Rita Iacomino, Poesie da Diario di un finto inverno, Empiria, 2018 – con Il punto di vista di Giorgio Linguaglossa

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Rita Iacomino nel 1989 vince il Premio Montale con la silloge inedita Luoghi impraticabili nella memoria (Scheiwiller, 1990). Nel 1999 pubblica la raccolta Dura Verticale (Edizioni della Cometa, 2000).Nel 2010 vince il Premio Logos con la raccolta Amore di Silvia e Atlante (Giulio Perrone, 2010). Vince nel 2010 il Premio di poesia Quaderni di Lìnfera con la raccolta Poemetto tra i denti (Progetto Cultura, 2011). Con Poemetto tra i denti è finalista, nel 2012, al Premio Internazionale di Poesia Mario Luzi. Dal 2004 ha collaborato a sperimentazioni sulla parola e le identità poetiche con Perifezie: poetica per juke-box umani e portavoce e all’inedito Maite: le antifone.

Nel 2016 partecipa con l’operetta Ariadna Rewind al Festival Pépète Lumière di Lione (traduzione di Silvia Guzzi; musica di Alex Mendizabal).

 

Il punto di vista di Giorgio Linguaglossa

La coscienza, in un testo famoso in cui Freud la paragona ad un notes magico e che Derrida discute in La scrittura e la differenza, è la traccia «visibile» dell’inconscio. Ecco, io direi che la scrittura di Rita Iacomino è la traccia «visibile» del suo inconscio, la registrazione del lato in ombra della sua coscienza. Ricordo una definizione della verità che ne ha dato Severino: «l’inconscio è la verità della coscienza»; la coscienza, quella pellicola che noi crediamo intuitivamente di abitare è in realtà una sottilissima pellicola che riposa sul mare dell’inconscio. In questa accezione, possiamo dire che la scrittura della Iacomino risponde ad una urgenza psichica nel modo più immediato, con una scrittura che dell’immediatezza ne fa un imperativo categorico e una petizione claustrofobica. Scrittura dell’inconscio, dunque, travestita però da una scrittura della coscienza razionale, che si presenta sotto gli auspici e le egide di un «diario» ma «di un finto inverno», ove il titolo potrebbe venire rovesciato in «finto diario di un inverno», il che sarebbe senz’altro più plausibile ma metterebbe allo scoperto il carattere non veritativo del presunto «diario». Perché sia chiaro, in poesia ciò che emerge è sempre il non-detto, l’implicito, la metafisica del novecento lo ha stabilito in modo incontrovertibile. Perché è sempre l’implicito che risponde alla interrogatività dello spirito, quell’implicito è già un esplicitare ciò che può essere esplicitato secondo le regole della retorica e del bon ton letterario.

Un altro itinerario di lettura di questa poesia porrebbe in evidenza la crisi dell’io, della soggettività e dei suoi strumenti linguistici ed «ottici», la difficoltà di concentrare nel fuoco la «visione» delle «cose», le quali non sono mai ferme là dove noi credevamo che fossero; un altro ancora criterio di lettura di questo «Diario» è il suo presentarsi come un diario veritativo, che dispone di un contenuto di verità; e qui si dovrebbe aprire un discorso non improvvisato sullo «statuto di verità del discorso poetico» e sullo statuto di verità di un «diario»: può il «diario» come genere letterario abitare un contenuto di verità? Problemi aperti che il libro della Iacomino solleva anche a sua insaputa, o contro le sue intenzioni perché è vero che siamo entrati in un «inverno» con temperature glaciali e che in questa glaciazione anche le parole ne sono risultate investite, come ibernate per l’uso prolungato e spropositato che si fa di esse, come se fossero state messe in frigorifero. In fin dei conti, la Iacomino arriva con il suo quaderno di «diario» dove può, oltre non può andare perché dovrebbe fare i conti con la grande questione della Crisi di quella parte della cultura del novecento che va sotto il nome di crisi dell’io, e dovrebbe giungere alla messa in liquidazione dell’io quale equivalente dell’io poetico; allora sì, la Iacomino potrebbe approdare ad una nuova ontologia estetica che dalla coscienza di quella auto nullificazione dell’io ne farebbe un nuovo punto di partenza, come è accaduto ad esempio alla poesia di Donatella Costantina Giancaspero. Ed è quella dimensione che la nuova ontologia estetica sta esplorando…

Rita Iacomino

Rita Iacmino

Poesie da Diario di un finto inverno, Empiria, 2018

Diario

È tutto lì, scritto da tempo e immemorabile, il diario delle ragazze scontrose,
delle scornose, del tiepido dei giorni mediocri.
Posso invecchiare e morire da ragazza.
Sto sempre su quell’autobus e sempre in quella piazza.
Divento vecchia senza diventare adulta.
Sto relegata come un animale dentro questa gabbia
qualcosa di più feroce di me mi trattiene.
Feroce è l’accettazione, feroce è l’obbedienza, feroce è dire sì alle cose.
La bontà è feroce, la compiacenza, l’arrendevolezza.
Scrivere è atto di ferocia, non scrivere è atto di ferocia.
Assistere compiaciuti allo scempio della vita, felici nello sgozzamento delle ore,
sereni nello squassamento del giorno, della notte, questo spreco, questa perdita.
Trattenere le cose che vogliono morire.
Le cure, le ansie, l’eterna rappresentazione dell’amore.
Trattenere l’acqua che precipita nel buio
la storia che crepita nel fuoco distruttore
trattenere i giardini alluvionali
le mandrie che spariscono nei fossi che crollano nelle balze
i contadini con le mani storpie, i morti dentro tombe devastate.
Lasciare che la realtà si porti al limite della sua nudità senza l’arte,
l’arte che si ostina, nelle vesti tristi, nelle bende pietose.

 

Temporali

Ci sono i temporali
così come tante altre cose in questo mondo ci sono i temporali.
Credo che la ragione psicologica di un temporale risieda nella fretta.
La fretta di cadere, di rompersi, di allagare, di essere e consumare.

 

Le scarpe

Guardo le scarpe di mio marito.
Non è che in casa vi sia un’altra scarpa simile
io non porto scarpe simili.
È insolita, una forma insolita eppure è una scarpa
ma a me sembra diversa una cosa insolita una cosa extraterrestre ecco
è come quando si è ubriachi e le cose appaiono abnormi
una visione ma piccola da visionari inesperti.
Penso cammini
penso che potrei provarla e vedere come si muove
potrei calzare una scarpa insolita ficcare il piede nel buio di una scarpa con la sua bocca aperta
aprire la bocca di soprassalto
entrare nel buio di una bocca e volerci rimanere.

 

La montagna

Io non ho mai visto una montagna
cioè ne ho guardate tante ma viste proprio no.
È che ogni volta c’è una nebbia, una foschia, una bruma.
A volte il luccichio del sole che frantuma la visione
in altre circostanze la distanza si riempie di chiarori umidi
e poi ci sono i temporali.
Solo una volta, a Ferentino credo, stavo per cogliere il momento propizio.
Poi fui distratta da qualcosa e me ne dimenticai.

 

Il treno per Cassino

Io non credo.
Non sono un credente.
Non è che con la poesia creo mondi paralleli.
Di parallelo conosco solo i binari.
Allora da non credente viaggio in treno.
Sul treno per Cassino delle sei e 21 ad esempio si sposta il proprio punto di vista
come quando si viaggia su un razzo e si guarda il mondo a una distanza di sicurezza.
Non è che servono distanze interstellari per capire che dio non c’è,
basta il paesaggio, bastano i binari.
E fuori dal finestrino c’è uno spazio
pieno zeppo di cose che dio francamente non c’entrerebbe
a meno che non fosse così sottile da penetrare in un interstizio
tra l’occhio e la visione del mondo.

