Intervista di Gino Rago ad un noto critico letterario, È leggibile la poesia italiana del novecento?, una Dichiarazione del filosofo Maurizio Ferraris, Poesie di Giorgio Linguaglossa e Mario M. Gabriele, Un Dialogo

gif due gambe due tacchi

È leggibile la poesia italiana del novecento?

Gino Rago
È leggibile la poesia italiana del Novecento?,
Un rapido colloquio con uno studioso di poesia italiana

Domanda:

A questo punto preciso in cui siamo, cioè prossimi ai quasi 20 anni del Duemila, potremmo forse chiederci senza pudori né remore scolastiche: è leggibile, e in che misura è leggibile, la poesia del Novecento?

Risposta:

La domanda, il dubbio sembrano fatti apposta per parlare di Guido Gozzano. Non solo di lui, ma soprattutto di lui, che con Saba è stato il più “ottocentesco” dei primi poeti del Novecento.

Domanda:

In che senso ?

Risposta:

Nel senso che in loro la modernità, per quanto si annunciasse con chiari segni (culturali, sociali, politici) non è stata un programma. Dietro i loro versi non c’è un’idea nuova di poesia.

Domanda:

Perché, si spieghi meglio…

Risposta:

La loro è anzitutto una situazione personale, che come tale viene descritta in dettaglio e con il minimo di censure letterarie. Dietro la loro poesia c’è un diario, ci sono confessioni, descrizioni dal vero e racconti da mettere in versi che abbiano una riconoscibile musica di versi, anche a costo di sembrare una nostalgica o umoristica parodia della poesia.

Domanda:

Saba e Gozzano, sono tante le analogie fra i due?

Risposta:

Le analogie fra Gozzano e Saba tuttavia finiscono presto: si limitano al loro istinto di trascinare l’Ottocento nel Novecento, ripeto l’Ottocento nel Novecento, un Ottocento piuttosto innocente, visto in una luce di crepuscolo benché evocato con un nitore da riproduzione fotografica.
Con queste ultime parole mi riferisco più a Gozzano che a Saba. E’ Gozzano che parla di pirografie, di cartoline, di dagherrotipi.

Domanda:

Volendo soffermarci su Gozzano, in tanti hanno parlato di alto grado di leggibilità della sua poesia.

Risposta:

L’alto grado di leggibilità di Gozzano è dovuto a procedimenti visivi minuziosamente descrittivi, da novella versificata.
L’intero repertorio stilistico della narrativa viene trasferito in un genere di poesia che tende irresistibilmente al poemetto: c’è una scenografia, è in corso una scena, ci sono personaggi, incontri, dialoghi, episodi e aneddoti.

Domanda:

Forse anche con un pizzico di psicologia.

Risposta:

Sì, ma c’è quella psicologia che è necessaria sia al ritratto sia alla introspezione del personaggio-poeta.

Domanda:

Si riferisce a La signorina Felicita.

Risposta:

E’ proprio quella psicologia sulla introspezione del personaggio-poeta che fa della composizione più famosa di Gozzano, La signorina Felicita, ovvero la Felicità, una novella in versi romantica “fuori tempo”, con la perfetta, forse troppo perfetta, tipizzazione della ragazza semplice e dell’avvocato sognatore, sentimentale sì ma incapace di sentimenti.

Domanda:

D’Annunzio e Pascoli sullo sfondo.

Risposta:

Appena un passo più in là rispetto al voracissimo esteta D’Annunzio, e a Pascoli, quasi un sismografo letterario iperpercettivo e insieme ossessivo.

Domanda:
Quindi Gozzano è con loro…

Risposta:

Gozzano è lì con loro ed è altrove. È meno letterato e più borghese. Non è né un malato professore di lettere né un avventuriero a caccia di piaceri inimitabili. Metricamente è meno curato, esibisce una certa nonchalance o inabilità formale.

Domanda:

Gozzano rispetto a Pascoli.

Risposta:

Il principe dei critici stilistici italiani, Gianfranco Contini, nota che le capacità tecniche di Gozzano, che a qualcuno sono sembrate o possono sembrare virtuosistiche, risultano abbastanza approssimative se confrontate con quelle eccezionalmente colte di Pascoli.

Domanda:

Vale soltanto per Gozzano verso Pascoli?

Risposta:

I poeti del Novecento italiano, che hanno spesso voluto presentarsi formalisticamente sofisticati, mostrano di aver perso competenza metrica, anche se cercano a volte di ottenere effetti di sorpresa violando regole che non erano più capaci di padroneggiare (la stessa cosa si può dire per la musica e soprattutto per le arti visive).

Domanda:

Tanta critica riconosce ancora a Gozzano un forte patrimonio di risorse comunicative.

Risposta:

Le risorse comunicative di Gozzano sono dovute a un esperimento riuscito nell’accostare, magari con qualche intenzionale goffaggine, il prosastico e il poetico, il parlato borghese e un’ostentata vocalità metrica. È come se scrivesse recitando da letterato, ma per essere letto anche, se non soprattutto, da non letterati.
La sua poesia, i suoi versi allestiscono una perfetta messa in scena, un teatro al quale il lettore-spettatore non può resistere.
Basta citare poche strofe e si entra subito nel gioco, in medias res, davvero in mezzo alle cose, ai fatti, letteralmente, secondo la regola che Orazio prescrive al poeta epico.

Domanda:

E infatti: “Signorina Felicita a quest’ora scende la sera nel giardino antico della tua casa…”

Risposta:

E così per stare al suo gioco scende il ricordo nel cuore amico e poi la cerulea Dora, e Ivrea… E il dolce paese che non dico.

Domanda:

E su Saba?

Risposta:

Se Lei vuole, di Saba parleremo in qualche altra occasione, ora sto per andare a Nemi, per la sagra delle fragole

Maurizio Ferraris

23 marzo 2019 alle 12.58

…a proposito del contenuto di verità di un discorso (incluso anche del discorso poetico, con i suoi generi e sotto generi) vorrei citare questo brano del filosofo Maurizio Ferraris il quale traccia una linea di demarcazione all’interno del concetto di «verità» nel mondo attuale (g.l.):

«Benvenuti nella postverità… la continuità fra postmoderno, populismo e postverità è diretta. Proprio per questo il postmoderno guarda al postruista con gli stessi occhi con cui guarderebbe la propria caricatura, e riduce la postverità a una bugia ordinaria, come ce ne sono sempre state. Ora, sostenere che non c’è niente di nuovo nella postverità non è diverso dal dire, nell’Inghilterra del primo Ottocento, che dopotutto macchine, soldi e operai ce ne sono sempre stati, dunque che cosa c’è di nuovo?
[…]
i postruisti superano di slancio la contraddizione [ndr verità-non verità] diversamente dai postmoderni non dicono che bisogna abbandonare la verità ma, al contrario, che di verità ce ne sono tantissime, parallele e alternative le une rispetto alle altre. Poi, con una mossa carica di conseguenze, enunciano il principio fondamentale della postverità: tutte le verità sono eguali, ma alcune sono più uguali delle altre, ossia nella fattispecie sono più vere e indiscutibili.

