Sei domande a Giorgio Agamben di Giorgio Linguaglossa sul Logos, «Il poeta deve ogni volta fare i conti con la problematicità del proprio inizio», Il decadimento delle democrazie in Demokrature, La nostra società è la prima comunità umana non musaicamente (o amusaicamente) accordata, Poesie di Letizia Leone, Edith Dzieduszycka, Lucio Mayoor Tosi,

Foto Polittico selfie donne

le Muse sono nove, il loro canto è discorde, dispari, ciascuna canta per sé

Sei Domande a Giorgio Agamben

Domanda:

Possiamo dire che con la nascita delle Muse «nasce» anche l’istanza enunciativa dell’io? Possiamo affermare che l’istanza enunciativa della prima persona si distacca dalla istanza enunciativa del canto corale orale quale era in atto, presumibilmente, in un tempo anteriore a quello della nascita delle Muse? Le Muse sono nove, un numero dispari (Clio, Euterpe, Talia, Melpomene, Tersicore, Erato, Polimnia, Urania e Calliope), quindi il loro canto è discorde, dispari, ciascuna canta per sé.

Il numero dispari non è casuale, che cosa vuole significare? Che la pluralità delle «voci» è dispari? Che la «voce» è nel suo atto originario, dispari?

Possiamo quindi affermare che con la pluralità dispari delle Muse nasce anche l’istanza soggettiva dell’enunciazione, lo shifter «io», e che è essa stessa il prodotto della problematicità del canto (della «voce») di aderire-combaciare con il linguaggio comunitario nel quale ha preso dimora?

Risposta:

L’inno alle Muse, che fa da proemio alla Teogonia di Esiodo, mostra che i poeti sono per tempo consapevoli del problema che pone l’inizio del canto in un contesto musaico. La doppia struttura del proemio, che ripete due volte l’esordio (v.1: «Dalle Muse eliconie cominciamo»; e v. 36: «Dalle Muse cominciamo») non è dovuta soltanto alla necessità di introdurre l’inedito episodio dell’incontro del poeta con le Muse in una struttura innica tradizionale in cui esso non era assolutamente previsto. Vi è, per questa inaspettata ripetizione, un’altra e più significativa ragione, che concerne la stessa presa di parola da parte del poeta, o, più precisamente, la posizione dell’istanza enunciativa in un ambito in cui non è chiaro se essa spetti al poeta o alle Muse. Decisivi sono i vv. 22-25, in cui, come non hanno mancato di notare gli studiosi, il discorso trapassa bruscamente da una narrazione alla terza persona in un’istanza enunciativa contenente lo shifter «io»:

Esse (le Muse) una volta insegnarono a Esiodo un bel canto
mentre pasceva gli armenti sotto il divino Elicona:
questo discorso innanzitutto a me rivolsero le dee…

Si tratta, secondo ogni evidenza, di inserire l’io del poeta come soggetto dell’enunciazione in un contesto in cui l’inizio del canto appartiene incontestabilmente alle Muse, ed è, tuttavia, proferito dal poeta: «cominciamo dalle Muse» – o, meglio, se si tiene conto della forma media e non attiva del verbo: «Dalle Muse è l’inizio, dalle Muse iniziamo e siamo iniziati»; le Muse, infatti, dicono con voce concorde «ciò che è stato, ciò che sarà e ciò che fu» e il canto «scorre soave e instancabile dalle bocche» (vv. 38-40).

Il contrasto fra l’origine musaica della parola e l’istanza soggettiva dell’enunciazione è tanto più forte, in quanto tutto il resto dell’inno (e dell’intero poema…) riferisce in forma narrativa la nascita delle Muse da Mnemosine, che si unisce per nove notti a Zeus …

L’origine della parola è musaicamente – cioè musicalmente – determinata e il soggetto parlante – il poeta – deve ogni volta fare i conti con la problematicità del proprio inizio. Anche se la Musa ha perduto il significato cultuale che aveva nel mondo antico, il rango della poesia dipende ancora oggi dal modo in cui il poeta riesce a dare forma musicale alla difficoltà della sua presa di parola – da come, cioè, perviene a far propria una parola che non gli appartiene e alla quale si limita a prestare la voce.

La Musa canta, dà all’uomo il canto perché essa simboleggia l’impossibilità per l’essere parlante di appropriarsi integralmente del linguaggio di cui ha fatto la sua dimora vitale. Questa estraneità marca la distanza che separa il canto umano da quello degli altri esseri viventi. Vi è musica, l’uomo non si limita a parlare e sente, invece, il bisogno di cantare perché il linguaggio non è la sua voce, perché egli dimora nel linguaggio senza poterne fare la sua voce. Cantando, l’uomo celebra e commemora la voce che non ha più.

Per questo alla musica corrispondono necessariamente prima ancora che delle parole, delle tonalità emotive: equilibrate, coraggiose e ferme nel mondo dorico, lamentose e languide nello ionio e nel lido. Ed è singolare che ancora nel capolavoro della filosofia del ‘900, Essere e tempo, l’apertura originaria dell’uomo al mondo non avvenga attraverso la conoscenza razionale e il linguaggio, ma innanzitutto in una Stimmung, in una tonalità emotiva che il termine stesso rimanda alla sfera acustica (Stimme è la voce). La Musa – la musica – segna la scissione fra l’uomo e il suo linguaggio, fra la voce e il logos. L’apertura primaria al mondo non è logica, è musicale.

Strilli Mauro Pierno Dopo aver saltellatoStrilli Maria Rosaria Madonna Alle 18 in punto

Domanda:

Penso da tempo che ogni nuova poesia porti con sé una propria Grundstimmung (per Heidegger una «tonalità emotiva fondamentale») che dà alla poesia non soltanto una tonalità dominante ma anche una individualità tono-fono-simbolica individuale e inimitabile. Però è paradossale che i singoli modi di fare poesia siano incomunicabili proprio in quanto trattasi di individualità assolute, vasi in comunicanti, asimmetrici; di qui la estrema problematicità nell’individuare le singole Grundstimmung. Di solito accade che quando sei nella nuvola tonale di una Grundstimmung non riesci ad uscirne se non a prezzo di ostacoli molto grandi e con grandissima fatica; più grande di tutti è la difficoltà di superare il proprio gusto pregresso, abbandonare le confidenze musicali acquisite, l’accordo musaico della tradizione. La «tradizione», da questo punto di vista, è il repertorio delle «voci» che hanno parlato musaicamente, ovvero, musicalmente, ma che oggi non ci parla più se non come un repertorio di voci morte. Di qui la necessità di rivivificare la tradizione come Ueberlieferung, come trasmissione della tradizione.

In tutte le epoche, ma nella nostra in particolare, si assiste al fenomeno dell’epigonismo di massa per cui un certo linguaggio poetico che, a detta dei più, contiene una «tonalità emotiva fondamentale», tenda ad essere replicato all’infinito dalle tecniche di riproduzione di massa ma al punto più basso, quello raggiungibile appunto dalle masse e quello consentibile dalle istituzioni pubbliche e private che veicolano quel linguaggio musaico e musicale. Penso che le moderne democrazie dell’Occidente non si distinguano in nulla, da questo punto di vista, dalle demokrature di stampo putiniane, orbaniane e trumpiane. Lo scarsissimo livello «musaico» delle democrazie occidentali trova il suo equivalente nello scarsissimo livello «musaico» della poesia che esse producono. Il fenomeno è fisiologicamente diverso da quello che filosofi come Horkheimer e Adorno tratteggiavano negli anni cinquanta quando parlavano di «industria culturale» e di «società di massa», oggi le nostre demokrature si avvalgono in larghissima scala della pessima musica che si veicola nel loro ambito, in tal modo trovano più agevole imporre una pessima politica demagogica e una demagogia millantatoria. Il decadimento del linguaggio «musaico» in auge nelle nostre democrazie occidentali è e sarà, presumibilmente, un fenomeno stabile indispensabile per la stabilizzazione e la standardizzazione delle democrazie al loro livello più basso, al livello appunto delle demokrature.

