Sangiuliano,  Emozioni  esplicite, Diciannove  poesie erotiche in stile belliano, Dalla rivoluzione sessuale alla Porn Culture, con un Appunto di lettura di Giorgio Linguaglossa

Gif Donna excalibur

dalla rivoluzione sessuale alla Porn Culture

Giuliano Santangeli è nato a Roma nel 1942, ha pubblicato in poesia: Geometria del cuore Forlì, 1976; Il presente impossibile, Quarto d’Altino, 1978; Notizie dall’uomo, Bologna, 1980; Bestiario ’80, Roma, 1980; Erbario ’81, Roma, 1981; Inventario con lessico, Roma, 1983; Ordine chiuso, Roma, 1983; Ipotesi di lettore, Roma, 1985; Il serpente a sonetti, Roma, 1988; Ode a Balzani, Roma, 1992; Palme e altro mondo, Roma, 1996; Tre malumori, Roma, 2005; Le ragioni del canto, Varsavia, 2008; Emozioni esplicite, Novi Ligure, 2014.  Narrativa: Roma d’autore: Memorie, canti e incanti di una città, Roma, 2009. Saggistica: Il mito America. Hollywood e Fitzgerald, Roma,1983; Quando Roma cantava. Forma e vicenda della canzone romana, Roma,1986, e, ampliato, Novi Ligure 2011; Balzani fra spettacolo e folklore, Roma, 1986; Il tempo della finzione. Modi e orizzonti della creatività, Roma, 2004, premio internazionale Città di Marino. Antologistica: Eidolon. Le rovine e il senso poesia italiana contemporanea, Roma,1983; Tanto pe’ cantà, canzone romana, Roma,1994; 2 I giorni della Fenice, poesia mediterranea contemporanea, Roma,1999; Canzoniere per Borges poesia italiana contemporanea, Pasian di Prato,1999.

Appunto di lettura di Giorgio Linguaglossa

«Non credo in una filosofia non erotica. Diffido del pensiero asessuato», ha scritto Witold Gombrowicz.

Sangiuliano è stato definito un «irriducibile»  «materialista metafisico», e, in effetti, queste «poesie pornografiche» lo confermano, semmai ce ne fosse bisogno, per lo stile boccaccesco, il lessico sboccato, direi belliano, frutto di una operazione che vuole ripristinare la linea del Belli in italiano, per il linguaggio esplicito, denotativo, dichiarativo, crudo e colto nello stesso tempo. Non è affatto facile per un poeta di oggi confezionare delle poesie erotiche, se non addirittura pornografiche, per via della montagna inarrivabile di filmografia pornografica che invade il nostro mondo internettiano; c’è semmai una difficoltà oggettiva nel confezionare una poesia pornografica che abbia in sé il DNA della tradizione letteraria pur sempre trattata sul pedale basso che più basso non si può. Io sarei propenso a leggere l’operazione di Sangiuliano come un modo di osare in poesia l’inosabile, di adire la poesia pornografica con un linguaggio appena appena paludato commisto con lessemi e sintagmi appartenenti alla sfera della sessualità non nominabile dalle persone bene educate, ma Sangiuliano è un intellettuale intriso di letteratura o, se si vuole, un letterato intriso di intellettualismi e di cerebralismi, e così si è gettato a capofitto in questa impresa che definire temeraria sarebbe dir poco.

È che in breve tempo siamo passati dalla rivoluzione sessuale alla Porn Culture che ha messo al centro dell’immaginario la serietà del significato del simbolo fallico come equivalente della serietà serissima del simbolo aureo qual è la moneta. Del resto, tra la Porn Culture delle nostre società  ad economia globale e il capitale finanziario liberato, non esiste un legame sinallagmatico? La Porn Culture può prosperare solo in una società che ha operato una rimozione collettiva del fallo e del sacro. Il fallo e il sacro costituiscono per eccellenza una endiadi sinallagmatica, ma la società del wishful thinking  ribalta il significato del sacro e del fallo, ne fa una falsificazione, una aberrazione, e quello che per una società pagana non è pornografico né triviale, nella società attuale diventa pornografico e triviale; in questa dicotomia e in questo capovolgimento di valori riposa la struttura profonda dell’odierno concetto di pornografia che la cultura bene educata fa finta di ignorare. Ecco perché un poeta colto come Sangiuliano si ripromette di liberare la pornografia dalla rimozione collettiva, per mostrarla per quella che è: un gioco di parole, di significati e di significanti che restituisce alla cultura ciò che la cultura bene educata le ha tolto.

