Il mondo di Giorgia Stecher (Messina, 14 luglio 1929-Trento, 24 aprile 1996), a cura di Marisa Armato, con Dieci poesie inedite da Pagine poetiche sparse

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Mario De Biasi_ 1954 foto d’epoca

Il mondo di Giorgia Stecher, di Marisa Armato

Il mio incontro col mondo di Giorgia risale ai miei primi anni universitari quando, assetata di poesia, leggevo versi, anche quelli pubblicati sui periodici locali, che andavo ricopiando su vecchie agende. Una, in particolare, mi colpì così tanto da indurmi a ritagliarla e custodirla gelosamente tra le pieghe del mio portamonete:

Se tu fossi nato qui
al riverbero di questo mare turchino
che lo scirocco perennemente increspa
con infaticabile respiro
forse capiresti questa nostra
mania di vivere sul bagnasciuga
tra l’azione l’incuria
e la forte propensione allo sbadiglio
Altrove dove la tramontana
sferza il viso ai passanti
e le brume diffondono
provvidenziali grigiori
si va di fretta per procacciare
colori alla giornata
ma qui nell’abbaglio del sole
l’unica tentazione è nel dormire
come gatti al calore
gli artigli sono solo per l’incauto
che osi turbare il sonno

Questi versi, titolati «Messina», portavano in calce appuntate le iniziali G. S. senza altra notizia dell’Autore. Conoscevo, allora, la Signora Palermo (col nome del marito) per il suo impegno nel sociale profuso instancabilmente nelle periferie urbane, zone marginali della città ma mai avrei potuto immaginare che tali sentimenti, espressi con forte incisività e da me pienamente condivisi, potessero appartenerle. Di tanto in tanto li andavo rileggendo scoprendovi la bellezza del paesaggio, l’amore per il mare e i caratteri tipici dell’esser siciliano.
Quale fu la mia gioia, molti anni più tardi, nel ritrovarli nel volume di poesie, titolato Non la terra, 1983 (Ed. Il Vertice). Quel che mi colpì fu lo scoprire che erano stati scritti da una poetessa messinese, dal cognome straniero parente alla lontana di Alfonso Gatto e di Bartolo Cattafi: «due indimenticabili maestri ed amici con i quali condivise il tormento/amore per il sud», ai quali l’Autrice dedica la raccolta.
Fu Lucio Zinna, nella premessa, ad indicarmi la chiave di lettura di «questa poetessa autentica… il cui impegno sociale è pari all’impegno letterario, di un modo solo di essere nell’esistenza» e a farmi collegare il volto familiare con i versi amati.
Avevo intuito, in questa scelta di poesie (nove in tutto), le lotte contro i «mulini a vento» in questa «Piccola città»:

Queste facce straviste
nei barbagli psichedelici
dei fortuiti incontri.
Queste sagome uguali
che pure mutano col cauto giro
delle mode e degli anni.
Queste idee che traspirano
da grinte instupidite
per il lungo cercare solo assensi
negli occhi vuoti del prossimo
e barlumi da predare
per microscopiche scalate.
Ogni giorno che passa
io rinnego la vostra realtà
ed altre banchine anelo
dove altre facce crescono
in humus più fecondo

…come capivo quel suo e mio essere pesce fuor d’acqua…

Non la terra appiccicata al fondo
delle scarpe di questo suolo
senza più radici.
Non le strade dove un’orma
non dura né un ricordo.
Non gli uomini rassegnati
ad un lento morire senza storia

(Non la Terra) …

verso altri lidi dirigendo il volo
vedremo rifiorire la speranza.
Forse planeremo leggeri
sulle dolci pianure
liberi dalle catene vischiose
dei pesanti retaggi

(Forse).

E come realisticamente, con ironia serena ma amara, aveva descritto i «Siculi»:

Continueremo ancora
ad ammiccare
parlarci con un cenno
tra le ciglia
e sosterremo a scudo
la furbizia ciascuno
per suo conto
coperto e cautelato.
Armi a breve gittata
adotteremo nell’ambito
del singolo
e stringeremo paglia
tutti insieme
come è stato da sempre
in saecula saeculorum.

Avevo condiviso con Giorgia il desiderio di partire, portando pesantemente nella valigia l’amore per questa terra – ho fatto l’emigrante culturale – e, come una malia, il desiderio di tornare, che diventava sempre più forte dopo ogni lontananza, mi ancorava alle mie battaglie:

Chi l’avrebbe mai detto che poi
arrivasse un giorno in cui partendo
io non chiedessi che di ritornare
perché il partire più ambito non è
per altri luoghi ma è il partire
da sé dai propri spettri

(«Tornando da Parigi»).

E scoprire, come per incanto, l’antica saggezza- gemma preziosa del suo e del mio cuore-la bellezza del mare:

Dove vai per il mondo/ se la fetta più bella l’hai davanti/ cosa cerchi oltre la gioia degli occhi/ che non guasta bellezza (Dal Parnaso) …

Il paesaggio unico dello stretto, i colori, i profumi, i miti, la magia:

La calamita che attira qui è l’acqua di mare,
l’acqua di mare turchino
balenante
con cui vive in simbiosi la mia pelle
e quella montagna verde oltre lo stretto
eterna meta
a cui mi piace tendere le braccia

(Non la Terra) … sì proprio questo color d’oro del tramonto, questo specchio di mare con barche e scilla e cariddi fata morgana mito…

foto d'epoca 3

foto d’epoca di nudo

Questo paesaggio incantato, che guardava ammaliata dal balcone di casa su al Parnaso, dalle maioliche di color verde- molto più tardi, aprendomi da amica anche il suo mondo, le ritrovai reali e non un mero artificio poetico- e che aveva reso eterno in versi, come lo scatto di una fotografia, apparteneva a noi «Eredi del Sole» consanguinei degli dei sonnacchiosi sempre e remoti/ immuni dalle voglie poliedriche degli uomini (Dal Parnaso), scoprendo di condividere con lei anche l’amore per il mare, metafora della vita, sempre mutevole, immenso, insondabile… il mare del canto delle sirene ammaliatrici, degli abissi, di Colapesce, di fata Morgana, del faro, della barca, delle reti, del vento, dell’isola che non c’è, del porto, della vela, dei relitti, dei naufragi… il mare colore del vino, dorato o argentato, sacro nell’eterno ciclo, non a caso a chiusura della raccolta campeggiava nella pagina bianca: La porta verde della Chiesa è il mare… un verso, un verso soltanto di Alfonso Gatto.