Non sena ironia, se i postmoderni si erano battuti per rendere possibile una conversazione ampia e virtualmente ininterrotta (anche con effetti lievemente comici: quanto ci sarà da dire? Non sempre siamo sulla transiberiana e dobbiamo ingannare il tempo, e oltretutto ora ci sono i telefonini e i tablet), i postruisti interrompono la conversazione alla prima obiezione, dando del bugiardo, o del venduto, o del furfante al loro interlocutore. Se la società ideale dei postmoderni era un intrattenimento infinito fra tante Sheherazade e altrettanti sultani che prima o poi morivano di sonno, la società reale dei postruisti è una cacofonia di tweet e di post in cui tutti si danno sulla voce mettendo a tacere la conversazione dell’umanità a cui i postmoderni avevano sacrificato la verità.

Ho appena parlato di “verità alternative”, come se la postverità non fosse che questo. Ma non è così…».

  1. Ferraris op cit. p. 50

Giorgio Linguaglossa

con un Appunto di poetica NOE

Incollo qui l’ultima versione di una mia poesia che sta sul tavolo di lavoro da alcuni anni. Dalla mia poesia l’io è scomparso da molti anni. Ci sono due personaggi: il Signor K. e il filosofo Cogito.

Si tratta di un testo che si nutre, come una piovra, come la poesia di Mario Gabriele, come quella di Gino Rago, come quella di Donatella Costantina Giancaspero e di altri autori NOE rigorosamente soltanto di frantumi, macerie, isotopi radioattivi, saldi per gli acquisti, tralci di filosofemi, stralci di cartoline e biglietti da visita, appunti frettolosi scritti sui biglietti degli autobus,  nulla di definito, nulla di nulla, resti, scarti della grande letteratura, resti di incontri casuali, resti di scampoli di letture, di incontri con i gabbiani di Roma che frequentano l’immondizia, scampoli del Campidoglio dell’Urbe, dichiarazioni di portaborse e di faccendieri, dei truffatori che frequentano il Campidoglio, senza risparmiare neanche pessimi scrittori di pessime poesie, reperti  delle discariche improvvisate agli angoli delle strade di Roma, sintagmi afferrati al volo in mezzo agli acufeni, ronzii, sibili… La poesia se nasce può nascere solo dall’obitorio e dalle discariche abusive, mai da quelle autorizzate!.

Dialogo tra il Signor K. e Cogito

La luna d’alabastro. Brilla.
Notte. Un grido acutissimo l’attraversa.

L’Angelo della cosiddetta oscurità precipita
e atterra sullo spartito del musicista,

prende comoda dimora sul leggio, tra i fogli
della quinta sinfonia di Beethoven.

Il Signor K. entra dalla finestra,
piega le sue ali nere dietro le spalle.

Si siede, si serve un cognac,
estrae un sigaro cubano dal gilè giallo.

[L’occhio di vetro di K. saltellava]

«Veda Cogito, ho preso stabile dimora
in questo pianeta

chiamato Terra… quarta orbita del sistema solare
chiamato Sole…

vi ho messo salde radici…
del resto, è l’unico luogo abitato dagli umani;

mi creda, Cogito, la menzogna deve essere più logica
della verità…».

In quel mentre entrò l’amante di Cogito,
la signorina Lulieta Lleshanaku con dei pasticcini
su un vassoio e uno spumante.
«Buongiorno Cogito, oggi, primo aprile!».

[Nel giardino, il rosmarino e la lavanda sono in piena fioritura. Nello studio del filosofo, la foto dell’imbianchino campeggia sulla parete. Sul tavolo, i resti della colazione, macchie di caffè sulla tovaglia.]

«Del resto, caro filosofo, in questo luogo,
la Terra, dico, la moneta più stabile
è quella dell’impero, quella dell’immortalità
tanto cara a voi umani, o sbaglio?;
veda, Cogito, l’idea dell’immortalità
ama la stabilità, l’immobilità del tempo,
La moneta corrente è un’idea corriva, lo so, e anche
un po’ oziosa, non crede?, però Le concedo
una moratoria
altri cento anni di inimicizia e di ostilità».

[Il suo occhio di vetro saltellava]

«L’onda d’urto dell’oscurità, dice il mio amico
Gino Rago, viaggia a tale folle velocità,
ché presto spazzerà via dalla terra gli omuncoli di cui Ella discute,
il vuoto e il pieno della loro marmellata guasta
e del suo monologo postruista», replicò il filosofo…

[L’occhio di vetro di K. saltellava]

«Per rinascere, sono dovuto morire.
Cogito, mi creda, la morte è una gran corbelleria,

in verità, sì, lo ammetto, sono disperato, sono rimasto solo,
non ho altri che voi».

«Vostra Maestà», replica il violinista «io sono qui,
a Vostra disposizione…».

Sulla zucca di K. siede un cappello tirolese, rosso,
a punta, ai piedi, calzature italiane in vernice,

made in Varese, extra lux,
l’elegantissimo frac avvolge il corpo magrissimo

di K.; scarpe rosse con zeppa e tacchi a spillo 14,
cammina dondolando lievemente i fianchi…

«Benvenuto nella poesia della chiacchiera postruista,
mister Cogito».

[L’occhio di vetro di K. saltellava]

«Per rinascere, sono dovuto morire!».

Due poesie di Mario M. Gabriele

da La porte etroite (2016)

1

Una fila di caravan al centro della piazza
con gente venuta da Trescore e da Milano

ad ascoltare Licinio:-Questa è Yasmina da Madhia
che nella vita ha tradito e amato,

per questo la lasceremo ai lupi e ai cani,
getteremo le ceneri nel Paranà

dove abbondano i piranha,
risaliremo la collina delle croci

a lenire i giorni penduli come melograni,
perché sia fatta la nostra volontà.-

Un gobbo si fermò davanti al centurione
dicendo:- Questo è l’uomo che ha macchiato

le tavole di Krsna, distrutto il carro di Rukmi,
non ha avuto pietà per Kamadeva,

rubato gioielli e incenso dagli altari di Nuova Delhi.-
-Allora lasciatelo alla frusta di Clara e di Francesca,

alla Miseria e alla Misericordia.
Domani le vigne saranno rosse

anche se non è ancora autunno
e spunta il ruscus in mezzo ai rovi-, così parlò Licinio.

Un profumo di rauwolfia veniva dal fondo dei sepolcri.
Carlino guardava le donne di Cracovia,

da dietro i vetri Palmira ci salutava
per chissà quale esilio o viaggio.

Nonna Eliodora da giugno era scomparsa.
Mia amata, qui scorrono i giorni

come fossero fiumi e la speranza è così lontana.
Dimmi solo se a Boston ci sarai,

se si accendono le luci a Newbury Street.
Era triste Bobby quando lesse il Day By Day.

