Colloquio sulla nuova poesia con Poesie tra Mauro Pierno, Giuseppe Gallo, Lucio Mayoor Tosi, Guido Galdini, Giuseppe Talìa, Giorgio Linguaglossa

 

foto-ombre-sfuggenti

È Odisseo colui che usa il linguaggio a fini propri

Giuseppe Talìa

7 aprile 2019 alle 0.33

Di cellulite non ne soffro,
di cellulosa sì.

Acido glicolico la sera,
acido ialuronico la mattina:
stabilizzano gli acidi gastrici
e mettono ordine.

I pori si richiudono, la grana
della pelle si ricompatta.
L’aspetto generale risulta luminoso.

Tisane, thé, qualche caffè.
I carciofi depurano il fegato.

La curcuma colora di arancione la lingua:
lingua spirituale, lingua come spada o lecca lecca.

Check up completo. Il corpo regge.
La mente ondivagante, invece, mente.

Oggi bianco e domani nero.
Frammenti di ricordi.

Qualche frammento manca.

La prova costume è un disastro?
Nessuna paura, abbiamo una soluzione.

Cambia utente. Prodotti farlocchi.
Sotto un cavolo firmato Guttuso
mentre si aspetta una ecografia prostatica
con la vescica piena.

Gli unici amici che ho sono i mei cani.
Segue foto; cani e una pecora in giardino.

Quanti like tra gli animalisti e opinionisti
di seconda o terza categoria.

E con il reddito di cittadinanza…
croccantini a volontà.

 

Mauro Pierno

14 febbraio 2019 alle 18:13

L’albero socchiuso ha la palpebra accennata
tollera in eterno questa alternarsi di funi

per parità affine al giorno ed al buio.
Questo che addomestichi Eva sono lo scontrarsi

di particelle elementari, nelle autostrade sfitte,
così come nelle elegie elementari; la casa che tendi

ha un giardino meraviglioso, la vita scrostata dalle statue, che scendi,
evidenzia polvere colorata.

Indossa una cintura nell’atto di spazzare.
Adamo attorciglia il prato con le stelle.

 

Guido Galdini
20 febbraio 2019 alle 11:19 

da Appunti precolombiani:

per corazza indossavano il chauapilli,
una veste spessa di cotone,
che, intrisa d’acqua salata,
acquisiva una durezza leggera e sgusciante,
e aderiva alla pelle come le squame di una sirena

potevano allora, madidi del suo canto,
immergersi nell’oceano delle frecce,
risalire la corrente, sfuggire
incolumi al richiamo, più subdolo, del silenzio.

Postilla armigera:
anche gli spagnoli hanno apprezzato
l’utilità di quest’armatura,
sostituendo la pesante ferraglia
che indossavano all’arrivo nei porti:
ma, per loro, le sirene
non si sono degnate nemmeno di tacere.

Giuseppe Gallo

16 febbraio 2019 alle 8:07

 Ecco una risposta di qualche rilievo di Massimo Donà ad una domanda altrettanto importante:

«Una delle caratteristiche dell’arte – e con essa la poesia – possiamo dire essere la sua capacità di rompere quei legami semantico-sintattici che danno forma al mondo così come noi lo conosciamo e grazie ai quali noi attribuiamo significato alla realtà.

In quale rapporto stanno l’arte e la filosofia? Possiamo dire che l’arte da sempre è anche filosofia nella misura in cui il suo rappresentare e manifestarsi costituiscono una reale provocazione per il pensiero e la riflessione, rivelando ciò che muove dal fondo l’agire dell’uomo?

Certo, la poesia e l’arte “pro-vocano” da sempre i filosofi – e proprio per i motivi che ho appena indicato. È pur vero che ogni forma dell’agire umano è mossa da un fondamento che non ha ragione alcuna (in quanto fondamento di tutto); e che proprio a partire da questa irragionevole ragione muovono anche le parole del poeta, o più in generale le forme dell’arte. Ma queste ultime mai dimenticano – come capita invece a tutti noi, nel quotidiano –, il fondamento di cui sono espressione. Quello stesso che, in quanto tale, non può tollerare finalità che non si esauriscano nel semplice dispiegarsi di forme artistiche che non muovono mai un passo in avanti. Ecco perché le parole della poesia e le forme dell’arte in generale non significano propriamente “nulla”; appunto perché, in esse, a dirsi e dispiegarsi, è appunto un fondamento (o arché) che, in quanto “in-condizionato”, finisce per dire sempre e solamente se medesimo. Ossia, nulla di de-terminato. Facendosi semplice “negazione” di ogni determinatezza, e dunque di ogni significato, e di ogni finalità; quelli stessi che la vita, invece, mai può fare a meno di darsi e proporsi. Perché la vita quotidiana non sa del fondamento che la rende possibile, ma riconosce le cose e le persone solo in relazione a fini e scopi sempre ancora da raggiungere, e soprattutto non ancorati ad alcun incondizionato, ma liberi di essere raggiunti  o mancati – anche perché, ai nostri occhi, si danno come semplicemente “altri” da quel che le cose tutte sarebbero, in quanto semplici significati, in quanto parzialità ritenute vincolate ad un “negativo” ridotto a mera “alterità” (secondo il dettato del Sofista platonico)».

Lucio Mayoor Tosi

16 febbraio 2019 alle 18:12

Vorrei conoscere il parere di Giorgio Linguaglossa, in merito a un aspetto della nuova poesia di cui si è parlato ancora poco: chi è il lettore della nuova ontologia estetica, come legge e cosa apprezza di questa poesia?

Ho riletto le due poesie postate nei commenti, quella di Giorgio e quella di Mauro Pierno. Più volte. Il tono alto e l’andamento epico della prima, contrasta con l’enigma di alcuni versi contenuti nella poesia di Pierno. La prima avrebbe potuto benissimo reggere il verbo al presente, è una metafora stralunata, inconscia, fatta della materia dei sogni, inquieta come a me sembrano spesso le poesie di Giorgio; la seconda, se letta con occhiali di vecchia ontologia, corre il rischio di passare inosservata… Ma non è così: sia il primo verso “L’albero socchiuso ha la palpebra accennata” che l’ultimo “Adamo attorciglia il prato con le stelle” hanno preziosità, che a un lettore NOE non dovrebbero passare inosservate. Non sembrano derivare da T. Tranströmer ma si potrebbe dire che sono di quella scuola – Tranströmer scriveva poesia piegando il ferro della prosa…

Giorgio Linguaglossa

16 febbraio 2019 alle 18:55

caro Lucio,

è vero, la mia poesia potrebbe essere messa con i verbi al presente, non so, ci devo pensare… è una possibilità… è una mia vecchia poesia che non mi soddisfaceva, ho eliminato molte perifrasi inutili che appesantivano il già pesante clima di dramma incombente. Non so, vorrei sapere il parere dei lettori.