Risposta:

Se l’accesso alla parola è, in questo senso, musaicamente determinato, si comprende che per i Greci il nesso fra musica e politica fosse così evidente che Platone e Aristotele trattano delle questioni musicali solo nelle opere che essi chiamavano mousiké (che comprendeva la poesia, la musica in senso proprio e la danza) con la politica era così stretta che, nella Repubblica, Platone può sottoscrivere l’aforisma di Damone secondo cui «non si possono cambiare i modi musicali senza cambiare le leggi fondamentali della città» (424 c). Gli uomini si uniscono e organizzano le costituzioni delle loro città attraverso il linguaggio, ma l’esperienza del linguaggio – in quanto non è possibile afferrarne e padroneggiarne l’origine – è a sua volta già sempre musicalmente condizionata.

L’infondatezza del logos fonda il primato della musica e fa sì che ogni discorso sia già sempre musaicamente accordato. Per questo, ancor prima che attraverso tradizioni e precetti che si trasmettono nel medio della lingua, gli uomini in ogni tempo vengono più o meno consapevolmente educati e disposti politicamente attraverso la musica. I Greci sapevano perfettamente ciò che noi fingiamo di ignorare, e, cioè, che è possibile manipolare e controllare una società non soltanto attraverso il linguaggio, ma innanzitutto attraverso la musica. Come altrettanto e più efficace del comando dell’ufficiale è, per il soldato, lo squillo della tromba o il rullo del tamburo, così in ogni ambito e prima di ogni discorso, i sentimenti e gli stati d’animo che precedono l’azione e il pensiero sono determinati e orientati musicalmente. In questo senso, lo stato della musica (includendo in questo termine tutta la sfera che imprecisamente definiamo col termine «arte») definisce la condizione politica di una determinata società meglio e prima di qualsiasi altro indice e, se si vuole mutare veramente l’ordinamento di una città, è innanzitutto necessario riformarne la musica. La cattiva musica che invade oggi in ogni istante e in ogni luogo le nostre città è inseparabile dalla cattiva politica che le governa.

Domanda:

Il linguaggio poetico musaico allora deve fare esperienza dell’infrangersi (lo «Zerbrechen» di Heidegger) del linguaggio contro gli scogli della «terra», deve cioè mostrare i segni e le cicatrici delle ferite che il linguaggio poetico reca in sé come memoria di quei conflitti con se stesso e il mondo. Possiamo affermare che un linguaggio poetico che non porta impresse su di sé le ferite, le stimmate di quello scontro è chiacchiera, parole al vento, parole fatte di acqua?

Risposta:

Il linguaggio si dà oggi come chiacchiera che non urta mai il proprio limite e sembra aver smarrito ogni consapevolezza del suo intimo nesso con ciò che non si può dire, cioè col tempo in cui l’uomo non era ancora parlante. A un linguaggio senza margini né frontiere corrisponde una musica non più musaicamente accordata e a una musica che ha voltato le spalle alla propria origine una politica senza consistenza né luogo. Dove tutto sembra indifferentemente potersi dire, il canto viene meno e, con questo, le tonalità emotive che musaicamente lo articolano. La nostra società – dove la musica sembra penetrare freneticamente in ogni luogo – è, in realtà, la prima comunità umana non musaicamente (o amusaicamente) accordata. La sensazione di generale depressione e apatia non fa che registrare la perdita del nesso musaico con il linguaggio, travestendo come una sindrome medica l’eclisse della politica che ne è il risultato. Ciò significa che il nesso musaico, che ha smarrito la sua relazione con i limiti del linguaggio, produce non più una Teia moira (ndr. invasamento divino), ma una sorta di missione o ispirazione bianca, che non si articola più secondo la pluralità dei contenuti musaici, ma gira per così dire a vuoto. Immemori della loro originaria solidarietà, linguaggio e musica dividono i loro destini e restano tuttavia uniti in una medesima vacuità.

È in questo senso che la filosofia può darsi oggi soltanto come riforma della musica. Poiché l’eclisse della politica fa tutt’uno con la perdita dell’esperienza del musaico, il compito politico è oggi costitutivamente un compito poetico, rispetto al quale è necessario che artisti e filosofi uniscano le loro forze. Gli uomini politici attuali non sono in grado di pensare perché tanto il loro linguaggio che la loro musica girano amusaicamente a vuoto. Se chiamiamo pensiero lo spazio che si apre ogni volta che accediamo all’esperienza del principio musaico della parola, allora è con l’incapacità di pensare del nostro tempo che dobbiamo misurarsi. E se, secondo il suggerimento di Hanna Arendt, il pensiero coincide con la capacità di interrompere il flusso insensato delle frasi e dei suoni, arrestare questo flusso per restituirlo al suo luogo musaico è oggi per eccellenza il compito filosofico.

Strilli Dono Appena un perimetroStrilli Lucio Mayoor Tosi Profilo di braccia

Domanda:

Però, nel concetto di lékton del «dicibile» degli stoici, vi è compreso anche l’«indicibile», perché altrimenti, se tutto ciò che è «dicibile» equivalesse al «detto», non ci sarebbe più bisogno della lingua, essendo tutte le cose già dette confluite nel detto e, quindi, nel dicibile. Ma siccome non tutto il «dicibile» è composto dal «dicibile» ma comprende anche un quid di «indicibile», ecco che appare chiarissimo questo nostro concetto di «dicibile» che comprende anche una quota di «indicibile», altrimenti la lingua, anzi, il linguaggio, cesserebbe semplicemente di esistere.

La poesia, l’arte, si occupano in primissimo luogo di percepire e dire nel «dicibile» quella quota di «indicibile» che è già nel linguaggio. Ed è pertanto ovvio che la «nuova poesia» si occupi di quel dicibile che comprende in sé una maggiore quota di «indicibile».

Se riflettiamo un momento sull’«indicibile» sul quale viene costruita la poesia, e in particolare la poesia della nuova ontologia estetica, ci rendiamo conto che è proprio la necessità di indicare-accennare-alludere all’«indicibile», cioè al lato in ombra del linguaggio, a rendere necessario un diverso modo di intendere ed adottare il linguaggio poetico.

Finirei col dire, parafrasando Agamben, che «non il dicibile ma l’indicibile costituisce il problema con cui la poesia deve ogni volta tornare a misurarsi».

