Chaurapanchasika, Poema erotico attribuito al poeta indiano Bilhana, del Kashmir dell’XI secolo, traduzione a cura di Paolo Statuti

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Chaurapanchasika, textile art

 Chaurapanchasika è considerato uno dei più bei poemi d’amore di tutti i tempi. Comprende 50 brevi strofe e ciascuna di esse inizia con adyápi (anche ora). Secondo il poeta, traduttore e drammaturgo inglese Tony Harrison, questa parola: “produce l’effetto di una campana funebre e del battito del cuore del condannato a morte. Nella pausa tra anche ora e la strofa che segue, il suono della campana rievoca alla sua coscienza il voluttuoso amore vissuto.” E’ la storia dell’amore furtivo di un giovane di talento, scelto dal re Sundava del Kanchipur per istruire la figlia Vidya. Per evitare ogni sviluppo romantico tra i due, il re disse alla principessa che il suo tutore era lebbroso, mentre disse al giovane che la sua allieva era cieca. Tuttavia il trucco durò poco e nelle due giovani anime sbocciò l’amore. Quando il re venne a saperlo imprigionò e condannò a morte il giovane. Egli trascorse le sue ultime ore componendo questo poema, in cui ricorda la bellezza dell’amata e le gioie della passione.

   Nei vari manoscritti conservati negli archivi indiani e di altri paesi, esistono diverse versioni di questa “raccolta di strofe”, come qualcuno ha voluto definirla, sotto il nome di Chaurapanchasika o Bilhanapanchasika, tuttavia gli studiosi considerano come fondamentali due versioni: quella del Kashmir e quella dell’India meridionale, nelle quali soltanto 7 strofe sono comuni a entrambe. Nel 1971 è uscito il libro della nota studiosa di letteratura sanscrita Barbara Miller Phantasies of a Love-Thief. The Caurapancasika attributed to Bilhana (Columbia University Press), dove c’è la traduzione letterale dal sanscrito di queste due versioni. Consultando anche altre traduzioni in inglese e francese, ho rilevato che esse divergono più o meno tra loro per il numero e la lunghezza delle strofe e per il loro contenuto. Si ha insomma l’impressione che da un ceppo originario siamo scaturite differenti “schegge”. Esiste ad esempio anche una traduzione anonima russa di sole 41 strofe, che sembra sia stata tradotta da una delle lingue europee, anziché dal sanscrito.  Inoltre la leggenda ha conclusioni diverse: quella più lieta vede il giovane rimesso in libertà e il suo matrimonio con la principessa, dopo aver letto il suo poema al re, e quella più triste che termina con la morte dell’amante segreto per mano del carnefice.

   Ci sono varie opinioni sulla paternità di questo poema, tuttavia esistono fondati motivi per attribuirlo a Bilhana, poeta del Kashmir dell’XI secolo, ricordato soprattutto per il suo poema storico Vikramankadevacarita (Le gesta del re Vikramaditya).

   Nell’inverno del 1915 il poeta inglese Edward Powys Mathers tradusse il poema di Bilhana e lo intitolò Black Marigolds (I neri garofani d’India). La prima edizione uscì nel 1919 e nel 1929 fu inserita nell’antologia della poesia mondiale curata dal poeta americano Mark Van Doren (Anthology of World Poetry). Edward Powys Mathers nacque da una famiglia cinese che viveva a Forest Hill (Londra) il 26 agosto 1892 e morì il 3 febbraio 1939. All’inizio della prima guerra mondiale si arruolò volontario nell’esercito britannico, ma qualche mese dopo, per motivi sconosciuti, fu congedato. Della sua produzione poetica e della sua vita si sa poco. Nella prefazione al suo lavoro Mathers scrive: “Più che una traduzione, considero questa mia opera una interpretazione, un tentativo di rendere in inglese lo spirito di mesta esaltazione di cui è saturo il testo originale in sanscrito.”  Quella di Mathers è considerata una traduzione libera e piuttosto come un’opera originale, scritta sotto l’influenza e come imitazione del poema indiano.

   Per la mia versione ho preso in esame soprattutto due traduzioni dal sanscrito: quella inglese di Edward Powys Mathers, 8 strofe della quale furono inserite da John Steinbeck (1902-1968) nel suo romanzo Cannery Row (Vicolo Cannery), e quella francese di Hippolyte Fauche (1797-1869).

      In italiano mi risultano queste due traduzioni dal sanscrito:

Il canto del ladro d’Amore, a cura di Giuseppe De Lorenzo, R. Ricciardi, 1925 e Ladro d’amore. Caurapancasika attribuito a Bilhana, a cura di Giuliano Boccali, Vanni Scheiwiller, 1979. Di queste due versioni non ho tenuto alcun conto per evitare ogni possibilità di plagio.

   Sono felice di avere scoperto questo capolavoro della poesia erotica che mostra tutta la gamma dell’amore e un intero mondo di colore, luce, passione che stimola i sensi e suscita emozioni. E sono soprattutto felice di poter contribuire a farlo conoscere ai lettori italiani.

Ecco la mia versione:

chaurapanchasika 2Chaurapanchasika – Canto dell’amore furtivo
attribuito al poeta indiano Bilhana, del Kashmir dell’XI secolo

1

Anche ora,
tutti i miei pensieri volano alla figlia del re
in ghirlande di magnolie dorate,
tutti i miei pensieri vanno a lei,
come a una scienza perduta,
fuggita dalle menti umane,
cercando di riportarla nella mia anima.

2

Anche ora,
se penso alla sua immagine,
al suo viso come loto sbocciato,
al suo seno come due frutti
ricolmi di dolce succo,
al suo corpo ferito
dalle frecce dell’amore,
il mio cuore è come sepolto nella neve.

3

Anche ora,
se rivedessi la mia fanciulla
dai grandi occhi di loto, di nuovo
l’abbandonerei alle mie bramose braccia,
a questi frementi gemelli che ora stringono
nel buio un gelido nulla, di nuovo
berrei il nettare inebriante
dalle sue morbide labbra,
come un’ape nella sua folle ebbrezza
ruba il miele a un fiore di ninfea.

4

Anche ora,
la ricordo esausta dal peso del giovane amore,
ricordo lo sciame di riccioli che cadevano
sulle pallide guance, come a celare
il segreto della colpa, ricordo
i suoi piccoli piedi armoniosi e le morbide braccia
che cingevano come edera il mio collo.

5

Anche ora,
ricordo il suo viso acceso da improvviso pudore,
trasformato dall’insonnia amorosa,
i suoi grandi occhi lucenti come tremule stelle,
e tutta la notte vaganti come uccelli rosa
che sfiorano le acque dell’amore
in un raccolto di loto.

6

Anche ora,
se rivedessi le sue membra soavi
che la mia lunga assenza
ha gettato nella febbre,
il mio amore per lei sarebbe corde di fiori,
e la notte un amante dai capelli neri
sul seno del giorno.
7

Anche ora,
sento il suono del flauto,
vedo le sue labbra color papavero,
il suo corpo fremente al ritmo dell’amore.
Tacita e incantevole come luna piena,
ninfa dal florido seno che danza avvolta
nella criniera dei suoi capelli al vento.

8

Anche ora,
la ricordo nel suo letto
fragrante di muschio e di sandalo.
I miei occhi che presto non vedranno più
rivedono le campanule d’oro
che pendono dalle orecchie
e battono sulle guance di magnolia;
i seducenti occhi simili a due fringuelli
che si baciano coi becchi immersi a turno
nelle piccole avide bocche.

9

Anche ora,
l’austera ruvidezza dell’amore
sul suo corpo docile e delicato,
tormenta la mia memoria.
La rivedo nell’ora che incorona l’amore,
rossa per il vino gustato dalle sue labbra,
il corpo lieve, i grandi occhi accesi,
le membra che profumano
di muschio e di legno del Kashmir.

10

Anche ora,
ricordo il lontano viso splendente come oro,
imperlato dal sudore, gli occhi ardenti di desiderio,
che svelavano la fatica della voluttà.
Ricordo il viso raggiante, come disco lunare,
quando Rahu smette di nascondere i suoi raggi
con la sua ombra scura.

11

Anche ora,
la morte mi conforta col ricordo
delle sue ciglia vellutate
e dei piccoli fiori rossi del suo seno.
Ed è presente al mio animo
la parola “Addio”, che al momento
di lasciare la figlia del re,
quella notte, chino su di lei,
io le sussurrai nell’orecchio.

