Inaugurazione della Mostra di Giorgio Ortona, 2 aprile 2019, ore 11.00 Roma, Polo Museale Atac via Bartolomeo Bossi, 7 – Roma, Esposizione da lunedì al sabato ore 19.00-15.30, Scritti di Letizia Leone e Giorgio Linguaglossa, Emanuele salvato dall’Atac

Giorgio Ortona Invito Mostra

Comunicato stampa Mostra Giorgio Ortona

Giorgio Ortona Atac, 2019, olio su tela, 30 x 64 cm

Giorgio Ortona, Atac, 2019, olio su tela 30×64

Emanuele salvato dall’Atac

di Letizia Leone

Il ritratto che Giorgio Ortona ha dedicato ad Emanuele Di Porto, con un tram alle spalle, ha per titolo un’intera didascalia: la diretta testimonianza in romanesco di colui che è sfuggito al rastrellamento del ghetto di Roma il 16 ottobre 1943: «…e so arivato lì, a piazza Monte Savello, li c’ereno i tranve, so montato sul tranve e c’era quello che spezzava i bijetti, là, all’epoca. Jò detto guarda, so ebbreo e me stanno a cercà i tedeschi, questo me fa, mettete qua vicino a me. Poi a una cert’ora me dà pure ’n pezzo de pane. Due giorni so stato sul tranve, ho dormito sul tranve, e questi dell’atac m’hanno aiutato, se vede che se l’erano detti uno coll’altro, insomma, che io stavo là e giravo sempre co sto tranve qua: era ‘a circolare. Cosa pensavo? Pensavo a mia madre, il pensiero mio stava su mia madre, subito morta lì ai campi di concentramento…».

Quel ragazzino, oggi quasi novantenne, per diversi giorni ha osservato con angoscia e disperazione la città dai finestrini di un tram, così per frammenti sconnessi, palazzi e strade sconosciute, da capolinea a capolinea. Poi ha trascorso qualche notte sulla torretta adibita alla riparazione degli archi della linea tranviaria, dentro il deposito dell’Atac in via Prenestina, là dove gli autisti lo avevano sistemato, magari con qualche coperta, per salvarlo dalla furia nazifascista.

Giorgio Ortona Emanuele salvato dall'Atac, 2018, olio su tavola, 22 x 52 cm

Giorgio Ortona, olio su tavola, 2019, 20×52 cm

Sono qui seduta sul 14 semivuoto e cerco di ricostruire i pensieri di Emanuele, solo e al buio in quella torretta, dopo che la madre gli ha urlato «scappa, corri, va via!» dalla camionetta dei tedeschi in partenza con il suo carico umano. E mi ritrovo alla fermata sotto la Tangenziale est (Totem della pittura contemporanea) in via Prenestina, quasi all’altezza del deposito dell’Atac. Questo è un punto caldo della città, storicamente intendo. Qui vicino c‘è il Pigneto, c’è via Raimondo Montecuccoli dove Rossellini ha girato la scena madre di “Roma città aperta” con Anna Magnani, c’è il nuovo locale laccato e lustro di Necci, una volta il bar frequentato da Pasolini, magari durante i sopralluoghi con Fellini nelle vie limitrofe, via Fanfulla da Lodi o via Braccio da Montone…Qui c’è la casa dei miei genitori, a Piazzale Prenestino. Restano incisi nella memoria i cigolii notturni delle frenate, gli acuti ferrosi, i suoni striduli e amari del metallo che conciliavano il mio sonno. La casa dei miei, set di alcune scene del film di Mario Monicelli “Un borghese piccolo, piccolo” con Alberto Sordi. Qui ci sono le facciate rassegnate e annerite dei palazzi che nei quadri di Ortona diventano pasticche colorate dell’oro metafisico di Roma. Prima di essere offuscato dalla fuliggine. Pezzi di cielo, tracce colorate di un’infanzia depositata nei fondali della psiche in ognuno di noi, anche in coloro ai quali l’infanzia è stata negata. Per Ortona quel sole metafisico, o quella improbabile felicità anacronistica, è nelle matite colorate Giotto. La scatola da 6. Lui, profugo dalla Libia, non ha mai osato ambire a quella da 24, troppo costosa.

Il cromatismo di questi quadri ha dentro qualcosa di quei colori. Tracce, linee, macchie, cancellature che smangiano i confini delle cose e sembrano dilagare sulla tela, pericolosamente. Una pittura che pare voler mappare tutto lo spazio percorribile della città seguendo i tragitti degli Autobus e dei Tram. Non solo spazio orizzontale ma anche verticale del tempo e della memoria, certi buchi neri che riesce a leggere solo chi sa decifrare muri, strade, intonaci e crepe, facciate o finestre come quelle della Prenestina dove non si vede mai nessuno affacciato. Eppure l’antico portale neoclassico di una villa ottocentesca dal quale si accede agli uffici grigi dell’Atac ci sussurra che tutto è effimero e transeunte. Come se nelle cose fosse innescato un moto di accelerazione, e allora ti convinci che conviene sistemarsi sul sedile di uno di quei tram vuoti dei quadri di Ortona e intercettare il paesaggio metropolitano distrattamente, a pezzi, in fuga da un finestrino.  Perché tutto è in divenire, come suggeriscono questi quadri, anche i dati della nostra coscienza storica. Tutto è in bilico sul nulla. Apparizioni che stanno per svanire. Dunque oggi un artista non può che lavorare sul work in progress. Per tentativi, correzioni, sovrapposizioni, collage, cancellature, fotogrammi o citazioni. Opere aperte e in cammino, non solo nel colore che va sbiadendo, crescendo o dilagando, ma anche nei titoli stessi dei quadri: “Nuova mappa metropolitana I”, “Nuova mappa metropolitana II”, “Il cielo che serve” …