Risposta:

«Non l’indicibile, ma il dicibile costituisce il problema con cui la filosofia deve ogni volta tornare a misurarsi. L’indicibile non è infatti che una presupposizione del linguaggio. Non appena vi è linguaggio, la cosa nominata viene presupposta come il non-linguistico o l’irrelato con cui il linguaggio ha stabilito la sua relazione. Questo potere presupponente è così forte, che noi immaginiamo il non linguistico come qualcosa di indicibile e di irrelato che cerchiamo in qualche modo di afferrare come tale, senza accorgerci che in questo modo non facciamo altro che tentare di afferrare l’ombra del linguaggio. L’indicibile è, in questo senso, una categoria genuinamente linguistica, che solo un essere parlante può concepire. Per questo Benjamin, nella lettera a Buber del luglio 1916, poteva dire di una “cristallina eliminazione dell’indicibile nel linguaggio”: l’indicibile non ha luogo fuori dal linguaggio come un oscuro presupposto, ma, in quanto tale, può essere eliminato soltanto nel linguaggio.

Cercheremo di dimostrare che, al contrario, il dicibile è una categoria non linguistica, ma genuinamente ontologica. L’eliminazione dell’indicibile nel linguaggio coincide con l’esposizione del dicibile come compito filosofico. Per questo il dicibile non può mai darsi, come l’indicibile, prima o dopo il linguaggio: scaturisce insieme ad esso e resta, tuttavia, irriducibile ad esso»1]

Domanda:

Allora, come fare per varcare quella soglia che è sorvegliata dalla Musa e che non è possibile superare se non mediante un evento che cade dal cielo, una Teia moira, una «divina frenesia»?

Risposta:

Occorre risalire al di là dell’ispirazione verso quell’evento di parola, la cui soglia è custodita e sbarrata dalla Musa. Mentre i poeti, i rapsodi e, più in generale, ogni uomo virtuoso agisce per una Teia moira, un destino divino di cui non è in grado di dar conto, si tratta di fondare i discorsi e le azioni in un luogo più originario dell’ispirazione musaica e della sua mania… In questione è qui il luogo proprio della filosofia: esso coincide con quello della Musa, cioè con l’origine della parola – è, in questo senso, necessariamente proemiale. Situandosi in questo modo nell’evento originario del linguaggio, il filosofo riconduce l’uomo nel luogo del suo divenire umano, a partire dal quale soltanto egli può ricordarsi del tempo in cui non era ancora uomo. La filosofia scavalca il principio musaico in direzione della memoria, di Mnemosine come madre delle Muse e in questo modo libera l’uomo dalla Teia moira e rende possibile il pensiero.

Strilli Giuseppe Gallo È inutile che cerchi divagandoStrilli Linguaglossa Le parole di Ubaldo

Domanda:

L’evento è nel linguaggio?

Risposta:

L’evento, che è in questione nel linguaggio, può essere solo annunciato o congedato, mai detto (non che esso sia indicibile – indicibile significa solo im-predicibile; esso coincide, piuttosto, col darsi dei discorsi, col fatto che gli uomini non cessano di parlarsi l’un l’altro). Ciò che del linguaggio si riesce a dire è solo prefazione o postilla e i filosofi si distinguono secondo che preferiscano la prima o la seconda, si attengano al momento poetico del pensiero (la poesia è sempre annuncio) o al gesto di chi, in ultimo, depone la lira e contempla. In ogni caso, ciò che si contempla è il non-detto, il congedo dalla parola coincide con il suo annuncio.

1] G. Agamben, Che cos’è la filosofia?, Quodlibet, Macerata, 2016 pp. 59-60

Poesie esemplificative della nuova ontologia estetica

Letizia Leone

Medioevo femmina

Le mille Tavolette del dettato apodittico.
Le sorpresero così, in magicus sussurrus.
E veramente il libro freddo Non si legge nei chiostri.
Si straccia nei fossi.

Gettata carsica di anime sparse
e ferraglia. Notte acuta di strigidi. Muffe annose.
Stride? Ma a che serve quest’arte

L’ obliquous somnium dove
si vanno a seguire i morti nel loro ritorno.
Anno Mille.
Dalle cucine, dai tufi, dai fetori delle bolliture
un Miserere più l’alloro per contorno.

Qui ci ha dilavato il male
Nostro tenebrore mattinale. Un coro rauco:
medioevo matto di malarie. Le donne
appena sillabate. C’è cenere che pesa.

Apritevi tende di piombo.

De lamiis liber unus. Musica perfino
All’intelletto muro. Da una scorza matrigna. Ma loro, le serve
Sui carri del boia e nei pugni la terra.

Specchiati sul fondo di questo imbuto pigro.
Una fonte non d’acqua ma di silenzio spacca
in te si ferma. In quest’opera piatta.

.

Edith Dzieduszycka

Il Tempo

Tra le mani lo stringo
lo stringo forte
il Tempo
Tento di trattenerlo
temo perfino di averlo strozzato
da quanto tiro sulla mia corda tesa
E’ che vorrei convincerlo di star un po’ con me
soltanto un po’ di più

Lo stringo lo esorto con voce flebile
“Ascoltami ti prego
prestami attenzione
dammi un po’ di tempo un po’ di tempo ancora
Non lasciarmi cadere come straccio bagnato
sull’orlo della strada”

Ma per noi non ha tempo
il Tempo
di fermarsi d’ascoltarci nemmeno
Deve andare oltre
così
sempre di corsa
sopraffatto come è da troppi compiti
Sulla sua pietà non possiamo contare

Bisogna perdonarlo ché non è colpa sua
Lui è fatto così
Corre
sempre di fretta
niente lo può fermare
è la sua natura
Forse dovremmo noi aver pietà di lui.

(gennaio 2019)

.
Lucio Mayoor Tosi

Caseggiati

Nell’ampio androne sono state fatte

scale per salire e altre per scendere.


Non tutte sono complete di ringhiere

e corrimano. La casa è in costruzione.

Ai piani alti, tra gli appartamenti

non mancano i negozi. Botteghe d’arte, librerie.


Nel mio palazzo anche una sartoria.
Il venditore di specchi non ha occhi,

solo i due buchi neri, le orbite. Dice

di essere nato senza età. Dice anche


che il nuovo è sorprendente.

Al supermercato del terzo piano.

Seguendo le frecce.

Acqua minerale da viaggio.

Specificare quantità e provenienza.

Musica stenografica. Andina l’etichetta.

In bolla o bicchiere.

“Dermo-benessere. Come bambini.»

La parola di oggi è “Ca l l o”.

Poteva andare peggio. Ho scritto “B r e t a g n a”.

Il vecchio server ha approvato.

Nel contatto epistolare, Marcellino scrive

dei denti che ha trovato scavando in cortile.

Sostiene che si tratta di denti umani.

Epoca preistorica. La cosa mi interessa.

Anche io ho trovato dei reperti. Ieri

una sciarpa mummificata, da uomo.

Però non so che farmene. Nemmeno io,

dei denti, scrive Marcellino.

Così abbiamo iniziato a parlare dei tigli.

Qui ve ne sono parecchi.

Anche qui, scrive Marcellino. Te pensi mai
di fuggire?

In tutto il quartiere, per andare semplicemente

da qui a là, non si trova una strada diritta.

Dobbiamo prendere per curve insensate.

Ma su quelle curve è più bello il paesaggio.

Il giardino è ben tenuto

perché lasciato un po’ selvaggio.

Abbiamo sempre molto da fare.

Ma nessuno ha fretta.

Nel saliscendi tutto va bene

anche se è pieno di ragnatele.

Quando la casa venne costruita

qui era ancora aperta campagna.

Guardando l’orizzonte, si vede bene

che il pianeta sta volando.

