Dialoghi, Commenti e Interviste a Montale e a una studiosa di poesia del Novecento del 26 marzo 2019, Interventi di Ludwig Wittgenstein, Michel Meyer, Anna Ventura, Gino Rago, Mauro Pierno, Sabino Caronia, Giorgio Linguaglossa, 

Gif gambe camminano

Anna Ventura 25 marzo 2019 alle 9:32

Il grande merito della NOE è quello di tentare un discorso importante con pochissimi mezzi economici,”Noi facciamo la politica della busta rivoltata”, diceva l’avvocato Nino Carloni, uno dei grandi fondatori della gloriosa Società dei Concerti aquilana, E Machiavelli: ”Della mia buona fede è prova la mia povertà”. Il terremoto aquilano ha provveduto a privarmi di un patrimonio immobiliare notevole, per cui oggi vivo a Montesilvano, in quelle che era una casa di vacanza. Però ho guadagnato il mare.

Gino Rago

Novecento poetico italiano/2

Una conversazione al Caffè Greco di Roma con una studiosa di poesia italiana

Domanda:

E’ possibile secondo i Suoi studi stabilire una data di nascita per il Novecento poetico italiano?

Risposta:

Sembra un paradosso, ma si può dire che la poesia italiana del ‘900 ha inizio nell’Ottocento

Domanda:

Può essere, mi perdoni, più precisa

Risposta:

Con i poeti italiani nati fra il 1880 e il 1890, da Saba, Campana e Gozzano a Palazzeschi e Ungaretti, appare del tutto evidente che la cosiddetta “opposizione” all’Ottocento in fondo continua a convivere con la continuità e con la ripresa ironico-sentimentale di forme ancora ottocentesche.

Domanda:

Perché, in che senso, questi poeti procedono allo stesso modo?

Risposta:

No. Possiamo dire che per un versante si procede per estremistica semplificazione alla abolizione della letterarietà tramandata, è il caso di Palazzeschi, ma anche di Ungaretti; per un altro versante invece si lavora a un assai ampio ed esibito, perfino esibito, riuso di quel linguaggio poetico già accettato e noto come linguaggio convenzionalmente poetico (di certo Saba e Gozzano, ma anche, sebbene parzialmente, Cardarelli e Sbarbaro).

Domanda:

Secondo Lei dove è possibile trovare le ragioni di queste due modalità di procedere

Risposta:

Non vi è dubbio che tutti i poeti italiani che hanno inventato la poesia novecentesca, lo ripeto, quelli nati negli anni ottanta dell’Ottocento, hanno iniziato a scrivere quando la scena letteraria e poetica era totalmente dominata da Pascoli e D’Annunzio, quando cioè all’inizio del Novecento Pascoli aveva 45 anni, essendo nato nel 1855, e D’Annunzio 37, essendo nato nel 1863.

Le dico di più, sia l’uno, Pascoli, sia l’altro, D’Annunzio, disponevano di una vastità di pubblico, di fama e di prestigio che nessun altro poeta riuscirà più a conquistare dopo di loro nella stessa misura.

Domanda:

Le ombre pascoliane e dannunziane sono durate a lungo

Risposta:

Sì, sono durate per lunghissimo tempo. Basti ricordare che ancora negli anni ’50 del Novecento era piuttosto raro che nelle scuole italiane si parlasse di Ungaretti e di Montale…

Domanda:

Perché secondo Lei, secondo gli studi da Lei condotti

Risposta:

Perché Ungaretti e Montale erano considerati dalla stragrande maggioranza degli insegnanti di quegli anni poeti astrusi, difficili, alla cui comprensione venivano richieste giustificazioni e/o premesse storico-ideologico-letterarie … “complesse”

Domanda:

La poesia moderna per imporsi e avere un pubblico ha dovuto aspettare a lungo

Risposta:

Anche quando le più giovani generazioni di poeti li consideravano superati per umanesimo virgiliano, Pascoli, per umanesimo superomistico, D’annunzio, ma sorpassati anche per quel macchinoso apparato formale di provenienza classicistica, Pascoli e D’Annunzio hanno continuato a occupare in lungo e in largo il Novecento poetico italiano.

Domanda:

Una spiegazione la troverei nei professori di allora, ai quali Pascoli e D’Annunzio piacevano entrambi

Risposta:

E’ vero, a quei professori piacevano entrambi perché in fondo Pascoli e D’Annunzio dimostravano che una tradizione secolare, millenaria, era ancora viva, non aveva subito interruzioni.

Ma non piacevano soltanto ai professori.

Pascoli e D’Annunzio piacevano anche ai ceti medio-bassi e medio-alti se non altro come modelli morali e ideologici.

Più precisamente, Pascoli arrivava alla piccola borghesia, alle donne, ai socialisti; D’Annunzio era invece preferito dagli snob, dai prefascisti, dai fascisti e da quelle che allora chiamavano “le femmine di lusso”.

E da poeta e scrittore prolifico, e precoce, D’Annunzio seppe tenere a lungo occupati critici come Praz, Borgese, Giacomo Debenedetti, prima di sparire sotto le rovine dello stesso “dannunzianesimo” (retorica, stile d’epoca, moda,sommerso dalle rovine della sua stessa creazione estetica…)

Domanda:

E il destino di Pascoli?

Risposta:

Il destino di Pascoli è stato diverso …

Dovrei tirare in ballo Giacomo Debenedetti e le lezioni che gli dedicò negli anni accademici 1953-’55, Cesare Garboli e anche Pasolini.

Ma oggi non ho tempo sufficiente per farlo,mi aspetta una tesista molto motivata, merita di essere curata… E’ già pronto il taxi per andare alla

Sapienza. E’ una tesi di laurea su Govoni…

eugenio montale 2

Giorgio Lingua Glossa 25 marzo 2019 alle 11:25

Dalla prefazione al Tractatus logico-filosoficus di Wittgenstein

Questo libro, forse, lo comprenderà solo colui che già a sua volta abbia pensato i pensieri ivi espressi – o, almeno, pensieri simili –. Esso non è, dunque, un manuale –.

Conseguirebbe il suo fine se procurasse piacere ad almeno uno che lo legga comprendendolo. Il libro tratta i problemi filosofici e mostra – credo – che la formulazione di questi problemi si fonda sul fraintendimento della logica del nostro linguaggio. Tutto il senso del libro si potrebbe riassumere nelle parole: tutto ciò che può essere detto si può dire chiaramente; e su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

Il libro vuole, dunque, tracciare al pensiero un limite, o piuttosto – non al pensiero stesso, ma all’espressione dei pensieri: ché, per tracciare un limite al pensiero, noi dovremmo poter pensare ambo i lati di questo limite (dovremo, dunque, poter pensare quel che pensare non si può).

Il limite non potrà, dunque, venire tracciato che nel linguaggio, e ciò che è oltre il limite non sarà che nonsenso. […]

Se quest’opera ha un valore, il suo valore consiste in due cose. In primo luogo, pensieri son qui espressi; e questo valore sarà tanto maggiore quanto meglio i pensieri saranno espressi. Quanto più si sia còlto nel segno. – Qui so d’essere rimasto ben sotto il possibile. Semplicemente poiché la mia forza è ímpari al cómpito. Possa altri venire a far ciò meglio.

Invece, la verità dei pensieri qui comunicati mi sembra intangibile e irreversibile.

Io ritengo, dunque, d’avere definitivamente risolto nell’essenziale i problemi. E, se qui non erro, il valore di quest’opera consiste allora, in secondo luogo, nel mostrare a quanto poco valga l’essere questi problemi risolti.

(L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, ed. it. a cura di A. Conte, Torino: 1998, pp. 23 sgg.)

*

Dalla prefazione alle Ricerche filosofiche:

I pensieri che pubblico nelle pagine seguenti costituiscono il precipitato di

ricerche filosofiche che mi hanno tenuto occupato negli ultimi sedici anni. Essi riguardano molti oggetti: il concetto di significato, di comprendere, di proposizione, di logica, i fondamenti della matematica, gli stati di coscienza, e altre cose ancora.

