Nunzia Binetti, Poesie da Il tempo del male interno, Terra d’ulivi, 2019 con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa e Lucio Mayoor Tosi

 

foto 12 selfie Miranda Kerr

Non sei la Ragazza con l’orecchino di perla, non sei neppure una ragazza o l’albero felice

Nunzia Binetti, nata in Puglia il 1950. Studi: Liceo Classico, Facoltà di Medicina, Facoltà di lettere moderne. Ha pubblicato sillogi poetiche: In ampia solitudine (CFR Edizioni 2010), Di rovescio (CFR Edizioni 2014), tradotta in lingua Francese da Roberto Cucinato, con copia depositata nella biblioteca Nazionale di Parigi  e Il Tempo del male 2019 (Edizioni Terra d’Ulivi).  Presente in numerose raccolte antologiche. Nella rivista serba “Bibliozona” della Biblioteca nazionale serba di Nis è stata pubblicata una sua poesia “Effetto placebo”, tradotta  in lingua serba.  Cofondatrice nel 2012 del Comitato Dante Alighieri di Barletta, e tutt’ora membro del suo consiglio direttivo. È impegnata anche nella promozione delle donne in arti e affari (già presidente della Sezione FIDAPA BPW di Barletta e membro della Task force Twinning BPW International). È stata premiata in concorsi letterari e poetici nazionali ed internazionali come “ Mercedes Mundula”2008, “ Giacomo Natta” 2012, “Un mondo di poesia “ 2013,  “Premio Mesagne” 2016. È stata inoltre recensita in riviste letterarie: “I fiori del male” e “Capoverso”.

Strilli Lucio RicordiStrilli Marina Petrillo

Appunto di Nunzia Binetti

Certamente come dice Giorgio Linguaglossa, la situazione attuale della poesia è statica, caratterizzata dall’immobilismo della forma-poesia, ma mi risulta difficile non attribuire la responsabilità di tutto questo al fenomeno della globalizzazione, perché è essa, oggi , a catalizzare fortemente ogni campo, paralizzandolo. Non sottovaluterei inoltre un altro fattore – concausa dell’ assenza di una nuova ontologia estetica nella poesia: la lotta ”politica” per l‘egemonia del dominio culturale, presente anche in ambito editoriale, dal momento che l’editoria, come il capitale, svolge ormai una missione culturale soggettiva e, purtroppo, esageratamente arbitraria. Intendo dire che è andata ormai persa ogni possibilità di rappresentare testi autonomi e di conseguenza diffondere una poesia, che non sia un replay (per citare Lunetta) o incentrata su una progettualità nuova ed eversiva (come anche ben dice Mario M. Gabriele).

In realtà siamo immersi in un clima di apertura democratica solo apparente, perché ricca di contraddizioni e tensioni messe, d’altra parte, in luce dai sostenitori dei Cultural Studies. Nei fatti, il post-modernismo dello scorso secolo ha determinato il declassamento della cultura e, nello specifico, dell’arte, mortificando la qualità del prodotto autoriale e legittimando, a discapito del primo, ogni ibridazione e ogni pluralità transitoria, finanche in poesia. I lineamenti anti-disciplina, assunti dai post-modernisti, potrebbero anche avere un valore positivo ma solo se non attribuissero un significato politico ad ogni fenomeno di natura culturale, con la ripresa di forme estetiche del passato in ambito creativo e stravolgendo il valore assoluto del senso estetico, cosa che ritengo improduttiva. La poesia va scritta dai poeti, ma chi è poeta se non colui che, già in possesso di una preparazione tecnica di base (conoscenza della lingua e della sua storia evolutiva nel tempo), dà vita al suo testo, in modo autonomo, lasciando che la parola trascenda ogni consapevolezza e risponda solo alle strutture stabili dell’ inconscio più profondo? La poesia non è, e non può essere, un prodotto artificiale, copiato di un copiato di cose già conosciute e lette, né costruita a tavolino, ma è esattamente il contrario: un atto, per me, “sciamanico”, portato psichico, libero dal logos razionale, utile (quest’ultimo) solo all’annullamento delle risorse creative proprie dello spirito. Il compito del lettore, e ancor più del critico, sarà poi: cogliere il senso totale del testo, attraverso le sue singole parti, che possono apparentemente sembrare decontestualizzate, e che tuttavia hanno determinato la totalità del testo stesso, finalmente ”altrimenti” scritto ed esteticamente nuovo o irripetibile.

L’interazione del critico con il testo poetico dovrebbe, inoltre, avvalersi di una capacità ermeneutica (come dice Pasolini), che potrà dirsi autorevole e scientifica, ma solo se avrà compiuto uno sforzo di interpretazione d’ ordine psicanalitico, linguistico o filosofico… e come metodo, piuttosto che ”non metodo”. Non credo opportune, oltretutto, afferenze di complicità nel processo analitico, potendo esse inficiarne la purezza, svuotandolo di senso. Essendomi dilungata molto sulla questione della ricerca di una nuova estetica in poesia e sulla sua problematicità, dirò poco circa il testo di Anna Ventura, che ho avuto modo di conoscere sull’Ombra delle Parole. Il testo magnifica la ”parola”, la rende salvifica. L’autrice, donna, forse non a caso, ha scelto un’altra donna, portatrice del verbo che dona salvezza, vita e piacere, Sherazade. Trovo importante tutto questo. Anna Ventura, poeta, adusa alla parola, si è forse riflessa in Sherazade, protagonista in una antica fiaba d’oriente. Quale modo migliore avrebbe potuto trovare la Ventura per celebrare il suo genere di appartenenza e poi, simbolicamente, la poesia a livello universale ? Un saluto.