La poesia di Pierno la trovo esilarante. In lui c’è un virtuosismo che fa deragliare il senso delle singole frasi, che sorprende l’attesa del lettore… sì, Pierno ha subito il fascino di Tranströmer, ma come non subirlo? soltanto i non-poeti possono non subirlo, Tranströmer ha cambiato il DNA della poesia occidentale, e chi non lo capisce e non lo ha capito finora non lo capirà mai.

Quanto ai lettori di poesia, che oggi sono scomparsi, penso che la nuova ontologia estetica debba semplicemente crearselo il nuovo lettore. Un compito tremendamente difficile. Del resto continuare a fare poesia alla maniera di Roberto Carifi (tanto per fare un nome) è ormai inutile, a che servirebbe? E non solo perché è stata già fatta, quanto perché quella è una via che la storia ha sbarrato con del filo spinato. Quelle poetiche si sono esaurite da tempo immemorabile, e chi non se ne è accorto dorme sonni tranquilli…

La poesia di Pierno la trovo brillante, fresca, frizzante. Ecco, lui fa una poesia frizzante, tutta sul presente, che si esaurisce nel presente, proprio come le bollicine dell’acqua frizzante… Pierno riesce benissimo a fare bollicine di gas elio…

E poi c’è la questione gigantesca della poesia narrativizzante che si è fatto in questi ultimi decenni che, letteralmente, fa morire di noia gli eventuali sparuti lettori di poesia…

Guido Galdini

17 febbraio 2019 alle 8:01

E perché non al futuro, semplice o anteriore, o al congiuntivo presente, a qualche condizionale, all’imperativo…

Potrebbe essere una modalità (solo elettronica) in cui il lettore sceglie, in cima, il tempo, e tutta la poesia si adegua.

Giorgio Linguaglossa

17 febbraio 2019 alle 10:19

Forse hai ragione tu, Guido, si potrebbe mettere in internet un testo che preveda la possibilità di modificare i verbi a piacimento del lettore; sarebbe un ottimo modo per coinvolgere i lettori di poesia e dar loro una parte attiva nella costruzione di una poesia. Una sorta di ipertesto.

Caro Giuseppe Gallo, le parole del filosofo Massimo Donà che tu hai citato sono quanto mai pertinenti, bisogna ragionarci sopra, la poesia, come ogni altro manufatto dell’universo, non ha alcun senso né alcun fondamento. Non c’è da stupirsi o da disperarsi per questo, dio è morto da un pezzo, per fortuna oserei dire, le ragioni ce le diamo da soli, i fondamenti ce li diamo da soli… ma guai a quelle organizzazioni di partito o quei movimenti culturali che hanno preteso di dare delle ragioni o dei fondamenti alla praxis degli uomini.

Qualcuno, mi spiace dirlo, mi scrive ogni tanto o mi dice che la nostra proposta di poetica, diciamo così, sarebbe costrittiva perché il distico ingabbia e altre parole consimili, qualcun altro ci accusa di scrivere tutti allo stesso modo etc. Ovviamente io respingo al mittente queste accuse e le ribalto contro i mittenti dicendo che è la poesia che si scrive in miliardi di esemplari ad essere irriflessa e inconsapevole in quanto adotta dei metri e uno strofeggiare che si rinviene in miliardi di esemplari! È vero proprio il contrario! Come non capirlo? Qui noi stiamo soltanto investigando nuovi modi di interpretare quei luoghi retorici che sono sempre lì e che non debbono essere ripetuti alla cieca se non si vuole ricadere nell’epigonismo di massa.

Un aneddoto. Tempo fa, un editore rifiutò di pubblicare una mia raccolta scrivendomi che la mia poesia «era spiccatamente teatrale». In questo giudizio si può misurare tutta l’incompetenza di chi lo ha emesso. Come se la poesia tutta non fosse una cosa eminentemente orale e teatrale che si presta non solo alla lettura ottica ma anche alla recitazione!

Sottoscrivo in pieno quanto affermato dal filosofo sulla poesia come «archè», la poesia è un atto «incipitario» che non ha in sé alcuna «finalità», alcun «senso», ha soltanto un «inizio»… e questo sia detto con tranquillità, chi cerca il senso può comporre delle preghiere, degli epitalami, degli epitaffi, degli aforismi, dei romanzi veristi, delle illustrazioni… il campo è ampio…

Giorgio Linguaglossa

21 gennaio 2019 alle 10:50

Qualche giorno fa un lettore mi ha chiesto quali siano i punti qualificanti della «nuova poesia» denominata «nuova ontologia estetica». Beh, penso che la riflessione odierna di Steven Grieco Rathgeb sia un contributo fondamentale sulla «nuova poesia», si tratta di una indagine a campo aperto sulla «nuova poesia», sui concetti fondamentali di «tempo interno», «tempo esterno», sul «montaggio in cinematografia e in poesia», sulla «pressione del tempo interno», sulla spazializzazione del tempo e la temporalizzazione dello spazio in poesia, sui concetti fondamentali di «disfania» e «distopia» (in poesia), sul concetto di «immagine» in poesia con i riferimenti doverosi all’haiku, a Tranströmer e Celan…

Perché sia chiaro che una «nuova ontologia estetica» implica un diverso concetto sulla «ontologia pratica vigente», che si tratta di un atto rivoluzionario, nel senso che sconvolge le regole cui ci eravamo assuefatti, indicandone nuovi sensi, nuove significazioni, indicando nuove apertura politiche, nuove pratiche esistenziali, nuove esperienze…

