L’indebolimento della autocoscienza storica dei poeti nati dopo il 1950, Poesie di Alida Airaghi, Donatella Costantina Giancaspero e Francesca Dono, con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa sul nuovo esistenzialismo

Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

L’indebolimento della autocoscienza storica dei poeti nati dopo il 1950
(28 febbraio 2019)

Di recente sono solito ritornare su un punto che mi sta a cuore, ed è inutile girarci attorno in cerca di eufemismi o di correttezza istituzionale: il fatto che gli scrittori, i poeti, gli artisti di oggi sono privi di autocoscienza storica, almeno nella misura in cui i poeti e gli scrittori delle generazioni di coloro che sono nati prima della seconda guerra mondiale e fino al 1950, o giù di lì. I poeti e gli scrittori nati dopo quella data posseggono una minore autocoscienza storica dei problemi politici, estetici e stilistici che si traduce in poesie e in romanzi di livello decisamente inferiori rispetto a quelli delle generazioni precedenti.

Scrive Mario Perniola:

«Le generazioni che crebbero dopo la fine della seconda guerra mondiale non hanno ereditato questa concezione del mondo [quella storicistica che ha dato vita alla resistenza al nazifascismo] basata sull’importanza decisiva dell’azione individuale e collettiva e sul carattere razionale e progressivo della storia: tale concezione è diventata per loro tanto più estranea quanto più la loro data di nascita si allontanava dalla fine della seconda guerra mondiale.  Esse sono state testimoni di eventi del tutto imprevedibili, in cui significato resta tuttora opaco e indecifrabile fintanto che si ricorre a concetti e alle nozioni che hanno dominato nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento. Questa generazioni si trovano perciò oggi nella condizioni di non aver ancora capito niente degli eventi che hanno vissuto e nei quali hanno perfino talora pensato di giocare un ruolo di protagonisti.

Dalla fine della seconda guerra mondiale sono accaduti in Occidente quattro fatti imprevedibili che hanno colto di sorpresa anche il pubblico più informato: il Maggio francese del ’68, la Rivoluzione iraniana del febbraio 1979, la caduta del muro di Berlino nel novembre 1989 e l’attentato alle Torri gemelle di New York nel settembre 2001. Nei confronti di questi fatti la stragrande maggioranza delle persone ha fatto propria una frase dello scrittore francese Georges Bataille, impossible et pourtant là (impossibile, e nondimeno qui!)…

È noto che i contemporanei non sono i migliori conoscitori del loro presente: la maggior parte della gente non vive nell’attualità, e anche i meglio informati si sbagliano. Proverbiale è diventato l’esempio di Lenin che, poche settimane prima dello scoppio della rivoluzione russa, diceva agli operai svizzeri che sarebbe morto prima che questa avesse luogo. In linea di massima, il senso di ciò che è stato vissuto individualmente e collettivamente si scopre solo alla fine. È sempre stato difficile prevedere l’avvenire: tuttavia gli eventi successivi agli anni Sessanta del Novecento presentano un aspetto più refrattario alle interpretazioni che si valgono delle categorie storiche e ideologiche moderne.

Questi eventi appaiono più come miracoli che come compimenti di processi di cui si conosce lo svolgimento o realizzazioni di utopie; più come traumi che come tragedie o catastrofi di cui sia possibile elaborare il lutto. Certo è che nel momento in cui la società umana sembra diventare più razionale grazie alle straordinarie invenzioni della tecnoscienza, irrompono nell’esperienza individuale e storica fatti che sembrano caratterizzati da un’irrazionalità che appartiene all’orizzonte artistico e religioso più che a quello scientifico e filosofico, più a sindromi psicotiche che all’esplosione di contraddizioni o crisi che possono essere superate».1]

  1. Perniola, Miracoli e traumi della comunicazione, Einaudi, 2009 p. 6

Nessuno ha notato certe convergenze tra la poesia di Alida Airaghi e quella della nuova ontologia estetica, in particolare l’attenzione al tempo e alle temporalità dell’esserci. Già Mandel’stam parlava agli inizi degli anni Dieci del «rumore del tempo» che rinveniva nella propria poesia e in quella degli acmeisti… Heidegger ha parlato del «rumore del mondo» che si percepisce nella poesia in quanto la memoria è la traccia del tempo trascorso…

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Andrea Emo, Quaderni di metafisica (Quaderno 347, 1972)

Si parla continuamente di solitudine e di incomunicabilità tra gli uomini. Ma nel mondo di oggi ciò che ci manca è appunto la solitudine che è considerata la colpa maggiore, e siamo obbligati a stare sempre in linea di comunicazione; potessimo comunicare la nostra incomunicabilità! Che altro vale la pena di essere comunicato? Potessimo interrompere la comunicazione!

Noi dunque, noi gli incontentabili, gli instabili, che cosa veramente vogliamo? Forse non possiamo saperlo perché ciò che veramente vogliamo è non volere. In questa volontà negativa il volere si riposa della sua straordinaria volubilità.

Noi forse scriviamo per una minoranza – per una piccola e misteriosa associazione consapevole della sua minoranza – di eletti; ma non democraticamente, perché eletti dall’alto, e dall’altro. Non dai loro simili, come prevedono le nostre costituzioni democratiche, appunto perché essi non hanno simili. E questa consorteria dove regnerà il presente che noi siamo e preconizziamo è futura; è una consorteria di uomini non ancora nati, una consorteria di nascituri…

Andrea Emo, Quaderni di metafisica (Quaderno 359, 1973)

 Nel passato… è l’unica sede dell’assoluto… (ché) il passato e la memoria sono il regno di Dio… e (solo) nel passato si manifesta l’assoluto che siamo

 (R. Gasparotti, Note sul pensiero di A. Emo, in Andrea Emo, Quaderni di metafisica 1927/1981, Bompiani, Milano 2007, p. 1388). Essere e nulla non sono allora contrapposti, bensì co-implicati, in quanto «gli enti appaiono dal nulla, da quello specifico sfondo abissale che consente loro di ex-sistere, di star-fuori dal Principio, per poi, attraverso un ulteriore atto di negazione, farvi ritorno: ogni ente manifesta il ni-ente e, nel mondo, l’eternità rinasce con gli enti come effimera» (p. 86)

alida foto

Tre poesie di Alida Airaghi da L’attesa (2018) con un testo inedito

È questo tempo
perso.
Mio tempo inutile,
morto. Tempo
che aspetto
e guardo
nel suo bianco vuoto.
Di come si trascina
di come chiede
e attende.
Voce che manca
voce che non risponde;
stanco mio tempo
assorto.