Gif volto dolore

Sulla malattia

È come se avessi un’altra faccia.
Una la guardo riflessa nello specchio senza comprendere.
L’altra non riflessa dallo specchio mi viene rimandata dal mondo come riflesso.
I lineamenti della prima e della seconda non combaciano.
Il problema è in questo scarto tra le due immagini
nella mancata sovrapposizione, nel disguido
nell’errore di linee segni aree non combacianti non allineate.
Sono nella non corrispondenza.
Mi lascerei andare ma mi ostino.
Mi lascerei. Invece.

 

Significati

Le cose che avevano significato
anche, all’improvviso, lo persero.
Le cose che avevano significato
anche, all’improvviso, non l’avevano.
Le cose che avevano significato
anche.
Anche, all’improvviso, le cose si persero.
All’improvviso il significato.
Il significato improvviso.

 

Visitazione

Elisabetta e Maria si visitano
ravvisano un gonfiore, un pallore di donne incinte
verificano la promiscuità dei due non nati.
Sulla grandezza dei due avrei qualcosa da dire.
A me pare più grande il primo che è morto senza essere dio.

 

Sulla gioventù, una rivisitazione

Non gli ho dato importanza perché mi trovavo alla giusta distanza
ma ero sotto la coppa del bicchiere, la cotta
ero l’armatura senza il cavaliere.

 

Propositi

All the purposes. Se tutto fosse porpora i miei propositi cambierebbero.
Mescolare un dialetto con un altro dialetto viene fuori un vialetto.
L’orrore tra le righe, le lettere sono sgualcite e tendono al groviglio tessile al tappeto
allo stendersi per terra: qual è il per terra delle lettere?
Quale forza le attira in basso?
Eccoci disarmati
sul fronte delle cose oscure
(non ci sono molte cose da dire).
Scrivo senza occhiali e seguo il bordo del quaderno con le dita.
Muoversi a tentoni, senza addestramento.

 

Quaderno I

Amavo la grammatica i sostantivi come particelle addominali.
Ora Odisseo lascia Itaca di nuovo che ci sto a fare qui.
L’astronauta alla deriva nell’universo: col suo bel freddo siderale, le sue punte.
Un foglio di quaderno è costituito da due parti: il fronte e il retro, il retto e il verso.
Io ho sempre scritto sul fronte (lettere dal fronte)
ho scritto sulla faccia e non sul verso
sulla cosa gonfia non scrivo.

 

Quaderno II

Odio i quaderni senza righe, la scrittura curva sregolata.
Sgretola la curva, la scrittura non allineata.
Mi piacciono i quaderni senza cucitura perché le pagine restano composte.
La cucitura gonfia la pagina di sinistra.
Non si può scrivere sul gonfiore.
Scrittura che si curva.

 

Quaderno III

Inizio del quaderno e della penna.
Parte iniziale di una cosa rotonda: è il corsivo.
La scrittura delle parole di mia madre.
Le parole con strani suoni gutturali e nessuno che ne insegni l’accento.
Ha duecento anni questa pantomima,
la maestra non mi aiuta e mi allontana dalle parole di mia madre.
Ma comignolo non è l’oggetto ciucciafumm’?
(che forse era un treno in corsa)
(o, forse, il treno che uccise la Karenina).

 

La lezione

Sono devota della dimenticanza.
Mio padre sorride da una foto e a me non sembra che ci sia distanza.
Ho staccato i fogli d’inglese dal quaderno su cui scrivo
l’Inghilterra staccata dal corpo del continente.
Non ho voglia di preparare la lezione, mi annoia il cinquecento.
Un fumettone. I musei pieni di fumetti. Ma il fumetto non è stato scritto.
Pupazzetti, madonnine delicate adorne di trine.
Il Ghirlandaio che inghirlanda. Del resto sto morendo.
Stava morendo il Ghirlandaio mentre inghirlandava.
Moriva Giulio Romano costruendo Palazzo Te.
Ecco che cade il cornicione per finta. Ecco un terremoto finto che porta via il tempo.

29 commenti

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29 risposte a “Rita Iacomino, Poesie da Diario di un finto inverno, Empiria, 2018 – con Il punto di vista di Giorgio Linguaglossa

  1. a proposito del contenuto di verità di un discorso (incluso anche del discorso poetico, con i suoi generi e sotto generi) vorrei citare questo brano del filosofo Maurizio Ferraris il quale traccia una linea di demarcazione all’interno del concetto di «verità» nel mondo attuale:

    «Benvenuti nella postverità… la continuità fra postmoderno, populismo e postverità è diretta. Proprio per questo il postmoderno guarda al postruista con gli stessi occhi con cui guarderebbe la propria caricatura, e riduce la postverità a una bugia ordinaria, come ce ne sono sempre state. Ora, sostenere che non c’è niente di nuovo nella postverità non è diverso dal dire, nell’Inghilterra del primo Ottocento, che dopotutto macchine, soldi e operai ce ne sono sempre stati, dunque che cosa c’è di nuovo?
    […]
    i postruisti superano di slancio la contraddizione [ndr verità-non verità] diversamente dai postmoderni non dicono che bisogna abbandonare la verità ma, al contrario, che di verità ce ne sono tantissime, parallele e alternative le une rispetto alle altre. Poi, con una mossa carica di conseguenze, enunciano il principio fondamentale della postverità: tutte le verità sono eguali, ma alcune sono più uguali delle altre, ossia nella fattispecie sono più vere e indiscutibili.

    Non sena ironia, se i postmoderni si erano battuti per rendere possibile una conversazione ampia e virtualmente ininterrotta (anche con effetti lievemente comici: quanto ci sarà da dire? Non sempre siamo sulla transiberiana e dobbiamo ingannare il tempo, e oltretutto ora ci sono i telefonini e i tablet), i postruisti interrompono la conversazione alla prima obiezione, dando del bugiardo, o del venduto, o del furfante al loro interlocutore. Se la società ideale dei postmoderni era un intrattenimento infinito fra tante Sheherazade e altrettanti sultani che prima o poi morivano di sonno, la società reale dei postruisti è una cacofonia di tweet e di post in cui tutti si danno sulla voce mettendo a tacere la conversazione dell’umanità a cui i postmoderni avevano sacrificato la verità.

    Ho appena parlato di “verità alternative”, come se la postverità non fosse che questo. Ma non è così…».

    M. Ferraris op cit. p. 50

  2. Giuseppe Gallo

    Carissimo Giorgio Linguaglossa, Diario di un finto inverno, di Rita Iacomino aveva intrigato anche! E nello spirito delle tante verità che chiami in campo attraverso Ferraris, ecco la parte finale della presentazione che ho scritto per il prossimo numero de Il Mangiaparole…

    Allora, la domanda è: -Qual è quella più incisiva? Più pregnante e più vitale?
    L’apparenza, sterile, monotona e seriale degli oggetti oppure la nostra esperienza di essi, diventati cose ed eventi della nostra memoria? Il vocabolo del dizionario o la parola, espressione della nostra sensibilità? Ecco il meccanismo attraverso il quale ciò che si vede diventa memoria.