Incominciai, così, a leggere di Giorgia anche gli scritti letterari, oltre quelli strettamente poetici, che, di tanto in tanto, come gemme preziose uscite dallo scrigno, faceva uscire sulla rivista “Issimo” (Ed. Il Vertice) di cui faceva parte della redazione e sulla terza pagina della Gazzetta del Sud, come collaboratrice, apprezzando l’eleganza dello stile e la sua capacità di cogliere, da grande conoscitrice dell’animo umano, gli aspetti più nascosti degli argomenti che andava ad analizzare.
In particolare dell’edizione Minerva piccoli testi di poesia, titolata «Fotograffiti», sei poesie in tutto: «Mi porto in giro», «Radiografie», «Basta un soffio da nulla», «I lacchè», «Foto di Anna», «Foto di gruppo con zia Nata», mi colpì la prima nella quale, con pochi versi come pennellate, dipingeva la sua vita:

Mi porto in giro un corpo leggero
lievitato alla fatica del vivere
che ancora adesso raramente s’inceppa
nei disagi del viaggio che s’inerpica
baldanzoso sopra i dossi sale e scende
scalini predilige le marce sulle distanze
lunghe. È l’anima invece che stanca
di far da vela o propellente alle volte
s’affloscia e s’inzavorra. Occorre
che nuovo vento la sospinga perché tenda
ai suoi fiati i mille nodi

col pensiero conclusivo, breve ma significativo, di Carmelo Pirrera, editore, amico e curatore della collana: «Graffiando la vernice di un “quotidiano” di finto e a volte patetico decoro, Giorgia Stecher in componimenti lucidi e attenti, dove l’ironia dosata con mano accorta e garbata o corrosiva presenza, perviene ad immagini inedite di un mondo che pure è sotto gli occhi di ognuno». E ricordo, ancora oggi, una frase di Mario Luzi che aveva particolarmente colpito Giorgia, in un suo incontro col Poeta, da riportarla integralmente sul ben noto quotidiano locale: «l’artista è chiamato a qualcosa, a una richiesta della sua natura a cui lui deve rispondere attraverso la porta dell’autenticità e della legittimazione che lo autorizza a interpretare anche gli altri».
E in Giorgia tutto è autenticamente vero!
Quale gioia provai molti anni dopo – anch’io ero stata invitata come poetessa ad una nota manifestazione letteraria – quando si sedette al mio stesso tavolo. Le confessai timidamente di portare, da anni sempre con me, la poesia «Messina» e gliela mostrai.
Giorgia, con quel suo sorriso del quale si vestiva come nei giorni di festa, non fu per nulla sorpresa della cosa. Mi confessò che le poesie camminavano da sole per strade diverse dalle sue. Scrisse su questo anche una poesia, titolata «Versi», che trovai nel volumetto Il conto in rosso, uscito postumo:

I versi che ho scritto camminano
per me con gli stivali delle sette
leghe. Io ferma: Loro di già
approdati in altra terra
senza ch’io ne sapessi.
A volte mi tornano per bocche
sconosciute che di loro mi parlano
ed io resto stranita per ciò che
a sentir quelle hanno svelato
cose mai transitate dalla mente e che
saranno sfuggite mio malgrado dal secretaire
di cui custode gelosa mi credevo
ineccepibile e parsimoniosa.

Da allora, marzo 1986, ebbe inizio la nostra amicizia, un sodalizio artistico e affettivo unico, fatto di amore per la poesia dei sentimenti, delle piccole cose, della lotta quotidiana, del desiderio di fermare il tempo, della ricerca della bellezza sia essa manifestazione della natura che interiore, schiva da ogni bassezza o compromesso che invita, nonostante tutto, a sognare e a sperare in un’armonia universale, che è già certezza di eternità. Ci scambiammo i nostri libri e fu così che ebbi tra le mani il volume Qual Nobel Bettina Ed. Il Vertice, raccolta di poesie, ordinata da lei stessa e dedicata alla Madre, molte delle quali, già apparse in riviste ed antologie letterarie.
La sintesi di Dario Bellezza nella prefazione al testo: «anche la Stecher è alla fine una poetessa d’amore, d’amore sublimato nelle cose, e nei giorni, nella follia dei gesti ripetuti e imbalsamati nelle ore e nel secolo, ma tutti virtuosamente casti, non esibizionistici, un po’ timidi, forse talvolta reticenti, fieri di una sicilitudine antica e rimossa per un forte contatto con le atrocità della vita e della Storia», mi trovò concorde e, in particolare, questi versi mi toccarono il cuore:

E un giorno
diventerò patetica
quando con mani insicure
rovisterò il passato
per trovarvi l’appiglio
alla sopravvivenza
e nel sorriso dei figli
la condiscendenza annoiata scoprirò
che si riserva ai vecchi
e non saprò
se sia meglio morire
o aggrappati ai relitti
tenacemente resistere.
…. Voglio essere viva sulle ali
del mondo ora che il tramonto
si attarda nella piega dell’occhio
che la gola s’increspa nel riflesso
sfrontato dello specchio…

Ed ancora…

La felicità che stava nei miei occhi
non appena ti ho visto
contro il banco del bar
– Andiamo altrove a prendere il caffè?-
La felicità che stava nella mia mano
che stringeva la tua
– stringimi la mano ti prego –
La felicità che mi girava attorno
mi sfiorò i capelli una volta
una sola volta lungo il corso
arrancante dei miei anni
La felicità che comparve e disparve
in un solo giorno imbarcatasi
con te nella stazione di Giardini
in un famelico treno…
La felicità che avremmo voluto
esistesse negli altri in noi
in un raggiungibile luogo
concreta e catturabile con nostre
minuscole reti ed invece
era la chimera dalle mille facce
quelle improbabili della nostra illusione