Chaurapanchasika 312

Anche ora,
i miei occhi che non guardano più intorno
mi mostrano il viso della mia diletta perduta,
le guance accarezzate dai riccioli neri.
O soffice, bianca, mirabile pergamena,
dove le mie povere labbra ora lontane,
nella notte lunare, scrivevano versi di baci
che non scriveranno più.

13

Anche ora,
lottando con la morte, mi appare il tremolio
delle palpebre delicatamente incipriate,
tutta la dolce immagine del corpo
spossato dai moti ripetuti della gioia,
i fiori rosa dei palpitanti capezzoli
sul bordo della tunica,
la freschezza delle labbra scarlatte,
segnate dai miei baci voluttuosi.

14

Anche ora,
in un fresco scroscio di acque a primavera,
le sue dita rosse come fiori di asoka,
le perle della collana che baciano
le seducenti punte dei seni,
le sue amabili pallide guance,
dove si riflette un sorriso interiore,
il suo languido passo di cigno:
mi ricordano la mia diletta fanciulla.

15

Anche ora,
rivedo i segni delle mie unghie,
lasciati sulle morbide anche,
lucenti di polvere dorata,
il suo splendente abito di fili d’oro
e il suo incedere regale.

16

Anche ora,
che il mio cuore è spezzato
e sento crollarmi addosso
le pareti della mia prigione,
vedo una luce e in quella luce
la mia fanciulla si muove,
i piedi e le braccia ornati
di cerchietti d’oro, i suoi occhi
abbelliti dal collirio vagano lontano,
i denti sono fili di perle
nel cinabro delle labbra.

17

Anche ora,
ricordo il nastro della treccia slegato
e la ghirlanda appassita,
il sorriso sulle sue labbra
dolce come l’ambrosia,
la coppia dei seni alti e sporgenti
che baciano voluttuosi
i fili della sua collana.

18

Anche ora,
la ricordo nel suo bianco palazzo
alla luce delle torce mescolata
a quella dei suoi gioielli,
i raggi di luce che squarciano la notte.
Rivedo la mia principessa,
gli occhi presi da un timido pudore,
nel momento in cui si alza e dice:
«Andrò a dormire, buonanotte, mie dame!»

19

Anche ora,
benché sia così lontano da lei,
uno stormo di uccelli sorvolando gli alberi
della valle passa sulla mia prigione,
e i loro richiami e trilli
mi riportano alla mia fanciulla.
Perché assai simile a quello di un uccello
è il suo canto, e come le ali di un’aquila nera
si scuotono di notte i suoi capelli.

20

Anche ora,
io so che la mia principessa era felice.
La rivedo toccarsi il seno con le dita
morbide come fiori, guardandomi
con sospetto e gli occhi sorridenti.
Lei è il vaso in cui si versa il filtro magico
di otto sentimenti e recita il primo ruolo
nel dramma dell’amore.
Oh, morire qui! Baciami
e io sarò più puro dei rapidi fiumi.

21
Anche ora,
certamente! neanche un istante
io posso dimenticare questa fanciulla,
che un signore suo sposo, ancora
non ha condotto alla sua dimora,
lei così piena di tenerezza
e che vale più della mia vita,
lei che vede le sue membra
consumate dal fuoco dell’amore,
e il cui corpo aderiva al mio
come un abito bagnato.

22

Anche ora,
io sogno questa figlia di re. Ella fu creata
come primaria bellezza
per essere il vaso unico dell’amore…
Oh, Vishnu, il mio distacco
da questa fanciulla
dalle membra così delicate,
io non potrò mai sopportare!

23

Anche ora,
ricordo la sua bellezza sorridente,
la sua veste dorata che scivola sul terreno
e prevale sull’ordine terrestre
rendendo inefficaci le maree.
Io la contemplo bella
come lo stesso vessillo di fiori
fiammanti dell’Amore,
che sventola sul monte Mandara
dell’erotismo.

chaurapanchasika-paintings 1

24

Anche ora,
ricordando le parole dei saggi
che dietro le pareti delle torri
hanno perso la loro giovinezza,
non trovo in esse lo spirito e i sussurri
della mia fanciulla, la sua lingua brillante
dai colori sfumati, dove s’intrecciano
timide frasi ora ragionevoli, ora piccanti,
ora intrise di cento lusinghe.

25

Anche ora,
rivedo il suo stanco sorriso la mattina
stretta tra le mie braccia.
Rivedo le sue guance baciate
da uno sciame di api, attratte
dal profumo di loto del suo viso.
Lei sembra essere il fenicottero
dell’Amore nella foresta dei suoi loti,
e mi appare immersa nel piacere
in cui l’amante pensa di rinascere.

26

Anche ora,
il peschereccio approda e il pescatore
torna alla sua casa con la rete grondante
di gialli riflessi della luna.
La fiamma porporina del fuoco
lo chiama all’amore e al sonno.
La luna brilla sul seno della mia amata,
e io devo morire.

27

Anche ora,
ho bisogno di pregare, di esprimere
il mio estremo giudizio sul mondo
ai grandi tredici dei, di fare un bilancio,
prima che l’anima s’involi.
M’inginocchio e sussurro: Padre della Luce,
fa’ ch’io possa vederti. Madre delle Stelle,
lasciami baciare i tuoi piedi, io ti amo.

28

Anche ora,
ricordo la sua divina beltà,
i suoi sguardi smarriti,
come quelli di una cerva impaurita,
il viso segnato dal grave dolore,
gli occhi offuscati dalle lacrime
che scendevano vacillanti,
quando il clamore del popolo sulla strada,
dove mi hanno portato,
ha ferito il suo orecchio.

29

Anche ora,
mi appare la mia fanciulla,
lei che sostiene l’edificio della mia vita,
e la cui assenza anche per un solo istante
è come il veleno, lei che è un fiume d’ambrosia,
quando mi è dato di essere al suo fianco.
Con lei non ho bisogno di Brahma,
di Vishnu e di Shiva!

30

Anche ora,
in questo mondo, dove la natura
fa nascere incantevoli spose,
i miei occhi non hanno mai visto
una creatura più perfetta
di questa fanciulla, la cui bellezza
ha vinto le grazie della luna,
dell’Amore e di Rati sua sposa,
la Voluttà.

31

Anche ora,
ricordo i suoi piedi piccoli come una mano,
e tutto il suo corpo piccolo come uno scudo,
e non posso dimenticare quando il re
mi fece prendere nel suo palazzo
dalle perfide guardie,
simili a messaggeri di morte,
lei tentò allora in tutti i modi di salvarmi,
affrontando il padre nella sua collera,
colpendo i soldati con le bianche mani inermi!

32

Anche ora,
notte e giorno il mio cuore è tormentato
dal pensiero che non vedrò più la mia amata
mostrare davanti a me ad ogni passo
la sua leggiadra figura di luna piena,
fiera delle ferite che ella procurò all’orgoglio
dell’Amore, irritato ch’ella superi in bellezza
il viso stesso della Voluttà, sua sposa.

33

Anche ora,
il sonno mi ha abbandonato,
pensando al suo bianco letto,
dove ora dorme dopo aver pianto tanto.
Povero piccolo amore, il tempo vola via,
l’anno così grigio che è trascorso
fermenta adesso nel vinoso autunno,
e io devo morire.

34

Anche ora,
ricordo quando camminavamo,
pieni di stupore, come entrando
dal sonno in una grande luce,
lungo il corso del fiume invernale
e il sole al tramonto.
Con lei ho amato i cipressi e le rose,
le azzurre cime maestose
e le verdi colline, il mare turchese
e le stelle. Ricordo che il mio sogno
si avverava in un’avida vita,
nell’ora in cui cadevano i fiori del pesco.
Allora l’oro della sua anima
fluiva nella mia anima e io sono ricco
anche oggi, nel mio ultimo giorno.