Appunto di Sangiuliano per Emozioni esplicite

Da un punto di vista emotivo, queste poesie nascono da un desiderio di vendetta linguistica e filosofica, a recuperare una libertà concreta e diretta di nominare, illustrare e glorificare le cose che si pensano più spesso, le parole che si usano in privato addirittura come intercalari, perché si riconosce senza dirlo, che non possono esser sostituite, per ragioni di semantica specifica, efficacia di suono e di evocazione. Ad evitare equivoci, e mi scuso, ma soprattutto a dimostrare la proprietà e la forte disposizione poetica delle cosiddette “parolacce”, le ho gioiosamente inserite in un contesto di mistico elogio della lussuria, nobilitato, per la  mia prima volta in italiano, dall’uso della rima. E spero, infine, che a nessuno sfugga come ogni elemento conoscitivo, sentimentale, morale e disciplinare è presente e vivace per quanto vige in ogni altro mio scritto. Se ci sono riuscito.

(Sangiuliano)

Poesie erotiche

I

Tu, sedula apprendista di varianti,
godevi sia di dietro che davanti,
e come perla ti prestavi al cazzo
correggendo del mondo il tristo andazzo
ond’era pippa. La tua bocca bella
(fregna con lingua) a giro di cappella
molceva la mia pena: per cui muovo,
allo scader del piangere e il gioire,
fra sesso e amore senza poter dire
dei due qual sia gallina e quale uovo.
II

Erbe tagliate, diti in fregna, stalle,
cazzi illavati, piogge estive, palle,
sanno di buono, quasi a suggerire
quanti segreti ha vita in suo fluire,
prosciutto a parte, per non dir le cose
che, buone in bocca, qual che sia la dose
si dice faccian male: il Padreterno
ci insidia con gli afrori, i sali e i peli,
per mandarci all’Inferno.

III

Amore mio, che baci, che sospiri!
Ad uno ad uno li ricordo tutti,
e piango ancora, dopo tanti giri
d’anni e dolori, i tuoi bocchini asciutti.

IV

Dicevi “ficca, ficca” e intanto prona
inarcavi la schiena offrendo il segno
ad altre pippe, nel diuturno impegno
giusta libido. Nuda, eri Sorbona
al cazzo mio studioso senza posa
della tua carne; candida e pelosa
quant’era d’uopo, fosti la più degna
delle mie inondazioni. E un’altra cosa:
già negli occhi eri fregna.

V

Tirarlo fuori era una croce quando
al culmine giungeva quel sollazzo
premio alla gioventù, quasi gridando
“povera vita mia, povero cazzo!”.
Ma la tua carne tutta era sorriso
per docili aperture sempre in grado
di riportare in terra il Paradiso
ond’era pace, nel difficil guado,
usar di quella legge d’Archimede
che dice “ se l’inculi non dà erede”.

VI

La prima volta te lo diedi in mano
ch’eri girata, proprio alla scadenza
dell’ora onesta, e tu, poco sorpresa,
me ne facesti cinque: tanta resa
fu in tempi angusti evento sovrumano
(quasi a recuperar la penitenza
di cessi grigi in giorni maledetti
di carestia carnale) se ci metti
che di fracosce, per manovre blande,
t’avevo già bagnato le mutande.

VII

Come a cercar le vene, una per una,
me lo stringevi cupida e nel gesto
giungevi fino all’anima. Nessuna
aveva ancora il brando mio rubesto
risarcito a dovere, e fu mia sorte
quando con desiderio a tutto sesto
me lo dicesti “robustoso e forte”.