(Dalle Nebbie VII XI XIV)

L’Amico Emanuele Schembari – poeta scrittore, saggista – in un articolo apparso il 24/2/87 sulla Gazzetta del Sud, dal titolo Il poeta e le sensazioni minime Qual Nobel Bettina (1986), libro di Giorgia Stecher, ha saputo egregiamente cogliere l’anima di Giorgia, espressa nelle poesie di questa raccolta:

«…Quella della Stecher è una poesia giocata su sensazioni minime, suscitate da piccoli episodi, dall’osservazione del quotidiano, immersa in una realtà limitata, in apparenza, che cresce e finisce col rappresentare, tutta la drammaticità del vivere. La voce è dimessa, senza canto, senza compiacimenti, con versi al limite della prosa ma che, alla conclusione di ogni lirica, sfumano in struggente poeticità. L’autenticità della sua proposta è racchiusa nella parola, che tende a trasformarsi in una sorta di amara e malinconica autoironia. E le poesie appaiono come una serie di segmenti, appartenenti ad una lunghissima, non conclusa linea spezzata, nella sequenza logica delle idee, espresse in dialoghi senza risposte, in monologhi pensosi, in interrogativi ai quali, implicitamente si è già risposto…»

Come non trasalire leggendo i versi delle poesie «Non credo che tornino», oppure «Chissà chi muove i fili». ed ancora «Mi rimane», «Ripieghi», «Una fede» e «Alla poesia».
Istanti, frammenti, cocci di vita alla ricerca della felicità, con bilanci a perdere, in amore come donna (figlia-moglie-madre), nell’amicizia, nei rapporti con se stessa e con gli altri, nelle verità celate o sottintese, nelle battaglie sociali per la dignità dei simili, nel vortice dell’esistenza alla ricerca di un piccolo spazio dove custodire la magia delle attese, i sogni ad occhi aperti, i sassolini colorati e luminescenti raccolti per strada ….Momenti di eternità, registrati in un taccuino del cuore quasi a voler fermare il tempo, a rubare attimi di poesia alla

«zampata del tempo, fotogrammi scollati,/ spezzoni di vita vissuta o solo/ desiderata, paure sotterrate/ nei meandri dell’anima» (Sogni a Mantova). E mi appare una «bambina bellissima che circolava per casa e a cui tutte le fate/ regalarono doni / anche quella cattiva/ che qualcosa portò a nostra insaputa e in un posto recondito la mise» (Vedo vengo parto) con sogni, desideri, speranze naufragate/ …nel si deve e nel si può- non si può (La Frode), e poi la vita fatta di strade, di conti da saldare, di scelte, imposte o fatte per caso, o dettate dal cuore, che non lascia vedere oltre la speranza e l’illusione, verso porti vagheggiati, stazioni con valigie cariche di attese, «fatte e disfatte, i relitti degli amori passati… Il regno fantastico dov’ero / ad inseguir nuvole bugiarde o l’angelo del focolare», il quotidiano senza più un palpito d’amore (Donne), che fagocita ogni aspirazione, ogni partenza, ogni poesia dalle pagine accartocciate della vita. E ci si ritrova con le rughe in viso a fare bilanci che sono sempre in rosso perché la giovinezza è ormai inevitabilmente sparita con il suo scrigno magico ammaliatore e allora che resta, oltre l’amicizia sincera e rara di pochi, se non la poesia a farci continuare a vivere?

«Mi rimane quel poco che ho rubato/ all’ordine delle cose predisposte/ ai doveri sanciti nei consessi dei padri./ Svicolando dall’area dei tutori dell’ordine/ puntualmente maschi e trasgressori/ ho compreso l’ebbrezza del cleptomane/ nel sottrarre l’oggetto dal bazar./ Mi rimane quel poco che ho rubato/ all’angelo del focolare nell’icona/ quando riposte le ali ho camminato/ con i miei piedi pesanti sulla terra».

La poesia, come memoria, come «linea spezzata» da fissare nel tempo a noi stessi e agli altri, luoghi, affetti, momenti particolari che non si vogliono perdere perché fanno parte di noi e della nostra storia è il motivo recondito delle successive raccolte Album (Ed. Il Vertice) e Altre foto per Album (Scettro del Re) 1991, 1996 con l’inserimento di altri personaggi ed eventi da eternare in versi, «dove il dato personale, il riferimento autobiografico, il richiamo al quotidiano – grazie al garbo che è della scrittura – si fanno poesia, cioè pane che è possibile dividere con gli altri», come ha ben messo in evidenza Carmelo Pirrera, nella postfazione ad Album.

Sono sempre con me
quelli che se ne andarono
inghiottiti dal gelo della notte!
Alcuni sedevano miti sulla soglia
guardando il dispiegarsi degli eventi
in recondite stanze architettati
Altri solcavano la vita
col passo trionfante distribuendo
fulmini e blandizie tutti
però credendo di avere nel forziere
una fetta cospicua di minieternità.
Un turbine li spazzò via ad uno ad uno
nel volgere di un giorno!
Di loro ben poco è rimasto
oltre la cineteca del ricordo
a cui ho accesso io sola
ed all’antologia delle canzoni
che zufolo nell’intento di evocarli.

Mentre per Giorgio Linguaglossa, nella Postfazione ad Altre foto per Album:

«…la Stecher non vuole salvare il mondo, né riscattare la morte, l’arte può al massimo risarcire con una moneta fuori corso l’ingresso nel Nulla di un “piccolo mondo antico” spazzato via dalla intercapedine del Tempo, l’irrompere devastante di una modernità selvaggia…“il dignitoso commiato” di un’epoca … di una borghesia interrotta, prima del boom economico e rimasta senza il naturale ricambio generazionale. Mai nessun accenno al presente, soltanto il filo del ricordo che introduce ad uno ad uno i personaggi sulla scena del minuscolo teatro dei pupi. Dopo ogni comparsa cala il sipario».