Una «nuova ontologia estetica» indica sempre un nuovo modo di indicare la «cosa», nominare il mondo, abitare la terra, abitare il divino, abitare tra le parole, sostare nella disfania, misurare la diafania delle parole, perché le parole sono importanti, in sé e per sé, e per noi, per la comunità, per contrastare la deriva verso quelle che un filosofo italiano, Maurizio Ferraris,1] chiama le «postverità», le «mesoverità», le «ipoverità» e le «iperverità» «documediali», quelle zattere linguistiche che si moltiplicano nelle civiltà del post-immaginario di massa dell’Occidente, nel cosiddetto post-contemporaneo che si nutre di fake news, di twitter, di facebook, di instagram, di sms…

Adorno e Horkheimer hanno scritto questa frase in tempi non sospetti, in Dialettica dell’Illuminismo (1947):

“La valanga di informazioni minute e di divertimenti addomesticati scaltrisce e istupidisce nello stesso tempo”. Leggendo queste parole mi viene fatto di pensare agli artisti agli scrittori e ai poeti di oggi, che sono ad un tempo «scaltri» e «stupidi»…

È Odisseo colui che usa il linguaggio a fini propri.
È lui il primo uomo che impiega il linguaggio secondo una «nuova ontologia pratica», e una «nuova ontologia estetica»; infatti, chiama se stesso «Udeis», che in greco antico significa «Nessuno». Impiega il linguaggio nel senso che lo «piega» ai propri fini strumentali, a proprio vantaggio. Affermando di chiamarsi «Nessuno», Odisseo non fa altro che utilizzare le risorse che già il linguaggio ha in sé, ovvero quello di introdurre uno «iato», una divaricazione tra il «nome» e la «cosa», una ambiguità, una falsità. Odisseo impiega una «metafora», cioè porta il nome fuori della cosa per designare un’altra cosa. I Ciclopi i quali sono vicini alla natura, non sanno nulla di queste possibilità che il linguaggio cela in sé, non sanno che si può, tramite il «nome», spostare (non la cosa direttamente) ma il significato di una «cosa», e quindi anche la «cosa».

La poesia di Omero altro non è che l’impiego della téchne sul linguaggio per estrarne le possibilità «interne» per introdurre degli «iati» tra i nomi e le cose, e il mezzo principale con cui si può fare questo è la metafora, cioè il portar fuori una cosa da un’altra mediante lo spostamento di un nome da una cosa ad un’altra. È da qui che nasce il racconto omerico, l’epos e la poesia, dalla capacità che il linguaggio ha di dire delle menzogne.

1] M. Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino, 2017 pp. 182 € 13

28 commenti

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28 risposte a “Colloquio sulla nuova poesia con Poesie tra Mauro Pierno, Giuseppe Gallo, Lucio Mayoor Tosi, Guido Galdini, Giuseppe Talìa, Giorgio Linguaglossa

  1. L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:
    Giorgio Linguaglossa

    21 gennaio 2019 alle 10:50

    Qualche giorno fa un lettore mi ha chiesto quali siano i punti qualificanti della «nuova poesia» denominata «nuova ontologia estetica». Beh, penso che la riflessione odierna di Steven Grieco Rathgeb sia un contributo fondamentale sulla «nuova poesia», si tratta di una indagine a campo aperto sulla «nuova poesia», sui concetti fondamentali di «tempo interno», «tempo esterno», sul «montaggio in cinematografia e in poesia», sulla «pressione del tempo interno», sulla spazializzazione del tempo e la temporalizzazione dello spazio in poesia, sui concetti fondamentali di «disfania» e «distopia» (in poesia), sul concetto di «immagine» in poesia con i riferimenti doverosi all’haiku, a Tranströmer e Celan…

  2. Alfonso Cataldi

    A chi afferma, con superficialità, con prevaricazione e snobismo, che un testo di Talia è scritto nello stesso modo di un testo di Pierno, di Costantina Giancaspero, di Lucio Mayoor Tosi (per esemplificare), risponderei citando un’intellettuale degli ultimi giorni:

    “A me ‘sto fatto che bisogna andare sempre contro la minoranza non sta bene. Nun me sta bene che no!”

  3. Gino Rago
    Novecento poetico italiano/12
    Un colloquio breve con una studiosa di Letteratura Italiana del ‘900 di Roma- Tor Vergata al Caffè Letterario di Viale Ostiense
    (tra liberty e crepuscolarismo, frammentismo vociano, solitudini poetiche, Sbarbaro)

    Domanda:
    Camillo Sbarbaro, il frammentismo vociano…

    Risposta:
    Collocherei Sbarbaro nel repertorio delle grandi solitudini poetiche del primo Novecento

    Domanda:
    Accanto per esempio alle solitudini-limite di Campana e di Michelstaedter…

    Risposta:
    Direi di sì, anche se quella di Sbarbaro traccia un confine oltre il quale sembra impossibile andare, mentre le solitudini poetiche di Campana e di Michelstaedter che pure percorrono lo stesso sentiero superano la soglia con i loro esiti, follia di Campana e suicidio di Michelstaedter, biograficamente drammatici

    Domanda:
    Ma Sbarbaro non è poeta drammatico, non è altrettanto drammatico…

    Risposta:
    Non è altrettanto drammatico ma nella sua discrezione avanzata è estremo, appare estremo

    Domanda:
    Lei legge in Camillo Sbarbaro quasi un eccesso di negatività

    Risposta:
    Direi di sì, e aggiungerei che di certo la sua negatività lo spinge a fare più passi indietro che passi avanti, come se vivesse nella sua pienezza un qualcosa che chiamerei « la impossibilità di vivere», benché non gli appartengano i gesti, le oltranze, i clamori.
    Sbarbaro vive quella impossibilità di vivere per auto-eliminazione,
    per auto-sottrazione, fino a volersi rendere pressoché invisibile…

    Domanda:
    Potremmo dire che Sbarbaro constata che se non si sono già spente del tutto vitalità e vita esse si spengono ogni giorno…

    Risposta:
    Vitalità e vita si sono spente e trova assai poco da aggiungere alla dichiarazione di questa semplice verità.