Ho messo giù tutti questi pensieri sotto forma di osservazioni, di brevi paragrafi.

Alcuni di essi sono disposti in lunghe catene e trattano il medesimo soggetto; alcuni altri cambiano bruscamente argomento, saltando da una ragione all’altra. – In principio era la mia intenzione di raccogliere tutte queste cose in un libro, la cui forma immaginavo di volta in volta diversa. Essenziale mi sembrava, in ogni caso, che i pensieri dovessero procedere da un soggetto all’altro secondo una successione naturale e continua.

Dopo diversi infelici tentativi di riunire in un tutto così fatto i risultati a cui ero

pervenuto, mi accorsi che la cosa non mi sarebbe mai riuscita, e che il meglio che potessi scrivere sarebbe sempre rimasto soltanto allo stato di osservazioni filosofiche; che non appena tentavo di costringere i miei pensieri in una direzione facendo violenza alla loro naturale inclinazione, subito questi si deformavano. – E ciò dipendeva senza dubbio dalla natura della stessa ricerca, che ci costringe a percorrere una vasta regione di pensiero in lungo e in largo e in tutte le direzioni. –

Le osservazioni filosofiche contenute in questo libro sono, per così dire, una raccolta di schizzi paesistici, nati da queste lunghe e complicate scorribande.

Gli stessi (o quasi gli stessi) punti furono avvicinati, sempre di nuovo, da direzioni differenti, e sempre nuove immagini furono schizzate. Un gran numero di esse erano state abbozzate in malo molo, o non riuscivano a cogliere le caratteristiche del soggetto, contrassegnate com’erano da tutte le manchevolezze che rivelano il cattivo disegnatore. E quando le scartai ne rimasero un certo numero, riuscite a metà, che dovettero essere riordinate e spesso tagliate, in modo da poter dare all’osservatore un’immagine del paesaggio. – Così questo libro è davvero soltanto un album. […]

Per più d’una ragione quello che pubblico qui avrà punti di contatto con quello che altri oggi scrive. – Le mie osservazioni non portano nessun marchio di fabbrica che le contrassegni come mie – così non intendo avanzare alcuna pretesa sulla loro proprietà.

Le rendo pubbliche con sentimenti dubbiosi. Che a questo lavoro, nella sua

pochezza, e nell’oscurità del tempo presente, sia dato di gettar luce in questo o in quel cervello, non è impossibile; ma che ciò avvenga non è certo probabile.

Non vorrei, con questo mio scritto, risparmiare ad altri la fatica di pensare. Ma, se fosse possibile, stimolare qualcuno a pensare da sé.

Avrei preferito produrre un buon libro. Non è andato così; ma è ormai passato il tempo in cui avrei potuto renderlo migliore.

(Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche, ed. it. a cura di M. Trinchero, Torino: 1999, pp. 3sgg.)

*

“Per una prefazione” (da un manoscritto)

Questo libro è scritto per coloro che guardano con amichevolezza allo spirito in cui è scritto. […]

Infatti, se un libro è scritto per pochi soltanto, questo lo si vedrà proprio dal fatto che saranno in pochi a capirlo. Il libro deve operare automaticamente la separazione fra coloro che lo capiscono e coloro che non lo capiscono. […]

Se dico che il mio libro è destinato solo ad una piccola cerchia di persone (se così la si può chiamare), non voglio dire, con questo, che, per me, tale cerchia sia l’élite dell’umanità; sono però le persone cui mi rivolgo, e non perché migliori o peggiori delle altre, ma perché formano la mia cerchia culturale, in certo modo sono gli uomini dalla mia patria, a differenza degli altri che mi sono stranieri.

(L. Wittgenstein, Pensieri diversi, ed. it. a c. di M. Ranchetti, Milano: 1980, pp. 24, sgg.)

Gino Rago

Novecento poetico italiano/3

Intervista immaginaria a Eugenio Montale

(su Ossi di seppia, 1925, e Le Occasioni, 1936)

Domanda:

Su Ossi di seppia con poche, necessarie parole, arte nella quale Lei ha dimostrato d’essere Maestro, non soltanto per me, ma per tutti i lettori di poesia, vorrei sentire il Suo parere …

Risposta:

Quando cominciai a scrivere le prime poesie degli Ossi di seppia avevo certo un’idea della musica nuova e della nuova pittura. Avevo sentito i Ministrels di Debussy, e nella prima edizione del libro c’era una cosetta che si sforzava di rifarli: Musica sognata. E avevo scorso gli Impressionisti del troppo diffamato Vittorio Pica. Nel ’16, nel 1916, avevo già composto il mio primo frammento tout entier à sa proie attaché: Meriggiare pallido e assorto (che modificai più tardi nella strofa finale). La preda era, s’intende, il mio paesaggio.

Domanda:

Quale idea allora di poesia…

Risposta:

Ero consapevole che la poesia non può macinare a vuoto … Un poeta non deve sciuparsi la voce solfeggiando troppo… Non bisogna scrivere una serie di poesie là dove una sola esaurisce una situazione psicologicamente determinata, un’occasione. In questo senso è prodigioso l’insegnamento di Foscolo, un poeta che non s’è ripetuto mai.

Domanda:

Già nel Suo primo libro poetico Ossi di seppia (1925) Lei mostrava insofferenza verso un modo italico di fare poesia.

Risposta:

Scrivendo il mio primo libro ubbidii a un bisogno di espressione musicale. Volevo che la mia parola fosse più aderente di quella degli altri poeti che avevo conosciuto… All’eloquenza della nostra vecchia lingua aulica volevo torcere il collo, magari a rischio di una contro eloquenza.

Domanda:

In Ossi di seppia si sente dappertutto il mare, un mare in contrasto con la lingua di allora…

Risposta:

Negli Ossi di seppia tutto era attratto e assorbito dal mare fermentante, più tardi vidi che il mare era dovunque, per me, e che persino le classiche architetture dei colli toscani erano anch’esse movimento e fuga. E anche nel nuovo libro ho continuato la mia lotta per scavare un’altra dimensione nel nostro pesante linguaggio polisillabico, che mi pareva rifiutarsi a un’esperienza come la mia … Ho maledetto spesso la nostra lingua, ma in essa e per essa sono giunto a riconoscermi inguaribilmente italiano: e senza rimpianto.

Domanda:

E su Le Occasioni

Risposta:

Non pensai a una lirica pura nel senso ch’essa ebbe anche da noi, a un gioco di suggestioni sonore; ma piuttosto a un frutto che dovesse contenere i suoi motivi senza rivelarli, o meglio senza spiattellarli. Ammesso che in arte esista una bilancia tra il di fuori e il di dentro, tra l’occasione e l’opera-oggetto bisognava esprimere l’oggetto e tacere l’occasione-spinta.

Domanda:

Esprimere l’oggetto tacendo l’occasione-spinta …

Risposta:

Un modo nuovo, non parnassiano, di immergere il lettore in medias res, un totale assorbimento delle intenzioni nei risultati oggettivi.

Domanda:

A quale frutto Lei ha pensato per Le Occasioni

Risposta:

Le Occasioni… Erano un’arancia, o meglio un limone a cui mancava uno spicchio: non proprio quello della poesia pura nel senso che ho indicato prima, ma in quello direi della musica profonda e della contemplazione.

Domanda:

Che ruolo attribuisce nella economia poetica generale de Le Occasioni a Finisterre

Risposta:

Ho completato il mio lavoro con le poesie di Finisterre perché rappresentano la mia esperienza, diciamo così, petrarchesca. Ho proiettato la Selvaggia o la Mandetta o la Delia, la chiami come vuole, dei Mottetti sullo sfondo di una guerra cosmica e terrestre, senza scopo e senza ragione, e mi sono affidato a lei, donna o nube, angelo o procellaria. Si tratta di poche poesie, nate nell’incubo degli anni ’40-42‘, forse le più libere che io abbia mai scritte ….