Le foto di famiglia, alcuni avi morti nel terremoto del 1908 presenti all’obiettivo, sono l’unica «traccia del loro (nostro) breve passaggio in questo mondo», come chiarisce la stessa Autrice nell’apertura di Album, che si pregia di ben due «Autoscatti»: «uno si rivede da mamma prosperosa/ dalla predica facile…la ragazza coi fiori nei capelli/ e col cuore che canta/ oltre la convenzione dell’età/ la ragazza che inalbera/ una forsennata speranza/ malgrado tutto malgrado gli altri/ e voi cari figlioli che macinate/ implacabili il mio tempo», l’altro fa una descrizione di sé molto veritiera: «Non posso farci nulla sono svizzera/ l’orologio è il mio buttafuori/ l’amico che inflessibile mi lancia/ mi riprende mi stende mi appallottola,/ l’amico a cui son grata perché non mi gabella non m’illude/ nel suo ingranaggio m’include/ con scansioni assordanti».

Ma la mia preferita di questa raccolta non è «Raccontava mia Madre – ad Alfonso Gatto», dove Giorgia ironizza sull’origine della sua Musa ma è «Altra foto di mia Madre» per quella sorta di complicità tra le due vite accomunate dall’età e dalle sofferenze:

«Tu lo sai bene come non giunse al piano/ la mia strada e come tenera voce non mi avvolse./ Tu lo sai bene come il fiume del tempo/ lascia erose le rive e rami secchi/ ammassa lungo la foce./ Tu lo sai bene che mi vieni incontro/ nell’ombra maculata delle acacie/ il tuo vestito a pois sul fondo azzurro/ e l’alone dorato dei capelli mentre ti guardo/ spenta come oggi sei e ti vedo e mi vedo come siamo: Basta un lampo degli occhi/ per capirci».

«Quasi tutti i versi sono endecasillabi scanditi su un ritmo piano e perfino docile e invitano a seguire il dipanarsi delle figure in movimenti essenziali ed eleganti. Da qui l’impressione di entrare in un piccolo museo in cui sono raccolti sogni perduti e ritrovati, speranze, situazioni in atto, presenze della fantasia e presenze della realtà vissuta, E l’impressione si fa sempre più spazio d’una civiltà che non vuole rinunciare al retaggio del vecchio mondo ma è consapevole che il mondo sparirebbe se tutto fosse segregato e limitato». Ci fa notare Dante Maffìa, presentatore di questa singolare raccolta, nella quale è presente, oltre le notizie bibliografiche sull’Autrice con gli editi, anche una ricca bibliografia della critica.

Dal marzo 1986 Giorgia fu per me, oltre che amica, anche preziosa ed insostituibile collaboratrice per un progetto letterario dedicato ai giovani delle Scuole Medie Superiori e successivamente aperto a tutti i poeti: il Premio di poesia “Mario Rappazzo”. Sua fu l’idea della poesia inedita e di un premio nazionale condividendo con me gli amici poeti, critici e scrittori. Fu componente effettiva dal 1993 al 1995; a lei anche il compito della stesura dei giudizi sulle poesie vincitrici. Intanto alternava periodi via via sempre più lunghi tra Messina e Trento quando ci incontravamo -ora di rado- era sempre sorridente, non mostrandomi segni di sofferenza o di cedimento anzi quando ci sentivamo telefonicamente la voce era serena e calda come sempre. Nascondendomi fino alla fine la gravità del suo male, mi dettò per telefono i giudizi critici poco prima di lasciarci.
Di tanto in tanto leggevo sue poesie pubblicate su antologie; trovai bellissima «Tramonti» pubblicata nel 1993 in La Musa dentro (Blu di Prussia Ed.) e poi trovata ne «Il conto in rosso» (Ed. Il Gabbiano):

«Come s’imbruma il dorato riverbero
del mondo e come le campane smettono di suonare!
Il tramonto comincia
con questo inabissarsi delle luci
con queste piccole porte che si chiudono
tante le mani che già si ritraggono
lasciando segni nell’aria del loro
breve cenno di saluto e se appena
ti volti più non li vedi i visi
i luoghi le sagome le orme…

e la poesia «Lettera»:

Sapessi come mi coccolo adesso
come mi crogiolo al sole in lunghi
break di pigrizia come faccio chilometri
per procurarmi una chicca
come carpisco al volo ciò che la vita
conduce, l’attimo in cui spillare
il bene dissimulato tra le anse del male
come sorrido anche quando non potrei
come ridimensiono le mie voglie
e come mi accontento anche dell’ora
rubata alla routine e al guardiano del faro
su in garitta che dietro il fascio
di luce forse mi cerca.

Consapevole del mutamento esterno operato dal male, che incalzava inesorabilmente, nascose tra le mura di un ospedale a Trento la fragilità e l’incertezza dell’attesa, rubando al tempo non più padrona di se stessa, frazioni infinitesimali e rovistando con mani insicure il passato per trovarvi un appiglio per continuare a tener testa al desiderio di lasciarsi andare con l’unica vera compagna della sua vita: la poesia «che si ricordi di me di tanto in tanto e che mi faccia cenno e che mi chiami per rinverdirmi l’idea d’esser viva» (Alla Poesia).
Il 24 aprile 1996 Giorgia è salita in punta di piedi, come era nel suo stile, sull’ultimo treno senza binari né fermate destinazione obbligata: il guardiano del Faro; il datore della luce, del mare, della bellezza è là che l’aspetta, un breve cenno della mano alzata: la sua voce come sussurro di vento ci lascia il suo «Commiato» (dicembre 1995), indirizzato alla sua amica del cuore, Giulia Perroni, il suo testamento spirituale che non è un addio ma un ritrovarsi nell’autenticità della sua poesia che ce la rende viva, ancora oggi, in mezzo a noi e in noi.

                              a Giulia

Tutto mi serve 
la parola dorata che bussa alla mia porta
Un sorriso dell’anima che mi giunga da te
da chicchessia.
Non son più la padrona di me stessa com’era
fino a ieri, altro padrone subdolo mi abita
adesso rubo qualche giorno ai giorni e non so
fino a quando potrò farlo. Il tempo
in fondo al tunnel è come una nebulosa che mi attende
dovrò per forza entrarci prima o poi e in quel nulla
dissolvermi salutati gli amici: te dentro il tuo giardino
gli altri e tutti che compagni mi furono nel bene
qualcuno anche nel male veramente ma quello
non l’ho visto che in un lampo, era te
che inseguivo e quelli come te rari e lontani
perduti in mille sogni di bellezza.