    Un Uomo

    Guardo un uomo.
    Sono accanto a mio marito e guardo un altro.
    Non è che l’altro lo conosca, ma potrei. (Ivi, pg. 8)

    In quest’apertura c’è tutto. ..“Guardando si conoscono le cose”, però bisogna girarci intorno, circuirle, afferrarne i risvolti, viverle, svuotarle, rivoltarle e dunque possederle. Nella poesia successiva a questa,
    L’animale, ( Ivi, pg. 9) l’altro di noi si riconosce:

    Ogni tanto apro la gabbia e l’animale esce.
    Come se nulla fosse invece di correre cammina
    s’aggira lì vicino, annusa il perimetro esterno della prigione. (Ivi, pg. 11)
    L’animale che è dentro di noi, che annusa, che non si allontana mai correndo, ma solo camminando, come l’ombra stessa, dal perimetro del corpo e della fantasia, riscopre o svela, di possedere nei propri recessi, un unico statuto di verità, la memoria, che è consistente e palpabile come la realtà del vento che scompagina le foglie, come quella dello sguardo che si riversa su un album di foto, come quella Mnemosyne che ci riporta la presenza del passato, intridendo di questo il nostro presente. E così il reale diventa oggetto di poesia.
    Nella poesia L’Albero la poetessa rovescia i ruoli. Ogni oggetto rincorre se stesso e l’altro di se stesso. C’è un continuo incontrarsi di occhi e di confronto: tra il poeta e le cose, tra le cose e il poeta… e la pudicizia e la dolcezza di questo riguardarsi prendono corpo: la visione pensata o immaginata, diventa parola e linguaggio:

    “Ora l’albero di me sa abbastanza da lasciarmi attonita e impietrita.
    Forse ha solo visto i miei piedi e aspetta che io mi muova” (Ivi, pg. 13).
    Non siamo qui ai margini del bosco dentro il quale tutto può accadere? Sembrerebbe di sì. Infatti anche quando “…scrivere è infantile, un puntare i piedi, un capriccio”,

    “scrivere è fermare la devastazione.
    La sponda resistente agli urti
    per questo son sempre in fin di vita
    per questo non muoio. (Ivi, pg. 25)
    Questo bosco, però, ha forma e foggia moderna. A volte è un’astronave,, altre volte è razzo, più spesso è un treno. “Fuori dal treno il mondo muore”; sfugge alla morte solo chi viaggia. Ma “per quale destinazione?”
    È la domanda a cui nemmeno i poeti possono dare risposta. Allora nichilismo, nudo e crudo?
    Qualcuno ha voluto interpretare la pioggia, che imperversa nel finto inverno della poetessa, come una constatazione “consolatoria”, come qualcosa che indebolisce la tensione. Non credo! La pioggia, questa specie di “sogno che gela sul vetro” del finestrino in corsa, non può creare spazi di luce e ombre e silenzi di tranquillità.

    Novembre, mattina
    C’è qui
    La pioggia rende le cose più intime.
    Tutto un po’ si chiude e si ripara.
    … qualcuno dorme in un’intimità più fonde con le cose. (…)
    La pioggia è un’acqua di contatto. (Ivi, pg. 41)

    C’è qui una circolarità fra i vari mondi, tra il reale e la propria ombra, tra l’io e gli altri, tra la luce e il buio, tra la cecità e la visione. Questo grondare della pioggia, lungo, nebbioso, che svela e nasconde allo stesso tempo, è la dimensione più umana e più carnale della nostro strappo originario! Quella per cui non si muore, ma si è sempre in fin di vita. Una volta esisteva il velo di Maya a tenerci lontani dalla illusorietà dell’apparenza, e bastava strapparlo per addentrarsi nello spazio altro, o ulteriore, per essere di fronte a noi stessi! Ora c’è questa “pioggia” acida e monotona, incessante, che oscura ogni orizzonte e che accompagna il nostro camminare. E la conclusione può essere una, una soltanto, quella de

    Il treno per Cassino

    “Io non credo.
    Non sono un credente.
    Non è che con la poesia creo mondi paralleli. (Ivi, pg. 15).

    Vero! Verissimo! Con la poesia non si afferra mai qualcosa di concreto e di definito, perché come afferma spesso Giorgio Linguaglossa: “Non si potrà mai cogliere l’oggetto dell’estetica”, perché questo “è qualcosa che è non né qua, né là.” Alla Iacomino, e a noi con lei, non resta altro che continuare a perpetuare la nostra condizione di “pendolari” e di “passeggeri” che “vivono”, sempre e solo, “storie passeggere”. (Ivi, pg. 63)

    Giuseppe Gallo

  3. Giuseppe Gallo

    Pardon! Tra il titolo della poesia
    Novembre, mattina
    e i successivi:
    La pioggia rende le cose più intime…
    non tenete conto di quel “C’è qui” che è inserto dovuto alla ripresa del discorso: C’è qui una circolarità… ecc.

  4. donatellacostantina

    Partire. Prendere un treno. Prendere “Il treno per Cassino”, quello “delle sei e 21 ad esempio”, per spostare “il proprio punto di vista”, per guardare “il mondo a una distanza di sicurezza”.
    Ecco, questo io credo sia necessario fare in poesia: spostare il proprio punto di osservazione, guardare da un’altra angolatura, allontanarsi “a una distanza di sicurezza”, come dice Rita Iacomino. Nella sua sequenza di immagini, la poetessa, involontariamente, indica una via diversa, un punto da cui potrebbe ripartire la sua poesia: perché, come scrive ancora la Iacomino, “tra l’occhio e la visione del mondo”, “c’è uno spazio/ pieno zeppo di cose”. Dio forse non potrà entrarvi, ma noi sì: a patto di abbandonare l’Io, che circoscrive, limita la nostra visione, e non ci permette di guardare oltre la visione stessa. “Non è che servono distanze interstellari”, scrive Iacomino, per guardare, aggiungo, al di là dell’Io. Forse, se la poetessa si fosse rivolta, ogni tanto, a un immaginario e non ben identificato Tu, si sarebbe già posta a una distanza utile per raggiungere una concreta, costruttiva spersonalizzazione della poesia. La mia non è una critica alla scrittura di Rita Iacomino, che apprezzo, deve credermi, per molti aspetti interessanti, ma vuol essere un incoraggiamento, un auspicio, a cercare altre strade più ampie, prolungate e appaganti, sia per se stessa che per la Poesia in generale.

  5. https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/03/23/rita-iacomino-poesie-da-diario-di-un-finto-inverno-empiria-2018-con-il-punto-di-vista-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-54639

    Ecco un eccellente esempio di poesia incentrata sull’io, l’ho letta per caso un minuto fa, e la ripropongo:

    PREGHIERA DELLA BRUTTA
    di
    Luciana Lanzarotti

    Sono brutta tutta nella tuta stretta della pelle nera
    sotto il cappotto rotto ai bordi della sera
    nella città normale male al teschio e ossa pirati mi fanno ( affanno )
    con sguardi ogni(dove) io non sono
    passano passanti vanno dove?
    dov’è l’asse che mi faccia bella che incroci la mammella
    col punto della vita col fianco financo al centro della fica
    che mi faccia bianca l’anca nel letto di raso di rosa
    dov’è la linea che mi riposa e posa questo sbaglio desservi sta brutta?
    Malata d’amore morto secco porto ecco sementi
    ( se menti lo sento ) tolti dai volti voltati
    lì attendo tendo ma no ( ma si ) la mano per essere tratta in salvo salgo
    su un’occhiata sfuggita distratta sulla groppa della tua vita
    canto una canzone storta per entrare porta
    “ porta-mi con te ama-mi proprio me
    voglio un figlio che nasce nel mio ventre rosa
    dove nessuno osa (o sa ) mentre mi dici bella
    nella segreta cosa che mi faccia sposa “
    passi i tuoi passi passi la tua faccia altrove passi l’ora
    ora e passi la giornata con questa brutta faccia ancora
    a mille all’ora passi per favore la vita
    se lontana
    dal tuo cappotto scuro e sino dal cappello
    dal mento ritratto tratto al brutto
    lasciata dalle spalle alle anche dritte già lontane
    al suolo l’ombra mi calpesta
    il rosso sangue si fa nero di notte e di botte
    di pugni di niente di uomobello con l’ombrello
    io sono unabruttatutta l’animale che disfa i con(torni)indietro
    scompagina i numeri sbaglia le equazioni gli ioni disturba
    turba l’universo nel verso contrario fuoriorario
    senza binario senza meta metà già morta quand’è nata
    dentro la geometria sbagliata delle forme
    sono la bestia che stia lontana nella tana torni
    che non inquini né inclini la prospettiva viva
    sempre equidistante stabilmente
    scusa se entro nella tua orma
    uomobello dal nero cappello e nero ombrello
    i tuoi piedi lombrichi striscianti nascosti scosti da me
    fischia all’orecchio la specie speciale una piccola frase ferale che cola su tutto
    il brutto è lutto
    nei secoli dei secoli da me lontano a me no mai a me, amen.