   

Il Punto di vista di

Giorgio Linguaglossa e Lucio Mayoor Tosi

Pubblico qui qualche poesia di Nunzia Binetti dal suo recentissimo libro, Il tempo del male interno, uscito per Terra d’ulivi, 2018 – tra l’altro, il titolo mi sembra veramente azzeccato, con quella allusione al «male interno» e al «tempo» che è situato «interno» al «male». Ho l’impressione, se non erro, che Nunzia stia perseguendo un suo originale percorso di poesia non lontano da quello intrapresa dalla NOE; considerando che si tratta di poesie scritte quando l’incontro con la NOE non era ancora avvenuto, il risultato mi ha lasciato sorpreso per la vicinanza di certe soluzioni metriche ed estetiche con i postulati della nostra linea di ricerca e per la tecnicalità messa in mostra, intendo il sovrapporsi di versi lunghi e lunghissimi con altri brevi e brevissimi, come ad esempio il ricorso alla copula come elemento di collegamento tra due nomi e lo stile nominale delle sue composizioni, l’impostazione sintattica per lo più in terza persona singolare e l’adozione di un «tu» di convenzione, al fine di rappresentare meglio la scissione tra l’«io» e il «tu», così che è in quello spazio che si apre che la poesia ha corso, perché le cose, i nomi hanno memoria, e sarà sufficiente accostare i nomi, le cose, ed ecco che la poesia si fa da sola. E poi, osservate come Nunzia Binetti abbia il senso istintivo del peso specifico, il pondus, di ciascuna parola all’interno del verso, così che è la singola parola a determinare la curvatura del verso e la curvatura della metricità.

 Vorrei ricordare qui un Commento azzeccato di Lucio Mayoor Tosi in proposito di qualche giorno fa:

«Se le parole sono ‘cose’, e se tutte le cose hanno memoria, allora basterà nominarle e il contesto avrà luce (di memoria). Le parole stesse vengono in soccorso, se pensi all’immagine non hai nemmeno da cercarle… le parole-cose stanno all’immagine come l’immagine sta all’evento, e l’evento nel discorso. Una qualche differenza viene data dall’efficacia, diciamo anche nella brevità; perché le parole hanno rapido l’ingresso ma subito si dileguano. In questo sono favorite le parole in lingua madre. E tuttavia l’immagine rende ogni lingua internazionale, per l’immagine mela e apple sono il frutto tondo che tutti conosciamo. Risolto il problema delle parole? (qualcosa non mi tornava nel discorso poesia e cinema). No.
Ci sta che la parola è filmica. Nel senso anche banale del sonoro. Ma in poesia non è esattamente come per il cinema. Nelle poesie pubblicate sopra, a mio parere solo quella – bellissima – di Gino Rago segue un tempo cinematografico, perché discorsiva; ma “l’ampia vetrata ricamata dava sul giardino in fiamme”, nella poesia di Giorgio Linguaglossa, chi mai potrebbe raffigurare questa immagine in 9 fotogrammi? E quanti film servirebbero per visualizzare la poesia di Mario Gabriele? Undici, se non vado errato, ciascuno composto solo da una decina di fotogrammi… “Città sospesa. Navi nell’ombra. / Il quarto fiammifero. La buia notte dei mutanti” sono quattro soggetti.13 parole e non so immaginare i fotogrammi.»

Poesie di Nunzia Binetti

Terse l’albe che mai vedremo.
Il femore regge la frattura
e incorporea e ribelle,
quanto un’idea estrema non ama la moltitudine
ma il ritiro nell’eremo;
lì regna un silenzio di pietose novizie.
Fuori dilaga e governa il carminio,
senza fede fa mattanza di indifese cocciniglie.
Il bisturi c’è, non sana,
solo scintilla.

Nascimento I

Hai parole che scivolano olio e ungerai un agosto,
mai stato più innocente prima nel palmo della mano
fra un odore di talco e nascimento. Non sai della stanchezza,
del tutto che ristagna nulla sai,
e non ti sfiora il dolore del disgiunto
per quel tuo stare nel ventre della madre.
Il bulbo interrato ti somiglia ancora non svetta ma avverrà.
E ti avvicini piano, non hai peso; sei il grammo tenero di vita
che domanda.

*

Non sei la Ragazza con l’orecchino di perla, non sei neppure una ragazza
o l’albero felice.
Il tuo corpo è in esilio,
con mano triste scrive versi che nessuno legge; è in esilio,
in questa terra disadorna (cruda Colchide non offre sentieri valicabili).
Il tuo olfatto è in esilio,
non declina odori maschi in giacca e cravatta.
Il tuo piede è in esilio
lascia orme su pietre in basalto. Il tuo ventre è in esilio,
non lo vestono gigli.
il tuo sguardo è in esilio.
Sullo specchio s’appanna e rovina Bellezza.

.