    Domanda:
    E se volessimo accostare la solitudine di Sbarbaro alle altre due grandi solitudini poetiche …

    Risposta:
    In buona sintesi direi che in tutte le poesie ma anche in tutte le sue prose frammentarie, laconiche, elementari, Sbarbaro ripete fondamentalmente un solo tema in un unico tono fino al punto che tema e tono si identificano e non troviamo quasi altro che repliche, esemplificazioni, variazioni disarmate, lucide e oneste riprese.

    Potrei dire però che nella poesia di Camillo Sbarbaro si realizza e si verifica il miracolo in forma di paradosso, o il paradosso quasi miracoloso di «un silenzio parlante», un silenzio che miracolosamente trova parole per esprimersi.
    Sbarbaro nasce nel 1888 a Santa Margherita Ligure, si sposta a Genova e lavora come impiegato all’ILVA, partecipa alla Prima guerra mondiale come soldato semplice, vive il resto della sua vita a Spotorno traducendo Flaubert e Zola, Sofocle e Stendhal e dando lezioni private ed è la sua biografia stessa che testimonia e che conferma la singolarità di una tale solitudine, una solitudine sbarbariana, senza speranza e senza disperazione, in una esistenza vissuta direi « per sottrazione»

    Domanda:
    Tre grandi solitudini poetiche nel nostro Primo Novecento…

    Risposta:
    Con la differenza che a Camillo Sbarbaro mancano direi l’ebbrezza e il fuoco delle percezioni fisiche di Campana, intendo quelle percezioni così fisicamente marcate da spingere Dino Campana a passare dal reale a quell’irreale lirico-mitologico da legare alla ossessione della destabilizzazione, della instabilità e della fuga, da un lato, e la energia filosofica ed esistenziale di Carlo Michelstaedter, quella energia che spinge il poeta-filosofo della Rettorica nei vortici dell’autonegazione e nel suicidio.

    Potremmo affermare quindi che Sbarbaro permane in vita, quietamente in vita, pronto a convivere con il suo poco, con il suo quasi nulla, con i suoi silenzi che trovano nei versi e nelle prose d’arte le parole miracolose per esprimersi

    Domanda:
    Sbarbaro, La Voce, il frammentismo vociano dell’epoca di Prezzolini, certo, sorvolando quella zona in ombra del ‘900 che Sanguineti ha collocato “Tra Liberty e Crepuscolarismo” con una poesia a fortissime tinte intimistiche…

    Risposta:
    Per ora mi limito a ricordare che fu quella fra Liberty e Crepuscolarismo una zona di poesia fortemente intimistica e segnò l’esordio poetico della generazione dei ventenni, dei poeti nati negli anni ’80 dell’ ‘800.

    Prima dell’esordio poetico di Sbarbaro nel 1911 avevano esordito citandoli a memoria, Govoni e Saba nel 1903, Corazzini nel 1904, Palazzeschi nel 1905, Gozzano nel 1907, Arturo Onofri nel 1908…

    Domanda:
    E Filippo Maria Marinetti stava per pubblicare a Parigi il Primo Manifesto del Futurismo…

    Risposta:
    E’ vero, Lei ha ragione, ma la nostra conversazione sono costretta a interromperla qui, a questo punto,
    tra meno di un’ora dovrò relazionare alla Feltrinelli dell’Appia Nuova sulla poesia di Anna Maria Ortese e non vorrei arrivare al convegno all’ultimo istante…

    (gino rago)

  4. Un invito, appassionato per tutti e tutte:
    non confondiamo il frammentismo sbarbariano de La Voce della Prima stagione di poesia, quella che fa capo a Prezzolini, con il frammento poetico adottato dalla NOE…
    Gli oppositori son lì con il colpo in canna…

    (gr)

  5. caro Gino Rago,

    se qualche sconsiderato confonde la NOE con il frammentismo di Prezzolini della “Ronda”, lasciali andare, non meritano neanche una replica imbarazzata.

    Il «nuovo» è una categoria storica, non estetica, scrive Weidman, e noi siamo orientati verso il «nuovo».

    Il «nuovo» è una necessità quando la conservazione diventa immobilismo… Le forme estetiche sono forme storiche; le forme estetiche pubblicitarie e autoreferenziali dei romanzi e delle «peosie» di oggidì fanno parte integrante della pubblicità… Un genere che non si rinnova, che non produce il «nuovo», invecchia e muore. Tanta parte della «poesia» contemporanea è scrittura priva anche della cognizione della conservazione delle forme estetiche e storiche (che pure avrebbe una sua funzione, cioè quella di conservare qualcosa in frigorifero). La poesia squisitamente «narrativa» che oggi si scrive è, rigorosamente parlando, una para scrittura, una scrittura endofasica, una scrittura mimetica di se stessa; voglio dire una cosa semplice: oggi tutti scrivono allo stesso modo con una scrittura senza stile, e una scrittura senza stile non è neanche scrittura letteraria ma para scrittura.

    Credo che una scrittura alla maniera della nuova ontologia estetica la si possa riconoscere subito per certe caratteristiche che non sono imitabili o esportabili, caratteristiche che ciascuno può sviluppare secondo la propria sensibilità artistica e secondo la propria inclinazione. In tal senso non è e non può essere una scuola ma una officina…

    Ad esempio, il concetto di «disfania» poetica (ma si può utilizzare anche in altri campi dell’esperienza artistica: musicale, figurativa, etc.) è tale in sé da essere un concetto rivoluzionario che offre grandi possibilità di sviluppo stilistico a chi è in grado di capirne le ragioni storiche ed estetiche. La «disfania» e la «diafania» sono, a mio modesto avviso, un concetto storico e antropologico prima ancora che estetico… oggi abbiamo a che fare in ogni minuto della giornata con le disfanie e le diafanie: dallo zapping ai tweter ai messaggio FB, agli sms… che cosa sono queste cose se non disfanie che si succedono alla velocità della luce?

    Per esempio, nella poesia di Mario Gabriele e in queste pubblicate nel post di oggi è agevole intuire la presenza della «disfania» tra una immagine e l’altra; la «disfania» è quella irregolarità, quella differenza, quel non combaciare di una tessera con l’altra, di una icona con l’altra che crea attrito, ma non semantico quanto iconico, uno sfrigolio delle immagini, un inceppamento continuo della sintassi. Il risultato è un andamento zoppicante, a singhiozzo, un andamento obtorto collo… Oltre alla «disfania» nelle poesie di Mario Gabriele si può rinvenire anche una «disfasia», una non-coincidenza di due fasi e di due polinomi frastici…

    Però è anche vero che una «poesia» che non contenga un quid di innovazione è non-poesia.