Le cose che hai visto non sono più le stesse di ieri o di qualche momento fa. Cambiano le coordinate psichiche e spirituali. Cambiano i colori atmosferici o i pezzi vivi del puzzle.  Allora tutta la città che vortica, il suo magma, li puoi cogliere solo per un attimo, distrattamente, da un autobus in corsa.  Un autobus rumoroso che quando frena ti scaraventa tra le braccia di un estraneo.

Giorgio Ortona La circolare, 2019, olio su tela, 40 x 70 cm

Giorgio Ortona, la Circolare, 2019, olio su tela 40×62 cm

per la mostra Emanuele salvato dall’ATAC di Giorgio Ortona

Giorgio Ortona attualizza il passato e, in questo modo, lo rende eterno. Raffigura i tram di oggi, che so, il 13, il 19, il 3 che attraversano in diagonale la città di Roma, ma li raffigura come un presente che è un passato.

Il linguaggio figurativo ha questo di buono, che forse è l’unico adatto a rappresentare la trascendenza del Passato, in quanto l’Assoluto ha la sua residenza nel Passato, soltanto lì le forme possono sostare in eterno, perché sono passate, perché il passato è l’intrascendibile, l’incondizionato, mentre il presente è la presentificazione e la convergenza di tutte le condizioni. Non è un caso che il linguaggio figurativo si manifesti attraverso i colori e le linee, perché abita una dimensione rigorosamente bidimensionale. Ciò soprattutto perché esso si esprime, mediante l’immagine, la quale  si offre mediante l’obliterazione di tutti i passaggi proposizionali e propedeutici temporali e spaziali con i quali invece deve fare i conti il linguaggio umano. Nell’immagine figurativa incontriamo l’Assoluto, ciò che è stato e non è più, il mistero del tempo che si è raggelato. La pittura ad olio su tela e su tavola di Giorgio Ortona è la tecnica più idonea per raffigurare la perfetta simultaneità e coincidenza tra l’essere e il nulla, tra la storia e l’eterno, tra passato e presente, giacché non ci sarebbe passato se non vi fosse il presente e noi che lo abitiamo.

Giorgio Ortona Atac, 2019, olio su tela, 30 x 64 cm

Giorgio Ortona, Atac, 2029, olio su tela

 È per questo motivo che il linguaggio figurativo di Giorgio Ortona abita una ontologia debole o meta stabile, per via del fatto che anche noi posti nel Presente assoluto abitiamo una ontologia meta stabile, che è e non è, agganciati all’attimo che è la compresenza di essere e del nulla. Nei tram sulle rotaie e nei filobus allacciati al trolley, in quel colori sbiaditi e indeboliti noi abbiamo l’esatta riedificazione in immagine di un passato che si è indebolito ai nostri occhi; ma è la storia che si è indebolita ed è scaduta a storialità di avvenimenti e di cose appese al filo del nulla. La pittura di Ortona non può che prendere a prestito, diciamo così, dal passato questo darsi dell’essere stato perché il mondo nel frattempo si è indebolito ed i colori sono diventati slavati e sbiaditi e diffusi, disfatti proprio come i nostri ricordi che, progressivamente, nel corso del tempo perdono lo smalto dei colori e la vivacità delle cose.

Un tempo, durante gli anni cinquanta e sessanta, Roma era attraversata in lungo e in largo dalle circolari, verdi e rosse, che erano dei tram e i binari attraversavano la città in tutte le direzioni. Poi, qualcuno pensò bene di sostituire quei tram e quei filobus con moderni autobus a nafta. Quella città ormai non c’è più e può rivivere soltanto in filmati d’epoca o in queste tele di Ortona che interpretano e attualizzano con un linguaggio figurativo del presente un mondo intrascendibile chiuso nel cassetto del passato.

È che  il linguaggio figurativo di Ortona non può utilizzare i colori da cartolina o televisivi di cui siamo invasi o il linguaggio della pittura bene educata attenta al bon ton del wishful thinking, Ortona non può non costruire quei colori e quelle linee se non mediante un’opera assidua di decostruzione e di rivisitazione del Passato in quanto passato e del Presente in quanto presente. Non c’è nessuna nostalgia in quei colori e in quelle linee, è una operazione ragguagliabile ad un espianto di organi da un morto ad un vivo, perché, è paradossale ma vero, soltanto ciò che è morto rigorosamente può dar vita ad un vivo non più vivente. Il pittore della nostra civiltà non può più adoperare i colori così come un pittore del Rinascimento li trovava già belli e posti, pronti all’uso, ma deve andarseli a costruire e reinventare in quanto ciò che è oggi pronto all’uso è ciò che è morto e sepolto. Non è soltanto un problema di ottica della modernità ma un problema del nostro tempo che vive in una ontologia meta stabile, che muta di continuo senza mai offrire ad un artista un momento di requie o di riposo al riparo dalla mutazione. E forse è proprio questa forsennata accelerazione della mutazione che ci rende manifesta la presenza del nulla nella nostra epoca di incessante mutazione delle forme e delle cose. Nello sbiadire dei colori e delle linee della pittura di Ortona noi possiamo intravvedere in filigrana la presenza costante del nulla che signoreggia e minaccia tutte le cose e noi stessi in ogni momento della nostra vita quotidiana e nella storialità del mondo post-storico. Qualcuno che non ricordo ha detto che «il passato è il lusso dei proprietari», al che mi viene da replicare che il presente è la povertà dei dispropriati, è la nostra condizione esistenziale che ci fa oscillare tra un lusso e una povertà, tra l’essere e il nulla.