35

Anche ora,
io amo i lunghi occhi neri
il cui sguardo accarezza come seta,
la cui tristezza si alterna
senza sosta all’ilarità,
Io amo la fragranza delle sue labbra,
la sua bocca profumata,
e i capelli ondulati, lievi come il fumo,
e le minute dita e il quieto riso
delle verdi gemme.

chaurapanchasika-paintings

36

Anche ora,
ricordo e mi chiedo: dove e come amano
le sacerdotesse di Rati?
Potete dirmi come si bagnano
al chiaro di luna, e se la calda vasca
ha i bordi d’argento?
E se quando si pettinano le loro dita
sembrano rami di corallo
nel nero mare dei capelli?

37

Anche ora,
ricordo che alle mie carezze rispondeva
con una carezza silenziosa,
unendo la sua anima alla mia,
e nel fuoco dell’amore
non era mai lasciva,
come le sacerdotesse che servono
la loro voluttuosa dea. Io le ho viste
nell’amore al chiaro di luna,
e poi in una sala rivestita di tappeti,
addormentarsi qua e là discinte,
con la lucerna come unico testimone.

38

Anche ora,
io non so se lei non è Mahadevi,
la sposa di Shiva, o Kagapata,
la compagna del Re degli Dei,
o Lakshmi, la sposa di Krishna,
dai capelli viola.
Io non so se Brahma nei suoi segreti disegni
non ha creato la mia dolce amata,
per fare impazzire i tre mondi
dal desiderio impaziente di contemplare
questa perla tra le fanciulle.

39

Anche ora,
i più grandi pittori del mondo
con le loro barbette nere, i loro rosa,
verdi e grigi, blu oltremare e terra d’ombra,
non sono capaci sicuramente
di dipingere la sua bellezza.
Deride l’arte la luce del sole
sul corpo della mia sposa.
Soltanto chi ha potuto vedere
coi propri occhi le sue forme senza veli,
è capace di dipingerla.

40

Anche ora,
che la notte è piena
di pagliuzze d’argento della pioggia,
io mando a lei la mia anima,
per vedere il suo corpo
per l’ultima volta.
La sua testa in ombra giace
lasciando una spazio sul cuscino,
le sue braccia tese a stringere il vuoto.
Io vedo il suo corpo nudo.

41

Anche ora,
che la bellezza immacolata della luna
stende la sua luce d’argento
sul cielo d’autunno,
e ha incantato l’anima
del severo anacoreta,
che dimentica anche di pregare,
a maggior ragione per me,
se potessi riavere la sua bocca
dal sapore di ambrosia,
il timore della separazione
non tormenterebbe più la mia anima.

Chaurapanchasika miniatures42

Anche ora,
ricordo la sua bocca
deliziosamente profumata
come polline di loto,
e il lago sacro dell’amore.
Se potessi immergermi in esso
una sola volta ancora,
darei la vita pur di possederlo per sempre.

43

Anche ora,
oh prodigio! in questo mondo
con centinaia di migliaia di beltà,
in questo mondo dove il fascino,
aumentato dalla sequela delle generazioni
è diventato incalcolabile,
non esiste possibilità alcuna
di confrontare con altre donne
le forme incomparabili della mia amata,
e ciò causa nel mio cuore una pena amara.

44

Anche ora,
lei, dalle giovani membra
soffici come polline dei fiori,
dal corpo che ondeggia
come nelle acque del languore,
ed è simile a un uccello smagliante,
non cambia, non supera il lago
nero e profondo del distacco,
dove si cullano le ninfee del mio pensiero.

45

Anche ora,
se stendiamo le nostre reti
oltre i più lontani cieli,
sicuri di prendere in esse
i piedi dell’aurora,
prima del risveglio e dopo il sonno,
e le stelle visibili e invisibili,
ciò è ancora nulla, o Vidya.

46

Anche ora,
questa figlia del re dei re,
i cui occhi si muovono con languore,
tutta ricolma della gioia
che la giovinezza ispira,
soffre ora al mio pensiero,
lei che fu mandata da noi
dall’alto dei cieli.

47

Anche ora,
ricordo questa fanciulla,
elisir della mia vita,
che ha la bellezza dell’oro,
piena di pudore e al tempo stesso
infiammata dal desiderio,
timorosa davanti all’amore
fino a tremare, e nella quale
l’unione dei nostri corpi
ha fatto nascere spesso il delirio.

48

Anche ora,
ricordo la compagnia di uomini e donne,
e sotto le loro fronti,
io vedevo profonde negli occhi
le loro anime, che scorrevano accanto
a frotte davanti alla mia mente;
il mondo era come un volo di uccelli
che ho visto sorvolare le colline.
Ma nessuno era mai come la mia fanciulla.

49

Anche ora,
attendo la morte come conforto.
No, neanche se fossi libero come un condor,
potrei vivere un solo istante in altro modo,
senza provare il piacere sul seno
della più bella delle spose,
e poiché le mie pene finiranno con la morte,
io t’imploro, o boia, tronca presto la mia vita!

50

Anche ora,
io so di aver gustato l’ardente sapore della vita,
nel grande festino ho bevuto dal sospirato calice.
Anche se per un breve istante, la mia diletta
ha versato nei miei occhi la più pura eterna luce.

(Traduzione di Paolo Statuti)

Tadeusz Różewicz Paolo Statuti 1990

Tadeusz Różewicz e Paolo Statuti 1990

Paolo Statuti è nato a Roma il 1 giugno 1936. Nel 1963 si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Roma. Nello stesso anno è stato assunto come impiegato dalle Linee Aeree Italiane Alitalia, che ha lasciato nel 1980. Nel 1975, presso la stessa Università romana, ha conseguito la laurea in lingua e letteratura russa ed altre lingue slave (allievo di Angelo Maria Ripellino). Nel 1982 ha debuttato in Polonia come poeta e nel 1985 come prosatore. E’ autore di numerose traduzioni letterarie pubblicate (prosa e poesia) dal russo, ceco e soprattutto dal polacco nella lingua italiana. Ha collaborato con diverse riviste letterarie polacche e italiane. Nel 1987 ha pubblicato in Italia due libri di favole: “Il principe-albero” e “Gocce di fantasia” (Edizioni Effelle di Marino Fabbri). Una scelta di queste favole è uscita anche in Polonia con il titolo “L’albero che era un principe” (”Drzewo, które było księciem”, Ed. Nasza Księgarnia, Warszawa, 1989).
Dal 1982 al 1990 ha lavorato presso la Redazione Italiana di Radio Polonia a Varsavia, realizzando molte apprezzate trasmissioni prevalentemente letterarie. Nel 1990 ha ricevuto il premio annuale della Associazione di Cultura Europea – Sezione Polacca, per i meriti conseguiti nella divulgazione della cultura polacca in Italia.
Negli anni 1991-1997 ha insegnato la lingua italiana presso il liceo statale “J. Dąbrowski”di Varsavia ed ha preparato l’esame scritto di maturità in questa lingua, a livello nazionale, per conto del Provveditorato Polacco agli Studi.
A gennaio del 2012 ha creato un suo blog: musashop.wordpress.com, dedicato a poesia, musica e pittura, dove pubblica in particolare le sue traduzioni di poesia polacca e russa. Recentemente sono uscite in Italia nella sua versione raccolte di poesie di: Małgorzata Hillar, Urszula Kozioł, Ewa Lipska, Halina Poświatowska e sono in corso di stampa: K.I. Gałczyński, Anna Kamieńska e Anna Świrszczyńska. Pratica anche la pittura (olio e pastello) ed ha al suo attivo 9 mostre personali in Polonia, dove risiede da molti anni.