Novecento

Irrequieta coscienza, percezione di fogliame malato.
Mai qualcuno ti disse puoi andare. Ebbe inizio una strana zoppia.
te ne andavi ignorando il divieto. Profanavi le stelle;
non sapevi dipingerle, ormai sterile. Nuvolare il capezzolo adunco,
già viveva di un’ansia remota. Quanto tempo, tutto il tempo.

.

Alberi

Alberi, obbedienti al vento,
alberi, senza vocali o sillabe,
in preghiera. Alberi dis-abili…
Li vestono e li svestono materne le stagioni.

.

Madre viva

Ti faresti – Come calce – madre viva
dei bimbi ustionati dalla guerra? O lo sei,
già incalzata dalle doglie?
Rimediando scialli bianchi, tra macerie,
avvolgerli,
incarnata, e con la sete nelle braccia.
Denudate in Aleppo le mammelle di Tiresia,
allattare vagiti interdetti, tra relitti di intonaci
addentati dai demoni.
e per dire atterrita: “Tu non puoi, Apollinaire,
seppellire Teresa!”

.

Filo d’erba

C’è un filo d’erba grasso, a fatica si distende
e pigro al sole ne prova fastidio.
Non vuole destarsi senza una ragione su radici che saldano alla terra
o dannano.
Stare nel mezzo
smarrita la meta, il luogo, il fiore rosso. più nulla gli appartiene
Sta.
E lo possiede il demone del tempo che condanna.

.

Nascimento 2

Attesa… fino a farmi quel che sono.
Nessuno più veniva a cercarmi
ero all’angolo
e tu arrivasti, molle, spaccando
le sessanta piaghe – pietra.
La tua fatica placa l’astenia
da emorragie copiose
sgorgate sulle braccia prive
di tamponi e garze;
il morbo mal giunto ora asciughi
che non si ripeta. Vuoi darmi tregua?
Il secolo, che ti genera, uccise
e tutti siamo i vinti al giogo.

.

Infuturati, mia Luce.

Paesaggio

Maturo giallo, non senti freddissimo l’autunno?
Lento dirada in altro tempo.
Per non andare non torno indietro,
solo lo imito.
Stento,
mi curvo a semicerchio.
Barriere ineludibili fronteggiano auscultazioni.
Pochi grappoli e vitigni, materia persa in verticale,
stimmate a segnare il luogo a dargli volto;
è il mio e il tuo paesaggio, così mortale dopo il raccolto,
così morto nel cavo della mano, senza movimento.
Non resta che portarsi al mare.
Forse l’azzurro, il grigio di un fondale,
statuto d’acqua senza stasi,
privilegio,
impasta voci parlanti qualche vita che in te,
giallo maturo e secco,
manca o si arrende.

.

Pensieri in un bistrò

Ha l’eleganza del dolore per l’Esistere
l’ora del tè buono dal fumo anglofono
e quasi il suono di uno spartito/urlo.
Cerchi l’allodola nel prato o l’occhio di un Dio vedente.
Ma poi comprendi come si narrano miti d’eroi
o le favole.
E il tè che fuma …
l’occhio non vede allodole.
Si batte il petto il Nulla.

*

C’è una tristezza nelle camere d’albergo.
Qualcuno dopo poco le abbandona.
Hanno soffitti muti, odore di storie sfarinate.
Tonfo nel petto è il passo nudo
su una moquette d’ovatta.
Si stringe l’anima – gomitolo infeltrito –
posa la testa su un cuscino;
compagna, una valigia gialla
le ripete – il sonno sarà breve,
domani si riparte –

Nunzia BinettiCommento di Nunzia Binetti

Mi ha fatto enorme piacere leggere miei testi in questo prestigioso gruppo di ricerca ed in particolare la nota – a sorpresa – del cortese Giorgio, che tanto ringrazio. Scrivo da tempo, ma leggo anche di tutto e così facendo ho maturato un’ idea precisa di quella poesia che vorremmo “nuova”. Penso infatti che la poesia, perché sia “nuova”, debba fare a meno di guardare a modelli di riferimento, e debba piuttosto lasciarsi andare alla significazione – per quanto possibile – dell’inconscio imponderabile, attraverso l’uso incondizionato della parola (unico strumento per tentare un’ indagine del sé e del diverso da sé). Forse è questa la ragione per cui è ricorrente nei componimenti in cui argomento di poesia, un atteggiamento eversivo, tipico di chi rifiuta regole e statuti. Non so dove questa prospettiva potrà condurmi, ma so per certo che sono in cammino, un cammino inarrestabile e al tempo stesso irreversibile, oltre che difficile. Intendo ringraziare, non solo Giorgio, ma anche chi ha voluto leggermi apprezzando.

18 commenti

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18 risposte a “Nunzia Binetti, Poesie da Il tempo del male interno, Terra d’ulivi, 2019 con Il Punto di vista di Giorgio Linguaglossa e Lucio Mayoor Tosi

  1. Apprezzo molto l’approccio di Nunzia Binetti alla letteratura, alla poesia, alla vita:un approccio naturale, immediato,senza né pregiudizi precotti, né programmi astuti per il futuro: è un conversare genuino, onesto, con chi vuole comunicare serenamente con gli altri,e serenamente ascoltare:come quelle donne che si raccoglievano “a filò”,mentre scartocciavano il granturco, o filavano la lana,Donne che hanno attraversato la vita senza nemmeno pensare di poter lasciare una traccia.E invece l’hanno lasciata, perché il tempo conserva le anime e le storie.

