Alida Airaghi, Poesie da L’attesa, Marco Saya Editore, 2018, pp. 70 € 12 con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

Foto Saul Steinberg Lady in bath 1

Saul Steinberg, woman in bath, 1949 – L’attesa

Alida Airaghi è nata a Verona nel 1953 e risiede a Garda. Dopo la laurea in lettere classiche a Milano, è vissuta e ha insegnato a Zurigo dal 1978 al 1992. Collabora a diverse riviste, quotidiani e blog italiani e svizzeri. Tra le sue pubblicazioni di poesia: L’appartamento, in Nuovi Poeti Italiani, 3 (Einaudi 1984), Rosa rosse rosa (Bertani 1986), Il peso del giorno (La Luna – Grafiche Fioroni 2000), Litania periferica (Manni 2000), Un diverso lontano (Manni 2003), Frontiere del tempo (Manni 2006), Il silenzio e le voci (Nomos 2011), Nuovi Poeti Italiani, 6 (Einaudi 2012), Elegie del risveglio (Sigismundus 2016), Omaggi (Einaudi 2017). Inoltre, presso le edizioni Lietocolle, sono uscite le plaquette: Il lago (1996), Sul pontile, nell’acqua (1997), Litania periferica (1998), Le mura di Verona (1998)Suoi racconti sono antologizzati in: Appuntamento con una mosca(Stamperia dell’Arancio 1991), Fine dicembre (Le Onde 2010) e Qualcosa del genere (Italic Pequod 2018). www.alidaairaghi.com

Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

Non è Aristotele che nel De memoria sostiene che gli umani sono: «coloro che percepiscono il tempo, gli unici, fra gli animali, a ricordare, e ciò per mezzo di cui ricordando è ciò per mezzo di cui essi percepiscono [il tempo]»? – Dunque, possiamo dire che la Memoria sarebbe una funzione della coscienza del tempo. Anzi, dopo Heidegger si dovrebbe parlare di una funzione della temporalità nel suo rapporto con l’esserci, la nostra esistenza si situerebbe negli interstizi tra le temporalità dell’esserci. La temporalità immaginaria e quella empirica. Meister Eckhart ci ha parlato del «vuoto» quale esperienza interiore essenziale per accedere alla dimensione spirituale, ovvero, fare «vuoto» come distacco dai propri contenuti personali per poter accedere ad una dimensione più vera e profonda.

È da qui che ha inizio la riflessione poetica dei poeti nuovi dei poeti esistenzialisti della nuova ontologia estetica, dalla zona di congiunzione tra temporalità e memoria. Quella zona opaca, insondabile dove hanno luogo gli eventi significativi, paradossalmente opachi, quei momenti di lacerazione dell’esistenza che noi percepiamo distintamente attraverso la lente della memoria. Là sono situati i momenti significativi dell’esistenza di cui noi stessi nulla sappiamo. Ma che cosa sia quella lacerazione e che rapporti abbia con la memoria, è davvero un mistero. L’esperienza dell’esserci è fondamentalmente ubiqua: abita la memoria e la temporalità.

Bene illustrano questa condizione spirituale i tropi adottati dalla nuova poesia, in particolare i concetti di disfania e di diafania, in una certa misura, concetti gemelli che indicano il «guardare attraverso» della diafania e il «guardare tra» della disfania. La parola poetica si situerebbe dunque «tra» due manifestazioni (Phanes è il dio della manifestazione visibile, la luce,) e «attraverso» esse perspicere due modi diversi di sondare la memoria. È in questo guardare obliquo, in diagonale che si situa il discorso poetico della «nuova ontologia estetica», dove il tempo dello sguardo indica la temporalità dell’esserci.

La metafora è il non identico sotto l’aspetto dell’identità.

Foto Descending Man, Photo by Jason Langer

Descending man, Jason Langer

I grandi poeti lavorano incessantemente per tutta la vita attorno ad alcune poche metafore, ma per giungere alle metafore fondamentali occorre un pensiero poetico che speculi intorno alle cose fondamentali, ecco perché soltanto il pensiero mitico riesce ad esprimersi in metafore, perché nel mito la contraddizione e la metafora sono di casa e tra di esse non c’è antinomia e una medesima legge del logos le governa. Ad esempio, in questa a quartina di Zbigniew Herbert è rappresenta una metafora fondamentale:

il proiettile che ho sparato
durante la grande guerra
ha fatto il giro del globo
e mi ha colpito alle spalle

perché istituisce una contraddizione assoluta che soltanto la metafora assoluta può racchiudere, dove l’assurdo della denotazione collima con il rigore del pensiero intuitivo. Nella metafora viene immediatamente ad evidenza intuitiva l’eterogeneo e il contraddittorio che permea l’esistenza quotidiana degli uomini. «Veri sono solo i pensieri che non comprendono se stessi», scrive Adorno in Dialettica negativa, assunto che viene invalidato dal pensiero della communis opinio ma che è inverato dall’esperienza della metafora nella poesia, dove essa si rivela essere un concentrato di impossibilità drasticamente verosimile ed immediatamente intuitivo.

«Ciò che nel linguaggio si rispecchia, il linguaggio non lo può rappresentare».1]

È questa l’aporia del linguaggio. La tautologia e la contraddizione mostrano che esse si trovano, convergono, nella metafora, la quale contiene in sé sia la tautologia (il non-identico è lo stesso che l’identico) che la contraddizione (il non-identico non è l’identico). Da ciò se ne può dedurre che nella metafora convergono tutte le aporie del linguaggio, il lato effabile e il lato ineffabile, il dicibile e l’indicibile.