 Traduzioni pubblicate di Paolo Statuti dal polacco in italiano

Baterowicz, Marek “Canti del pianeta” Roma, Ed. Empirìa, 2010
Brzechwa, Jan “Una giornata tutta da ridere con il prof. Kleks” (Akademia
Pana Kleksa) Roma, Città Nuova, 1992
Brzechwa, Jan “Avventure di viaggio con il prof. Kleks” (Akademia pana
Kleksa), Roma, Città Nuova, 1996
Broniewski, Wladyslaw “La Comune di Parigi” Roma, Ragionamenti n.180-181
gennaio-febbraio 1989
Dobraczynski, Jan “L’invincibile armata” Casale Monferrato, Piemme, 1994
(ristampa Milano, Gribaudi, 2011)
Dobraczynski, Jan “La spada santa” (Storia di s. Paolo) Milano, Gribaudi, 2002
Dobraczynski, Jan “Il fuoco arde nel mio cuore” (santa Teresa d’Avila)
Milano, Gribaudi, 2004
Dobraczynski , Jan “Ho visto il Maestro!” (Maria Maddalena) Milano,
Gribaudi, 2005
Dobraczynski, Jan “Il cavaliere dell’Immacolata” (s. Massimiliano Kolbe)
Milano, Gribaudi, 2007
Ficowski, Jerzy “Poesie” Stilb n.7 gennaio-febbraio 1982
Ficowski, Jerzy „Il rametto dell’albero del sole” Roma, Edizioni e/o, 1985
Galczynski, K. Ildefons “Visioni di san Ildefonso ovvero Satira sull’universo”
Roma, La Fiera letteraria n.3 2 gennaio 1973
Grzesczak, Marian “Poesie” Roma, Tempo presente n. 9-10 giugno-
Agosto 1981
Małgorzata, Hillar 20 poesie, Edizioni CFR, ottobre 2013
Iwaszkiewicz, Jaroslaw “Poesie” Roma, La Fiera letteraria n. 27 7 luglio 1974
Urszula, Kozioł 20 poesie, Edizioni CFR, marzo 2014
Lesmian, Boleslaw “Poesie” Roma, La Fiera letteraria n.20 20 maggio 1973
Ewa, Lipska 20 poesie, Edizioni CFR, luglio 2014
Milosz, Czeslaw “Poesie” Roma, Tempo presente n.6 dicembre 1980
Mrozek, Slawomir “Un caso fortunato” Sipario: rassegna mensile dello
Spettacolo n. 315-316 agosto-settembre 1972 (tradotto
in collaborazione con Zbigniew Chotchowski)
Norwid, Cyprian k. “Il pianoforte di Chopin” Roma, Ragionamenti, n.183
aprile 1989
Pomianowski, Jerzy “Guida alla moderna letteratura polacca, con annessa
antologia di poeti polacchi contemporanei” Roma, Bulzoni
1973 (traduzione di 62 poesie di poeti diversi)
Poświatowska, Halina “50 poesie scelte”, Novi Ligure (AL), Edizioni Joker, 2014
Statuti, Paolo “Viaggio sulla cima della notte: racconti polacchi dal 1945 a
oggi” Roma, Editori Riuniti, 1988 (questo lavoro è stato molto
apprezzato da Herling-Grudzinski. Nell’antologia sono presenti
55 autori con un totale di 55 racconti)
Stryjkowski, Julian “Austeria” Roma, edizioni e/o 1984 (tradotto in
collaborazione con Aleksandra Kurczab)
Wojtyszko, Maciej “Bromba e gli altri e la saga dei Claptuni” Effelle di Marino
Fabbri Roma 1986

Przygotowane do druku: K.I. Gałczyński 20 poesie, Edizioni Joker
A. Kamieńska 50 poesie, Edizioni Joker
A. Świrszczyńska 41 posie, Edizioni Joker

Dirige il blog musashop.wordpress.com

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23 risposte a “Chaurapanchasika, Poema erotico attribuito al poeta indiano Bilhana, del Kashmir dell’XI secolo, traduzione a cura di Paolo Statuti

  1. … diciamo che… ecco una poesia erotica dei nostri giorni. è di
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/02/25/chaurapanchasika-poema-erotico-attribuito-al-poeta-indiano-bilhana-del-kashmir-dellxi-secolo-traduzione-a-cura-di-paolo-statuti/comment-page-1/#comment-53861
    Ewa Lipska:

    A due voci

    – Non sarò più tua moglie.
    – Non sarò più tuo marito.
    – I bambini non capiranno cos’è accaduto.
    – Bisogna mandarli al cinema.
    – I segugi dei miei pensieri hanno fiutato
    la separazione.
    – Una grossa cicatrice dopo questo amore
    resterà.
    – Lo seppelliremo visto che è giunto
    così insensato.
    – Le sentinelle dei ricordi metteremo
    presso la bara.
    – Quanto si può tenere un cadavere
    in casa?
    – Quanto si può tenere un cadavere
    nel cuore?
    – Faremo brevi discorsi.
    – Gli augureremo ogni bene.
    – Affinché non ritorni.
    – Forse ancora una volta…
    – Non ci troverà in casa. Andiamo in tintoria.
    – Troppo incauti siamo stati con noi stessi.
    Prima dell’alluvione fuggivamo verso il fiume.
    – Prima della siccità fuggivamo verso il sole.
    Eternamente stanchi abusavamo della farmacia.
    – Coprivamo le orecchie quando l’orologio ci minacciava
    sonando l’allarme sonando l’allarme.
    – Ci separavamo per ulteriori incontri
    su una funivia. Fissando il baratro
    sceglievamo l’amore che ci occorreva.
    – Eravamo atterriti dalla profondità del destino.
    – Soli come il deserto che non spera più nel cielo.
    – E soltanto del nostro amore ancora
    la camicetta di seta. Del nostro amore
    il pettine.
    – E le labbra
    che impediscono l’accesso alla parola.
    – La sera fa già fresco.
    Prendiamo i cappotti dei bambini.
    – E andiamogli incontro.
    Il cinema è lontano.

  2. Destreggiarsi con l’emozione non è semplice. Ma poi, quale emozione? Il controllo della scrittura non prevede questo genere di caduta. Quindi l’emozione d’amore e l’emozione sessuale sono finti, per il poeta? Sangiuliano governa l’erotismo tenendo sospeso il gioco desiderante, insaziabile; e queste poesie d’amore del Chaurapanchasika con parole arabescate fanno pensare alle più belle fiabe, in fondo quelle che si ripresentano ogni anno a primavera… Nella società dei perbene, casa e famiglia, il sesso è tenuto in cassaforte, negato non solo agli estranei ma anche ai propri figli – quei due chiudono sempre la porta, genitori e figli esclusi in competizione. Il registro delle assenze è strapieno di nervosi scarabocchi. E l’amore adulto mal sopporta l’esclusiva. Insensato contrasto tra amore e libertà. I perbene mettono al sicuro i propri sentimenti, come non sapessero che è un soffio terrestre l’innamoramento; può svanire in meno di un’ora se si interviene in tempo, se lo si conosce; una settimana se non funzionano le corrispondenze, due anni se funzionano. Comunque l’emozione d’amore è forte, le persone vive ne sono sempre a rischio.
    Conviene cantarlo e farne narrazione? Secondo me no. Meglio restare nell’accadimento. Aprire le porte, dire quel che si prova mentre le cose accadono. E’ che l’energia scende, va a collocarsi tra i genitali… servono parole spinte. Il primo chakra non fa sconti.

    • Carlo Livia

      Dall’abisso aporetico con cui il divino si manifesta all’umano ( Theos = Eros più Thanatos ) scaturisca l’universo poetico, che si esprime e differenzia dalla distanza fra queste due prospettive ontologiche, oscuramente inseparabili e inconciliabili.
      Come assenza e dissoluzione della trascendenza, in icone e sintagmi post-stilnovisti, rievocando la figura della donna-angelo, salvifica portatrice di ierofanie ormai inesperibili:

      Lo sai: debbo riperderti e non posso.
      Come un tiro aggiustato mi sommuove
      Ogni opera, ogni grido e anche lo spiro
      Salino che straripa
      Dai moli e fa l’oscura primavera
      Di Sottoripa.

      Paese di ferrame e alberature
      E selva nella polvere del vespro.
      Un ronzio fugace viene dall’aperto,
      strazia com’unghia ai vetri. Cerco il segno
      smarrito, il pegno solo ch’ebbi in grazia
      da te.
      E l’inferno è certo.

      E. Montale

      O in sineddochi di una trascendenza laica e post-metafisica, trasfigurate e rarefatte fino alla dissoluzione e trasparenza semantica:

      Sentimenti visibili
      Vicinanza leggera
      Chioma delle carezze

      Senza ombre né dubbi
      Dai gli occhi a quel che vedono
      Visti da quel che guardano

      Fiducia di cristallo
      Tra due specchi
      Ti si perdono gli occhi nella notte
      Per unire desiderio e risveglio

      Paul Eluard

      O con violente trasgressioni e desublimazioni, violando codici e antiche prescrizioni, testimoniando volontà di ribellione ed emancipazione, etica e sociale:

      Voglio mostrarmi nuda ai tuoi occhi cantanti.
      Voglio che tu mi veda mentre urlo di piacere.
      Che le mie membra piegate sotto un peso troppo greve
      Ti spingano ad atti empi.
      Che i capelli lisci della mia testa offerta
      Si attacchino alle tue unghie curvate di furore.
      Che tu stia in piedi cieco e credente
      Guardando dall’alto il mio corpo spiumato.