Domanda:

Su La Bufera e altro torniamo in un secondo momento, se Lei è d’accordo. Ora mi intriga di più sentire da Lei stesso, dalla Sua viva voce, cosa è successo alla Sua poesia, cosa si è verificato nel Suo fare poetico, dopo Satura

Visibilmente contrariato, Montale non risponde, si alza di scatto e mi indica la porta invitandomi a uscire…

Anna Ventura 25 marzo 2019 alle 14:03

Caro Gino,

la tua intervista a Montale ha aspetti interessanti, suggerisce, anche, possibili ampliamenti, data la complessità dell’opera montaliana. Il tuo, intanto, è un buon inizio verso la riscoperta dei nostri maggiori poeti, spesso più famosi che letti, e spesso fraintesi. Su Montale c’è una lettura critica sterminata, talvolta anche fuorviante. Un caro saluto.

Gino Rago

25 marzo 2019 alle 16:46

Grazie carissima Anna. Aggregare intorno a un proprio lavoro del consenso e/o qualche scheggia di apprezzamento per chi scrive lo sai bene anche tu è davvero aria pura da bere a pieni polmoni. Se poi consenso e apprezzamento arrivano da una persona di valore come te, credimi, la gioia si raddoppia. Ma lo confesso:il catalizzatore in tutti questi anni di collaborazione a L’Ombra è stato il nostro Giorgio Linguaglossa…

Giorgio Linguaglossa 25 marzo 2019 alle 17:42

Non è affatto semplice né accessibile a tutti giungere ad una nuova forma-poesia. Io ho iniziato a cercare in tutte le direzioni dalla fine degli anni ottanta, infatti nei miei primi due libri: Uccelli (1992) e Paradiso (2000) le singole sezioni sono scritte con linguaggi lievemente differenti e con stilizzazioni diverse. Il fatto è che non mi sono mai fermato ad un linguaggio, ho sempre tentato di forzare il «muro» del linguaggio poetico per andare in territori linguistici sconosciuti.

Fare questo lavoro da soli è quasi impossibile ve l’assicuro, adesso che siamo in tanti e che le forze sono maggiori, l’impresa è meno ardua. Ci si confronta, si discute, si tentano delle cose che da soli sarebbe più difficile fare.

Ad esempio la poesia che ho postato sono quattro anni che la sottopongo a revisioni e a modifiche, magari di dettaglio, di alcuni dettagli… ma alla fine la somma dei dettagli è quella che fa la differenza. Le poesie che facciamo un po’ tutti quanti della NOE sono in realtà poesie-polittico, sono delle composizioni, non più poesie nel senso tradizionale, la composizione è per eccellenza una struttura aperta… mutagena…

Pasolini e Ungaretti

Gino Rago 26 marzo 2019 alle 8:54

Novecento poetico italiano/4

Brevissimo colloquio immaginario con Montale

(sull’esordio in poesia con Gobetti, l’identificazione con gli avversari)

Domanda:

Accantonando per ora l’autoritratto diciamo “trasposto” di Arsenio e il poemetto-monologo potremmo dire “raziocinante” de I limoni, ricordo che Lei esordisce in un momento problematico, difficile per la poesia

Risposta:

Sentivo di esordire in un clima e in un momento non facili per un poeta. Eravamo agli inizi degli anni ’20 del Novecento e si avvertiva la necessità di dover dare subito una idea forte del proprio stile e anche di se stessi.

Ma in me non ci fu mai una infatuazione poetica, né alcun desiderio di ‘specializzarmi’ in questo senso. In quegli anni quasi nessuno si occupava di poesia e l’ultimo successo in quei tempi di cui abbia ricordo fu Gozzano.

Domanda:

Gozzano… Ma gli spiriti forti di allora…

Risposta:

Ma gli spiriti forti di allora dicevano male di lui e (a torto) anche io ero di quel parere.

I letterati migliori di quegli anni, che presto si riunirono intorno alla Ronda, sostenevano che la poesia dovesse scriversi da quel momento in poi in prosa.

Né dimentico che pubblicati i miei primi versi nel Primo Tempo di Giacomo Debenedetti fui accolto con ironia dai miei pochi amici, già immersi nella politica e, dal più al meno, già antifascisti, verso il ’22- ’23.

Domanda:

Potremmo dedurne che difficoltà di situazione generale e insufficienza di fede nella autoidentificazione specializzata di poeta si sommano in coincidenza dei Suoi esordi in poesia

Risposta:

Deduzione pienamente corrispondente alla verità dei fatti. Includerei soltanto quella che la psicologia definisce “identificazione con l’aggressore”

Domanda:

Intuisco il senso di ciò che dice ma può per noi essere più chiaro?

Risposta:

Sulla “Identificazione con l’aggressore”?

Direi così: se gli altri tendono a fare della ironia sul fatto che scrivo poesie, sarò io stesso a scriverle in modo da far sentire sfiducia e ironia su me stesso e anche sui poeti e sulla poesia in generale, almeno per come è volgarmente, comunemente intesa…

Domanda:

Non riesco a nascondere il mio chiodo fisso… Satura, meglio il dopo Satura… Per la Sua poesia e per la poesia italiana del dopo Satura. A un cenno del capo di Montale entra nella stanza la Gina. Capisco e tolgo il disturbo.

Foto Sadness fear

Giorgio Linguaglossa 26 marzo 2019 alle 9:44

Una domanda al filosofo Michel Meyer:

L’attività della critica letteraria si può ricondurre alla «critica del linguaggio» in quanto il linguaggio è il «riduttore» mediante il quale si possono rinnovare i linguaggi artistici.

I linguaggi artistici sono quei tipi particolari di linguaggi che sono stati sottoposti ad una intensa problematizzazione interna. È attraverso la problematizzazione interna che i linguaggi si rinnovano, e una attività ermeneutica dei linguaggi artistici ha il compito di mettere in evidenza questa problematizzazione.

In assenza o in latenza di «problematizzazione interna dei linguaggi», i linguaggi artistici risulteranno parassitari, epigonici, acritici.

La nuova ontologia estetica è il risultato di una intensa «problematizzazione interna del linguaggio poetico» e, in generale, dei linguaggi artistici dei nostri tempi. In un momento storico come il nostro in cui la spinta al rinnovamento delle forme artistiche è indebolita e la stagnazione delle forme estetiche ne è la conseguenza, è sempre più necessario intensificare la spinta al rinnovamento mediante una intensa problematizzazione delle strutture estetiche, poiché si dà stagnazione ogni qual volta le strutture estetiche tendono a perdere la spinta al rinnovamento.

Risposta:

«Wittgenstein dirà che: “Tutta la filosofia è critica del linguaggio” (T. 4.0031) nella misura in cui esso è il “riduttore” del domandare. Il linguaggio rende possibile l’interrogazione autentica e l’importante è delimitarla in rapporto a quella che è tale solo in modo fallace. Il domandare non deve essere teorizzato in quanto tale perché esso è di competenza di un riduttore. il linguaggio, che gli conferisce tutta la sua portata e le sue proprietà fondamentali. “Che dubbio può sussistere solo ove sussista una domanda; domanda, solo ove sussiste una risposta; risposta, solo ove qualcosa può essere detto” (T. 6.51). Il ragionamento di Wittgenstein è chiaro: di fronte al problema dell’impossibilità della filosofia a darsi un fondamento per risolvere appunto i propri problemi, occorre decostruirli e vedere per che motivo sono insolubili. Il linguaggio, attraverso la teoria del senso e del non senso, è la chiave riduttrice, in quanto rappresenta la condizione di possibilità della differenza problematologica impensata. Wittgenstein infatti è privo di problematologia e quindi ritiene un fatto scontato che, quando “non resta più domanda alcuna, appunto questa è la risposta” (T. 6.52)».1

1 M. Meyer, De la problématologie. Philosophie, science et langage, Bruxelles, 1989 trad it di Mario Porro, Problematologia. Filosofia, scienza e linguaggio, Pratiche, Parma, 1991 p. 61

Mauro Pierno  26 marzo 2019 alle 13:11

Nella poesia di Mario Gabriele i dialoghi teatrali tra personaggi di epoche e storie diverse accontentano lo spirito digitale e quello letterato. Una sorta di viatico, di poesia per tutti.

