Conseguenze filosofiche della impostazione della poesia magrelliana, le postverità, le iperverità e le ipoverità, Dialoghi e poesie di Carlo Livia, Guido Galdini, Lucio Mayoor Tosi, Mario M. Gbriele, Donatella Costantina Giancaspero, Alfonso Cataldi, Michal Ajvaz, Giorgio Linguaglossa

 

foto Breton, Max Ernst, Duchamp, Leonora Carrington 1942

Breton, Max Ernst, Duchamp, Leonora Carrington 1942

Giorgio Linguaglossa

caro Mauro Pierno,

il fatto è che se si accetta in toto un certo tipo di poesia che prende lo spunto dalla «superficie» del reale mediatico, si fabbricano quelle che Maurizio Ferraris chiama le «postverità» o, più esattamente, le «ipoverità», secondo i cui assunti «non esistono fatti ma solo interpretazioni», cioè che assume come incontrovertibile che le parole siano libere rispetto alle cose. Partendo da questo assunto si va a finire dritti in un «liberalismo ontologico poco impegnativo».1

Questo tipo di impostazione finisce necessariamente in quella che il filosofo Maurizio Ferraris chiama «dipendenza rappresentazionale», ovvero «ipoverità», verità di secondo ordine, verità di seconda rappresentazione. Di questo passo si finisce dritti nell’«addio alla verità».2 La poesia magrelliana, comprendendo in questa categoria tutti gli epigoni e gli imitatori del loro capostipite, soccombe ad una visione non veritativa del discorso poetico il quale non corrisponderebbe più ad un valore veritativo (il discorso sullo statuto di verità del discorso poetico») ma ad un discorso liberato da qualsiasi contenuto veritativo in nome di una liberalizzazione della ontologia che diventa, di fatto, una epistemologia. Con la scomparsa della ontologia estetica nell’epistemologia si celebra anche il decesso di un discorso poetico che voglia conservare un valore veritativo critico.

La poesia magrelliana riassume questo percorso di una parte della cultura poetica del secondo novecento approdando ad una pratica di non verità del discorso poetico, ed esattamente, al concetto di «ipoverità» della poesia.

Scrive Maurizio Ferraris: «Così, la postverità (potremmo dire la “post verità”, la verità che si posta) è diventata la massima produzione dell’Occidente. Quando si dice che oggi si producono balle in quantità industriale, la frase fatta nasconde una verità profonda: davvero la produzione di bugie ha preso il posto delle merci».3]

Il principio fondamentale di questo realismo post-veritativo è: la forma-poesia come produzione di ipoverità, di iperverità e di post-verità.

1] M. Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino, 2017, p. 122
2] Ibidem
3] Ibidem p. 115,116

Strilli Lucio Ho nel cervelloGuido Galdini
20 febbraio 2019 alle 11:19 

.
[In tema di sirene, ecco due pezzettini dagli Appunti precolombiani]:

per corazza indossavano il chauapilli,
una veste spessa di cotone,
che, intrisa d’acqua salata,
acquisiva una durezza leggera e sgusciante,
e aderiva alla pelle come le squame di una sirena

potevano allora, madidi del suo canto,
immergersi nell’oceano delle frecce,
risalire la corrente, sfuggire
incolumi al richiamo, più subdolo, del silenzio.

Postilla armigera:
anche gli spagnoli hanno apprezzato
l’utilità di quest’armatura,
sostituendo la pesante ferraglia
che indossavano all’arrivo nei porti:
ma, per loro, le sirene
non si sono degnate nemmeno di tacere.

Strilli Maria Rosaria Madonna Alle 18 in punto

Carlo Livia
18 febbraio 2019 alle 14:18

Dalle ultime, avvincenti analisi di Linguaglossa, scaturisce un’aporia in apparenza intrascendibile: come fondare una nuova ontologia e metafisica, preso atto dell’inanità epistemologica, dell’insolvenza veritativa del linguaggio quando, abbandonando la concretezza della scienza empirica, si addentra negli astratti labirinti della speculazione pura, dove non ha più presa e, come un uccello che voglia librarsi nel vuoto, senza l’attrito dell’aria, non può che precipitare nel paralogismo autoreferenziale, affascinante e suggestivo, ma inesorabilmente privo di indiscussa legittimazione logica.
Da Kant in poi, infatti, l’analisi concettuale si è mutata in ermeneutica e analitica del linguaggio, abbandonando gli impervi e improbabili scoscendimenti teologici e ontologici per concentrarsi sulle inesplorate potenzialità espressive e rappresentative del pensiero-linguaggio.
È la stessa via intrapresa dalla poetica di Roberto Carifi, agonica o anagogica, venata di disperazione o violenza visionaria, che tenta di aprirsi un varco fra semiotica e semantica, mutando il concetto in icona e mito, la riflessione in apertura alla luce d’una mistica post-religiosa, introversa e rappresentabile solo in frantumi apofatici, decomponendo e dislocando sintagmi, sintassi e corrispondenze.
All’opposto, la scelta di Magrelli è di restare ai margini, riflettendo con distaccata ironia all’inevitabile naufragio del nostro sistema di valori e prospettive, con un linguaggio ormai post-metafisico (o post-poetico ), privo di ogni afferenza e capacità d’indagine che non si fermi alla superficie fenomenologica, a testimoniare che ormai ” non ci sono verità ma solo interpretazioni” Nietzsche).

