha condotto l’Ombra delle parole: per l’impronta filosofica che contraddistingue questa rivista, e l’operatività che ne consegue.”

  27. L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:

    ll

    …Allora non pensavo a Bashō, a questi distici mi ha condotto l’Ombra delle parole: per l’impronta filosofica che contraddistingue questa rivista, e l’operatività che ne consegue.
    LUCIO Mayor Tosi

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