«Quando le storie d’amore finiscono»

dice l’insegnante «è bello potersene andare via.

Disegnare, scrivere. Sentire
il proprio respiro».

A queste riunioni molti giovani

non ci vogliono andare.

Quando le persone sole

aprono il cancello, spesso non lo chiudono.


Non manca chi si lamenta.
L’inverno ha un suo calendario.


Qualcuno entra nel cappotto. Altri

lo vedono dalla finestra.

(may – 2018)

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29 risposte a “Sei domande a Giorgio Agamben di Giorgio Linguaglossa sul Logos, «Il poeta deve ogni volta fare i conti con la problematicità del proprio inizio», Il decadimento delle democrazie in Demokrature, La nostra società è la prima comunità umana non musaicamente (o amusaicamente) accordata, Poesie di Letizia Leone, Edith Dzieduszycka, Lucio Mayoor Tosi,

  1. Grazie Giorgio, una bellissima intervista e bellissime le domande. La presenza e il ruolo della Musa è fin dalle origini della poesia questione centrale. Proprio perché il linguaggio della musica – e dunque successivamente della poesia, che ne è figlia – proviene da una sfera che è percepita esterna all’uomo, sebbene non estranea.
    In una lettera a un giovane poeta, di nome Franz Kappus, Rilke ha scritto: “Molte esperienze non sono dicibili, accadono in uno spazio in cui mai nessuna parola è penetrata.”
    Voglio anche fare i complimenti a Letizia Leone perché la sua poesia mi ha molto colpita e toccata.
    Colgo anche l’occasione per annunciare con immensa gioia che, nel 2020, uscirà per i tipi di Bompiani, nella collana “Il pensiero occidentale”, un volume che raccoglie l’opera omnia di mio padre (escluse le traduzioni), di cui sto curando l’edizione, con un saggio di Massimo Cacciari e uno di Silvano Tagliagambe. In appendice ci saranno anche la sua tesi di laurea su Leopardi e le sue poesie, fra cui degli inediti.
    Un saluto affettuoso.

    • Grazie cara Francesca per la tua attenzione. Aspettiamo con gioia e grande interesse questa importante pubblicazione dell’opera omnia di Carlo Diano. E magari anche una presentazione romana…
      Questo mio testo è la riscrittura di un lungo lavoro sul medioevo femminile che ha una datazione decennale…Purtroppo un virus qualche anno fa ha azzerato la memoria del mio pc e dunque la ricostruzione e revisione procede da appunti cartacei lacunosi. E qui la Musa è invocata spesso indirettamente, nel senso di ritrovare quella tonalità emotiva fondamentale, quella posizione decentrata dalla quale mettersi in ascolto di un “coro rauco” di “arcaiche vestali” che flebilmente si annuncia e scompare. Una soglia liminare (come ben evidenziato in questa conversazione filosofica tra Linguaglossa e Agamben) dove si sta in posizione precaria, tra il dicibile, l’in-dicibile e l’udibile), là dove è molto forte quel “contrasto fra l’origine musaica della parola e l’istanza soggettiva dell’enunciazione”. La difficoltà di ritrovare una concentrazione aperta alle intermittenze, interferenze, agli spazi vuoti…

      • Letizia cara, sono contenta che almeno tu abbia notato la grandissima notizia della prossima edizione Bompiani dell’opera di Carlo Diano che ho scritto nel commento. E pensare che questo è il primo annuncio pubblico che ne faccio….

        Non ho scelto a caso L’Ombra. Era anche un ringraziamento a Giorgio che in passato aveva scritto di mio padre. Si vede che – a parte te – nessuno se ne è accorto.
        E’ un evento di enorme rilievo per la cultura italiana. A distanza di 46 anni dalla sua scomparsa, finalmente le sue opere saranno di nuovo disponibili. E mi fa molto piacere che questo avvenga, così almeno non ci saranno quelli che si appropriano delle sue idee, scoperte ecc. spacciandole per proprie, come purtroppo è avvenuto e avviene.
        Bompiani certamente darà molto rilievo e di sicuro ci saranno molte presentazioni importanti. Sicuramente anche a Roma, dove mio padre visse e studiò.
        Per quanto riguarda il tuo testo, ci ho appunto colto quella dimensione arcaica, misteriosa, anche inquietante e quasi sciamanica cui accenni. Una dimensione del femminino che sento anche molto mia. Uberto Pestalozza, il grande storico delle religioni, la descrisse per primo in quell’opera fondamentale che è “Antico femminino mediterraneo”. Penso tu la conosca.
        Mi auguro che tu riesca a ricostruire i tuoi testi. Che cosa brutta averli persi! Del resto, pensa cos’era successo al povero Dino Campana…

        Per la conferenza di Harpur, “Bere alla fonte”, che appunto tratta della Musa e dello spazio misterioso da cui nascono ispirazione e immaginazione, non riuscendo non so perché a fare copia incolla delle parti che volevo citare, lascio qui sotto il link al mio blog dove l’ho pubblicata per intero. Chi vuole può leggerla lì.
        https://emiliashop.wordpress.com/2017/12/08/james-harpur-bere-alla-fonte-unesplorazione-dellimmaginario-poetico/

  2. Abbiamo qui esemplificate (in Letizia Leone, Edith Dzieduszycka, Lucio Mayoor Tosi) tre modalità, tre modi, tre stili per istituire, come lo definisce Agamben, quel situare il linguaggio nel suo luogo originario, là dove il linguaggio affiora al primo apparire, affiora come garanzia di se medesimo e nient’altro.
    Penso che quanto dice il filosofo sia importantissimo per la «nuova poesia», se soltanto i «poeti» avessero l’umiltà e l’intelligenza di comprendere la profonda vastità di quel concetto di istituire la poesia nel luogo originario del linguaggio… concetto pregno e denso di significato.
    Rileggiamo la parola del filosofo:

    «In questione è qui il luogo proprio della filosofia: esso coincide con quello della Musa, cioè con l’origine della parola – è, in questo senso, necessariamente proemiale. Situandosi in questo modo nell’evento originario del linguaggio, il filosofo riconduce l’uomo nel luogo del suo divenire umano, a partire dal quale soltanto egli può ricordarsi del tempo in cui non era ancora uomo. La filosofia scavalca il principio musaico in direzione della memoria, di Mnemosine come madre delle Muse e in questo modo libera l’uomo dalla Teia moira e rende possibile il pensiero.»

    Ecco, io penso che il «luogo proprio» della poesia coincida anch’esso «con quello della Musa, cioè con l’origine della parola… Situandosi in questo modo nell’evento originario del linguaggio», ma mentre la filosofia «scavalca il principio musaico in direzione della memoria, di Mnemosine», la poesia invece dimora nel «principio musaico in direzione della memoria, di Mnemosine». La differenza tra la filosofia e la poesia, sta tutta qui. Da allora, dal tempo mitico di non più coincidenza tra l’evento musaico del linguaggio e il linguaggio poetico, scocca la «poesia» come tentativo di ripristinare quell’accordo musaico tra il linguaggio e il linguaggio poetico.

    • Caro Giorgio, sono completamente d’accordo con te e con Agamben. Forse può essere interessante a questo proposito un riferimento a una conferenza tenuta da James Harpur due anni fa, “Bere alla fonte. Un’esplorazione dell’immaginario poetico”, in cui Harpur affronta proprio la questione della Musa e della probabile origine dell’immaginario poetico. Dice Harpur (mi permetto di postarne dei brani, che forse possono essere spunto di riflessione su questo stesso argomento):

      <>

      Spero mi si perdoni la lunga citazione, ma mi è parsa pertinente.