VIII

Sì, ti somigliano quei manichini
ventenni dei negozi, tutti cosce
e stinchi di gazzella…(sì, gli inchini
precipitosi – metti che piovesse –
senza neppure toglier le galosce…)!
Per questo ancora, dietro a ogni vetrina,
vi vedo tutte insieme a culombrina.

Gif Donna con mani sulla testa
IX

Dio mio che pippe dietro al cancelletto
col cuore in gola e il sangue in testa al punto
di veder rosso! Dal vestito stretto
ti sgusciavan le cosce; il labbro smunto
aveva impresse, ormai perso il belletto,
le fatiche d’amore…e nel riassunto
della memoria torno all’emozione
di quando lo palpavi, duro e matto,
come per misurarmi la pressione.

X

Occhiali da pompino, tacchi a spillo
da pedicatio, il reggicalze sotto
le mutande veloci, ivi compresi
i rossetti da troia e ogni altro squillo
di cosmesi ruffiana un culo rotto
fanno valer per nuovo e ai cazzi lesi
arrapo infondono checché si dica
sulla bastevolezza della fica.
Fin dagli albori sono condizione:
altro che, a luce spenta, acqua e sapone!

XI

Se glie la lecchi è il massimo: anche a lei
prima che in fregna agogni altre energie,
quasi fosse la stessa degli dèi,
spetta la lingua con le sue magie.
E va da sé che, al par di cazzo grosso,
mercé la grazia di cotanta cura,
quand’anche non godesse a più non posso,
faresti sempre tua gentil figura.

XII

Con ciò, persa ogni fede e la fortuna
erettile a onorare le occasioni
della piccola morte, bionda o bruna
che fosse la motrice degli ormoni,
or che non posso più incular nessuna
ho inteso ristorar donna mia prima
che in mille guise a cazzo si fe’ cruna,
col canto e coi rimbalzi della rima.

XIII

Ognuno scopa come crede meglio,
ma non ne sa mai tanto – e qui ti voglio –
da soddisfar la femmina una volta
che s’appastelli e al maschio dia di piglio
dalla corazza del pudore sciolta,
ond’io ti raccomando, buon lettore,
dall’ansie mie anabatiche distrutto,
di non pensarci troppo, ché all’amore
basta ed avanza per goderlo tutto
metterci il cazzo preservando il cuore.

XIV

Esibivi mistero, il guardo basso
e i capelli montati, la farfalla
di velluto alla nuca; avevi il passo
palpitante sul piede onde mai stalla
l’antilope del tutto, sempre pronta
allo scatto ulterior mostrando l’anca
invito per la caccia e per la monta.
Mai di sborrevol numero eri stanca,
e la lussuria che l’intorno impregna
faceva echeggiar Roma di tua fregna.

XV

Le tue dita da pippa erano quelle
che ogni cazzo vorrebbe avviluppate
fino a schizzo rampante e non c’è calle
d’Appio-Latino che non l’ha ospitate
in compiuto maneggio e sbroglio-palle.
La prima sera ti lasciai incordato,
e fu mia pecca tal figura indegna,
ma quando te lo misi in mano al prato
ci fu luogo per bocca, culo e fregna.
L’averti persa fu tremenda croce
e, più di mezzo secolo passato,
ancor ti conto i peli della voce.

XVI

Il tuo profumo ancor lo porto addosso,
e par che dica senza reticenza
“pascimi di tuo cazzo a più non posso”.
Facevi il colmo della confidenza,
e, quanto è ver che ti chiamavi Anna,
ti masturbavi il tutto con veemenza
gemendo “sorca mia fatti capanna”:
però, mutande in borsa e faccia pia,
rientravi entro le otto e poi, madonna,
telefonavi per la pippa mia.

XVII

Credevo che bastasse alla lussuria
Il nostro porcheggiare al borotalco,
e il dircelo, passando per via Etruria
diretti al prato ai nostri orgasmi palco.
Ma non te la leccavo, a parte il poco
tanto per dire che l’avevo fatto,
ma se tornassi come fosse foco
sentiresti mia lingua a buon baratto
di cazzo moscio che non trova loco.