*

Era un minuto, o forse venti,
o un’ora o un giorno;
non sapevo.
Talmente dentro
quel minuto, quell’ora,
quel giorno,
da non avvertire
misure, confini,
momenti.
Si dilatava il tempo,
e più non esisteva tempo.
Oppure ero io che mi facevo
tempo; non so.

*

«Le ore di dentro/ sono quelle vere; le ore lente», scrive Alida Airaghi, ed è già un progetto di poetica ben preciso, che indica la particolare articolazione della temporalità dell’Esperienza poiché «l’essere parla qui in forma transitiva, tra-passante (uber-gehend)», e in questo trapassare dell’esperienza soltanto si dà il lampeggiamento dell’Ereignis, come risposta alla chiamata dell’esserci. Noto in queste poesie una straordinaria comunanza con l’atmosfera della poesia di Donatella Costantina Giancaspero di Ma da un presagio d’ali (2015).

*

Le ore di dentro
sono quelle vere; le ore lente,
intendo: quelle misurate
dal battito del polso,
cadenzate dal tempo della mente
e dell’attesa. Non corrispondono
alle ore di fuori, ansimanti
di fretta, efficienti
e vittoriose.
Le ore interiori
sanno perdere, non si umiliano
per una sconfitta.
Assaporano invece nel loro profondo
tacere
il riscatto della quieta
indulgenza.

Al linguaggio metafisico che dice le cose come sono, la poesia della Airaghi, della Giancaspero, della Dono e di altri poeti che ruotano intorno alla nuova ontologia estetica,  sostituisce un linguaggio che non dice, un linguaggio che non è mai assertorio o suasorio ma che rinvia ad un altro mondo dove le cose sarebbero potute accadere in un altro modo, un mondo alternativo, un mondo parallelo al nostro, un mondo dove le cose sono collocate nel loro «luogo» (Ort) presso il quale il dire si spoglia di tutte le finzioni della retorica e della inautenticità della vita quotidiana…

Noi avvertiamo la «presenza» dell’esistenza soltanto quando ci allontaniamo dall’esistenza, quando siamo ex stasis, quando abitiamo la «presenza» di un’altra temporalità, una temporalità estraniata da noi stessi. Avvertiamo la distanza dal tempo soltanto quando abitiamo un altro tempo. In ciò penso risieda il significato del nuovo esistenzialismo della «nuova poesia»; quello slogamento, quella divaricazione che si apre tra un tempo, quello vero, e l’altro, quello immaginario. Ovvio che la «nuova poesia» si occupa di raccontare e rappresentare con i suoi mezzi questa nuova condizione esistenziale e spirituale.

*

Miracolo, miracolo! Alleluia, alleluia!

Avevo la sifilide, la gonorrea e l’aids e sono guarita senza medicine e senza ricoveri!

Non so quanti buchi nascondevo nella vagina (e mi pare non lo sappia nessuno: uno, due, tre, quattro, cinque, sette…); non li hanno rilevati né ginecologi né Tac.

Mi sono fatta 2500 amanti, e in quarant’anni di indagini non sono riusciti a scovarne nemmeno mezzo (prima, durante, o dopo il mio matrimonio).

Gestivo un fiorente bordello prostituendo le mie figlie dalla più tenera infanzia, ma stranamente non ho mai ricevuto né denunce né avvisi di garanzia.

Ho fatto i miliardi con l’usura, la droga, il riciclaggio, la mafia ma ho la fedina penale immacolata, e i conti correnti a posto.

Ho ucciso mio marito e i miei genitori col cianuro, che però non è stato trovato nelle riesumazioni.

Sono indemoniata e satanista, ma non credo al diavolo.

Sono una fattucchiera, e non sopporto la superstizione.

Ho il vizio dell’azzardo, della cocaina e dell’alcol, ma sono astemia, non ho mai fumato e gioco solo a dama.

Ho girato film porno con Tinto Brass e Rocco Siffredi, ma le pellicole sono state bruciate!!!!!

E alla fine, per nascondere le mie colpe, ho corrotto tutti: polizia, carabinieri, procure, giudici, clero, stampa, televisioni, medici e ospedali…

Non sono io che sto commettendo un reato, ma chi mi spia in casa da decenni, e lo faceva anche quando le mie figlie erano minori, diffondendo le immagini in tutto il mondo. Forse la Commissione dei Diritti Umani di Strasburgo avrà qualcosa da dire in proposito.

Felice che abbiano speso milioni per niente. Spero che nessuno mi chieda di perdonare. *

* ndr. Ovviamente, non sono prose poetiche, ma sono agli atti di diverse Procure (inedito)

Donatella_Costantina_Giancaspero

Cinque poesie di Donatella Costantina Giancaspero da Ma da un presagio d’ali (2015)

È domani

Eppure è già domani
a quest’ora fonda
della notte,
quando nei condomini
i muri, che separano vita
da vita, hanno spessori
di silenzio
e dalle strade il buio
rimanda rare sirene,
eco sorda di macchine.
S’impiombano attoniti,
nel vuoto, i binari
della metro di superficie.

È domani,
e non vale la veglia
ostinata, non servono
i rituali del fare
a prolungare l’oggi.
Questo domani,
questo tempo muto, scattato
da una combinazione di lancette,
cielo acerbo, sospeso
sulla zona franca
del sonno, dove, ignoti,
già tanti destini si compiono,
questo è l’oggi.

Tra poco la notte sbiadirà
in un brusio di appannati risvegli
e frulli, alle finestre, cinguettii,
di luce in luce più canori,
fino al sole pieno,
puntato sulla città.
E sarà azzurro, azzurro estremo,
impietoso, nel suo occhio
fermo, astratto dagli occhi,
dissuasi, volti altrove;

perché altrove li volge
questo Tempo acuminato:
dov’è vita ferita che dispera
la vita, nei quotidiani martiri,
nelle morti suicide per dignità
negata, nelle stragi,
ai tribolati confini,
dove affonda il cuore

e la notte
di un altro domani.