Strilli Busacca Vedo la vampaLucio Mayoor Tosi
24 maggio 2018 alle 11:30

Serenade

Qualcuno vede se stesso
guardare se stesso mentre vede se stesso

che guarda se stesso che guarda.
Il coro dei Sì, in piena luce svolta dietro la casa.

Davanti non resta nulla. Dietro non si fa in tempo
la porta è già chiusa.

La signora si osservò in molti specchi,
poi dissolse nel cielo le sue traiettorie. – Sono colline,

si vede bene la zona di pilotaggio. L’ultrasuono.
La nave è atterrata in pianura, ha preso le sembianze

di un campo di grano.

In mezzo ai tasti le rane innalzano melodie. Luna pallida.
Nel controluce nuvole ferme e, poco distante, in riva al lago

sale fumo dai tetti. I cespugli sono marroni.
Il sole al tramonto è chiara immagine di Dio con striature

che sembrano prelevate da deserti di sale.
Ora è cielo plumbeo. C’è foschia.

Un albero malato mette silenzio.

1 – stabilire la distanza

dell’orizzonte, a quale altezza il punto di vista, la consistenza
delle pietre (Video: grande nave a forma di goccia).

Cadiamo come aghi di pino sull’acqua. Pare sangue.
Sembrano vene.

2 – Stando in piedi sondare la gravità. Prendere luce.
Il sentiero da percorrere è indicato da sponde invisibili.

Impossibile sbagliare. Materie senza cervello si godono il tempo.
Paesaggio di cose una davanti all’altra.

Su quelle lontane sta piovendo.
Ovunque c’è molta acqua.

3- In forma di note musicali, trascrivere fedelmente
la voce terrestre (senza abitanti). Togliere il cervello dall’involucro.

Le persone sembrano spaventate.
Cercano risorse per vivere. Sanno di avere scadenza.

Inganna la vista a colori che tutto cambia.
Perfino le stelle. Tra gli abitanti La vie en rose / Un fil di fumo.

L’uomo che saluta da lontano ha il viso più grande del cielo.
– Dite a Jaguar che tarderò.

Strilli Gabriele Ora siamo in due a sognare una gitaLucio Mayoor Tosi
30 maggio 2018 alle 11:11

Sono artisti pop, blandamente poeti. Non vedo perché accanirsi contro; di fatto non rappresentano nulla, nemmeno la contemporaneità; a meno che non si pensi alla parola come fattore linguistico omeopatico, i cui effetti, già lievi di per sé in questi due autori, si stemperano o annacquano ulteriormente perché cosparsi di troppo manifesto compiacimento (dice Magrelli nell’intervista “Ai poeti tocca solo di scrivere bene”). Insomma, è zucchero con effetto placebo. Ma questo accade anche nelle arti visive, basta andare in una qualunque art fair e si troverà sovrabbondanza di immagini chiassose, piene di luoghi-immagini comuni, cose che se pensi a Warhol ti metti a piangere. Ma questo si vende, perché è tempo di crisi; molti piccoli galleristi hanno paura, sanno di offrire niente, cose facili, che stanno bene (si fa per dire) sopra il divano moderno.

Strilli Gabriele Lucy mi volle con séGiorgio Linguaglossa
30 maggio 2018 alle 12:14

Lasciamo per un momento la lettura di autori «normali» cioè che adottano il linguaggio «normalizzato» o storicizzato, stilisticamente ibernato che per noi non può essere di alcun ausilio, un linguaggio adottato senza alcuna previa riflessione sulle procedure e sulle proposizioni, e esaminiamo invece alcuni versi di una poesia di Mario Gabriele che necessitano, a mio avviso, di una nuova euristica.

Adotto, per questo compito, la parola «diafania» per indicare una procedura compositiva «nuova» propria di alcuni poeti della nuova ontologia estetica. La parola è composta dal prefisso «dia» che significava originariamente «fra», «attraverso», cioè l’azione che si stabilisce tra due attanti, tra due o più soggetti, che passa attraverso di loro, e Phanes o Fanes, (in greco antico Φανης Phanês, “luce”), chiamato anche Protogonos (“il primo nato”) e Erikepaios (“donatore di vita”), era una divinità primigenia della procreazione e dell’origine della vita nella cosmogonia orfica.

Il termine «diafania» mi è venuto in mente leggendo le poesie di Mario Gabriele e di Donatella Costantina Giancaspero; ho ripescato questo termine dalla significazione teologica che ne ha dato Teilhard de Charden e l’ho riproposto in chiave secolarizzata attribuendogli una nuova significazione, nuova in quanto suggerita dalla lettura di alcune poesie dei poeti dianzi citati. E noi sappiamo che una nuova poesia deve essere letta e interpretata con l’ausilio di un nuovo apparato concettuale, in quanto le vecchie categorie euristiche non sono più adatte alla comprensione del «nuovo». Leggiamo questi versi di Mario Gabriele:

Alle 18 torna Milena.
Prepara la cena. Il tavolo ha quarant’anni.

Sale il fumo fino alla lampada.
Andrea rinnova aria fresca.