(Marisa Armato,  gennaio 2019)

Giorgia Stecher volto

Dieci poesie da Pagine poetiche sparse

Io volo sul filo del giorno

Io volo sul filo del giorno
come il gabbiamo sull’onda.
Non più mi appartengono
le ore chiare del sole
che con pane ed affetti
ho barattato.
Chi mai mi presterà
l’attimo imprescindibile
per carpire dal branco guizzante
la rondine d’argento
senza affondare le ali
nell’acqua inquinata?

.

L’illusione

dove sono le snelle ragazze
d’ambra che nei giardini a mare
correvano con me nei meriggi
abbacinati d’agosto?
Aiuole a rosmarino e odore di
salsedine dai flutti sbriciolati
sul parapetto di granito.
E dove quella coi capelli
di sole, viola gialla
tra un mazzo di viole?
In un fagotto di donna per via
ti ho intravisto, compagna
dei giochi andati col vento
della sera o tra le pieghe
di uno stanco viso, il tuo sorriso.

.
Ringraziamento

Anche questo ti devo
magnifica trivella della mia anima
che tanto in fondo hai scavato
da raggiungere la linfa segreta
che in oscuri rivoli
si disperdeva.
Attonita attingo alla fonte
in cui si muta questa vena di poesia.
Ruscello, torrente, fiume impetuoso diventa!
Sconvolgi le uniformi trame
di questo mio vivere all’ombra
nel cantuccio in cui mi sospinsero
risacche di timidezze e di pudori,
e liberami, liberami,
travolgimi nel turbinio spumoso
della tua acqua chiara
che corre verso il mare!
ho rivisto, primavera.
Ma voi non eravate certamente,
io non conosco queste signore
grevi che dicono con me
di aver giocato.
Non ditelo!
Levigati e tersi ancora i volti
che i miei specchi riflettono
al mattino ed agili le membra
che avviano il motore.
Non ditelo, io non conosco
queste grevi signore!

.

Dall’asse della mia retta parallela

Dall’asse della mia retta parallela
guardo alla tua e vivere ti vedo
ma ciò che vedo
un miraggio è solo
ché se tendo una mano per toccarti
in dorato pulviscolo
l’immagine dilegua.

suprema ottusità dell’illusione
se altri prima di noi hanno sancito
che mai si toccheranno
due rette parallele.

.

All’ellisse del tuo volo

All’ellisse del tuo volo
d’ape inquieta
tra fiori senza nettare,
il bandolo ho legato
dei segreti pensieri.
Con l’eco del tuo nome,
son sicura,
io ridarò alle stelle
nell’ora del commiato
la flebile mia voce
perché nulla di magico
ho mai avuto
oltre al tuo sguardo d’amore
in un piovoso meriggio.

.

Tu mi parli

Tu mi parli con voce sommessa
e da distanze lunghe.
Onde sonore m’investono
di aggrovigliati bisbigli
che decifrar non posso.
parlami chiaro e forte
che l’eco delle parole
si propaghi e risuoni
per le mie stanze vuote
dove da troppo tempo
io vivo in quest’attesa;
allora solamente risponderò,
allora solamente.

.

Le case delle suore

Le case delle suore hanno facciate bianche
e grandi finestre verdi
che sempre chiuse stanno.
All’interno esse hanno un patio ombroso
con qualche macchia di sole
e sale silenziose dove tra i pochi arredi
disposti all’intorno con molta simmetria,
campeggiano la statua della santa protettrice,
il ritratto della fondatrice, del papa,
il gruppo delle consorelle;
e corridoi lunghissimi, odorosi e lucenti
che l’occhio poi smarrisce
perché forse svaniscono in cielo.
çe case delle suore hanno canti bellissimi
con voci di fanciulle e accordi di pianole,
tutte cose che altrove non si trovano più;
e vi aleggia una quiete, un sapore d’antico
in cui qualcuna delle mie radici
nei momenti d’angoscia ancor oggi s’inoltra.
O case delle suore che restate,
chissà cosa sarebbe della pace che avete
se le grandi vostre finestre di speranza
voi dischiudeste al mondo.

.

Mille volte

Mille volte abbiamo annodato
i fili del nostro patto d’amore
e mille volte li abbiamo disciolti.
Pazienza folle che solo
gli schizofrenici invidiarono,
dannato gioco di vecchi bambini
in cui s’incenerirono
tutti i più verdi abeti
delle nostre finestre.

.
Il platano

Un albero hanno lasciato in via Brasile
dentro un cortile tra i nuovi palazzi;
un platano gigantesco superstite retaggio
di un’epoca remota, posto colà a vegliare,
con l’ombra sua possente, case di pescatori
e reti e nasse.
Il coraggio di abbatterlo è mancato
ai vandali solerti del creato
e lo si può vedere tra tre spigoli,
spezzati i rami, spiumati ed adattati
in quell’esiguo spazio in cui l’hanno costretto.
Delle sue antiche fronde una ne resta,
ad un sopravvissuto cielo protesa,
le irte bacche e le palmate foglie a sostenere.
Quel platano son io, tutte le donne siamo:
da quell’esiguo spazio in cui ci hanno costretto
a più liberi cieli proteso il superstite ramo
nel trionfo fiorito
di tutte le sue bacche e le sue foglie.

.

Il necrologio

Il necrologio diceva:
“Sposa e madre esemplare
dedicò la sua vita
al culto della famiglia”.
Conosco il tipo:
tutte le cure ai pochi fiori
della sua piccola serra
da sfoggiare sull’abito più bello;
neanche un po’ d’acqua
ai campi abbandonati e riarsi
dietro il muro alto della casa.