*

Ma non vorresti
restare ancora
a questo limite del tempo,
dove i giorni s’aggrumano
in violente stagioni
e si disfano
resi a se stessi,
riassorbiti
nella propria dolorosa
sostanza

Sorge
al tuo sguardo,
con rassegnato nitore,
il punto inerte
della vita.
S’innalza
il muro cavo
dove ristagna
l’animo.
È un sentimento grave,
di stasi,
pesa intorno
– appena lo contrasta
quel turbinio
estenuante,
quel viavai senza scampo
che vedi
di volti in fuga –

*

Altro cielo
disceso più opaco
dal cielo
dei nostri disadorni
mattini,
ci affolla
in un bacino d’ombra.

 Altra luce,
di luce morendo,

ci scava l’animo.

*

Abbiamo voluto
dal principio
un arredo minimo,
appena sufficiente
per abitare, e le pareti
vuote – nulla
a violarne
con altra identità
il solitario
rigore – .

Scabra nudità
esposta
alla luce sontuosa
del mattino,
spalancata
all’occhio,
che la ripensa
materia purificata,
ne scava
ardui contenuti:

un senso duro
della vita.

*

Il bianco tepore
del braccio
poggiato dov’eri;
in sé disceso lo sguardo,
che mi finge nel sonno,
mi trattiene
un’intima malìa.

Il tempo,
in cui ti vesti, accendi
l’aroma del tabacco,
pare consueto:
è come se
abitassi
da sempre io
il tuo destino.

E, se mi muovo
appena,
tu dici rimani
riposa ancora
un poco:

non è tardi.

francesca-dono-con-tela

Una poesia di Francesca Dono

– fantasie con montagne appassite –

mi volti le spalle di continuo nel sogno che immagino di sognare. Niente di grande. Marrone limpido il parco a piedi nudi.

Quei volti poco precisi. Collaterali alla luce dei tamburi e del tempo inaffidabile. Ho diviso i tuoi occhi in papaveri rossi .

Una malinconica folata in scaglie di piante. Un tram si contorceva sul ferro dei binari. Sulle ultime cose viste da sotto un giornale di nubi.

Nessuno era in vita. Solo corde staminali. Fantasie con le montagne appassite. Un fantasma al gas naturale.

Sponda di un attimo anonimo

22 commenti

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22 risposte a “L’indebolimento della autocoscienza storica dei poeti nati dopo il 1950, Poesie di Alida Airaghi, Donatella Costantina Giancaspero e Francesca Dono, con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa sul nuovo esistenzialismo

  1. annaventura36@hotmail.com

    Per Donatella ; Decisamente, mi sto riconciliando con gli aggettivi; il tuo “tempo acuminato”mi convince pienamente,l’aggettivo è insostituibile: E’ vero, viviamo proprio un “tempo acuminato”; tocca ai poeti smussare un po’ gli angoli.

  2. hai perfettamente ragione cara Anna,

    l’aggettivo “acuminato” è perfetto, indica una condizione di esistenza del «tempo» ben precisa, l’aggettivo si rivela essenziale in quanto privo di «ambiguità semantica», infatti nella «nuova poesia», la tua, quella di Ewa Lipska, di Alida Airaghi etc. gli aggettivi vengono impiegati non per il loro aspetto fonosimbolico, cioè sonoro, ma per il loro valore fenomenologico, di identificazioni esatta delle «sostanze». La poesia in questi poeti tende alla essenzialità e alla massima denotazione possibile…

  3. donatellacostantina

    Che fare? Che dire?

    “I poeti e gli scrittori nati dopo quella data [1950] posseggono una minore autocoscienza storica dei problemi politici, estetici e stilistici che si traduce in poesie e in romanzi di livello decisamente inferiori rispetto a quelli delle generazioni precedenti”. Stando a questa affermazione, dovrei ritenermi decisamente sfortunata per la mia età anagrafica… L’autocoscienza artistica di una intera generazione (e forse più di una), qui è messa in discussione. Ora, è un dato di fatto che sia difficile conoscere oggettivamente i fenomeni artistici e culturali in genere, così come è arduo comprendere a pieno gli eventi della grande Storia, per chi tali fenomeni ed eventi li viva, diremmo, “in tempo reale”, ovvero da uomo contemporaneo. E questo lo dice anche Mario Perniola. Però, è pur vero che, proprio in quanto contemporaneo alle proprie vicende, l’uomo ne risulta fortemente segnato; pertanto, ne diventa espressione viva e, in parte, consapevole. Tutti noi, oggi, siamo certi (e quindi consapevoli) del nostro disagio esistenziale, derivante dalle condizioni politiche, economiche, ambientali, sociali, storiche in senso lato, in cui viviamo. E non è svalutante, per noi, il limite di non poter storicizzare la nostra Storia; una Storia, oltretutto, smisuratamente diversa da quella che i nostri padri e i nostri nonni vissero da contemporanei. Mi domando se tutti loro, nel mentre attraversavano le proprie vicende, fossero consapevoli della portata storica che esse avevano. I più fortunati, dotati di cultura, abbracciando una fede politica, forse intuivano, forse presentivano. Solo a pochissimi era dato comprendere: penso ai filosofi, agli storici, e penso alla grande figura di Antonio Gramsci… Ma i più, gli uomini comuni, che pure, con la propria vita, stavano dando vita alla Storia, dirli coscienti, dirli realmente consapevoli, capaci di scriverla essi stessi, quella Storia, questo io non credo. E oggi? Come possiamo scrivere la nostra guerra mondiale che ci travolge?
    Che fare oggi? Что делать? scriveva Lenin. Ma la domanda, allora, era per il partito, per la Rivoluzione…
    Oggi, invece, che cosa dobbiamo fare noi, qui, nel nostro “Tempo acuminato”, noi, cosiddetti “poeti”? Quale “rivoluzione” (consapevole o inconsapevole che sia) ci è dato compiere? Qualcuno di voi mi dirà: “E tu?”
    Io… forse continuerò a rivedere il mio lessico, la mia forma, il mio stile, per essere consapevole – e qui sì, bisogna esserlo – , consapevole della mia scrittura, come, peraltro, ho iniziato a fare già da un paio di anni: esattamente dopo le poesie qui pubblicate, edite nel 2015 (in un libretto de La Vita Felice, per la collana degli illustri sconosciuti) ma precedenti, scritte dal 2000 al 2014.
    Che dire? Proverò a non ripetere le “parole finite”, a limitare l’impiego degli aggettivi perché, spesso, a mio parere, indeboliscono il sostantivo. Cercherò soluzioni verbali che non producano esiti puramente “aleatori”. Proverò a darmi una “progettualità”, quei principi che fondano la creatività nel suo aspetto autentico…
    Che dire? Io ci provo… Ecco, questo qui è un tentativo.