Se leggiamo con attenzione i versi riportati, ci accorgiamo che, apparentemente, non c’è nulla di nuovo. I versi ci dicono, in rapida successione, che alle 18 torna Milena, la quale prepara la cena (tempo presente) ma che il «tavolo ha quarant’anni» (proposizione dichiarativa senza nesso logico con le precedenti proposizioni), e che del fumo sale fino alla lampada (altra proposizione dichiarativa) mentre che «Andrea rinnova aria fresca» (altra proposizione dichiarativa e tautologica perché l’azione di rinnovare l’aria fresca è una tautologia vuota di significato). Dunque, una serie di proposizioni dichiarative auto significanti producono l’effetto di un universo in miniatura auto significato, auto significato in quanto auto giustificato, cioè fatto di proposizioni protocollari date e ricevute alla e dalla comunità per inconcusse e apodittiche. Mario Gabriele impiega nelle sue composizioni questi frasari auto giustificati che lui assembla in modo tale da farne sortire fuori dei significati nascosti, inverosimili, ultronei. Questa è, per l’appunto, una «diafania», ovvero, il darsi di Phanes, in modo immediato «attraverso» «fra», altre proposizioni che si danno in modo auto affermativo e auto apodittico. La «diafania» è in questo tipo di composizione il modo di procedere e di costruire gli «eventi» linguistici i quali sono in sé auto prodotti, auto giustificati e auto significanti. La «diafania» in Mario Gabriele sta nella procedura adottata e dal nuovo sguardo che lui posa sulle «cose» linguistiche del mondo. La «diafania» è un guardare e un produrre le «cose» linguistiche in modo da mostrare l’interna contraddittorietà e falsificabilità della propria significazione; la «diafania» è il modo scelto da Gabriele per mostrare a tutti che il re è nudo.

Se leggiamo un verso di Donatella Costantina Giancaspero, ci accorgiamo che qui siamo davanti ad una proposizione che indica una «cosa» non riconoscibile, anzi, irriconoscibile. Al contrario della procedura adottata da Mario Gabriele, nella procedura della poetessa romana abbiamo una modalità di costruzione molto differente. Leggiamo un emistichio:

un nido di vespe nel lampadario.

Il significato di questa proposizione può essere esaminato da vari punti di vista, anche dal punto di vista psicanalitico, ma, sicuramente il significato residuale ci indica una «cosa» del tutto inutilizzabile, ed anche una «cosa» di estremo pericolo, una «cosa» che impende, che resta lì, sopra le nostre teste, e che ci condiziona, ci minaccia con la sua sola presenza anche in assenza di azioni o di eventi, anzi, l’evento principe è che qui non si dà alcun «evento», l’evento è nel Phanes, nel mostrarsi per quello che è quella «cosa», un qualcosa che noi non conosciamo ma che sta lì, all’erta, in bilico, in attesa di qualcosa che noi non sappiamo, qualcosa che potrebbe scatenare una reazione, una risposta temeraria e bellicosa. Questo è un genere di «diafania» tipica della procedura compositiva della poetessa romana. È una procedura nuovissima, mai adottata dalla poesia italiana ma ben presente ad esempio in altre tradizioni letterarie, ad esempio nei poeti cechi Petr Kral e Michal Ajvaz. La «diafania» nella Giancaspero indica, in temini psicanalitici, la rimozione di una rimozione, con il che un qualcosa è pervenuto alla soglia della istanza linguistica che le ha confezionato un vestito linguistico, quel qualcosa che non può che essere una catacresi. Ecco, la poesia della Giancaspero ha questa caratteristica, che ha sempre a che fare con la catacresi, che è il modo di darsi di Phanes, il modo di venire alla luce della vestizione linguistica di un qualcosa, di un contenuto di verità che è stato travisato e composto (tradotto) in parole inesplicabili, in un Enigma.

Strilli RagoMario M. Gabriele
1 maggio 2018 alle 11:04

Grazie Giorgio di questa tua ennesima fioritura critica. Vorrei entrare nel merito della diafania, presentando un testo che si energizza su questo tema, senza per questo creare amputazione con il linguaggio corrente. Trattasi di una ulteriore via di agglutinazione sferica delle idee e delle sovrapposizioni sensoriali, che alla fine si armonizzano nella struttura segmentata. È ovvio che questo testo ha un suo valore interpretativo solo se, come dici tu, lo si analizza “con l’ausilio di un nuovo apparato concettuale, in quanto le vecchie categorie euristiche non sono più adatte alla comprensione del nuovo”.

Mario M. Gabriele

I
inedito da: Registro di bordo.

Berenice non ha altro da fare
che mettere blazer di vecchia data.

La stagione resiste all’epitaffio.
Ci vorranno mesi per sistemare la biblioteca,

salvare papiri ed ebook.
con 8 posti senza turnover.

Perilli è tornato a chiedere il XVI volume
della Letteratura Italiana .

Scrivere è un viaggio come il pensiero di Heidegger.
Al vicolo 7 di Piazza Bologna,

nessuno ha una vita privata.
Quando la poesia sfugge

diventa grazia autonoma.
In un inverno del 93 cademmo nel crinale.

Vennero voci dal buio. Soccorsi stradali.
Il fiume era rientrato nell’alveo.

Carlo già pensava alla brossure della Gita domenicale.
Ada, la magnifica Ada

dai sette lumini e corde di chitarra,
si era concentrata sugli steli di gramigna.

Una piccola colazione
portò fantasmi e sentimenti abrasi.

Tengono ancora i profumi di Calvin Klein.
Lo stato delle cose è nel tempo.

La Canducci ha azzerato il debito.
Siamo in bilico.

Ofelia si trastulla con l’oboe.
La notte ha rubato la luna.