    E poi finiamola con la democratizzazione della poesia che invero è una discesa culturale senza alcuna risalita. Quello che si fa oggi in poesia è una collana di proposizioni che fanno perno in modo acritico sull’io, ché se chiedessi agli interessati di quale io si tratta, riceverei picche…
    Si tratta di una poesia da gita domenicale, che può essere letta in tram e in autobus, anche negli autobus scassati dell’Urbe…

  6. caro Mauro Pierno,

    il fatto è che se si accetta in toto un certo tipo di poesia che prende lo spunto dalla «superficie» del reale mediatico, si fabbricano quelle che Maurizio Ferraris chiama le «postverità» o, più esattamente, le «ipoverità», secondo i cui assunti «non esistono fatti ma solo interpretazioni», cioè che assume come incontrovertibile che le parole siano libere rispetto alle cose. Partendo da questo assunto si va a finire dritti in un «liberalismo ontologico poco impegnativo».1

    Questo tipo di impostazione finisce necessariamente in quella che il filosofo Ferraris chiama «dipendenza rappresentazionale», ovvero «ipoverità», verità di secondo ordine, verità di seconda rappresentazione. Di questo passo si finisce dritti nell’«addio alla verità».2 La poesia magrelliana, comprendendo in questa categoria tutti gli epigoni e gli imitatori del loro capostipite, soccombe ad una visione non veritativa del discorso poetico il quale non corrisponderebbe più ad un valore veritativo (il discorso sullo statuto di verità del discorso poetico») ma ad un discorso liberato da qualsiasi contenuto veritativo in nome di una liberalizzazione della ontologia che diventa, di fatto, una epistemologia. Con la scomparsa della ontologia estetica nell’epistemologia si celebra anche il decesso di un discorso poetico che voglia conservare un valore veritativo critico.

    La poesia magrelliana riassume questo percorso di una parte della cultura poetica del secondo novecento approdando ad una pratica di non verità del discorso poetico, ed esattamente, al concetto di «ipoverità» della poesia.

    Scrive Maurizio Ferraris: «Così, la postverità (potremmo dire la “post verità”, la verità che si posta) è diventata la massima produzione dell’Occidente. Quando si dice che oggi si producono balle in quantità industriale, la frase fatta nasconde una verità profonda: davvero la produzione di bugie ha preso il posto delle merci».3]

    Il principio fondamentale di questo realismo post-veritativo è: la forma-poesia come produzione di ipoverità, di iperverità e di post-verità.

    1] M. Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino, 2017, p. 122
    2] Ibidem
    3] Ibidem p. 115,116

  7. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/04/07/colloquio-sulla-nuova-poesia-con-poesie-tra-mauro-pierno-giuseppe-gallo-lucio-mayoor-tosi-guido-galdini-giuseppe-talia-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-55408
    Ho nausea
    di Lidia Popa

    Ha nausea di falsi perbenisti,
    di ingannatori, di quelli che promettono

    e non mantengono mai la parola,
    di vigliaccheria gratuita,

    della gente che inventa scuse,
    di quelli che non tendono mai la mano

    però pretendono sostegno,
    di quelli che si lamentano su tutto

    non andando bene che loro stessi,
    di quelli che chiacchierano senza conoscere,

    di gente maligna nel cuore e nei fatti,
    dei perfetti fino alle unghie e ai denti,

    dei corrotti,
    dei autocollaudati,

    del sistema controproducente,
    di quelli che producono armi,

    di quelli che le importano,
    dei vaccini che ammalano un corpo sano,

    di fondi dirottati destinati alla ricerca,
    degli imprevisti infelici,

    dei assetati di potere alla guida,
    di chi deruba il popolo della sua felicità,

    di orfani di emigrazioni e delle guerre,
    dei traditori,

    di quelli che si lasciano tradire,
    di criminali che uccidono la propria prole,

    di discussioni interminabili sui ossessivi,
    delle cose iniziate e mai finite,

    di buchi sulle strade,
    di rifiuti tossici rilevati nei mari e nei fiumi,

    delle scie chimiche,
    dei rumori che distruggono ecosistemi,

    di quelli che trafugano i luoghi sacri
    dei ignoranti volontari,

    dei piedistalli traballanti,
    dei veleni nei cibi del supermercato.

    Ho nausea.
    Questa non è vita.

    Questa non è umanità.
    Questa non è accoglienza.

    Questo non è amore per il prossimo.
    Questa è autodistruzione di massa.

  8. Vincenzo Guarracino
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/04/07/colloquio-sulla-nuova-poesia-con-poesie-tra-mauro-pierno-giuseppe-gallo-lucio-mayoor-tosi-guido-galdini-giuseppe-talia-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-55409

    PER ALBERTO TONI
    Un uomo di grande fedeltà e coerenza, Alberto Toni, che se n’è andato, lasciando tutti sgomenti, non più tardi di poche ore fa: fedeltà alla poesia e alla vita; coerenza con un’idea luminosa dell’amicizia e dei sentimenti.
    Fedeltà e coerenza sintetizzabili nel modo con cui lui stesso in un testo recente aveva sintetizzato, in memoria, la vita di sua madre: “testimonianza di umanità”, parole e comportamenti, impressi nella sobria sostanza di ciò che veramente serve, in un modo di sentire e vivere il tempo come sentimento che lega in modo essenziale una comunità di spiriti oltre ogni apparenza e illusione. A rischio di “perdere un po’ d’ego”, ma deciso a dare senso e concretezza, in una dizione via via sempre più aspra e tesa, al “tempo dell’origine”, a un sistema di valori incarnato in figure fondanti della sua vita, in primo luogo quelle parentali, e nella “pietà per gli inascoltati”, nei “corpi da proteggere” dei reietti della vita e della storia.
    Ecco, Alberto era così: uno capace di “accogliere il dramma dello spirito dell’uomo” nella rigorosa misura dei suoi gesti per restituircene il senso nei versi di tante sue raccolte poetiche, fino all’ultima, recentissima Non c’è corpo perfetto (2018).