      Joyce Mansour

      Sovvertendo e integrando, in incantati sortilegi espressivi, contrasti e disarmonie emozionali ed inconsce, che si dilatano in accecanti epifanie dell’essere:

      Vederti nuda è ricordare la terra.
      La terra liscia, libera di cavalli,
      la terra senza un giunco, forma pura
      chiusa all’avvenire: confine d’argento.

      Vederti nuda è comprendere l’ansia
      della pioggia che cerca un debole stelo
      o la febbre del mare dall’immenso volto
      che non incontra la luce della sua guancia.
      .
      Il sangue risuonerà nelle alcove
      e verrà con spada folgorante.
      Ma tu non saprai dove si nascondono
      il cuore di rospo e la viola.

      Il tuo ventre è una lotta di radici,
      le tue labbra sono un’alba senza contorno.
      Sotto le rose tiepide del letto
      i morti gemono aspettando il loro turno.

      F. G. Lorca

      O tentando di valicare i confini del dicibile, traducendo la distanza dall’essere in innovazioni, dislocazioni e decomposizioni logico-sintattiche:

      ELOGIO DELLA LONTANANZA

      Nella fonte dei tuoi occhi
      vivono le reti dei pescatori del mare fatuo.
      Nella fonte dei tuoi occhi
      il mare mantiene la sua promessa.

      Qui getto,
      un cuore che visse tra uomini,
      le vesti da me e il fulgore di un giuramento.

      Più nero nel nero, sono più nudo.
      Apostata solo sono fedele.
      Io sono te, quando io sono io.

      Nella fonte dei tuoi occhi
      fluttuo e sogno rapine.

      Una rete agganciò una rete:
      ce ne andiamo abbracciati.

      Nella fonte dei tuoi occhi
      un impiccato spezza il capestro.

      Paul Celan

      Scelta espressiva a cui indegnamente mi allineo:

      INFRAZIONE DEL LUTTO

      Sospeso sull’inferno sognava altre profanazioni

      Guardava la stella nuda avvicinarsi
      forse era pazza come lui

      Gesti murati vivi nel cielo malato
      del primo appuntamento

      La bella passante si offuscò
      il vento missionario consacrò le sue cosce

      Lei si mutò in alloro
      lui in un calice di nostalgia

      L’ira celeste spalancò la diga
      ( probabilmente dei gironi rapaci
      o del disturbo nella trasmissione )

  3. Marina Petrillo

    A traccia di vento espira il soffio un’ultima stazione
    come transito di nubi in meridiano estivo.

    Scuote il tremolio di un bacio mai
    dato del tutto il volgere dell’istante in ridesto mattino.

    Fummo a lungo (in) noi stessi
    a percepire dei passi il lieto inciampo se

    sospesi ad ali tremule,smarrimmo infine la via.
    Se fu sogno o altra meraviglia

    non ebbe parole scritte tracimate oltre il confine
    di un sentire così umano da poterlo toccare.

    Così sei qui. In stato di presenza
    eppure imperfetto al visibile.

    Straniamento di ogni piano orfano,
    imploso chiarore albescente a neon riflesso.

    Una lieve carezza solleva a manto il respiro
    e in lui svanisco,molecola di elio vibrante al tocco, avversa.

    Marina P.

    Un soave intrico odoroso latente morte, come giacinto in suo splendore. Il Regno degli amorosi gesti rivivente a trama di Oriente. Sapiente il lieve tocco tracima nell’amplesso dei sensi , Kamasutra speziato dal languore dell’assenza tramutata in addio. Non spegne desiderio il baluginio dei corpi riarsi e la bellezza dell’Amato rinnova il Cantico dei Cantici. Eternità giacente sulla soglia, confine ultimo del trasognare tra origami aurei di note, suono di sitar e sarangi in polifonia festante. Struggente rapisce il desiderio in sospensione . Abitatore della Camera Ardente, l’immoto, prezioso verso poetico. MP

  4. Rinascere non è mai stato così facile. Porta
    le corde e i contrappesi. I mormorii delle mani, dell’aria, le semplici carezze.

    GRAZIE OMBRA.
    Svegliatevi bambini!

    (Chissà come sarebbe tradotta in polacco!)

  5. donatellacostantina

    Sia che fosse vera la leggenda lieta, che vede il giovane amante segreto rimesso in libertà e sposato con la principessa, dopo aver letto il suo poema al re, sia che fosse vera la leggenda triste, quella in cui il giovane viene condannato a morte, questi versi di Amore, inteso nella sua totalità, versi composti durante la prigionia, testimoniano lo struggimento che si prova quando l’amore si è perduto. Allora nasce il bisogno di ricordarne la bellezza, la dolcezza, di rievocarne la gioia, la passione travolgente. E la bellezza, la dolcezza, la gioia, la passione acquistano, forse, un valore anche più intenso, sprigionano una forza sorprendente, di cui nulla sapevamo. Si piange così. Si piange il bene perduto. Anche ora… anche ora…

    Anche ora,
    tutti i miei pensieri volano alla figlia del re
    in ghirlande di magnolie dorate,
    tutti i miei pensieri vanno a lei,
    come a una scienza perduta,
    fuggita dalle menti umane,
    cercando di riportarla nella mia anima.”

    *
    “Anche ora,
    i miei occhi che non guardano più intorno
    mi mostrano il viso della mia diletta perduta,
    le guance accarezzate dai riccioli neri.”
    […]

    *
    “Anche ora,
    che il mio cuore è spezzato
    e sento crollarmi addosso
    le pareti della mia prigione,
    vedo una luce e in quella luce
    la mia fanciulla si muove
    […]

    *
    Anche ora,
    mi appare la mia fanciulla,
    lei che sostiene l’edificio della mia vita,
    e la cui assenza anche per un solo istante
    è come il veleno […]

    ***
    Cari amici, oggi, 26 febbraio, ricorre il compleanno di uno dei nostri più grandi filosofi, Emanuele Severino. E il suo è un compleanno davvero speciale, perché compie novant’anni!!
    Uniamoci tutti nell’augurargli lunga vita, perché ci sono persone, nella nostra vita, nella vita del mondo, che non si vorrebbe mai perdere. Perché, finite loro, sappiamo di rimanere più poveri… Più soli.
    Desidero festeggiare il nostro filosofo con un brano musicale. Ma, anche qui, si tratta di una cosa molto speciale, direi unica! È la “Zirkus Suite”, composta (badate bene!) da Severino stesso, nel 1947, quando studiava composizione.
    Io non sapevo che il nostro filosofo, da giovane, avesse studiato composizione e scritto anche molta musica, poi andata perduta (purtroppo).
    È rimasta soltanto questa “Zirkus Suite” in sette movimenti, per ensemble di fiati, marimba e timpani, eseguita in prima nazionale il 17 Aprile 2018 presso la Sala Puccini del Conservatorio di Milano, per iniziativa del filosofo Massimo Donà. La revisione critica della partitura è stata curata dal Maestro Alessandro Bombonati, docente del Conservatorio di Milano.
    Figuratevi che Emanuele Severino la definisce “un peccato di gioventù”… Beh, io direi, altro che peccato!!! Perciò, a tutti voi

    Buon ascolto!
    E Viva Severino!!

    N. B. La playlist completa, ovvero tutte le sette parti della suite, potete ascoltarla su YouTube.

  6. Una mia poesia inedita risparmiata dall’hacker… diciamo, erotica, forse anche pornografica (per chi sappia leggere) di un erotismo come solo può esserlo l’erotismo dei giorni nostri, luttuoso, esistenziale, disperato senza speranza…

    …c’era la questione del baratro

    … la strada era una ipotenusa, ripida… potevo
    scendere giù come su una slitta, o come al luna park,

    tu invece pensavi fosse una salita, una risalita…
    «si aprirà un baratro!», mormoravo con disinteresse,

    «dopo la pianura c’è il baratro!…»;
    io pensavo che dopo la pianura ci fosse un baratro

    ma tu non vedevi nient’altro che una pianura…
    ma c’era la questione del baratro… dentro di me (!?)