Le campionature che l’autore articola in dialoghi frammentati accampano un registro volutamente post-assurdo. Per l’ilarità strisciante che vibra nei testi si rammentano i dialoghi del teatro di Ionesco, perfettamente superati.

Ma quello che volevo sottolineare che mi preme esprimere è il superamento del paradosso. In questi testi come nella maggioranza degli autori antologizzati NOE, nelle poesie dialogo di Linguaglossa, di Rago, in tutti quelli che leggo sulla rivista è evidente il tentativo di rendere pop il superamento dell’assurdo, appunto rendere il paradossale normale, perseguendo l’errore, fatto…

“rigorosamente soltanto di frantumi, macerie, isotopi radioattivi, saldi per gli acquisti, tralci di filosofemi, stralci di cartoline e biglietti da visita, appunti frettolosi scritti sui biglietti degli autobus, nulla di definito, nulla di nulla, resti, scarti della grande letteratura…”.

Una poesia inedita di Sabino Caronia

a Giorgio e agli amici dell’Ombra delle Parole

Giorgione mio, vedo Steven e Mario,
Gino, Chiara, Letizia e Donatella

ed Alfredo De Palchi e Lucio Tosi,
Anna, Duska, Giuseppe ed Alejandra,

ma il mio nome non vedo, ahimé, non vedo
agli altri cari il nome mio congiunto,

e se il fato è contrario e nol consente
meglio m’è rimaner triste e silente.

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  1. Gino Rago
    Novecento poetico italiano/6
    Conversazione con una professoressa associata di Letteratura Italiana in un Caffè di Piazza Esedra
    (illeggibilità e lontananza del ‘900, Futurismo, Prima stagione di Ungaretti)

    Domanda:
    So che per uscire dal ‘900, per un congedo definitivo dal ‘900, è necessario conoscerlo, bisogna sapere di cosa poeticamente si è trattato.
    Il Novecento poetico a me sembra che sia sempre meno leggibile e che si allontani da noi, e soprattutto dalle generazioni più giovani, a una velocità crescente…

    Risposta:
    Mi riferisco alla mia esperienza personale tra liceo classico e università. Ho cominciato intorno agli anni sessanta a leggere e a studiare la poesia moderna e il Novecento poetico italiano confesso che è stato un problema. Mi interessava, ma lo comprendevo come ramo secondario e minore di vicende poetiche le quali avevano altrove le loro radici: in Inghilterra, in Francia, in Germania, con Coleridge, Baudelaire, Novalis, dai protoromantici agli esordi del Simbolismo.

    Domanda:
    E gli italiani?

    Risposta:
    Gli italiani, i poeti ma anche i critici italiani sono arrivati dopo…

    Domanda:
    Vogliamo tentare insieme un excursus novecentesco?

    Risposta:
    Direi che tutto parte prima con Leopardi, poi con Pascoli e D’Annunzio.
    Ma Leopardi, filosofo della modernità e lirico straordinario, e agli inizi violentemente antiromantico, non si avventurò mai nelle mitologie nordiche. Anzi, le mitologie nordiche con tutta la speciale sensibilità connessa gli sembravano aberrazioni nei confronti della nostra tradizione classica e classicistica secolare;
    mentre Pascoli e D’Annunzio si mostrarono mostruosamente abili nel non decidersi fra tradizionalismi e innovazioni, mostruosamente abili nel mescolare innovazioni e tradizionalismi, repertori stilistici di scuola voracità, instabilità, dismisure moderne.

    Domanda:
    In tali scenari di mescolamenti e di non scelte a un certo punto irrompe il Futurismo…

    Risposta:
    Ha ragione, il punto più alto e il punto più basso, più estremistico ed elementare, il Novecento poetico italiano lo tocca immediatamente dopo la fragorosa (e subito caricaturale) rivoluzione futurista.

    Domanda:
    Il Futurismo dichiarò di essere stufo delle parole…

    Risposta:
    I futuristi erano stufi delle parole, desideravano che le parole fossero altro, esplosioni di luce, rumori, frammenti iperveloci, macchie di colore. Ma con tali programmi la diciamo “verbalità” poetica non poteva avvantaggiarsi molto…

    Domanda:
    E si affaccia Ungaretti…

    Risposta:
    Ungaretti prende subito, immediatamente atto della distruttività euforica dei futuristi e la piega, la usa per i suoi scopi, forte come era dell’esperienza della distruttività tragicamente non estetica della guerra in trincea del 1915-‘18

    Domanda:
    E in tale quadro e in questo clima sillaba: “M’illumino/d’immenso”

    Risposta:
    Sillabando “M’illumino/d’ immenso” il soldato in trincea Giuseppe Ungaretti dice semplicemente l’indicibile.
    E il mondo sembra sparire in una estasi momentanea.

    Domanda:
    E l’ ‘io’ ungarettiano che sillaba questi versi?

    Risposta:
    Nella estasi momentanea in cui sembra sparire il mondo quell’ ‘Io’ perde per disperazione, sì, ma gioiosamente la misura di sé e la misura delle cose

    Domanda:
    In quel preciso punto ungarettiano la poesia italiana del Novecento…

    Risposta:
    Glielo dico brevemente, in quel punto preciso tutta la nostra tradizione poetica, ed anche la stessa idea di poesia, muore e rinasce.

    Domanda:
    Nel senso che tutto è illimitatamente possibile in poesia se tutto è perduto…

    Risposta:
    E’ così, ma i rischi di scritture automatiche sono sempre possibili…

    Mi perdoni. Ora La devo lasciare.
    Spero di poter riprendere in altri momenti la conversazione con Lei, devo correre a Termini, ho il treno per Bologna tra meno di un’ora

    (gr)

  2. copio e incollo da FB quest poesia di Donatella Costantina Giancaspero.

    Donatella Costantina
    27 marzo 2018 ·

    È presto. Poco prima dell’alba.
    A quali inconsueti cammini si affida il risveglio
    e gli interrogativi, replicati dallo specchio
    – ora il tempo scredita il cielo. Brusco ricusa la luce –
    A quali percorsi incita il treno prescelto – oppure toccato in sorte…

    Un ordine stacca il convoglio. Brevemente
    accelerando, scorre nei vetri.
    Allo sguardo retrogrado.
    Rettilineo incontro al giorno.
    Fino al mare.

    Molte strade si animano da qui.
    Ristanno un po’, davanti a chi chiede la direzione
    qual è.
    Prendono tempo: ascoltano il passo.
    Il cuore come pulsa.

    (Donatella Costantina Giancaspero)

  3. Uno dei poemi più geniali del novecento nella interpretazione inarrivabile di Carmelo Bene che mette in risalto la plurivocità e il pliuristilismo del testo.

  4. Dare e non dare

    L’ombra delle Parole deve dare
    a chi all’ombra de L’Ombra dà.

    Ma niente L’Ombra deve
    a chi all’ombra de L’Ombra non dà.