    *

    Tre colpi dal piano di sopra

    Tre colpi dal piano di sopra. Il quarto
    fa vacillare uno studio del Gradus ad Parnassum*.
    Insieme, qualcos’altro, ritratto
    nell’intercapedine fra l’intonaco e un’eco di scale.

    Chiodo su chiodo, gli sconosciuti
    si cercano dentro il sentore delle stanze.
    Nell’insistenza delle macchie sul soffitto.

    Un intervallo di quinta discendente alla finestra.
    Ci domandiamo che ora sarà da qui a trent’anni,
    nelle smart home di risorti edifici.

    Intanto, i treni cittadini irrompono nel rombo del temporale.
    Un refrain senza indicazione di tempo replica in verticale
    la sequenza del pianoforte sbalzato sul selciato.
    Sotto gli occhi delle facciate, sospinto a mano.
    Da una persiana all’altra.

    ______________________________________________________________________________________
    *Gradus ad Parnassum di Muzio Clementi (1752 – 1832), 100 esercizi pianistici di livello avanzato

    • La sintonia che sento con la voce, i personaggi, gli oggetti tutti di Donatella Costantina Giancaspero mi accomodano in una stanza. Sono l’ospite inatteso di una storia che non ha rimpianti. La voce è li, dispersa.

      Questo il senso del frammento, Giorgio?

      È vero la poesia sta in chi ascolta. È li, dimora. Si accuccia abbeverandosi.
      Lo “stagno” ha una rifrazione eterna! Confonde
      lo spazio è segna una urina inconfondibile.
      “la sequenza del pianoforte sbalzato sul selciato.”
      Un piano può anche pisciare!

      1°versione

      Nel treno che attraversa i campi
      alle fragole non mancano mani, tutto
      nell’ordine dei cesti e dei panieri.
      Quanti controllori accompagnano il vento. Al finestrino un peso unico, questa parete rossa
      e tanti chiodi inutili.

      2° versione

      Il treno attraversa i campi
      alle fragole non mancano le mani,
      tutto nell’ordine dei cesti e dei panieri.
      I controllori accompagnano il vento.
      Al finestrino manca un peso unico,
      questa parete rossa, tanti chiodi inutili.

      GRAZIE OMBRA.

  4. cara Costantina,

    come tu scrivi il problema è sintetizzabile così: tutti i problemi della coscienza e della consapevolezza storica dei problemi stilistici, della coscienza stilistica, sono la trasposizione di problemi che stanno a monte, dei problemi sociali, economici, politici che influiscono sulla elaborazione delle piattaforme artistiche, e non c’è dubbio che i letterati che sono nati dopo la data esemplificativa del 1950 mostrano segni evidenti di minore complessità di elaborazione dei progetti artistici e stilistici rispetto alle generazioni degli scrittori e dei poeti nati prima di quella fatidica data. Certo, sono venuti a cadere nelle decadi che sono seguite al 1950 la consapevolezza delle questioni stilistiche, questo è avvertibile e percettibile, la poesia è diventata una cosa facilissima da fare, è sufficiente fare un raccontino con o senza a capo, senza alcuna consapevolezza delle questioni filosofiche sottese ad ogni scelta lessicale e stilistica. La nuova ontologia estetica segna un tentativo di inversione di rotta rispetto alle questioni stilistiche (e quindi etiche, estetiche, politiche, filosofiche) che sono state dimenticate e rimosse.

    La poesia che tu hai postato è un esempio probante di come si possa scrivere poesia di alto livello sulla base della nuova consapevolezza della questione stilistica quale primario elemento da tenere presente quando si scrive poesia.

    La tua poesia abbandona per sempre la moda della poesia facile, non «racconta», non si offre come una «narrazione» di qualcosa che sta fuori di essa, la «narrazione» di cui tratta è inerente ad essa stessa, è «interna» alla narrazione stessa, non esterna, non guarda al «fatto» come ad una esposizione che deve essere provata mediante una narrazione; la tua poesia, come anche, da diversi momenti di approccio quella degli altri componenti della nuova ontologia estetica, evidenzia una spiccata predilezione e attenzione per il «nome» (onoma) con derubricazione dei «verbi». La centralità, il punto centrale della poesia verte sull’«evento», tratta di «micro eventi» che si susseguono come onde sussultorie, misteriosi e inconsci; la poesia è costruita con in mente l’attenzione per la percezione di «eventi invisibili». È il tuo modo di costruire la poesia. E ciò comporta una vera rivoluzione espressiva, una rivoluzione della poesia. Comporta l’attenzione esclusiva per l’«evento», con riduzione di tutti i Fattori fonosimsolici e tonosimbolici della poesia tradizionale. È questo, il tuo, un esempio della rivoluzione portata avanti dalla pratica della nuova ontologia estetica

    Cito dal libro di Carlo Diano Linee per una fenomenologia dell’arte, Neri Pozza, 1968

    «SUL CONCETTO DI EVENTO

    Comincio dall’evento. Evento preso dal latino e traduce il greco tyche. Evento è perciò non quicquid èvenit, ma id quod cuique èvenit. Che qualcosa accada, non basta a farne un evento: perché sia un evento è necessario che codesto accadere io lo senta come un accadere per me.

    Di evento non si può parlare se non in rapporto a un determinato soggetto e dall’ambito stesso di questo soggetto.

    La dottrina stoica ripone l’essenza della proposizione nel verbo e considera il nome secondario – laddove per Aristotele “l’uomo cammina” è uguale a “l’uomo camminante” – ha la sua origine prima nel sentimento linguistico di Zenone che era un semita.

    Come id quod cuique èvenit, l’evento è sempre hic et nunc. Un fulmine ha colpito un albero nella notte, io lo vedo al mattino: il fatto, ove sia per me un evento, non lo è se non in quanto l’evènit si fa attuale in un èvenit e l’albero non è uno dei tanti punti dello spazio ma il mio hic. (…) è chiaro che non sono l’ hic et nunc che localizzano e temporalizzano l’evento, ma è l’evento che localizza l’hic e temporalizza il nunc. (…) Nella mentalità primitiva… spazio e tempo fanno uno, ed è il tempo che è primario. Il mito ha sempre forma storica, ed è nei tempi in cui l’evènit del mito si rifà èvenit nel rito, che i luoghi e gli oggetti sacri sono sentiti per eccellenza augusti. Lo stesso vale per noi: nella nostra vita i luoghi hanno tutti una data, e sono reali solo in quanto e nelle dimensioni in cui quella data è attuale e presente come evento. Solo per questo «le cose» possono essere sentite come eventi e i nomi confondersi con i verbi. Ma sul piano obbiettivo della coscienza il rapporto si rovescia, perché lo spazio è rappresentabile».