Oh il tuo cadeau, Patsy, nel giorno di Natale!

2

Una collina a due passi dal cielo.
Pochi alberi sulla scogliera e kayak alla riva.

Passa il giorno staffetta.
Ma è Amy che trucca le carte.

E’ Amy che scrive di cieli sereni nei suoi poemi.
Dondi vende parcheggi.

Nei suoi depliant ci sono quadri
e fioriere con gigli e tulipani.

-Si, è Pasqua, veniamo a trovarvi
mie care ombre lontane,

lasciate anche a noi un piccolo spazio.-

Alle Molinette rimanesti un mese Dorian.
Prima di Ravenna non c’erano stanze dove fermarsi.

La porte étroite si apriva e chiudeva.
Da un giardino venivano e uscivano angeli tristi.

Cadevano cetre senza più corde.
Una sera il figlio di Lara tradusse Triperuno in inglese.

Non dirlo a nessuno, Margareth,
se il vestito di Sammy non era adatto

per i campi del cielo.
Smettila di stare alla finestra a guardare se passa Willy.

A Blondy non diremo nulla che possa irritarlo:
neanche se le ombre della mente

col tempo diventano grizzly.

*

Onto Mario Gabriele_2Mario M. Gabriele      

caro Giorgio,

ottima riuscita di una poesia che sembra elaborata da Carlos de Andrade, Toni Harrison: e da altri poeti. come Un luna Park della mente, alla Laurence Ferlinghetti, tanti sono i sottofondi e le elaborazioni dei versi che si sbriciolano e si ricostituiscono formando una Galleria di più colori con dialoganti che zittiscono il silenzio aprendo un concettualismo di rara proposizione.

Sai bene che fino agli anni 50, si è prodotta in Italia una buona poesia con tutte le carte in regola. Ne è testimonianza il secondo volume della Poesia italiana del 900 di Edoardo Sanguineti, con Gozzano, Sbarbaro, Soffici, Pavese, Luzi, Montale ecc..

L’IO, il confessionismo decadente, la rappresentazione di un mondo fisico e domestico, patriarcale e rurale, furono le eterogenee categorie estetiche su cui si caricava la poesia. Tutto un repertorio derivante dagli avanzi psicologici lasciati dalla Seconda Guerra Mondiale su un popolo sfiduciato, afflitto dalla miseria e dalla rassegnazione. Un provincialismo dal diario intimo e metafisico segnava le tappe di una poesia vistosamente ripetitiva.

Il primo scricchiolio ci fu con il Futurismo, come distacco dalla Tradizione e con l’Ermetismo di Ungaretti, seguiti poi nel Secondo Novecento dallo Sperimentalismo realistico di Pavese e dalla Nuova Avanguardia, con Sanguineti, Porta, Pagliarani, Giuliani e Balestrini.

Non sembrerà una dicotomia, ma le antologie segnano il cammino della poesia nella Storia, come: “Genere letterario anfibio, oscillante tra il museo e il manifesto”,(Sanguineti), con tutte le omissioni e gli inserimenti abusivi adottati dagli antologisti.

La situazione della NOE non si discosta molto da quella del Secondo Novecento, che ha visto tante proposte con picchi di linguaggio alternativo, non più casareccio, ma metropolitano. Esclusa l’attivazione emozionale, in questa nostra operazione,ci si sposta su altre modalità di scrittura di tipo discontinuo, belligerante nella forma propositiva,

La liricità non è solo messa all’Indice, ma estranea ad ogni dibattito. La scrittura è variabile, ma ancora prematura, per procedere al Battesimo dei nostri frammenti, fatta eccezione per pochi poeti che già hanno raggiunto una maturità, inconfutabile. E qui mi permetto di non citare i nomi rispettando il loro operato.

Questa poesia deve badare a non immettere fotomontaggi e altre alchimie, che possono interferire sul piano della parola, fuori da certe energie plastiche di riproduzione oggettiva delle cose e degli oggetti. Non tutto ciò che si riporta nella Rivista è sinonimo di nuova ontologia estetica,

Da qui il prevalere di un discorso collettivo e non egemonico, ma che nella NOE si classifica come linguaggio poetico che definisce e chiarisce, tra allitterazioni e sonorità, ipertrofia della parola,e tempo interno e tempo esterno, quadridimensionalità nella dismisura del senso e del non senso della poesia, come ci si avvia oggi a parlarne sempre di più considerati i progressi tecnologici di oggi.

Giorgio Linguaglossa

caro Mario,

hai ragione da vendere, la NOE si sta sviluppando necessariamente in un discorso ampio, avvolgente, tu dici «collettivo e non egemonico», io invece rimarcherei sull’obiettivo del «collettivo», ma ancora di più sull’«egemonico», oggi noi dobbiamo essere capaci di porci come il nuovo polo della poesia italiana, dobbiamo essere capaci di porci sul piano egemonico anche se non disponiamo di un grande editore che ci garantisce una diffusione capillare e nazionale delle nostre opere. Di fatto, la NOE è già adesso egemonica per il semplice fatto che in giro non c’è nessun’altra proposta di poetica alternativa.

Roberto Bertoldo, all’uscita del mio libro di critica Critica della ragione sufficiente (Progetto Cultura, 2018), mi aveva messo in guardia scrivendomi: «adesso ti attirerai tutta l’ostilità della poesia maggioritaria, i vostri nemici aumenteranno». Che ci siano delle fortissime resistenze è normale, in uno stagno anche gettare un sassolino produce perturbazione e onde concentriche, ma dinanzi al vuoto di proposte di poetica alternative la NOE è già in sé rivoluzionaria, ha un effetto dirompente. Le piccole numerosissime consorterie di letterati provinciali le abbiamo tutte contro, ma anche questo è del tutto naturale.

Ultimamente su un blog che non nomino la NOE è stata coperta di insulti veri e propri, tanto che l’amministratore ha dovuto cancellare tutte le frasi offensive, tra l’altro passibili di denunzia in sede penale. Ma questi episodi non fanno testo, i piccoli gruppi di letterati provinciali non fanno testo; nel frattempo l’argenteria di famiglia è detenuta da una piccola cerchia di letterati i quali da quaranta e più anni tentano di auto storicizzarsi e non sono certo disposti a farsi mettere da parte solo perché è nata la NOE, la loro risposta più eloquente è il silenzio su tutto il fronte. Comprendo benissimo la loro reazione, è una reazione di difesa, istintiva, ne va di mezzo la loro sopravvivenza poetica.

Di fatto, lasciatemelo dire, la poesia italiana extra NOE è semplicemente inesistente. La bella intervista postata sopra da Gino Rago ne è una testimonianza, si parla a nuora perché suocera intenda. Nel frattempo si pubblicano libri con l’egida Mondadori e Einaudi molto modesti, definirli epigonici sarebbe già un complimento, sono degli esercizi, variazioni intorno ad una tradizione letta e vissuta come un corpo morto… ma si tratta appunto di variazioni nate già morte.