    (gino rago)

  5. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/03/27/dialoghi-commenti-e-interviste-a-montale-e-a-una-studiosa-di-poesia-del-novecento-del-26-marzo-2019-interventi-di-ludwig-wittgenstein-michel-meyer-anna-ventura-gino-rago-mauro-pierno-sabino-car/comment-page-1/#comment-54767
    Il paradigma della conservazione della poesia italiana del novecento

    dalle interviste di Gino Rago sulla poesia italiana del novecento quello che emerge è la straordinaria rettilineità dello sviluppo della poesia italiana del primo e secondo novecento (sembrano due secoli diversi), nel senso che ad una azione segue una reazione violenta ed oppositrice, che poi rifluisce naturalmente nell’alveo della tradizione. Il «nuovo» rifluisce tranquillamente nell’«antico». Questa è la vera damnatio memoriae della poesia italiana del novecento. Anche Sanguineti dopo il rivoluzionario libro d’esordio, Laborintus (1956), ritorna al paradigma della poesia del Pascoli, in un certo senso dimidiando e nullificando lo sforzo dell’opera d’esordio. Così anche Cesare Pavere dopo Lavorare stanca (1936) perde il bandolo della matassa, non sa più in che direzione proseguire e ritorna alla poesia lirica di Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi (1951) che, francamente, poteva farne a meno, un’opera lirica inutile che sconfessava l’opera d’esordio e segna il ritorno all’antico petrarchismo della poesia italiana.

    Sei la vita e la morte.
    Sei venuta di marzo
    sulla terra nuda –
    il tuo brivido dura.
    Sangue di primavera
    – anemone o nube –
    il tuo passo leggero
    ha violato la terra.
    Ricomincia il dolore.

    Il Futurismo, dopo lo scoppio improvviso e deflagrante del Manifesto del 1907, finisce subito dopo per rientrare nei ranghi della tradizione, ed ecco che spuntano fuori i crepuscolari e, in seguito, negli anni trenta il ritorno all’ordine de La Ronda con Cardarelli come capofila…

    Come dire, c’è una linea di continuità della poesia italiana del novecento (primo e secondo) che si può spiegare con l’incapacità di trovare il percorso per un rinnovamento profondo e duraturo della poesia e delle sue istituzioni stilistiche. Una linea di continuità che si sviluppa attraverso segmenti di discontinuità che approdano alla fin fine nella continuazione della continuità conservatrice. Una continuità assicurata dalle discontinuità. C’è una sorta di paradigma della conservazione della poesia italiana del novecento, in linea con il conservatorismo della comunità nazionale e dei suoi esiti politici pur nella rottura avutasi con il fascismo, anzi, il fascismo con quel ventennio di stasi del libero dibattito e della libera ricerca intellettuale ha finito per aggravare certe caratteristiche conservatrici della poesia italiana del novecento.

    Se aggiungiamo i trasformismi e i minimalismi di questi ultimi decenni, il quadro è completo. Il trionfo del conservatorismo elegiaco e minimalista ne è il necessario (storicamente) complemento. La fioritura del postruismo poetico epigonico di questi ultimi decenni e dei giorni nostri ne è la riprova più evidente.

  6. Giuseppe Gallo

    Caronia dolce, vedi Steven e Mario
    Gino, Chiara, Letizia e Donatella

    Linguaglossa, De Palchi e Lucio Tosi,
    Anna, Duska, Giuseppe ed Alejandra,

    ma il tuo nome non vedi, ahimé, non vedi
    agli altri cari il nome tuo congiunto,

    forse il fato è contrario e nol consente
    e tu per questo sei triste e silente.

    -Coraggio, caro amico siciliano!
    Ti dice un esiliato calabrese.

    Noi dobbiamo soffrirla questa guerra
    ché apparteniamo a chi è sempre per terra!

    • Sabin, non ti cricciare

      Sabin, non ti crucciare:
      vuolsi così a L’Ombra
      dove si puote

      ciò che si vuole.
      E più non dimandare.

      E tu, Peppino Gallo,
      tu che sei costì, anima viva,
      pàrtiti da color che sono morti.

      Per passare convien
      più lieve legno
      che il poeta porti.

      Ed ecco verso gli altri venir per nave
      un poeta bianco per antico pelo
      gridando: “Guai a voi poeti pravi…

      Non isperate mai veder lo cielo
      se non innoverete strofe, metro e lingua.
      Vegno per menarvi a l’altra riva

      ne le tenebre etterne, in caldo ‘n gelo

  7. Antonio Sagredo

    ….purtroppo c’è ancora provincialismo, quando invece la dimensione è una altra altrove.
    —————————————————————————————-

    Cercano e non sanno ancora la domanda che sulla pietra fossile è già data.
    Non cercavamo che un incontro, non d’anime materiali,
    Né di corpi immateriali,
    Cercavamo una intesa che fosse gioco inaudito,
    Disinvolta speranza fra gli anelli incontrare altre creature
    Che in fuga compresero l’abbandono e il canto,
    Da rifondare una terra
    Che non fosse eguale a quella,
    Che già per noi è l’ignoto che conoscemmo a fondo

    E allora dovrei ritornare su questa terra, io che sono oramai
    Saturnino carnale, che canto i suoi anelli quasi fossero amorini
    Da incorniciare vicino ad ogni cantuccio sperduto negli spazi?
    No! È da tempo che sono un cittadino di tutti i luoghi possibili,
    E sono in ogni dove accolto.
    Anche là dove tutto si collassa!
    Dove il Tutto non significa ogni cosa.
    E questo non s’addice alla mia presenza o all’ attimo che mi assenta…
    sono la Metamorfosi che mi controlla della materia – i sogni!

    Era in tutte le rovine e le perdite una gioia preesistente
    E ogni cosa e ricordo noi lasciammo insofferenti
    All’ inquietudine dell ’oblio.
    Orfani di tutte le maschere e le danze,
    Noi che avviluppati nei mantelli abbiamo scordato i nostri volti
    Umani… questo abbiamo voluto, per questo abbiamo
    Vinto la rovina! Questo smarrirsi è la vita, ma non su
    Questa Terra!

    (da Parole Beate, 2016)

  8. Gino Rago
    Novecento poetico italiano/7
    Breve visita a un Redattore della Pagina Culturale di un quotidiano romano
    (Poesia italiana de l’entre-deux-guerres, Ermetismo)

    Domanda:
    L’ermetismo, la poesia italiana de l’entre-deux-guerres

    Risposta:
    L’ermetismo, idea e stile direi ‘proverbiali’ del Novecento poetico italiano nella prima metà del ‘900, più precisamente come lei suggerisce fra la Prima e la Seconda guerra mondiale, oltre che scorciatoia nel tentativo di interpretazione della modernità poetica, ha avuto il grave torto di mettere a lungo in ombra altri modi diversi di fare poesia.

    Domanda:
    Per lungo tempo la poetica ermetica ha occupato il centro del Novecento poetico

    Risposta:
    E’ vero e finché la poetica ermetica è rimasta centrale ha dato a tutti l’impressione di essere la “norma”

    Domanda:
    Secondo i Suoi studi dove indagare per trovare le ragioni di tale fenomeno

    Risposta:
    L’ermetismo è stato guardato e sentito come unico erede di tutta la scuola poetica europea più innovativa, direi dal Romanticismo tedesco al Surrealismo, e per questa ragione tutto il resto e tutti gli altri modi di far poesia di conseguenza sembrarono “anomalie”.

    Domanda:
    Con il minimo numero possibile di parole l’ermetismo italiano è stato…

    Risposta:
    Astrazione dalla realtà, intellettualismo, onirismo e visionarietà, aggressione alle strutture logiche della lingua comunicativa e aggressione al realismo sentimentale della tradizione letteraria, e altro

    Domanda:
    L’ermetismo, un fatto poetico soltanto italiano?

    Risposta:
    La poetica ermetica prima brevemente tratteggiata acquistò prestigio internazionale e divenne famosa anche per una serie di teorizzazioni ricche di fascino come quelle di Friedrich e di Raymond

    Domanda:
    E in Italia?

    Risposta:
    Citerei per ora Giovanni Macchia, parlò degli ermetici come poeti di una generazione “senza maestri”, una generazione per la prima volta estranea a Carducci e soprattutto estranea a Pascoli e a D’Annunzio.

    Domanda:
    I maestri dunque non più i soliti e non più italiani…

    Risposta:
    I ‘maestri’, se di maestri è il caso di parlare, per la prima volta nella storia della poesia italiana erano soprattutto non italiani. E il solo riferimento poetico italiano possibile sembrò Leopardi.