Ha scritto Sartre: «Il nulla, se non è sostenuto dall’essere, svanisce in quanto nulla e noi ricadiamo nell’essere. Il nulla non si può annullare che sulla base dell’essere; se del nulla può essere dato, ciò non avviene né prima né dopo l’essere, né, in senso generale, al di fuori dell’essere, ma nel seno stesso dell’essere, nel suo nocciolo, come un verme».1

(Giorgio Linguaglossa)

1 Jean-Paul Sarte, L’Être et le Néant 1943 – L’essere e il nulla, 1958, ora trad. it.  di Giuseppe Del Bo, a cura di F. Fergnani e M. Lazzari, Collezione La Cultura, Milano, Il Saggiatore, 2014, p. 134

Giorgio Ortona Nuova mappa della metropolitana I, 2010, olio su tavola, 68 x 114 cm

Giorgio Ortona, mappa della metropolitana olio su tela 68×114 cm

15 commenti

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15 risposte a “Inaugurazione della Mostra di Giorgio Ortona, 2 aprile 2019, ore 11.00 Roma, Polo Museale Atac via Bartolomeo Bossi, 7 – Roma, Esposizione da lunedì al sabato ore 19.00-15.30, Scritti di Letizia Leone e Giorgio Linguaglossa, Emanuele salvato dall’Atac

  1. A Giorgio Ortona che ricorda Emanuele-il-bimbo-salvato-dall’Atac, la mia ammirazione e il ‘grazie’ non già mio ma della civiltà umana.

    Gino Rago

    I cenci cuciti alle intelaiature della storia
    ( 16 ottobre 1943 al Ghetto di Roma)

    16 ottobre 1943. Al Ghetto la caccia agli Ebrei.
    1024 anime. Senza strepiti. Senza perché.

    Per alcuni neanche il tempo di cominciare a vivere.
    Tornano in sedici dall’inferno dei forni.

    15 uomini e una donna soltanto. E non parlano.
    Tacciono per anni. Preferiscono guardare il Tevere.

    Non odono da tempo voci umane.
    Risentono cani che abbaiano. Soltanto cani. Nelle divise.

    Dentro le svastiche. Negli stivali sempre tirati a lucido.
    Non dimenticano i fili di fumo. Il cielo tagliato in due.

    […]

    I migliori colori (Lefranc. Oxford. Taalens. Schminke).
    I ritratti. I paesaggi. Le nature morte.

    Le tele di lino del Belgio alle pareti sono ricordi.
    Un mondo muore quel giorno con loro.

    Lasciano in eredità non oggetti senza vita ma cose.
    Le cose dell’io frantumato. La coscienza calpestata.

    La memoria umiliata. L’identità derisa.
    La spoliazione. La musica forzata sulle fosse.

    La babele di lingue.

    […]

    Lasciano alla ruggine dei fili spinati brandelli di carne.
    Numeri tatuati. Bandoni corrosi. Sabbie quarzifere. Carta pesta.

    Segatura impastata con colla di pesce. Stoppa. Smalti. Vernici
    Lenzuoli sovrapposti. Federe incollate.

    Stoffe di tappeti. Sacchi. Cortecce. Reti di metallo.
    I cenci cuciti alle intelaiature della Storia.

    I materiali della disperazione. Il disastro.

    […]

    Ripartono da qui l’Arte e la Poesia.
    Da nuove parole di resti di stoffa.

    Questi versi di scampoli,
    questi nuovi colori di scarti

    sono i grumi di quel sangue.
    Su queste parole-immagini di stracci

    piovono daccapo i fiori dai ciliegi.

    Ottime le meditazioni di Estetica di Letizia Leone e di Giorgio Linguaglossa.
    Mi rattrista, mi rabbuia non poter essere per questo grande evento a Roma.

    gr

  2. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/03/29/26985/comment-page-1/#comment-54827
    Giorgio Ortona e la pittura della nuova ontologia estetica

    Scrive Letizia Leone:

    «Perché tutto è in divenire, come suggeriscono questi quadri, anche i dati della nostra coscienza storica. Tutto è in bilico sul nulla. Apparizioni che stanno per svanire. Dunque oggi un artista non può che lavorare sul work in progress. Per tentativi, correzioni, sovrapposizioni, collage, cancellature, fotogrammi o citazioni. Opere aperte e in cammino…»

    E in effetti dobbiamo prendere atto di questa dimensione ontologica meta stabile che abitiamo e che abita anche il linguaggio… questo sbiadire dei colori e delle linee dei quadri di Giorgio Ortona non è dissimile dallo sbiadire e dalle cancellature delle poesie della nuova ontologia estetica. Ormai è passata per sempre quella «rotondità» dei versi di un Sandro Penna o di un Saba, quella rotondità oggi suonerebbe falsa, posticcia, Kitsch. Oggi invece è autentico tutto ciò che infirma quella rotondità da cartolina, da Canale 5 e Italia 1. La segmentazione dei segmenti, la stratificazione, il dissesto, l’imprevisto, tutto ciò entra prepotentemente nella poesia più evoluta di oggi, e anche del romanzo (se ancora ha qualche diritto all’esistenza il romanzo oggi dopo il diluvio di romanzi gialli più gialli del giallo), come anche nell’arte figurativa più evoluta.