XVIII

Gira la ruota, gira tutto quanto,
gira la femmina a tentare il canto,
e ogni piacer che pur giunga alla meta
sempre finisce in pippa di poeta.

XIX

Pur come un tempo la passione infuria
in barba ad Epicuro e si decurta
ogni efficienza della mia lussuria…
Ma che conforto può recar memoria,
quand’anche Calliopè sia alquanto surta?

15 commenti

Archiviato in critica della poesia, poesia italiana contemporanea, Senza categoria

15 risposte a “Sangiuliano,  Emozioni  esplicite, Diciannove  poesie erotiche in stile belliano, Dalla rivoluzione sessuale alla Porn Culture, con un Appunto di lettura di Giorgio Linguaglossa

  1. Mario M. Gabriele

    Sangiuliano non è una voce nuova nella poesia italiana. E’ stato un attivo produttore di versi e di critica soprattutto negli anni 80, quando si potevano leggere i suoi lavori sulla Rivista Quinta Generazione di Gianpaolo Piccari.
    Il suo nome è legato al Premio di Poesia Nuova Florida, da lui fondato il cui bando in questi giorni è riportato sul Blog Altervista .Ricordo, tra i critici presenti in Giuria nel 1977, i nomi di Aurelio Roncaglia, Walter Pedullà, Giuliano Manacorda e Walter Mauro. Anche allora c’era la crisi della poesia e Sangiuliano ne fece una sintesi critica nel nn..59-60 Anno VII. Maggio-Giugno 1977 sull’omonima Rivista, precisando, tra l’altro,che”il linguaggio è lo specchio di tutta una situazione umana, la sua depauperazione è in ogni caso allarmante, ed ogni ricerca di esso segna comunque uno stato di inaccettabile passività di vita”.’Mi pare, che sia lo stesso allarme che fa Linguaglossa su l’Ombra delle parole e che non può essere sottaciuto.

  2. Sangiuliano, da Saffo a Shakespeare passando per Catullo
    un unico filo rosso lega tra di loro queste quattro esperienze poetiche: la sintomatologia dell’amore, ovvero l’insieme delle maniere con le quali ogni corpo reagisce a certe situazioni di particolare intensità…fino a consumarlo
    Dunque, eros con come soltanto cuore-anima bensì come cinetica chimica corpo-stomaco (sudore, calore, tremore, pelle d’oca follia, perdita del controllo di sé)

    Saffo
    frammento 31

    Mi sembra essere simile agli dei
    quell’uomo che ti siede qui di fronte
    e, da vicino, ascolta te che parli
    si dolcemente
    e sorridi incantevole, ma questo
    mi fa tremare il cuore dentro al petto,
    ed appena ti vedo non mi riesce
    più di parlare
    La lingua si fa inerte, corre un fuoco
    sottile e si propaga sottopelle
    mi vela gli occhi un buio, mi rimbombano
    dentro le orecchie,
    il sudore mi scorre ed un tremore
    tutta mi afferra e divento più verde
    dell’erba e folle, mi vedo ad un passo
    dall’esser morta:
    ma tutto devo patire, giacché…

    Catullo
    CARME (poesia) 5

    Viviamo, o mia Lesbia, ed amiamo
    e i brontolii dei vecchi moralisti
    consideriamoli meno di un soldo!
    Ne mondo si alternano albe e tramonti:
    per noi,una volta tramontata la nostra breve luce
    resterà una sola notte eterna da dormire
    Dammi mille baci e poi cento,
    e poi altri mille e ancora cento,
    e dopo ancora altri mille, e altri cento
    Poi, quando ne avrem fatti molte migliaia, li confonderemo, (mescoleremo)
    per non sapere quante sono o perché nessun individuo
    possa sparlare di noi, quando sappia che tanti sono i baci (che esiste una tale infinità di baci)”.

    CATULLO
    CARME 85

    Odio e amo. Per quale motivo io lo faccia, forse ti chiederai.
    Non lo so, ma sento che accade, e mi tormento.