  3. Non so perché è sparita! Riprovo.

    <>

  4. Giuseppe Talia

    “Qualcuno entra nel cappotto. Altri
    
lo vedono dalla finestra.”

    Ottimo esempio di dislocazione (il cappotto).
    Bravo Tosi.

  5. cara Letizia Leone per questi tuoi versi bellissimi
    “Dalle cucine, dai tufi, dai fetori delle bolliture
    un Miserere più l’alloro per contorno.”

    Tre brevi di Maurizio Milano:
    da Blatte resupine, italic

    I
    Sopravvissuta alla notte
    per coltivare lo stendino
    della pace quasi porta il contagio
    nel logorroico sole.

    O panni appassiti avete in voi
    un presagio di tempesta,
    questa casalinga può vomitare
    tutta la luce che vuole.

    II
    Forse è vero, Dio non sa d’origano
    e quella, è solo una cazzata che invento
    per lasciarti ancora qualche secondo
    stupita al sorriso sugoso.

    III
    la sirena che esala cistite
    in pigiama e i miei passi lisci
    dispiega sul balcone malaticci,
    nasconde le crepe, le fa fontane.

    Tre anni sono lunghi, la strada torta.
    La domanda che m’ossessiona
    risuona sull’orlo del parapetto:
    andare in su a cosa porta?

    (Maurizio Milano, 1991, vive a Gioia del Colle, la sua prima pubblicazione)

    Grazie OMBRA.

    • Grazie caro Mauro Pierno per l’attenzione. Spero che l’interesse per la poesia del giovane Maurizio Milano sia un daimon forte tanto da indirizzarlo verso uno studio serio e profondo della “materia”. Oggi a chi scrive si richiedono competenze intellettuali notevoli anche, e in primis, di lettura…

  6. Già con la nascita delle nove Muse abbiamo abbandonato il canto corale orale e siamo entrati in tempi mitici nella oralità della istanza soggettiva, lo shifter del pronome personale della prima persona singolare.

    Singolare davvero è questo fenomeno del selfie dei giorni nostri. Attraverso la molteplicità potenzialmente infinita del selfie abbiamo l’illusione di raggiungere e toccare quasi l’infinito (il periechon dei greci); la ripetibilità del selfie ci consegna all’infinito tramandamento dei segni e al numero infinito della nostra identità, che è qualcosa di moltiplicabile all’infinito e di inesauribile.

    La poesia che si confeziona oggi come un pacco regalo, come quella postata sopra del giovane autore, ha una impressionante rassomiglianza con la procedura e l’essenza del selfie, riproduce se stessa in miliardi di esemplari con piccole variazioni, il suo telos è il selfie, la ripetizione virtualmente infinita del pronome personale singolare: io.

    La poesia risiede nella sua posizione. La poesia occupa un «luogo» Zwischen (tra), tra due luoghi, la poesia sta in quell’abitare in quel luogo non-luogo posto tra due luoghi, in quella disfania, in quel frammezzo, in quel posizionamento della parola tra il non-detto e il detto, tra il dicibile e l’indicibile. In quel luogo (Ort) che ancora non è luogo la poesia prende forma da una non-forma, da un ancora non-formantesi, nella problematicità del proprio inizio la poesia può prendere forma come appunto un ancora non-formato.

    La «poesia» del giovane Maurizio Milano mi sembra ancora immatura e puerile, si tratta dei primi tentativi di scrittura che un giovane deve necessariamente compiere.

    • gino rago

      A proposito di Muse, di cui parla Giorgio Linguaglossa, in omaggio a Giuseppe, ricordo Talia
      […]
      Foscolo Nel carme “Dei sepolcri” (vv. 53/56) Ugo Foscolo si riferisce a Giuseppe Parini e ricorda che il poeta era solito appendere alla statua della musa Talia corone di alloro, alloro che Parini stesso era in grado di coltivare e assistere nella sua parca dimora milanese.
      Foscolo così rende omaggio alla forza satirica di Parini (la tua Talia) e ne elogia semplicità, rigore, umiltà di una vita interamente dedita alla poesia simboleggiata appunto dalle corone di alloro appese da Parini alla testa della statua…

  7. Penso che la nuova poesia italiana debba necessariamente misurarsi con la possibilità e la convenienza di un discorso poetico che non segua pedissequamente la struttura sintattica: soggetto predicato oggetto, che è ottima per la comunicazione del discorso ordinario ma insufficiente e fuorviante per la comunicazione di un linguaggio certo non ordinario come quello poetico.
    Allora sarà opportuno pensare un discorso poetico che faccia a meno di utilizzare un impianto sintattico zeppo di verbi pleonastici e di aggettivi inutili.

    Allora occorre pensare al linguaggio delle parole come a un qualcosa che cor-risponde ad un linguaggio più originario di quello dell’uomo, un linguaggio che non conosciamo e che possiamo soltanto supporre come condizione negativa, intuirlo come condizione sine qua non del linguaggio degli umani. È da quel linguaggio del negativo che ha luogo il linguaggio umano, dal negativo di un linguaggio non pronunciato, non prodotto da alcuna voce. È a questo linguaggio che la poesia deve cor-rispondere, una sorta di superlinguaggio sotterraneo, un superlinguaggio del negativo che serpeggia al di sotto e all’interno della parola sonora, quel luogo originario di ogni dire che è il prodotto del negativo dell’essere, il negativo del nulla che si mobilita in positivo, nel positivo positivizzare del linguaggio fonetico dell’uomo.
    Porsi in ascolto del linguaggio della poesia significa ascoltare da lontano il murmure, il mormorio sotterraneo di quell’altra lingua più originaria…

    Ecco quanto scrive il filosofo Umberto Galimberti:

    «… anche la struttura sintattica del discorso ermeneutico deve cambiare profondamente. Non si tratta più di comporre frasi con soggetto e predicato, che presumono l’accettazione dello schema metafisico sostanza-accidente, perché simili frasi, grammaticalmente strutturate in modo “metafisico”, nel loro carattere definito, concludono ragionamenti, enunciano soluzioni, ma non restano fedeli al carattere eventuale dell’essere, e quindi alla forma non-conclusiva dell’interpretazione. Lo stesso uso della copula, che istituisce il nesso tra soggetto e predicato, istituisce anche il nesso fra la struttura della proposizione e quella della realtà, per cui la logica classica fa risiedere la verità nel giudizio e non nella parola isolata.
    Assunto come copula, l’essere è ridotto a essere dell’ente, e il linguaggio a segno dell’ente. In questa accezione, il linguaggio non dice più niente, non parla, perché non mostra (zeigen), ma semplicemente indica (zeichen) e rinvia alla cosa che si suppone significante per sé, indipendente dalla parola che lo nomina e, nominandola, le dà l’essere, la evoca dal nascondimento.
    Con ciò Heidegger non pensa di dover riformare il linguaggio. Per gli usi della vita quotidiana o per quelli della ricerca scientifica il linguaggio ontico o metafisico va benissimo, ma non altrettanto si può dire per il pensiero che voglia riconoscersi e rimanere pensiero dell’essere, dell’essere nella differenza. Per questo pensiero, andare alla ricerca dell’essenza del linguaggio, equivale ad ascoltare il linguaggio dell’essenza, dell’essere…».1

    1 U. Galimberti, Il tramonto dell’Occidente, Feltrinelli, Milano, 2005 p. 642

  8. Gli ho presi a bottega tutti adulti,
    molto dotati nel limite estremo, che pace!
    una forbice, un metro, qualche inchiostro e…
    pennello, martello e rastrello. Adesso però ora
    giace. La Gioconda sorride,
    ha una veste sciantosa, un can can di quando
    la smise. Non ride però alla curva e si sporge a guardare. Solo olio, una macchia che passa.