  2. gino rago

    Dalla “terra di nessuno” di Sabino Caronia all’esilio di Nunzia Binetti, passando per “le rose nei bicchieri” di Mauro Pierno

    1- Con Orfeo nella “terra di nessuno” di Sabino Caronia

    Orfeo

    Un dio lo può, ma un uomo, dimmi, come
    potrà seguirlo sulle sette corde,

    potrà seguirlo sulla lira impari?
    Non è ancora la morte questo vallo,

    questa lugubre terra di nessuno,
    ma non è più, no, non è più la vita.

    Qui le strade non vanno in nessun dove,
    qui non è canto, qui non è speranza,

    e non c’è niente all’infuori di me.

    [ndr. ho suddiviso io la poesia in distici, penso che la composizione ne guadagni]

    Commento
    Oscillano tra un «non più» e un «non ancora» i versi che Sabino Caronia tesse intorno al mito di Orfeo, un mito rivisitato, ripassato nel fuoco suo personale, e impressionano le strade che non portano da nessuna parte…
    Qui forse siamo alla negazione del tempo e di conseguenza alla negazione del divenire.
    Siamo nella “ terra di nessuno”, uno spazio terragno che va oltre la terra desolata di Eliot perché in questa terra di nessuno si nega anche il canto e vi si celebra l’impossibilità umana di possedere il mistero della lira…
    Sabino Caronia con immagini strazianti sente d’essere al grado zero della poesia: il poeta in cuor suo pensa che oggi non è semplice per nessuno proteggere il linguaggio poetico dalla ‘ciarla’ perché tutto è de-centrato e i legami fra “tempo” e “nome” si sono rotti da un pezzo.
    Quale dunque il luogo dell’appuntamento con la lingua della poesia?
    Sabino Caronia non ci risponde. E fa bene perché si pone e ci pone la domanda, ma da poeta non è chiamato né tenuto a dare la risposta.
    E così torniamo a Gottfried Benn e ai Problemi della lirica…(è stato e rimane il compito supremo della poesia moderna, da Hölderlin a Celan, da Mandel’stam a Tranströmer, proteggere la lingua della poesia dalla afasia e dal logoramento: le parole sono spirito ma anche ambiguità e sostanzialità delle cose della natura ).
    Le parole toccano qualche cosa di più che ‘notizia’ e/o ‘contenuto’ e dunque in “Orfeo”, e per giunta in pochi versi, Sabino Caronia sembra dirci che occorre un altro orizzonte ontologico…

    2- Le rose nei bicchieri di Mauro Pierno

    Li ho presi a bottega tutti adulti,
    molto dotati nel limite estremo, che pace!

    una forbice, un metro, qualche inchiostro e…
    pennello, martello e rastrello. Adesso però ora

    giace. La Gioconda sorride,
    ha una veste sciantosa, un can can di quando

    la smise. Non ride però alla curva e si sporge a guardare.
    Solo olio, una macchia che passa

    Commento

    Più emotivo che analitico il mio modo di accostarmi ai versi proposti da Mauro Pierno, versi costellati da allusioni.
    L’autore ha un cuore da cantastorie e se anziché la parola poetica avesse scelto la macchina fotografica sarebbe stato un ottimo fotografo…
    Sono come tante rose nei bicchieri le parole che Mauro Pierno ci propone: adorna la tavola degli ospiti con una rosa fresca messa in un bicchiere per dire al lettore ” benvenuto “, gesto umile ma delicato,
    come quello dei nostri contadini che quasi mai disponevano di un vaso per riporvi i fiori freschi del benvenuto agli ospiti, ma anche in un bicchiere una rosa è sempre una rosa, un fiore è sempre un fiore: conta il gesto estetico nel vuoto.
    Ma conta anche la consapevolezza di tradurre la lingua delle cose (metro, forbice, martello, pennello, inchiostro, rastrello…) nella lingua degli uomini, per dirla con Walter Benjamin.
    Sviscerando i versi dei due poeti, Mauro Pierno e Sabino Caronia, per un istante tornano alla mente i due grandi sgomenti di Mallarmé, il Nulla e la morte.
    E in fondo forse fare poesia anche per questi due poeti significa vincere questi due grandi abissi.

    3- L’esilio nei versi di Nunzia Binetti
    da Nascimento

    Non sei la Ragazza con l’orecchino di perla, non sei neppure una ragazza
    o l’albero felice.
    Il tuo corpo è in esilio,
    con mano triste scrive versi che nessuno legge; è in esilio,
    in questa terra disadorna (cruda Colchide non offre sentieri valicabili).
    Il tuo olfatto è in esilio,
    non declina odori maschi in giacca e cravatta.
    Il tuo piede è in esilio
    lascia orme su pietre in basalto. Il tuo ventre è in esilio,
    non lo vestono gigli.
    il tuo sguardo è in esilio.
    Sullo specchio s’appanna e rovina Bellezza.