Talché voler estromettere la metafora dal discorso poetico è come voler aggiustare Procuste mettendolo sul letto di Procuste.

Il discorso poetico tende «naturalmente» alla metafora.

Nella poesia di Alida Airaghi l’assurdo e il derisorio sono il reddito di cittadinanza del reale, della storia e degli uomini che la abitano condannati a subire le oscillazioni di questo misterioso titolo in borsa. Gli uomini sono i titolari di questo titolo: il reddito di cittadinanza a scadenza fissa, un po’ come i titoli di stato, con delle differenze che vanno dai titoli trimestrali e quelli decennali e ventennali che beneficiano di un tasso più alto e che valgono, fin che valgono, fin quando lo stato non dichiara default. La storia, che è stata destituita in storialità, ha senso proprio perché non ha un significato, o meglio, perché ha tanti significati quanti sono gli abitatori del globo e perché rischia sempre di finire nel default. Qui sta l’elemento del comico e del derisorio di questa poesia, che essa si presenta nelle vesti del sardonico e del comico mentre che ci intrattiene con l’insulso e l’assoluto, con il falso e il similoro. La Airaghi trova i suoi accenti più convincenti quando decide di non decidere, quando i suoi frasari antifrastici sfiorano il corrimano dell’assurdo e del corrivo quotidiano, quando «la paura di non essere niente» improvvisamente cessa e di scoprire «di passare inosservato tra la gente» e chiedersi semplicemente: «È a posto la cravatta?/ Puzzerò di sudore?».

1] T.W. Adorno, Dialettica negativa, Verlag, 1966, trad. it. Einaudi di Carlo Alberto Donolo, 1970 p. 42
2] L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, Einaudi, 1979 p. 33

Alida Airaghi, Poesie da L’attesa

«I grow old… I grow old:
divento vecchio».
Puffo obbediva al tempo,
Puffo sapeva.
Misurava la sua vita a cucchiaini di caffè.
Dimagriva, perdeva capelli;
si guardava allo specchio.
E per non turbare l’universo
indossava una faccia comune,
camminava sulla spiaggia,
scriveva qualche verso.

*

«Do I dare?» La paura
di non essere niente, e di avere paura.
Di passare inosservato tra la gente,
o di entrare al ristorante
guardato da tutti:
«È a posto la cravatta?
Puzzerò di sudore?»
La paura della gioia
e dei lutti, di fare l’amore
con una signora elegante,
strafatta di noia.

*

«I should have been,
ma non sono stato».
Un domatore di tigri feroci,
un cacciatore di frodo.
Un comunista, un fascista,
un terrorista. Un boato,
un grido, un sussurro.
Invece beveva brodo
di dadi vegetali, preferiva
l’azzurro, portava occhiali
spessi. E tremando pregava
esorcismi sconnessi.

*

«There will be time
per diventare un altro».
Più forte più alto più allegro.
Più esaltato di un jazzista negro.
Per dare risposte
che chiudano la bocca ai fessi,
per salire di corsa le scale,
per vincere in borsa o al casinò
stordendo la mente
di canzonette idiote,
inventandosi note sincopate.
Per viaggiare da soli d’estate,
e imparare imparare a dire no.

*

«I grow old… I grow old;
morirò presto».
Puffo risparmiava ogni gesto
che non portasse profitto,
rinunciava a qualsiasi desiderio tardivo.
Passava i suoi giorni in affitto,
guardando dai vetri la sera
eterizzata, il fumo, la nebbia.
E senza la dentiera,
si infilava nel letto.
Indifferente al tempo perduto,
avrebbe voluto non essere vivo.

(rileggendo The Love Song of J. Alfred Prufrock di T.S.Eliot)

*

È questo tempo
perso.
Mio tempo inutile,
morto. Tempo
che aspetto
e guardo
nel suo bianco vuoto.
Di come si trascina
di come chiede
e attende.
Voce che manca
voce che non risponde;
stanco mio tempo
assorto.

*

Era un minuto, o forse venti,
o un’ora o un giorno;
non sapevo.
Talmente dentro
quel minuto, quell’ora,
quel giorno,
da non avvertire
misure, confini,
momenti.
Si dilatava il tempo,
e più non esisteva tempo.
Oppure ero io che mi facevo
tempo; non so.

alida foto

Le ore di dentro/ sono quelle vere; le ore lente, Alida Airaghi

*

Le ore di dentro
sono quelle vere; le ore lente,
intendo: quelle misurate
dal battito del polso,
cadenzate dal tempo della mente
e dell’attesa. Non corrispondono
alle ore di fuori, ansimanti
di fretta, efficienti
e vittoriose.
Le ore interiori
sanno perdere, non si umiliano
per una sconfitta.
Assaporano invece nel loro profondo
tacere
il riscatto della quieta
indulgenza.

*

C’è la guerra fuori?
E io mi trincero in trincea,
mi affosso e riparo
abbasso la testa sto ferma.
Poi ecco la bomba
proiettili vaganti
granate.
O, non mi avranno;
(nascosta nel mio precipizio)
se resto in attesa
della pavida loro proposta
di un vile armistizio.

*

Il 5 è lì che spera
che dopo arrivi il 6.
E l’8 attende il 9,
il 30 il 35.
Poi il 100 il 1000,
e i secoli i millenni,
le epoche le ere,
l’inizio la sua fine.
L’alba il tramonto
la notte il giorno
il bimbo il vecchio
il bruco la farfalla
la neve il sole
il vero la bugia.
Tutto è sospeso,
ognuno aspetta:
il tram,
lo stipendio,
il divorzio.
La lotteria.