    …fuori di me (!?) dentro di te (!?) fuori di te )!?) – e tu dicevi:
    «vedi, qui si può nuotare!», e nuotavi davvero!, ed io

    ne ero terrorizzato…

    perché non vedevo acqua, ma aria… tanta aria (!?)
    – ma non c’era una pianura da qualche parte? –

    «devo restare immobile», mi dicevo arroccandomi
    con tutte le mie forze,

    e tu replicavi: «devi camminare, camminare sempre!»;
    “per andare dove?”, pensavo terrorizzato….

    tu mi chiedevi: «è possibile dirsi addio?»
    “addio? – che parola è questa?” io mi chiedevo

    col pensiero rivolto al tuo pensiero dentro un imbuto
    e rispondevo: «dirò addio all’addio,

    prenderò congedo dall’addio», mentre
    tu inciampavi con i tacchi a spillo sulle mattonelle sconnesse

    del marciapiede…
    e ripetevi: «è possibile dirsi addio?, prendere congedo dall’addio?»

    “è che c’è la questione del baratro!…”, pensavo io
    ad alta voce: “Cloto, Lachesi, Atropo…”

    ma tu eri cieca, non le vedevi!
    «ma com’è possibile – mi chiedevo – non vedere

    quella cosa là: il baratro (!?) che si apriva e si avvicinava…»;
    «davvero? questa cosa qui è il vuoto (!?)»,

    mi chiedevi in preda al panico…

    «sì – rispondevo io – è il vuoto ma
    non ho paura, non ho più paura; è che lui è qui, è sempre qui…

    mentre noi siamo là, e viceversa!»;
    «è che occorre fare presto!», tu mi dicevi smarrita,

    “fare presto?, oh, santo iddio, che parola è questa?”,
    ti rispondevo con il pensiero…

    «è buio pesto qui, Cosetta», gridavo mentre andavo a tentoni,
    «non c’è corrimano…

    a cui tenersi…»,
    «occorre far presto!» (!?!)

    «Presto!?»

    • Mi piace questo effetto elastico…cado non cado, versi melodrammatici.

      • Questa d’amore
        Di prossima pubblicazione, diciamo così.

        XI
        Quando stringi una spora nel letto,
        lungo il tronco l’odore del sandalo

        è un balzo, una ferita cascante e
        scivola piano, sui torrenti degli anni.

        Rivestita di balsamo la vertebra stanca si annoda alla pelle. La profilassi

        consuma l’attesa, il cumulo avanti
        che insorge sul sole. Si nasce al

        pensiero che dal velo traspare che a tentoni gli sfiora il paesaggio. La nuvola trema.

        Ditemi?
        GRAZIE OMBRA

        • caro Mauro,

          il mio consiglio è di togliere l’avverbio “Quando”, è sbagliato, è un modo tradizionale di introdurre il poetato che richiama asintoticamente l’elegia. La NOE ha defenestrato il “Quando” a quando sarà… E poi non “che a tentoni” ma “e a tentoni”. Il resto è perfetto.
          Complimenti Mauro… vera poesia NOE.
          E che ne dice Mario Gabriele?

          • Caro Giorgio,
            sul modo di scrivere una poesia non esiste un paradigma. Ogni prodotto è lo specchio di rifrazione del soggetto poetante. Se teniamo presenti le prime formulazioni linguistiche dalla Scuola poetica siciliana fino ad oggi, non si può non constatare che la poesia abbia subito delle metamorfosi lessicali di notevole divergenza.
            Ai primi albori del nuovo secolo ci troviamo di fronte ad un problema grossissimo. Come ricostruire la poesia dalle macerie del passato? Il problema è soprattutto dei poeti che sono i veri progettisti del linguaggio dalle diverse scremature e scansioni. La poesia italiana ha davanti a sé l’affascinante compito di voltare pagina a tutti gli –Ismi- del 900, e di fondare una letteratura rivolta verso il futuro, non tralasciando il tempo storico in cui si vive.
            La responsabilità è dei poeti e del loro modo di esercitare la lingua poetica e della loro esperienza in fatto di accumulazione estetica delle varie forme lessicali, sia di natura nazionale che extraterritoriale.
            Gli ultimi trentanni del secolo scorso sono stati caratterizzati da fusioni verbali, fuori da ogni centralità poetica, anche se non sono mancati tentativi di riprogettazione della parola da parte del Gruppo 63 e deo Poeti della Terza Ondata o da sigle linguistiche costituite, più o meno, dai nipotini della – immaginazione -.che in vario modo hanno tentato di riempire il vuoto lasciato dalla postavanguardia, col risultato che ancora oggi si torna a parlare di crisi della poesia e della sua impossibile riscrittura, davanti alla –fine dei modelli-.
            Leggendo le poesie attuali si ha la sensazione che l’esibizionismo poetico prevalga su ogni forma alternativa C’è una vistosa frattura tra il mondo di ieri e quello di oggi. Si torna a riscoprire una metafisica salendo al cielo con la scaletta sulle spalle.
            Lyotard in Résponse à la question: qu’est-ce que le post-moderne, in : Critique-, n. 419, aprile 1982, pag. 163, poneva acute riflessioni sul modo di concepire la poesia. Il fatto è che se i poeti non hanno una sufficiente cultura poetica, assimilata attraverso la conoscenza di poeti italiani e stranieri, si finisce con il fare poesia asinergica, da –rap-.
            La parola diventa il collante di libere sconnessioni, dove entrano in contatto preparati ortografici nel replicare la parola aulica ed elegiaca; polverizzata dal tempo, all’interno di un idealismo crociamo, mai superato, spesso di tradizione classicistica, nella continua incontinenza lessicale. E’ come se lo sguardo fosse rimasto pietrificato e neutrale, di fronte alle nuove categorie linguistiche. E la cosa che più disgusta è la riedizione di favolette poetiche mitiche e di tipo storico.
            La causa di tutto questo è la -viandanza- verso un territorio intensamente popolato dall’IO, e di surreali fantasie. Occorre una nuova fortezza poetica che metta in scena i pilastri di una poesia che dimostri la sua verticalità, tematica e fonica, senza la quale diventa utopico qualsiasi rinnovamento. Ma ancora più diserbante è la prolusione critica di attivisti del passato che non si sottraggono al formalismo sterile della Tradizione, come reimpegno estetico.

  7. caro [Omissis],

    penso che la sua poesia riesca bene quando dismette gli abiti di scena, qualsiasi postura neosperimentale, neometrica, neosonora o neoorfica e quando rinuncia al gioco delle parole e tra le parole, quando rinuncia a tutto, quando rinuncia anche alla rinuncia… a quel punto soltanto può scoccare la poesia… la Musa, lo sa, è una signora oltremodo timida, basta un nonnulla che si impensierisce e fugge, si sottrae, si scherma… del resto, tutti la guardano, tutti la bramano, la vorrebbero possedere… questa cosa del possesso è una vera barbarie, una jattura, tutti i plebei dello spirito vogliono possedere la Musa, ma lei si trincera dietro il rifiuto, si rifiuta, ecco tutto, di apparire in pubblico, rifiuta qualsiasi dono, qualsiasi impegno, è una fanciulla timida e solitaria, pallida, scarmigliata… vuole soltanto trincerarsi dietro una spessa coltre di silenzio e di oblio, rifugge la balbuzie degli umani, la loro grassa ignoranza e supponenza… e poi rifugge le poetiche di maggioranza, trova triviale la maggioranza…

  8. Un Invito alla lettura
    Una poesia di Vittorio Sereni, una riflessione di Alfonso Berardinelli, un breve commento di gino rago