    Posso dire con certezza che anche Giorgio Ortona è un pittore della nuova ontologia estetica, nella sua pittura l’indebolimento dei colori, il prevalere delle scancellature e degli strati, l’impiego delle diafanie, tutto ciò significa che la nuova ontologia estetica non riguarda soltanto la poesia o il romanzo ma anche l’arte figurativa.

    • Concordo pienamente con Giorgio Linguaglossa nel collocare questo tipo di figurazione nell’ambito di un nuovo discorso ontologico sull’arte.
      Incompiutezza e precarietà. Questi i tratti distintivi dai quali Ortona riparte nel ridefinire la “Nuova mappa della metropolitana”, in diverse e multiple versioni (I, II, III…), parlando, ad esempio dei quadri in mostra.
      L’incompiutezza è diversa dal non-finito. Vittorio Sgarbi in passato ne ha elaborato il concetto estesamente riguardo all’arte di Ortona, agli aloni di incompiutezza di certe immagini: “…l’opera deve adeguarsi a questa condizione, lasciare aperto il discorso, in modo che sia sempre suscettibile, almeno potenzialmente, di nuovi sviluppi… Il non-finito al contrario dell’incompiuto, è un discorso che è stato chiuso anticipatamente. E io immagino Ortona ancor più radicale di Antonio Lòpez Garcia nel concepire la precarietà come fondamento dell’arte (…e quella di Lòpez Garcia è concettualismo al massimo livello, riflessione sull’impossibilità di tradurre in arte la “verdad” come valore “congelato”, dato una volta). Non mi sorprenderei se, a distanza di tempo dalla realizzazione di certe sue opere incompiute, Ortona si presentasse con pennelli e colori presso galleristi, collezionisti o i semplici possessori che la detenessero, e dicesse loro: “scusate avevo lasciato sospeso un discorso e nel frattempo qualcosa è cambiato. Se permettete, avrei ancora cose da dire, e non è nemmeno detto che siano le ultime.”

      Nella sua profonda ed empatica interpretazione poetica Gino Rago riparte proprio da certe “tracce” di pittura che delineano la stratigrafia di queste mappature metropolitane. L’iscrizione della traccia, nella definizione del filosofo Maurizio Ferraris, è “emergenza”. La historìa è “la ricostruzione dello sviluppo temporale degli individui”. “Ecco perché Proust sostiene che la vera vita sia la letteratura: perché è la vita registrata, fissata in un documento, e resa quadridimensionale”.
      Vedere un frammento, un tassello del puzzle di quel paesaggio urbano che reca traccia della storia di Emanuele Di Porto significa incidere la visione con gli occhi della memoria, come ben sa Gino Rago insieme ai poeti che si interrogano e riflettono sulla Nuova Ontologia Estetica:

      “Segatura impastata con colla di pesce. Stoppa. Smalti. Vernici
      Lenzuoli sovrapposti. Federe incollate.

      Stoffe di tappeti. Sacchi. Cortecce. Reti di metallo.
      I cenci cuciti alle intelaiature della Storia.

      I materiali della disperazione. Il disastro.

      Ripartono da qui l’Arte e la Poesia.
      Da nuove parole di resti di stoffa.

  3. Forse sulla via tracciata da David Hockney, ma senza preziosismi e invenzioni di linguaggio grafico. Realismo italianizzato, con tracce di ideologia. Però di nuova ontologia estetica, sono d’accordo, per il vuoto e il non finito, il fattore T nelle immagini, con e senza; soprattutto il figurativo, che mette freno alla modernità, per una pittura che si riappropria dei confini che le competono rispetto alla fotografia. Pittura semplificata, come prosa in poesia.
    Sono del parere che video e installazioni non fermeranno la pittura; piuttosto, ma dopo un lungo periodo di semplificazione, toccherà alla chimica dei materiali il compito di agire sui sensori.
    Grazie, Letizia Leone. Per la lettura. E’ ancora pittura ferma ma è solo l’anno 2.010.