    6 aprile 2019

  9. Alberto Toni
    (una sua poesia )

    Non il tempo, ma i tempi: quelli
    dei ritratti e dei cieli mobili,
    angeli piegati verso il basso,
    schiere, viluppi, antichi
    turbamenti. Fin qui, fin dove
    sparsa la vita accetta le lingue
    e le ragioni, il destino e il torto,
    la lunga strada, gli interni, i
    fuochi delle stelle, il pericolo
    che sale a notte, le pareti e le
    ombre, la triste tenaglia, il
    lungo declino dell’occhio.

  10. Gino Rago
    Il ‘900 poetico italiano
    PRIMO MANIFESTO del FUTURISMO

    da LE FIGARO, Paris, 1909

    Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità.

    Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.

    La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità pensosa, l’estasi ed il sonno.

    Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.

    Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova; la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Nike di Samotracia.

    Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.

    Bisogna che il poeta si prodighi con ardore, sfarzo e munificenza, per aumentare l’entusiastico fervore degli elementi primordiali.

    Non v’è più bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo.

    Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!… Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, poiché abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente.

    Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei liberali, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.

    Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica e utilitaria.

    Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri, incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole per i contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, balenanti al sole con un luccichio di coltelli; i piroscafi avventurosi che fiutano l’orizzonte, e le locomotive dall’ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta.

    È dall’Italia che noi lanciamo per il mondo questo nostro manifesto di violenza travolgente e incendiaria col quale fondiamo oggi il FUTURISMO perché vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d’archeologi, di ciceroni e d’antiquari.

    Già per troppo tempo l’Italia è stata un mercato di rigattieri. Noi vogliamo liberarla dagli innumerevoli musei che la coprono tutta di cimiteri.

    Filippo M. Marinetti

    (gr)

  11. Ho conosciuto Alberto Tony circa 30 e più anni fa… conosco la sua poesia, è stato un bravo poeta, una persona per bene, aveva tanti amici ed estimatori nel suo cenacolo politico editoriale… sempre misurato, elegante ed equilibrato, non mostrava segni di spocchia o di supponenza, anzi, sembrava addirittura timido… Dalla poesia postata sopra da Gino Rago possiamo farci una idea della sua poesia, una poesia elegante, con delle chiuse eleganti e di nobile fattura (lungo declino dell’occhio), con un orecchio attento agli incipit semaforici ma di un timbro elegiaco (Non il tempo, ma i tempi: quelli/ dei ritratti e dei cieli mobili), il lessico è sempre sobrio e di buon gusto (cieli mobili/ angeli piegati verso il basso), le immagini accuratamente scelte per il loro colore fono simbolico… Insomma, direi una poesia molto ben scritta che richiama alla memoria tanta altra poesia… una poesia di fine novecento che continua la sua lunghissima ed estenuante foce elegiaca…

    Ovviamente la nuova ontologia estetica è molto lontana da questa impostazione nobilmente elegiaca e di nobile fattura timbrica, anzi, abbiamo messo alle spalle questa lunghissima e rispettabile foce elegiaca…

  12. …invece ritengo la poesia di Guido Galdini tratta da Appunti precolombiani particolarmente riuscita perché lascia da parte la poesia della foce epigonica del novecento per adottare una tematica (l’occupazione dell’America degli indios da parte degli spagnoli) e su quella tessere la tela di significazioni profonde, il discorso sulla storia e il potere, della civiltà in possesso di una migliore tecnologia per la conquista di terre e di ricchezze. Una poesia di ispirazione allegorica piuttosto che fono simbolica particolarmente ben riuscita. Un genere di poesia pochissimo praticata, e a torto, in Italia in queste ultime decadi.

  13. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/04/07/colloquio-sulla-nuova-poesia-con-poesie-tra-mauro-pierno-giuseppe-gallo-lucio-mayoor-tosi-guido-galdini-giuseppe-talia-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-55424
    Tre poesie di Paola Renzetti

    Di quei lampi

    Tre metri, nel diametro
    del cilindro secco del canale.

    A braccia aperte, futuri uomini
    vitruviani tendono i raggi, parole
    adolescenti, ridono.

    Quel colpo… cosa è stato?

    Nel prato solo le bestie
    al pascolo. Gli alberi intorno.

    Sotto, i desideri. Appena
    più alto il volume della radio
    per la ballata dell’impiccatosi
    una volta, per amore.

    Chissà se scrivono di notte
    le risposte.

    Quella che più rideva,
    almeno un giorno, ha pianto.
    L’estate è trapassata nei dintorni
    come l’inverno per i ragazzi.

    L’utero di ferro non si è ostruito.
    Per uno, delle ceneri chiuse
    da qualche parte, il nome.

    Chissà se stanno ancora insieme
    le tre luci, sole.

    Nessun segnale da quei posti.
    Ora piante ad altezza d’uomo
    e più – dai larghi rami
    l’acqua ha travolto
    (niente si sapeva, in fondo).

    Dell’intrico verde lasciato,
    dei tronchi e rami
    alla bocca del canale. Del bosco,

    con tutti quei coaguli varianti
    fra il buio delle stelle.

    In una giornata di lavoro

    Mani gonfie nella terra
    qualcuno dica per favore
    dove stiamo andando.

    Una come tante.

    Mani gonfie dentro il fiume
    qualcuno dica per favore
    dove stiamo andando.

    Una come tante.

    Non si dovrebbe slegare
    in un attimo
    la vita.

    La bambina seduta

    Prima o poi
    lui finirà di bere
    anche questo.

    Gli occhi seri li abbassa
    verso i vetri sul tavolo
    trapassati di luce…

    Dell’acqua

    Col secchio sulla testa
    il grembiule annodato
    di spade sul ventre.

    Da quelle cavità, lo sguardo

    del senza tempo, costretto
    a fissarsi e a passare, per ora
    per sempre

    di rabbia in dolore.

    • Bene, queste poesie di Paola Renzetti. Questa io la chiamo cronaca della vita, che i poeti esprimono appuntando della vita i momenti salienti, quelli che toccano la loro sensibilità individuale; e nell’insieme finiranno col dire, di ciascuno, ciò che appartiene a tutti. Queste poesie sono di nuova ontologia estetica, e preannunciano la riuscita di una personale interpretazione. Complimenti a Paola.