Su altri versanti sostano i giorni a venire.
Arrivo sul fronte delle dislocazioni verbali

con Dibattito su amore e Il Dente di Wels.
Brillano i fuochi d’artificio la notte di San Giuseppe.

El Paradise, ci pensi, è tutto un tremore di sogni!
Un paesino di sintassi crudele

ha aperto check-in e ogni limite.
-Oggi non è venuto nessuno;

e oggi sono morto così poco questa sera!-

Strilli Tranströmer 1

Alfonso Cataldi
1 maggio 2018 alle 10:59

L’astronauta occasionale rovista fra gli avanzi di colonne.
Lo sorprende la spinta dei tronchi resistenti
non di un’era

– con quale gamba messa male
che atterra
dichiara la sua fine? –

di mezzo metro quadro, per dire chiaramente:
consolidarsi, senza preavviso
nel monolite apparente del tempo che rimane.

La signora Madeleine vende la sua ombra
alla casa di riposo.
Fugge tra le mura della terza elementare, a Étretat
abbandonate per la guerra.

Una giovane insegnante sbaglia il viale dietro il piccolo cancello.
Spiega la teoria evolutiva dell’azzardo

come dirimere la direzione delle venature.

Strilli De Palchi poesia regolare composta nel 21mo secolo

Leggiamo insieme questa poesia di
Michal Ajvaz (nato a Praga il 30 ottobre 1949):

Turisti

Nell’ultimo appartamento dove ho abitato mi accadeva spesso
che quando la mattina mi svegliavo
c’era nella stanza un gruppo di turisti.
Una giovane guida mostrava ai turisti gli oggetti sulle mensole:
statuette cinesi, scatoline di tè e palle di vetro,
presentava loro il contenuto dei miei cassetti,
prendeva dalla mia libreria delle preziose edizioni e le passava tra il pubblico.
Spiegava tutto con professionalità.
I turisti fissavano a bocca aperta le mie stoviglie come se fossero strumenti medievali di tortura
e fotografavano e toccavano tutto.
I bambini si rincorrevano per la stanza. Si sentiva:
“È possibile comprare delle cartoline qui?”
“Devo fare pipì.”
“Non toccare, sporcaccione, è cacca!”
Fortunatamente non si accorgevano quasi di me,
soltanto di tanto in tanto un anziano turista si sedeva
sul bordo del letto dove giacevo
e tirava un sospiro profondo.
Queste cose mi succedevano continuamente.
In un altro appartamento con me viveva un cinghiale
e in un altro ancora di notte passava per la camera da letto un espresso internazionale.
Presto ci feci l’abitudine ma ancora oggi ricordo
il terrore della prima notte, quando fui svegliato
da un baccano infernale e dal turbinio delle luci.
Peggio era quando di notte mi trovavo in dolce compagnia.
È vero però che alcune donne erano eccitate all’idea
e volevano fare l’amore al fragore di quei terribili boati,
tra gli sciami apocalittici delle scintille.
Ora che vivo nei boschi e la città
è per me soltanto una striscia tremolante di luci,
interrotta da tronchi neri
che guardo prima di addormentarmi
su un mucchio di foglie bagnate, so già
come sia necessario accettare e dare il benvenuto agli intrusi,
imparare a voler bene agli sciacalli, che si aggirano per la stanza,
agli animali di grossa taglia che vivono negli armadi, al loro malinconico canto notturno,
alle sfingi assonnate delle ottomane pomeridiane.
A chi non è mai successo di toccare con la palma della mano sul fondo dell’armadio
dietro ai cappotti flosci la pelliccia umidiccia di un animale sconosciuto?
Nessuno spazio è chiuso.
Nessuno spazio è solo di nostra proprietà.
Gli spazi appartengono a mostri e sfingi.
La cosa migliore per noi è /cuius regio…/
adattarsi alle loro abitudini, al loro antichissimo ordine
e comportarci con modestia e in silenzio. Siamo ospiti.
Comportarsi senza dare nell’occhio, venire a patti con la silenziosa terra.
I tronchi tribali selvatici
di quest’autunno passano per gli ingressi.

(Assassinio all’hotel Intercontinental, 1989)

Strilli Král A tratti un libro ripostoLucio Mayoor Tosi
19 febbraio 2019 alle 17:36

A Valerio Magrelli andrebbe riconosciuto il merito di avere dimenticato il suono della Messa in latino. Altri, che magari sono atei, l’hanno acquisito per trasmissione letteraria. Comunque di quel suono è piena la tradizione europea, e particolarmente l’italiana. A leggere bene anche di poeti realisti dell’ultima ora, l’eco si sente. Poi naturalmente viene da pensare che si tratti d’altro. Comunque sia, il Magrelli a me sembra di quel cattolicesimo odierno che non prova dolore. La vita, con tutti i suoi malanni, ritratta dal bravissimo illustratore Carl Larsson, e Gesù è scandinavo. Perché dico questo? Perché quella di Magrelli a me sembra una pallida poesia nichilista. Ovvio che nei paesi scandinavi questa ‘malformazione’ ha ben altra sostanza – si pensi che nell’anno mille da quelle parti ancora non si sapeva nulla del cattolicesimo.
Prendiamo ad esempio alcuni tra gli incipit di questa pagina: “Onoriamo l’altissimo vessillo”, “Quanto vasta è la nostra /capacità di perire”, “Ritorna lo yo-yo”, “Quale lutto accompagna le lettere /tra una parola e l’altra?”, “Affittasi villino sopra la ferrovia”, “Brilla il vapore / iridescente dei pixel”, “D’improvviso ho visto un colibrì”, “I brutti gabinetti”, “Mi lavo i denti in bagno”, “Divento vecchio come diventassi / giapponese”… Questa per me è la fine dell’oratoria cattolica, fine del dolore, siamo tutti in gita domenicale. O all’Ikea. Carl Larsson, andatevi a guardare le sue illustrazioni (certo, con ottica aggiornata) e capirete se non ho un po’ di ragione a pensare questo che ho scritto.