      • Caro Lucio, grazie per la tua lettura. Dici bene, anzi benissimo: “Realismo italianizzato”, ed anche “senza preziosismi” ma pittura sporca, ché i preziosismi appartengono ormai alle “signorine Felicite” dell’editoria italiana. Basta leggere certi titoli dei libri che partecipano allo Strega quest’anno, che perfino gli autori delle cartine dei baci perugina reputerebbero troppo banali.
        Certo è una sfida usare certi codici artistici, pittura o poesia così schizofrenicamente in bilico tra insignificanza e recupero di senso, immersi come siamo nella cacofonia del trash, tra spazzatura, eco-balle e rovine da Basso Impero (…quei frammenti di società tardo-romana della poesia di Linguaglossa)

  4. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/03/29/26985/comment-page-1/#comment-54841
    La domanda di Mommsen a Quintino Sella

    “a Roma non si sta senza avere dei propositi cosmopoliti. Che cosa intendete fare?” La domanda rivolta da Mommsen a Quintino Sella non ha perso di attualità. Che si dovrebbe fare di Roma? Una città italiana, la capitale nazionale, ma non solo, la capitale di un antico impero cosmopolita laico e tollerante verso tutte le religioni, anche verso i cristiani… infatti i morti tra i cristiani durante tutte le persecuzioni messe insieme ammontano a poche migliaia che, in confronto con le stragi degli ultimi due millenni sono bazzecole…
    Volevo dire una cosa importante, che qualcosa di nuovo oggi può nascere, tra le città italiane, soltanto a Roma. Perché? Ma perché Roma è già in sé una cloaca, un disastro, una città dove il Presidente del Consiglio comunale è stato arrestato per corruzione perché chiedeva mazzette anche per i sampietrini da mettere, una città dove gli autobus si incendiano, le strade si aprono in voragini, dove nelle strade si aprono buche, dove gli uffici pubblici fanno acqua, una città in decadenza, cialtronesca, dove l’ultima invasione dei grillini si è abbattuta come una nuvola di cavallette… Tuttavia questa è l’unica città veramente cosmopolita d’Italia (mi dispiace per i milanesi), dove vincono sempre i cialtroni e i mascalzoni… Solo qui, penso, poteva nascere la nuova ontologia estetica… E di nuovo risuona la domanda di Mommsen a Quintino Sella: “Che fare di Roma?”

    • Va bene, va bene. Penso che quei di Montegiordano, di Campobasso, nonché lo svizzero e i milanesi, non si avrebbe nulla da obiettare. Sei tu il nostro Fellini.

    • Cari amici, ho ritrovato, miracolosamente scampata all’hacker, questa poesia scritta cinque anni fa e rielaborata in distici. Penso sia una poesia che può essere scritta soltanto in una città cosmopolita e cialtronesca, plebea e miserabile come Roma. All’epoca, cinque anni fa, ero impegnato in un divertissement, nella peritropè (il capovolgimento di personaggi e di situazioni), una tecnica che non è mai stata impiegata nella poesia italiana del novecento prima di me e di Mario Gabriele (forse con l’eccezione di Govoni) che è un maestro in questo tipo di tecnica, ma devo dire che io all’epoca ancora non conoscevo la poesia di Gabriele, sotto questo aspetto rivoluzionaria…

      Ariosto si è addormentato in sella a un cavallo a dondolo

      . . .a Giorgio Ortona e ai suoi tram

      Ariosto si è addormentato in sella a un cavallo a dondolo,
      corre nella foresta incantata, e si chiede:

      «Come finirò la storia d’amore fra Angelica e Medoro?»,
      Mandel’štam prova con la punta della lingua

      la lingua dolce-salata dell’Ariosto,
      sogna la luna, ma la luna non c’è.

      Irina esce da un romanzo della Némirovsky;
      ama, non riamata, un lestofante,

      un insulso personaggio d’un romanzo femminile
      ed entra in un romanzo della Berberova.

      Crede nella felicità. Pasternak invece ha finito
      Il Dottor Zivago, rientra a casa nella sua dacia a Peredelkino,

      beve il tè, si riposa, si toglie gli stivali
      sporchi di fango, scrive una lettera alla Cvetaeva

      che è stanca, disperata, e prepara la sua tomba…
      l’ippogrifo ritorna dalla luna, atterra all’aeroporto di Ciampino

      proprio mentre dio ha perso l’autobus,
      adesso sta alla fermata del bus, aspetta, forse si è pentito,

      vorrebbe fermare l’orologio rosso, ma non può.
      ………………………………………………
      Lanterna rossa. Finestra buia. Finestra aperta.

      Il Signor K. salta dalla finestra, va via,
      sbatte le sue ali nere, coriandoli, odore di uova marce,

      svolta l’angolo della strada di via Gaspare Gozzi,
      e scompare dalla vista.

      Nel frattempo, il violinista si rivolge al Signor K.
      «Maestà, non so suonare, ho dimenticato lo spartito».

      È vero, il musicista è diventato pazzo,
      pazzo d’amore per Irina, la quale non lo ama perché

      si è innamorata del bellimbusto di un romanzo
      della Berberova ma è disamata, allora,

      prende il revolver che tiene nella borsetta
      e uccide l’amante con un colpo di pistola al cuore,

      ma ciò avviene soltanto nel romanzo,
      nella vita invecchia e dimentica il suo amore,

      come noi, come tutti…

      Chi scrive è stanco di inseguire i suoi eroi,
      è notte, va a dormire, e dimentica di sognare,

      sogna che ha dimenticato di sognare
      che un violinista pazzo si è innamorato

      di Irina, la quale prende il tram ma è affollato
      scivola e cade dal predellino, muore sulle rotaie