    William Shakespeare

    sonetto numero 18 di Shakespeare traduzione

    Devo paragonarti a una giornata estiva?
    Tu sei più incantevole e mite.
    Impetuosi venti scuotono le tenere gemme di maggio
    e il corso dell’estate ha fin troppo presto una fine

    Talvolta troppo caldo splende l’occhio del cielo
    e spesso il suo aureo volto è offuscato,
    e ogni bellezza col tempo perde il suo fulgore,
    sciupata dal caso o dal corso mutevole della natura.

    Ma la tua eterna estate non sfiorirà,
    nè perderai possesso della tua bellezza;
    nè morte si vanterà di coprirti con la sua ombra,

    poichè tu cresci nel tempo in versi eterni.
    Finchè uomini respirano e occhi vedono,
    vivranno questi miei versi, e daranno vita a te.

    Sangiuliano
    XIV

    Esibivi mistero, il guardo basso
    e i capelli montati, la farfalla
    di velluto alla nuca; avevi il passo
    palpitante sul piede onde mai stalla
    l’antilope del tutto, sempre pronta
    allo scatto ulterior mostrando l’anca
    invito per la caccia e per la monta.
    Mai di sborrevol numero eri stanca,
    e la lussuria che l’intorno impregna
    faceva echeggiar Roma di tua fregna.

    gr

  3. Un amico poeta mi scrive una email nella quale dice che con il paragone con il Belli, «sbaglio» e che in Sangiuliano «manca l’amaro sarcasmo e l’acre mordacita’ civile del grande Gioachino B»…

    Ecco la mia risposta:

    caro [Omissis],

    hai ragione, infatti non ho mai pensato di accostare Sangiuliano al Belli che è un gigante inarrivabile per noi tutti, ho infatti parlato di «linguaggio belliano», il che è diverso. Del resto, fare poesia erotica forte o pornografica in Italia non c’è riuscito nessuno dopo Belli, e una ragione ci sarà pure… io ho cercato di essere generoso verso un modo di poesia oggettivamente difficilissimo, che qui in Italia nessuno fa più, la poesia italiana, quella di vetrina, ripete stancamente le solite circonlocuzioni sull’io e sul quotidiano come un mantra irriflesso… e poi qui dicono tutti che sono un critico “cattivo”, e invece a me sembra di essere diventato addirittura”buonista”, anzi buonissimo a giudicare dai post di questi ultimi due tre anni. Sì, in Sangiuliano manca totalmente «l’ira civile», questo è vero, ma forse la ragione sta nella acedia, nel ritorno al privatismo e nel populismo che sta imperversando nel nostro Paese, in tutti noi manca una forte spinta «civile», sembra che siamo diventati incapaci di «sentire» civilmente, sembra che siamo diventati incapaci di fronteggiare la barbarie dei nuovi barbari del governo del «cambiamento» in pejus e del populismo sovranista… non abbiamo più in noi la forza per resistere allo scempio del nuovo razzismo pre-fascista che ha invaso il Paese…
    Un abbraccio.
    Giorgio

  4. “…e allora non più di cinque…”

    GRAZIE OMBRA.

    • donatellacostantina

      Il “limite” nella filosofia empiristica di Locke.

      Tu, Mauro, sei diplomato? Sì? E allora per te il limite è: mai più di quattro! E, comunque, bisogna misurare l’intensità: in una volta non ne devi fare due. È giusto, no? Sennò, una te la bruci. Ora, se per vari fattori, in una ne escono due, allora… mai più di tre! E via di questo passo… Come vedi, in questo processo è insito il concetto di “limite” così come lo intende la filosofia empiristica di Locke, secondo la quale, come tu ben sai, noi tutti siamo costantemente sottoposti ai più vari e disparati condizionamenti… Pertanto, il rischio al quale ci conduce la nostra natura umana diventa oltrepassare il limite di… Bravo: mai più di una!!! Oltre questo è la fine della nostra specie. Qualora l’uomo si trovasse proiettato al di là del limite suddetto, Locke afferma: “per lui sono c… amari!!!!”.
      GRAZIE PIERNO (e pure Grazie Troisi!!!).