*

I grandi orologi nelle stazioni,
nelle sale d’aspetto
degli ospedali, fissati alle pareti,
su bassorilievi murali,
con pesanti lancette di ferro
brunito che si muovono
a scatti, ma sembrano ferme
(per lo più), immobili
agli occhi di chi attende;
che se si volta un attimo
a esaminare la punta delle scarpe,
o si distrae cercando intorno,
invano, qualche bontà;
poi torna con lo sguardo
a interrogare il tempo,
ed è passato, inesorabile
come un perdono:
è un’altra ora.

*

Se c’è uno che aspetta,
quello è senz’altro il Creatore.
Da miliardi di anni,
in molteplici universi.
Immobile nascosto onnipresente.
Partecipe.
Forse indifferente.
È lì, non si sa dove.
Altrove ovunque in alto:
e aspetta.

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16 risposte a “Alida Airaghi, Poesie da L’attesa, Marco Saya Editore, 2018, pp. 70 € 12 con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa

  1. Un tentativo di rilettura (parziale) del Novecento poetico italiano,
    verso lo spazio espressivo integrale e verso la poesia espansa

    3 poesie ( Clemente Rebora, Aldo Palazzeschi, Giorgio Linguaglossa) commentate da Gino Rago, con una lettera di Mariella Colonna

    1- Clemente Rebora
    (1885-1957)
    La poesia è un miele

    “La poesia è un miele che il poeta,
    in casta cera e cella di rinuncia,
    per sé si fa e pei fratelli in via;
    e senza tregua l’armonia annuncia
    mentre discorde sputa amaro il mondo.
    Da quanto andar in cerca d’ogni parte,
    in quanti fiori sosta, e va profondo
    come l’ape il poeta!
    L’ultime cose accoglie perché sian prime;
    nettare, dolorando, dolce esprime,
    che al ciel sia vita mentre è quaggiù sol arte.
    Così porta bontà verso le cime,
    onde in bellezza ognun scorga la mèta
    che il Signor serba a chi fallendo asseta.”

    Clemente Rebora

    (da Canti dell’infermità in Le poesie (1913-1957)

    Commento
    Questi versi di Clemente Rebora se da un lato non dimenticano la quasi classica istanza didascalica della poesia, aperti come sono alla tematica di quella “fratellanza” volta a trovare l’uomo solidale con Dio, dall’altro diventano versi esemplari del ” frammentismo vociano”, troppo spesso e troppo superficialmente confuso con la N.O.E. per frammenti.
    La metafora reboriana miele-poesia-poeta-ape si sa che è di antiche origini. Ma nell’ars poetica di Rebora funziona come preparatoria alla parola-chiave della composizione: «dolorando». Ed è la dolorosa saggezza da consegnare agli uomini e al mondo, forse il messaggio più alto di Rebora…

    (Il rispetto e l’ammirazione verso questo frammentista vociano sono fuori discussione. Ma oggi, a distanza di quasi 100 anni, un secolo, da questi versi, è inevitabile che la poesia esplori nuovi sentieri estetici, che viaggi verso altri approdi “formali”, sentieri e approdi che son chiamati a misurarsi con la idea lanciata da Giorgio Linguaglossa, che io trovo geniale, (perché finora da nessuno studioso di poesia era stata non dico pensata ma neanche sfiorata) tutta nuova di “Spazio espressivo integrale” con tutte le moderne percezioni di “tempo”, di “nome”, di “immagine”, di “proposizione” con cui il poeta contemporaneo deve fare i conti se vuole sottrarsi al ruolo misero, infecondo del “seguace”, del giacente supino nella stagnazione. Anche in poesia o si è candela accesa o specchio, nella stanza al buio del mondo…
    Ogni giudizio critico sull’altrui poesia deve sempre partire dall’analisi dei versi e da qui articolarsi, senza condanne generiche, senza stroncature immotivate né lodi fuori posto).

    Per un Clemente Rebora che si cimenta con “La poesia è un miele…”, indaghiamo ora un Aldo Palazzeschi,pseudonimo di Aldo Giurlani, ( 1885 – 1974 ), impegnato sullo stesso tema dell’ars poetica:

    2- Aldo Palazzeschi
    (1885- 1974)
    Lo Scrittore

    “Scrivere scrivere scrivere…
    Perché scrive lo scrittore?
    C’è modo di saperlo?
    Si sa?
    Per seguire una carriera come un’altra
    o per l’amore di qualche cosa?
    Chi lo sa.
    Amore della parola
    per vederla risplendere
    sempre più bella, lucida, maliosa,
    né mai si stanca di lucidarla.
    Per questa cosa sola
    senza neppure un’ombra
    della vanità?
    Scrive con la speranza
    di trovare una mano sconosciuta
    da poter stringere nell’oscurità.”

    Aldo Palazzeschi
    (da Canti dell’infermità in Le poesie (1913-1957)

    Commento
    In questa lirica la «febbre» espressiva del poeta si fa quasi ansia di comunicazione, se non aspirazione ansiosa alla fratellanza, di un uomo, coincidente con l’Io-poetico, che manifesta il terrore della solitudine, di un uomo-poeta che non vuole perché non può sentirsi solo. Desidera febbrilmente l’accensione di un palpito di solidarietà con i fratelli (possiamo dire «i suoi lettori») smarriti, sperduti nell’oscurità del vivere in un mondo anch’esso senza luce.
    Talune istanze didascaliche, più forti in Rebora, perdurano anche in questi versi . Ma in Palazzeschi vibra continuamente la domanda sul significato del proprio lavoro letterario, rincorrendo quasi la sentenza gelida, e saggia, nello stesso tempo, di colui che contempla gli uomini e le cose del mondo dall’alto di una specola , ovvero di un osservatorio speciale: quello del poeta consapevole.
    In questi versi tuttavia non è difficile cogliere anche la requisitoria mordace contro inclinazioni classicistiche, contro istanze estetizzanti proprio nel ritmo prosastico e nel tono diciamo “iconoclasta”dei suoi versi
    e che anche per questo entra di diritto nel substrato della sensibilità contemporanea.