      e non può più rientrare nel romanzo della
      Berberova…

  5. donatellacostantina

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/03/29/26985/comment-page-1/#comment-54942
    Mi complimento ancora con Giorgio Ortona per la sua nuova, importante, significativa mostra. Un apprezzamento sincero a tutti coloro che gli hanno dedicato pensieri, riflessioni, versi, anche ispirati al tema della mostra, “Emanuele, il bambino salvato dall’Atac”, come ad esempio quelli di Gino Rago. Il bambino salvato scampò al rastrellamento nazi-fascista degli ebrei a Roma, grazie ai tranvieri. La vicenda ce l’ha raccontata Alberto Angela, in una delle sue più belle trasmissioni. E si lega a una delle pagine più dolorose della storia del Novecento: storia sempre viva, il cui fantasma aleggia, purtroppo, anche nel presente. Motivo maggiore, questo, per ricordarla sempre e ricordarla soprattutto alle giovani generazioni presenti e a quelle future. Perché gli orrori della Storia non conoscono oblio, né perdono. Non esiste riscatto, mai sufficiente la vendetta. Per me è così.
    Ho apprezzato anche i versi di Giorgio Linguaglossa, che, pur non riferendosi direttamente al tema della mostra, evocano un viaggio surreale, come un po’ surreale, se vogliamo, è stato il viaggio sul tram del piccolo Emanuele, avanti e indietro per due giorni, confuso nella folla dei passeggeri, da capolinea a capolinea.
    Bene. Desidero anch’io dedicare alcuni versi a Giorgio Ortona. Non anticipo, non aggiungo niente al testo. Leggetelo, semplicemente.

    *
    Senza identità di città, la città

    a Giorgio Ortona

    Senza identità di città, la città.
    Non più Roma, nello spaesamento dilatato dei margini.

    Dai prati battuti, dentro gli scavi di pozzolana, macchie in bianco e nero.
    Sul fianco orientale, l’oscillazione delle Torri a pianta stellare.

    Di spalle alla finestra, le mani spezzano il pane nel latte, mentre il figlio [muore.
    Nun ce penzate a sora Ro’, è acqua che passa, è acqua che passa…

    Soltanto al capolinea del viaggio sull’unico tram azzurro,
    una bambina dice «Roma».

    Poi, la periferia resa a se stessa, specchiata nel finestrino
    di un paesaggio muto, in assenza di peso.

    Più leggere le forti arcate nere dell’Acquedotto. In quelle, voci
    scolpite nel fango. La tramontana, con un sentore di stracci.

    • L’estetica, la fermezza dello sguardo storico-socio-antropologico
      su fatti e fattoidi, fra Evento e pseudo-evento, in un tentativo di risposta
      al quesito lacerante di Giorgio Linguaglossa:

      «Che fare di Roma?»

      Gino Rago
      Da Piazza San Pancrazio al Prenestino
      [ Le arti sorelle ]

      30 settembre. Domenica. Dalle 10 alle 19
      Arrivano quasi tutti, l’uno dopo l’altro.

      Da Turcato a Tornese a Cascella,
      Da Berto ad Accardi a Guttuso.

      Spazio espositivo a Piazza San Pancrazio,
      Villa Pamphili, N. 7

      Si appendono da soli alle pareti
      Gentilini, Schifano, Afro, Milana.

      Annibali, Enotrio, Maragnani e Dorazio
      Attendono Warhol, Bonalumi, Capogrossi e Baj.

      La fenomenologia dell’arte non tollera i ritardi.
      Gillo Dorfles in un angolo al buio

      parla di Kandinsky, di Estetica, di Klee,
      Di verde verticale a qualche grattacielo.
      […]
      Uno schianto sull’asfalto. L’ultimo pino di Respighi,
      Giosetta Fioroni bacia Goffredo Parise.

      «A Via Flaminia … Stasera. Prima da Rosati,
      Poi dai Fratelli Menghi. Tutti a cenare a sbafo …

      Domani dalla De Donato. Al Ferro di Cavallo
      Burri ed Emilio Villa regalano cartelle.

      I loro volti narrano l’Io nei vapori,
      Le storie dei momenti solitari».
      […]
      A Santo Stefano del Cacco
      Il dottor Ingravallo pasticcia con le lingue,

      Carlo Emilio Gadda fa lo sciopero della fame,
      Un vestito blu sul Piè di Marmo.

      Piazza dei Quiriti. Nei panni di Rugantino
      Giulio Cesare Matusali intreccia le sue maglie,

      Puro atto estetico, il gesto prima del progetto,
      l’antilingua, la parola del Papa, il sonetto, il Belli.

      Giorgio Linguaglossa getta monete nel Fontanone.
      Cattura ombre e sole nel cavo della mano.
      […]
      Wittgenstein dall’acqua:
      «Gli oggetti semplici contengono l’infinito…»

      Al Prenestino. Giorgio Ortona
      Al tridimensionale aggiunge la Memoria,

      La fermezza dello sguardo
      Sugli orizzonti mobili del gusto,

      Le visioni oltre il percettivo,
      L’arte del giudizio, i fatti sui fattoidi.