    Dovrei citare anche altri autori e altri studi, ma ora non posso, devo ultimare la correzione delle bozze di un lungo articolo-saggio che necessariamente dovrà apparire domani nel Supplemento di Cultura…
    .
    (gino rago)

  9. Il quadro della poesia NOE.

    Un filo di memoria, breve. Un filo di memoria
    breve. Il famoso lampo di memoria..

    Insinua una canzone soltanto. Domandati,
    che ne sarà della mia mente, finirò con l’impazzire…

    Più di così?
    Sì, ad esempio potrei uniformarmi. Giocare a Tre sette.
    Pensare a cavallo.

    May – mar 0019

  10. Ho lasciato su lapresenzadierato.wordpress.com stamattina questo commento:

    caro Bruno Di Giuseppe Broccolini,

    lasciamo stare quello che «la maggior parte degli addetti ai lavori» pensa intorno all’«enigma», il parere della maggioranza quasi sempre coincide con le idee e i luoghi più comuni, e passiamo alla poesia della nuova ontologia estetica. Di che si tratta? Ecco, un esempio probante è la poesia qui postata di Donatella Costantina Giancaspero, però si potrebbero dare molti esempi diversi di poesia NOE, ciascun poeta può elaborare, a partire dalla piattaforma NOE una propria personalissima poesia; noi non peroriamo una poetica normativa, come è avvenuto per la poesia delle post-avanguardie del novecento, poetiche posticcie e costrittive perché indicavano un modello, un canone a cui bisognava attenersi. No, la particolarità della NOE è che ciascun poeta può sviluppare un proprio personalissimo linguaggio approfondendo in modo personale quelle caratteristiche del linguaggio poetico consentanee alla propria sensibilità. Si tratta, per l’appunto, di una «piattaforma» o, se si vuole, di una «officina», di una «agorà», di una sede ove accade la libera ricerca intellettuale. In questo modo il poeta ritorna ad essere un intellettuale, un artigiano consapevole della tecnica che usa, consapevole che la «tecnica» che impiega è nient’altro che il proprio linguaggio poetico, che la «tecnica» che usa è la propria peculiarissima «metafisica». Essere un poeta NOE non è una targa che si inchioda alla propria automobile ma un diventare coscienti che un linguaggio, il linguaggio poetico di Zanzotto è morto, il linguaggio dei postruisti milanesi e dei minimalisti romani è morto, e che si è creato lo «spazio» per un nuovo linguaggio poetico. Mi sembra una occasione sensazionale che un vero poeta non può rischiare di perdere.

  11. Copio e incollo altri due Commenti da me postati nel blog sopra citato.

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/02/07/sei-domande-a-giorgio-agamben-di-giorgio-linguaglossa-sul-logos-il-poeta-deve-ogni-volta-fare-i-conti-con-la-problematicita-del-proprio-inizio-il-decadimento-delle-democrazie-in-demokrat/

    Abbiamo in questa intervista a Giorgio Agamben e nella poesia della Giancaspero esemplificata una modalità, uno stile per istituire, come lo definisce Agamben, quel situare il linguaggio nel suo luogo originario, là dove il linguaggio affiora al primo apparire, affiora come garanzia di se medesimo e nient’altro.
    Penso che quanto dice il filosofo sia importantissimo per la «nuova poesia», se soltanto i «poeti» avessero l’umiltà e l’intelligenza di comprendere la profonda vastità di quel concetto di istituire la poesia nel luogo originario del linguaggio… concetto pregno e denso di significato.
    Rileggiamo la parola del filosofo:

    «In questione è qui il luogo proprio della filosofia: esso coincide con quello della Musa, cioè con l’origine della parola – è, in questo senso, necessariamente proemiale. Situandosi in questo modo nell’evento originario del linguaggio, il filosofo riconduce l’uomo nel luogo del suo divenire umano, a partire dal quale soltanto egli può ricordarsi del tempo in cui non era ancora uomo. La filosofia scavalca il principio musaico in direzione della memoria, di Mnemosine come madre delle Muse e in questo modo libera l’uomo dalla Teia moira e rende possibile il pensiero.»

    Ecco, io penso che il «luogo proprio» della poesia coincida anch’esso «con quello della Musa, cioè con l’origine della parola… Situandosi in questo modo nell’evento originario del linguaggio», ma mentre la filosofia «scavalca il principio musaico in direzione della memoria, di Mnemosine», la poesia invece dimora nel «principio musaico in direzione della memoria, di Mnemosine». La differenza tra la filosofia e la poesia, sta tutta qui. Da allora, dal tempo mitico di non più coincidenza tra l’evento musaico del linguaggio e il linguaggio poetico, scocca la «poesia» come tentativo di ripristinare quell’accordo musaico tra il linguaggio e il linguaggio poetico.

    GIORGIO LINGUAGLOSSA
    28 MARZO 2019 AT 08:50

    La poesia della Giancaspero risiede nella sua posizione. O meglio, nella posizione delle sue «questità delle cose»; in quel momento in cui le cose si liberano della loro datità e diventano significative, diventano linguistiche e iniziano a parlare. In questo «inizio» si situa l’«Enigma». La poesia occupa un «luogo» Zwischen (tra), tra due luoghi, la poesia sta in quell’abitare in quel luogo non-luogo posto tra due luoghi o più luoghi, in quelle disfanie, in quel frammezzo, in quel posizionamento delle parole tra il non-detto e il detto, tra il dicibile e l’indicibile. In quel luogo (Ort) che ancora non è luogo la poesia prende forma da una non-forma, da un ancora non-formantesi, nella problematicità del proprio inizio la poesia può prendere forma come appunto un ancora non-formato. La poesia si situa in quel «luogo» ancora non musaicamente accordato, istituisce così un nuovo accordo musaico… e inizia a parlare…

  12. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/03/27/dialoghi-commenti-e-interviste-a-montale-e-a-una-studiosa-di-poesia-del-novecento-del-26-marzo-2019-interventi-di-ludwig-wittgenstein-michel-meyer-anna-ventura-gino-rago-mauro-pierno-sabino-car/comment-page-1/#comment-54800


    Pubblicato il 31 ago 2018

    Franco Di Carlo (Genzano di Roma, 1952), oltre a diversi volumi di critica (su Tasso, Leopardi, Verga, Ungaretti, Poesia abruzzese del ‘900, l’Ermetismo, Calvino, D. Maffìa, V. M. Rippo, Avanguardia e Sperimentalismo, il romanzo del secondo ‘900), saggi d’arte e musicali, ha pubblicato varie opere poetiche: Nel sogno e nella vita (1979), con prefazione di G: Bonaviri; Le stanze della memoria(1987), con prefazione di Lea Canducci e postfazione di D. Bellezza e E. Ragni: Il dono (1989), postfazione di G. Manacorda; inoltre, fra il 1990 e il 2001, numerose raccolte di poemetti: Tre poemetti; L’età della ragione; La Voce; Una Traccia; Interludi; L’invocazione; I suoni delle cose; I fantasmi; Il tramonto dell’essere; La luce discorde; nonché la silloge poetica Il nulla celeste (2002) con prefazione di G. Linguaglossa. Della sua attività letteraria si sono occupati molti critici, poeti e scrittori, tra cui: Bassani, Bigongiari, Luzi, Zanzotto, Pasolini, Sanguineti, Spagnoletti, Ramat, Barberi Squarotti, Bevilacqua, Spaziani, Siciliano, Raboni, Sapegno, Anceschi, Binni, Macrì, Asor Rosa, Pedullà, Petrocchi, Starobinski, Risi, De Santi, Pomilio, Petrucciani, E. Severino. Traduce da poeti antichi e moderni e ha pubblicato inediti di Parronchi, E. Fracassi, V. M. Rippo, M. Landi. Tra il 2003 e il 2015 vengono alla luce altre raccolte di poemetti, tra cui: Il pensiero poetante, La pietà della luce, Carme lustrale, La mutazione, Poesie per amore, Il progetto, La persuasione, Figure del desiderio, Il sentiero, Fonè, Gli occhi di Turner, Divina Mimesis, nonché la silloge Della Rivelazione (2013)

    Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

    «Configurazione significa niente figura formata», scriveva Adorno nella Teoria estetica (1970). Prendo lo spunto da qui. Configurazione del procedimento formantesi più che della materia formata. Il pensiero poetante di Franco Di Carlo è l’espressione poetica di una mathesis in via di prendere «forma», che non si converte alla razionalità tecnologica che vuole una «forma» che non riecheggi altro da sé e che risulti interamente formata; l’intento del poema è far si che siano visibili e percettibili le condizioni di una omeostasi di forze che trovano il loro precario equilibrio attraverso una logicità discorsiva che si è affrancata dalla logica matematizzante della razionalità. Mediante l’assunzione del capostipite di questo modello di scrittura, quel Lucrezio del De rerum natura, Di Carlo ci consegna un poema sul De rerum existentiae più adatto alla messa in poesia della sensibilità odierna. Le opere d’arte moderne anelano ad una dimensione ove sia possibile l’autenticità, ma il problema è che sarebbe ingenuo e abnorme pensare ad una autenticità sconnessa dalla felicità, a seguito della intervenuta rimozione di quest’ultima. Sempre Adorno ci conforta quando afferma che «la felicità è nemica della razionalità… e comunque ha bisogno della razionalità come mezzo – l’arte tende a far proprio questo “telos” irrazionale»; ma io direi, ancor più brutalmente, che la felicità è ancor più nemica della autenticità di quanto vogliano far credere le opere dozzinali. È difficile finanche individuare una precisa fisionomia del tema qui cantato da Di Carlo, tanto esso si rivela ostico al canto e invece prossimo al parlato di tutti i giorni. Il poeta di Genzano preferisce il lessico colloquiale, il tono basso, gli effetti contenuti al massimo, un passo regolare e simmetrico. Ovviamente, oggi non si dà più una materia cantabile e, tantomeno, un canto qualsivoglia o una parola salvifica da cui toccherebbe guardarsi come da un contagio della peste. E allora, non resta che affidarsi ad «un appello / al dialogo destinato a restare / Inespresso, una parola staccata / e lontana». La «Vicinanza nostalgica» è «la parola [che] nomina la cosa»; siamo ancora una volta all’interno di una poesia della problematicità del segno linguistico, ad una poesia teoretica che medita sul proprio farsi, sulle condizioni di esistenza della poesia nel mondo moderno, poiché la direzione da perseguire è l’esatto opposto di quella che vorrebbe inseguire lo svolgimento del «progresso», ma un «regresso» calcolato e meditato è la tesi di Di Carlo: «questo è il processo regresso da avviare sulla strada / del pensare, arrivare al luogo scelto / opposto a quello voluto dal progresso nell’apparato Tecnico».

    Giorgio Linguaglossa

  13. Gino Rago
    Novecento poetico italiano/8
    Un incontro-colloquio con un Ordinario di Letteratura Italiana al Caffè Letterario ‘Il Mangiaparole” di Roma

    (Ungaretti, L’Allegria, Il sentimento del tempo, la poetica della parola pura)

    Domanda:
    Ungaretti, il primo Ungaretti, la prima stagione lirica ungarettiana.

    Risposta:
    Non vi è alcun dubbio: il miglior libro poetico di Ungaretti è il primo…

    Domanda:
    Ci aiuta a comprendere l’importanza de L’Allegria?

    Risposta:
    Ne L’Allegria il Novecento si rivela sia nella esperienza di quella prima guerra mondiale tecnicamente di dimensioni distruttive senza precedenti, sia nel fortissimo bisogno di modernità estetica assoluta.
    Inoltre, proprio perché quel primo libro è il diario di un soldato diventa un documento umano disarmato e soprattutto antieroico e antiretorico in grado di farsi nello stesso tempo un raffinato laboratorio poetico di sconcertante originalità.

    Domanda:
    Un laboratorio letterario che Ungaretti situa nel cuore di quell’evento storico

    Risposta:
    Esattamente perché è nel cuore come Lei dice di quell’evento che si manifesta al massimo grado di intensità una nuova, irresistibile esigenza, l’esigenza di una vita direi elementare, una vita storicamente innocente da ricondurre al contatto fisico immediato con tutto quello che accade

    Domanda:
    Proviamo ad analizzare insieme qualche componimento ?

    Risposta:
    Volentieri. Propongo questo come esemplare

    “Un’intera nottata
    buttato vicino
    a un compagno
    massacrato
    con la sua bocca
    digrignata
    volta al plenilunio
    […]
    ho scritto
    lettere piene d’amore

    Non sono mai stato
    tanto
    attaccato alla vita”

    (Cima Quattro il 23 dicembre 1915)

    Domanda:
    Ungaretti, ermetico fin dalla prima ora, ancora sostengono in tanti

    Risposta:
    Sbagliano, sbagliano in pieno, ma non è la prima volta che certa critica prende abbagli…
    Di ermetico in una poesia come questa non c’è niente… Nessuna letterarietà, nulla di oscuro, niente di allusivo. E poi l’Ermetismo nel 1915 non era ancora nato…

    Domanda:
    Dunque la fama peraltro di lunga durata di Ungaretti poeta

    Risposta:
    La fama indiscussa di Ungaretti per buona parte del Novecento poetico italiano è legata all’influenza profonda e diffusa di Sentimento del tempo, il suo secondo libro poetico del 1933. E’ in questo libro che nella sua originalità tecnica da qualcuno detta “genialmente semplice ed irripetibile” che Ungaretti cambia stile, diviene poeta puro e maestro sulle tracce di Valéry e di Mallarmé di quel ramo del tardo Simbolismo europeo giunto a noi come l’ Ermetismo italiano, destinato a dominare la nostra scena poetica fino agli inizi degli anni ’40 del Novecento letterario italiano

    Domanda:
    Salvo qualche rara eccezione …

    Risposta:
    Ha ragione, salvo rarissime eccezioni come ad esempio Penna e Pavese, senza dimenticare il nome di Saba, il più antimodernista e antinovecentista dei poeti italiani …

    Domanda:
    Ungaretti ermetico a partire da Sentimento del tempo del 1933 …

    Risposta:
    Sì, è esattamente così ed è sufficiente analizzare la prima strofa di “Isola” per comprendere pienamente la radicalità della svolta ungarettiana verso la poetica della parola ermeticamente pura:

    “A una proda ove sera era perenne
    Di anziane selve assorte, scese,
    E s’inoltrò
    E lo richiamò rumore di penne
    Ch’erasi sciolto dallo stridulo
    Batticuore dell’acqua torrida,
    E una larva (languiva
    E rifioriva) vide,
    Ritornato a salire vide
    Ch’era una ninfa e dormiva
    Ritta abbracciata a un olmo.”

    Domanda:
    La analizziamo insieme, se Lei è d’accordo…

    Risposta:
    Le prometto che lo faremo insieme al prossimo nostro incontro, ora iniziano le mie corse per Roma… Ho due lezioni e gli studenti mi stanno aspettando.

    (gino rago)

    • Sentimento del tempo (1933) è un’opera che dipinge il ritorno all’ordine di Ungaretti che, da questo momento in poi sarà un poeta minore del primo novecento; la chiave classicistica e il corrispettivo conservatorismo in politica rappresentano bene il quadro extraestetico di una involuzione estetica e poetica. Purtroppo è sempre così, quando un poeta si rende partecipe del ritorno all’ordine, la Musa scappa via, se la dà a gambe…

  14. M’illumino
    D’immenso
    Mi illumino. Di immenso.
    Lumino denso.

    may – feb 2019

  15. L’ha ribloggato su RIDONDANZEe ha commentato:
    SIAMO TUTTI A BOTTEGA

    “…No, la particolarità della NOE è che ciascun poeta può sviluppare un proprio personalissimo linguaggio approfondendo in modo personale quelle caratteristiche del linguaggio poetico consentanee alla propria sensibilità. Si tratta, per l’appunto, di una «piattaforma» o, se si vuole, di una «officina», di una «agorà», di una sede ove accade la libera ricerca intellettuale.”