    Un’ altra cifra, comune ai due “frammentisti vociani”, va individuata nell’adesione di Rebora e di Palazzeschi all’arcinota affermazione di Gertrude Stein:«Scriviamo per noi stessi e per gli sconosciuti», affermazione che con Harold Bloom possiamo ampliare in un apoftegma direi “parallelo”:
    «Leggiamo per noi stessi e per gli sconosciuti», nell’atto della critica e nella speranza di imbatterci prima o poi nel potere estetico di un’opera o più semplicemente in quella che Baudelaire definì «dignità estetica» di un’opera poetica.

    3- Giorgio Linguaglossa
    Preghiera per un’ombra

    Questa è la preghiera per un’ombra.1
    Gioca a fare l’Omero, mi racconta la sua Iliade,

    la sua personale Odissea.
    Ci sono cavalieri ariosteschi al posto degli eroi omerici

    e il Teatro dei pupi.
    L’illusorietà delle illusioni.
    […]
    «Le cifre pari e le dispari tendono all’equilibrio
    – mi dice l’ombra –

    così, stoltezza e saggezza si equivalgono,
    eroismo e viltà condividono lo stesso equanime destino.

    Noi tutti siamo ombre fuggevoli, inconsapevoli
    della nostra condizione di fantasmi.

    Gli uomini non sanno di essere mortali, dimenticano
    e vivono come se fossero immortali;

    il pensiero più fugace obbedisce ad un geroglifico
    imperscrutabile,

    un fragile gioco di specchi inventato dagli dèi.
    Tutto è preziosamente precario, tranne la morte,

    sconosciuta ai mortali, perché quando viene noi non ci siamo;
    tranne l’amore, una pena vietata agli Immortali».
    […]
    «Queste cose Omero le ha narrate», mi dice l’ombra,
    «come un re vecchio che parla ai bambini

    che giocano con gli eroi omerici
    credendoli loro pari, perché degli dèi irrazionali

    che governano le cose del mondo nulla sappiamo
    se non che anch’essi sono bambini che giocano

    con i mortali come se fossero immortali;
    perché Omero dopo aver poetato gli immortali

    cantò la guerra delle rane e dei topi,
    degli uccelli e dei vermi,

    come un dio che avesse creato il cosmo
    e subito dopo il caos.

    Fu così che abbandonò Ulisse alle ire di Poseidone
    nel mare vasto e oleoso.

    E gli dèi abbandonarono l’ultimo degli immortali,
    Asterione, alle pareti bianche del Labirinto

    perché si desse finalmente la morte per mano di Teseo.
    In fin dei conti, tutti gli uomini sono immortali,

    solo che essi non lo sanno.
    Non c’è strumento più prezioso dello specchio

    nel quale ciò che è precario diventa immagine.
    A questa condizione soltanto gli uomini accettano di essere uomini».
    […]
    «Giunto all’isola dei Feaci abbandonai Ulisse al suo dramma.
    Perché il suo destino non era il mio.

    Il suo specchio non era il mio».
    […]
    «Il tempo è il regno di un fanciullo che si trastulla
    con gli uomini e le Parche.

    Non c’è un principio da cui tutto si corrompe.
    Il firmamento è già in sé corrotto, corruzione di una corruzione.

    Un fanciullo cieco gioca con il tavoliere.
    Come ha fatto Omero con i suoi eroi omerici.

    Come farai tu».
    […]
    «Quell’uomo – mi disse l’ombra – era un ciarlatano,
    ma della marca migliore

    La più alta.
    Egli era elegante,

    e per giunta poeta…»2

    1 Riferimento a mio padre calzolaio che mi raccontava da bambino storie di cavalieri ariosteschi
    2 versi di Sergej Esenin “l’uomo nero” (1925)