  5. Perché l’amico-poeta scrive quella e-mail all’amico Giorgio Linguaglossa? Perché nella stessa e-mail solleva i dubbi che lo stesso Linguaglossa enuncia?
    Tento di dare una mia risposta, soltanto in apparenza banale: perché con ogni probabilità l’amico-poeta, autore della e-mail e portatore di quelle perplessità nel confronto Sangiuliano-Belli, non ha ben chiara l’idea di ermeneutica, l’ermeneutica di cui l’amico Linguaglossa si avvale accostandosi all’altrui poesia.
    Forse, dunque, giova, in sintesi estrema, rammentare l’idea portante di ermeneutica, la quale va vista come la scienza di Hermes (Mercurio), di Hermes messaggero degli dèi.
    Hermes porta agli uomini i messaggi degli dèi.
    E l’ermeneutica è l’arte di decifrare, leggere, intendere quei messaggi.
    Il nostro Giorgio Linguaglossa si accosta ermeuticamente ai testi poetici di volta in volta scelti e proposti su L’Ombra, lo fa con un suo metodo interpretativo cui adatta un ‘suo’ linguaggio, tanto personale e inimitabile, quanto efficace, non assumendo niente come assoluto e indiscutibile, ma scomponendo e analizzando un testo alla ricerca non di un significato ma del significato che spesso risiede in un frammento, in una nota a margine, in un particolare, e non nella enunciazione generale dell’autore/autrice del testo medesimo.
    Perché?
    Perché alla base della sua ermeneutica da me ampiamente condivisa, e a quanto pare non soltanto da me, ed ciò che più conta, anche la letteratura, l’arte e in particolare la poesia, non sono manifestazioni assolute ma condizionate nel tempo e nello spazio da variabili come la società, la storia, le istituzioni… i poteri e le strategie delle grandi case editrici.

    gr

  6. penso che in Italia siamo precipitati in una zona d’ombra di una eclissi, un qualcosa di molto simile alla noia, che io chiamerei esaustione, siamo usciti esausti da una lunghissima stagione durata oltre 35 anni di incapacità del nostro paese a intraprendere la strada del rinnovamento; un mancato rinnovamento che è durato 35 anni e che in questi ultimi venti anni ha avuto una accelerazione repentina che è passata in modo quasi invisibile e ci ha contagiati tutti… siamo entrati nella zona d’ombra di una nuova noia collettiva, una esaustione delle nostre energie vitali… Ecco, questa esaustione aspetta ancora un poeta e un romanziere che ce la sbatta in faccia…

  7. Una proposta di lettura e di meditazioni su/contro La Noia e ogni zona d’ombra che paventa l’amico Giorgio Linguaglossa

    Da
    William Shakespeare,
    Giulio Cesare (atto III)
    Amici, romani, concittadini… Ascoltatemi
    Io vengo a seppellire Cesare, non a lodarlo.
    Il male che l’uomo fa vive oltre di lui.

    Il bene, sovente, rimane sepolto con le sue ossa…
    E sia così di Cesare.
    Il nobile Bruto vi ha detto che Cesare era ambizioso.
    Grave colpa se ciò fosse vero
    e Cesare con grave pena l’avrebbe scontata.

    Ora io con il consenso di Bruto e degli altri,
    poiché Bruto è uomo d’onore,
    e anche gli altri, tutti, tutti uomini d’onore…

    Io vengo a parlarvi di Cesare morto.
    Era mio amico. Fedele giusto con me…
    Ma Bruto afferma che era ambizioso e Bruto è uomo d’onore.
    Si è vero. Sul pianto dei miseri Cesare lacrimava.

    Un ambizioso dovrebbe avere scorza più dura di questa.
    E tuttavia sostiene Bruto che egli era ambizioso
    e Bruto è uomo d’onore.

    Sì, è anche vero che tutti voi mi avete visto
    alle feste dei Lupercali tre volte offrire a Cesare la corona di Re
    e Cesare tre volte rifiutarla. Era ambizione la sua?