  6. Nunzia Binetti

    Credo che Rita Giacomino, parta dall’ Io non per santificarlo, ma per oggettivarlo ed a mio avviso questa operazione , ardua, le riesce a tutto campo. Intendo dire che, nel momento in cui l’ “Io” di Rita si relaziona con le cose, accade che siano proprio le cose a configurare e ridisegnare il Soggetto poetante e di conseguenza il suo Essere ,e non il contrario. Sono le cose, a farci essere- in fondo- quello che siamo, in un preciso spazio o tempo ; non è il nostro sguardo a farle oggetto di esistenza nel mondo . Infatti esse esistono ancora prima che ci sia concesso percepirle ( ci pre-esistono) . Attribuire questo potere agli oggetti è la giusta maniera per soggettivarli, in quanto rappresentano la causa di un effetto- fenomenologico straordinario: l’ inversione ontologica dell’ Io osservante da soggetto a oggetto, subordinato per necessità- e non per scelta- a qualcos’altro . Considero i componimenti appena letti molto stimolanti e spunto di approfondimento e riflessione sul concetto dell’ Essere, ma non solo del nostro Essere.

  7. Nunzia Binetti

    Ho, in incipit, impropriamente chiamato Rita. Volevo scrivere Iacomino. Mi scuso con l’autrice.

  8. Lo spazio visivo che si pone dinnanzi allo sguardo della Iacomino è disseminato di oggetti quotidiani, come ad esempio le scarpe, che sono lì lì pronti a farsi cose… Questa poesia rientra nella poetica degli oggetti, sollevati a correlativi oggettivi nel mestiere pavesiano del vivere. Ma

    «Gli oggetti semplici contengono l’infinito»

    ci ha ricordato ieri Giorgio Linguaglossa in un commento a me rivolto.
    Il meglio di sé la Iacomino lo dà quando supera l’Io poetante, quando esce di scena e fa parlare con la voce intima, interna gli oggetti, in un disincanto che se da un lato induce a riflessioni sulla condizione umana, dall’altro ci percuote la schiena con qualche brivido, come per questo verso:

    “A me pare più grande il primo che è morto senza essere dio.”

    gr

  9. Un amico mi ha scritto:

    «Benvenuti nella poesia della chiacchiera postruista.

    Se c’è un “io” dappertutto, si verifica un ingolfamento soggettivo della visione…»

    Mi limito ad osservare, con Maurizio Ferraris che:

    «la distinzione tra ontologia ed epistemologia ci riporta a un’ingenuità prekantiana… è tutt’altro che innocente»

  10. Antonio Sagredo

    Finto inverno

    Passerò sul tuo corpo come un inverno
    e l’ombra del gelo non sarà un gioiello
    nella notte… se genero le ore e le stagioni
    sceglierò la spada più affilata,
    non il sole, ma il ghiaccio.
    Il Tempo infili nelle sue ossa il verme
    e la tomba sia uno spazio di battaglia
    (tra la carne oscura e lo specchio avaro
    nel trucco che t’impone il belletto)
    I miei occhi sono simili a ciliegie,
    il tuo incarnato alla rosa canina.
    Ma i tuoi piedi rifiutano il tributo
    di un passo, perché sono bianchi e neri
    i tuoi umori per implorare la danza a una festa.
    Il potere sulle ombre che tu hai distillato
    nega alla grazia di farsi ròsa o volo.
    La Morte non sia solo luce divina,
    ma sigillo di una lettera per l’immortalità!

    antonio sagredo

    Roma, 3 aprile 1986
    (pubblicata in “Tortugas” – Zaragoza, 1992)

  11. Giorgio Linguaglossa
    24 aprile 2018 alle 17:39

    Un enigma ci parla, vuole essere significato. Qualcosa ci parla ma noi non comprendiamo quella lingua

    Il linguaggio della Giancaspero sorge quando muore il linguaggio di Zanzotto. Un nuovo linguaggio non può sorgere fintantoché il vecchio linguaggio è in auge; il nuovo linguaggio è uno spazio che si apre e si apre; è lo spazio che è per il linguaggio, non è mai prima o dopo il linguaggio, lo spazio è il prodotto del dispiegarsi del nuovo linguaggio. Nella poesia citata della Giancaspero vediamo il linguaggio allo statu nascendi, assistiamo al dispiegamento dello spazio sullo spazio, lo spazio si fa spazio sul linguaggio che lo porta e lo fa esistere. Mentre il linguaggio zanzottiano è ancora un linguaggio semantico e fonologico, quello giancasperiano non lo è più, ha chiuso per sempre il pentagramma fonologico e semantico delle parole, le nuove parole abitano uno spazio deprivato di fonologia e di semantica. Ma, direte voi, come fa uno spazio siffatto a stare in piedi da solo? È che lo spazio è il portato del nuovo linguaggio. Tutto qui. Molto semplice. Leggiamo:

    Una poesia di
    Donatella Costantina Giancaspero

    Sul tavolo, il posacenere di ceramica verde:
    a colpo d’occhio, una scodella di corti steli marroni
    piantati nel brodo di polvere.
    Accanto al posacenere, l’ora di Armonia,
    in attesa di salire col fumo al mentolo.

    Alla fine dell’estate, un nido di vespe nel lampadario.
    Un enigma al telefono.
    Il problema logistico che sposta l’inizio delle lezioni.

    La matita, sul quaderno pentagrammato da dodici righi,
    sempre un po’ alticcia:
    sottolinea le quinte e le ottave parallele,
    mentre di scorcio, una misoginia filiforme
    intesse la trama ocra del divano.

    Basta voltarsi, per toccare l’ologramma impresso
    contro un’ombra fluttuante. Le cose,
    dentro il display grigio di un acquario.

    È la memoria che tiene insieme le «cose» così costipate. La memoria è come il calcestruzzo, immobilizza le cose che esistono come un ologramma in un istante dello spazio-tempo: «Basta voltarsi, per toccare l’ologramma impresso / contro un’ombra fluttuante». La poesia espone uno «stato di cose», ma uno stato di cose, la «questità», è sempre un enigma, perché le cose stanno in un insieme a prescindere dall’io che non c’è più. le cose galleggiano nel nulla da cui sembrerebbero provenire. Se si legge bene la poesia ci accorgiamo che l’io è scomparso, la costruzione sintattica è costruita senza far ricorso ai predicati, cioè ai verbi che designano una azione; i verbi sono stati eliminati, sono caduti insieme alla eliminazione dell’io. Quello che resta è un insieme di enigmi che coincidono con un insieme di cose. Le cose sono enigmi che, in quanto tali, non possono essere in alcun modo risolti in quanto sono stati vissuti, sono ormai nel passato e, in quanto tali, sono già stati dissolti. È la memoria che ha il compito di tenere insieme la sottilissima rete filamentosa nella quale le cose sono rimaste impigliate.

    Ma torniamo all’«enigma» che nella poesia viene menzionato: «un nido di vespe nel lampadario./ Un enigma al telefono». Qui ci troviamo davanti ad una metafora, che è anche un problema ermeneutico; perché «un nido di vespe»?, e perché sul «lampadario»? Tutta la poesia ruota attorno al suo baricentro, ma il baricentro è una metafora, ovvero, un «enigma». Qualcosa ha bucato il filtro della coscienza auto organizzatoria dell’io, qualcosa che viene dall’inconscio, una pulsione cieca si è manifestata ed ha preso il vestito linguistico, nient’altro che questo è una metafora: qualcosa riceve un vestito linguistico, ma quel qualcosa è muto, o meglio, parla un altro linguaggio, un linguaggio che l’io auto organizzatorio non conosce; il «nido di vespe» parla attraverso un ronzio minaccioso, ci parla «al telefono», un ronzio che viene dall’alto e che incombe insieme alla luce che proviene dal «lampadario»; ogni volta che si accende la luce si ripresenta e si ripropone quel ronzio minaccioso che non è possibile eliminare. C’è come un rumore di fondo ineliminabile, questo ci dice la metafora.