    Commento

    “Noi tutti siamo ombre fuggevoli…” è l’apoftegma linguaglossiano che sostiene il suo polittico ove l’idea di “ombra” è già nel titolo. Conoscendo, da lunga frequentazione, la formazione culturale di Giorgio Linguaglossa posata su chiari e irrinunciabili punti di riferimento anche di filosofia estetica, un commento organico a questa “Preghiera per un’ombra” non può sottrarsi al mito platonico degli uomini incatenati in una caverna, con le spalle nude rivolte verso l’ingresso e verso la luce del fuoco della conoscenza. Altri uomini si muovono liberi su un muricciolo trasportando oggetti; sicché, questi oggetti e questi uomini, colpiti dalla luce del fuoco, proiettano le proprie ombre sulle pareti della caverna. Gli uomini incatenati, volgendo le spalle verso il fuoco, possono scorgere soltanto queste ombre stampate alle pareti della caverna. Nel mito platonico, la luce del fuoco è la “conoscenza”; gli uomini e gli oggetti sul muricciolo rappresentano le cose come realmente sono, cioè la “verità“ delle cose (aletheia), mentre le loro ombre simboleggiano l’”opinione”, vale a dire l’interpretazione sensibile di quelle stesse cose (doxa). E gli uomini in catene con lo sguardo verso le pareti e le spalle denudate verso il fuoco e l’ingresso della caverna? Sono la metafora della condizione naturale dell’individuo condannato a percepire soltanto l’ombra sensibile (doxa) dei concetti universali (aletheia), fino a quando non giungono alla “conoscenza”. Senza questa meditazione filosofica a inverare l’antefatto estetico, culturale, cognitivo che sottende l’attuale, febbrile ricerca poetica di Giorgio Linguaglossa non si comprenderebbe appieno l’approdo-punto di ripartenza di questa poesia e delle sue implicazioni, nominabili in poche ma singolari parole-chiave: forma di poesia senza forma; linguaggio di molti linguaggi; astigmatismo scenografico; stratificazione del tempo e dello spazio; metodo mitico per versi frammentati; intertemporalità e distopia. Il tutto compreso in quella invenzione linguaglossiana dello “spazio espressivo integrale”, l’unico spazio nel quale i personaggi inventati da Giorgio Linguaglossa (Marco Flaminio Rufo, il Signor K., Avenarius, Omero, il Signor Posterius, Ettore che esorta i Troiani contro gli Achei, Elena e Paride nella casa della Bellezza e dell’Amore, il padre, la madre, Ulisse, i legionari, Asterione, etc.) simili agli eteronimi di Pessoa, possono ricevere la piena cittadinanza attiva che richiedono al loro “creatore” quando, altra novità di vasta rilevanza estetica in questa poesia di Giorgio Linguaglossa, “parlano” nelle inserzioni colloquiali, o nel “parlato”, dentro ai componimenti linguaglossiani recenti.
    Lo “spazio espressivo integrale” della “Preghiera per un’ombra” è il campo in cui “nomi”, “tempo”, “immagine”, “proposizione” vengono rifondati, ridefiniti, spingendo il nuovo fare poetico verso paradigmi fin qui esplorati da pochi poeti del nostro tempo [Mario Gabriele, fra questi, con Steven Grieco-Rathgeb, Letizia Leone, Lucio M. Tosi, Angela Greco, (in parte Antonio Sagredo) e lo stesso Gino Rago] a costituire un “nuovo” poetico da far sentire “vecchia” ogni altra esperienza di poesia contemporanea esterna a tale campo.

    Nota.
    Segnalo l’ottimo commento di Alfredo Rienzi a “Preghiera per un’ombra” (al quale non mi sono voluto sovrapporre con la mia lettura del 30 marzo 2017 – Roma, Laboratorio Poesia Gratuito, Libreria L’Altracittà, Via Pavia, 106) apparso su La Presenza di Erato.

    4- Una meditazione di Mariella Colonna (inviata alla mia e-mail)

    “Caro Gino Rago,
    riporto qui una paginetta che ho scritto ieri sul tuo commento sui versi di Preghiera per un’ombra di Giorgio Linguaglossa:

    Raramente ho trovato in un poeta e nel suo critico la sinergia e l’intensa integrazione che connota Giorgio Linguaglossa e Gino Rago: oltre alla grande cultura dei due nostri poeti e personaggi risalta l’amicizia che li lega e che si nutre delle profonde differenze dei percorsi poetici da loro compiuti trasformandoli in arricchimento reciproco delle idee e nella realizzazione del proprio itinerario di “rifondazione della Poesia” voluta da Giorgio Linguaglossa che, con grande chiarezza e competenza, Gino Rago, in-relazione alla poesia-preghiera di Linguaglossa, riassume così:
    «Lo spazio espressivo integrale di Preghiera per un’ombra è il campo in cui “nomi”, “tempo”,“immagine”, “proposizione” vengono rifondati, ridefiniti, spingendo il nuovo fare poetico verso paradigmi fin qui esplorati da pochi poeti del nostro tempo…»
    Ma l’idea chiave che dà intensità e risalto estetico e comunicativo alla critica di Rago è l’ intuizione di mettere a confronto l’Ombra linguaglossiana con il mito platonico delle Ombre del “vero” che si proiettano sulle pareti della caverna, fornendo agli esseri prigionieri e incatenati soltanto l’oscura e vaga proiezione della conoscenza (doxa) che invece gli uomini liberi attingono direttamente alla luce incandescente del fuoco(aletheia). Gli uomini incatenati possono attingere soltanto alla verità che percepiscono attraverso i sensi. Quanto profondamente queste immagini colte al vivo dal mito siano evocatrici del nuovo mito linguaglossiano si comprende con un’attenta e partecipe lettura “ontologica” della preghiera-poesia dedicata dal poeta all’Ombra. Lettura dell’“essere”, che significa entrare, come ha fatto Gino Rago, nell’anima stessa del poeta tanto difficile da comprendere con una logica tradizionale quanto assimilabile con le facoltà superiori della mente e dello spirito. Per capire la poesia di Linguaglossa bisogna diventare Linguaglossa, annientando temporaneamente se stessi. Questo è riuscito a fare l’amico Rago allontanando da sé una volta per tutte qualunque sospetto di narcisismo e virtuosismo letterari: difficilmente ho letto un commento così aderente al testo e immune da vanitas ed esibizione della propria cultura.
    Senza il commento di Gino Rago, non sarei arrivata al livello di comprensione della “Preghiera per un’ombra” raggiunto partendo dalla sua originale e immaginifica intuizione. Il lavoro di Gino mi ha anche riaperto molte strade d’investigazione sulla poesia del ‘900 e mi ha trascinato a riletture nutrite dalle osservazioni del nostro poeta-critico che vive di passione per la poesia degli altri al punto di trascurare la propria per mancanza di tempo. Io gli ho chiesto di scrivere ancora per la nostra gioia e per arricchire e nutrire la memoria che spesso viene attratta da tante notizie che non danno assolutamente nessun alimento all’anima. Anche l’anima, come il corpo, ha bisogno di pane, soprattutto di quello genuino cotto nel forno a legna.”
    Mariella Colonna, Roma, marzo 2017