    Commento

    Il corpo, lo sguardo, il piede, l’olfatto, il ventre sono in esilio, sono sentiti nella condizione dell’esilio da Nunzia Binetti. E allora è inevitabile convocare Brodskij e la sua condizione di esilio la quale è sempre un evento linguistico.
    Nunzia Binetti tuttavia, a differenza del poeta russo, rimane sulla sua terra madre in compagnia della madre lingua. Eppure aduna nei suoi versi il sentimento dell’esilio che anche nella Binetti diventa un ‘evento linguistico’ ma questa volta è un esilio nel senso di Mandel’stam: la patria vera del poeta è la poesia, la terra madre del poeta è la lingua della poesia. Qualunque situazione che tenga il poeta lontano da questa terra madre (la lingua della poesia) o da questa patria (la poesia) lo scaglia in esilio… Gli impone la condizione dell’esiliato. E in tale stato anche la bellezza si appanna, rovina,
    e l’occhio del mondo si incrina nello specchio, lo specchio di Ewa Lipska che mi pare coincida con lo specchio della Binetti. La quale parte sempre da una immagine da legare alla parola, ma sono immagini istantanee e dunque dileguanti e forse imprendibili. La parola di poesia nella Binetti fa appena in tempo a trattenerle, salvandole dal niente che nientifica.

    Si chiedeva Wallace Stevens: Quale è il soggetto del poeta?
    Nel caso di questa poesia di Nunzia Binetti provo a dare la risposta:
    Il soggetto della Binetti è la sua idea di mondo, idea di mondo che la Binetti riesce a mettere a fuoco con il suo stile di lessico, di fonoprosodia, di tono.
    Il tutto affidandosi all’assenza degli dèi (Alberi, Filo d’erba) che spinge la Binetti a una sorta di incorporamento del fattore Tempo nei segreti della sua scrittura di poesia:

    “E lo possiede il demone del tempo che condanna.”

    .

    gino rago

  3. Alfonso Cataldi

    Concordo con la cara Anna Ventura. Queste poesie lasciano una traccia nel lettore aperto all’ascolto, ma hanno anche il pregio di avvicinare chi alla poesia non è così avvezzo, come la sua poesia/favola recente. Pubblico frequentemente sul mio profilo social testi che passano sull’Ombra, quando capisco che sono in grado di fermare lo sguardo di un generico curioso, e succede sempre.

  4. Nunzia Binetti

    Ringrazio Giorgio, ma anche Anna Ventura, Gino Drago e Alfonso Cataldi per i loro commenti ai miei versi. Certamente oggi, il poeta vive una condizione estrema di solitudine legata alla pratica della lingua , unico strumento che possa permettergli di rappresentare la propria intima essenza e visione del mondo . Purtroppo, in questo momento storico, alla lingua poetica e di conseguenza alla poesia è stato assegnato socialmente e culturalmente ,uno stato di minorità tale da far sì che non venga compresa, quando prova a farsi nuova, e tale da rendere lo stesso poeta un soggetto realmente esiliato. L’unica forma nuova di lingua, ormai accettata, è quella imposta dalla tecnologia degli smartphon e via dicendo, che è nei fatti totalmente accessoria , afferente alla semeiotica e dalla quale la poesia tenta eroicamente di difendersi . L’ esilio del poeta è del tutto singolare e si configura come una duplice condanna o pena, alla quale il poeta soggiace : non esser letto e non essere inteso. La crisi della lettura è collegata alla crisi della capacità ermeneutica di un eventuale lettore, privando chi è poeta della sua primaria aspirazione : porsi in relazione con l’ Altro. Ogni autore scrive non per sé , ma per offrirsi in dono al lettore ,instaurando con esso un dialogo . Condivido quanto scrive Luigi Drago, affermando che la lingua è motivo e luogo stesso di un esilio tristemente consumato dai poeti. La lingua( cito la sua bella metafora) è “terra”, luogo concreto, terragno, in cui si materializza l’esilio e la solitudine di chi scrive poesia, ma ( aggiungo) è terra di confine che l’esiliato abita, essendone allo stesso tempo abitato. Trovo corretta l’intuizione di Drago sulla assoluta identità, tra lingua e poesia, e non posso non aderire ad un’altra sua profonda osservazione : quello spazio terragno in cui opera il poeta, resta – in pratica – terra di nessuno, se nega il canto, mentre celebra l’impossibilità umana di possedere il mistero della lira, così incompreso o snobbato da colui a cui viene rappresentato. Credo insomma che l’essere poeta sia una delle condizioni più infelici dell’ Essere e dell’esserci. Forse una vera scelta di infelicità compiuta dal soggetto poetante, e non solo una ricevuta condanna. .

  5. Lei abballa?
    Una smorfia smise di salire. La folla stringeva
    la musica. Lo strisciare ritmico

    rinvenne delle zazzere autentiche. Questa
    musica non sopprime. Sussurrava ai canali.

    Tu si na cosa grande pe me!…na cosa…
    La poesia lo sai non porta da nessuna parte,

    le porte sono aperte con una sola vertenza,
    Tu si ma cosa grande per me! Una cosa che…

    capire non si può!

    Le coppie che hanno ballato:
    La Ventura con Gino Rago; Linguaglossa con la Dono, me medesimo con la Giancaspero, Talia con la Binetti, Gallo con La Petrillo…
    Gli altri Caronia, Tosi, Livia, Gabriele, Cataldi ecc.
    aspettavano le dame.