18 commenti

Archiviato in intervista, nuova ontologia estetica, Senza categoria

18 risposte a “Intervista di Gino Rago ad un noto critico letterario, È leggibile la poesia italiana del novecento?, una Dichiarazione del filosofo Maurizio Ferraris, Poesie di Giorgio Linguaglossa e Mario M. Gabriele, Un Dialogo

  1. annaventura36@hotmail.com

    Il grande merito della NOE è quello di tentare un discorso importante con pochissimi mezzi economici,”Noi facciamo la politica della busta rivoltata”, diceva l’avvocato Nino Carloni, uno dei grandi fondatori della gloriosa Società dei Concerti aquilana,E Machiavelli:” Della mia buona fede è prova la mia povertà”.Il terremoto aquilano ha provveduto a privarmi di un patrimonio immobiliare notevole, per cui oggi vivo a Montesilvano, in quelle che era una casa di vacanza,Però ho guadagnato il mare.

  2. Gino Rago
    Novecento poetico italiano/2

    Una conversazione al Caffè Greco di Roma con una studiosa di poesia italiana

    Domanda:
    E’ possibile secondo i Suoi studi stabilire una data di nascita per il Novecento poetico italiano?

    Risposta:
    Sembra un paradosso, ma si può dire che la poesia italiana del ‘900 ha inizio nell’Ottocento

    Domanda:
    Può essere, mi perdoni, più precisa

    Risposta:
    Con i poeti italiani nati fra il 1880 e il 1890, da Saba, Campana e Gozzano a Palazzeschi e Ungaretti, appare del tutto evidente che la cosiddetta “opposizione” all’Ottocento in fondo continua a convivere con la continuità e con la ripresa ironico-sentimentale di forme ancora ottocentesche.

    Domanda:
    Perché, in che senso, questi poeti procedono allo stesso modo?
    Risposta:

    No. Possiamo dire che per un versante si procede per estremistica semplificazione alla abolizione della letterarietà tramandata, è il caso di Palazzeschi, ma anche di Ungaretti;
    per un altro versante invece si lavora a un assai ampio ed esibito, perfino esibito, riuso di quel linguaggio poetico già accettato e noto come linguaggio convenzionalmente poetico (di certo Saba e Gozzano, ma anche, sebbene parzialmente, Cardarelli e Sbarbaro).

    Domanda:
    Secondo Lei dove è possibile trovare le ragioni di queste due modalità di procedere

    Risposta:
    Non vi è dubbio che tutti i poeti italiani che hanno inventato la poesia novecentesca, lo ripeto, quelli nati negli anni ottanta dell’Ottocento, hanno iniziato a scrivere quando la scena letteraria e poetica era totalmente dominata da Pascoli e D’Annunzio, quando cioè all’inizio del Novecento Pascoli aveva 45 anni, essendo nato nel 1855, e D’Annunzio 37, essendo nato nel 1863.
    Le dico di più, sia l’uno, Pascoli, sia l’altro, D’Annunzio, disponevano di una vastità di pubblico, di fama e di prestigio che nessun altro poeta riuscirà più a conquistare dopo di loro nella stessa misura.

    Domanda:
    Le ombre pascoliane e dannunziane sono durate a lungo

    Risposta:
    Sì, sono durate per lunghissimo tempo. Basti ricordare che ancora negli anni ’50 del Novecento era piuttosto raro che nelle scuole italiane si parlasse di Ungaretti e di Montale…

    Domanda:
    Perché secondo Lei, secondo gli studi da Lei condotti

    Risposta:
    Perché Ungaretti e Montale erano considerati dalla stragrande maggioranza degli insegnanti di quegli anni poeti astrusi, difficili, alla cui comprensione venivano richieste giustificazioni e/o premesse storico-ideologico-letterarie … “complesse”

    Domanda:
    La poesia moderna per imporsi e avere un pubblico ha dovuto aspettare a lungo

    Risposta:
    Anche quando le più giovani generazioni di poeti li consideravano superati per umanesimo virgiliano, Pascoli, per umanesimo superomistico, D’annunzio, ma sorpassati anche per quel macchinoso apparato formale di provenienza classicistica, Pascoli e D’Annunzio hanno continuato a occupare in lungo e in largo il Novecento poetico italiano.

    Domanda:
    Una spiegazione la troverei nei professori di allora, ai quali Pascoli e D’Annunzio piacevano entrambi

    Risposta:
    E’ vero, a quei professori piacevano entrambi perché in fondo Pascoli e D’Annunzio dimostravano che una tradizione secolare, millenaria, era ancora viva, non aveva subito interruzioni.
    Ma non piacevano soltanto ai professori.
    Pascoli e D’Annunzio piacevano anche ai ceti medio-bassi e medio-alti se non altro come modelli morali e ideologici.
    Più precisamente, Pascoli arrivava alla piccola borghesia, alle donne, ai socialisti; D’Annunzio era invece preferito dagli snob, dai prefascisti, dai fascisti e da quelle che allora chiamavano “le femmine di lusso”.
    E da poeta e scrittore prolifico, e precoce, D’Annunzio seppe tenere a lungo occupati critici come Praz, Borgese, Giacomo Debenedetti, prima di sparire sotto le rovine dello stesso “dannunzianesimo” (retorica, stile d’epoca, moda,sommerso dalle rovine della sua stessa creazione estetica…)

    Domanda:
    E il destino di Pascoli?

    Risposta:
    Il destino di Pascoli è stato diverso …
    Dovrei tirare in ballo Giacomo Debenedetti e le lezioni che gli dedicò negli anni accademici 1953-’55, Cesare Garboli e anche Pasolini.
    Ma oggi non ho tempo sufficiente per farlo,mi aspetta una tesista molto motivata, merita di essere curata… E’ già pronto il taxi per andare alla
    Sapienza. E’ una tesi di laurea su Govoni…

    (gino rago)

  3. Dalla prefazione al Tractatus logico-filosoficus di Wittgenstein:

    Questo libro, forse, lo comprenderà solo colui che già a sua volta abbia pensato i pensieri ivi espressi – o, almeno, pensieri simili –. Esso non è, dunque, un manuale –.
    Conseguirebbe il suo fine se procurasse piacere ad almeno uno che lo legga comprendendolo. Il libro tratta i problemi filosofici e mostra – credo – che la formulazione di questi problemi si fonda sul fraintendimento della logica del nostro linguaggio. Tutto il senso del libro si potrebbe riassumere nelle parole: tutto ciò che può essere detto si può dire chiaramente; e su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.
    Il libro vuole, dunque, tracciare al pensiero un limite, o piuttosto – non al pensiero stesso, ma all’espressione dei pensieri: ché, per tracciare un limite al pensiero, noi dovremmo poter pensare ambo i lati di questo limite (dovremo, dunque, poter pensare quel che pensare non si può).