    Alfonso Berardinelli

    […]I poeti sono tanti, forse troppi. Ma ho l’impressione che i romanzieri siano di più. Anche perché, mentre la poesia è sempre di più autogena, si genera da se stessa, anche se nessuno la vuole leggere, né pubblicare, né recensire, la narrativa è invece da vent’anni il genere editoriale di gran lunga più desiderato, il solo, anzi, dotato ancora di un potente, spesso illusorio, magnetismo.
    Torno al punto di partenza.
    Chi legge Sereni, chi impara oggi da un poeta come lui?
    Di Sereni si parla poco.
    Ma credo che il suo molto particolare linguaggio poetico, in sordina, a basso regime lirico, con qualche improvvisa accensione quasi inconsulta e con molta semi-prosa appena versificata, sia tuttora uno dei modelli italiani più mediamente praticabili, in via ipotetica e sperimentale, per chi voglia dire qualcosa nel genere letterario chiamato poesia. Sereni non gioca mai. Sembra perfino, a volte, un po’ stentato e quasi goffo. Nessun virtuosismo. Il minimo di parole, niente più del necessario. Eppure ragiona, monologa, descrive, racconta, nonostante sia pieno di dubbi e perplessità, anche e soprattutto a proposito di se stesso in quanto poeta. La sua ben nota poesia intitolata I versi si apre con questa constatazione desolata: “Se ne scrivono ancora”. Sereni non ha mai vestito l’abito del poeta. Non si è comportato né ha scritto come chi abbia ricevuto doni, investiture e privilegi speciali dalla poesia in persona[…]
    (alfonso berardinelli)

    Vittorio Sereni
    (1913- 1983)
    I versi

    Se ne scrivono ancora.
    Si pensa ad essi mentendo
    ai trepidi occhi che ti fanno gli auguri
    l’ultima sera dell’anno.
    Se ne scrivono solo in negativo
    dentro un nero di anni
    come pagando un fastidioso debito
    che era vecchio di anni.
    No, non era più felice l’esercizio.
    Ridono alcuni: tu scrivevi per l’arte.
    Nemmeno io volevo questo che volevo ben altro.
    Si fanno versi per scrollare un peso
    e passare al seguente. Ma c’è sempre
    qualche peso di troppo, non c’è mai
    alcun verso che basti
    se domani tu stesso te ne scordi.

    (Da “Gli strumenti umani”,1965)

    Breve commento di Gino Rago

    Vittorio Sereni, dopo i frammenti di memoria degli anni della prigionia, dopo i paesaggi calcinati dal vento e dal sole, paesaggi quasi lunari nei quali sono possibili (Diario di Algeria) incontri fra gli spiriti di una tragedia, che quelli di una certa generazione tutti erano costretti a ricordare, fra compagni morti e spine senza rose di reticolati, approda allo sguardo sul mondo del lavoro industriale e si sofferma sulla fabbrica che emana sentori di fatica e di sangue, in una ideologia (anni fra il 1952 e il 1958) anticapitalistica che, animata da un trattenuto rancore ma pronto in ogni momento anche a farsi a furore, induce nei lettori dei suoi versi una ferma coscienza civile, fra quartieri di tribolazioni, sirene che chiamano al dovere, risentimenti della classe operaia con paghe ancora da fame.

    Nel caso de ” I versi ” diremmo che si tratta di un componimento nel quale Sereni adotta una scrittura breve, secca, essenziale che però si confronta con una ricchezza di contenuto ad alta tensione poetica nella quale il lirismo non nasce né dall’aggettivo, né dalla metafora ardita, o dalla retorica, bensì da ciò che sentiamo come mitezza di un tono frammisto all’ironia (amara?) di parole proposte in una loro (apparente) nuda semplicità.

    Il tema non è nuovo: l’idea della innata incompiutezza o inadeguatezza della scrittura del poeta attraversa la letteratura di tutti i tempi; Vittorio Sereni sceglie un taglio diremmo quotidiano, “domestico” per dire di un uomo che scrive poesie quasi vergognandosene e saluta gli amici, l’ultima sera dell’anno, amici che al contrario del poeta conducono una vita segnata dalla fatica e dalla concretezza, vigili sempre a non smarrire se stessi nei grovigli e nelle tentazioni della metropoli industriale.
    Ma scrivere poesie… Non si sceglie di farlo né si decide per capriccio di scriverne: si scrivono poesie perché il poeta si fa aggredire dalla necessità di farlo; ma Sereni ce lo dice quasi adottando quella ” teologia negativa ” (a suo tempo ricordata da Rossana Levati in un suo commento su certi segmenti poetici di Caproni) secondo la quale per sapere cosa è poesia bisogna ben sapere con poesia non è. Sullo sfondo si avvertono sia Montale, sia Eliot, il T. S. Eliot dei Quattro Quartetti…

    “Nemmeno io volevo questo che volevo ben altro.”

    E’ la esclamazione centrale del componimento che ai lettori giunge come un pentimento per avere scritto e continuare a scrivere poesie; ma in questa cesura Sereni non ci dice cosa avrebbe “altro” voluto fare.

    ( gino rago )

  9. donatellacostantina

    Caro Mauro,

    secondo me, dovresti rivedere un po’ il tuo lessico, se vuoi fare una ricerca vera e propria della parola; “della”, ho detto, e non “sulla”, come verrebbe da dire, perché il punto è proprio questo: la ricerca delle parole; abbiamo tutti bisogno di parole sempre diverse; diverse da quelle dette, non solo dagli altri, ma anche da noi stessi: dalle parole pronunciate perfino un instante fa. Sono parole già finite. E finite per tutti: per chi le ha scritte, per chi le legge e le rileggerà infinite volte, qui e altrove. Anche io ho scritto tante parole finite… Ora, non voglio mettere in crisi le tue certezze. Tutti abbiamo bisogno di certezze per scrivere, per vivere. Eppure, oggi, al punto in cui siamo, dobbiamo avere il coraggio di confrontarci con una realtà scomoda per chiunque: si scrive… si scrive… senza badare a cosa si scrive, a come. Anche coloro che hanno delle brillanti intuizioni poetiche, finiscono per svilirle, sprecarle, buttarle al vento, perché non sottopongono la parola, e quindi il proprio pensiero, a un reale lavoro di ricerca. Così, si ritrovano a fare una poesia spontanea, artigianale, dove, magari, prevale più l’effetto che la sostanza. A ogni modo, niente che possa avvicinarsi all’opera d’arte. Sono parole che mancano di progettualità, mancano di ricerca; in ultima analisi, sono parole che mancano di Parola. Già la parola, per se stessa, è così insufficiente al dire poetico… Figuariamoci se poi non la indaghiamo, non la interroghiamo, non la vigiliamo costantemente! Nel lessico, nel costrutto, nello stile… Finisce per dire anche meno di ciò che dice. La somma di troppe parole scritte (“in verticale”, diceva una volta qualcuno…), specie se si tratta di parole “finite”, equivale a zero. Trovare le parole è una conquista personale, soggettiva; è una ricerca privata, nella quale nessuno, e mai, potrà aiutarci. Siamo soli: questa è l’unica certezza, per noi. Soli, davanti alla Parola. Soli, davanti alla Vita.

  10. Grazie Giorgio.

    Per Gino Rago

    VI
    Riposano i platani, surclassano sponde.
    È evidente che scorgi emisferi lontani, le
    piante improvvise svaniscono. Si nutrono a valle, nei valloni superflui, nelle strade che
    all’unisono convergono al punto. Sei sottile
    una virgola tiene. Lo scarto ha un familiare
    profumo. Non mescere più, non infiltrare
    ti prego, la radice allo scarto. Si addensano
    attenti presagi nei digitali sentieri. Una scoria
    rimane infedele fino all’ultimo taglio. E rimane.

    Per Mario Gabriele

    III
    Ricominciano a parlare si esaltano in molti.
    Agli archi, alle funi, ai tiranti non
    mollano. Un sorbetto che scioglie
    la cena presente ed il party decolla.
    Penelope intrattiene anche gli ospiti.
    La chioma rivolta ha un rivolo dry.
    La vita con l’altra. Un formidabile lancio.
    L’oliva entrata nel ventricolo destro
    ora sfugge nei meandri del corpo, amore
    ti prego, riparto, non assaporo la sorte.

    Grazie OMBRA.

  11. copio e incollo questa poesia di Donatella Costantina Giancaspero dalla sua pagina in FB:

    Della donna, appena qualche dettaglio.
    A tratti, dalle scapole in giù,
    l’anatomia timorosa di piccolo uccello
    – anche soltanto piuma: il prodigio di un volteggio
    a chi le dà respiro…

    Ali fragili – escrescenza, sbaglio di natura –
    per piccoli voli, brevi percorsi appena un po’ sospesi
    – sul marciapiede, sulla strada,
    dove il selciato raccoglie frantumi di cielo spiovuto,
    di facciate erette a spiarsi tra i rami…

    Tre note sole di richiamo, planando
    dentro un confine d’asfalto.