    Io vi amo!
    GRAZIE Ombra.

  6. gino rago

    gentile Binetti,
    La ringrazio dell’apprezzamento delle parole centrali del mio commento breve intorno ad alcuni Suoi versi, ma Le ricordo che sono Gino Rago e non
    Luigi Drago come Lei erroneamente e reiteratamente scrive…
    Auguro a Lei e alla Sua ricerca di poesia la max fortuna.

    Gino Rago

  7. Commento a una poesia di Nunzia Binetti
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/02/10/nunzia-binetti-poesie-da-il-tempo-del-male-interno-terra-dulivi-2019-con-il-punto-di-vista-di-giorgio-linguaglossa-e-lucio-mayoor-tosi/comment-page-1/#comment-53527
    Se leggiamo con attenzione la versificazione di Nunzia Binetti ci accorgiamo che qui siamo in un nuovo territorio di ricerca, è come se la Binetti fosse andata a scavare con le trivelle nel territorio lessicale per estrarne dei significati nuovi o, quantomeno, inusitati, Leggiamo un testo esemplificativo:

    Pensieri in un bistrò

    Ha l’eleganza del dolore per l’Esistere
    l’ora del tè buono dal fumo anglofono
    e quasi il suono di uno spartito/urlo.
    Cerchi l’allodola nel prato o l’occhio di un Dio vedente.
    Ma poi comprendi come si narrano miti d’eroi
    o le favole.
    E il tè che fuma …
    l’occhio non vede allodole.
    Si batte il petto il Nulla.

    Se noi leggiamo questa poesia avendo in mente la colonna sonora e semantica della poesia maggioritaria della bella tradizione, quella per intenderci che considera: soggetto + predicato + complemento, non capiamo veramente nulla di questa poesia, perché l’elemento nuovo, il Fattore di disturbo presente in questa poesia è il Fattore E., cioè, il Fattore Emozionale, ovvero, il modo emozionale dell’approccio al lessico che la Binetti ha. È il Fattore Emozionale che «curva» il linguaggio verso una esposizione che non rispetta più la struttura sintattica della comunicazione. La poesia della Binetti non ha nulla in comune con la comunicazione di messaggi strutturati secondo la tradizionale gabbia sintattica e semantica. La poesia della Binetti non eccelle neanche dal punto di vista «sonoro», non si offre al lettore per la bellezza dei suoi postulati sonori o per gli effetti paesaggistici e topologici; il tentativo della Binetti è rivolto alla sollecitazione del linguaggio in vista di varie «curvature», di piccole «fessure», di minuscole «distimie»… siamo cioè in presenza di un territorio lessicale che è stato colpito da una miriade di percussioni che ne hanno modificato e, a volte, anche cambiato e stravolto del tutto il piano della significazione. La Binetti ha portato la immaginazione nel lessico, è stata questa la sua rivoluzione. Ovviamente il sentiero è stato appena tracciato, il percorso è appena iniziato, occorrerà proseguire in questa direzione, affinare gli espedienti percussivi, le deviazioni semantiche… ma la direzione di ricerca mi sembra già chiaramente tracciata. Auguriamo a Nunzia Binetti di inoltrarsi con decisione in questa direzione e di non farsi intimidire dalla disapprovazione e dalla incomprensione dei tradizionalisti e dei conservatori e di quella di eventuali lettori impreparati al nuovo.

    • Nunzia Binetti

      Stimato Giorgio,
      il tuo commento mi corrisponde . So bene quanto non sia semplice, proporre la mia scrittura e le sue linee guida al pubblico o a una pletora di poeti, così diversamente orientati . Si fa fatica a farsi accettare , ma nulla può intimorirmi ; può solo dispiacermi. Ho iniziato da tempo un cammino e intendo proseguirlo , finché sia compiuto. Confermo quel che sostieni: il lessico della nostra lingua è dotato di immense risorse di significazione che solo un potenziale immaginifico può rivelare, attraverso il testo-strumento. . E chi, come me, non sa condividere già solo le regole- così drasticamente -imposte dalla Natura ,( parlo di nascita, morte e via dicendo), si avvale, forse in modo reattivo, di una forma minima di insubordinazione , finalizzata a sabotare il rapporto gerarchico e di potere della struttura sintattica canonico- coercitiva , ” disturbandola” . D’altronde è mio convincimento che solo da apostati si crea ( e lo dico in un mio componimento , invocando in poesia l’intervento dell’Angelo ribelle ). Non aggiungo che un grazie sentito per avermi ospitata ” Nell’ ombra della parola” e per avermi soprattutto intesa. Un caro saluto.

      • Solo un Appunto, cara Nunzia, perché non provi a distribuire le tue poesie in distici? Anche se in modo irregolare… Per esempio, così:

        Pensieri in un bistrò

        Ha l’eleganza del dolore per l’Esistere
        l’ora del tè buono dal fumo anglofono

        e quasi il suono di uno spartito/urlo.
        Cerchi l’allodola nel prato o l’occhio di un Dio vedente.

        Ma poi comprendi come si narrano miti d’eroi
        o le favole.

        E il tè che fuma …

        l’occhio non vede allodole.
        Si batte il petto il Nulla.