Giorgio Linguaglossa
19 febbraio 2019 alle 20:41

caro Lucio,
se si legge con attenzione la mia perlustrazione critica, credo che ci siano degli apprezzamenti su alcuni aspetti della poesia del Magrelli; innanzitutto, gli dò la primogenitura nell’ambito della poesia italiana di oggidì, infatti Magrelli ha scalato e scalzato, e definitivamente, i milanesi, nella classifica dei dischi più venduti, e non è un merito da poco, in secondo luogo è vero che l’autore romano fa una poesia che il suo uditorio si attende, e questo è un suo altro grande merito, quello di saper intercettare la superficie. La sua è una poesia di superfici riflettenti nel senso che accredito a questa categoria, in accezione positiva (andate a leggere l’ultimo libro di Mario Perniola).
http://www.journal-psychoanalysis.eu/reality-as-stratification-of-surfaces-the-concept-of-transit-in-mario-perniolas-philosophy/

Ma qui finiscono gli elementi positivi ed iniziano i limiti e le debolezze di un genere di poesia che porta la stessa ad un livello sempre più popolare. Voglio dire che Magrelli democratizza la poesia e la rende fruibile ad un pubblico più ampio, ma, così facendo la svuota, la isterilisce, la banalizza…
È vero quello che dici tu:

«Prendiamo ad esempio alcuni tra gli incipit di questa pagina: “Onoriamo l’altissimo vessillo”, “Quanto vasta è la nostra /capacità di perire”, “Ritorna lo yo-yo”, “Quale lutto accompagna le lettere /tra una parola e l’altra?”, “Affittasi villino sopra la ferrovia”, “Brilla il vapore / iridescente dei pixel”, “D’improvviso ho visto un colibrì”, “I brutti gabinetti”, “Mi lavo i denti in bagno”, “Divento vecchio come diventassi / giapponese”… Questa per me è la fine dell’oratoria cattolica, fine del dolore, siamo tutti in gita domenicale. O all’Ikea».

Si tratta di una poesia da gita domenicale, che può essere letta in tram e in autobus, anche negli autobus scassati dell’Urbe…

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9 risposte a “Conseguenze filosofiche della impostazione della poesia magrelliana, le postverità, le iperverità e le ipoverità, Dialoghi e poesie di Carlo Livia, Guido Galdini, Lucio Mayoor Tosi, Mario M. Gbriele, Donatella Costantina Giancaspero, Alfonso Cataldi, Michal Ajvaz, Giorgio Linguaglossa

  1. Nunzia Binetti

    Non potrei aggiungere altro alla lucida e condivisibile analisi di Giorgio circa la poesia magrelliana, ma mi soffermo un istante sull’incipit si Serenade di Lucio Mayroor Tosi, che trovo affronti una tematica importante e inconsueta, oltre che intelligente :“ Qualcuno guarda se stesso /mentre vede se stesso/ che guarda se stesso che guarda/…” Esso porta ad interrogarci sulla problematica della attività rappresentativa nella contemporaneità , anche in poesia. E’ ormai evidente che nel post-moderno esiste una forte permeabilizzazione tra il limite del reale e finzionale : una altrettanto forte mescolanza tra realtà rappresentata e realtà vissuta, influenzata naturalmente dalla pixellizzazione . La poesia di Magrelli , a mio avviso, è l’incarnazione di questa problematica ed anche per questo che potrei definirla rappresentativa di una ipoverità ( ottima definizione ! ), già tanto bene argomentata da Giorgio. Magrelli e i suoi epigoni sembrano, oltremodo, autori e fruitori -allo stesso tempo- del loro personale modo di comunicare ; producono ma si guardano da spettatori . Li trovo distanti da quella poesia che costantemente ricerco, se , come credo , non solo ci dispensano un tipo di poesia di sola superficie, ma osservano se stessi , le proprie vite ed il mondo in modo spettatoriale. Saluto tutti e Giorgio ,scusandomi se leggo ed esprimo, sempre, il mio punto di vista con un lieve in ritardo.

  2. Grazie Nunzia,
    sei sempre gentile con me, ma devo ammettere che, mio malgrado, ogni tanto ci azzecco… checché ne dicano i miei numerosi detrattori…
    Ripropongo qui parte di un post di qualche tempo fa, copio e incollo da FB, La scialuppa di Pegaso, questa poesia di Lucio Mayoor Tosi che trovo esilarante. Con Lucio siamo davanti ad un nuovo genere di poetico:
    l’Antipoetismo anipoetico, una poesia rigorosamente apofantica e apofanica che mi ricorda qualcosa di Ionesco e qualcosa di Beckett tradotti e trasmigrati. Posto anche una poesia già apparsa sull’Ombra di Alfonso Cataldi.