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10 risposte a “Il mondo di Giorgia Stecher (Messina, 14 luglio 1929-Trento, 24 aprile 1996), a cura di Marisa Armato, con Dieci poesie inedite da Pagine poetiche sparse

  1. Giorgia Stecher e il rapporto con la Tradizione novecentesca
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/04/01/il-mondo-di-giorgia-stecher-1939-1996-a-cura-di-marisa-armato-con-dieci-poesie-inedite-da-pagine-poetiche-sparse/comment-page-1/#comment-55252
    Innanzitutto dò l’annuncio che sto preparando l’edizione di Tutte le poesie di Giorgia Stecher in un volume che vedrà presto la luce con l’Editore Progetto Cultura. Si tratta di un evento importante perché la Stecher insieme a Maria Rosaria Madonna, sono le due poetesse più importanti degli anni Novanta del novecento.

    Giorgia Stecher si situa, stilisticamente, nel Moderno, precede appena d’un soffio il postmoderno, nella sua poesia non si rinviene il citazionismo o la tecnica del riuso dei materiali di riporto, caratteri questi che si rinvengono in altri autori posteriori agli anni novanta. Con gli anni novanta si chiude la stagione della poesia del Moderno, ragioni storiche determineranno una svolta nella poesia italiana, svolta nella quale siamo ancora coinvolti in prima persona per prenderne coscienza. La poesia della Stecher è ancora saldamente ancorata all’endecasillabo della tradizione, non v’è nulla che oltrepassa la struttura sonora e fonotimbrica della poesia novecentesca, anche se nell’ultima poesia, quella vergata pochi giorni prima della sua morte, la poesia che reca la dedica «a Giulia» (Perroni), la struttura strofica è palesemente attraversata da tensioni interne che la rendono irregolare e frastagliata. Pochi giorni dopo la Stecher chiuderà gli occhi a mia insaputa che nel frattempo acceleravo la pubblicazione del suo ultimo libro, Altre foto per Album (1996), uno dei capolavori della poesia italiana degli anni novanta.

    Nel saggio giovanile Tradizione e talento individuale del 1917 Eliot mette a fuoco il problema con pragmatica chiarezza: «La tradizione non è un patrimonio che si possa tranquillamente ereditare; chi vuole impossessarsene deve conquistarla con grande fatica. Essa esige, anzitutto, che si abbia un buon senso storico». Nella sua opera successiva il poeta inglese annuncia l’esaurimento della modernità.

    Una delle caratteristiche principali della post-modernità è la critica alla modernità e il suo oltrepassamento all’indietro: all’idea del «nuovo» e di innovazione ininterrotta della letteratura, subentra l’idea del ri-ciclo e del ri-uso, della citazione, della de-costruzione. Questo è chiaro in molti autori post-moderni oggi inquadrati come neoclassici. Il mondo salvato dai ragazzini (1968) di Elsa Morante è un’opera tipicamente post-moderna, con il libero impiego di vari stili di scrittura di provenienza narrativa che si sovrappongono e si elidono nell’ambito di un discorso poetico ormai vulnerato. Trasumanar e organizzar (1971) di Pasolini segna l’ingresso di un discorso poetico sostanzialmente non dissimile dal discorso giornalistico e narrativo; La Beltà (1968) di Zanzotto è un superlavoro di microcitazioni e di variazioni… siamo arrivati alla summa del Moderno che si autocita e si fagocita. Altre foto per Album (1996) di Giorgia Stecher, opera postume, è una riscrittura del passato attraverso la lente di ingrandimento di alcune fotografie dimenticate nei cassetti di vari comò; il passato viene ripescato e rivissuto mediante vecchie fotografie dimenticate. Incredibile, la vera rivoluzione in poesia la si fa mediante delle fotografie dimenticate in un cassetto, ripescate messe in forma poetica; la vera rivoluzione la fa Maria Rosaria Madonna con Stige del 1992, adesso ripubblicata insieme agli inediti da Progetto Cultura, Stige, Tutte le poesie (1985-2002) con la sua poesia in neolatino, fitta di scalfitture semantiche, ibridazioni lessicali dal tardo latino ieratico e medievale ad un italiano arcaicizzato.

    Ormai è chiaro che le rivoluzioni artistiche non si fanno più in avanti ma all’indietro, di lato, ripescando i brandelli e i sintagmi di un mondo trascorso. Auden e Brodskij sono autori tipicamente post-moderni, tornano al ri-uso della metrica tradizionale, la ribasano su un materiale sostanzialmente estraneo e refrattario alla gabbia metrica della tradizione qual è il parlato. Il Moderno, con tutte le sue avanguardie e post-avanguardie, tende a diventare un fenomeno del passato, un circo equestre, un patrimonio amministrato, un museo, mercato, rigatteria, vintage.

    Entriamo nel Pstmoderno. All’idea del progresso estetico subentra l’idea di un regresso estetico, di una diffusione dell’estetico in tutte le direzioni, fuori dagli ambiti privilegiati e protetti della tradizione stilistica del Moderno. Il nichilismo antitradizionale delle avanguardie è progressivo, tende al futuro, vuole andare sempre oltre e al di là, distrugge il passato per costruire un mondo nuovo, distrugge in quanto c’è ancora un patrimonio da dilapidare e distruggere e c’è anche un mondo nuovo da abitare e conquistare.

    Oggi, nelle nuove condizioni del Dopo il Moderno, non c’è più un passato da distruggere, anzi, non c’è più un passato, non c’è più nemmeno alcuno spazio per il Futuro. Le condizioni per stabilire un contatto con la Tradizione sono mutate, oggi occorre una nuova impostazione del problema che tenga conto dell’oblio della memoria e della invasione delle mesoverità e delle ipoverità nella poesia contemporanea.

  2. In una delle sue prime poesie, “Meditazione”, nella sezione che apre il Canzoniere intitolata “Poesie dell’adolescenza e giovanili”, Umberto Saba definisce qualcosa che somiglia a un metodo e a un modo di stare e di sentire il mondo, e con lingua antimodernista e antinovecentista li dichiara:

    “Sfuma il turchino in un azzurro tutto
    stelle. Io siedo alla finestra, e guardo.
    Guardo e ascolto; però che in questo è tutta
    la mia forza: guardare ed ascoltare”

    Guardare e ascoltare cui mi pare che Giorgia Stecher aggiunga il commento e la confessione. Così questi versi, da quello che nel suo ottimo complesso di meditazioni Marisa Armato dice “Il mondo di Giorgia Stecher”, giungono in maniera diretta alla lettura di chi di ad essi si approssima. Sicché mondo del poeta e mondo del lettore si compenetrano, fino a fondersi.