    (gino rago)

    Ringrazio Mauro Pierno per i versi che mi dedica nella pagina de l’Ombra di ieri e mi riprometto di derivarne una nota di lettura.
    Lo stesso dicasi dei versi di Alida Airaghi oggi proposti da L’Ombra delle Parole. Un discorso a parte mi riservo di fare per i recentissimi, magnifici versi di Costantina Donatella Giancaspero ripescati e già ottimamente commentati da Giorgio Linguaglossa.
    gr

  2. Un poeta al centro dello Spazio Espressivo Integrale:
    Mario Gabriele

    Nel suo libro poetico In viaggio con Godot (2017) Mario Gabriele possiede consapevolezza piena di alcuni antefatti irrinunciabili nel suo viaggio poetico verso la poesia espansa passando per lo spazio espressivo integrale:

    il vuoto non è assenza di materia e l’assenza di musica non prova l’affermarsi del silenzio; e infine il Campo Espressivo Integrale è l’unico in cui la poesia può inglobare spazio e tempo, filosofia e mito, musica e silenzio, metafisica e scienza, memoria e armonia delle sfere, meraviglia e sapienza, in una unità di linguaggio di numerosi linguaggi differenti…

    Esemplare sotto tale specifico aspetto è il recentissimo Libro-Poema di Mario Gabriele , con memorabile saggio introduttivo di Giorgio Linguaglossa,”In viaggio con Godot“, 69 composizioni che s’intrecciano l’una con l’altra, ma ciascuna con una propria completezza finita.

    Un Libro ad architettura e struttura di poema da inserire nel meglio della poesia pubblicata negli ultimi 15/20 anni in Italia.

    Ed i meriti sono etici ed estetici, stilistici e linguistici, ecc. con una abilità del poeta di nominare con esattezza e leggerezza luoghi, situazioni. occasioni,
    personaggi, giornali, riviste, libri, esperienze musicali, opere d’arte visive, in uno stile che definirei ‘adamistico’, pensando all’inevitabile collegamento con la corrente più significativa dell’acmeismo mandelstamiano:l’ “adamismo “.
    Ma nei 69 pezzi de ‘In viaggio con Godot’ ho sentito vibrare un’adesione
    gentile, consapevole, cordialissima alle dinamiche contorte del mondo e della vita che l’autore (Mario Gabriele) interpreta e segnala giocando sulla asimmetria spaziotemporale, all’insegna della indeterminazione del vivere e altro…L’esito estetico finale è una poesia, adottando le parole di Giorgio Linguaglossa, autore del sapiente saggio introduttivo, “atetica, non-apofantica, pluritonica, vario ritmica.”

    Ne è paradigmatico il componimento numero 51.

    Questo componimento numero 51 della raccolta gabrieliana si lega strettamente agli altri 50 che lo precedono e d’altro lato prepara il terreno agli altri 18 che lo seguono, pur presentando e possedendo una propria compiutezza stilistico-emotiva e tematico-etico-stilistica:

    Mario Gabriele
    Poesia N. 51 (pag. 86)

    “Dora scrive versi.
    Sorprendono le metafore e i giorni della resa.

    Al Circolo Heidelmann
    si replica il Partigiano Johnny.

    Con Le Demoiselles d’Avignon
    siamo andati a cercare Le Illuminazioni.

    Il tempo è in agguato. Ci minaccia.
    Dora alle sette apre le imposte.

    Toglie i ragni sui muri. Chiude la porta.
    Benn l’accompagna alla stazione.

    -Milano- dice.- è una grande città
    con tante Silicon Valley.

    Puoi contattare qui la M.G.M.
    per un lavoro part-time.

    Poi si vedrà se andare a Boston.
    C’è però un problema ed è la famiglia Salomon

    che parla sempre di decaloghi
    e di colombe che tornano dopo il diluvio.

    Un’altra stagione è alle porte
    con lampi di sole sulle tavolette di Lucio.

    Domani è di scena Mrs Dalloway,
    ma senza Virginia Woolf.”

    (da In Viaggio con Godot, 2017)

    Così è per gli altri 68 del libro. Ciò ben lo rimarca Giorgio Linguaglossa nel suo poderoso saggio introduttivo quando tira in ballo «Il treno del tempo».
    Un tempo da Giorgio interpretato come ‘successione, salto in avanti, salto
    all’indietro, cambiamento, continuità, discontinuità, interruzione, ripresa,
    reversibilità, irreversibilità…’.

    Riflessioni linguaglossiane che sono propedeutiche all’accostamento consapevole alla cifra centrale della poesia di Mario Gabriele: le immagini. Più precisamente alla sua personale maniera di accostarsi alle immagini metaforiche nel senso di Tranströmer, in ciò maestro indiscusso, ma anche alla idea di immagine nel rapporto dialettico “immagine/parola” di Brodskij:
    «Le immagini rappresentano il contro movimento delle parole. C’è un rapporto debitorio tra le immagini e le parole, o un rapporto creditorio, uno squilibrio della contabilità, della partita doppia…»