    Grazie OMBRA.

    ( di Milano mi convince la volontà della poesia…l’intenzione poetica, non l’intuizione)

  9. gino rago

    da una nota di Giorgio Linguaglossa su una poesia di Różewicz:

    “[…]
    stava altresì nell’uso ben più largo del lessico quotidiano e nella ‘debanalizzazione’ del banale, inteso come tutto ciò che rivela le verità ‘ordinarie’, ovvero il parlare diretto, la parola concreta, la naturalezza, il senso comune: “dopo una breve escursione nella terra dove regnavano e regnano il ‘senso poetico’ e la ‘bellezza’, faccio ritorno al mio ‘immondezzaio’” […]

    La “morte della poesia” così spesso proclamata da Różewicz – metafora paradossale, ché in realtà portò il poeta a generare una nuova poesia – stava proprio nella consapevolezza della mancanza di una lingua che fosse in grado di esprimere l’esperienza, e che… lo spinse a penetrare e a rivoltare dall’interno quella stessa lingua.

    L’uomo di Niepokój è sopravvissuto alla catastrofe da lui stesso provocata»*

    È la misura e la precisione del dettato poetico che farà di Różewicz il progenitore della poesia polacca moderna. Un grande poeta modernista che ha saputo formulare nella nuova sintassi del modernismo le domande più inquietanti e scomode del nostro tempo.

    È la scoperta più sconvolgente di Różewicz quella di interrogare l’uomo senza qualità che è sortito fuori dalla seconda guerra mondiale: l’uomo è diventato quella cosa senza identità dei nostri giorni.

    (da La Presenza di Erato, mi pare 6/7 febbraio 2019)
    a oggi, 8 febbraio 2019, da L’Ombra delle Parole:

    “Penso che la nuova poesia italiana debba necessariamente misurarsi con la possibilità e la convenienza di un discorso poetico che non segua pedissequamente la struttura sintattica: soggetto predicato oggetto, che è ottima per la comunicazione del discorso ordinario ma insufficiente e fuorviante per la comunicazione di un linguaggio certo non ordinario come quello poetico.
    Allora sarà opportuno pensare un discorso poetico che faccia a meno di utilizzare un impianto sintattico zeppo di verbi pleonastici e di aggettivi inutili.

    Allora occorre pensare al linguaggio delle parole come a un qualcosa che cor-risponde ad un linguaggio più originario di quello dell’uomo[…] ”

    da T. Różewicz ai poeti antologizzati (Letizia Leone, Lucio Mayoor Tosi, Edith Dzieduszycka ) su questa pagina de L’Ombra tout se tient nella ermeneutica linguaglossiana a conferma del fatto che certi risultati estetico-formali in poesia non si improvvisano e che vengono da lontano, dai poeti capaci di aprire nuove piste non dagli imitatori impigliati nell’epigonismo italico.
    gr

  10. Tre poesie di tre poeti della nuova ontologia estetica
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/02/07/sei-domande-a-giorgio-agamben-di-giorgio-linguaglossa-sul-logos-il-poeta-deve-ogni-volta-fare-i-conti-con-la-problematicita-del-proprio-inizio-il-decadimento-delle-democrazie-in-demokrat/comment-page-1/#comment-53484
    Faccio i miei auguri per l’edizione delle opere filosofiche e filologiche di un grande filologo, Carlo Diano, il cui pensiero è di valore inestimabile per le questioni dell’estetica e della filosofia di oggi, posto qui due poesie di tre autori significativi, le riprendo dal lontano post del 3 aprile del 2014.

    Maria Rosaria Madonna (1943-2002)*

    (Poco prima dell’approdo all’Isola dei morti)
    La tassa per il soggiorno terreno

    «Se vengono a riscuotere la tassa
    per il soggiorno terreno – disse

    un signore vestito in abito scuro, “una specie di
    esattore delle imposte”, pensai –

    pagherò con questa moneta, con
    una moneta fuori corso».

    Era lì, sulla soglia della porta. E qui mi mostrò
    un soldo antico, probabilmente un sesterzio

    del quarto secolo dopo Cristo con l’effigie
    di un imperatore romano sul verso

    e una bilancia sul retro.
    «Una lega d’argento con poco argento

    e tanto metallo povero!»
    chiosò con ironia il convenuto ammiccando…

    – la fessura nel mento ebbe un sussulto –
    «Vuol dire che pagherà con questa patacca?»

    – chiesi allibita –
    «Nient’affatto, intendo pagare con una moneta

    stabile, la moneta dell’Impero,
    perché stabilmente consegnata all’oblio»,

    replicò l’interlocutore lisciandosi il mento
    con un gesto sordido del pollice.

    «Ma non era nei patti», tentai di obiettare.
    «Appunto perché non era nei patti»,

    rispose l’ombra alla mia destra
    mentre svoltava lo stipite della porta d’ingresso

    e si dileguava nella strada buia…

    *[la poesia è ora rinvenibile nel volume di Maria Rosaria Madonna Stige. Tutte le poesie (1985-2002) a cura delle edizioni Progetto Cultura, pp. 150 € 12]

    Sabino Caronia

    Orfeo

    Un dio lo può, ma un uomo, dimmi, come
    potrà seguirlo sulle sette corde,

    potrà seguirlo sulla lira impari?
    Non è ancora la morte questo vallo,

    questa lugubre terra di nessuno,
    ma non è più, no, non è più la vita.

    Qui le strade non vanno in nessun dove,
    qui non è canto, qui non è speranza,

    e non c’è niente all’infuori di me.

    [ndr. ho suddiviso io la poesia in distici, penso che la composizione ne guadagni]

    Steven Grieco

    Primavera nella valle dell’Acheronte

    Salgo la strada che si aggrappa al versante franoso,
    ed, ecco, sorge una domanda urgente –
    si tratta di un albero vasto nell’intrico vertiginoso dei suoi rami,
    l’albero che io pensavo sovrastasse ogni cosa,
    genitore sulle cui fronde si posavano a miriadi
    uccelli gorgheggianti;
    e della sua nidiata senza numero, pargoli titanici
    disseminati per tutto il mondo, ciascuno alto fino al cielo,
    ciascuno che ripara un villaggio, una valletta;

    attraverso il ramificarsi delle sue infinite direzioni
    gli uomini videro la strada (il suo dolore e la sua gioia), e
    ne previdero le possibili storture: e come la strada
    sembra andare avanti.