    Lucio Mayoor Tosi

    Frasi d’amore

    Chi per una partita a due?
    Chi per scambiarci il cane?
    Chi per due tazze di yogurt con banana?
    Chi per mille lire?
    Chi per l’andata e due ritorni?
    Chi per stonare cantando insieme?
    Chi per misurarci la pressione?
    Chi per alzare insieme le tapparelle?
    Chi per stare fuori dalla Disco?
    Chi per non andare in Indonesia?
    Chi per un week-end sul lago Washoe in Nevada?
    Chi per un solo gelato alla menta?
    Chi per due donne che si baciano?
    Chi per stare all’ombra di una torpediniera?
    Dai, ditemi!
    Chi per contare le baionette?
    Chi per “non avere paura”?
    Chi per metterci le bombe?
    Chi per (non) morire abbracciati?

    Lucio Mayoor Tosi
    6 settembre 2917 alle 11.05

    Il punto di domanda è piuttosto raro in poesia. In poesia le domande sono sempre assertive, e non vi è dubbio che si preferisca la grazia delle risposte. Ma è altrettanto vero che gran parte del mistero – e il fascino – di tante poesie sta nell’apertura che si crea con la domanda; è in quella inguaribile sospensione che si affaccia il vuoto, quindi l’attesa: per una risposta che il più delle volte è già implicita nella domanda. Questo strano dialogo, tra futuro e passato, non “cade” ma solleva il vuoto rendendo visibile la sua polverosa sostanza. Nel nulla delle pause non vi è spazio per l’angoscia, la quale deriva nel passato, vale a dire da dove giungono le risposte. Così è nella maggioranza dei casi. Pochi al mondo sanno dare risposte mettendoci il punto di domanda.

    Giorgio Linguaglossa
    6 settembre 2917 alle 11.42

    la tua, caro Lucio, è una poesia di enunciati. La peculiarità della tua poesia è che è difficoltoso distinguere gli enunciati assertivi da quelli interrogativi. Di frequente nella tua poesia, l’assertorio si traveste da interrogatorio, è una forma interrogativa mascherata; la risposta, di frequente, è una domanda capovolta. E viceversa. Questa è una caratteristica peculiarissima della tua scrittura poetica, che pochissimi sono in grado di seguire e apprezzare, in specie chi continua a pensare e a fare una poesia unilineare. La tua poesia ricomincia sempre daccapo, gli enunciati sono aforismi con il collo spezzato, contengono una differenziazione problematologica (H. Meyer).
    Gli enunciati aforistici lasciano intravvedere, tra le commessure della sintassi, il vuoto e l’angoscia che trapela e filtra tra le parole compattate e formattate…

    Figure haiku 1 Lucio Mayoor Tosi

    Lucio Mayoor Tosi
    1 maggio 2018 alle 17:46

    Ringrazio Giorgio per avere dato attenzione a questa poesiola, che vorrebbe essere gioco dolce-amaro, offrendo spunti per 140 caratteri tweet.
    In effetti la piena autonomia e la completezza dei singoli versi è per me il modo migliore per frammentare. Migliore rispetto alla semplice interruzione per punti (tutte cose che ho imparato leggendo Tranströmer). Tra verso e verso il tempo fa la sua parte: si tratta di pause reali, interruzioni consapevolmente attuate già nell’atto del concepimento, che hanno finito col diventare tecnica. Come è divenuta tecnica l’adozione di certe “pezze”, ad esempio quando scrivo “titoli” – sia a se stanti che inseriti nel discorso – ma potremmo anche usare un inglesismo e parlare di insert coint (to Continue), ove l’inserimento può essere di un qualsiasi imprevisto. Ma detto così forse può sembrare complicato. Comunque il carattere interrogativo e assertivo potrebbe derivare proprio dal senso completo che si tenta di dare a ogni verso. Non sono il solo, qui, a seguire questa procedura, forse ci sono soltanto differenze di misura e frequenza.

    Alfonso Cataldi
    1 maggio 2018 alle 18:21

    Come dirimere la direzione delle venature (scritta a quattro mani con Giorgio Linguaglossa)

    L’astronauta occasionale rovistava fra gli avanzi del pranzo

    del giorno prima quando fu sorpreso da certi marziani verdi i quali

    erano di stomaco forte e mangiavano delle bistecche di montone crudo
    e io ne fui sorpreso perché invece della resina di pino

    bevevano cognac con della Cola Cola e Ginger Fizz

    e fumavano del tabacco cubano… non saprei dire altro però,

    Signor commissario…
    no, non erano dell’era glaciale ma di prima, direi del cenozoico, o giù di lì…
    – con quella gamba messa male
    erano atterrati col paracadute sulla terrazza della Tower Trump at Chelsea, New York

    mentre Olga dichiarava il suo amore eterno per Billy the Bud…

    tu mi chiedi che fine ha fatto Billy the Bud?, ma che importanza vuoi che abbia!

    la stanza era di mezzo metro quadro, per dire chiaramente:
    consolidarsi, senza preavviso…
    nel monolite apparente del tempo che rimane in sospeso…

    La signora Madeleine vende la sua ombra alla casa di riposo
    e fugge tra le mura della terza elementare, a Étretat
    abbandonate a causa della guerra.