    Il limite non potrà, dunque, venire tracciato che nel linguaggio, e ciò che è oltre il limite non sarà che nonsenso. […]
    Se quest’opera ha un valore, il suo valore consiste in due cose. In primo luogo, pensieri son qui espressi; e questo valore sarà tanto maggiore quanto meglio i pensieri saranno espressi. Quanto più si sia còlto nel segno. – Qui so d’essere rimasto ben sotto il possibile. Semplicemente poiché la mia forza è ímpari al cómpito. Possa altri venire a far ciò meglio.

    Invece, la verità dei pensieri qui comunicati mi sembra intangibile e irreversibile.
    Io ritengo, dunque, d’avere definitivamente risolto nell’essenziale i problemi. E, se qui non erro, il valore di quest’opera consiste allora, in secondo luogo, nel mostrare a quanto poco valga l’essere questi problemi risolti.

    (L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, ed. it. a cura di A. Conte, Torino: 1998, pp. 23 sgg.)

    Dalla prefazione alle Ricerche filosofiche:

    I pensieri che pubblico nelle pagine seguenti costituiscono il precipitato di
    ricerche filosofiche che mi hanno tenuto occupato negli ultimi sedici anni. Essi riguardano molti oggetti: il concetto di significato, di comprendere, di proposizione, di logica, i fondamenti della matematica, gli stati di coscienza, e altre cose ancora.
    Ho messo giù tutti questi pensieri sotto forma di osservazioni, di brevi paragrafi.
    Alcuni di essi sono disposti in lunghe catene e trattano il medesimo soggetto; alcuni altri cambiano bruscamente argomento, saltando da una ragione all’altra. – In principio era la mia intenzione di raccogliere tutte queste cose in un libro, la cui forma immaginavo di volta in volta diversa. Essenziale mi sembrava, in ogni caso, che i pensieri dovessero procedere da un soggetto all’altro secondo una successione naturale e continua.
    Dopo diversi infelici tentativi di riunire in un tutto così fatto i risultati a cui ero
    pervenuto, mi accorsi che la cosa non mi sarebbe mai riuscita, e che il meglio che potessi scrivere sarebbe sempre rimasto soltanto allo stato di osservazioni filosofiche; che non appena tentavo di costringere i miei pensieri in una direzione facendo violenza alla loro naturale inclinazione, subito questi si deformavano. – E ciò dipendeva senza dubbio dalla natura della stessa ricerca, che ci costringe a percorrere una vasta regione di pensiero in lungo e in largo e in tutte le direzioni. –

    Le osservazioni filosofiche contenute in questo libro sono, per così dire, una raccolta di schizzi paesistici, nati da queste lunghe e complicate scorribande.
    Gli stessi (o quasi gli stessi) punti furono avvicinati, sempre di nuovo, da direzioni differenti, e sempre nuove immagini furono schizzate. Un gran numero di esse erano state abbozzate in malo molo, o non riuscivano a cogliere le caratteristiche del soggetto, contrassegnate com’erano da tutte le manchevolezze che rivelano il cattivo disegnatore. E quando le scartai ne rimasero un certo numero, riuscite a metà, che dovettero essere riordinate e spesso tagliate, in modo da poter dare all’osservatore un’immagine del paesaggio. – Così questo libro è davvero soltanto un album. […]

    Per più d’una ragione quello che pubblico qui avrà punti di contatto con quello che altri oggi scrive. – Le mie osservazioni non portano nessun marchio di fabbrica che le contrassegni come mie – così non intendo avanzare alcuna pretesa sulla loro proprietà.
    Le rendo pubbliche con sentimenti dubbiosi. Che a questo lavoro, nella sua
    pochezza, e nell’oscurità del tempo presente, sia dato di gettar luce in questo o in quel cervello, non è impossibile; ma che ciò avvenga non è certo probabile.
    Non vorrei, con questo mio scritto, risparmiare ad altri la fatica di pensare. Ma, se fosse possibile, stimolare qualcuno a pensare da sé.
    Avrei preferito produrre un buon libro. Non è andato così; ma è ormai passato il tempo in cui avrei potuto renderlo migliore.

    (Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche, ed. it. a cura di M. Trinchero, Torino: 1999, pp. 3sgg.)

    “Per una prefazione” (da un manoscritto)

    Questo libro è scritto per coloro che guardano con amichevolezza allo spirito in cui è scritto. […]
    Infatti, se un libro è scritto per pochi soltanto, questo lo si vedrà proprio dal fatto che saranno in pochi a capirlo. Il libro deve operare automaticamente la separazione fra coloro che lo capiscono e coloro che non lo capiscono. […]
    Se dico che il mio libro è destinato solo ad una piccola cerchia di persone (se così la si può chiamare), non voglio dire, con questo, che, per me, tale cerchia sia l’élite dell’umanità; sono però le persone cui mi rivolgo, e non perché migliori o peggiori delle altre, ma perché formano la mia cerchia culturale, in certo modo sono gli uomini dalla mia patria, a differenza degli altri che mi sono stranieri.

    (L. Wittgenstein, Pensieri diversi, ed. it. a c. di M. Ranchetti, Milano: 1980, pp. 24, sgg.)

  4. Gino Rago
    Novecento poetico italiano/3

    Intervista immaginaria a Eugenio Montale
    (su Ossi di seppia, 1925) e Le Occasioni, 1936)

    Domanda:
    Su Ossi di seppia con poche, necessarie parole, arte nella quale Lei ha dimostrato d’essere Maestro, non soltanto per me, ma per tutti i lettori di poesia, vorrei sentire il Suo parere …

    Risposta:
    Quando cominciai a scrivere le prime poesie degli Ossi di seppia avevo certo un’idea della musica nuova e della nuova pittura. Avevo sentito i Ministrels di Debussy, e nella prima edizione del libro c’era una cosetta che si sforzava di rifarli: Musica sognata. E avevo scorso gli Impressionisti del troppo diffamato Vittorio Pica. Nel ’16, nel 1916, avevo già composto il mio primo frammento tout entier à sa proie attaché : Meriggiare pallido e assorto (che modificai più tardi nella strofa finale). La preda era, s’intende, il mio paesaggio.

    Domanda:
    Quale idea allora di poesia…

    Risposta:
    Ero consapevole che la poesia non può macinare a vuoto … Un poeta non deve sciuparsi la voce solfeggiando troppo … Non bisogna scrivere una serie di poesie là dove una sola esaurisce una situazione psicologicamente determinata, un’occasione. In questo senso è prodigioso l’insegnamento di Foscolo, un poeta che non s’è ripetuto mai.

    Domanda
    :
    Già nel Suo primo libro poetico Ossi di seppia Lei mostrava insofferenza verso un modo italico di fare poesia.