    Giorgia Stecher mi pare che abbassi il suo cielo al nostro. E come Saba, anche la Stecher forse non amava dire ‘lettore’ ma ‘uomo’, non soleva dire ‘lettrice’ ma donna, chi riceveva il dono della icasticità della sua scrittura, la scrittura d’una poesia sabianamente onesta, come ad esempio onesti sentiamo questi versi:
    “[…]
    Quel platano son io, tutte le donne siamo:
    da quell’esiguo spazio in cui ci hanno costretto
    a più liberi cieli proteso il superstite ramo…”

    I quali, come gli altri versi della Stecher, non si comprendono se non ci lasciamo alle spalle, se non mettiamo da parte tutti gli “ismi” che hanno attraversato il ‘900 poetico italiano.

    Ben venga l’evento che ci annuncia l’amico Linguaglossa della ri-edizione di tutte le poesie di questa voce poetica troppo presto “salita in punta di piedi… sull’ultimo treno senza binari…”, come ha saputo dire Marisa Armato, nella sua metafora che mi ha commosso.

    ( Tragicamente intensi i versi del testamento umano e poetico della Stecher per Giulia Perroni, un privilegio, sì, ma anche una responsabilità il cui peso ideologico-estetico-morale può anche schiacciare la destinataria…).

    (gino rago)

  3. annaventura36@hotmail.com

    Le sensazioni che possono essere suscitate nel lettore dalla poesia di Giorgia Stecher non possono essere contenute in un discorso breve;solo un’analisi approfondita può sperare di accedere ai recessi di un’anima tanto complessa e tormentata,analisi che farò volentieri ,se ne avrò il tempo e la forza.Le “grevi signore”che uccidono la bellezza del mondo sono dovunque, anche in versione maschile; liberarsene è impresa non facile,ma,comunque, sempre opportuna:anzi, necessaria.

  4. Se il ‘900 si chiude con una poesia piena di senso – non di speranzoso o nostalgico realismo – allora preferisco questa compagnia. Perché a me il senso manca e, penso, se mi do da fare, magari sparirà del tutto; del senso resterà la sequenza degli incastri. Ma la compagnia è piacevole, e buona l’impressione della Stecher poeta che mi sembra nel linguaggio invitante, per come vi scorre l’esperienza e finalmente la concretezza. Per me un monito, per la strada intrapresa, che sento vuota e priva di ostacoli; che poi stanno nel ragionare; in poesia l’insieme dei fattori privilegiati.

  5. Gino Rago
    Novecento poetico italiano
    /10
    Conversazione al “Caffè Sciascia” di Via Cola di Rienzo con una ricercatrice di Italianistica della Sapienza
    (lo spirito del ’45, post-ermetismo, avanguardie, sperimentalismo)

    Domanda:
    L’Italia e l’Europa fra cumuli di macerie morali e materiali arrivano al 1945…In poesia, nella storia del nostro Novecento poetico, quali secondo i Suoi studi e le Sue ricerche, i fenomeni più significativi?

    Risposta:
    Entrando nel vivo della questione che Lei mi pone con la Sua domanda direi che finisce l’ermetismo, vale a dire quella poetica diffusa che si impose come poetica della parola tipicamente modernista e novecentesca.

    Domanda:
    E comincia il dopo ermetismo, il dopo di quella radice del Simbolismo europeo del secondo Ottocento

    Risposta:
    Dopo l’ermetismo, il 1945 impose in Italia e in tutta Europa il dovere di un nuovo impegno politico, estetico e morale anche in Letteratura, anche se non si trattò della nascita dalle macerie né di una nuova teoria della poesia, né di una ideologia letteraria nuova

    Domanda:
    Si affaccia in poesia il neorealismo.

    Risposta:
    Sì è vero. Ma se nella prosa, nel romanzo e soprattutto nel cinema il neorealismo aveva un senso, non ne aveva molto in poesia.

    Domanda:
    Perché? Può articolare chiaramente questo Suo pensiero rispetto a un clima postbellico di elevata consapevolezza anche politica?

    Risposta:
    La consapevolezza socio-politico-civile del dopo 1945 spingeva anche i poeti verso la necessità di un “parlare chiaro” per poter parlare soprattutto a un ben più ampio numero di lettori. Ma questa nuova e forte consapevolezza non prescriveva nessun codice stilistico particolare…

    Domanda:
    E quello che diffusamente ancora viene indicato come “spirito del ‘45”?

    Risposta:
    Direi che questa nuova energia che nello spirito del ’45 si è espressa ha determinato molti fenomeni culturali nuovi, penso alla nascita in Francia di “Les Temps Modernes” di Sartre, ma penso anche alla nascita in Italia di “Il Politecnico” di Vittorini, affiancato da Fortini, verso i due grandi traguardi di quello spirito del ’45: rifondare la cultura nel suo rapporto con la società ed elaborare una idea nuova del ruolo “pubblico” di scrittori, artisti e intellettuali.

    Domanda:
    E in poesia, in Italia, si avvertivano già i segni di una parola poetica post-ermetica…

    Risposta:
    Quanto alla poesia, potrei dire che c’era posto per svariati modelli e potrei citare quello del surrealismo libertario di Eluard, quello del materialismo dialettico di Brecht, quello del moralismo sociale inglese di Auden e di Eliot, o anche quello degli antifranchisti e antifascisti Lorca e Vallejo cui si aggiunge Neruda nel suo passaggio in Europa.
    In tali scenari potrei affermare che in Italia il primo bersaglio fu proprio l’ermetismo e la durissima polemica che si sviluppò nello spirito del’45 mise sotto processo l’idea ermetica di “poesia-pura” e il suo stile cifrato, allusivo, ipermetaforico (lo stesso Quasimodo da “ermetico” dopo il ’45 lo ritroviamo “impegnato” e non furono risparmiati nemmeno gli Ungaretti e i Montale…ermetici).