    Una giovane insegnante sbagliò ad imboccare il viale dietro il piccolo cancello
    e si trovò di colpo su Titano a meno settanta gradi centigradi con il colbacco in testa
    e gli autoreggenti di pizzo…

    ma forse questi ricordi sono un po’ confusi però spiegano bene
    la teoria evolutiva dell’azzardo cosmico quando un bel giorno iniziò il Big Bang…

    Donatella Costantina Giancaspero
    2 maggio 2018 alle 13:06

    Davvero complimenti vivissimi ad Alfonso Cataldi, questa è una poesia degna del surrealismo di Ajvaz! Una poesia in linea con la poetica della NOE, una poesia ilare che però è anche serissima… la poesia è libertà mentale, capacità di sorprendere il lettore, di non dargli tregua, di stupirlo… e in questo hai senz’altro colto nel segno. Una poesia così se la sarebbero sognata i Novissimi (1961), da allora la poesia italiana non ha mai ripreso a correre, è ritornata nei ranghi compatti e prevedibili del minimalismo. Non posso che augurarti di continuare a stupirci con altre analoghe composizioni…

  3. Mancavano i bimbi!

    Mancavano i bimbi!
    Questo sarà il titolo, disse la piccola tastiera.

    Uno scorfano di mare.
    Coraggio. Fatti avanti. Non essere timido.

    – Morir di meraviglia.

    Accidenti, questo sì che è titolo!
    Il francobollo delle Murge.

    E via dicendo.

    May – feb 2019

  4. Giuseppe Talia

    Peter Knut

    Peter Knut si svegliò di soprassalto. La luce dell’alba non era bianco-
    Fredda come in tutta la sua vita l’aveva vista nella distesa di ghiaccio.

    Era una luce invadente. Secchi di vernice gialla si riversavano
    da ogni spiraglio. Peter spalancò le persiane. Una fiamma lo sciolse.

    Il disco rosso che sorgeva dal mare, cattivo, s’arrovellava sull’orizzonte
    Marino. Tutt’intorno la natura sfinge – secca sul crinale del terrapieno.

    Un filare di formiche indaffarate tracciava un percorso. Peter seguiva
    La traccia degli insetti dal nido nella crepa fino a perderla nella melata.

    Aveva studiato gli imenotteri: formiche grosse rosso ruggine nel terriccio
    grasso delle betulle. Lì, invece, minuscoli invertebrati traboccavano dagli acervi.

    Il fico spalancava oscenamente gli acheni a tre labbra e lacrime
    Zuccherine delle edule colavano agli angoli. Peter ne colse il frutto.

    Fu come divorare la tetta della Madre. Si sentì d’un tratto nudo.
    Il latte irritante del peduncolo gli ricordò lo svezzamento.

    Prese una vanga e comincio a scavare nel terreno brullo
    Come a rompere il ghiaccio salino della calotta artica.

  5. Che dire di questa poesia di Francesca Dono?
    A me pare di una bellezza straordinaria. Il tono disinvolto nell’amarezza, nel gelo, la creatività febbrile…

    – che dio non sappia di bing maps? –

    la boa avvolge l’oceano. Lo strappo di un uccello nell’intero movimento
    della montagna.

    Una donna divide le crepe dal deserto. L’allevamento dei molluschi dai pozzi artesiani visibili a occhio nudo.

    -Lilith _dico_. E’ tardi. Laggiù non ci sono che programmi java e pali a croce senza preghiera.

    File di macchine. Antenne mute. Che dio non sappia di bing maps? La trama entra in un’altra trama.

    Lo spazio nel tempo più corto dell’anno. Anche lei con l’attracco del cianuro
    fin dentro il mio palato semiaperto.

    Il respiro ha puzzato di folgore mentre cantava.

  6. sia nella poesia di Giuseppe Talia che in quella di Francesca Dono mi sembra chiaro che qui l’impostazione del fare poesia è chiaramente post-magrelliana, anzi, il Magrelli è lasciato da parte come non fosse mai esistito. Penso che la nuova ontologia estetica sia questo, sia la presa di posizione di un campo di significati, nient’altro che questo, che alcuni poeti hanno preso possesso di un nuovo demanio di significati, ci sono entrati dentro, e che questo nuovo campo di significati è la negazione del precedente campo di significati della poesia della ipoverità e della postverità di magrelliana memoria e di neoverista memoria, negazione rafforzata dalla comprensione che con quel linguaggio non si fa altro che epigonismo. Non c’è nulla di strano, ad un certo punto alcuni artisti e poeti si rendono conto che la precedente pittura o la precedente poesia non parla più, è diventata maniera e allora si va alla ricerca di un demanio, di un territorio di significati. Tutto qui. Tutto molto semplice.

    • Giuseppe Talia

      Grazie Giorgio.
      L’idea di scrivere la poesia di Peter Knut nasce da una tua sollecitazione quando hai ripubblicato tra i commenti il testo di Lars Gustafsson,Ibn Batutta:

      Quando, Ibn Batutta, viaggiatore arabo, medico
      e acuto osservatore del mondo,
      nato nel Maghreb nel quattordicesimo secolo,
      giunto alla città di Bulgar, venne a conoscenza della Tenebra.
      La Tenebra era un paese a quaranta giorni di viaggio verso Nord.
      (…)

      Ho immaginato un viaggio al contrario, rispetto a quello tracciato da Gustafsson, un uomo del nord, un uomo del ghiaccio e della tenebra che della Groenlandia dopo aver studiato agronomia in un paese coperto per lo più ghiaccio, viaggia verso il paese del sole.