    Risposta:
    Scrivendo il mio primo libro ubbidii a un bisogno di espressione musicale. Volevo che la mia parola fosse più aderente di quella degli altri poeti che avevo conosciuto… All’eloquenza della nostra vecchia lingua aulica volevo torcere il collo, magari a rischio di una contro eloquenza.

    Domanda:
    In Ossi di seppia si sente dappertutto il mare, un mare in contrasto con la lingua di allora…

    Risposta:
    Negli Ossi di seppia tutto era attratto e assorbito dal mare fermentante, più tardi vidi che il mare era dovunque, per me, e che persino le classiche architetture dei colli toscani erano anch’esse movimento e fuga. E anche nel nuovo libro ho continuato la mia lotta per scavare un’altra dimensione nel nostro pesante linguaggio polisillabico, che mi pareva rifiutarsi a un’esperienza come la mia … Ho maledetto spesso la nostra lingua, ma in essa e per essa sono giunto a riconoscermi inguaribilmente italiano: e senza rimpianto.

    Domanda:
    E su Le Occasioni

    Risposta:
    Non pensai a una lirica pura nel senso ch’essa ebbe anche da noi, a un gioco di suggestioni sonore; ma piuttosto a un frutto che dovesse contenere i suoi motivi senza rivelarli, o meglio senza spiattellarli. Ammesso che in arte esista una bilancia tra il di fuori e il di dentro, tra l’occasione e l’opera-oggetto bisognava esprimere l’oggetto e tacere l’occasione-spinta.

    Domanda:
    Esprimere l’oggetto tacendo l’occasione-spinta …

    Risposta:
    Un modo nuovo, non parnassiano, di immergere il lettore in medias res, un totale assorbimento delle intenzioni nei risultati oggettivi.

    Domanda:
    A quale frutto Lei ha pensato per Le Occasioni

    Risposta:
    Le Occasioni… Erano un’arancia, o meglio un limone a cui mancava uno spicchio: non proprio quello della poesia pura nel senso che ho indicato prima, ma in quello direi della musica profonda e della contemplazione.

    Domanda:
    Che ruolo attribuisce nella economia poetica generale de Le Occasioni a Finisterre

    Risposta:
    Ho completato il mio lavoro con le poesie di Finisterre perché rappresentano la mia esperienza, diciamo così, petrarchesca. Ho proiettato la Selvaggia o la Mandetta o la Delia, la chiami come vuole, dei Mottetti sullo sfondo di una guerra cosmica e terrestre, senza scopo e senza ragione, e mi sono affidato a lei, donna o nube, angelo o procellaria. Si tratta di poche poesie, nate nell’incubo degli anni ’40-42‘, forse le più libere che io abbia mai scritte ….

    Domanda:
    Su La Bufera e altro torniamo in un secondo momento, se Lei è d’accordo. Ora mi intriga di più sentire da Lei stesso, dalla Sua viva voce, cosa è successo alla Sua poesia, cosa si è verificato nel Suo fare poetico, dopo Satura

    Visibilmente contrariato, Montale non risponde, si alza di scatto e mi indica la porta invitandomi a uscire…

    (gino rago)

  5. annaventura36@hotmail.com

    Caro Gino,

    la tua intervista a Montale ha aspetti interessanti, suggerisce, anche, possibili ampliamenti, data la complessità dell’opera montaliana. Il tuo, intanto, è un buon inizio verso la riscoperta dei nostri maggiori poeti, spesso più famosi che letti, e spesso fraintesi.
    Su Montale c’è una lettura critica sterminata, talvolta anche fuorviante. Un caro saluto,
    Anna Ventura

  6. Grazie carissima Anna. Aggregare intorno a un proprio lavoro del consenso e/o qualche scheggia di apprezzamento per chi scrive lo sai bene anche tu è davvero aria pura da bere a pieni polmoni. Se poi consenso e apprezzamento arrivano da una persona di valore come te, credimi, la gioia si raddoppia. Ma lo confesso:il catalizzatore in tutti questi anni di collaborazione a L’Ombra è stato il nostro Giorgio Linguaglossa…

    (gino rago)

  7. Non è affatto semplice né accessibile a tutti giungere ad una nuova forma-poesia. Io ho iniziato a cercare in tutte le direzioni dalla fine degli anni ottanta, infatti nei miei primi due libri: Uccelli (1992) e Paradiso (2000) le singole sezioni sono scritte con linguaggi lievemente differenti e con stilizzazioni diverse. Il fatto è che non mi sono mai fermato ad un linguaggio, ho sempre tentato di forzare il «muro» del linguaggio poetico per andare in territori linguistici sconosciuti.

    Fare questo lavoro da soli è quasi impossibile ve l’assicuro, adesso che siamo in tanti e che le forze sono maggiori, l’impresa è meno ardua. Ci si confronta, si discute, si tentano delle cose che da soli sarebbe più difficile fare.

    Ad esempio la poesia che ho postato sono quattro anni che la sottopongo a revisioni e a modifiche, magari di dettaglio, di alcuni dettagli… ma alla fine la somma dei dettagli è quella che fa la differenza. Le poesie che facciamo un po’ tutti quanti della NOE sono in realtà poesie-polittico, sono delle composizioni, non più poesie nel senso tradizionale, la composizione è per eccellenza una struttura aperta… mutagena…

  8. Gino Rago
    Novecento poetico italiano/4

    Brevissimo colloquio immaginario con Montale
    (sull’esordio in poesia con Gobetti, l’identificazione con gli avversari)

    Domanda:
    Accantonando per ora l’autoritratto diciamo “trasposto” di Arsenio e il poemetto-monologo potremmo dire “raziocinante” de I limoni, ricordo che Lei esordisce in un momento problematico, difficile per la poesia

    Risposta:
    Sentivo di esordire in un clima e in un momento non facili per un poeta. Eravamo agli inizi degli anni ’20 del Novecento e si avvertiva la necessità di dover dare subito una idea forte del proprio stile e anche di se stessi.
    Ma in me non ci fu mai una infatuazione poetica, né alcun desiderio di ‘specializzarmi’ in questo senso. In quegli anni quasi nessuno si occupava di poesia e l’ultimo successo in quei tempi di cui abbia ricordo fu Gozzano.

    Domanda:
    Gozzano… Ma gli spiriti forti di allora…

    Risposta:
    Ma gli spiriti forti di allora dicevano male di lui e (a torto) anche io ero di quel parere.
    I letterati migliori di quegli anni, che presto si riunirono intorno alla Ronda, sostenevano che la poesia dovesse scriversi da quel momento in poi in prosa.
    Né dimentico che pubblicati i miei primi versi nel Primo Tempo di Giacomo Debenedetti fui accolto con ironia dai miei pochi amici, già immersi nella politica e, dal più al meno, già antifascisti, verso il ’22- ’23.