    Una nuova consapevolezza estetica si è profilata all’orizzonte del pensiero estetico, adesso sta a noi proseguire in questo lavoro.

    Nella poesia postata non c’è traccia di alcun evento visibile, l’evento c’è, anzi, ci sono dei presentimenti di eventi accaduti, preveggenze di qualcosa che è accaduto o che sta per accadere, ci sono indizi di ciò ma non c’è alcuna certezza intorno alla loro realtà, non v’è alcuna certezza della loro presenza. La poesia «narra» questo ingresso nella rete fittissima e frastagliata nei retro pensieri e nei pensieri laterali. Il pensiero dominante, quello veramente importante per noi sono i pensieri laterali, la verità è nascosta nel «retro» dei pensieri, nella suggestioni delle sensazioni, nelle preveggenze improvvise percepite e abbandonate. La poesia «narra» questo susseguirsi di preveggenze con un ritmo sincopato e interrotto, la sintassi è franta, spezzata, i verbi risultano assenti perché qui non c’è più un «io» in carne ed ossa (secondo una ben nota convenzione sociale e linguistica) che agisce o che non agisce, qui ci troviamo in una zona più profonda della coscienza che si ha nella vita quotidiana, qui ci troviamo in una zona psichica molto più profonda e di grande intensità dove le rifrazioni e le transazioni psichiche sono febbrili e in costanze ebollizione. La poesia abita questa costellazione di sensazioni e di preveggenze. È questo il compito che la poesia giancasperiana si è addossato, indagare le zone remote della coscienza fino a giungere a delle zone remotissime che sconfinano con l’inconscio.

    La poesia giancasperiana adotta una punteggiatura che oserei definire strategica, ogni punto indica una frattura, una schisi tra una fraseologia e l’altra, ma indica anche un moltiplicatore della schisi, allude al vuoto che si apre prima e dopo ogni punto. Così questo tratto sopra segmentale del punto acquisisce una funzione semantica, sposta e impedisce il fluire del ritmo, lo spezza, lo frantuma e obbliga l’autore a ricominciare ad ogni emistichio, ad ogni sintagma. La frequenza ricorrente delle interruzioni obbliga il lettore a ritornare sui propri passi durante la lettura, invita a ricominciare daccapo la lettura, a riprendere il filo del discorso interrotto, a ricomporre i frequentissimi incisi, lo obbliga ad una continua opera di suturazione, di ricucitura dei sintagmi spezzati. Ed è questo lavoro di intensificazione semantica che sta a cuore della Giancaspero, intensificazione prodotta non più mediante un lavoro fonosimbolico sul linguaggio ma rispettando il linguaggio come una risorsa in sé che va condivisa e rispettata e non usata come un valore da agglutinare mediante uno rafforzativo semantico o simbolico.

    Scrive Pier Aldo Rovatti:

    «Per Carlo Sini, l’esercizio con cui dobbiamo cercare di entrare in sintonia con il ritmo del nostro esistere è una “iniziazione” del soggetto. Che cosa può significare? Chiamare la pratica della soggettività “iniziazione”, e farlo in un contesto filosofico, significa prendere congedo da un’idea semplice e tradizionale di “autocoscienza”: potenza del lumen ed efficacia degli specchi, il normale regime o registro delle immagini, o ancor meglio dell’immaginario, dovrebbero essere “sospesi”. Ma, di nuovo, che significa “sospendere” se non proprio, nell’atto stesso del sospendere (o dell’esitare), mettere in questione il dominio delle leggi ottiche del mondo-oggetto, il mondo “cosale” del pleroma che dà semantica e sintassi al nostro discorso comune?

    Allora il mettere fra parentesi, e il mettere tra parentesi le parentesi in un gioco distanziante e “abissale”, non potrà essere né gratuito né disinteressato, non potrà nutrirsi alla filo-sofia: nessuna amicizia e amore intellettuale per la verità, nessun rilancio sublimante (uno sguardo che si alza) verrà in soccorso all’esercizio, alla possibilità pratica di esso. Infatti, se qualcosa se ne può dire (poiché ha un suo rigore), è che, rispetto alla verità comunque intesa come una forma di “possesso” (reale o possibile), cerca un evitamento, una difesa, una resistenza: e ingaggia conseguentemente una lotta, o almeno una contesa, un contenzioso. Se si tratta di iniziarsi al soggetto come a ciò che ha da prendere ai nostri occhi una “figura inaudita”, ancorché noi lo siamo ogni giorno e in ciascun istante (dato che si tratterebbe di “ascoltare” qualcuno che ci dice che non siamo noi stessi ma altro, alterità), occorre predisporre uno spazio, dei margini, un’intercapedine, una zona di vuoto.

    Per “lasciar essere” le cose, dobbiamo con molta fatica alleggerirci di molta zavorra, anche se ci dispiace (ecco la fatica) perché questa “zavorra” è fatta di saperi, strumenti, piccoli e grandi apparati vantaggiosi per la nostra personale potenza. Non si tratta di rinunciare a essi per chi sa quale “povertà”: bensì di ritirare identificazioni e investimenti, lateralizzare, togliere valore e importanza. Rispetto, per esempio, al credere che “conoscere è sempre un bene”. Il problema della “sospensione”, insomma il senso da attribuire alla “iniziazione”, si condensa sulla possibilità di praticare la persuasione (penso a Carlo Michelstaedter) che vi sono zone di “non consapevolezza” che non solo è opportuno conservare, ma che vanno “attivate” proprio per permettere al soggetto di entrare in gioco con se stesso». 2]

    2] Pier Aldo Rovatti Abitare la distanza, Raffaello Cortina, 2010, pp. 6,7

    • Scrive Lacan:

      «Nella misura in cui il linguaggio diventa funzionale si rende improprio alla parola, e quando ci diventa troppo peculiare, perde la sua funzione di linguaggio.
      È noto l’uso che vien fatto, nelle tradizioni primitive, dei nomi segreti nei quali il soggetto identifica la propria persona o i suoi dei, al punto che rilevarli è perdersi o tradirli […]
      Ed infine, è dall’intersoggettività dei “noi” che assume, che in un linguaggio si misura il suo valore di parola.
      Per un’antinomia inversa, si osserva che più l’ufficio del linguaggio si neutralizza approssimandosi all’informazione, più gli si imputano delle ridondanze […]
      Infatti la funzione del linguaggio non è quella di informare ma di evocare.
      Quel che io cerco nella parola è la risposta dell’altro. Ciò che mi costituisce come soggetto è la mia questione. Per farmi riconoscere dall’altro, proferisco ciò che è stato solo in vista di ciò che sarà. Per trovarlo, lo chiamo con un nome che deve assumere o rifiutare per rispondermi.