      Mi sono lasciato andare alla narrazione, ai dettagli, alle atmosfere. Tutto qui. Tutto molto semplice, come giustamente concludi. Senza nessuna ipoverità magrelliana, di cui, per altro ho scritto una sestina che più ipovera non si può in La Musa Last Minute.

      Vedremo come andrà a finire. Metto assieme i due testi di Peter Knut.

      • Giuseppe Talia

        Peter Knut

        Quando Peter Knut decise di lasciare le Tenebre per il Sud
        I primi mirtilli blu della stagione maturavano al sole fioco.

        Peter Knut era un albergatore di case di ghiaccio con la passione
        Per l’agronomia. Gli igloo si scioglievano con l’aurora boreale.

        Archi aurorali l’accompagnavano fino all’aeroporto.
        I fiordi liquefatti, salmoni e il dito della morte, alle spalle.

        Fu dopo un lungo viaggio nel cuore d’Europa che Peter
        Approdò alle rive dello Jonio. Non fu come descritto da Gissing.

        Il corpo si frollava man mano che le terre emerse declinavano
        Verso la sorgente di luce. Approdò a Reggio Calabria.

        – Non ci sono foche, né orsi polari nella Zancle Messana-
        Pensò Peter una volta sceso dalla scaletta dell’eliporto.

        Una vampata di caldo e di disordine lo colse mentre
        Il pennacciono dell’Etna con uno sbuffo l’accoglieva.

        Rimase impietrito di fronte alla Morgana e un odore
        Di zagare e di miele lo colse nel tragitto dal bus alla dogana.

        Cani randagi e spelacchiati l’attorniarono quando
        Cercava un taxi per la destinazione. Pensò ai cani da slitta.

        Nel deserto senza ombra dei palazzi grigi, il miraggio
        Di Pentedattilo sbiciolato nel sole cocente del mezzoggiorno.

        Una combustione di profumi, gelsomini, palmizi, salsedine
        Quasi lo stordì e fu il ricordo del ghiaccio bianco-azzurro a salvarlo.

        Arrivato con il bagaglio sciolto, uno sciame di calabroni,
        vespe ed api nell’ora et labora l’attendeva dalle fessure del Tempo.

        Peter Knut mirò dalla terrazza il luccichio argenteo del mare calmo.
        Attese la notte carica di stelle e s’addormentò al frinire delle ferule.
        (…)

        Peter Knut si svegliò di soprassalto. La luce dell’alba non era bianco-
        Fredda come in tutta la sua vita l’aveva vista nella distesa di ghiaccio.

        Era una luce invadente. Secchi di vernice gialla si riversavano
        da ogni spiraglio. Peter spalancò le persiane. Una fiamma lo sciolse.

        Il disco rosso che sorgeva dal mare, cattivo, s’arrovellava sull’orizzonte
        Marino. Tutt’intorno la natura sfinge – secca sul crinale del terrapieno.

        Un filare di formiche indaffarate tracciava un percorso. Peter seguiva
        La traccia degli insetti dal nido nella crepa fino a perderla nella melata.

        Aveva studiato gli imenotteri: formiche grosse rosso ruggine nel terriccio
        grasso delle betulle. Lì, invece, minuscoli invertebrati traboccavano dagli acervi.

        Il fico spalancava oscenamente gli acheni a tre labbra e lacrime
        Zuccherine delle edule colavano agli angoli. Peter ne colse il frutto.

        Fu come divorare la tetta della Madre. Si sentì d’un tratto nudo.
        Il latte irritante del peduncolo gli ricordò lo svezzamento.

        Prese una vanga e comincio a scavare nel terreno brullo
        Come a rompere il ghiaccio salino della calotta artica.

  7. Un amico poeta mi scrive una email nella quale dice che con il paragone con il Belli, «sbaglio» e che in Sangiuliano «manca l’amaro sarcasmo e l’acre mordacita’ civile del grande Gioachino B»…

    Ecco la mia risposta:

    caro [Omissis],

    hai ragione, infatti non ho mai pensato di accostare Sangiuliano al Belli che è un gigante inarrivabile per noi tutti, ho infatti parlato di «linguaggio belliano», il che è diverso. Del resto, fare poesia erotica forte o pornografica in Italia non c’è riuscito nessuno dopo Belli, e una ragione ci sarà pure… io ho cercato di essere generoso verso un modo di poesia oggettivamente difficilissimo, che qui in Italia nessuno fa più, la poesia italiana, quella di vetrina, ripete stancamente le solite circonlocuzioni sull’io e sul quotidiano come un mantra irriflesso… e poi qui dicono tutti che sono un critico “cattivo”, e invece a me sembra di essere diventato addirittura”buonista”, anzi buonissimo a giudicare dai post di questi ultimi due tre anni. Sì, in Sangiuliano manca totalmente «l’ira civile», questo è vero, ma forse la ragione sta nella acedia, nel ritorno al privatismo e nel populismo che sta imperversando nel nostro Paese, in tutti noi manca una forte spinta «civile», sembra che siamo diventati incapaci di «sentire» civilmente, sembra che siamo diventati incapaci di fronteggiare la barbarie dei nuovi barbari del governo del «cambiamento» in pejus e del populismo sovranista… non abbiamo più in noi la forza per resistere allo scempio del nuovo razzismo pre-fascista che ha invaso il Paese…
    Un abbraccio.
    Giorgio

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