    Domanda:
    Potremmo dedurne che difficoltà di situazione generale e insufficienza di fede nella autoidentificazione specializzata di poeta si sommano in coincidenza dei Suoi esordi in poesia

    Risposta:
    Deduzione pienamente corrispondente alla verità dei fatti. Includerei soltanto quella che la psicologia definisce “identificazione con l’aggressore”

    Domanda:
    Intuisco il senso di ciò che dice ma può per noi essere più chiaro?

    Risposta:
    Sulla “Identificazione con l’aggressore”?
    Direi così: se gli altri tendono a fare della ironia sul fatto che scrivo poesie, sarò io stesso a scriverle in modo da far sentire sfiducia e ironia su me stesso e anche sui poeti e sulla poesia in generale, almeno per come è volgarmente, comunemente intesa…

    Domanda:
    Non riesco a nascondere il mio chiodo fisso… Satura, meglio il dopo Satura
    Per la Sua poesia e per la poesia italiana del dopo Satura

    A un cenno del capo di Montale entra nella stanza la Gina. Capisco e tolgo il disturbo.

    (gino rago)

  9. Una domanda al filosofo Michel Meyer:

    L’attività della critica letteraria si può ricondurre alla «critica del linguaggio» in quanto il linguaggio è il «riduttore» mediante il quale si possono rinnovare i linguaggi artistici.
    I linguaggi artistici sono quei tipi particolari di linguaggi che sono stati sottoposti ad una intensa problematizzazione interna. È attraverso la problematizzazione interna che i linguaggi si rinnovano, e una attività ermeneutica dei linguaggi artistici ha il compito di mettere in evidenza questa problematizzazione.
    In assenza o in latenza di «problematizzazione interna dei linguaggi», i linguaggi artistici risulteranno parassitari, epigonici, acritici.
    La nuova ontologia estetica è il risultato di una intensa «problematizzazione interna del linguaggio poetico» e, in generale, dei linguaggi artistici dei nostri tempi. In un momento storico come il nostro in cui la spinta al rinnovamento delle forme artistiche è indebolita e la stagnazione delle forme estetiche ne è la conseguenza, è sempre più necessario intensificare la spinta al rinnovamento mediante una intensa problematizzazione delle strutture estetiche, poiché si dà stagnazione ogni qual volta le strutture estetiche tendono a perdere la spinta al rinnovamento.

    Risposta:
    «Wittgenstein dirà che: “Tutta la filosofia è critica del linguaggio” (T. 4.0031) nella misura in cui esso è il “riduttore” del domandare. Il linguaggio rende possibile l’interrogazione autentica e l’importante è delimitarla in rapporto a quella che è tale solo in modo fallace. Il domandare non deve essere teorizzato in quanto tale perché esso è di competenza di un riduttore. il linguaggio, che gli conferisce tutta la sua portata e le sue proprietà fondamentali. “Che dubbio può sussistere solo ove sussista una domanda; domanda, solo ove sussiste una risposta; risposta, solo ove qualcosa può essere detto” (T. 6.51). Il ragionamento di Wittgenstein è chiaro: di fronte al problema dell’impossibilità della filosofia a darsi un fondamento per risolvere appunto i propri problemi, occorre decostruirli e vedere per che motivo sono insolubili. Il linguaggio, attraverso la teoria del senso e del non senso, è la chiave riduttrice, in quanto rappresenta la condizione di possibilità della differenza problematologica impensata. Wittgenstein infatti è privo di problematologia e quindi ritiene un fatto scontato che, quando “non resta più domanda alcuna, appunto questa è la risposta” (T. 6.52)».1

    1 M. Meyer, De la problématologie. Philosophie, science et langage, Bruxelles, 1989 trad it di Mario Porro, Problematologia. Filosofia, scienza e linguaggio, Pratiche, Parma, 1991 p. 61

  10. Nella poesia di Mario Gabriele i dialoghi teatrali tra personaggi di epoche e storie diverse accontentano lo spirito digitale e quello letterato. Una sorta di viatico, di poesia per tutti.

    Le campionature che l’autore articola in dialoghi frammentati accampano un registro volutamente post-assurdo. Per l’ilarità strisciante che vibra nei testi si rammentano i dialoghi del teatro di Ionesco, perfettamente superati.

    Ma quello che volevo sottolineare che mi preme esprimere è il superamento del paradosso. In questi testi come nella maggioranza degli autori antologizzati NOE, nelle poesie dialogo di Linguaglossa, di Rago, in tutti quelli che leggo sulla rivista è evidente
    il tentativo di rendere pop il superamento dell’assurdo, appunto rendere il paradossale normale, perseguendo l’errore,

    fatto…
    “rigorosamente soltanto di frantumi, macerie, isotopi radioattivi, saldi per gli acquisti, tralci di filosofemi, stralci di cartoline e biglietti da visita, appunti frettolosi scritti sui biglietti degli autobus, nulla di definito, nulla di nulla, resti, scarti della grande letteratura…”

    GRAZIE Ombra.

    • Mario M. Gabriele

      carissimo Mauro Pierno,
      la sua lettura critica dei testi qui riportati denotano una “caccia” all’estetica fatta di acuta razionalità e profonda conoscenza della letteratura. Credo che questa della NOE sia una scrittura che lascia spazio a diverse particelle in-organiche e che lei riporta a piè di commento, nella fusione interattiva di elementi dinamizzanti, già omologati da Linguaglossa. Fa piacere ricevere simili riscontri. Ciò ci permette di condividere il senso della ricerca da parte dei nostri lettori.

  11. Una poesia inedita di Sabino Caronia

    a Giorgio e agli amici dell’Ombra delle Parole

    Giorgione mio, vedo Steven e Mario,
    Gino, Chiara, Letizia e Donatella

    ed Alfredo De Palchi e Lucio Tosi,
    Anna, Duska, Giuseppe ed Alejandra,

    ma il mio nome non vedo, ahimé, non vedo
    agli altri cari il nome mio congiunto,

    e se il fato è contrario e nol consente
    meglio m’è rimaner triste e silente.

    (Sabino Caronia)

  12. Gino Rago
    Novecento poetico italiano/5

    Colloquio con una tesista in un Bar della ‘Sapienza’
    (belle époque, liberty, crepuscolarismo, Govoni)

    Domanda:
    Mi può dedicare poco tempo, lo so, meglio entrare nel vivo,
    la Sua tesi di laurea riguarda Govoni…

    Risposta:
    Dall’inizio del Novecento alla Prima guerra mondiale: la ‘belle époque’ non fu poi tanto bella per i poeti italiani.

    Domanda:
    In poche parole…

    Risposta:
    Senso di estraneità, rifiuto, evasione, lutto. Aggiungerei che la stessa euforia futurista racchiudeva in sé un qualcosa di sinistro, e di isterico, in quell’abbracciare la modernità meccanica.