    Salgo più su, e quei giganti sono ancora lì, lungo la via,
    nei boschetti ombrosi dove gli usignuoli cantano la luce
    che si congiunge col silenzio; qui, sotto le bizzarre guglie
    di roccia, dove un pastore nel suo macinino sospinge
    il gregge:
    e allora dove, dove in questo paesaggio, un segno
    che il santo macellaio non ha più sogni, nessuna piuma
    discesa sulla sua parete di icone: adesso quel corpo sordo
    esprime solo ira repressa, e il caos che verrà –
    dove, il segno che le sue miti bestie possano sopravvivere,
    non smembrate, nello spavento della selva…

    Ah, paradosso, coda di rondine! Follia di un crudele demiurgo
    che mai permise al santo e all’agnello di giungere
    già morti
    alla strage del banchetto pasquale.

    Ma loro sono ancora qui, i platani che si librano altissimi
    sopra le piazze nei villaggi: i grandi sovrani – olivo nodoso,
    tiglio e l’enorme quercia dalle chiome maestose;
    subito di qua dai costoni nudi,
    dove la via pericolosa del poeta va avanti incerta,
    inciampando e scivolando sul pietrisco:

    ancora qui, a proteggere queste case disabitate
    dal ricordo primordiale di sismi e caduta di massi;
    qui, a proteggere i cassonetti sventrati,
    i cancelli rotti dell’oblio umano
    da quelle più alte giogaie, più impietose.

    Foglia di primavera, che scendi come una piuma
    sui vecchi seduti, capovolti qua e là,
    assorti in tutta quest’angoscia.*

    trad. dell’autore e di Trinita Buldrini

    * [La poesia si riferisce alla valle dell’Acheronte, in Epiro (Grecia). Alla foce del fiume, vicino al paese di Mesopotàmi, non lontano dal Mar Ionio, c’era in antichità il luogo dove si interrogavano i morti (nekromantion), poiché qui si pensava stesse l’ingresso agli inferi. La valle sale poi verso la sorgente, tra le montagne del Pindo. Quelle stesse montagne che nel secolo scorso si sono sempre più spopolate, non solo per la natura sismica del terreno, ma anche per la povertà che da sempre affligge queste zone, per l’avanzare dell’era moderna, per la pura e semplice incuria umana.]

  11. Steven J. Grieco-Rathgeb

    IL BUON AUGURIO ovvero
    “Die Entzauberung der Welt”

    La vita era reale, splendida; e profondamente nascosti
    in noi gli alberi, i primi iris mirabili nella luce nera,
    e questo paesaggio diurno senza sogni, senza nascondigli.

    “Fermi!» esclamò d’un tratto il Regista:
    «avete studiato le vostre parti troppo a fondo!
    Non siete più voi stessi! Tutto da rifare!»

    Ci fermammo di colpo, profondamente scossi.
    Poiché nelle sue parole, in effetti, nulla si era fermato:
    e più chiari che mai il palco su cui stavamo, le spente scenografie
    come fantasmi, il cerone che ci imbrattava il viso.

    Non c’era dubbio: era stato commesso un furto ignobile.
    E noi, ignari.

    Poi ancora un urlo dietro le quinte, «Il mondo non va più da sé!
    Fate qualcosa!» e tonfi sull’assito, le grida di stupore
    quasi visibili nell’aria
    che veniva lacerandosi di traverso.

    «Mmmm…» mormorò rapito il Regista,
    sprofondato nella sua poltrona, gli occhi rivolti in su,
    quasi gioisse di noi, o di queste fronde d’albero che ora stormivano
    solo immaginandosi;
    quasi ce l’avesse fatta, avesse infine preso il largo
    un re dalla mantella azzurra in una barca sull’oceano,
    in viaggio verso la salvezza.

    Altro non potei fare che cercare in me
    il tuo viso nella sua estrema, sfaccettata durezza,
    da cui tuttavia sorgevano molteplici profondità,
    sul semplice amalgama di sabbia
    la luce respinta si approfondiva in un lungo
    corridoio, e da laggiù avanzavi,
    seppure di sbieco superavi uno dopo l’altro i rovelli,
    lo sguardo non più derubato avanzava fermo
    oltre i molti presenti in ogni dove, la folla di nichilisti che spingeva,
    tormentandosi nel buio.

    Di nuovo guardai lo specchio. Era una finestra. E il paesaggio
    un inaspettato presagio.
    I campi di grano, morbida onda, prossimi ormai alla mietitura,
    il fiume verde-bruno che muove tra le sponde
    rallegrandosi dei suoi riflessi azzurri:
    e molto più avanti, dove i salici d’argento disperdono nivei fiori
    solo per celare, come all’inizio di un verso,
    qualche usignuolo.

    “Non vedete,” gridò ancora la voce fuori campo,
    “come tutti ve la danno a bere?”

    In effetti, il buio era più fitto che mai.
    Ma proprio là dentro, nel cuore dello sguardo – volto del paesaggio
    – in questo conoscersi e non riconoscersi
    sorgeva un tasso d’intensità sconosciuto, come se irradiassimo luce
    inaudita.

    Come se fossimo sempre stati
    nient’altro che noi stessi.
    Aveva ragione da vendere, il Regista.
    La partita l’avevamo stravinta.

    (1987-2012)

  12. gino rago

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2019/02/07/sei-domande-a-giorgio-agamben-di-giorgio-linguaglossa-sul-logos-il-poeta-deve-ogni-volta-fare-i-conti-con-la-problematicita-del-proprio-inizio-il-decadimento-delle-democrazie-in-demokrat/comment-page-1/#comment-53486
    Con Orfeo nella “terra di nessuno” di Sabino Caronia

    Oscillano tra un non più e un non ancora i versi che Sabino Caronia tesse intorno al mito di Orfeo, rivisitato, ripassato nel fuoco suo personale, e impressionano le strade che non portano da nessuna parte…
    Qui forse siamo alla negazione del tempo e di conseguenza alla negazione del divenire.

    Siamo nella terra di nessuno, una terra che va oltre quella desolata di Eliot perché in questa terra di nessuno si nega anche il canto e vi si celebra l’impossibilità umana di possedere il mistero della lira…

    Sabino Caronia con immagini strazianti sente d’essere al grado zero della poesia perché il poeta in cuor suo pensa che oggi non è semplice per nessuno proteggere il linguaggio poetico dalla ‘ciarla’ perché tutto è de-centrato e i legami fra tempo e nome si sono rotti da un pezzo.

    Quale dunque il luogo dell’appuntamento con la lingua della poesia?
    Sabino Caronia non ci risponde. E fa bene perché si pone e ci pone la domanda, ma da poeta non è chiamato né tenuto a dare la risposta.

    E così torniamo a Gottfried Benn e ai Problemi della lirica…

    Le parole toccano qualche cosa di più che ‘notizia’ e/o ‘contenuto’ e dunque In Orfeo, e in pochi versi, Sabino Caronia sembra dirchi che occorre un altro orizzonte ontologico…”

    gino rago

  13. Carlo Livia

    VOCI DEL GOLGOTA

    Il cielo in fiamme col vestito scuro, gli occhi morti e il confine strappato dalla Vergine.

    La luce del Sinedrio è senza sfondo, uccide l’abisso e le sue stanze,
    è una musica in salita, magra e senza sponde, chi può fermarla?

    Il convoglio dell’addio si arresta al pianto delle arpe: scende l’Eternità appena sorta, con la sua morte recente, è un contagio di eclissi malnutrite.

    La coda del Nulla rovina la scena: un lutto infruttuoso.

    L’orgasmo convenzionale dello specchio non mitiga la follia del vento sedotto dalla prateria.

    Il profumo della Dea langue sulle tribune, è il codice morto nei querceti.