    Qualcosa ci parla ma non con il linguaggio delle parole ma con un altro linguaggio, è il linguaggio dell’inconscio che, per poter essere esplicato, ha bisogno di un vestito linguistico; ma già in sé il vestito linguistico è fatto per coprire, tradurre e falsificare quel «qualcosa» di minaccioso e innominabile che ha preso la propria residenza in quella metafora. In quel ronzio minaccioso, in quell’acufene che può essere udito soltanto dal parlante, risiede tutta l’algebrica significazione di quel mistero. In fin dei conti, l’«enigma» è un mistero che non può essere risolto ma che pur sempre vuole significare… però può essere rappresentato, raffigurato, oggettivato. È quello che fa la poesia. Qualcosa ci parla, ma noi non intendiamo quella lingua sconosciuta che proviene dal di dentro di noi, qualcosa vuole prendere un vestito linguistico, ma ciò che esce da questa vestizione è un «enigma», un mistero che non può essere attraversato dall’ermeneutica. Ciò che resiste all’ermeneutica, lì c’è lo zoccolo duro del «reale», quel «reale» che sta dentro di noi, e che sta fuori di noi, e che non può essere eliminato con un decreto prefettizio dell’io.

    • https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/03/23/rita-iacomino-poesie-da-diario-di-un-finto-inverno-empiria-2018-con-il-punto-di-vista-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-54658
      Incollo qui l’ultima versione di una mia poesia che sta sul tavolo di lavoro da alcuni anni. Dalla mia poesia l’io è scomparso da molti anni. Ci sono due personaggi: il Signor K. e il filosofo Cogito.

      Si tratta di un testo che si nutre, come una piovra, come la poesia di Mario Gabriele, rigorosamente soltanto di frantumi, macerie, isotopi radioattivi, nulla di definito, nulla di nulla, resti, scarti della grande letteratura, resti di incontri casuali, dagli scampoli di letture, dagli incontri con i gabbiani di Roma che frequentano l’immondizia, dal Campidoglio di Roma, dai portaborse, dai truffatori che frequentano il Campidoglio, dalle discariche improvvisate agli angoli delle strade di Roma, da acufeni, da ronzii, da sibili… la poesia se nasce può nascere solo dall’obitorio e dalle discariche abusive, mai da quelle autorizzate!.

      Dialogo tra il Signor K. e Cogito

      La luna d’alabastro. Brilla.
      Notte. Un grido acutissimo l’attraversa.

      L’Angelo della cosiddetta oscurità precipita
      e atterra sullo spartito del musicista,

      prende comoda dimora sul leggio, tra i fogli
      della quinta sinfonia di Beethoven.

      Il Signor K. entra dalla finestra,
      piega le sue ali nere dietro le spalle.

      Si siede, si serve un cognac,
      estrae un sigaro cubano dal gilè giallo.

      [L’occhio di vetro di K. saltellava]

      «Veda Cogito, ho preso stabile dimora
      in questo pianeta

      chiamato Terra… quarta orbita del sistema solare
      chiamato Sole…

      vi ho messo salde radici…
      del resto, è l’unico luogo abitato dagli umani;

      mi creda, Cogito, la menzogna deve essere più logica
      della verità…».

      In quel mentre entrò l’amante di Cogito,
      la signorina Lulieta Lleshanaku con dei pasticcini
      su un vassoio e uno spumante.
      «Buongiorno Cogito, oggi, primo aprile!».

      [Nel giardino, il rosmarino e la lavanda sono in piena fioritura. Nello studio del filosofo, la foto dell’imbianchino campeggia sulla parete. Sul tavolo, i resti della colazione, macchie di caffè sulla tovaglia.]

      «Del resto, caro filosofo, in questo luogo,
      la Terra, dico, la moneta più stabile
      è quella dell’impero, quella dell’immortalità
      tanto cara a voi umani, o sbaglio?;
      veda, Cogito, l’idea dell’immortalità
      ama la stabilità, l’immobilità del tempo,
      La moneta corrente è un’idea corriva, lo so, e anche
      un po’ oziosa, non crede?, però Le concedo
      una moratoria
      altri cento anni di inimicizia e di ostilità».

      [Il suo occhio di vetro saltellava]

      «L’onda d’urto dell’oscurità, dice il mio amico
      Gino Rago, viaggia a tale folle velocità,
      ché presto spazzerà via dalla terra gli omuncoli di cui Ella discute,
      il vuoto e il pieno della loro marmellata guasta
      e del suo monologo postruista», replicò il filosofo…

      [L’occhio di vetro di K. saltellava]

      «Per rinascere, sono dovuto morire.
      Cogito, mi creda, la morte è una gran corbelleria,

      in verità, sì, lo ammetto, sono disperato, sono rimasto solo,
      non ho altri che voi».

      «Vostra Maestà», replica il violinista «io sono qui,
      a Vostra disposizione…».

      Sulla zucca di K. siede un cappello tirolese, rosso,
      a punta, ai piedi, calzature italiane in vernice,

      made in Varese, extra lux,
      l’elegantissimo frac avvolge il corpo magrissimo

      di K.; scarpe rosse con zeppa e tacchi a spillo 14,
      cammina dondolando lievemente i fianchi…

      «Benvenuto nella poesia della chiacchiera postruista,
      mister Cogito».

      [L’occhio di vetro di K. saltellava]

      «Per rinascere, sono dovuto morire!».

      • Ottima riuscita di una poesia che sembra elaborata da Carlos de Andrade,Toni Harrison: e da altri poeti. come Un luna Park della mente, alla Laurence Ferlinghetti, tanti sono i sottofondi e le elaborazioni dei versi che si sbriciolano e si ricostituiscono formando una Galleria di più colori con dialoganti che zittiscono il silenzio aprendo un concettualismo di rara proposizione.

        • Guido Galdini

          Colgo l’occasione per ricordare che proprio oggi Lawrence Ferlinghetti compie cento anni.

          • donatellacostantina

            Cento anni fa, il 24 marzo 1919, nasceva a Yonkers, nello Stato di New York, Lawrence Ferlinghetti, da padre italiano e madre franco-portoghese.

            Buon compleanno poeta! E lunga vita!

            *

            POPULIST MANIFESTO #1
            (1976)