      L’Evento. L’Opera. Le mappe …
      L’atto che ri-crea

      Emanuele Di Porto sul 404 con una scatola da 6

      (gr)

  6. caro Gino,

    tu l’hai detto:

    A Santo Stefano del Cacco
    Il dottor Ingravallo pasticcia con le lingue,

    Roma è precipitata da almeno un ventennio in una situazione di mediocrità e di degrado come mai si era visto… anche i suoi criminali: gli Spada a Ostia e i Santamonica qui, sono criminali di serie B, amano le spacconate triviali, i pugni in faccia, l’esibizione dei muscoli, criminali cialtroni… Il fatto è che nella capitale d’Italia dei cialtroni di criminali abbiano potuto insinuarsi nel sistema politico e abbiano corrotto significa che il territorio delle istituzioni politiche e amministrative era già in sé degradato… E adesso questo cialtrone facinoroso del ministro degli Interni sfrutta al suo favore politico il degrado e la paura della gente comune, strumentalizza la paura e l’odio di classe dei ceti sotto proletarizzati e dei ceti medi derubricati e piccola borghesia mediatizzata e cloroformizzata…

    Anche la poesia si è progressivamente proletarizzata, e così il romanzo e il teatro… qui a Roma si fa fatica ad individuare uno spettacolo teatrale che non sia una esibizione di facezie e di barzellette… il degrado si è infiltrato in ogni minima commessura… i suoi intellettualini sono ridicoli, piccoli lestofanti impegnati a farsi gli affari propri e a fregare i concorrenti… uno spettacolo indecoroso e miserabile.

    In questo contesto, però, ci sono anche pittori di alto livello come Giorgio Ortona, poeti di alto livello come Letizia Leone, Donatella Costantina Giancaspero… e altri che non nomino… ma si tratta di personalità isolate dal contesto letterario… In questo contesto di degrado sociale e antropologico però qualcosa si muove, e mi meraviglio anch’io che qualcosa si muova in questo panorama… Con Galileo sarei tentato di dire: «E pur si muove!»

  7. Leggo con gioia i testi dedicati alla pittura di Ortona e potrei estrapolare alcuni di questi distici ed isolarli oppure “metterli in orbita” tra loro per evidenziarne la potenza espressiva al di là dell’immediatezza dell’occasione, del contesto pittorico. Perché questa scrittura è saldamente radicata in una interrogazione profonda sul contemporaneo tanto che da poeta a poeta, e di verso in verso, per quanto eterogenei, riesco a coglierne subliminali simmetrie.
    Versi dal forte peso specifico che potrebbero controbilanciare un intero componimento.
    Scrive Costantina Giancaspero:

    “Poi, la periferia resa a se stessa, specchiata nel finestrino
    di un paesaggio muto, in assenza di peso.”

    Qui c’è già tutto! Oppure:

    “Soltanto al capolinea del viaggio sull’unico tram azzurro,
    una bambina dice «Roma».”

    O il verso di Gino Rago che carica l’incandescenza di una storia in un solo verso. Una concentrazione, un’arte della concisione che è la forza della poesia migliore:

    “Emanuele Di Porto sul 404 con una scatola da 6.”

    E ancora certe scomposizioni stranianti e cubiste di Giorgio Linguaglossa che potrebbero essere i coraggiosi testi critici per una mostra d’arte:

    …”l’ippogrifo ritorna dalla luna, atterra all’aeroporto di Ciampino
    proprio mentre dio ha perso l’autobus,
    adesso sta alla fermata del bus, aspetta, forse si è pentito,
    vorrebbe fermare l’orologio rosso, ma non può.”

    Grazie, siete sempre portatori di ispirazione.

  8. [Forma definitiva]

    L’estetica, la fermezza dello sguardo storico-socio-antropologico
    tra fatti e fattoidi, fra Evento e pseudo-evento, in un tentativo di risposta
    al quesito lacerante di Giorgio Linguaglossa:
    «Che fare di Roma?»

    Gino Rago
    Da Piazza San Pancrazio al Prenestino
    [ Le arti sorelle ]

    30 settembre. Domenica. Dalle 10 alle 19
    Arrivano quasi tutti, l’uno dopo l’altro.

    Da Turcato a Tornese a Cascella,
    Da Berto ad Accardi a Guttuso.

    Spazio espositivo a Piazza San Pancrazio,
    Villa Pamphili, N. 7

    Si appendono da soli alle pareti
    Gentilini, Schifano, Afro, Milana.

    Annibali, Enotrio, Maragnani e Dorazio
    Attendono Warhol, Bonalumi, Capogrossi e Baj.

    La fenomenologia dell’arte non tollera i ritardi.
    Gillo Dorfles in un angolo al buio

    parla di Kandinsky, di Estetica, di Klee,
    Di verde verticale a qualche grattacielo.
    […]
    Uno schianto sull’asfalto. L’ultimo pino di Respighi,
    Giosetta Fioroni bacia Goffredo Parise.

    «A Via Flaminia … Stasera. Prima da Rosati,
    Poi dai Fratelli Menghi. Tutti a cenare a sbafo …

    Domani dalla De Donato. Al Ferro di Cavallo
    Burri ed Emilio Villa regalano cartelle.

    I loro volti narrano l’Io nei vapori,
    Le storie dei momenti solitari».
    […]
    A Santo Stefano del Cacco
    Il dottor Ingravallo pasticcia con le lingue,

    Carlo Emilio Gadda fa lo sciopero della fame,
    Un vestito blu sul Piè di Marmo.