    Domanda:
    Lungo questo percorso che sviluppa in poesia nello spirito del ’45, il Novecento poetico italiano va verso nuove ideologie letterarie

    Risposta:
    Direi che una svolta, forse la prima vera svolta poetica italiana postbellica, si registra verso il finire degli anni ’50 e faccio 2 nomi: Pasolini e Sanguineti

    Domanda:
    Il che significa che dovremmo considerare ruoli e valenze delle riviste letterarie nella storia del nostro ‘900 poetico postbellico

    Risposta:
    Ha ragione, soprattutto se ricordiamo Officina, Il Menabò, Il Verri…
    E quel laboratorio eclettico e internazionale direi permanente di scienze umane, di filosofia,di teorie estetiche dovuto alle riviste attraversò e caratterizzò tutti gli anni ’60 italiani

    Domanda:
    Pasolini, o sperimentalismo, neoavanguardia o Sanguineti, verso l’azione modernizzatrice volta contro il provincialismo del letterato italiano di quegli anni…

    Risposta:
    C’è un fondo di verità in questa Sua domanda, ma cominceremmo a preparare il terreno ad altri fenomeni direi decisivi di quell’epoca post ’45…

    Domanda:
    Ad esempio, la formazione a Palermo del gruppo 63…

    Risposta:
    Il Gruppo 63, certo ma ci porterebbe lontano…
    Non posso dedicare alla nostra conversazione altro tempo, devo raggiungere il Preside di Facoltà per guardare insieme le bozze del mio lavoro di ricerca sulla poesia di Amelia Rosselli e devo prendere la metro a Ottaviano…

    (gino rago)

  6. Gino Rago
    Novecento poetico italiano/11
    Brevissima conversazione al Caffè Vergnano in Via Pietro Giordani con la stessa ricercatrice di Italianistica della Sapienza
    (Sanguineti, Pasolini, Gruppo 63, anti-opera)

    Domanda:
    Ci lasciammo alla fine della nostra precedente conversazione al Caffè Sciascia con questi nomi: Pasolini e Sanguineti

    Risposta:
    Potrei in buona sintesi affermare che Pasolini adottò come riferimenti politici e culturali gli scritti di Gramsci e giunse a un suo sperimentalismo “realistico”
    con cui intese correggere la genericità estetica del neorealismo con l’obiettivo dichiarato di mettere in discussione l’idea stessa di realtà e con essa l’idea di una arte poetica basata sul rispecchiamento di quella stessa realtà, benché si trattasse diciamo di “un rispecchiamento dialettico” della realtà stessa;
    mentre, sempre in estrema sintesi, la neoavanguardia (Sanguineti, ma non soltanto lui) esordiva con l’apertura di una polemica di modernizzazione contro il (vero o presunto) provincialismo del cosiddetto “letterato italiano”, con ciò in verità riprendendo la battaglia modernizzatrice del Politecnico di quasi 10 anni prima…

    Domanda:
    Da qui la nascita e l’affermarsi negli anni ’60 di quel laboratorio eclettico di psicologia, sociologia, etno-antropologia, linguistica, filosofia e nuove teorie estetiche, dal respiro internazionale, che approdò al costituirsi a Palermo del gruppo 63

    Risposta:
    Direi che fu così e aggiungerei che il Gruppo 63 riprende la forza degli schieramenti politico-estetici e la combattività direi dell’autopromozione di gruppo (quasi, bisogna dire, come fu per i futuristi e i surrealisti che avevano già praticato la forza auto promozionale del gruppo…)

    Domanda:
    Gruppo 63, teorici militanti come Eco e Sanguineti, il successo di questo gruppo fra anni ’60 e ’70…

    Risposta:
    Sanguineti ed Eco teorici militanti, sì, ma anche scrittori. Ma da soli non sarebbero bastati al successo del gruppo 63…

    Domanda:
    Lo comprendo bene, ma lo dica Lei, forte come è dei Suoi studi e delle Sue ricerche

    Risposta:
    Accanto ai due, Sanguineti ed Eco, operarono in una indiscutibile coesione di gruppo altri scrittori e teorici militanti,polemisti ad alta aggressività polemica,autorevoli docenti universitari.
    Così alla forza e all’impatto della coesione di gruppo si aggiunse la loro diffusa presenza sia in ambito giornalistico sia in ambito editoriale e per comprenderne la potenza basterebbero i nomi di Ripellino, di Guglielmi, di Manganelli, di Giuliani…

    Domanda:
    Ma non mancarono le discussioni violente nonostante quella coesione di gruppo…

    Risposta:
    Ha ragione, né bastò ad evitare la violenza delle discussioni la parola quasi magica che iniziò a circolare nel gruppo:
    “anti-opera”, su cui vorrei tornare in una prossima conversazione…

    Domanda:
    E su programmi-realizzazioni o se Lei vuole sul rapporto dichiarazioni critiche-opere letterarie…

    Risposta:
    Fu uno dei punti di massimo dibattito e accese polemiche, ma ne potremo riparlare, alla UNITRE di San Paolo mi attende un Ordinario di Storia della letteratura Italiana per un lavoro comune di ricerca…Non posso fare tardi

    (gino rago)

    • Che belle queste interviste Gino. Gino Rago
      grazie.

      • Desidero, sebbene con tanto ritardo, dire il mio sentito ‘grazie’ a Mauro Pierno per l’adesione allo spirito e allo stile delle mie conversazioni (immaginarie) con le quali intendo dare un contributo alla ri-lettura di taluni aspetti del nostro Novecento poetico.

        (gino rago)

        • Ringrazio anch’io Gino Rago per questa sue brevi lezioni di storia dell’arte, che ho molto gradito, perché ragionate come Lui sa fare.
          Non posso dimenticare che in passato alcune riflessioni di Gino Rago mi offrirono le chiavi di lettura per l’opera di altri poeti, non esclusi alcuni NOE, di quando ancora il mio giudizio era in sospeso. Sono chicche letterarie, molto utili.

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