    Domanda:
    Questo lo scenario, e il crepuscolarismo…

    Risposta:
    Una emorragia, il crepuscolarismo lo sento estenuante come una lenta emorragia anche se a volte si accompagna a una certa felicità in grado di allentare o neutralizzare quelle che la professoressa-relatrice della mia tesi di laurea spesso chiama “le ciclotimie crepuscolari euforico-depressive”

    Domanda:
    In questa rara felicità crepuscolare…

    Risposta:
    Farei precisamente due nomi, Corrado Govoni e Marino Moretti, anche se avverto la necessità di evidenziare che ci sono stati poeti dei quali sembra che sia la storiografia sia la critica non abbiano saputo e non sappiano che farsi, poeti dei quali resta scarsa memoria,poeti dei quali rimane dubbia considerazione

    Domanda:
    La Sua tesi di laurea è incentrata su Govoni e mi pare che un certo prestigio antologico, forse meno è stato per Moretti, forse più spesso dimenticato, gli è stato riservato

    Risposta:
    Lo aveva già segnalato Sanguineti, ma a Govoni ho subito riconosciuto il merito tecnico e storico della modernità.

    Domanda:
    La modernità di Govoni nel Novecento poetico italiano

    Risposta:
    La modernità di Govoni nel nostro Novecento poetico la lego alla sua capacità di conciliazione fra liberty e crepuscolarismo, ma anche alla audacia degli accostamenti analogici ed enumerativi e alla sfrenatezza immaginativa con cui istintivamente tenta l’inusitato, anche se come ha rilevato e svelato lo stesso Sanguineti certi “sbandamenti descrittivi” e certe lungaggini rischiano di annoiare…

    Domanda:
    Nonostante questi limiti Lei dedica a Govoni la Sua tesi di laurea

    Risposta:
    Govoni è esemplare nella pura facilità e semplice felicità della scrittura, del suo fare moderno quasi allo stato selvaggio. E pur essendo indifferente a schemi ideologici riesce a registrare il suo presente e a restituirne il colore storico.

    Domanda:
    Il colore, il colore storico

    Risposta:
    Sì, perché Govoni è visivo, pittorico, esplosivo, senza nessuna idea preliminare di poesia, dotato di vigore di istinto descrittivo

    Domanda:
    Nato nella provincia ferrarese nel 1884, Corrado Govoni viene dal delta padano..

    Risposta:
    Govoni viene dal mondo rurale, dalla campagna più che da studi letterari…
    Ma ne potremo riparlare in un’altra occasione, se Lei è d’accordo, la professoressa-relatrice della mia tesi di laurea è già sul portone della Facoltà…

    (gino rago)

  13. antonio sgaredo

    qualcosa su Gozzano e Campana per i primi 50 anni della poesia italiana, poi ……. Ripellino e le poetesse
    —————————————-
    Guido mi felicito con Te perché non hai una corazza esangue
    e sei solo un produttore di cartastraccia per una signorina
    che non amavi affatto… e non l’amavi per un rimpianto acerbo,
    né per altro dissentire dalla sua voce la finzione di un falsetto.

    E hai messo sottaceto il cuore e in formalina il suo lacrimare

    quando più o meno tardi scopristi la rossastra ironia della Tua gola,
    e cantavi all’alba scellerata gli occhi dal rifugio di una Speranza!
    Due strade e due talismani per un errore di principessa!

    Aspiravi agli aromi del caffè, non ai versi e ai colloqui di Arianna!
    E la cucina si rivestiva di fiammingo per una cocotte di Maddalena
    quando Pinocchio fiutava allo specchio le cosce della marchesa!
    E come un reduce dagli stermini pensavi all’oscena Ketty

    tra i saloni tisici della villa di Meleto… e qui sognavi di Amalia
    l’ultima traccia, un altare del passato e le soglie e i gradini,
    e non pensava lei a Federico – mai per le collane di falso lauro!
    ma alle bacche del tasso e al liberty d’armille e ai ceri spenti.

    Guido, hai mancato gli anni del Cristo per solo un anno!
    Per una manciata di mesi hai evitato l’Imitazione!
    Non ti sarebbe piaciuta questo genere di Felicità!
    Ma non sei già stufo del tuo sboccato sangue?

    Antonio Sagredo

    Maruggio/Campomarino, 28 giugno 2012
    ——————————————————————————————–

    a Dino Campana

    La pàtina di pietra che mi copre il sesso
    s’è levata dallo specchio in ammirazione
    e col trucco di una oscura riflessione
    i serafini uccisi sono in lagrime.

    Gli uccelli del parco discutono sul concerto:
    dite, è possibile espellere un fagotto?
    I violini hanno le note ferite sulle corde,
    le cicatrici dell’armonia non sono fortunate.

    Che il gatto lecchi il pelo nella notte
    a me poco importa della mia lirica:
    Berna orfica io amo
    e l’urlo rosato della mia città.

    Cartapesta antica, sapore di colla,
    giravolte, crocicchi i miei pensieri.
    Nelle nicchie sogno Madonne e Puttane,
    occhi turchini, rossastri sudori, cariatidi sdentate.

    Gli applausi della pietra sono eterni
    come me e il mio destino innamorato…
    e sono ottuso, e non amo che i tarocchi,
    nemmeno l’epica salverà la mia vita!

    antonio sagredo

    Černošice, 27 maggio 1979

  14. Antonio Sagredo

    Credo che nessuna poesia è illeggibile; il guaio è che è troppo leggibile.
    Per esempio:
    la poesia di Antonio Sagredo ha la singolarità di essere illeggibile e leggibile allo stesso tempo.
    Scriveva lo slavista Ripellino nella presentazione alla poesia di Pasternàk nel 1957, Einaudi, (che allora era “ricordato da molti e conosciuto da pochi” – la situazione non è molto cambiata, oggi, e se è noto è soltanto per il film melenso Dottor Zivago)… scriveva della lettura dei suoi versi ” chi s’avventura in questa spinosa fatica dovrà fare tutto da solo”, che significa spetta alla intelligenza del lettore la comprensione. Aggiungeva nella prefazione a pag. 39, che “la grande poesia chiede sempre al lettore un contributo non piccolo di fatica e d’intelligenza”.
    Dunque, io non vorrei qui dire della poesia di Chlebnikov (tradotto splendidamente dallo slavista) che a differenza di quelle di Pasternàk e di Mandel’stam, pone al lettore non “fatica e intelligenza”, ma il giudizioso consiglio di Sagredo: di non leggerlo, di lasciar stare!

    a. s.

  15. A proposito di Gozzano:
    “Le risorse comunicative di Gozzano sono dovute a un esperimento riuscito nell’accostare, magari con qualche intenzionale goffaggine, il prosastico e il poetico, il parlato borghese e un’ostentata vocalità metrica. È come se scrivesse recitando da letterato, ma per essere letto anche, se non soprattutto, da non letterati.
    La sua poesia, i suoi versi allestiscono una perfetta messa in scena, un teatro al quale il lettore-spettatore non può resistere.”
    Infatti non ho resistito!
    Bella intervista di Gino Rago a Maurizio Ferraris

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.