      Giuseppe Talia sembra volersi occupare dei misfatti della vita quotidiana, con tendenza alla poesia sociale; anche se nel farlo, a parer mio dimostra di non possedere visione ideologica, e in generale metafisica – fattori questi invero non necessari – tranne che per i poeti che, scrivendo, sanno di fare filosofia.
      La penna inconfondibile, perché appuntita, di Talia, anche se ormai resa scaltra nell’evitare l”io”, finisce col darsi per facili giudizi , che a me sembrano propri dell’opinionismo; come nel verso “E con il reddito di cittadinanza…/ croccantini a volontà”. Il giudizio è sempre un derivato dall’io.

      • Talìa

        Caro Lucio, hai centrato tre bersagli: misfatti della vita quotidiana, nessuna ideologia, scaltrezza.
        Dei misfatti ne ho fatto il leitmotiv di quasi tutta la mia produzione poetica, che tu dovresti conoscere perché ti ho inviato tutto; misfatti che hanno raggiunto il culmine nella Musa Last Minute.
        Nessuna ideologia: di post-ideologia se ne parla dalla fine degli anni settanta del Novecento ed io, ragazzetto con tutti i capelli in testa, ne respiravo l’aria primula nelle letture e nelle frequentazioni. Oggi siamo nel post-post-ideologia e la chiusura del mio testo lo attesta, ma nello stesso tempo lo contraddice.
        Scaltrezza: impara l’arte e mettila da parte, dice il proverbio. Anni di studio e di pratica significheranno pur qualcosa, no? Va bene che siamo in Italia, dove il curriculum non serve a niente, viviamo in un paese dove se hai una nonna di nome Pasqualina, nata nel 1908, il 13 maggio, alle 6.30 allora sei l’uomo giusto al posto giusto. Fatalismo?
        Preferisco la sociologia e la linguistica alla filosofia, le due discipline le capisco di più: Chomsky, Vygotsky, Dewey, Freire, Bruner, Cattaneo… e l’elenco è lungo, lungo.

        Se sicuro che l’Io nel mio testo non c’è? E’ nascosto, molto ben nascosto. Dall’Io non si prescinde, non prescindi nemmeno tu che quasi ne fai una battaglia (ricordo una gigantografia di un tuo autoritratto in pittura, tanto da affermare che il tuo Io è gigante) , ma, caro Lucio, la questione Io nella NOE, credo sia più orientata alla questione autobiografismo, parlare di sé stessi come se si fosse al centro dell’universo, delle proprie vicende personali, insignificanti.

        Però ti voglio dare qualche indizio: ero in uno studio medico per una ecografia e nella saletta d’attesa sopra la mia testa c’era un quadro di Guttuso, uno vero, non una stampa e allora mi sono ricordato del mio “cavolo” nelle Vocali Vissute e le mie connessioni, le mie elucubrazioni, perché spesso la vita ti mette a disposizioni occasioni che sono lì per avere una soluzione. Tu la chiami scaltrezza, io, invece, dico: impara l’arte e mettila da parte (metodologia atta a risolvere praticamente delle questioni).

    • Le foglie indecise, le pertiche,
      riposte nella scatole dei nomi.
      Nelle scorie, al microscopio, nei trapassi,
      quanta terra ancora compresa, quante
      le vie del ritorno?
      La paura,
      con la ferula murgiana
      a colloquio un olivastro scuro.

      Grazie OMBRA. Per voi tutti.
      La poesia vive all’Ombra.

  14. Le tre poesie sopra postate di Paola Renzetti testimoniano della sua ricerca di un periodo precedente il suo incontro con la nuova ontologia estetica. E lo si capisce leggendo con attenzione i suoi versi. Innanzitutto, la struttura frastica organizzata in un verso breve e in piccole strofe, come nella migliore poesia del tardo novecento… e, in secondo luogo, nella correlazione tra il segno linguistico e il referente; ecco, è im quella relazione che si riconosce una poesia tardo novecentesca di ottima scuola, ma ancora di scuola; e in terzo luogo nel concetto degli enjambement, prodotto anch’esso della scuola del tardo novecento.
    Lo ammetto, non è affatto semplice liberarsi di tutti gli automatismi della poesia scolastica che circola un po’ dappertutto e che è diventata una maniera (a mio avviso usurata) che piace ai più. Eppure, è soltanto facendo tabula rasa di tutti gli automatismi grammaticali e sintattici che si può costruire una «nuova poesia».

    Se leggiamo i versi iniziali di una poesia, ci accorgiamo che si oscilla tra una rappresentazione astratta di un mondo là fuori e la rappresentazione astratta in sé che prescinde da quello che siamo soliti considerare il mondo di fuori. Il mondo di dentro viene come proiettato sul mondo di fuori. Ma, l’espressione linguistica, come ci insegna Mandel’stam è decisamente chiusa in se stessa, la parola in quanto tale parla solo di se medesima. E dunque, rispetto al mondo, essa è tanto silenziosa quanto lo è il mondo là fuori. Infatti, l’evidenza del mondo si costituisce come evidenza «muta». ovvero, si costituisce solo nella muta evidenza di quel che viene continuamente fatto oggetto di parola… ma che non è la parola medesima a «parlare»… Lo streben della parola è sempre quello di dar voce al silenzio del mondo… Insomma, voglio dire che la Renzetti non aveva ancora deciso in quale direzione avviare la propria ricerca espressiva, resta a metà del guado, incerta… ma tutto ciò è perfettamente comprensibile, è tutta la poesia italiana pre-NOE che si trova nel guado…

    Tre metri, nel diametro
    del cilindro secco del canale.

    A braccia aperte, futuri uomini
    vitruviani tendono i raggi, parole
    adolescenti, ridono.

  15. Ringrazio Giorgio per aver postato e commentato le mie poesie. Ringrazio Lucio Mayoor
    Sì Giorgio, hai detto bene “a metà del guado”. Non so se ci sarà mai un approdo definitivo, e forse deve essere così. Sento le parole mute, incapaci a comunicare del tutto e a tutti. Evidenza, che dà voce al silenzio.
    In quell’evidenza, negli spazi vuoti, nel buio indifferenziato che sta intorno – è lì che devo cercare. Grazie a tutti voi.