    La compassione aspetta nuda nel corridoio, coi suoi fiori morti.

    La serpe in forma di fanciulla scompare nel dirupo morbido, inseguita dagli squarci dell’aldilà.

    L’idolo folle si rinchiude nella soffitta, la folla dei suoi silenzi capisce e vola via.

    Uscendo dal sogno del Sovrano molte macchine acquistano reliquie e talismani, per nascondere la ferita immortale.

    Giuda ha sciolto la prognosi, i denari a briglia sciolta disperdono L’Evento.

  14. gino rago

    Lo avevo aggiunto come P.S. nella mia nota su Orfeo di Sabino Caronia, ma non è apparso sul commento. Lo dico adesso, in breve:
    è una importante notizia, non soltanto per me, quella che in anteprima, e riservandola non a caso a L’Ombra delle parole, quella che ci lancia Francesca Diano sulla ristampa (finalmente!) dell’Opera di Carlo Diano, suo padre; è importante per tutta la cultura italiana, non soltanto per la civiltà filosofica… Ne trarremo tutti, accostandoci all’Opera dianea, ricchezza spirituale e conoscitiva. Francesca, quale curatrice dell’opera paterna, ce ne terrà debitamente informati…Giova ricordare, così per assegnare qualche merito, che il primo incontro con Forma ed Evento l’ho avuto, con espansione dei miei orizzonti conoscitivi ed emotivi, proprio su una memorabile pagina dell’Ombra curata dal nostro Giorgio Linguaglossa…
    gr

  15. gino rago

    Li ho presi a bottega tutti adulti,
    molto dotati nel limite estremo, che pace!

    una forbice, un metro, qualche inchiostro e…
    pennello, martello e rastrello. Adesso però ora

    giace. La Gioconda sorride,
    ha una veste sciantosa, un can can di quando

    la smise. Non ride però alla curva e si sporge a guardare.
    Solo olio, una macchia che passa

    Più emotivo che analitico il mio modo di accostarmi ai versi proposti da Mauro Pierno, versi costellati da allusioni.
    L’autore ha un cuore da cantastorie e se anziché la parola poetica avesse scelto la macchina fotografica sarebbe stato un ottimo fotografo…
    Sono come tante rose in un bicchiere le parole che Mauro Pierno ci propone: adorna la tavola degli ospiti con una rosa fresca messa in un bicchiere per dire al lettore ” benvenuto “, gesto umile ma delicato,
    come quello dei nostri contadini che quasi mai disponevano di un vaso
    per riporvi i fiori freschi del benvenuto agli ospiti, ma anche in un bicchiere una rosa è sempre una rosa, un fiore è sempre un fiore: conta il gesto estetico nel vuoto.
    gr

  16. Si potrebbe dire che Steven J. Grieco-Rathgeb, in queste due poesie, invece di servirsi delle cesoie punto-frammento-punto, operi delle dissolvenze (la chiave di lettura ci è stata da lui offerta in un articolo apparso su questa rivista giorni fa). Nella sostanza il risultato non cambia, se intendiamo per sostanza, non tanto e non solo il famigerato vuoto, ma l’ingerenza, questa sì per noi straniante, che in un commento di ieri, mi pare, Mario M. Gabriele ha definito “di semplice scrittura creativa”, annessi e connessi del vecchio paradigma. Oggi va così.

  17. gino rago

    Dalla “terra di nessuno” di Sabino Caronia a “le rose nei bicchieri” di Mauro Pierno

    1- Con Orfeo nella “terra di nessuno” di Sabino Caronia

    Orfeo

    Un dio lo può, ma un uomo, dimmi, come
    potrà seguirlo sulle sette corde,

    potrà seguirlo sulla lira impari?
    Non è ancora la morte questo vallo,

    questa lugubre terra di nessuno,
    ma non è più, no, non è più la vita.

    Qui le strade non vanno in nessun dove,
    qui non è canto, qui non è speranza,

    e non c’è niente all’infuori di me.

    [ndr. ho suddiviso io la poesia in distici, penso che la composizione ne guadagni]

    Commento

    Oscillano tra un «non più» e un «non ancora» i versi che Sabino Caronia tesse intorno al mito di Orfeo, un mito rivisitato, ripassato nel fuoco suo personale, e impressionano le strade che non portano da nessuna parte…
    Qui forse siamo alla negazione del tempo e di conseguenza alla negazione del divenire.
    Siamo nella “ terra di nessuno”, uno spazio terragno che va oltre la terra desolata di Eliot perché in questa terra di nessuno si nega anche il canto e vi si celebra l’impossibilità umana di possedere il mistero della lira…
    Sabino Caronia con immagini strazianti sente d’essere al grado zero della poesia: il poeta in cuor suo pensa che oggi non è semplice per nessuno proteggere il linguaggio poetico dalla ‘ciarla’ perché tutto è de-centrato e i legami fra “tempo” e “nome” si sono rotti da un pezzo.
    Quale dunque il luogo dell’appuntamento con la lingua della poesia?

    Sabino Caronia non ci risponde. E fa bene perché si pone e ci pone la domanda, ma da poeta non è chiamato né tenuto a dare la risposta.
    E così torniamo a Gottfried Benn e ai Problemi della lirica…(è stato e rimane il compito supremo della poesia moderna, da Hölderlin a Celan, da Mandel’stam a Tranströmer, proteggere la lingua della poesia dalla afasia e dal logoramento: le parole sono spirito ma anche ambiguità e sostanzialità delle cose della natura ).
    Le parole toccano qualche cosa di più che ‘notizia’ e/o ‘contenuto’ e dunque in “Orfeo”, e per giunta in pochi versi, Sabino Caronia sembra dirci che occorre un altro orizzonte ontologico…

    2- Le rose nei bicchieri di Mauro Pierno

    Li ho presi a bottega tutti adulti,
    molto dotati nel limite estremo, che pace!

    una forbice, un metro, qualche inchiostro e…
    pennello, martello e rastrello. Adesso però ora

    giace. La Gioconda sorride,
    ha una veste sciantosa, un can can di quando

    la smise. Non ride però alla curva e si sporge a guardare.
    Solo olio, una macchia che passa

    Commento

    Più emotivo che analitico il mio modo di accostarmi ai versi proposti da Mauro Pierno, versi costellati da allusioni.
    L’autore ha un cuore da cantastorie e se anziché la parola poetica avesse scelto la macchina fotografica sarebbe stato un ottimo fotografo…

    Sono come tante rose nei bicchieri le parole che Mauro Pierno ci propone: adorna la tavola degli ospiti con una rosa fresca messa in un bicchiere per dire al lettore ” benvenuto “, gesto umile ma delicato,
    come quello dei nostri contadini che quasi mai disponevano di un vaso per riporvi i fiori freschi del benvenuto agli ospiti, ma anche in un bicchiere una rosa è sempre una rosa, un fiore è sempre un fiore: conta il gesto estetico nel vuoto.
    Ma conta anche la consapevolezza di tradurre la lingua delle cose (metro, forbice, martello, pennello, inchiostro, rastrello…) nella lingua degli uomini, per dirla con Walter Benjamin.

    Sviscerando i versi dei due poeti, Mauro Pierno e Sabino Caronia, per un istante tornano alla mente i due grandi sgomenti di Malarmé, il Nulla e la morte. E in fondo forse fare poesia anche per questi due poeti significa vincere questi due grandi abissi.

    gino rago

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