    Giorgio Linguaglossa

  16. Attraversano i minuti le foglie,
    infastidiscono la primavera. Ha portato
    le fragole dentro un paniere, nella trama intrecciata la sequenza del sole, un raggio e uno strappo.

    Grazie OMBRA.
    (Come dice Tosi, oggi va così)

  17. Giuseppe Gallo

    Carissimo Gino, i tuoi ultimi interventi ermeneutici sulla letteratura italiana, attraverso le interviste, congeniali alla tua tensione indagatoria, lanciano barlumi e lampi di novità che bisogna prendere in seria considerazione. Ti ringrazio per avermi posto tra le anime vive… e in procinto di traghettare su qualche altra sponda. La mia ripresa dei versi di Caronia, che voleva essere una continuazione del giuoco, ha creato un po’ di scompiglio. Non capisco il perché. Chi mi conosce sa che non aspiro a collocazioni, inquadramenti, salti di livello, ecc. Mi trovo su queste pagine solo perché godo nella conoscenza di nuove prospettive e di nuovi panorami. Non ho altro da chiedere, a me e agli altri. Posto qui un tratto da la Vita nova perché mi sembra adatto a rievocare ciò che ancora mi “muove”:

    Ciò che m’incontra nella mente more
    Quando vengo a vedere voi bella gioja;
    E quando io vi son presso sento Amore
    Che dice: fuggi: se ‘l partir le noja.

    Lo viso mostra lo color del core,
    Che tramortendo ovunque poi s’appoja,
    E per l’ebbrietà del gran tremore
    Le pietre par che gridin: moja, moja.

    Peccato face chi allora mi vede
    Se l’alma sbigottita non conforta
    Sol dimostrando che di me le doia.

    Per la pièta ( che vostro gabbo avvede )
    La qual si cria nella vista morta
    Degli ch’hanno di lor morte voia.

    E per fuoriuscire, o permanere in questo inghippo, ecco qualcosa ancora “stilnovista”.

    Zona gaming 6

    Monoliti contro un cielo blu-nero.
    Ghetti verticali.

    Macchine a strati di neve ad aspettare.
    Betulle di polvere sfarinate dalla nebbia.

    -Che cosa stai facendo esattamente?
    -Mi ipnotizzo nella notte gelida.

    Per rifiorire sull’altro versante.
    Prima o poi. Domani. O forse…

    Zona gaming
    Costretto a credere a qualcuno, a qualcosa, a niente.

    Schizzano corpi elettrici e immateriali. Lampi.
    Dappertutto dopo la morte.

    Critica del linguaggio e angoscia del senso:
    le ceneri di Wittgestein.

    La coscienza? L’anima? L’io?
    Montagne a zaino incarnato a spalle curve per il peso.

    Zona Gaming
    -Ok! Ok! Mi farò vivo!

    Lilli ha visto sguardi che combattevano tra loro
    per non avere più occhi separati.

    Qui c’è da impazzire e si impazzisce.
    La poesia, però, non è a rimorchio. Anticipa la follia.

    Smurato il tempo. Liquidazione totale.
    100, 1000 GB e minuti illimitati.

    Nello spazio digitale fluttuano Dio e dio
    e le schiene calibrate degli angeli.

    Zona gaming
    La Vita nova arrantola.

  18. Giuseppe Gallo

    Gent. mo Pierno,
    tu l’alma sbigottita hai confortato,
    da poeta qual sei. Senza peccato.

  19. Mauro, Peppino, Sabino,

    Lungo i fili hertziani
    Dall’onirica patria dei poeti
    Ricevo da Montale
    Un messaggio di gabbiani fra le nuvole:

    “Raccomandate ai posteri ( improbabili )
    Se ne saranno in sede letteraria
    Di fare un falò di tutto che riguardi le vite vostre,
    I vostri fatti e ancor di più i nonfatti.”

    Lo diciamo insieme:
    Non fummo Leopardi
    E lasciamo pochissimo da ardere.
    Fu per noi già tanto vivere in percentuale.
    Vivemmo sì e no al due o al tre per cento,
    Nessuno aumenti le dosi.

    Troppo spesso invece piove
    Per altri ancora sul bagnato.

    Ma in sogno su di noi forse diluvia,
    Né sapremo mai se andammo dritti al punto
    O se deviammo.

    (gino rago)

    • Ricevo da Mauro Pierno sulla mia e-mail questi versi, densi e davvero belli, come risposta ai miei, e lo ringrazio

      Mauro Pierno

      All’ombra deviammo
      colle sporte, cogli otri rigonfi
      le siepi portate a tracolla, la lira sfrondata.

      Rimbombava alla terra la polvere,
      l’ostacolo, un giocattolo rotto.

      Gino caro, grazie.
      Non possiamo che guardare oltre.

      Abbraccio tutti voi.
      (Mauro Pierno)

  20. Giuseppe Gallo

    Caro Gino, era Montale… e visse al cinque per cento! Hai fatto bene ad abbassare la percentuale! Nel mio caso si può arrivare allo 0,01, ma solo perché ancora esisto. O persisto? Non so! Comunque vago. Alla fine l’unica conclusione plausibile è che non
    “sapremo mai se andammo dritti al punto
    O se deviammo.

    Con affetto.

  21. sabino caronia

    Chi non coglie la mia ironia farebbe meglio a tacere. Ringrazio una persona spiritosa e intelligente come Giuseppe Gallo.

  22. annaventura36@hotmail.com

    Caro Sabino, io apprezzo pienamente il tuo valore di poeta e di intellettuale, Dovresti far circolare meglio la tua poesia; il tuo ultimo volume è acquistabile? E dove?Io esco poco da casa; mio figlio mi aiuta ad acquistare qualche libro, ma debbo dirgli dove,Il tuo si trova presso la Feltrinelli di Pescara?Scusami la banalità di queste considerazioni pratiche, purtroppo necessarie per fare qualunque passo che non sia proprio tra le nuvole.Sempre complimenti e auguri affettuosi, Anna Ventura

  23. Un abbraccione…😁😁😁

  24. cari amici e interlocutori,

    siamo quasi nell’aprile del 2019, tra un anno si chiude la seconda decade del nuovo secolo. Finora, al di fuori della proposta della nuova ontologia estetica, se gettiamo lo sguardo su questi venti anni di poesia italiana ci troviamo il vuoto e una linea orizzontale.

    Forse siamo stati troppo timidi o eccessivamente «buonisti» come si dice oggi con una parola orribile (io personalmente mi considero persona buonissima, mai fatto del male a nessuno di mia sponte, e neanche se sollecitato, ma soltanto se costretto con la forza).

    Quindi, da «buonista» dico che occorre fare uno sforzo in più, non avere timore di gettare a mare tutta quella pseudo poesia che ci annoia oltre misura, tutte quelle polpette fatte in casa che parlano degli affari propri e di quelli del vicino di casa.

    Forse dobbiamo diventare un po’ più «cattivi»…

  25. Sabino Caronia

    Grazie cara Anna, grazie ancora e sempre a te che sei una poetessa vera tra tanti poeti nominali. Sai bene quanto ti stimo. Il mio volume “La ferita del possibile” , edito da Rubbettino, si può richiedere via internet o anche in qualsiasi libreria. Quanto ai cultori dell’eternità (o sedicenti tal)i lasciami divertire ripetendo a loro nel ‘dolce stil vecchio’ del morto poeta :”Dirti/ che ero pieno di sonno/ se l’immortalità era un pio/ desiderio, lugubre sorriso/ ti avrebbe annoiato”.

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