    La corrosione critica della realtà e le lacerazioni in atto nella comunità hanno cancellato nei versi di Mario Gabriele ogni forma e ogni rimpianto di quella che fu la poésie du coeur…

    gr

    • Mario M. Gabriele

      caro Gino,
      ho seguito con molto interesse il tuo intervento su Godot dove, con molta attitudine estetica, disveli i riflessi di una poetica fatta di elementi diversi e riguardanti il volume. Questo ulteriore rapporto critico non fa che collegarsi a Linguaglossa,che chiamerei, (se non è contrario), “cronista critico” per tutti i post che pubblica sulla Rivista. Quanto al testo da te riportato, mi fa piacere che tu ne abbia scelto uno dove le immagini si metabolizzano con le metafore espresse da Brodskij e da Transtromer. Direi che è una poesia civile, memoriale, con citazioni di vario genere in un clima disperato, del nostro tempo, che non aiuta i giovani e neanche i vecchi.Grazie. Mario

  3. L’indebolimento della autocoscienza storica dei poeti
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/02/27/alida-airaghi-poesie-da-lattesa-marco-saya-editore-2018-pp-70-e-12-con-il-punto-di-vista-di-giorgio-linguaglossa/comment-page-1/#comment-53925
    Di recente sono solito ritornare su un punto che mi sta a cuore, ed è inutile girarci attorno in cerca di eufemismi o di correttezza istituzionale: il fatto che gli scrittori, i poeti, gli artisti di oggi sono privi di autocoscienza storica, almeno nella misura in cui i poeti e gli scrittori delle generazioni di coloro che sono nati prima della seconda guerra mondiale e fino al 1950, o giù di lì. I poeti e gli scrittori nati dopo quella data posseggono una minore autocoscienza storica dei problemi politici, estetici e stilistici che si traduce in poesie e in romanzi di livello decisamente inferiori rispetto a quelli delle generazioni precedenti.

    Scrive Mario Perniola:

    «Le generazioni che crebbero dopo la fine della seconda guerra mondiale non hanno ereditato questa concezione del mondo [quella storicistica che ha dato vita alla resistenza al nazifascismo] basata sull’importanza decisiva dell’azione individuale e collettiva e sul carattere razionale e progressivo della storia: tale concezione è diventata per loro tanto più estranea quanto più la loro data di nascita si allontanava dalla fine della seconda guerra mondiale. >esse sono state testimoni di eventi del tutto imprevedibili, in cui significato resta tuttora opaco e indecifrabile fintanto che si ricorre a concetti e alle nozioni che hanno dominato nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento. Questa generazioni si trovano perciò oggi nella condizioni di non aver ancora capito niente degli eventi che hanno vissuto e nei quali hanno perfino talora pensato di giocare un ruolo di protagonisti.

    Dalla fine della seconda guerra mondiale sono accaduti in Occidente quattro fatti imprevedibili che hanno colto di sorpresa anche il pubblico più informato: il Maggio francese del ’68, la Rivoluzione iraniana del febbraio 1979, la caduta del muro di Berlino nel novembre 1989 e l’attentato alle Torri gemelle di New York nel settembre 2001. Nei confronti di questi fatti la stragrande maggioranza delle persone ha fatto propria una frase dello scrittore francese Georges Bataille, impossible et pourtant là (impossibile, e nondimeno qui!)…

    È noto che i contemporanei non sono i migliori conoscitori del loro presente: la maggior parte della gente non vive nell’attualità, e anche i meglio informati si sbagliano. Proverbiale è diventato l’esempio di Lenin che, poche settimane prima dello scoppio della rivoluzione russa, diceva agli operai svizzeri che sarebbe morto prima che questa avesse luogo. In linea di massima, il senso di ciò che è stato vissuto individualmente e collettivamente si scopre solo alla fine. È sempre stato difficile prevedere l’avvenire: tuttavia gli eventi successivi agli anni Sessanta del Novecento presentano un aspetto più refrattario alle interpretazioni che si valgono delle categorie storiche e ideologiche moderne.

    Questi eventi appaiono più come miracoli che come compimenti di processi di cui si conosce lo svolgimento o realizzazioni di utopie; più come traumi che come tragedie o catastrofi di cui sia possibile elaborare il lutto. Certo è che nel momento in cui la società umana sembra diventare più razionale grazie alle straordinarie invenzioni della tecnoscienza, irrompono nell’esperienza individuale e storica fatti che sembrano caratterizzati da un’irrazionalità che appartiene all’orizzonte artistico e religioso più che a quello scientifico e filosofico, più a sindromi psicotiche che all’esplosione di contraddizioni o crisi che possono essere superate».1]

    M. Perniola, Miracoli e traumi della comunicazione, Einaudi, 2009 p. 6

    • Nessuno ha notato certe convergenze tra la poesia di Alida Airaghi e quella della nuova ontologia estetica, in particolare l’attenzione al tempo e alle temporalità dell’esserci. Già Mandel’stam parlava agli inizi degli anni Dieci del «rumore del tempo» che rinveniva nella propria poesia e in quella degli acmeisti… Heidegger ha parlato del «rumore del mondo» che si percepisce nella poesia in quanto la memoria è la traccia del tempo trascorso…

      È questo tempo
      perso.
      Mio tempo inutile,
      morto. Tempo
      che aspetto
      e guardo
      nel suo bianco vuoto.
      Di come si trascina
      di come chiede
      e attende.
      Voce che manca
      voce che non risponde;
      stanco mio tempo
      assorto.

      *

      Era un minuto, o forse venti,
      o un’ora o un giorno;
      non sapevo.
      Talmente dentro
      quel minuto, quell’ora,
      quel giorno,
      da non avvertire
      misure, confini,
      momenti.
      Si dilatava il tempo,
      e più non esisteva tempo.
      Oppure ero io che mi facevo
      tempo; non so.