        • nunzia binetti

          Giorgio ti ringrazio per il suggerimento,ma la divisione in distici non mi è consona, mi imporrebbe un ordine prestabilito, e sarebbe come il prestare obbedienza ad una sorta di norma che non asseconderebbe le mie esigenze. Potrei provare a comporre in distici , ma sarebbe per me un grande sacrificio, amando- come amo- lo schema libero.

  8. Miracolosamente, ho ritrovato queste due poesie che l’hacker mi aveva cancellato con altre centinaia di file. Risalgono a più di 6 anni fa. Le ho suddivise in distici. Eccole. Sarei curioso del vostro parere.

    Il profilo di Enceladon

    Frammisti alla nebbia, sul davanzale della finestra, brilla
    il rosso geranio del mattino. A sera è ancora là.

    Nel fotogramma della finestra il volto di Enceladon, di profilo,
    trascorre da destra a sinistra, torna indietro,

    va contro la direzione del tempo, alla ricerca dello spazio,
    si dirige verso la cornice ed esce fuori del quadro.

    L’orologio da polso che per dieci anni si era fermato
    ha ripreso a camminare, i bambini fuori della finestra

    cantano in coro Happy Birthday to you,
    il televisore dice che è esplosa una bomba a Bagdad.

    Un saltimbanco con la cuffia rossa fa un inchino
    alla bellissima dama con l’ermellino.

    che esce da un quadro del Tiepolo
    e si rifugia in uno di Vermeer.

    Sulla rastrelliera ci sono, ora come allora,
    i cappelli di Enceladon, le sue sciarpe colorate,

    i soprabiti con i bottoni di madreperla.
    E c’è ancora il suo profumo.

    La dama esce da un quadro del Tiepolo

    La luna sul lenzuolo del cielo
    steso ad asciugare sul terrazzo dell’albergo veneziano.

    Grandi camion portano un carico di stelle
    le scaricano proprio qui sopra il terrazzo dell’Hotel Vendramin.

    Venezia. Laguna di vetro. Una gondola dondola.
    Il remo del gondoliere imprime all’acqua

    un movimento a vortice e, miracolosamente,
    la barca va sull’acqua di maiolica.

    Sulla banchina un moro vende cappelli colorati,
    bastoni da passeggio col pomo di avorio,

    cofanetti in argento, mappamondi in madreperla.

    Ad Utrecht, un pittore fiammingo dipinge
    una natura morta con un cesto di frutta e violino.

    Nella lontana Fiandra un cavallo a galoppo giunge
    su un tappeto di fiori; una bellissima dama

    accompagnata da valletti e cicisbeo
    esce da un quadro del Tiepolo, si incontra con Johannes Vermeer

    che indica la luna, il pittore ha appena dipinto
    la ragazza con l’orecchino di perla

    che si volta verso di noi che osserviamo il quadro
    dall’altro lato del mondo e ci guarda sorpresa.

    «Che stagione è questa»?, chiede la dama al pittore.
    «È vento di primavera», risponde l’usignolo

    che canta a squarciagola sull’albero.
    Ma non è così; lo sappiamo noi

    che consideriamo le cose dalla finestra
    del XXI secolo dei tempi futuri.

  9. gino rago

    Mi concedo una licenza, a servizio dei poeti e della poesia, in ricordo di
    Sylvia Plath e di Amelia Rosselli

    Oggi è l’11 febbraio del 2019. Senza volere correre il rischio di scadere nella facile retorica, l’11 febbraio ( per i poeti, per la poesia, per gli studiosi di poesia, per i lettori di poesia) non è un giorno qualunque, ma un giorno di tragica, luttuosissima coincidenza perché registra la (volontaria…?) uscita di scena di due voci alte di poesia:

    – Sylvia Plath, l’11 febbraio 1963;
    – Amelia Rosselli, l’11 febbraio 1996.

    Propongo di ricordarle con pochi loro versi:

    Sylvia Plath
    Specchio

    Sono esatto e d’argento, privo di preconcetti.
    Qualunque cosa io veda subito l’inghiottisco
    tale e quale senza ombre di amore o disgusto.
    Io non sono crudele, ma soltanto veritiero –
    quadrangolare occhio di un piccolo iddio.
    Il più del tempo rifletto
    sulla parete di fronte.
    E’ rosa, macchiettata. Ormai da tanto tempo la guardo che la sento
    un pezzo del mio cuore. Ma lei c’è e non c’è.
    Visi e oscurità continuamente si separano.
    Adesso io sono un lago. Su me si china una donna
    cercando in me di scoprire quella che lei è realmente.
    Poi a quelle bugiarde si volta: alle candele o alla luna.
    Io vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente.
    Me ne ripaga con lacrime e un agitare di mani.
    Sono importante per lei. Anche lei viene e va.
    Ogni mattina il suo viso si alterna all’oscurità.
    In me lei ha annegato una ragazza, da me gli sorge incontro
    giorno dopo giorno una vecchia, pesce mostruoso.