    E tuttavia è Bruto ad affermare che egli era ambizioso
    e Bruto, voi lo sapete, è uomo d’onore.
    Io non vengo qui a smentire Bruto
    ma soltanto a riferirvi quello che io so.
    Tutti voi amaste Cesare un tempo, non senza causa.
    Quale causa vi vieta oggi di piangerlo?
    Perché o Senno fuggi dagli uomini per rifugiarti tra le belve brute.

    Perdonatemi amici, il mio cuore giace con Cesare in questa bara
    Devo aspettare che esso torni a me.

    Soltanto fino a ieri la parola di Cesare scuoteva il mondo
    e ora giace qui in questa bara
    e non c’è un solo uomo che sia così miserabile
    da dovergli il rispetto, signori.
    Signori, se io venissi qui per scuotere il vostro cuore,
    la vostra mente, per muovervi all’ira, alla sedizione,
    farei torto a Bruto, torto a Cassio, uomini d’onore, come sapete.

    No, no. Non farò loro un tal torto.
    Oh… preferirei farlo a me stesso, a questo morto, a voi,
    piuttosto che a uomini d’onore quali essi sono.

    Ma io ho con me trovata nei suoi scaffali una pergamena
    con il sigillo di Cesare, il suo testamento.
    Ebbene se il popolo conoscesse questo testamento,
    che io non posso farvi leggere, perdonatemi,
    il popolo si getterebbe sulle ferite di Cesare per baciarle,
    per intingere i drappi nel suo sacro sangue, no…
    No, amici no, voi non siete pietra né legno, ma uomini.

    Meglio per voi ignorare, ignorare…
    che Cesare vi aveva fatto suoi eredi.
    Perché che cosa accadrebbe se voi lo sapeste?
    Dovrei… Dovrei dunque tradire gli uomini d’onore
    che hanno pugnalato Cesare?
    E allora qui tutti intorno a questo morto
    e se avete lacrime preparatevi a versarle.
    Tutti voi conoscete questo mantello.
    Io ricordo la prima sera che Cesare lo indossò.

    Era una sera d’estate, nella sua tenda, dopo la vittoria sui Nervii.
    Ebbene, qui, ecco.. Qui si è aperta la strada il pugnale di Cassio.
    Qui la rabbia di Casca.
    Qui pugnalò Bruto, il beneamato.
    E quando Bruto estrasse il suo coltello maledetto
    il sangue di Cesare lo inseguì vedete,
    si affacciò fin sull’uscio come per sincerarsi che proprio lui,
    Bruto, avesse così brutalmente bussato alla sua porta.

    Bruto, l’angelo di Cesare.
    Fu allora che il potente cuore si spezzò
    e con il volto coperto dal mantello, il grande Cesare cadde.
    Quale caduta concittadini, tutti… io, voi,
    tutti cademmo in quel momento
    mentre sangue e tradimento fiorivano su di noi.
    Che… ah… adesso piangete?
    Senza aver visto che le ferite del suo mantello…?
    Guardate qui, Cesare stesso lacerato dai traditori…
    No… no, amici no, dolci amici… Buoni amici… Nooo…
    non fate che sia io a sollevarvi in questa tempesta di ribellione.

    Uomini d’onore sono coloro che hanno lacerato Cesare
    e io non sono l’oratore che è Bruto
    ma un uomo che amava il suo amico,
    e che vi parla semplice e schietto di ciò che voi stessi vedete
    e che di per sé stesso parla.
    Le ferite, le ferite… del dolce Cesare…
    Povere bocche mute…

    Perché se io fossi Bruto e Bruto Antonio,
    qui ora ci sarebbe un Antonio che squasserebbe i vostri spiriti
    e che ad ognuna delle ferite di Cesare donerebbe
    una lingua così eloquente da spingere
    fin le pietre di Roma a sollevarsi, a rivoltarsi.

    [un mio desiderio: spero un giorno di udire il discorso funebre di Antonio dalla voce di Salvatore Martino…]
    gr

  8. Ma sì, divertitevi anche voi, ricchi borghesi!

    Corde trafilate al bronzo.

    Ma-forse preferirebbero sognare galline che al tramonto tentano
    come possono di salire su uno yacht bianco immacolato

    e subito un paio di mutande. Una X e quattro caprioli.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.