      Io m’identifico nel linguaggio, ma solo perdendomici come un oggetto. Ciò che si realizza nella mia storia non è il passato remoto di ciò che fu perché non è più, e neanche il perfetto di ciò che è stato in ciò che io sono, ma il futuro anteriore di ciò che sarò stato per ciò che sto per divenire.»1]

      1] J. Lacan Ecrits, 1966,Scritti I, trad. it. Einaudi, 1974, p. 293

    • Caro Giorgio, sempre grata della tua attenzione al pensiero di Diano, mai tanto attuale come ora. Viviamo infatti nel “tempo dell’evento”, un tempo in cui, come sempre sottolinea anche Severino, domina la tecnica. Ma anche la “mètis” di Ulisse, priva però di quella genialità che è propria di Ulisse e che incarna, per Diano, l’evento. “Ulisse è l’eroe dell’evento.”
      E’ il tempo dell’istante e dell’io, cui l’altro polo, quello della forma, è stato quasi del tutto sottratto. Con risultati devastanti.
      Poiché per Diano, l’arte è la sintesi (altrove impossibile) dei due opposti, forma ed evento. E’ forma eventica. Ma, assassinata la forma, anche l’arte dei nostri giorni ne risente ed è monca.
      Per natura non sono di quelli che clamano nel deserto: l’arte è morta. L’arte non muore mai finché l’uomo vive. Ma è termometro sensibilissimo della cultura che la produce e spesso è anticipatrice. Oggi, in Italia più che altrove, essendo il nostro un paese agonizzante, l’arte riflette questa profonda malattia della società e della condizione culturale. E dunque, anche quello che non ci piace è comunque significativo.
      Allo stesso tempo sono convinta – ed è una mia personale convinzione – che l’artista, come il poeta, non possa che percorrere una via solitaria, individuale e personale.
      Ancora una volta rinnovo la mia ammirazione per il lavoro di Costantina, che trovo una poetessa di grande forza, profonda e la cui poesia ha radici.
      Per te, Giorgio, sai già quel che penso del tuo lavoro di poeta. Non devo ripeterlo.
      Un abbraccio
      Francesca

  5. annaventura36@hotmail.com

    Per Donatella: mi piace questo verso:”da una persiana all’altra “; suggerisce quel dialogo misterioso che talvolta ci unisce agli altri anche a nostra insaputa. Perchè, nell’universo, tutto “comunica”; siamo in una società in cui il virtuale sta sostituendo il concreto, isolando sempre più l’individuo nel suo “particulare”,proteggendolo dal rischio del confronto diretto: al quale, in vece, dovremmo riavvicinarci.Come quelle donne di paese che ancora esprimono,con la posizione delle loro sedie,nell’aia, o sulla strada,il loro umore verso gli altri; ne nascono liti e dispetti, rotture e riavvicinamenti .Ma è pur sempre un dialogo.

  6. Copio e incollo la mia risposta ad una email privata di un noto autore di oggi.

    Grazie […],

    per l’attenzione con cui guardi il mio lavoro ermeneutico, penso che il compito di chi fa critica sia sollevare i problemi e non fare complimenti o, addirittura, nasconderli sotto il tappeto. Cerco di fare del mio meglio e di interpretare al meglio il compito che mi sono addossato: quello di sollevare problemi. C’è qualcuno che mi ha accusato, in email private, di «superficialità» del mio lavoro di critico. Ovviamente lascio ai lettori di giudicare questo aspetto del mio lavoro.

    Un abbraccio, Giorgio




  7. Una mia poesia inedita, da Risposta del Signor Cogito

    L’occhio di vetro di K. saltellava
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/03/04/lindebolimento-della-autocoscienza-storica-dei-poeti-nati-dopo-il-1950-poesie-di-alida-airaghi-donatella-costantina-giancaspero-e-francesca-dono-con-il-punto-di-vista-di-giorgio-lingu/comment-page-1/#comment-54089
    La luna d’alabastro. Brilla.
    Notte. Un grido acutissimo l’attraversa.

    L’Angelo della cosiddetta oscurità precipita
    e atterra sullo spartito del musicista,

    prende comoda dimora sul leggio, tra i fogli
    della quinta sinfonia di Beethoven.

    Il Signor K. entra dalla finestra,
    piega le sue ali nere dietro le spalle.

    Si siede, si serve un cognac,
    estrae un sigaro cubano dal gilè giallo.

    [L’occhio di vetro di K. saltellava]

    «Veda Cogito, ho preso stabile dimora
    in questo pianeta

    chiamato Terra… quarta orbita del sistema solare
    chiamato Sole…

    vi ho messo salde radici…
    del resto, è l’unico luogo abitato dagli umani,

    mi creda, Cogito, la menzogna deve essere più logica
    della verità…».

    [In quel mentre entrò l’amante di Cogito,
    la signorina Lulieta Lleshanaku con dei pasticcini
    su un vassoio.
    «Buongiorno Cogito, oggi è una tersa mattina di aprile!».

    Nel giardino, il rosmarino e la lavanda sono in piena fioritura e la foto dell’imbianchino campeggia sulla parete della stanza del filosofo]

    «Del resto, mio caro filosofo, in questo luogo,
    la Terra, dico, la moneta più stabile
    è quella dell’impero, quella dell’immortalità
    tanto cara a voi umani, o sbaglio?;
    veda, Cogito, l’idea dell’immortalità
    ama la stabilità, l’immobilità del tempo,
    La moneta corrente è un’idea corriva, lo so, e anche
    un po’ oziosa, non crede?, però Le concedo una moratoria
    altri cento anni di inimicizia e di ostilità».