    Non c’è dubbio che la poesia debba essere letta almeno cinque o sei volte. Qualcuno dirà: di che si tratta? Io penso che si tratta di una poesia che vuole comprendere se stessa e, di conseguenza, voglia comprendere il soggetto che l’ha creata; è una poesia problematica fatta con, tutto sommato, poche parole, e per di più le solite, sobrie, scabre, disarmoniche, ma non alla maniera di Sereni, poeta secondo me molto sopravvalutato, ma alla maniera del primo Montale rivisitato alla luce della nuova ontologia estetica. La poesia è impegnata in una riflessione, la seguente: vuole capire la connessione interna degli avvenimenti, la intelaiatura degli avvenimenti, vuole individuare, ad un tempo, la scelta di un modello narrativo e l’identità che è inscritta in quella scelta. Come dire: una riflessione nella riflessione, come una scatola dentro l’altra. La poesia vuole capire se stessa, la propria problematicità. In tal senso è una poesia sulla identità, sul soggetto, ma è stata scritta mediante un procedimento decostruzionista (si direbbe oggidì) mediante una scomposizione di elementi in altri elementi più elementari, sotterranei. La poesia della Giancaspero non si occupa mai degli choc (che lei rimprovera benevolmente a Mauro Pierno), la poesia della Giancaspero si occupa di ciò che compone l’interno, l’interno della poesia e l’interno della soggettività del soggetto. La poesia designa una situazione del tutto nuova della poesia italiana contemporanea, una situazione che abbisogna di un nuovo impianto lessicale e sintattico, di una nuova grammatica in quanto la precedente grammatica non è più idonea alla ricerca della poetessa. La Giancaspero va alla ricerca della gerarchia di significati che ha prodotto l’identità, e si chiede continuamente perché proprio quella gerarchia di significati che si sono sedimentati così e così si sono trasformati in sedimentazioni di significati morti, ossificati e abbiano dato luogo a nuovi significati… Tutto sommato io penso che piuttosto che guardare alla poesia di Vittorio Sereni dobbiamo osservare le nervature, i lessemi, i minimi movimenti peristaltici della grammatica di questa poesia per capire chi siamo e dove andiamo… e dove va la più evoluta poesia contemporanea

  12. Questa te la sogni!

    X
    Spostami fiato su fiato su quella notte.
    Una trama sdraiata fino al vapore,
    all’acqua che al viso respira. Un bacio.
    Non nuota e neanche ha le branchie. Uno solo.
    Imprendibile. Ripassano a mente gli ostili
    presagi, sei un fossile, l’antico gradino, il
    cielo. Le parti si intersecano al profondo
    dell’occhio, la montagna maestosa che nega
    una valle. Dormendo, si avvicina una traccia
    sottile, sei la linea invisibile che l’attimo tiene.

    GRAZIE OMBRA.

  13. 1- Costantina Donatella Giancaspero

    Della donna, appena qualche dettaglio.
    A tratti, dalle scapole in giù,
    l’anatomia timorosa di piccolo uccello
    – anche soltanto piuma: il prodigio di un volteggio
    a chi le dà respiro…

    Ali fragili – escrescenza, sbaglio di natura –
    per piccoli voli, brevi percorsi appena un po’ sospesi
    – sul marciapiede, sulla strada,
    dove il selciato raccoglie frantumi di cielo spiovuto,
    di facciate erette a spiarsi tra i rami…

    Tre note sole di richiamo, planando
    dentro un confine d’asfalto.

    2- Commento di Giorgio Linguaglossa

    “Non c’è dubbio che la poesia debba essere letta almeno cinque o sei volte. Qualcuno dirà: di che si tratta? Io penso che si tratta di una poesia che vuole comprendere se stessa e, di conseguenza, voglia comprendere il soggetto che l’ha creata; è una poesia problematica fatta con, tutto sommato, poche parole, e per di più le solite, sobrie, scabre, disarmoniche, ma non alla maniera di Sereni, poeta secondo me molto sopravvalutato, ma alla maniera del primo Montale rivisitato alla luce della nuova ontologia estetica.
    La poesia è impegnata in una riflessione, la seguente: vuole capire la connessione interna degli avvenimenti, la intelaiatura degli avvenimenti, vuole individuare, ad un tempo, la scelta di un modello narrativo e l’identità che è inscritta in quella scelta. Come dire: una riflessione nella riflessione, come una scatola dentro l’altra. La poesia vuole capire se stessa, la propria problematicità. In tal senso è una poesia sulla identità, sul soggetto, ma è stata scritta mediante un procedimento decostruzionista (si direbbe oggidì) mediante una scomposizione di elementi in altri elementi più elementari, sotterranei. La poesia della Giancaspero non si occupa mai degli choc (che lei rimprovera benevolmente a Mauro Pierno), la poesia della Giancaspero si occupa di ciò che compone l’interno, l’interno della poesia e l’interno della soggettività del soggetto. La poesia designa una situazione del tutto nuova della poesia italiana contemporanea, una situazione che abbisogna di un nuovo impianto lessicale e sintattico, di una nuova grammatica in quanto la precedente grammatica non è più idonea alla ricerca della poetessa. La Giancaspero va alla ricerca della gerarchia di significati che ha prodotto l’identità, e si chiede continuamente perché proprio quella gerarchia di significati che si sono sedimentati così e così si sono trasformati in sedimentazioni di significati morti, ossificati e abbiano dato luogo a nuovi significati… Tutto sommato io penso che piuttosto che guardare alla poesia di Vittorio Sereni dobbiamo osservare le nervature, i lessemi, i minimi movimenti peristaltici della grammatica di questa poesia per capire chi siamo e dove andiamo… e dove va la più evoluta poesia contemporanea”

    3- Mia breve risposta

    Al commento esaustivo di Giorgio Linguaglossa imperniato sulla ricerca della Giancaspero di nuove soluzioni linguistico-lessicali e direi per questo volta al campo espressivo integrale nel gioco suono-senso, aggiungerei soltanto questa meditazione sulla creaturalità della Giancaspero. In che senso?
    Nel senso che poesia e moralità di Costantina Donatella Giancaspero risiedono in gran parte nella idea, nel pensiero, ma anche nel sentimento e soprattutto nella utopia dell’amicizia. Direi di più: nella cultura dei sentimenti.
    La quale cultura dei sentimenti richiede per Costantina Donatella Giancaspero la purezza di una intesa e la necessità della conversazione per un “accordo non violento” con gli altri, con le aaltre, con il mondo esterno e con quello interiore, in accordo con una idea di Walter Benjamin da me da sempre coltivata:
    «L’accordo non violento ha luogo ovunque la cultura dei sentimenti ha messo a disposizione degli esseri umani dei mezzi puri di intesa».

    (gino rago)

    • donatellacostantina

      Caro Gino Rago,

      ti ringrazio per il pensiero e per la riflessione sulla mia poesia. Purtroppo, mi manca il tempo per rispondere come vorrei, affrontando un discorso che, per ora, ho nella mente solo a grandi linee. È un discorso che riguarda non soltanto la poesia, ma l’arte in generale. Pertanto, richiederebbe un’ approfondita riflessione, con riferimenti all’esperienza di alcuni grandi artisti che hanno fatto la Storia dell’Arte e che io ho avuto la fortuna di conoscere nell’altra mia vita; una vita che, almeno per questo, rivelava alcuni aspetti positivi.
      Con la riserva di poterlo realizzare un giorno, ti ringrazio vivamente. E ringrazio tutti coloro che si sono occupati della mia poesia.

      A presto…

  14. Vi mando una poesia antidepressiva:

    Magnifico.

    Esco di casa e dove andrò sarà magnifico.
    Incontrerò la donna a cui sto pensando

    e sarà magnifico. Entrando al bar
    sarà magnifico. Anche le notizie sul giornale

    saranno magnifiche.

    Oggi il cielo è magnifico. Arrivato a quell’angolo,
    svoltando sarà magnifico.

    Anche il pomeriggio sarà così, magnifico.
    Questa sera, prima di addormentarmi

    chiuderò gli occhi, starò nel buio
    e sarà magnifico. L’ascensore, la proiezione

    di sogni, topi cammelli e spade a gran velocità.
    Tutto sarà magnifico.

    May-mar 2019

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