    Piazza dei Quiriti. Nei panni di Rugantino
    Giulio Cesare Matusali intreccia le sue maglie,

    Puro atto estetico, il gesto prima del progetto,
    l’antilingua, la parola del Papa, il sonetto, il Belli.

    Giorgio Linguaglossa getta monete nel Fontanone.
    Cattura ombre e sole nel cavo della mano.
    […]
    Wittgenstein dall’acqua:
    «Gli oggetti semplici contengono l’infinito…»

    Al Prenestino. Giorgio Ortona
    Al tridimensionale aggiunge la Memoria,

    La fermezza dello sguardo
    Sugli orizzonti mobili del gusto,

    Le visioni oltre il percettivo.
    L’arte del giudizio. I fatti sui fattoidi.

    Poi l’Evento, l’Opera, le Mappe …
    L’atto che ri-crea

    Emanuele Di Porto sul 404 con una scatola da 6

    (gr)

  9. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/03/29/26985/comment-page-1/#comment-55309
    copio e incollo il discorso che Giorgio Ortona ha pronunciato martedì 2 aprile 2019 all’inaugurazione della Mostra a Roma al Polo Museale dell’Atac a bordo dello storico tram che collegava la Stazione Termini a Cinecittà e che ha portato registi e attori sul luogo di produzione dei maggiori film del neorealismo italiano.
    Ritengo interessantissimo questo documento perché Ortona dice con molta semplicità quali siano i suoi «argomenti», i «temi», gli «oggetti» e i «luoghi» della sua pittura e le modalità di costruzione del supporto sul quale in seguito verranno depositati i colori.
    Un tipico esempio di metodologia della nuova ontologia estetica applicata all’arte figurativa.

    «Le forme che prediligo, sono quelle apparentemente più anonime, e che possono trasformarsi nelle più interessanti. Ecco perché le palazzine. Prediligo, ad esempio, quelle che hanno un prospetto maggiormente articolato. Palazzine nette e a più strati, simili alle paste “diplomatico”, che quando vengono sezionate con un coltello, sembrano ancora più buone.
    Ma per una resa efficace in pittura necessitano, però, di una base consapevole del disegno, e di una conoscenza rigorosa della geometria descrittiva.
    Questa materia, opzionale quando mi iscrissi alla facoltà di architettura, diventò solo qualche anno dopo obbligatoria, e si rivelò formativa per la mia pittura. Questa sorta di preparazione scientifica, non avrei potuto acquisirla, se non li.
    Spesso, le cose, le studio in tutte quelle ore del giorno nel quale il sole crea zone di forte contrasto, marcando i pieni e i vuoti, e questa sorta di “grammatica dello spazio”, è reminiscenza subliminale di quando, attraverso le proiezioni mongiane, meglio conosciute come proiezioni ortogonali, noi studenti inserivamo le ombre, ed allora usciva la tridimensione, simile ad una magia.
    Sono interessato dalla struttura delle cose, dalla loro costruzione, gli scheletri e le ossature, e spesso gli anziani. E ora, ecco perché anche i cantieri edili.
    La trasfigurazione pittorica della città avviene anche nelle vedute aeree, là dove anche un modulo di palazzina per me non formalmente accettabile, alla distanza si ordina e viene ad armonizzarsi con il tutto.
    Il mio è un lavoro sempre aperto, in divenire, sia per quanto riguarda l’esecuzione del quadro vero e proprio, ma anche per i titoli. Possono anch’essi cambiare nel tempo, a volte addirittura si cambiano da soli.
    Alcune vedute diventano, per questa mostra “Nuove mappe della metropolitana”, ed il ritratto intitolato “Lucia”, così nato quando lo eseguii, alcuni anni fa, è ora diventato “L’Atac dalla finestra di Lucia”, dato che effettivamente da quella cucina appaiono gli uffici dell’Atac.

    Concludo con alcune notazioni tecniche sul procedimento esecutivo del mio lavoro:
    Uso prevalentemente compensato da 6 mm; sul retro incollo delle cantinelle due centimetri per due, che impediscono alla tavola di flettere, ed incollo il tutto con vinavil e chiodi senza testa. Successivamente passo 6/7 mani di gesso acrilico, fino a che il supporto non diventi levigato come un foglio da disegno. Ho sempre la necessità di lavorare su un supporto rigido, dato che, ad esempio per le architetture, è indispensabile l’utilizzo di squadre e righe. A volte, sopra alla tavola, incollo della tela di cotone, la quale permette al colore di scivolare diversamente e meglio sulla superficie.
    Utilizzo sempre prodotti industriali, gesso acrilico, e colori ad olio in tubetto, olio di lino e trementina, per scelta, mi piace la Coca Cola.
    Si rivela importantissimo il lavoro meticoloso del disegno (cosi come facevano gli antichi). Col colore molto diluito, potenzio le zone in ombra, per poi passare la prima mano di pigmento. Rinforzo il disegno sempre con la matita, per non perderlo, e poi di nuovo colore. Ripeto il procedimento fino a quando del risultato, non ne rimango soddisfatto.
    La superficie del colore la mantengo sempre piatta, senza avvallature, in maniera che la matita possa liberamente muoversi qualora decidessi di riadoperarla.
    Comunque, grazie Emanuele [ndr. Di Porto].»

    (Giorgio Ortona)

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