    [Il suo occhio di vetro saltellava]

    «L’onda d’urto dell’oscurità, dice il mio amico
    Gino Rago, viaggia a tale folle velocità,
    ché presto spazzerà via dalla terra gli omuncoli di cui Ella parla,
    e con essi il vuoto e il pieno della loro marmellata guasta
    e del suo rigoroso monologo», replicò il filosofo…

    [L’occhio di vetro di K. saltellava]

    «Per rinascere, sono dovuto morire.
    Cogito, mi creda, la morte è una gran corbelleria,

    in verità, sì, lo ammetto, sono disperato, sono rimasto solo,
    non ho altri che voi».

    «Vostra Maestà», replica il violinista «io sono qui,
    a Vostra disposizione…».

    Sulla zucca di K. siede un cappello tirolese, rosso,
    a punta, calza calzature italiane in vernice,

    made in Varese, extra lux,
    un elegantissimo frac avvolge il corpo magrissimo

    di K.
    «Per rinascere, sono dovuto morire!».

  8. donatellacostantina

    Muzio Clementi (1752 – 1832)

    Gradus ad Parnassum, Studio n. 44 in Fa min.
    Pianista Alessandro Marangoni

  9. Tadeusz Rozewicz apprezzava l’opera pittorica di Burri, apprezzava l’informale materico di Burri il quale creava con il materiale bruto «immondezzai organizzati»:

    affamato nel campo di lavoro
    componeva con i rifiuti
    il mondo nuovo
    tra le morti e i rifiuti
    creò la bellezza
    diede prova di una nuova interezza.

    Anche per il poeta polacco i rifiuti e i letamai sono diventati illustrazione e simbolo della crisi della cultura nella seconda metà del XX secolo:

    vicino al mio cuore
    l’immondezzaio metropolitano
    il poeta degli immondezzai è vicino alla verità
    più del poeta delle nuvole
    gli immondezzai pieni di vita
    di sorprese.

    Rozewicz si rende conto che l’arte si trova in un momento di passaggio, lo fa con la consueta sfumatura ironica:

    Un’epoca si sta concludendo
    inizia
    un’epoca nuova e a volte gli artisti si sentono
    in dovere
    di creare un’opera degna
    dei nostri grandi straordinari
    tempi
    invece pian piano vediamo
    che un’epoca si è conclusa
    un’altra è iniziata
    alcuni se ne sono accorti
    altri no .

    Altri ancora «sono appesi immobili ormai quasi belli», già classicizzati seppur giovani (Afro, Spazzapan, Music, Consagra, Corpora) Uno dei segnali più inquietanti del trapasso da un’epoca all’altra? Nel 1957 il poeta aveva visto a Parigi «l’albero realistico» di Mondrian che «si faceva astratto / moriva e partoriva / una proposta nuova». Ora, solo cinque anni dopo, in America la scimpanzè Betsy dipinge quadri tachistes e ne ha venduto uno per 350.000 franchi… «Das Spiel mit den Möglichkeiten»: l’espressione artistica di oggi – inizio anni 60 – tende a essere un gioco delle possibilità, un gioco – sembra questo il giudizio di Rozewicz – di cui l’artista cerca ancora di stabilire delle regole. L’unica vera consapevolezza pare essere un diverso atteggiamento etico: non più “partecipante”, ma “testimone”. E la parte conclusiva del poema, intitolato “Diritti e doveri” e anch’essa ricca di topoi intertestuali iconografici, sembra esserne l’esemplificazione poetica attraverso la parafrasi dei primi versi del poema di W.H. Auden “Musée des Beaux Arts”, che a sua volta descrive il dipinto di Brueghel “La caduta di Icaro”. Un tempo, nel vedere Icaro in caduta, il poeta avrebbe gridato a tutti gli astanti di guardare, di assistere al dramma del figlio del sogno in atto di precipitare:

    ma adesso adesso non so
    so che l’aratore deve arare la terra
    il pastore custodire le greggi
    l’avventura di Icaro non è la loro avventura
    deve andare a finire così
    E non c’è nulla di
    sconvolgente nel fatto
    che la bella nave continui a navigare
    verso il porto stabilito.

    È il tema della fine della poesia che ritorna in modo ossessivo nella poesia di Rozewicz. In Et in Arcadio Ego (1950) scrive:

    il musicante ha chiuso il violino
    nella custodia
    si è seduto al tavolino
    i camerieri ripiegano le tovaglie
    le vele

    La festa è finita. I camerieri se ne vanno, ripiegano le tovaglie…

    Siamo alla fine di un’epoca
    il musicista scompare così com’è scomparso il poeta…

    È questa profonda consapevolezza che fa la grandezza della poesia di Rozewicz. Pochi poeti hanno avuto così netta la percezione della fine di un’epoca e della sua arte più sublime: la poesia, quanto Rozewicz.

  10. Testi di due canzoni dall’Opera da tre soldi di Bertolt Brecht – Kurt Weill
    Moritat di Mackie Messer

    Testo originale tedesco

    Und der Haifisch, der hat Zähne
    Und die trägt er im Gesicht
    Und MacHeath, der hat ein Messer
    Doch das Messer sieht man nicht
    An ‘nem schönen blauen Sonntag
    Liegt ein toter Mann am Strand
    Und ein Mensch geht um die Ecke,
    Den man Mackie Messer nennt
    Und Schmul Meier bleibt verschwunden
    Und so mancher reiche Mann
    Und sein Geld hat Mackie Messer
    Dem man nichts beweisen kann
    Jenny Towler ward gefunden
    Mit ‘nem Messer in der Brust
    Und am Kai geht Mackie Messer,
    Der von allem nichts gewußt
    Und die minderjährige Witwe
    Deren Namen jeder weiß
    Wachte auf und war geschändet
    Mackie welches war dein Preis?
    Refrain
    Und die einen sind im Dunkeln
    Und die anderen sind im Licht
    Doch man sieht nur die im Lichte
    Die im Dunklen sieht man nicht
    Doch man sieht nur die im Lichte
    Die im Dunklen sieht man nicht

    Traduzione italiana

    Mostra i denti il pescecane
    e si vede che li ha.
    Un coltello, solo, ha Mackie
    ma vedere non lo fa.
    Su una sponda del Tamigi
    giace un tale a mezzodì.
    Poco prima, lo sappiamo,
    Mackie Messer era lì.
    Sbrana un uomo il pescecane,
    molto sangue scorrerà.
    Mackie indossa un bel guanto,
    nessun segno lascerà.
    A Schmul Meier, l’industriale,
    un ignoto un dì sparò.
    Mac ne spende tutti i soldi,
    ma provarlo non si può.
    Han trovato Jenny Towler
    strangolata nel bidet.
    Che sia stato Mackie Messer?
    Testimoni non ce n’è.
    Sei bambini son bruciati
    nell’incendio di Soho.
    Mackie Messer sa qualcosa
    ma non parla e beve gin.
    Sbrana un uomo il pescecane
    ed il sangue si vedrà.
    Mackie ha un guanto sulla mano,
    nessun segno resterà.
    Vedovella minorenne,
    il cui nome ognuno sa,
    dicci, dunque, il buon Mackie
    dov’è andato, cosa fa.