            Poets, come out of your closets,
            Open your windows, open your doors,
            You have been holed-up too long
            in your closed worlds.
            Come down, come down
            from your Russian Hills and Telegraph Hills,
            your Beacon Hills and your Chapel Hills,
            your Mount Analogues and Montparnasses,
            down from your foot hills and mountains,
            out of your tepees and domes.
            The trees are still falling
            and we’ll to the woods no more.
            No time now for sitting in them
            As man burns down his own house
            to roast his pig.
            No more chanting Hare Krishna
            while Rome burns.
            San Francisco’s burning,
            Mayakovsky’s Moscow’s burning
            the fossil-fuels of life.
            Night & the Horse approaches
            eating light, heat & power,
            and the clouds have trousers.
            No time now for the artist to hide
            above, beyond, behind the scenes,
            indifferent, paring his fingernails,
            refining himself out of existence.
            No time now for our little literary games,
            no time now for our paranoias & hypochondrias,
            no time now for fear & loathing,
            time now only for light & love.
            We have seen the best minds of our generation
            destroyed by boredom at poetry readings.
            Poetry isn’t a secret society,
            It isn’t a temple either.
            Secret words & chants won’t do any longer.
            The hour of oming is over, the time for keening come,
            time for keening & rejoicing
            over the coming end of industrial civilization
            which is bad for earth & Man.
            Time now to face outward
            in the full lotus position
            with eyes wide open,
            Time now to open your mouths
            with a new open speech,
            time now to communicate with all sentient beings,
            All you Poets of the Cities’
            hung in museums, including myself,
            All you poet’s poets writing poetry about poetry,
            All you dead language poets and deconstructionists,
            All you poetry workshop poets
            in the boondock heart of America,
            All you house-broken Ezra Pounds,
            All you far-out freaked-out cut-up poets,
            All you pre-stressed Concrete poets,
            All you cunnilingual poets,
            All you pay-toilet poets groaning with graffitti,
            All you A-train swingers who never swing on birches,
            All you masters of the sawmill haiku
            in the Siberias of America,
            All you eyeless unrealists,
            All you self-occulting supersurrealists,
            All you bedroom visionaries and closet agitpropagators,
            All you Groucho Marxist poets
            and leisure-class Comrades
            who lie around all day
            and talk about the workingclass proletariat,
            All you Catholic anarchists of poetry,
            All you Black Mountaineers of poetry,
            All you Boston Brahmins and Bolinas bucolics,
            All you den mothers of poetry,
            All you zen brothers of poetry,
            All you suicide lovers of poetry,
            All you hairy professors of poesie,
            All you poetry reviewers drinking the blood of the poet,
            All you Poetry Police—
            Where are Whitman’s wild children,
            where the great voices speaking out
            with a sense of sweetness and sublimity,
            where the great new vision,
            the great world-view,
            the high prophetic song of the immense earth
            and all that sings in it
            And our relation to it—
            Poets, descend
            to the street of the world once more
            And open your minds & eyes
            with the old visual delight,
            Clear your throat and speak up,
            Poetry is dead, long live poetry
            with terrible eyes and buffalo strength.
            Don’t wait for the Revolution
            or it’ll happen without you,
            Stop mumbling and speak out
            with a new wide-open poetry
            with a new commonsensual ‘public surface’
            with other subjective levels
            or other subversive levels,
            a tuning fork in the inner ear
            to strike below the surface.
            Of your own sweet Self still sing
            yet utter ‘the word en-masse’—
            Poetry the common carrier
            for the transportation of the public
            to higher places
            than other wheels can carry it.
            Poetry still falls from the skies
            into our streets still open.
            They haven’t put up the barricades, yet,
            the streets still alive with faces,
            lovely men & women still walking there,
            still lovely creatures everywhere,
            in the eyes of all the secret of all
            still buried there,
            Whitman’s wild children still sleeping there,
            Awake and sing in the open air.

  12. Vuoi sul piano della fonoprosodia, vuoi su quello tematico e tonale, ho avvertito marcate affinità tra talune strofe della Iacomino e quelle d’una voce alta della cultura ispano americana, di cui si è occupata anche L’Ombra delle Parole, su segnalazione se non mi sbaglio di Francesca Lo Bue:

    Alejandra Pizarnik
    (Buenos Aires, 29 aprile 1936 – Buenos Aires, 25 settembre 1972)

    Vertigini o contemplazione di qualcosa che finisce

    Questo lillà perde le foglie.
    Da sé stesso cade
    e nasconde la sua ombra antica.
    Devo morire di cose come questa.

    Stare

    Sorvegli da questa stanza
    dove la temibile ombra è la tua.
    Qui non c’è silenzio
    ma frasi che eviti di sentire.
    Segni sui muri
    narrano la bella lontananza.
    (Fa’ in modo che non muoia
    prima che ti riveda.)

    La parola che guarisce

    Nell’attesa che un mondo venga riesumato dal linguaggio, qualcuno canta il luogo in cui si forma il silenzio. Poi constaterà che non perché si mostra furente esiste il mare, e neppure il mondo. Per questo ogni parola dice ciò che dice e anche di più e un’altra cosa ancora.

    Gesto per un oggetto

    In un tempo addormentato, un tempo come un guanto su un tamburo.
    I tre che in me contendono siamo rimasti sul malfermo punto fisso e non siamo un è né un sono.
    In passato i miei occhi cercarono riparo nelle cose umiliate, indifese, ma amica dei miei occhi ho visto, ho visto e non ho approvato.
    ( Alejandra Pizarnik )

    gr

  13. Nelle poesie di Donatella Giancaspero l’immagine sovrasta la parola, tranne quando si crea un cortocircuito, come nel verso “una scodella di corti steli marroni / piantati nel brodo di polvere”, che è un verso NOE, come lo potrebbero scrivere Francesca Dono, Mauro Pierno e altri (anche se non Rago, non Linguaglossa né Gabriele). Questa, che per me è ricchezza verbale – però, derivato sbilenco di Tranströmer – è resa possibile grazie allo spazio sottratto all’io, cioè, sono versi che mancano di luogo d’arrivo, o luogo di ritorno.
    Secondo me Rita Iacomino ha stile da vendere, come si dice; agilità espressiva che è segno di naturale talento. Stile che in qualche modo è identitario del fantasma scrivente, sua presenza. Per questo concordo con quanto detto, che l’io è un espediente semplificante, segno di presenza che non dovrebbe ridursi a personaggio.
    Alla fine ci si rende conto che sono poesie da leggere a voce alta, che hanno impatto benefico su ascoltatori abituati a stare appollaiati sulle palafitte… come anche la poesia di Luciana Lanzarotti, interessante ma tra parlato e scritto, dove conta la comunicazione. Anche se non mancano strappi.

  14. Gino Rago
    Novecento poetico italiano
    Un rapido colloquio con uno studioso di poesia italiana

    Domanda:
    A questo punto preciso in cui siamo, cioè prossimi ai quasi 20 anni del Duemila, potremmo forse chiederci senza pudori né remore scolastiche: è leggibile, e in che misura è leggibile, la poesia del Novecento?

    Risposta:
    La domanda, il dubbio sembrano fatti apposta per parlare di Guido Gozzano. Non solo di lui, ma soprattutto di lui, che con Saba è stato il più “ottocentesco” dei primi poeti del Novecento.

    Domanda:
    In che senso ?

    Risposta:
    Nel senso che n loro la modernità, per quanto si annunciasse con chiari segni (culturali, sociali, politici) non è stata un programma. Dietro i loro versi non c’è un’idea nuova di poesia.

    Domanda:
    Perché, si spieghi meglio…

    Risposta:
    La loro è anzitutto una situazione personale, che come tale viene descritta in dettaglio e con il minimo di censure letterarie. Dietro la loro poesia c’è un diario, ci sono confessioni, descrizioni dal vero e racconti da mettere in versi che abbiano una riconoscibile musica di versi, anche a costo di sembrare una nostalgica o umoristica parodia della poesia.

    Domanda:
    Saba e Gozzano, sono tante le analogie fra i due?

    Risposta:
    Le analogie fra Gozzano e Saba tuttavia finiscono presto: si limitano al loro istinto di trascinare l’Ottocento nel Novecento, ripeto l’Ottocento nel Novecento, un Ottocento piuttosto innocente, visto in una luce di crepuscolo benché evocato con un nitore da riproduzione fotografica.
    Con queste ultime parole mi riferisco più a Gozzano che a Saba. E’ Gozzano che parla di pirografie, di cartoline, di dagherrotipi.

    Domanda:
    Volendo soffermarci su Gozzano, in tanti hanno parlato di alto grado di leggibilità della sua poesia

    Risposta:
    L’alto grado di leggibilità di Gozzano è dovuto a procedimenti visivi minuziosamente descrittivi, da novella versificata.
    L’intero repertorio stilistico della narrativa viene trasferito in un genere di poesia che tende irresistibilmente al poemetto: c’è una scenografia, è in corso una scena, ci sono personaggi, incontri, dialoghi, episodi e aneddoti.