  16. Ancora grazie a Lucio Mayoor, ho lasciato una frase a metà. Sono confusa e felice. Sento che qualcosa non si disperde…

  17. Penso che ci stiamo inoltrando rapidamente, sempre più rapidamente verso la fine dell’homo sapiens, l’Intelligenza Artificiale, la IA presto governerà il mondo e Google ne è un esempio. La IA sarà capace di leggere nel nostro cervello il nostro pensiero che ancora non si è formato, leggere le nostre aspirazioni inconsce, le nostre più intime pudenda… Ci stiamo inoltrando verso una competizione stellare, la prossima guerra si combatterà per la conquista delle ricchezze presenti nel suolo della Luna, e qui da noi si chiacchiera sulla bontà della Flat tax e i congressisti di Verona blaterano sulla donna ricondotta all’ovile del maschio mentre i negazionisti dell’Olocausto ottengono applausi nientemeno che del nostro ministro degli Interni… penso veramente che questa razza umana sia compatibile con la fine imminente… in tutto questo frangente ci sono le risse e le lotte tra i piccoli poetini che si spartiscono le stoviglie e le molliche della torta…

    Ecco le parole di Stephen Hawking:

    “I think the development of full artificial intelligence could spell the end of the human race,” the Cambridge University professor told the BBC in an interview

    “Once humans develop artificial intelligence, it will take off on it’s own and redesign itself at an ever-increasing rate,” Hawking warned for the second time in recent months. “Humans, who are limited by slow biological evolution, couldn’t compete and would be superseded.”

    Traduzione: Penso che lo sviluppo della completa intelligenza artificiale potrebbe porre fine alla razza umana. Una volta che gli esseri umani avranno creato l’intelligenza artificiale, potrebbe prendere il via e ridisegnare sè stessa ad una velocità ancora maggiore.
    Gli umani che sono limitati dalla lenta evoluzione biologica non potrebbero competere e verrebbero superati.

    • Caro Giorgio, è anche possibile che grazie all’Intelligenza Artificiale vedremo progressivamente sparire l’usanza primitiva del lavoro di ogni-dì-alla-stessa-ora; il lavoro toccherà sempre più alle macchine, alle quali affideremo anche l’ossessione capitalistica per PIL…Se così, i primi ad avvantaggiarsene saranno proprio gli artisti.

  18. Talìa

    A proposito di Google, un mio testo inedito con zampino di Linguaglossa.

    Ti ho dato tutto,
    Dicembre 2018

    Poesia, ti ho dato tutto?
    Ho letto Freud e Jung, dal profondo al collettivo,

    non sono altro che un collettone di superficie.
    Un collezionista di tessere, punti del supermercato.

    Compro libri che mai leggerò.
    Nessun libro fino ad ora mi ha comprato.

    Google mi serve, ma so bene che sono io a servire.
    Io servo il futuro Presidente del mondo globalizzato:

    ogni click è un klack o meglio un clunk, un crick-crock,
    uno snapshot, un magic cookie per tutte le brame.

    Sono un android.
    Sono la mela morsicata.

    Accendo la TV per avere un déjà vu.
    Se mi lasci in TV, se mi baci in TV, se piangi in TV

    Tutta la Nazione mi lascia, mi bacia e mi piange.
    Leggo la Repubblica, il Fatto Quotidiano, l’Unità.

    Distribuisco qualche spicciolo qui e là.
    I processi si fanno su Instagram: un pieno di like

    Preterintenzionali apparecchiano la forca mediatica.
    Le mie strofe sono social media marketing.

    Bellezza un tanto al chilo. La chela chimica,
    la politica del filisteo filibustiere che ti fa

    una filippica in filigrana filiforme.
    Devo ricorrere a trucchetti, a trabocchetti.

    Stare attento a non esagerare con i belletti.
    L’orda barbarica preme ai confini del dark web.

    Non basterà un decreto ex lege psichedelico.
    L’orda cammina sul cadavere della nostra Poesia.

    Il Vaticano sa tutto e tace.
    L’Europa respinge i migranti.

    Il piglio, severo, inquisitorio, altero:
    Poesia, ti ho dato tutto.
    […]

  19. caro Giuseppe,
    questo è un vero capolavoro di trash, di mollicuzze della torta che i poetini hanno lasciato ai piccioni, c’è di tutto, la volgarità normale dei nostri giorni, la cronaca, la politica becera e cinica dei cialtroni, ci hai messo anche la «Bellezza un tanto al chilo» (per redarguire i filistei che ancora oggi innalzano inni alla Dea bendata, la Bellezza con la B maiuscola, razza di incidentati cialtroni). Ricordo un grande critico, George Steiner il quale ha scritto che quando sentiva qualcuno che parlava di Bellezza, voleva significare che la reazione e l’oscurità avanzavano a passi lunghi e ben felpati. Ecco, per i signori della Bellezza impomiciata e impomatata io gli darei in pasto questa tua poesia in rigorosissimi tradizionalissimi distici… noto con piacere che ti stai liberando di tutte le pastoie della metafisica della Bellezza e del Quotidiano, e delle altre pinzillacchere che sono state sparse in questi ultimi lustri senza requie da poetini di basso profilo intellettuale, un cumulo di idiozie da far rabbrividire le persone di normale intelligenza…
    Questa tua poesia è un monumento al trash, fatta di trash da cima a fondo. E quindi perfettamente aderente alla nuova ontologia estetica. Hai messo insieme tutta la schiuma del trash dei nostri giorni e ci hai costruito un monumento. Complimenti.

    Signori, adesso vi do un annuncio: presto pubblicheremo una strepitosa poesia inedita di Iosif Brodskij, una poesia scritta poco prima di morire, interamente fatta di dialoghi, una novità assoluta per Brodskij e per la poesia nuova nella traduzione di Donata De Bartolomeo. Una poesia che entra come un pugno nello stomaco dei poetini di casa Savoiarda e leghista, una poesia che potrebbe essere stata scritta da un poeta della nuova ontologia estetica.

  20. Talìa

    Lo dedico a Sagredo, questo capolavoro di trash, con tutta la stima , agli alter ego e all’ego alter.

    Non vedo l’ora di leggere l’inedito di Brodskij.

    Intanto sto preparando una missiva a Germanico.

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