    Traduzione inglese

    Oh the shark has pretty teeth, dear
    And he shows them pearly white
    Just a jack knife has MacHeath, dear
    And he keeps it out of sight
    When the shark bites with his teeth, dear
    Scarlet billows start to spread
    Fancy gloves though wears MacHeath, dear
    So there’s not a trace of red
    On the sidewalk, Sunday morning
    Lies a body oozing life
    Someone’s sneaking round the corner
    Is the someone Mack the knife?
    From a tug boat by the river
    A cement bag’s dropping down
    The cement’s just for the weight, dear

    Bet you Mack is back in town
    Louie Miller disappeared, dear
    After drawing out his cash
    And MacHeath spends like a sailor
    Did our boy do something rash?
    Sukey Tawdry, Jenny Diver
    Polly Peachum, Lucy Brown
    Oh the line forms on the right, dear
    Now that Mack is back in town

    *
    [Una critica dell’estetica passa per una irrefrenabile ilarità]

    Francesca Dono

    in requiem

    sono un ago.
    L’ orologio della notte
    dice: atomo del vuoto.
    Lo stesso scorpione
    nel buio allude a qualcos’altro
    che non è ancora .
    Sei tu o sono io l’ucciso?
    Esatta(mente) in silenzio. Piccole diatomee
    sotto un quasar in requiem duro e metallico.
    Vedo il tuo rasoio riflesso. Lo specchio curvo.
    Sono qui.
    Sono Dio.
    Stai zitto.
    Devo annerire.

  11. 14 novembre 2017 alle 11.15

    Il traduttore in inglese della mia monografia sulla poesia di Alfredo de Palchi, John Rugman mi ha chiesto di scrivere per il lettore americano una breve nota su cosa intendo per «tempo interno» nella poesia.

    Ecco qua la mia Nota succinta sul concetto di «tempo interno» nella poesia della nuova ontologia estetica:

    (Nota)
    Sul problema del «tempo interno» (inner time) della poesia, è in corso in Italia un dibattito intorno ad una «nuova ontologia estetica» basata sul concetto di «tempo interno» della parola poetica nell’ambito della costruzione di una «nuova poesia», costruzione poetica intesa come sedimentazione di «tempi interni», come «quadridimensionalità», integrazione del mondo tridimensionale più la «memoria», cioè una poesia che non corrisponde più all’andamento lineare della sintassi della poesia del novecento, ovvero, ad un «tempo esterno» valido per tutto e per tutti, ma che assume la forma di «frammento», la forma di una singolarità assoluta. Una poesia dunque intesa come costruzione e composizione di frammenti, di singolarità.

    • Nunzia Binetti

      A proposito di quanto dici, Giorgio, propongo questo mio testo , domandando se la sua versificazione possa essere in qualche modo migliorata. Ringrazio in anticipo te e chiunque voglia apportare il suo contributo.

      S’odono dal mare specchi
      ma negli abissi
      ai limiti della scienza
      un jazz fa musica.
      Appesi al vento postriboli asciugano
      lenzuola lastricate d’accensioni.
      Le vesti nuove, messe in prova,
      galleggiano scucite sull’acqua tenera
      per forza di potere o per inerzia.
      E ride il merlo che non sente freddo
      in una tempesta gialla di limoni.

  12. Il titolo “Tre colpi dal piano di sopra” pare scritto da un bambino Hitchcock. E’ davvero bello. Come’ bella, forte e carica di ironia è la poesia. Colori, rumori… della casa, del quartiere. Quel soffitto… Cinematografica.
    Complimenti.

  13. cara Nunzia,
    ho suddiviso il tuo testo in distici per dare alla poesia maggiore ariosità e ho variato la struttura dei primi tre versi seguendo il binario del distico che impone severità di costruzione e parallelismo membrorum. Avrei qualche dubbio sul verbo di inizio: «S’odono», che potrebbe anche essere soppresso del tutto e la poesia non ne perderebbe, anzi, forse ne guadagnerebbe in oggettività. Che ne pensi?

    S’odono dal mare specchi negli abissi
    un jazz fa musica.ai limiti della scienza.

    Appesi al vento postriboli asciugano
    lenzuola lastricate d’accensioni.

    Le vesti nuove, messe in prova,
    galleggiano scucite sull’acqua tenera

    per forza di potere o per inerzia.
    E ride il merlo che non sente freddo

    in una tempesta gialla di limoni.

    Dimenticavo di dire che la riscrittura della poesia in distici richiede una diversa concezione della distribuzione dei «pesi» interni, dei «tempi interni» e una nuova concezione dei pondus in rapporto alla estensione della unità frastica che corrisponde, diciamo, all’endecasillabo. L’attenzione per i pondus impone, obbliga l’autore ad una nuova redistribuzione delle parole (onoma) e dei verbi, con conseguente dimidiazione dei verbi in quanto il verbo è semplicemente una congiunzione grammaticale tra un soggetto e un oggetto. Dimidiando l’importanza del verbo ne risulta avvantaggiata l’importanza dei «nomi» e la costruzione della poesia diventa più schiettamente nominale. Infatti, nutro molti dubbi sulla utilità del verbo di inizio della poesia: «S’odono», il quale potrebbe benissimo venire soppresso. Si tratta, in definitiva, di una vera rivoluzione della economia estetica e del risparmio energetico nella costruzione di una poesia.

  14. Nunzia Binetti

    Giorgio, mi trovi perfettamente d’accordo : il verbo iniziale non solo non è necessario, ma forse disturba l’andamento della versificazione. La sottrazione rende certamente più efficace l’incipit. Buona anche la divisione in distici; è convincente. Grazie.

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