    Domanda:
    Forse anche con un pizzico di psicologia

    Risposta:
    Sì, ma c’è quella psicologia che è necessaria sia al ritratto sia alla introspezione del personaggio-poeta.

    Domanda:
    Si riferisce a La signorina Felicita

    Risposta:
    E’ proprio quella psicologia sulla introspezione del personaggio-poeta che fa della composizione più famosa di Gozzano, La signorina Felicita, ovvero la Felicità, una novella in versi romantica “fuori tempo”, con la perfetta, forse troppo perfetta, tipizzazione della ragazza semplice e dell’avvocato sognatore, sentimentale sì ma incapace di sentimenti.

    Domanda:
    D’Annunzio e Pascoli sullo sfondo

    Risposta:
    Appena un passo più in là rispetto al voracissimo esteta D’Annunzio, e a Pascoli, quasi un sismografo letterario iperpercettivo e insieme ossessivo.

    Domanda:
    Quindi Gozzano è con loro…

    Risposta:
    Gozzano è lì con loro ed è altrove. È meno letterato e più borghese. Non è né un malato professore di lettere né un avventuriero a caccia di piaceri inimitabili. Metricamente è meno curato, esibisce una certa nonchalance o inabilità formale.

    Domanda:
    Gozzano rispetto a Pascoli

    Risposta:
    Il principe dei critici stilistici italiani, Gianfranco Contini, nota che le capacità tecniche di Gozzano, che a qualcuno sono sembrate o possono sembrare virtuosistiche, risultano abbastanza approssimative se confrontate con quelle eccezionalmente colte di Pascoli.

    Domanda:
    Vale soltanto per Gozzano verso Pascoli?

    Risposta:
    I poeti del Novecento italiano, che hanno spesso voluto presentarsi formalisticamente sofisticati, mostrano di aver perso competenza metrica, anche se cercano a volte di ottenere effetti di sorpresa violando regole che non erano più capaci di padroneggiare (la stessa cosa si può dire per la musica e soprattutto per le arti visive).

    Domanda:
    Tanta critica riconosce ancora a Gozzano un forte patrimonio di risorse
    comunicative.

    Risposta:
    Le risorse comunicative di Gozzano sono dovute a un esperimento riuscito nell’accostare, magari con qualche intenzionale goffaggine, il prosastico e il poetico, il parlato borghese e un’ostentata vocalità metrica. È come se scrivesse recitando da letterato, ma per essere letto anche, se non soprattutto, da non letterati.
    La sua poesia, i suoi versi allestiscono una perfetta messa in scena, un teatro al quale il lettore-spettatore non può resistere.
    Basta citare poche strofe e si entra subito nel gioco, “in medias res”, davvero in mezzo alle cose, ai fatti, letteralmente, secondo la regola che Orazio prescrive al poeta epico.

    Domanda:
    E infatti “Signorina Felicita a quest’ora scende la sera nel giardino antico della tua casa …

    Risposta:
    E così per stare al suo gioco scende il ricordo nel cuore amico e poi la cerulea Dora, e Ivrea… E il dolce paese che non dico.

    Domanda:
    E su Saba?

    Risposta:
    Se Lei vuole, di Saba parleremo in qualche altra occasione, ora sto per andare a Nemi, per la sagra delle fragole

    (gino rago)

    • mariomgabriele

      Una bella pepita letteraria, non c’è dubbio, caro Gino, La si legge volentieri con molto piacere. Oh, la signorina Felicita e quel dolce paese che non dico!

  15. Una formidabile e derisoria provocazione questa intervista di Gino Rago ad un noto critico letterario che vuole rimanere in incognito, la stessa domanda iniziale è fortemente derisoria, mette il dito nell’occhio dell’interlocutore:

    è leggibile, e in che misura è leggibile, la poesia del Novecento?

    • mariomgabriele

      caro Giorgio,
      sai bene che fino agli anni 50, si è prodotta in Italia una buona poesia con tutte le carte in regola. Ne è testimonianza il secondo volume della Poesia italiana del 900 di Edoardo Sanguineti, con Gozzano, Sbarbaro, Soffici, Pavese, Luzi, Montale ecc..

      L’IO, il confessionismo decadente, la rappresentazione di un mondo fisico e domestico, patriarcale e rurale, furono le eterogenee categorie estetiche su cui si caricava la poesia. Tutto un repertorio derivante dagli avanzi psicologici lasciati dalla Seconda Guerra Mondiale su un popolo sfiduciato, afflitto dalla miseria e dalla rassegnazione. Un provincialismo dal diario intimo e metafisico segnava le tappe di una poesia vistosamente ripetitiva.

      Il primo scricchiolio ci fu con il Futurismo, come distacco dalla Tradizione e con l’Ermetismo di Ungaretti, seguiti poi nel Secondo Novecento dallo Sperimentalismo realistico di Pavese e dalla Nuova Avanguardia, con Sanguineti, Porta, Pagliarani, Giuliani e Balestrini.
      .
      Non sembrerà una dicotomia, ma le antologie segnano il cammino della poesia nella Storia, come: “”Genere letterario anfibio, oscillante tra il museo e il manifesto”,(Sanguineti), con tutte le omissioni e gli inserimenti abusivi adottati dagli antologisti.

      La situazione della NOE non si discosta molto da quella del Secondo Novecento, che ha visto tante proposte con picchi di linguaggio alternativo, non più casareccio, ma metropolitano. Esclusa l’attivazione emozionale, in questa nostra operazione,ci si sposta su altre modalità di scrittura di tipo discontinuo, belligerante nella forma propositiva,

      La liricità non è solo messa all’Indice, ma estranea ad ogni dibattito. La scrittura è variabile, ma ancora prematura, per procedere al Battesimo dei nostri frammenti, fatta eccezione per pochi poeti che già hanno raggiunto una maturità, inconfutabile. E qui mi permetto di non citare i nomi rispettando il loro operato.

      Questa poesia deve badare a non immettere fotomontaggi e altre alchimie, che possono interferire sul piano della parola, fuori da certe energie plastiche di riproduzione oggettiva delle cose e degli oggetti.Non tutto ciò che si riporta nella Rivista è sinonimo di nuova ontologia estetica,

      Da qui il prevalere di un discorso collettivo e non egemonico, ma che nella NOE si classifica come linguaggio poetico che definisce e chiarisce, tra allitterazioni e sonorità, ipertrofia della parola,e tempo interno e tempo esterno, quadridimensionalità nella dismisura del senso e del non senso della poesia, come ci si avvia oggi a parlarne sempre di più considerati i progressi tecnologici di oggi.

      .

      • caro Mario,

        hai ragione da vendere, la NOE si sta sviluppando necessariamente in un discorso ampio, avvolgente, tu dici «collettivo e non egemonico», io invece rimarcherei sull’obiettivo del «collettivo», ma ancora di più sull’«egemonico», oggi noi dobbiamo essere capaci di porci come il nuovo polo della poesia italiana, dobbiamo essere capaci di porci sul piano egemonico anche se non disponiamo di un grande editore che ci garantisce una diffusione capillare e nazionale delle nostre opere. Di fatto, la NOE è già adesso egemonica per il semplice fatto che in giro non c’è nessun’altra proposta di poetica alternativa.

        Roberto Bertoldo, all’uscita del mio libro di critica Critica della ragione sufficiente (Progetto Cultura, 2018), mi aveva messo in guardia scrivendomi: «adesso ti attirerai tutta l’ostilità della poesia maggioritaria, i vostri nemici aumenteranno». Che ci siano delle fortissime resistenze è normale, in uno stagno anche gettare un sassolino produce perturbazione e onde concentriche, ma dinanzi al vuoto di proposte di poetica alternative la NOE è già in sé rivoluzionaria, ha un effetto dirompente. Le piccole numerosissime consorterie di letterati provinciali le abbiamo tutte contro, ma anche questo è del tutto naturale.