      *

      «Le ore di dentro/ sono quelle vere; le ore lente», scrive Alida Airaghi, ed è già un progetto di poetica ben preciso, che indica la particolare articolazione della temporalità dell’Esperienza poiché «l’essere parla qui in forma transitiva, tra-passante (uber-gehend)», e in questo trapassare dell’esperienza soltanto si dà il lampeggiamento dell’Ereignis, come risposta alla chiamata dell’esserci. Noto in queste poesie una straordinaria comunanza con l’atmosfera della poesia di Donatella Costantina Giancaspero di Ma da un presagio d’ali (2015).

      *

      Le ore di dentro
      sono quelle vere; le ore lente,
      intendo: quelle misurate
      dal battito del polso,
      cadenzate dal tempo della mente
      e dell’attesa. Non corrispondono
      alle ore di fuori, ansimanti
      di fretta, efficienti
      e vittoriose.
      Le ore interiori
      sanno perdere, non si umiliano
      per una sconfitta.
      Assaporano invece nel loro profondo
      tacere
      il riscatto della quieta
      indulgenza.

      Al linguaggio metafisico che dice le cose come sono, la poesia della Airaghi sostituisce un linguaggio che non dice, un linguaggio che non è mai assertorio o suasorio ma che rinvia ad un altro mondo dove le cose sarebbero potute accadere in un altro modo, un mondo alternativo, un mondo parallelo al nostro, un mondo dove le cose sono collocate nel loro «luogo» (Ort) presso il quale il dire si spoglia di tutte le finzioni della retorica e della inautenticità…

  4. Ottimo commento per ottime poesie. Complimenti sempre alla cara Alida Airaghi e al caro Giorgio Linguaglossa , con un affettuoso saluto

  5. -fantasie con montagne appassite-

    mi volti le spalle di continuo nel sogno che immagino di sognare. Niente di grande. Marrone limpido il parco a piedi nudi.

    Quei volti poco precisi . Collaterali alla luce dei tamburi e del tempo inaffidabile. Ho diviso i tuoi occhi in papaveri rossi .

    Una malinconica folata in scaglie di piante. Un tram si contorceva sul ferro dei binari. Sulle ultime cose viste da sotto un giornale di nubi.

    Nessuno era in vita . Solo corde staminali. Fantasie con le montagne appassite. Un fantasma al gas naturale.

    Sponda di un attimo anonimo

    • anna ventura

      Si dice sempre male degli aggettivi; eppure certe montagne se lo meritano proprio, questo inesorabile “appassite”.Perciò io ho scelto il mare

      • Cara Anna ,
        tu sei una persona saggia. Una bravissima poetessa. Ti ammiro. Purtroppo io appartengo alla categoria degli scavezzacollo anche se mi porto dietro il mare della nascita e della nostalgia all’origine. Non so se giungerò mai su qualche riva di cristallo……
        Un caro abbraccio.

        P.S.
        Grazie Ombra ( Pierno docet)

  6. Se Alida Airaghi, come rileva e rivela Giorgio Linguaglossa nel suo precedente, densissimo commento, si misura con il fattore T (tempo) avvertendone la differenza fra tempo interno e tempo esterno, differenza che investe le parole stesse colte nel loro tempo interno della poesia della Airaghi, Francesca Dono si concede al confronto con le montagne appassite a far da controcanto alle sue origini marine e alle sue nostalgie proprio delle origini, che in lei si fanno vibrazioni d’un’assenza.
    Ma in comune Alida Airaghi e Francesca Dono cosa hanno che io avverto evaporare dai loro versi?

    Hanno il pudore, le quasi inibizioni in un permanente stato di ansia nel loro sentirsi sorprese e quasi a sé stesse strappate dalle improvvise visitazioni della poesia…I loro versi andrebbero detti a bassa voce, senza nessuna enfasi, quasi fra sé e sé:

    “Nessuno era in vita . Solo corde staminali. Fantasie con le montagne appassite[…]”,

    in Francesca Dono;

    “[…]E per non turbare l’universo
    indossava una faccia comune,
    camminava sulla spiaggia,
    scriveva qualche verso[…]”,

    in Alida Airaghi.

    Francesca Dono e Alida Airaghi, entrambe in un linguaggio poetico il cui tono diffuso è simile a conversazioni monologanti visitate da improvvisi aforismi lirici, con il minor numero possibile di parole che del senso della perdita e della assenza fanno ciò che Giorgio Linguaglossa, nel suo commento precedente, ha giustamente segnalato come “tempo interno”.

    Un tempo interno nelle parole di Francesca Dono e di Alida Airaghi fatto di perdita e di assenza, alla ricerca sempre di un altrove.

    gino rago

  7. Trovo queste poesie di Alida Airaghi in qualche modo affini a quelle di Donatella C. Giancaspero (consapevolezza dei dettagli, tempo e attenzioni esistenziali), e Anna Ventura (il piacere dell’aneddoto).
    E’ vero che si potrebbe parlare di poesia NOE. Fatto salvo per alcuni accorgimenti, in primo luogo formali ma anche per quel che riguarda il rapporto con le “cose” ( tranne che nella poesia I grandi orologi delle stazioni) la Airaghi ha stile personale e sensibilità di altissimo livello. Per me una piacevolissima scoperta.

  8. donatellacostantina

    Nel 1967 Nico D’Alessandria realizza un mediometraggio marcatamente sperimentale dal titolo Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock, nel quale delle immagini scorrono deviate, accompagnate dalla recitazione della poesia di Eliot e da suoni distorti. La voce narrante è di Carmelo Bene, le musiche di Luciano Berio.

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