    Mirror

    I am silver and exact. I have no preconceptions.
    What ever you see I swallow immediately
    Just as it is, unmisted by love or dislike.
    I am not cruel, only truthful –
    The eye of a little god, four-cornered.
    Most of the time I meditate on the opposite wall.
    It is pink, with speckles. I have looked at it so long
    I think it is a part of my heart. But it flickers.
    Faces and darkness separate us over and over.
    Now I am a lake. A woman bends over me,
    Searching my reaches for what she really is.
    Then she turns to those liars, the candles or the moon.
    I see her back, and reflect it faithfully.
    She rewards me with tears and an agitation of hands.
    I am important to her. She comes and goes.
    Each morning it is her face that replaces the darkness.
    In me she has drowned a young girl, and in me an old woman
    Rises toward her day after day, like a terrible fish.

    Amelia Rosselli
    Tutto il mondo

    Tutto il mondo è vedovo se è vero che tu cammini ancora
    tutto il mondo è vedovo se è vero!
    Tutto il mondo è vero se è vero che tu cammini ancora,
    tutto il mondo è vedovo se tu non muori!
    Tutto il mondo è mio se è vero che tu non sei vivo
    ma solo una lanterna per i miei occhi obliqui.
    Cieca rimasi dalla tua nascita
    e l’importanza del nuovo giorno non è che notte per la tua distanza.
    Cieca sono ché tu cammini ancora!
    cieca sono che tu cammini e il mondo è vedovo
    e il mondo è cieco se tu cammini ancora
    aggrappato ai miei occhi celestiali.

    gino rago

  10. Proviamo a mettere la Plath in distici:

    Mirror

    I am silver and exact. I have no preconceptions.
    What ever you see I swallow immediately

    Just as it is, unmisted by love or dislike.
    I am not cruel, only truthful –

    The eye of a little god, four-cornered.
    Most of the time I meditate on the opposite wall.

    It is pink, with speckles. I have looked at it so long
    I think it is a part of my heart. But it flickers.

    Faces and darkness separate us over and over.
    Now I am a lake. A woman bends over me,

    Searching my reaches for what she really is.
    Then she turns to those liars, the candles or the moon.

    I see her back, and reflect it faithfully.
    She rewards me with tears and an agitation of hands.

    I am important to her. She comes and goes.
    Each morning it is her face that replaces the darkness.

    In me she has drowned a young girl, and in me an old woman
    Rises toward her day after day, like a terrible fish.

  11. gino rago

    Le 2 poesie Il profilo di Enceladon e La dama esce da un quadro del Tiepolo,
    or ora proposte da Giorgio Linguaglossa, se da un lato ci fanno gridare al miracolo per essere state risparmiate dalla imbecillità criminale dell’hacker che ne ha rapinato il pc, dall’altro ci mettono a dura prova per un appropriato accostamento analitico, a cominciare da

    “La luna sul lenzuolo del cielo…”

    Lo sguardo seppure ammirato da solo non basta per 2 poesie impegnative come queste.Ci vuole tempo e capacità di analisi.
    gr

  12. Umberto Galimberti:

    «Il senso dell’antica rivelazione (della parola) sarà recuperabile solo se si avrà la forza e la capacità di superare il senso espresso dalla nostra grammatica, che, sottoponendo meccanicamente ad analisi il linguaggio lo entifica e quindi ne oblia la sua costitutiva ontologicità. Di qui la necessità di risalire dalla grammatica all’origine del linguaggio non ancora costretto da regole e schemi».1

    Il segreto e la regola aurea della nuova poesia (e lo si può fare in moltissimi modi a seconda della creatività e sensibilità di ciascuno) risiede qui: nella liberazione della poesia dagli schemi convenzionali della grammatica che opacizza le parole configurandole in una genericità convenzionale che le rende amorfe, non significative. Per ravvivare il linguaggio occorre una grande dose di distruzione del linguaggio ossificato e opacizzato che una tradizione morta ci consegna, distruggere la grammatica a cui ha attinto supinamente e inconsapevolmente la poesia del secondo novecento. Quella grammatica era una morta convenzione che produceva un modo amorfo e opaco di costruire il discorso poetico.

    1 U. Galimberti, Il tramonto dell’Occidente Feltrinelli, 2005, p. 96

  13. Trovo migliore “Il profilo di Enceladon”, perché senza dare spiegazioni ci trasporta dal tempo esterno – “il rosso geranio del mattino. A sera è ancora là” (però, te la cavi bene nel realismo) – al tempo interno, vero finanche a “il suo profumo”.

    Medesimo è il tema di “La dama esce da un quadro del Tiepolo”. Però in questa poesia, qualche spiegazione viene data… Non che sia sbagliato, sono modalità diverse. Ma nemmeno: qui accade il processo inverso, che dal tempo interno si torni all’esterno “Ma non è così; lo sappiamo noi / che consideriamo le cose dalla finestra / del XXI secolo dei tempi futuri”.
    In prima lettura la trovo meno riuscita, anche per via dei numerosi articoli indeterminativi. Qui l’esempio massimo:
    Ad Utrecht, UN pittore fiammingo dipinge
    UNA natura morta con UN cesto di frutta e violino.
    Questo mi fa pensare che in te esista un linguaggio al quale per adesso non dai tanto credito. Eppure è lì, sempre ben presente quel linguaggio. E ti fa degli scherzi. Ovviamente. Ha ragione! Hai ragione.
    Forse sei un po’ Milosz. Ma come piegare Milosz alla nuova ontologia estetica? E l’ultimo Pasolini?

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