        Ultimamente su un blog che non nomino la NOE è stata coperta di insulti veri e propri, tanto che l’amministratore ha dovuto cancellare tutte le frasi offensive, tra l’altro passibili di denunzia in sede penale. Ma questi episodi non fanno testo, i piccoli gruppi di letterati provinciali non fanno testo; nel frattempo l’argenteria di famiglia è detenuta da una piccola cerchia di letterati i quali da quaranta e più anni tentano di auto storicizzarsi e non sono certo disposti a farsi mettere da parte solo perché è nata la NOE, la loro risposta più eloquente è il silenzio su tutto il fronte. Comprendo benissimo la loro reazione, è una reazione di difesa, istintiva, ne va di mezzo la loro sopravvivenza poetica.

        Di fatto, lasciatemelo dire, la poesia italiana extra NOE è semplicemente inesistente. La bella intervista postata sopra da Gino Rago ne è una testimonianza, si parla a nuora perché suocera intenda. Nel frattempo si pubblicano libri con l’egida Mondadori e Einaudi molto modesti, definirli epigonici sarebbe già un complimento, sono degli esercizi, variazioni intorno ad una tradizione letta e vissuta come un corpo morto… ma si tratta appunto di variazioni nate già morte.

  16. Grazie di tutto cuore, caro Mario, caro Giorgio, per l’apprezzamento per me davvero importante della mia intervista immaginaria, un misto come ben cogliete di derisione e di serietà di analisi di Gozzano, sì, ma si parla a nuora perché suocera intenda… L’intervistatore sono io e le domande le formulo io,
    restando appartato, dietro le quinte; l’intervistato, un colto e competente esperto di poesia italiana, vuole restare anonimo e preferisce le fragole di Nemi alla poesia di Saba…
    Grazie ancora, cari Mario e Giorgio,

  17. donatellacostantina

    Scusate, amici, io non so che cosa significhi dire che un verso è “un verso NOE”. Quando scrivo, io parto da una idea, da un pensiero progettuale preciso. Se poi la scrittura viene a coincidere con le proposte estetiche di un nuovo orientamento poetico, che, per intenderci, chiamiamo Nuova Ontologia Estetica, allora d’accordo, va anche bene così. Ma ciò che ricerco nella poesia è prima di tutto la parola non detta, quella mai pronunciata prima. La mia scelta è accuratissima, perché solo così spero (e sottolineo “spero”) di potermi avvicinare il più possibile all’Idea; una idea che va oltre l’immagine ravvisabile nel testo. Ci sono pensieri, infatti, intorno e dentro gli oggetti. Sono pensieri che riguardano, ad esempio, l’esistenza, non la mia personale, ma quella di tutti. Ci sono pensieri, appunto; perciò, se scrivo “l’ombra sulla scialbatura”, non dico soltanto un’ombra proiettata su un muro: dico altro, perché ho scelto la parola “scialbatura”, e bisogna percepire il pensiero che sottende. Non c’è niente di casuale nella mia scrittura, come non c’è niente di artefatto, perché non mi piacciono gli effetti speciali, i giochi pirotecnici… Dunque, se scrivo “una scodella di corti steli marroni / piantati nel brodo di polvere”, scrivo esattamente quello che è: è proprio così: autentico e plausibile. E lo è tanto quanto “Sul tavolo, il posacenere di ceramica verde”, che appare come la frase più innocua del mondo (e pure più scema). Purtroppo, non posso dirvi che cosa è quel verso che suona tanto astruso, ma vi assicuro che “è”. Altrettanto “è” l’espressione “un nido di vespe nel lampadario”. Non c’è niente di surreale, di creato per stupire. Tutto è (purtroppo, sì) terribilmente vero. E potrei passare le ore a motivare ogni verso, parola per parola, ma non posso. Questo è un privilegio che riservo soltanto a mia madre.
    Qui non posso, anche perché si è già troppo parlato della mia poesia: nei post, nei commenti…
    Io sono una persona schiva, riservata. Ho un senso di pudore, di imbarazzo… Non amo il palcoscenico, le luci della ribalta.
    Preferisco parlare d’altro… Ad esempio, di musica. Ecco, parliamo di musica! Mi piace raccontare la musica…
    La scrittura si scriva da sola, si pensi in privato, si commenti da sé.

    • Cara Donatella,
      a me sembra che tutte le poesie NOE seguano “un pensiero progettuale preciso”. E di surreale non c’è nulla, davvero poco o nulla nella poesia (insisto) NOE – anche se vi si sente del surrealismo, diciamo così di contrabbando, in quanto che in origine era nelle poesie di Tranströmer; ma se per questo anche in Celan, tanto caro a Francesca Dono. Ognuno ha i propri riferimenti, specificità di percorso, ecc. In ogni caso qui tutti diciamo ciò che è, pur nell’irrealtà dell’intendimento. E nel mio commento ho scritto che alcuni versi “mancano di luogo d’arrivo, o luogo di ritorno” in quanto intendevo fare riferimento all’io mancante – per meccanismo opposto a quello della Iacomino. Mancando l’io viene meno anche la destinazione; fatto questo, reso ancor più evidente nella poesia NOE, grazie all’uso del frammento. Il resto del commento era interamente riferito alla poesia della Jacomino. Devo proprio essermi espresso male se ho fatto pensare solo agli effetti speciali.

      • donatellacostantina

        Nel mio intervento intendevo soltanto trarre spunto dall’espressione iniziale di Lucio Mayoor Tosi, “un verso NOE”, di cui realmente non comprendo il senso, per esprimere una personale riflessione su come io stessa considero la mia scrittura e quali sono gli intenti che perseguo. Il riferimento alle sue parole è solo in quell’incipit. Tutto il resto riguarda unicamente me stessa e non chiama in causa nessuno dei nomi citati. Anche l’espressione “effetti speciali” e la parola “surreale” vanno intesi in questo senso, ovvero come interni al mio discorso, senza relazione alcuna, senza confronto con ciò che costituisce il poetare degli esponenti della NOE. Perciò, quando dico che “scrivo esattamente quello che è”, non significa che loro scrivono quello che non è.
        Ho detto ciò che penso di me, della mia scrittura poetica. Ben venga se le idee e gli esiti coincidono con quelli della Nuova Ontologia Estetica. Ma io non parto da qui. Parto da me stessa, da quello che penso e che vorrei… Perché mi sento, diciamo così… “on the road” (ricordando il mio amato Jack Kerouac, amico di Ferlinghetti che oggi compie 100 anni!).
        E, si sa, on the road tanti compagni di viaggio possono incontrarsi…

  18. donatellacostantina

    Ricordando la Beat Generation, ecco il jazz “On the road”…

    “Ornithology”, uno standard jazz Bebop composto da Charlie Parker e da Benny Harris.
    Il titolo della composizione è un chiaro riferimento al celebre soprannome di Parker, “Bird”. Il sassofonista e compositore registrò il brano per la prima volta il 28 marzo 1946 per l’etichetta Dial.

    “Ornithology” è in realtà un cosiddetto “mascheramento”, ovvero una melodia scritta sopra la progressione di accordi di un’altra canzone, per la precisione, qui, lo standard jazz “How High the Moon” (sul quale sono basati moltissimi altri brani bebop).
    Come metodo di composizione, il “mascheramento” è stato di particolare importanza nel 1940 per lo sviluppo del bop, dal momento che ha permesso ai vari jazzisti di creare nuovi pezzi su cui potevano poi improvvisare immediatamente, senza dover chiedere il permesso o pagare i diritti d’autore per materiali protetti da copyright (infatti, le melodie possono essere protette da copyright, mentre le strutture di base armoniche no).

    And now, ladies and gentlemen, here it’s…

  19. donatellacostantina

    E, per chiudere, un ultimo brano: questo così com’è, senza “lezioncina”…
    Solo per dirvi… Good Night.

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